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Natale 2019 – omelia nella notte

foto Francesco Bellina - Mar Ionio Mediterranea

Ci è stato dato un figlio…

La notte del Natale respira di attesa, di silenzio, di interiorità. E’ come una sosta in una lunga corsa, come un attimo di tregua che interrompe le nostre vite tanto frettolose e percorse spesso solo in superficie. E’ occasione per pensieri che si fanno ricordo, memorie di infanzia, o anche riflessione interiore che lascia spazio alle profondità, a quanto è racchiuso nel segreto dei cuori. E’ momento in cui torna a galla una nostalgia e un’attesa che si potrebbe sintetizzare nelle parole: attesa di bene, desiderio di serenità, per sé per gli altri. E’ momento di affetti, di desiderio di sentirsi a casa, nel ritrovare le cose essenziali.

Don Luigi Ciotti testimone di lotta contro le mafie ha invitato in questi giorni a vivere in profondità il Natale guardando alle relazioni: “C’è un aspetto del Natale che va preservato dal consumismo: le relazioni, la convivialità, il ritrovarsi nel calore e negli affetti. E, ovviamente la gioia dei bambini, la trepidante attesa… Ma Natale non è solo il momento di festa e di gioia, è anche un’occasione di riflessione e di pensiero. Il Natale tocca i nostri cuori ma interpella anche le nostre coscienze. Ci domanda non solo di essere genericamente ‘buoni’, ma anche concretamente giusti, cioè darci di più da fare per chi è vittima delle ingiustizie, per chi arranca nel deserto degli affetti e dei diritti prodotto dagli egoismi dell’Occidente del profitto e dell’opulenza” (messaggio di liberacontrolemafie su Instagram 24.12.2019)

Mi ha colpito questo accostare insieme lo sguardo a Natale come momento di gioia e la provocazione a vivere Natale come opportunità di riflessione: il riferimento ad una bontà che può essere generica e la sfida ad essere concretamente giusti…

Siamo qui questa sera per lasciare spazio a questi pensieri e soprattutto perché la parola di Dio possa raggiungerci, per affinare la nostra vista, lo sguardo interiore, e lasciarlo raggiungere da una luce che non viene da noi…

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…” Cosa vuol dire festeggiare Natale nel tempo dei populismi e dei fondamentalismi che sono così diffusi in questo momento storico a livello globale e vicino a noi? Sono modi semplicistici di vedere la realtà. ogni complessità è ridotta a slogan. Vi è una protesta indifferenziata contro ogni tipo di élites. E’ soprattutto coltivata intolleranza verso chi è altro. E tale fondamentalismo come attitudine si esprime in tante forme sia religiose sia non religiose. Quale luce siamo chiamati a seguire, una luce per tutto il popolo, in un momento in cui l’identità dei popoli è esaltata contro gli altri nella chiusura di frontiere e di cuori?

Cosa può voler dire accogliere la chiamata ad essere concretamente giusti, inseguendo le tracce suggerite ai pastori dai messaggeri: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia..” Timothy Radcliffe, ex maestro dell’Ordine dei domenicani, parlando de La fede al tempo dei fondamentalismi ha offerto importanti indicazioni: dice innanzitutto “La nostra fede deve entrare in contatto con le speranze e le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dalla cultura fondamentalista”. Le proposte del populismo attraggono oggi coloro che si sentono lasciati indietro in un mondo di ricchezza in cui si percepiscono esclusi.

Un primo movimento a cui siamo chiamati oggi è ascoltare il dolore di tanti invisibili senza quella attitudine di disprezzo verso di loro: si tratta di ascoltare e capire ragioni di disagi che attraversano la nostra società. Si tratta di leggere segni che indicano sofferenze e disagi, si tratta di ascoltare, in un tempo in cui non si dà spazio all’ascolto dell’altro.

Ma c’è poi un secondo movimento da coltivare: è quello di proporre qualcosa di autenticamente fondamentale che possa indirizzare la vita secondo un orizzonte di senso autentico, profondo. Quella ricerca di una chiara identità che è il motivo di fondo spesso di attitudini populiste e fondamentaliste (l’identità data da segni di appartenenza culturale…) è una ricerca da assumere e da indirizzare oltre le piccole e ristrette identità. E’ una ricerca da assumere però provocando ad allargare l’orizzonte.

I pastori nella notte di Natale sono invitati ad uscire a scoprire che la loro storia non è storia dimenticata. Anche nella loro vita era presente la paura, questo sentimento proprio del nostro tempo. E il primo annuncio che ricevono da messaggeri che vanno loro incontro è: ‘Non temete’. L’invito è quello a scorgere nella loro vita una luce. E sono spinti a ricercare la loro identità in una relazione nuova. E a ripensare il volto stesso Dio al di là di ogni pensiero e costruzione umana. Ad incontrare Dio stesso non come costruzione di una religione strutturata come sistema culturale, ma Dio come ignoto. Un Dio come lo sconosciuto che ci raggiunge in un bambino, senza difese, inerme, avvolto in fasce e che nel suo silenzio interroga. Il volto di uno degli esclusi tenuti fuori perché senza diritti e senza difese.

Ieri 23 dicembre la prima pagina di “Avvenire” apriva con un titolo grande ‘Ci è stato dato un figlio’ e seguiva un bellissimo articolo di Nello Scavo, giornalista bravo e coraggioso, sulla storia di Simba, uno dei bambini salvati a fine agosto dalla nave Mar Jonio di Mediterranea: era uno dei superstiti del naufragio di un gommone in cui viaggiavano moltissimi bambini. E la foto sottostante al titolo, di Francesco Bellina, mostra il drammatico momento in cui questo bambino, nella notte, dopo giorni di attesa per il permesso di sbarco, tra le onde del mare agitato, viene salvato passandolo dalle mani di un soccorritore della Mar Ionio a quelle di un militare della Guardia costiera. Anche oggi ‘ci viene dato un figlio’…  e proprio a Natale dovremmo scoprire che Gesù mostra un volto di Dio che chiede di riconoscerlo nei più piccoli, in chi è tenuto fuori. Sta lì il segreto di una speranza e della salvezza.

Come i pastori, anche noi siamo invitati ad essere cercatori di segni, lettori capaci di inseguire quelle indicazioni scorgendo come il sogno di Dio è dono di accoglienza e di pace: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace ai popoli che egli ama…

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Avvento – anno A – 2019

santa famiglia autore Jean Pierre Augier(Santa famiglia – Jean Pierre Augier)

Is 7,10-14; Rom 1,1-7; Mt 1,18-24

Isaia, sacerdote appartenente all’aristocrazia di Gerusalemme, narra di un’esperienza profonda avuta nello svolgere il suo servizio nel tempio: una chiamata a divenire profeta. La data era attorno al 740 a.C. a Gerusalemme. Isaia descrive questa chiamata come una visione: il presentarsi di un angelo che accostò alle sue labbra un carbone ardente preso dall’altare dei sacrifici: le sue labbra così purificate sono luogo di un annuncio della parola del Signore. Isaia percepì questa chiamata e rispose: ‘Eccomi manda me’.

Da quel momento visse l’invio ad affrontare con la forza della parola profetica il potere del tempo, in particolare il re Acaz d’Israele. Isaia annuncia la futura nascita di un ‘Emmanuele’ (nome che significa ‘Dio in noi’), un re giusto, erede di Davide, che si comporterà in modo ben diverso dai re infedeli, come Acaz alla ricerca di sicurezze e appoggi umani. La dinastia di Davide continuerà e l’Emmanuele sarà esempio di abbandono fiducioso in Dio. Il ‘resto d’Israele’, il piccolo gruppo che continuerà la storia del popolo dell’alleanza troverà la sua stabilità non inseguendo progetti di dominio o alleandosi con gli imperi militari, ma scoprirà il senso della sua esistenza nella fede appoggiandosi sul Dio liberatore: “In quel giorno il resto di Israele… non si appoggeranno più su chi li ha percossi, ma si appoggeranno sul Signore, sul Santo d’Israele, con lealtà” (Is 10,20).

La figura di un Emmanuele storicamente è da identificare nel figlio di Acaz, Ezechia, che sarà un re fedele a Dio. Ma Isaia parla dell’ Emmanuele con parole così ricche di speranza (cfr. Is 11,1-16) da far intravedere in questa figura l’intervento di Dio stesso che stabilisce il regno del messia (l’unto, il consacrato da Dio) come situazione nuova di pace, in un tempo ultimo con caratteri di definitività, senza fine: ‘grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine’ (Is 9,5-6). L’attesa di un futuro re, che come germoglio spunterà dalla discendenza di Davide e sarà luce delle genti percorre il Primo Testamento (Gen 49,10; Num 24,17). Un altro profeta Michea rileggendo Isaia e vede l’ideale del messia collegato alla figura di un re unico alla fine dei tempi:

“E tu Betlemme di Efrata così piccola … da te mi uscirà colui che deve regnare in Israele; le sue origini sono dall’inizio del tempo, dai giorni più remoti” (Mi 5,1)

Isaia quindi indica in questo bambino un segno, ed in esso il rinvio ad una speranza oltre i confini del tempo: è segno di un disegno di salvezza di Dio nella storia.

Il vangelo di Matteo conosce bene questa tradizione. Presenta Gesù come compimento di quelle promesse descritte da Isaia. Le origini di Gesù sono narrate riprendendo gli schemi degli annunci di nascita nel Primo testamento (ad esempio la nascita di Sansone in Gdc 13,1-24): la presenza di un angelo, la chiamata per nome, l’indicazione di una difficoltà da superare, il rinvio ad un segno e alcuni tratti del bambino che nascerà.

L’annuncio dell’angelo a Giuseppe è presentato da Matteo per inserire Gesù nella discendenza di Davide: Giuseppe stesso è chiamato ‘figlio di Davide’ e gli è attribuito il compito di dargli un nome, ‘tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati’. La storia della salvezza è segnata dalla gratuità degli interventi di Dio, dall’opera dello Spirito Santo sin dal momento del concepimento di Gesù. A Giuseppe, uomo ‘giusto’ è richiesta la disponibilità ad accogliere l’invito a ‘non temere’ e lasciarsi coinvolgere nell’opera di Dio. ‘Giusto’ significa ‘fedele’: Giuseppe vive una duplice fedeltà: a Maria a cui è legato, e alla chiamata di Dio. Si abbandona nella fede ad un progetto che viene da Dio e che lo coinvolge nella responsabilità.

Maria è presentata da Matteo con il rinvio alla ‘giovane donna’ del testo di Isaia: ella accoglie la chiamata di Dio sulla sua vita. E’ un’indicazione di disponibilità nel rispondere all’azione di Dio. Il suo cuore è spazio aperto e disponibile al progetto di Dio che umanamente appare impossibile.

Giuseppe è presentato come ‘uomo giusto’, cioè fedele. Nel sogno riceve una chiamata di Dio: il sogno è spazio creativo dell’agire di Dio. Così nel sonno di Adamo Dio creatore aveva operato e nel sogno dei magi Dio si manifesta vicino e provvidente. Giuseppe è esempio del credente. Non gli è tolta la fatica del dubbio ma vive l’abbandono della fede. L’invito a ‘non temere’ è motivo per rendersi disponibile di fronte a Dio nel prendersi cura di chi Dio gli affida.

Giuseppe è così chiamato a dare il nome a Gesù, un nome che significa ‘il Signore salva’. La salvezza ha un nome, è dono. La presenza di Gesù nella vita e nella storia ha manifestato questo sogn di Dio nei suoi gesti e nelle sue parole . A Giuseppe è affidato di pronunciare quel nome rendendosi così testimone del disegno di Dio.

Alessandro Cortesi op

Banksy babbo Natale(Banksy, murale – Birmingham – ved. il video)

Presepe e presepi

Papa Francesco ha compiuto una breve visita a Greccio il 1 dicembre u.s. In quel luogo ha richiamato alla semplicità, al silenzio, alla preghiera e alla presenza nascosta dell’Emmanuele, Dio con noi, nella storia:

“Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il “grazie” stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto.

In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Isabelle de Gaulmyn in un’articolo in “La Croix” del 15 dicembre 2019 (di cui riprendo la traduzione italiana dal sito http://www.finesettimana.org) proprio a proposito del presepe presenta una riflessione in rapporto alla situazione francese. Ricorda il significato profondo della scelta di Francesco, nel lontano 1223, di predisporre un presepe nello sconosciuto paese di Greccio tra le asperità del monte Lacerone. Da qui emerge una sfida a vivere lo sguardo a questo segno del presepe, alla memoria della natività di un bambino, come occasione di rinvio a quel ‘qui e ora’ della nostra vita in cui siamo anche noi chiamati a riconoscere una presenza nascosta del Dio vicino che continua a farsi incontro nei volti di quanti sono tenuti ai margini e dimenticati nelle nostre società:

“In questo periodo d’Avvento, difficile evitare i sinistri villaggi/mercatini di Natale. Non c’è città di Francia che sfugga a questo contagio. A parte, evidentemente, Strasburgo, dove la forza della tradizione conferisce loro una certa dignità, siamo condannati ad errare nei centri storici delle città tra casette di legno che imitano baite montane (ma che rapporto ci può essere con la nascita di un uomo avvenuta in Medio Oriente duemila anni fa?), guardando stancamente la distesa di cianfrusaglie inutili made in China, e mangiando la nostra mela caramellata tutta rossa. Per non parlare della musica, un “Vive le vent” (ndr.: canto sulle note di “Gingle bells”) ripetuto fino allo sfinimento, poiché ci si guarda bene dal mettere qualche cantico della Natività. Ben presto, nella folla compatta, l’odore di vin brulé e di cannella diventa insopportabile, a meno di berne abbastanza per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro secolo, con i brillantini, gli abeti addobbati e la musica sdolcinata, ma senza la stella e il presepe. Dimenticare questo Natale senza Natale… Strappandomi a fatica da uno di questi mercatini di una grande città della Francia occidentale, pensavo con un briciolo di nostalgia a Greccio, quel villaggio sulla roccia, in una grotta sulle pendici dei monti Sabini che dominano la pianura di Rieti. Qui, secondo la tradizione, Francesco d’Assisi, nel 1223, ha “inventato” il primo presepe, la prima “stalla di Natale”. L’idea allora era quella di scoraggiare i pellegrini che sfidavano l’inverno per avventurarsi fino a Betlemme. Spiegare loro che potevano celebrare benissimo la venuta di Cristo anche sul monte Lacerone. Come ha fatto notare papa Francesco la settimana scorsa, quel gesto del santo di Assisi in un piccolo e povero villaggio di montagna, isolato e battuto dai venti, aveva qualcosa di terribilmente profetico. Era un modo per far sentire a tutta la popolazione che essa stessa era “coinvolta nella storia della salvezza, contemporanea dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali” (Lettera apostolica Admirabile signum. Il significato e il valore del presepio, 1° dicembre 2019). Non c’è bisogno di andare fino a Betlemme, è qui ed ora che questa cosa avviene! Come ha scritto in un bellissimo testo il filosofo ateo Alain, “davanti al bambino, non ci sono dubbi. Guardate il bambino. Quella debolezza è Dio. Quell’essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio” Les Dieux, di Alain (Emile-Auguste Chartier), Gallimard, 1985). Dove lo troviamo, il bambino, in quei falsi “villaggi di Natale”? Data l’imperversante laicità, si è ben lungi dall’idea di mettere un presepe tra le finte baite. Sicuramente, il bambino e il presepe bisogna andare a cercarli altrove. In quell’ospedale parigino, ad esempio, che la settimana scorsa, per mancanza di spazio, ha dovuto rifiutare una decina di giovani madri senzatetto che erano andate a rifugiarvisi con i loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sopraffatte dalla quantità di donne che hanno partorito e che dormono nei corridoi. Nelle nostre strade, molto semplicemente, dove nascono sempre più  bambini: quest’anno sono già 146, e le associazioni caritative si trovano a dover distribuire culle portatili. Sono presepi poco estetici, bambini con nasi gocciolanti. madri esauste, sporcizia, puzza, freddo. Sono presepi che non fanno venire voglia di fermarsi, di ammirare, e neppure di commuoversi. Si vorrebbe piuttosto guardare da un’altra parte, imbarazzati.

Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano con violenza la miseria e l’esclusione. Ci parlano di mancanza, capovolgono le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Quei presepi sono terribili, ma veri: a modo loro, anch’essi ci dicono che siamo implicati nella storia della salvezza. Qui ed ora”.

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – anno A – 2017

adorazione-museo-pio-cristiano(museo Pio cristiano Roma – sarcofago IV sec.)

Is 60,1-6; Sal 71; Efes 3,2-6; Mt 2,1-12

Epifania è parola di manifestazione e di apertura: qualcosa si manifesta. Per questo è festa di illuminazioni e di luce. C’è una presenza di Dio che illumina ma non abbacina e si cela nelle piccole luci che illuminano la vita.

I magi, sono presentati nel vangelo di Matteo come sapienti provenienti da lontano, dall’Oriente dove la luce sorge. Hanno occhi capaci di scrutare. Nel cuore lasciano spazio ad una tensione che li pone in ricerca di luce e li spinge ad interrogarsi sulle luci. Luci del cuore, luci delle stelle. Sono queste i segnali di luce, di senso della vita, di apertura, presenti e nascosti nella realtà del cosmo e nei percorsi umani.

Gli occhi dei Magi, dice Matteo, si lasciavano interrogare dal loro scrutare le stelle: sapevano alzarsi verso l’alto, inseguire mondi nuovi e diversi oltre l’orizzonte quotidiano, oltre i ristretti confini di vedute limitate. Erano forse dei saggi, uomini aperti all’interrogazione. Ma sapevano anche guardare in basso, dare valore alle cose; sapevano fermarsi non su sapienze indifferenti rispetto all’andamento dei tempi e delle stagioni, ma erano sensibili ai movimenti del mondo, della natura. Erano occhi aperti alla domanda che proviene dal volgere lo sguardo in alto e in basso, capaci di lasciarsi prendere dal fascino di un sapere come scoperta del mondo e incontro con gli altri, al di là dei percorsi usuali e riconosciuti.

Erano occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.:. “Abbiamo visto sorgere la stella e siamo venuti per adorarlo”. Quegli occhi hanno saputo scorgere in una luce flebile la chiamata per un cammino insieme, per un uscire e andare. Si sono lasciati provocare e si sono messi in viaggio.

Nel viaggio dei magi Matteo rinvia a tutti i viaggi di chi intraprende un cammino dando spazio ad una spinta di ricerca, ascoltando la chiamata di quella luce che giunge da fuori, da lontano, ma è presente nel cuore come luce che illumina ogni uomo e donna che viene al mondo.

I magi vengono a proporre nel loro profilo i tratti di ogni persona in ricerca, che da territori lontani, non considerati, scorge una luce da incontrare, da cui lasciarsi toccare.

Per Matteo sono coloro che fuori da ogni appartenenza religiosa non hanno accettato le risposte già date, ma hanno affrontato l’avventura della vita come un viaggio con tutti i rischi e le difficoltà.

In radicale contrasto a questo cammino vissuto insieme, nell’aprirsi all’interrogazione sta invece la figura di chi detiene il potere religioso, e vive nei palazzi dei re. Il sentimento di questi è la paura, il terrore di perdere ed essere deprivati di potere o ricchezze, di quelle sicurezze che mantengono immobili, ripetitivi nei propri luoghi di stabilità. Il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati. Eppure gli scribi interrogati da Erode, proprio loro che dovrebbero essere gli scrutatori della parola del Signore, capaci di coglierne la luce ed indicarla, sono ciechi e incapaci di lasciarsi mettere in movimento.

Il cammino dei magi vive di uno stile diverso. Per Matteo è indice del capovolgimento che Gesù ha portato: non sono i primi, i sapienti, i ricchi, e nemmeno i detentori del sistema religioso, delle teologie ad incontrarlo con le loro sicurezze, piuttosto sono coloro che giungono da lontano, inattesi, guidati da luci che attraversano mondi in cui si pensa che Dio sia assente. Il loro presentarsi è nell’attitudine di chi domanda, nel chiedere senza arroganza. Questo fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito e la vita di Erode e di tutta la città viene minacciata di cambiamenti inediti.

Gli occhi dei Magi sono occhi capaci di brillare con quella contentezza semplice di chi si apre all’incontro e conosce l’importanza dei volti. Sono contenti di ritrovare la luce della stella: sono aperti a scorgere i segni. Non sono chiusi all’interno delle mura ben salde delle loro certezze e dei loro territori.

magi-salterio-di-st-alban

(Salterio di St. Albans – XII sec.)

Accolgono ancora l’invito a camminare nel ritrovare nuova luce. Ed è ancora la stella piccola luce nel buio del cielo a guidarli sino ad un bambino in braccio a sua madre. La luce conduce sino ad un volto indifeso. E’ volto che esprime la vita umana come cammino per scoprire di essere figli. Nella nonviolenza di un lattante. E si chinano davanti a quel bambino. Matteo nel suo vangelo dice che questo è il punto di approdo, ed è il momento di una grande, anzi, grandissima gioia. Il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre è il luogo in cui la luce della stella lascia spazio alla luce di un volto, all’incrocio di sguardi in cui la luce si fa volto.

I magi con i loro gesti riconoscono in lui il re, il messia, il servo che consegna la sua vita: l’oro destinato ai sovrani, l’incenso segno del messia, e il profumo di mirra memoria della morte e sepoltura indicano l’identità di questo bambino. I suoi tratti sono quelli del messia che ha annunciato la vicinanza di Dio ai poveri, una misericordia possibile per tutti, ha scelto la via della nonviolenza ed è stato crocifisso.

Sul volto del bambino conducono le luci che hanno guidato la ricerca dei magi. Ma ciò significa anche che ogni luce è in qualche modo riflesso del suo sguardo. Matteo in questo racconto invita a scorgere come sin nei segni della creazione, nelle stelle e nella luce che apriva e chiudeva le giornate del cammino dei saggi dall’Oriente era presente già un riflesso della luce di Gesù, il messia crocifisso. E così nela luce della loro coscienza che s’interrogava nel cammino e del loro discorrere insieme. I magi nel loro studio appassionato hanno saputo accogliere la chiamata nella loro vita di essere cercatori di stelle a differenza di chi pur avendo tra le mani la luce della Parola pretende di possederla e di chiudere cammini agli altri.

Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri i magi – dice Matteo – si rimisero in cammino ma seguendo i suggerimenti di messaggeri che indicarono loro altre strade, fuori da quelle stabilite.

I magi sono amici delle stelle, disponibili ad ascoltare i sogni. Scrutatori di segni e sensibili ai momenti in cui Dio si comunica e apre strade di vitaoltre ogni schema, al di là dei confini di chiese che diventano sistemi chiusi e di potere. Gli occhi dei magi, sono capaci di percorrere vie per incontrare l’umanità fragile, un semplice bambino con sua madre. Sono capaci di chinarsi, il gesto non dei sottomessi, ma di chi sa di essere piccolo. Si chinano davanti ad un bambino, segno di un’umanità vulnerabile: lì scorgono il volto del Dio umanissimo. A questo ci invita la festa dell’epifania: accogliere la luce, accogliere le luci di ogni ricerca, aprirsi ad incrociare sguardi di tutti i piccoli con cui Gesù si identifica.

Alessandro Cortesi op

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Natale del Signore – anno A – 2016

img_2322Natale del Signore – anno A – 2016

Is 9,1-6; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14

“Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse…”. Le tenebre sono cifra del momento che viviamo: tenebre di una situazione di violenza diffusa. Viviamo il tempo di una guerra globale e non dichiarata che continua nell’indifferenza e attraversa i luoghi della quotidianità. Assistiamo allo sgretolamento di percorsi in cui nel tempo e faticosamente erano stati riconosciuti dignità e diritti. Viviamo l’accrescersi di manifestazioni di rabbia, razzismo e intolleranza verso gli stranieri. Le tenebre sono anche quelle di un sistema economico e finanziario che genera ingiustizia e soffoca: annienta le vite di popoli ridotti alla fame, toglie il respiro e i sogni ai giovani privandoli di speranza e futuro.

Notte e buio segnano anche le nostre vite ordinarie, i percorsi delle nostre famiglie in tanti modi: perdite di persone care, malattie, difficoltà a sostenere i ritmi di una vita sempre più complessa ed esigente, dolori, difficoltà economiche, preoccupazioni per i figli, per i loro problemi e il loro futuro, egoismi e incapacità di comunicare, incomprensioni, dissidi. Buio è tutto ciò che ci opprime e angoscia. Buio è il luogo delle nostre paure espresse ed inespresse.

Nel buio di queste tenebre, in una condizione di spaesamento l’annuncio di Isaia, profeta che ha uno sguardo lungo sulla storia è psoto al centro della lituriga di Natale: “A coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”.

E’ annuncio di una luce che è entrata squarciando fessure nelle tenebre. E’ anche una promessa sulla storia che indica un orizzonte di liberazione e di pace: “tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva… ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. Isaia scorge un intervento di Dio che libera da pesi insopportabili e da ciò che tiene legato a logiche di oppressione e violenza. E’ un intervento che inaugura un mondo diverso in pace: non ci saranno più passi marziali di soldati che avanzano per uccidere, ma tutto ciò che ha a che fare con la guerra, la guerra delle armi, ma anche l’aggressività e l’odio vicino, è reso vano.

Isaia indica in un bambino il segno della possibilità di inizi nuovi anche in una realtà di tenebre: “un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio”. Questo bambino è un figlio donato: il nome di questo bambino è ‘principe della pace’. Il suo venire apre ad una storia di pace che è orizzonte di tutta la storia umana.

Un bambino nel suo essere inerme, privo di difese e di strumenti di offesa, segnato dalla fragilità estrema e bisognoso di cure. Questo bambino è un figlio affidato, segno della presenza di Dio che è potente rovesciando i criteri della grandezza umana: non s’impone con la forza ma nel suo presentarsi indifeso scardina la logica delle armi e della guerra. Questo bambino è portatore di luce nuova, apre un orizzonte di pace.

“Non temete. Ecco vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo. Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore che è il Cristo, Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2,10-11)

Il vangelo fa scorgere nel volto di Gesù, bambino, nel momento della sua nascita, i tratti di colui che visse la sua vita come servizio fino in fondo per amore: ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine’

Dio ha deciso di abitare in mezzo a noi come uomo. D’ora in poi il luogo dove incontrarlo è nel volto delle persone, negli altri. La luce che ci dona non è per fuggire da questa storia, ma entra nelle tenebre del nostro mondo per salvare questa storia. Natale è evento di povertà e abbassamento di Dio: “Spogliò se stesso assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini: apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato…” (Fil 2,7-9).

Natale è irrompere della promessa e dell’annuncio che oggi è il tempo dell’aurora: il nostro buio è luogo in cui è pronunciato il ‘no’ di Dio ma in cui il suo ‘sì’, la presenza dono di un bambino, è germoglio e primizia di una fioritura in cui ciascuno di noi è coinvolto: è venuto per formarsi un popolo che gli appartenga (cfr. Tt 2,14).

Nelle parole degli angeli, messaggeri di belle notizie, c’è un annuncio a ‘non temere’: indicano inizi nuovi, invitano a mettersi in cammino, a leggere i segni della sua presenza. Una luce, anche solo una debole fiammella è in grado di attraversare le tenebre: là dove essa si leva ritorna a noi il coraggio di sollevarci. Natale è annuncio che la presenza di Dio può nascere e trovare spazio nel cuore di ogni persona. A noi sta accogliere questa presenza, farla crescere in noi. Il quotidiano, il vissuto di ogni momento e di ogni rapporto è luogo in cui far crescere tale incontro, lasciandoci coinvolgere, ponendo i nostri passi su quelli di Gesù, vivendo come lui ha vissuto. Da portare nel cuore oggi è forse solo una domanda: come “vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza”? come rendere questa parola vita ed esperienza delle nostre giornate?

Alessandro Cortesi op

maria-barghouthy-refugee-camp(disegno di Maria Barghouty, bambina siriana rifugiata)

Con il pensiero ad Aleppo

Dopo cinque anni di guerra il popolo siriano è vittima delle violenze e della guerra. Samir Nassar, arcivescovo di maronita di Damasco ricorda la situazione di violenza e sofferenza: «Il rumore infernale della guerra soffoca il canto di gloria degli angeli. La sinfonia angelica del Natale lascia il posto all’odio, a crudeli atrocità compiute nell’indifferenza globale. Oggi chiediamo all’Emmanuele, al Dio-con-noi, di portare, con la sua grazia, i doni di cui la Siria ha urgente bisogno: la pace, il perdono e la compassione»

«Il bambino Gesù ha molti compagni in Siria. Milioni di bambini non hanno più casa e vivono senza riparo, in tende o in alloggi di fortuna, proprio come la stalla di Betlemme. Gesù non è solo nella sua miseria. I bambini siriani, abbandonati, orfani e psicologicamente devastati dalle scene di violenza che hanno provato e visto, vorrebbero tanto essere al posto di Gesù, perchè il Cristo almeno ha sempre i suoi genitori. Questa amarezza si vede nei loro occhi, nelle loro lacrime e nel loro mortificante silenzio».

Nelle parole del vescovo si rifrange la disperazione e il senso di abbandono di chi vive in questo momento in Siria: «Molti bambini siriani invidiano Gesù perché Lui ha trovato almeno un posto umile per nascere e un riparo, mentre alcuni di loro sono nati sotto le bombe o durante un esodo che li ha portati lontano dalla loro patria».

La condizione delle donne è drammatica: «Ci sono in Siria tante madri in difficoltà: madri sfortunate che vivono in condizioni di estrema povertà, costrette ad assolvere ai doveri familiari da sole, senza i loro mariti, morti o dispersi. Donne che cercano in Cristo un po’ di consolazione. Quando guardano alla Sacra Famiglia e vedono la presenza rassicurante di Giuseppe, queste madri piangono per le loro famiglie prive di un padre: questa assenza alimenta paura, ansia e preoccupazione».

«Allo stesso modo gli uomini, disoccupati o stremati dalla fatica di cercare il sostentamento per i loro cari, vedono in san Giuseppe un uomo che ha saputo prendersi cura della sua famiglia, nel momento del bisogno, della fame e del pericolo, anche fuggendo, in un viaggio da profughi, in Egitto».

Per la comunità cattolica maronita «la luce di Cristo è l’unica che porta consolazione e speranza. La sua vicinanza all’umanità, espressa nel mistero dell’Incarnazione, infonde il coraggio di vincere la morte e la fiducia in un futuro fatto di pace, perdono e compassione».

Dalle comunità di Siria che celebrano il Natale proviene un grido di pace. E’ invocazione che chiede di fare di questa festa occasione per ricordarsi degli altri. Natale è chiamata a scorgere la pace come orizzonte che accomuna i diversi cammini nel mondo delle molte religioni e di chi non ha religione. Il grido di preghiera per la pace si fa denuncia per ogni utilizzo della religione per la violenza, per scopi che contrastano con la radice più profonda delle fedi, e si fa ricerca di una pace dono di Dio che sia reso concreto in scelte e azioni, percorso possibile tra diversi popoli.

Natale… col pensiero ad Aleppo invocando la pace.

Alessandro Cortesi op

Natale del Signore – 2014

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Omelia nella notte (Lc 2,1-14)

Vorrei riflettere su queste pagina a partire da tre immagini: il censimento, i pastori, la mangiatoia. Al centro un bambino avvolto in fasce che giace affidato alla cura, alla tenerezza di mani attente.

Il censimento è decisione dei grandi della terra: è il momento del conteggio per manifestare la propria grandezza. Nella storia di Israele la scelta di fare un censimento è rimasta nella memoria come il grande peccato di Davide (1Sam 24) che decise di contare il popolo per convincersi di una grandezza che derivava dal numero, dalla potenza e non dalla vicinanza di Dio.

Oggi il censimento può essere assimilato ai grandi movimenti di controllo della vita e della storia delle persone per renderle numeri, per contare in vista di un potere che le strumentalizza e le rende funzionali.

Il censimento è celebrazione di quel potere che rende schiavi e si pone come assoluto sulla terra. Nella pagina di Luca si respira una vena di sottile ironia nella contrapposizione tra il quadro dei grandi poteri che assoggettavano tutta la terra, l’impero di Ottaviano – chiamato il salvatore del popolo – e dei regni a lui sottomessi, e la fragilità di un bambino che mostra il volto di un Dio debole e indifeso. – ed è lui presentato in modo paradossale come l’autentico ‘salvatore e messia’.

I pastori. I pastori sono le persone considerate fuori dai recinti della purità, fuori dalla religione. Coloro che vivono un lavoro che li poneva ai margini, custodi di greggi, assoggettati alla fatica del lavoro, impuri come gli animali che dovevano seguire. Ai pastori per primi è dato il vangelo. Il messaggero/angelo – metafora per indicare intervento di Dio che si comunica all’umanità – si rivolge per primo ai pastori. Perché proprio a loro? C’è una indicazione importante che riguarda dove trovare l’annuncio del vangelo, dove rintracciare le chiamate di Dio nella storia.

Il vangelo, la bella notizia di salvezza la si ritrova – dice Luca – non nei centri del culto e nelle gerarchie a capo del sistema religioso, ma nelle persone che stanno ai margini, in coloro che vivono la fatica del lavoro, in chi è considerato escluso e non considerato nella società, come uno scarto. Così noi possiamo incontrare Dio non nei luoghi del sacro, in spazi lontani dalla vita, ma nelle pieghe dell’ordinario, nei volti di chi pensa di essere lontano da Dio, in coloro che sono tenuti ai margini dalla religione e dalla società.

La mangiatoia. Il luogo della nascita di Gesù è un luogo dove stavano animali, dove era presente una mangiatoia, luogo del cibo; luogo appartato nell’alloggio perché Maria, nella sua condizione di partoriente doveva essere posta in un ambiente separato. C’è il legno della mangiatoia, segno della fragilità di Gesù che racconta il volto di un Dio che si fa pane; e c’è il legno della croce che racconta una vita vissuta nel dono di sé e nel servizio fino alla fine, racconto di un Dio che non fa morire, ma che si dà fino a morire per gli altri.

Al centro di queste immagini Gesù. Gesù con il volto di un bambino, piccolo segno, da cogliere con attenzione perché ciò che attrae di solito è la magnificenza dei segni che si impongono. Gesù suggerisce il volto di un Dio umanissimo che si fa vicino nella debolezza di un bambino. In chi è inerme indifeso, in chi è semplice, in chi non ha possibilità di imporsi si rende presente il Dio umanissimo di Gesù.

Gesù racconta anche di un Dio debole che si fa povero, affidato alla cura di un uomo e una donna. Un volto di Dio del quotidiano, della vita, delle relazioni ordinarie. Non un Dio che si manifesta nel tempio o nello sfolgorare di eventi eclatanti né il Dio delle guerre e della violenza. Ma un volto di Dio che si fa vicino nel legno della mangiatoia e nel legno della croce.

Alessandro Cortesi op

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