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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Solennità di Pentecoste – anno A – 2020

img_8368At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste è termine che indica cinquanta giorni: è il tempo dopo la Pasqua in cui cade una tra le feste gioiose di pellegrinaggio, le più importanti per Israele (Deut 16,16). Situata all’inizio dell’estate raccoglie la gioia per le primizie della mietitura (Es 34,22; cfr Es 23,16): “celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26).

Pentecoste nasce come festa legata alla gioia comune al momento del raccolto che vide accompagnarsi anche la memoria del dono della Torah, la legge di Dio. La libertà aperta dalla Pasqua si fa cammino nell’accoglienza la parola di Dio, nella sua legge per servire Lui: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Nel Nuovo Testamento i cinquanta giorni dopo (pentecoste) sono momento del dono dello Spirito: ciò che Luca pone cinquanta giorni dopo la Pasqua nel IV vangelo è situato la sera del giorno stesso della risurrezione. Gesù si presenta in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Sulla croce morendo Gesù aveva consegnato lo spirito (Gv 19,30), ora lo soffia sui suoi amici donando loro pace e inviandoli a testimoniare riconciliazione.

La ‘prima pentecoste’ è il soffio di Dio su ogni creatura: “Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gen 1,2). Lo Spirito è il soffio presente nella creazione ed è respiro generativo di un cosmo bello che proviene dalle mani di Dio.

Al soffio della creazione nella Bibbia si affianca il soffio della Parola, in particolare di quella profetica. Il profeta Ezechiele condotto a vedere la desolazione di un popolo come una pianura di ossa aride, è spinto ad annunciare la promessa di Dio come dono dello Spirito: “Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (Ez 37,14)

Lo Spirito è soffio di presenza, forza di rigenerazione e apertura. Ad un saggio maestro d’Israele Gesù aveva detto: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8)

L’alitare di Gesù nella sera di Pasqua è ancora creazione, inizio dell’esistenza di una comunità che partecipa della sua vita.

Nella Pentecoste nasce una comunità chiamata a vivere relazioni nuove e una speranza: Gesù oltrepassa le barriere della paura e apre la comunità dei discepoli ad un invio: tutti sono investiti di forza: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

Nel Nuovo Testamento la Pentecoste è narrata più volte in modi diversi: oltre alla versione giovannea nella sera di Pasqua c’è il racconto di Luca della Pentecoste a Gerusalemme. Luca usa le immagini del vento impetuoso e delle lingue di fuoco.

Il dono dello Spirito suscita modi nuovi di comunicazione. Coloro che sono investiti di ‘forza dall’alto’ assumono un coraggio che non proviene dalle loro capacità. La loro parola è comprensibile e raggiunge gli uditori. “Com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” (At 2,8).

Una nuova comunicazione si apre: nel racconto di Babele Dio era intervenuto ad interrompere il progetto dell’impero oppressore di dominare tutti con una sola lingua e aveva disperso lingue e popoli. Pentecoste è evento che si delinea non solo come l’anti-Babele, cioè critica ad ogni pretesa di uniformità e dominio ma diviene anche compimento della promessa di Babele, l’attuarsi cioè di una chiamata di Dio a vivere relazioni nuove nel riconoscimento delle differenze e attuando una comprensione ciascuno nella propria lingua: è il miracolo dell’accoglienza, del dialogo e dell’incontro.

“Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio” (At 2,11). A Pentecoste lo Spirito è presenza che de-centra la nostra vita e rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio.

Alessandro Cortesi op

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Gioia

“Forse dal latino gaudia plurale di gaudium, forse da joca plurale di jocum, che dal latino s’è sparso dalla Provenza alla Romania; in ogni caso la radice antica sarebbe gawedh, che ha a che fare con qualcosa di materiale tipo i piaceri del sesso e solo viaggiando nei millenni si è disincarnato nei piaceri dello spirito. È bello che la gioia sia plurale, è bello che sia fatta di materia, naturalmente è pure bello che si sia dispiegata nello spirito. Alla vostra cortese attenzione porrei l’errore, ferale, che in epoca moderna non distingue la gioia dalle gioie intese come gioielli, quelli non hanno niente a che fare né con Joca né con gaudia, ma vengono diritto dall’arabo giohar, scusate la latinizzazione, che significa pietra preziosa, gemma. Per cui l’idea che i gioielli diano vera gioia è solo frutto di pura e stupida confusione. Gioia, da quant’è che non vi viene in mente di dirlo, che ne so, ho provato una grande gioia? E di pensarlo?” (M.Maggiani, “La Repubblica-Robinson” 24 maggio 2020)

Conclude Maggiani “In fin dei conti la gioia non è che una promessa, ed è spiegato dunque perché questi non son tempi gioiosi”. Non sono tempi gioiosi per molte ragioni soprattutto quando la promessa non solo non sembra inseguita ma viene anche calpestata e negata, soprattutto nei confronti dei bambini e delle bambine che in una società sono coloro che recano l’apertura alla promessa e quindi alla gioia.

Uno degli ambiti in cui oggi appare una disattenzione alla promessa è il mondo della scuola e degli studenti che hanno subito pesantemente il limite del confinamento e della chiusura delle scuole nel tempo della pandemia

“Dall’inizio della pandemia, quando l’intero sistema è stato stravolto e tutti – insegnanti, studenti, genitori – hanno dovuto rivedere radicalmente ciò che davano per scontato, dalle modalità di insegnamento e apprendimento agli spazi e orari quotidiani, sembra che le preoccupazioni principali della ministra dell’Istruzione siano state il mantenimento del calendario scolastico, la garanzia che nessuno sarebbe stato bocciato e la valutazione degli apprendimenti. Che intere settimane di scuola siano saltate prima che qualche cosa si mettesse in moto, che questo “qualcosa”, sotto l’etichetta di “didattica a distanza” si sia realizzato in modi diversissimi per impegno degli insegnanti, tempo, grado di coinvolgimento forzato dei genitori necessario, accessibilità da parte degli studenti, efficacia a seconda, non solo della capacità degli insegnanti, ma dell’età degli studenti e delle condizioni ambientali in cui vivono – tutto questo non sembra entrato nelle priorità della ministra” (Chiara Saraceno, la scuola ha tradito i più deboli, “La Stampa” 15 maggio 2020).

Da un sondaggio promosso da Cittadinanzattiva riportato sul sito www.vita.it risulta che “Il 92% delle scuole ha attivato la didattica a distanza, per lo più con lezioni in diretta su varie piattaforme (85%) e una durata media a lezione fra i 40 e i 60 minuti (69%). Buona la valutazione del lavoro svolto dai docenti in questa nuova veste (per il 60% dei rispondenti). Ma si conferma la grande questione della esclusione di tanti studenti che – per lo più per mancanza di device, per inadeguata connessione e in parte anche per condizioni familiari difficili – non partecipano alle videolezioni. A segnalarlo il 48% dei 1245 soggetti, fra genitori, insegnanti e studenti, coinvolti nel sondaggio civico promosso da Cittadinanzattiva sulla didattica a distanza. È ricorrente il fatto che alcuni ne siano esclusi principalmente per: connessione inadeguata (48,5%), condivisione del dispositivo fra più fratelli o familiari (33,5%), assenza di dispositivi (24,5%), assenza di connessione (16,4%)”.

In un’intervista a Mariapia Veladiano, scrittrice e dirigente scolastica, apparsa su ‘Il Regno’ curata da Sarah Numico (Sarah Numico, Scuola: declinare la prossimità Intervista a Mariapia Veladiano, “Il Regno Attualità” 15.05.20), vengono evidenziati alcuni aspetti del problema. Sono rilevati aspetti positivi, nel sottolineare la disponibilità delle scuole in particolare degli insegnanti ad attivarsi nell’utilizzo di strumenti nuovi per mantenere prossimità con gli alunni. Ma anche sono rilevati elementi negativi soprattutto per il fatto che in questo periodo si sono aggravate le disuguaglianze e molti pesi sono ricaduti in misura pesante sulle famiglie e sulle donne in particolare.

«Credo che mediamente ci sia stata una straordinaria capacità, da parte delle scuole, di mettere in campo in tempi rapidi degli strumenti capaci di non lasciar cadere il rapporto educativo con i ragazzi. La chiamo scuola di prossimità. Il primo e fondamentale compito della scuola è non lasciar cadere i bambini e i ragazzi, restare prossima ai luoghi in cui loro si trovano, sempre. La scuola di prossimità ha sempre forme diverse. Quella dei maestri di strada a Napoli si disseminava nei quartieri, fisicamente. Quella del tempo del coronavirus raggiunge a casa gli studenti con ogni strumento possibile. (…) in questa prima fase sono aumentate le disuguaglianze (…)

Per ora le indicazioni sono di continuare la DaD (Didattica a Distanza ndr) come se stesse andando bene per tutti, il che non è vero evidentemente. Che cosa si potrebbe fare, già ora, di meglio? Innanzi tutto pensare la scuola come un interesse di tutti e non delle singole famiglie che si devono arrangiare a trovare una soluzione. Congedi alternati per i genitori che devono seguire i bambini, è stato detto. Studiare possibilità di rientro differenziato come è stato fatto in Danimarca, ad esempio. I piccoli in piccole classi con accorgimenti opportuni: qui devono essere gli esperti a dire fin dove si può andare. Torno a pensare a piccoli gruppi seguiti, anche nella scuola a distanza, da ragazzi che si mettono a disposizione, forse ancora il servizio civile. Esplorare le possibilità. Se si fa finta di niente tutto ricadrà sulle famiglie, e in particolare sulle donne. La crisi del 2008 ha riportato moltissime donne a casa, senza lavoro e senza reddito. Un arretramento terribile».

Quali azioni si possono mettere in campo perché la scuola del futuro si rinnovi alla luce di questa esperienza?

«Abbiamo imparato qualcosa che sapevamo ma che avevamo lasciato sullo sfondo della nostra consapevolezza. Che la normalità che conosciamo è fragilissima. Vale per molti aspetti della nostra civiltà; ma, restando nel campo della scuola, abbiamo visto che le situazioni di crisi accentuano la disuguaglianza se si parte già diseguali. Per cui certo occorre più omogeneità nell’accesso alla connessione e nell’accesso agli strumenti informatici, per permettere almeno quella scuola di prossimità di cui si parlava. Poi classi molto meno numerose. In certe condizioni forse saremmo già tornati a scuola, almeno i piccoli, se le nostre classi non fossero così compresse in spazi inadeguati. Poi qualcosa che riguarda il lavoro. I contratti devono prevedere forme di flessibilità non penalizzante…”.

Coltivare la promessa significa concretamente oggi porre attenzione a chi come i bambini ha meno difese e sostegni, eppure sono loro che possono portare gioia nuova ad una società che potrà trovare futuro solo scegliendo vie di solidarietà.

Alessandro Cortesi op

 

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 7

Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Settimo giorno – 19 marzo 2020 – bambini

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Natale del Signore 2015

Natale essenziale

(Lc 2,1-14)

In questo Natale è sempre più faticoso scambiarsi auguri che non siano vuota retorica. Scambi entusiastici di ‘buone feste’ fanno emergere ancor più il contrasto tra una religiosità disincarnata e fondamentalmente indifferente verso le sorti degli altri, dei poveri, e la realtà fatta di emarginazione, di iniquità e privilegi, dove poggiano i nostri piedi. Tre pensieri si fanno strada a partire dall’ascolto della pagina del vangelo.

migrantiserbia(migranti, Serbia 2015)

“… per loro non c’era posto nell’alloggio”: è questa la condizione che Gesù ha condiviso con l’umanità ferita di chi non ha posto e non trova accoglienza: è nei volti di questa umanità che Gesù si fa incontrare oggi.

Il primo pensiero è per i bambini morti nel Mediterraneo nei viaggi dei migranti di quest’ultimo anno: le statistiche della Fondazione Migrantes parlano di oltre 700 bambini. Di ieri è la notizia ormai senza più eco di sette bambini morti nelle acque dell’Egeo per il rovesciamento di un gommone davanti all’isola di Leros. E’ la strage silenziosa a cui stiamo assistendo in questi anni che continuamente giunge davanti ai nostri occhi. Suscita reazioni immediate, emotive, passeggere ma non genera reazioni e movimenti di popolo e opinione che smuovano i governi a decisioni per trovare vie per offrire protezione e per dare diritto di asilo ai rifugiati. Viviamo una paralisi e un indurimento cinico delle società europee di fronte alla vita di uomini e donne privati della loro libertà e dei diritti umani e un’insensibilità a lasciarsi muovere e commuovere. Oltre 3600 è il freddo numero del conto dei morti di quest’anno in mare (3500 secondo fonti dell’UNHCR quelli del 2014), ma dietro alla contabilità senza voce ci sono storie talvolta lontane, ma talaltra troppo simili alle nostre e volti di uomini e donne che affrontano ogni rischio perché non c’è alternativa per loro. Un milione di persone in fuga da situazioni di dittature e violazione di diritti umani come Eritrea, Gambia, Sierra Leone e di guerre e violenze come Siria, Afghanistan, Irak, Somalia, Mali, Nigeria, Niger hanno raggiunto l’Europa via mare. Che cosa sta producendo il nostro modo di vivere? Come reagire di fronte a queste chiamate?

Fare memoria della nascita di Gesù è motivo per pensare oggi a tutti questi bambini, quelli morti e quelli che fanno parte della folla di coloro che si mettono in viaggio. Quel viaggio si ripete, così come l’esclusione. La nascita di Gesù ci dice che la salvezza giunge dai piccoli, dall’accoglienza del volto di un bambino fragile e messo da parte.image

Un secondo pensiero: “alcuni pastori … vegliavano tutta la notte … la gloria del Signore li avvolse di luce”.

Nella notte la luce di stelle avvolge i pastori. Nella notte di questo tempo c’è qualcosa che nasce ed illumina ed è linguaggio non di parole, ma del movimento del creato. Natale parla di fiorire della vita, di nascita. Nel buio una luce vince la notte. E’ il messaggio che proviene da una natura che vediamo deturpata e sfigurata dalle scelte umane ma anche portatrice di energie di vita, di luce che sorge. I cambiamenti climatici, il riscaldamento globale, il venir meno della biodiversità sono gli esiti sotto i nostri occhi di un modo di vivere che degrada la natura e insieme degrada soprattutto le popolazioni dei paesi poveri. Eppure l’energia della vita si riaffaccia ed è quasi grido di implorazione: il grido della terra, il gemito della terra nel suo fiorire è eco del gemito dei poveri. Natale è memoria di germogli, della forza della vita che nasce, pur dimenticata. Nella lettera Laudato si, di Francesco, alcune righe aiutano a scorgere un appello proveniente dalla stessa natura (n. 205): “eppure non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a se stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua a incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. A ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle”.

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Il germogliare della natura che reca in sé la forza della vita, il nascere di una vita nuova, fragile affidata alla attenzione e alla cura è domanda aperta. Lì dentro sta l’invito a riprendere coraggio per “far emergere il proprio disgusto e… intraprendere nuove strade verso la vera libertà” per trasformare l’economia, per cambiare stili di vita. La natura che nasce, i germogli, la luce che illumina ricordano questa dignità che può essere recuperata. Ma ciò implica coraggio per provare disgusto e apertura a cambiare.

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Un terzo pensiero “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche in questo periodo di Natale la scena del bambino in fasce in una mangiatoia è stato motivo di polemiche basate sulla rivendicazione di una identità culturale pensata contro l’altro. Il presepe sbandierato come tradizione di una religione identificata come dato culturale contro altre religioni, l’identità cristiana identificata con l’occidente in contrasto con l’Islam identificato con gruppi di fondamentalisti violenti. Altre polemiche di tipo diverso hanno contrapposto al presepe letto come segno identitario portatore di divisione e di intolleranza, una visione che tende ad eliminare i riferimenti religiosi dalla vita sociale, anziche accoglierli, mettendo in relazione le differenze in un mondo plurale. Il bambino avvolto in fasce deposto sulla mangiatoia è rinvio al volto del crocifisso, deposto nel sepolcro. Tutta la sua vita, e la sua nascita ne è simbolo sintetico, è stata spesa per rompere barriere, per accogliere e dare liberazione e riconoscimento tutti, senza distinzioni, scegliendo le vie dell’incontro, della mitezza, della nonviolenza. Il segno del bambino avvolto in fasce è segno scomodo e provocatorio, che rivoluziona tranquille certezze e sdolcinate tradizioni. Rinvia a scorgere nella fragilità di un essere che ha bisogno di cure il volto di un Dio che si ritrae e sceglie la debolezza. Natale è festa che destruttura le identità che si contrappongono e disprezzano l’altro. È chiamata ad un cambiamento radicale nello spogliarsi di tutto ciò che fa sentire ricchi, superiori, privilegiati, dominatori. E’ sfida all’accoglienza e a riconoscere che Dio si dà ad incontrare nei volti degli esclusi.

Alessandro Cortesi op

Bugiani cartoni 2(Pietro Bugiani, 1905-1992 – adorazione dei pastori, cartone, part.)

XXV domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1302(Spoleto, Chiesa di s.Eufemia)

Sap 2,12.17-20; Gc 3,16-4,3; Mc 9,30-37

La pagina della Sapienza presenta con brevi pennellate un dramma che attraversa la storia: il giusto innocente subisce persecuzione fino ad essere eliminato in modo violento. Gli empi vogliono toglierlo di mezzo “perché ci è di imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni”. E’ riflessione di un libro redatto nel I secolo a.C., ma è la storia di sempre: quella degli ingiusti e dei corrotti, assetati di potere e ricchezza, che non tollerano ostacoli nel perseguire i loro obiettivi, e giungono ad eliminare i giusti. Nel comportamento degli empi c’è un venir meno e un tradimento dell’educazione ricevuta, di quella formazione all’umano che sta alla base del vivere insieme: “il giusto … si oppone alle nostre azioni… cin rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta”. E’ la storia di chi costruisce sistemi di dominio e avverte fastidio nella stessa presenza del giusto: la sua vita è infatti denuncia palese o silenziosa e contestazione del proprio potere. Per questo gli empi vogliono togliere di mezzo il giusto con atteggiamento di sfida verso gli altri e verso Dio stesso: “vediamo se le sue parole sono vere; proviamo ciò che gli accadrà alla fine. Se il giusto è figlio di Dio egli l’assisterà, e lo libererà dalle mani dei suoi avversari”. Ma la vicenda del giusto innocente non rimane dimenticata agli occhi di Dio: l’esito della sua vita appare un fallimento ma anche la sua morte violenta reca in sé una forza di vita. Dio non abbandona il giusto perseguitato che soffre: è questo il messaggio al centro di tale riflessione sull’esperienza: “Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità… Coloro che confidano in lui comprenderanno la verità, i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti” (Sap 2,23;3,9).

Nella lettera di Giacomo la sapienza è contrapposta alle liti e alle guerre generate dalla ricerca del possesso e dall’invidia: “Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra”. Alla brama di possesso e dominio si oppone l’atteggiamento di chi sceglie la sapienza. Pace, mitezza, nonviolenza, misericordia, sincerità sono i suoi caratteri distintivi: è sapienza che si fa vita. Non coincide infatti con un conoscere teorico senza rapporto con l’esistenza ma è un modo di vivere, investe la concretezza dei rapporti, è stile di un agire che si sintetizza nel costruire la pace: “Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace”. La giustizia è così indicata come frutto, dono, per coloro che promuovono la pace. Vera sapienza non è di chi vuole imporre con la guerra la sua ragione e la sua verità, ma di chi fa opera di pace.

Marco nel suo vangelo presenta Gesù come il giusto innocente. Subisce l’umiliazione della condanna nella progressiva solitudine in cui viene lasciato. ‘E’ consegnato’ nelle mani dei violenti. La sua vicenda è posta nella linea di coloro che subiscono ostilità, violenza. Ma ‘dopo tre giorni risusciterà’: la sua vita inutile e fallita agli occhi degli uomini, trova la conferma del Padre che lo risuscita al terzo giorno. Con i suoi gesti e le sue parole Gesù suscita la domanda su chi è il più grande: “Allora sedutosi chiamò i dodici e disse loro: se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti’. E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: ‘Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Il più grande è il più piccolo: è il capovolgimento della sguardo sull’altro e sul senso della vita.

L’accoglienza stessa di Gesù e del Padre dipende da questa capacità di accogliere. Al cuore del messaggio e della vita stessa di Gesù sta la proposta di convivialità ospitale. In questa esperienza si rende possibile entrare in contatto con Dio. Solo un cuore aperto ad accogliere può fare spazio. Gesù aggiunge con il suo gesto di mettere al centro i bambini approfondisce il senso dell’accogliere: pone infatti nel mezzo i senza diritti, le vittime di strutture sociali economiche ingiuste, coloro che sono tenuti ai margini dai sistemi religiosi. Indica loro come i soggetti da mettere al centro per comprendere chi è il più importante nell’ottica di Dio. Mentre i suoi discepoli discutono su chi è il più grande Gesù disorienta e capovolge le loro aspettative. Per comprendere qualcosa di Dio stesso, del suo agire e quindi del senso della propria vita c’è un cambiamento radicale da attuare. Gesù stesso è il figlio, si è fatto bambino, servo. Nel suo percorso indica che accogliere i bambini, le vittime, è entrare nel cammino per incontrare il Padre, e il modo concreto per porre i propri passi sulla sua via, per seguirlo.

DSCN1215Alcune osservazioni per noi oggi

La riflessione del libro della Sapienza invita a scorgere i giusti che vivono con responsabilità il proprio compito. Quanti giusti, sulle frontiere delle aule di giustizia, dell’impegno politico, del servizio ai poveri, della lotta per i diritti civili, economici e sociali vengono eliminati da chi trama per eliminare la loro vita che nel silenzio è voce che grida contro l’ingiustizia e il malaffare. Il giusto è la persona che rimane fedele alla sua coscienza nel praticare onestà là dove il costume diffuso è l’approfittarsene, giusto è chi risponde con fedeltà al proprio compito, giusto è chi corrisponde ad una educazione come formazione mai conclusa a coltivare l’attenzione al bene comune.

Gesù ha posto in mezzo i bambini abbracciandoli: l’abbraccio di Gesù esprime una umanità piena capace di vivere una sensibilità viva, gioiosa, che sa esprimersi in gesti autentici che investono la corporeità. Potremmo cogliere in questa apertura ad un contatto profondo con gli altri il segno di una maturità umana comunicativa. Il suo agire può essere indicazione per noi oggi di fronte alla domanda sull’educazione che comprenda l’attenzione alle questioni di genere.

In tale ambito si rende necessario un approfondimento che rifugga da superficialità e da posizioni caratterizzate da incomprensioni e allarmismi. Suggerisco due letture a mio avviso utili per interrogarsi con serietà e attenzione. La prima è una riflessione di Chiara Giaccardi dal titolo Non solo ideologia: riappropriamoci del genere (in “Avvenire”, 31 luglio 2015). L’articolo parte dall’osservazione che “La polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender – ha ipersemplificato e in molti casi banalizzato la questione, e sembra arrivata a un punto di stallo”. Viene poi osservato che “i «gender studies» hanno una tradizione di ormai mezzo secolo, e sono nati proprio per denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza: per mostrare che l’essere umano è sempre un essere situato (prima di tutto in un corpo sessuato, poi in una storia, una cultura, un territorio); che il preteso universalismo delle culture e delle regole sociali è in realtà un’astrazione, che prescindendo dalla realtà la mortifica (nella fattispecie, il punto di vista femminile); che rispetto alla nostra corporeità la cultura è tutt’altro che irrilevante. Sin dalle origini i ‘gender studies’ hanno affrontato questioni di tutto rispetto, anzi, doverose (…) Dunque gli studi di genere sono diversificati al loro interno; hanno dato importanti risultati e molti possono ancora favorirne in termini di giustizia sociale; non sono esclusivamente né principalmente focalizzati sulla questione del ‘genere sessuale come scelta’ che prescinde dalla natura”. In sintesi si presentano poi due linee di interpretazione diversificate al loro interno. Una essenzialista per cui dall’anatomia si passa all’essenza: secondo tale visione le caratteristiche corporee esprimono l’essenza della differenza di genere. L’altra culturalista-costruttivista che legge il ‘gender’ come costruzione sociale e si articola in una versione moderata che sottolinea la rielaborazione culturale del dato biologico e una radicale secondo cui ha la prevalenza la scelta individuale e non conta la dimensione naturale. L’osservazione conclusiva apre ad affrontare la questione con sguardo problematico: “Oggi il dibattito sul ‘gender’ è identificato con quest’ultima tipologia, che è la più insensata. Non bisogna però cadere nell’errore della ‘cattiva sineddoche’: prendere una parte del dibattito”.

Come osserva Serena Noceti (Ecco perché è sbagliato demonizzare il gender, in “Jesus”, maggio 2014, 5): “Sono evidenti i rischi di disgregazione dell’identità dell’umano insiti in queste teorie radicali, denunciati per altro dal Magistero. Queste teorie di genere rappresentano un esito, non l’unico. Ricorrere al gender non comporta di per sé pensare a un’insignificanza della differenza biologica; vuol dire essere consapevoli che ogni differenza fisiologica e genetica — di uomini e di donne, perché non stiamo parlando solo di femminile — non può mai essere pensata a prescindere dalla lettura culturale. La domanda sull’identità si colloca al crocevia tra “natura” e “cultura”, senza riduzioni indebite al solo dato della differenza biologica e senza restringimenti a letture di “ruoli sociali” che dalla biologia vengono fatti derivare”. Il dibattito ha investito la scuola anche in questo tempo di inizio dell’anno scolastico. Interessante è a tal riguardo la posizione espressa dall’Ufficio diocesano pastorale della scuola di Padova in un documento redatto da don Lorenzo Celi. Riflettere sul gender implica ripensare oggi l’identità, la crescita nella relazione, il superamento delle forme di violenza e di discriminazione talvolta presenti in modi nascosti e pervasivi.

Gesù si è messo dalla parte delle vittime e la sua scelta di fedeltà nel predicare un regno di giustizia e di fraternità l’ha condotto al processo alla condanna e poi alla morte. Al centro della sua vita ha messi i piccoli, i marginali. Seguirlo non può passare se non per l’accoglienza che da lui si riceve e che chiede di essere allargata e comunicata. E’ una chiamata per noi oggi a vivere una accoglienza che investe il cuore, di fronte a chi cerca ospitalità, casa, riconoscimento. L’incontro con i poveri, con chi cerca casa, lavoro, dignità è occasione per scoprire la nostra profonda identità, occasione per cambiare radicalmente il nostro stile di vita scegliendo le vie della condivisione.

Nel tempo della ‘terza guerra mondiale a pezzetti’ scoprire la via della sapienza è sfida attuale per noi. La via indicata dalla lettera di Giacomo suggerisce una sapienza che investe la relazione tra le persone, i popoli, e le culture. Sapienza in tale orizzonte significa tessere riconciliazione, lottare contro le soluzioni violente e di guerra nei rapporti umani. Sapienza è dono dall’alto e nel contempo è dono che ha il nome di Gesù Cristo. E’ un dono di incontro che genera responsabilità per promuovere non una pace indistinta ma una pace che sorge come frutto di scelte di giustizia. Come vivere oggi una fortezza mite di fronte al male e una tensione a costruire pace in relazioni giuste?

Alessandro Cortesi op

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