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XXVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0972.JPGIs 25,6-10; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

“Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto … di cibi succulenti, di vini raffinati. …Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”.

L’immagine del banchetto sta ad indicare un incontro dei popoli nel condividere un cibo preparato per tutti da Dio stesso. Questo banchetto è il simbolo di un futuro caratterizzato dalla presenza della vita e senza più la morte. L’azione di Dio è vita, dono di gioia. Il Signore che prepara un banchetto è anche colui che elimina la morte, apre la possibilità di incontro nella felicità della condivisione e dello stare insieme. L’immagine del banchetto viene anche collegata alla venuta del messia.

Nei vangeli si parla a più riprese di banchetti, a Cana, in casa di Levi nella casa di Simone il pubblicano dove irrompe la donna peccatrice, nella casa di Zaccheo, da Marta e Maria. Anche la moltiplicazione dei pani diventa banchetto. Gesù visse poi in una cena pasquale il drammatico momento di addio ai suoi prima della sua morte. Così pure nei racconti delle apparizioni vi è insistenza sul ‘mangiare insieme’ in vari contesti.

Anche nelle parole Gesù l’immagine del banchetto ritorna con insistenza, nella parabola del grande banchetto (Lc 14) in quella delle vergini stolte e sagge (Mt 25).

Così pure nelle parole rivolte al centurione, pagano lodato per la sua fede, a cui Gesù annuncia un venire di popoli lontani a partecipare alla mensa con Abramo Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli: “molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli” (Mt 8,10-11).

La parabola degli invitati al banchetto (Mt 22,1-14) risulta dall’unione di due parabole distinte. Il contesto è quello del confronto di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme. La prima parabola presenta l’invito alla festa di nozze e il rifiuto degli invitati. La seconda è centrata sull’abito della festa. Il riferimento alla città data alle fiamme e alla violenza può essere rinvio alla presa di Gerusalemme nel 70 d.C. La parabola può quindi essere una lettura dei rapporti tra comunità cristiana e autorità ufficiali giudaiche. Ed è un testo con molteplici rinvii allegorici: il padrone che invita è Dio, i servi sono i profeti, gli invitati il popolo d’Israele…

Di fronte all’invito la risposta è il rifiuto e la violenza. Gli invitati non si lasciano toccare dalla chiamata. Sono insensibili. I servi sono allora inviati dal re verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Si ripropone l’insegnamento: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). Il Padre ama chi si apre alla consapevolezza di essere salvato. Chi si crede giusto non avverte l’urgenza di cambiamento. Chi è troppo concentrato sui propri meriti, fino a condannare gli altri ed essere intollerante non può aprirsi ad accogliere la grazia di Dio. Matteo presenta la chiamata di Dio che fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanando i peccatori, ma offrendo misericordia.

La scena del banchetto si tramuta rapidamente in un luogo di giudizio: un invitato senza la veste adatta viene espulso dalla sala. La veste può essere indicazione di un dono ricevuto come il velo che si riceveva nei banchetti, ma che è stato rifiutato. Una manifestazione di autosufficienza e di disdegno nel respingere un dono offerto. Nel linguaggio biblico poi la veste costituisce la dimensione dell’agire, la coerenza tra fede e vita (in Ap 19,8, la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’). Matteo è molto sensibile nel denunciare una fede proclamata a parole ma che non trova riscontro nella pratica: ‘Non chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21).

La via per partecipare al banchetto dell’incontro con Dio è accoglienza di un dono che genera resposnabilità e impegno ad un amore concreto. Fare la volontà del Padre non è rivendicare l’appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma si attua nel compiere scelte e gesti di cura e servizio verso gli altri.

Alessandro Cortesi op

IMG_0994.JPGRifiuto

Il World Population Prospects – documento che fornisce stime e proiezioni relative alla situazione demografica mondiale elaborato ogni due anni dalla Divisione per la popolazione dell’ONU – nell’edizione del 2017 (pubblicata il 21 giugno u.s.) presenta le stime di crescita per il 2050. Queste indicano un aumento di 100 milioni di individui rispetto alle ultime previsioni e ciò soprattutto in ragione della crescita demografica che si registra in Africa e India. Le previsioni indicano 8,6 miliardi nel 2030, e 9,8 miliardi nel 2050.

La Cina conta attualmente 1,4 miliardi di persone (il 19% della popolazione mondiale) e l’India 1,3 miliardi (il 18% della popolazione mondiale). La previsione è che nell’arco dei prossimi sette anni la popolazione indiana supererà quella cinese.

Tra i dati rilevanti del Prospetto è da cogliere come tra i dieci Paesi più popolosi del mondo la Nigeria vedrà un incremento tra i più alti. Si stima che la popolazione di questo Paese africano supererà nel 2050 quella degli Stati Uniti, divenendo così il terzo Paese nel mondo per numero di abitanti.

Con India e Nigeria il 50% della concentrazione della crescita demografica mondiale dal 2017 al 2050 sarà nei seguenti Paesi: Congo, Pakistan, Etiopia, Tanzania, Usa, Uganda e Indonesia. L’Europa per contro vedrà una diminuzione della popolazione nei prossimi anni con un progressivo invecchiamento.

Il fatto che la crescita demografica maggiore sia concentrata nei Paesi più poveri del mondo pone serie difficoltà al perseguimento di alcuni Obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’ONU, in particolare l’obiettivo di ridurre la povertà e la lotta alla fame, come pure lo sviluppo dell’educazione e la riduzione delle disuguaglianze. Il processo di invecchiamento della popolazione può portare ad esigenze rilevanti di assistenza, pensioni e fondi di protezione sociale con conseguenze di aumento della pressioni fiscale.

Alla luce di questo quadro di previsioni demografiche la regione del Mediterraneo costituisce quindi una delle regioni, e non l’unica, che nel mondo continuerà ad essere segnata da una forte pressione migratoria sui paesi europei. Il mare Mediterraneo, nel quadro di una considerazione geografica, costituisce una sorta di lago le cui sponde uniscono Africa Europa e Asia. Pone in comunicazione e mette a stretto contatto i Paesi del Sud del mondo ad alta crescita demografica e i Paesi europei. La disparità dello sviluppo demografico costituirà un elemento importante di spostamento dei popoli.

La logica del rifiuto, della chiusura e dell’innalzamento di barriere con il pensiero che questa sia la soluzione a flussi migratori in un quadro di tale vicinanza geografica e di disparità di crescita demografica è un indirizzo che non solo non risolve il problema nel presente, ma non apre nemmeno a possibili vie per affrontare la complessità di tale fenomeno nel futuro.

Negli ultimi giorni si è assistito ad una convocazione organizzata ai confini della Polonia di migliaia di persone mobilitate in una manifestazione di opposizione all’accoglienza di stranieri e con la paura dell’islamizzazione ‘perchè l’Europa resti cristiana’. La cosa più sconcertante è stata la motivazione religiosa e l’atmosfera di preghiera con il rosario in mano di questa manifestazione. Tale iniziativa appare come un tradimento non solo del vangelo ma anche del senso stesso di una preghiera che richiama lo sguardo a Maria che ha cantato il Magnificat, il canto degli impoveriti che pongono la loro fiducia nel Signore che guarda a chi è tenuto fuori dei confini: “ha deposto i potenti dai troni ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”. Identificare la fede cristiana con una tradizione culturale è stato sempre nella storia processo generatore di incomprensione del vangelo stesso e di sventure per l’espereinza dei credenti e per i popoli.

Olivier Poquillon, frate domenicano francese, segretario della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) in una recente intervista in occasione del convegno Re-thinking Europe, ha ricordato: “La questione delle frontiere, delle identità ci fa ricordare quando l’impero romano ha cominciato a perdere forza e a costruire il limes, le frontiere attorno a lui, impiegando tutto se stesso nella difesa delle periferie, svuotando il suo centro. Oggi l’Unione Europea corre lo stesso rischio, perdere il senso della sua missione, che è un progetto di pace e di impegno positivo per il bene comune. (…) non si tratta di difendere una torta con la paura che diventi piccola se porzionata in troppi pezzi, ma di imparare a fare delle torte insieme”.

E ancora: “Se una politica funziona per i più deboli, funziona sicuramente per tutti. Il contrario non è sempre vero. Prendersi cura dei più vulnerabili, dei più poveri è essenziale per costruire il progetto europeo (…) Il motto dell’Europa è l’unità nella diversità. Diversità di culture, diversità di lingue, diversità di storie. La storia dell’Europa è segnata dalle guerre e la guerra esiste ancora alle nostre porte e in Europa, in Ucraina. Essere solidali oggi significa trovare soluzioni comuni. (…)”

Ha infine richiamato ad una dimensione pratica della politica: “La politica è una buona notizia se si mette dalla parte del bene comune. Non è più tempo di enunciare dei grandi principi, ma è il tempo di metterli in pratica”.

La Conferenza degli istituti missionari italiani (Cimi) in un recente documento  del 14 settembre 2017 ha preso una decisa posizione di fronte al recente accordo tra Italia e Libia :

“… l’Italia si è accordata con le milizie e la guardia costiera di al-Sarraj per bloccare i migranti nell’inferno libico dove sono torturati, stuprati o destinati a morire nel deserto di sete, come ha denunciato l’Onu. (…)

Noi missionari condanniamo con forza questo accordo scellerato che sarà pagato così pesantemente dai popoli africani, a noi così cari. Questo costituisce per noi missionari il naufragio dell’Europa come patria dei diritti.

«Il dramma che i migranti e i rifugiati stanno vivendo in Libia – afferma il rapporto dei Medici senza frontiere, del 7 settembre scorso – dovrebbe scioccare la coscienza collettiva dei cittadini e dei leader dell’Europa».

Questa è una politica miope, in vista delle elezioni, per salvare il nostro benessere di occidentali. Noi missionari chiediamo un’altra politica verso i paesi dell’Africa:

– l’apertura di corridoi umanitari per chi fugge da situazioni drammatiche;

– un embargo sulla vendita di armi italiane agli stati africani;

– una seria politica economica verso questi paesi con forti investimenti, non ai governi, ma alle realtà di base per permettere ai popoli d’Africa di rimettersi in piedi;

– la sospensione delle nostre politiche predatorie nei confronti dell’Africa, ricchissima di materie prime;

– la sospensione degli Epa (Accordi di partenariato economico) che la Ue ha imposto ai paesi africani e che creeranno ancora più fame.

Infine ci auguriamo che la legge sullo Ius Soli, bloccata in Senato, venga subito approvata per permettere a minorenni nati in Italia da genitori immigrati residenti da almeno 5 anni o ad alunni nati all’estero che abbiano completato 5 anni di scuola in Italia, di sentirsi cittadini a pieno titolo. Solo così lentamente e con fatica costruiremo quella “convivialità delle differenze” che ci permetterà di trovarci ricchi delle nostre differenze. O il mondo sarà così o saremo destinati a sbranarci vicendevolmente. Noi missionari crediamo che non c’è umanità se non al plurale»”.

Alessandro Cortesi op

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XXVIII domenica tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0455Is 25,6-10 ; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

La chiave di lettura per entrare nella pagina del vangelo è costituita dalla prima lettura di Is 25: “Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. … Eliminerà la morte per sempre, il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto”. Un banchetto è un’immagine della convivialità, della festa, della pienezza di vita. Un banchetto con cibi e bevande dove l’invito è aperto e l’abbondanza del cibo è indicazione di una accoglienza aperta. E’ presente l’essenziale ma anche si condivide il sovrappiù della gratuità. E’ un’immagine di vita che espriem anche la promessa di un superamento della morte.

Il banchetto e la festa sono immagini atte ad esprimere una attesa che attraversa le pagine della Bibbia: l’attesa di un futuro in cui si svelerà il volto di Dio che fa alleanza e non viene meno anche nella morte dei suoi fedeli (cfr. Sal 16). Questa pagina di Isaia delinea anche orizzonti di incontro nuovo. Non è solamente un futuro riservato al popolo di Israele. L’esperienza di questo popolo è chiamata a diventare luogo di una attrazione e di una apertura inedita che coinvolge i popoli diversi della terra. E’ un banchetto per tutti i popoli, oltre i confini delle divisioni, preparato da Dio stesso. Il volto di Dio che ne emerge è quello di un Dio che vuole la vita del suo popolo, e sconfigge la morte in modo definitivo. La morte è non solo la morte del singolo ma tutto ciò che impedisce la relazione, la possibilità di fare festa insieme.

E’ un’attesa che interpreta le più profonde attese umane e si pone sotto il segno della comunione. La storia va verso un incontro con Dio che vince su tutte le forze che conducono alla disgregazione e alla morte. “Si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse…”. La salvezza è cammino faticoso segnato dalla speranza, è attesa sostenuta dalla tensione verso il giorno in cui si vedrà il senso dello sperare: in quel giorno si scoprirà il volto di Dio in cui si è riposta la fiducia. Un volto in cui rallegrarsi e vivere la gioia di stare alla sua presenza. Una gioia che si estende e che raccoglie. La presenza di Dio infatti raduna e convoca attorno a sè.

La pagina di Matteo è complessa nella sua articolazione. Esige di essere letta tenendo conto che Matteo innanzitutto si riferisce allo scontro di Gesù con le autorità giudaiche presso il tempio di Gerusalemme (Mt 22,1-14). Tenendo sullo sfondo questo ricordo dell’ostilità che segna la vita di Gesù, Matteo elabora anche un messaggio rivolto rivolto alla sua comunità che viveva un tempo diverso, una comunità che sperimentava la tensione e la rottura nei confronti della comunità ebraica, in particolare dopo il 70, anno della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dell’esercito romano. Alla luce di questi elementi si può cogliere come la questione sia un giudizio che si compie di fronte ad un progetto di Dio che è progetto di vita piena e di accoglienza nei confronti non solo di Israele ma di tutti i popoli.

Matteo così unisce insieme due parabole diverse nel contesto di uno scontro. La prima è quella del banchetto in cui gli invitati non accolgono l’invito, la seconda è quella dell’invitato senza la veste adatta per la festa. E’ importante tener presente che sono due narrazioni, con due vertici diversi e con due messaggi che vanno posti insieme, ma anche visti distinti: l’orizzonte di una storia segnata dall’invito di Dio che si denota come invito ad una festa e non viene meno e chiama tutti. L’orizzonte di una esigenza di superamento dell’indifferenza, del disinteresse e della violenza per vivere la responsabilità di fronte ad un appello che suscita libertà.

Al centro della prima parabola sta infatti un riferimento al banchetto finale del messia: le nozze del figlio del re. E’ uno sguardo al punto finale della storia e al disegno di salvezza di Dio. L’indifferenza delle persone invitate e il loro comportamento violento rinvia al rifiuto che la comunità di Matteo vive nell’annuncio in rapporto a Israele; la descrizione delle uccisioni e della città data alle fiamme può essere evocazione della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. Così infine l’invito delle persone ai crocicchi delle strade evoca l’invio ai pagani e la loro accoglienza nella comunità cristiana, una accoglienza ed una risposta di tutti coloro che erano considerati esclusi dalla salvezza. Nella parabola s’interseca quindi la parola di Gesù e, insieme ad essa, quella della prima comunità cristiana che vedeva acuirsi lo scontro con le autorità ufficiali giudaiche.

La prima parabola si snoda attorno all’immagine del banchetto preparato da un re che invia i suoi servi a chiamare gli invitati. Di fronte a questo dono gratuito la risposta è l’atteggiamento di indifferenza e di rifiuto. Al secondo invito la risposta è quella del disprezzo e della reazione violenta. E’ il dramma del rifiuto nei confronti di un invito ripetuto, di un’offerta gratuita di partecipazione al banchetto che è una festa di nozze, di alleanza. I servi inviati riprendono il motivo dei servi inviati della parabola dei contadini violenti. Forse c’è qui allusione all’invio da parte di Gesù dei discepoli ricordato da Matteo al cap. 10. E poi un secondo invio potrebbe essere memoria della missione dopo la Pasqua. Il v. 7 (“il re si adirò e, avendo mandato il suo esercito, fece perire quegli assassini e incendiò la loco città”) può essere allusione alla vicenda drammatica della distruzione di Gerusalemme dell’anno 70 d.C. Una sorta di lettura degli eventi cogliendo in essi da un lato la dinamica di un rifiuto, dall’altra la persistenza di un progetto di Dio nell’offrire invito ad una festa di alleanza. Il terzo invio dei servi è allora verso ‘coloro che sono ai crocicchi delle strade ‘ con la richiesta: ‘tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze’.

Coloro che erano stati per primi invitati non si lasciano toccare dalla novità e preziosità dell’invito: sono stabiliti in una condizione di sicurezza che li rende insensibili. Dopo la parabola dei due figli e quella dei vignaioli omicidi anche questa parabola insiste sul dramma del rifiuto da un lato e dall’altro sull’accoglienza vissuta da chi è lontano: ‘i pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio (Mt 21,31). C’è chi si apre all’annuncio del regno scoprendo la possibilità di cambiamento nella sua vita mentre chi si ritiene giusto e pretende di possedere il privilegio della conoscenza di Dio vive una chiusura che porta al fallimento. La chiamata di Dio è un invito aperto. “La festa di nozze è pronta ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”. L’indegnità non è altro se non il rifiuto e il disprezzo, l’opposizione a mettersi in discussione. Ad ogni resistenza e difficoltà l’invito di Dio non si arresta, non viene meno, ma si allarga a comprendere altri, perché la sala sia piena di commensali. Fa entrare ‘buoni e cattivi’: Dio ama non allontanandosi dai peccatori, ma assumendo su di sé il peccato e perdonando, offrendo misericordia.

A questo punto inizia una seconda parabola da leggersi nella sua differenza rispetto alla prima: la scena cambia. Ad una festa di nozze c’è un invitato che non ha la veste adatta e viene espulso dalla sala e tale espulsione è rimarcata con un linguaggio di genere apocalittico, ricco di particolari che colpiscono l’immaginazione, a richiamare quale descrizione in negativo il messaggio centrale a cui tutta la scena è rivolta, ossia il richiamo alla responsabilità, l’esigenza di mettere in gioco la ibertà nell’accogliere un invito di Dio che è gratuito, aperto, ma non si compie senza coinvolgimento personale e libero.

Cosa significhi la veste è di difficile interpretazione: nell’Apocalisse (Ap 19,8) la veste di lino, data alla sposa dell’agnello, indica ‘le opere giuste dei santi’. In tutto il vangelo di Matteo inoltre è costante la critica ad una fede che si esaurisce in un dire senza coinvolgimento dell’esistenza, in una proclamazione senza rapporto con la vita quotidiana: ‘Non chiunque mi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli’ (Mt 7,21). Forse si può leggere la figura di questo invitato con una veste non adatta come qualcuno che non intende la sua vita in rapporto agli altri, uno che va per conto suo, indifferente al clima della festa e preoccupato solo per se stesso: non riconosce il dono e la responsabailità dell’essere invitato. E’ la logica di chi non pensa la sua vita ‘di fronte agli altri’ e con gli altri, nel partecipare ad un percorso comune ma vive in un orizzonte di chiusura ed egoismo, come chi si intrufola in una festa solamente per mangiare con abbondanza e rimpinzarsi ma non partecipa ad un incontro e non è coinvolto in una relazione. In fondo l’invitato senza la veste rappresenta un esempio di individualismo e di disinteresse verso gli altri. La veste bianca è così metafora di un rapporto con Dio che coinvolge la vita, che non si confonde con una religiosità piegata all’interesse e al soddisfacimento del proprio egoismo.

La prima parabola ha il suo vertice nel disegno del Padre: è un sogno di ospitalità che si allarga e cerca risposta di accoglienza. E’ una parola sul regno di Dio come dono di incontro, invito di Dio che chiama tutti e non fa distinzione. La seconda parabola unita alla prima sottolinea l’aspetto della responsabilità da vivere come movimento di relazione di fronte ad un dono di presenza e di incontro (è una festa di nozze, ed è un banchetto): si concentra sull’atteggiamento di chi risponde all’invito. Partecipare al banchetto implica aprirsi ad intendere in modo nuovo la vita, nell’apertura agli altri, nel vivere insieme la festa di incontro nella fraternità. In ciò si fa la volontà del Padre: non nel rivendicare una appartenenza di gruppo o una sicurezza derivante dal ruolo religioso ma nel compiere scelte e gesti di cura e di attenzione verso l’altro (Mt 16,27; 25,31-46).

La frase di chiusura, probabilmente un detto a sé stante, non è minaccia di una sorta di predestinazione: è piuttosto da accogliere, nel quadro della visuale teologica di Matteo, come un invito alla responsabilità di chi, come piccolo ‘resto’ fedele, sia in Israele, sia nella comunità cristiana, risponde alla chiamata di Dio con il coinvolgimento responsabile della vita, in vista di una testimonianza per tutti. Rimanendo chiaro che Dio desidera che ogni uomo e donna sia salvato (1Tim 2,4).

DSCN0503Alcune riflessioni per noi oggi

Isaia presenta il volto di un Dio che asciuga le lacrime dai nostri occhi. Il gesto dell’asciugare le lacrime dagli occhi è gesto delicato, spesso gesto di un papà o di una mamma quando, dopo piccoli incidenti, o in un momento di tristezza dei propri bambini, o anche al termine di un capriccio che ha portato alle lacrime, allontana tutto il male, pone fine a ciò che ha turbato e affretta il ritorno al sorriso, quasi a cancellare tutto ciò che ha tolto fiducia, serenità, speranza. Asciugare le lacrime dagli occhi è gesto di tenerezza. Ma è anche gesto intimo di chi sta stare accanto a chi soffre ascoltando il rumore dello scendere delle lacrime e le discosta con delicatezza, magari proprio con un discreto star accanto, facendo propria la fatica dell’altro. Dio asciuga le nostre lacrime e chiede a noi di essere capaci di questi gesti di delicatezza verso chi ci è vicino, sapendo leggere sofferenze spesso mute e nascoste, racchiuse nelle lacrime.

Una reazione degli invitati della parabola può essere provocazione al nostro modo di vivere: “quelli incuranti se ne andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. E’ una reazione di indifferenza, ma anche di preoccupazione solo per ciò che è proprio, il proprio campo, i propri affari. E’ la chiusura di chi non vede altro orizzonte se non quello di un interesse centrato sul possedere, sulla ricchezza che può avere diverse dimensioni: c’è infatti ricchezzza di denaro, di possessi, ma anche di tempo, di salute, di competenze, di parola e disinteresse nell’accogliere voci che spingono a cambiare. La provocazione della parabola è quella di vincere questa indifferenza ripiegata solo su orizzonti di possesso.

La parabola presenta il regno di Dio come una festa. Fare festa insieme, trovarsi a condividere in semplicità il cibo e il tempo della festa. Sono esperienze ordinarie fondamentali della vita che spesso vengono perdute di vista in un rincorrere un’efficienza che cancella i tempi del gratuito. La festa è divenuto sinonimo di sballo o si identifica con banchetti organizzati nella logica dello spreco e della manifestazione di sovrabbondanza. Forse potremmo cercare di scoprire l’importanza della convivialità quotidiana e di creare occasioni di fare festa insieme, dove la festa sia luogo di semplicità, di condivisione di ciò che siamo, di ciò che abbiamo, tempo segnato dalla gratuità del condividere e di sguardo rivolto agli altri.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

193453Mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna, sec. VI –

(nel mosaico della moltiplicazione i pani sono quattro, mentre l’episodio del vangelo parla di cinque pani e due pesci – Mc 6,38; Mt 14,17 -: tale particolare dell’immagine rinvia a riconoscere in Gesù stesso il pane della vita, in rapporto all’Eucaristia).

Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

La prima moltiplicazione dei pani è collocata da Matteo in un passaggio critico della vicenda di Gesù, immediatamente dopo aver udito la notizia dell’uccisione del Battista. L’episodio costituisce una sorta di spartiacque tra una prima fase dell’attività di Gesù e un secondo momento successivo alla morte del Battista. Sino a questo momento Gesù è stato presentato con il profilo del predicatore itinerante e del guaritore. A questo punto Matteo lo descrive in un movimento di ricerca della solitudine nel ritirarsi in un luogo deserto: Gesù si ritira in un luogo solitario. Su questo suo ritirarsi Matteo insiste più volte nel vangelo e lo rende elemento del suo presentarsi nella sua identità più profonda che si manifesta nel suo agire e nel suo stile di vita.

Gesù si ritira ma il sopraggiungere di molte persone che lo seguono genera in lui un nuovo movimento, espresso nei termini della compassione. Compassione è avvertire su di sé le sofferenze e il bisogno degli altri e Gesù lascia che il suo desiderio di solitudine sia interrotto e indirizzato verso l’incontro e ascolto delle folle, verso le loro esigenze: “fu mosso a compassione e guarì i loro infermi”. La giornata è interamente presa da tale accoglienza. I discepoli venuta la sera invitano Gesù a congedare la folla: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. ‘Congedare’ è termine utilizzato per indicare una separazione: Gesù però si rifiuta di mandare via le persone e non intende lasciarle senza nulla. Invita così i discepoli: “date loro da mangiare”. In questo modo prepara un segno: il segno di un banchetto. I discepoli hanno però solo cinque pani e due pesci.

Alcuni elementi indicati da Matteo aiutano a cogliere il significato di questo segno: l’episodio è collocato nel deserto. E nel deserto Israele aveva ricevuto il dono della manna come cibo per procedere nel cammino della liberazione. Matteo rinvia con qualche accenno a questo momento del cammino dell’esodo con evocazione della primavera nell’indicazione dell’erba verde che richiama il banchetto pasquale e con l’esplicitazione che furono sfamati “cinquemila uomini, senza contare le donne i bambini”(cfr Es 12,37).

C’è una sproporzione tra i cinque pani e due pesci e la moltitudine di chi potè mangiare. Questi pani e pesci furono portati a Gesù: ‘Portatemeli qui’ è una parola che dice l’autorevolezza di Gesù, presentato da Matteo come colui a cui i discepoli sono chiamati ad affidarsi. Saranno loro a dare da mangiare alla folla, ma sono invitati a portare a Gesù i pani e i pesci. Gesù pronuncia la benedizione: era quella la benedizione ebraica sul pane: ‘benedetto sei tu Signore, re del mondo che fai uscire il pane dalla terra’. E’ benedizione a Dio, parola di bene rivolta a Dio solo che fa uscire il pane dalla terra, riconoscimento di un dono e di una presenza.

Tutti mangiarono e furono sazi, e il pane fu così abbondante che avanzò. I doni di Dio sono senza misura e i numeri dei cinquemila uomini e delle dodici ceste racchiudono anche un riferimento a significati per la comunità di Matteo. Gesù prepara un banchetto per una folla stanca e bisognosa di attenzione e di cura. E’ il banchetto proprio del messia evocato nel gesto di Davide di benedire il popolo e di distribuire un pane per ciascuno (2Sam 6,19). Il re in Israele aveva come compito provvedere a far sì che il popolo avesse da mangiare. Gesù si pone come messia, sposo del popolo, che non lo abbandona e non lo lascia andare, non congeda, ma dice nel gesto dello spezzare e condividere il pane l’abbondanza di una vita che viene dalla benedizione di Dio che ha cura dell’umanità, e la possibilità di una vita nuova di relazioni fondate sulla condivisione del pane.

Matteo legge in modo simbolico una cura che guarda da un lato ad Israele (nella prima moltiplicazione avanzano dodici ceste rinvio alle dodici tribù) e dall’altro a tutti i popoli (nella seconda moltiplicazione che risulta una sorta di doppione della prima – Mt 15,32-39 – avanzano sette ceste rinvio al numero delle genti pagane, settanta). Suggerisce così al lettore che Gesù prepara un banchetto aperto che non eslcude, ma è invito ad una comunione che include il cammino di tutti i popoli della terra.

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Alcune riflessioni per noi oggi

“date loro voi stessi da mangiare” Matteo vede il gesto dello spezzare i pani da parte di Gesù come un segno che indica lo stile di tutta la sua vita. Dare da mangiare è profonda partecipazione alla sofferenza degli altri: ‘vide una grande folla e sentì compassione per loro’. Il deserto è luogo non solo geografico, ma simbolico. Esso richiama l’esodo e il cammino percorso da Israele. Gesù, presentato con il profilo di nuovo Mosè, si prende cura prova compassione: sente su di sé quel dolore che prende le viscere, condivide le attese e le sofferenze di quelli che sono con lui. Il gesto di spezzare il pane dice la sua cura per la vita, in tutti i suoi aspetti, nelle esigenze immediate e nelle seti più profonde. Questo stile di Gesù è chiamata a seguirlo, a partecipare alla sua compassione per le sofferenze di chi ha fame e sete.

Gesù incarica i suoi di farsi continuatori di questa consegna. Li coinvolge nell’esperienza dell’offrire un dono che viene da una benedizione e genera condivisione. Li educa così ad essere loro stessi a dare seguito al suo inizio. Possiamo chiederci quale sete e fame presente siano presenti nelle persone vicino a noi e in un mondo segnato dall’iniquità e dalla iniqua distribuzione delle ricchezze e dei beni.

“O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Queste parole acquistano una particolare rilevanza oggi: il problema dell’acqua si sta facendo sempre più urgente. L’acqua, da bene per tutti diviene sempre più bene solo di qualcuno; le privatizzazioni delle risorse idriche costringono a dipendere dai grandi monopoli dell’acqua. Nei paesi in cui vi è abbondanza d’acqua utilizzabile per i grandi impianti idroelettrici le privatizzazioni e l’allontanamento di popolazioni che dipendono per la loro sopravvivenza da fonti e fiumi è processo che conduce al soffocamento di intere economie.

I beni che sono per la vita chiedono di essere distribuiti a tutti. Beni comuni come l’acqua l’aria, la terra, ma oltre ad essi la dignità umana non possono essere soggetti alle leggi del mercato, alla compravendita. Beni comuni esigono una custodia particolare perché non siano appropriati da qualcuno senza gli altri o contro gli altri. C’è un’esigenza di gratuità fondamentale nella vita. Un messaggio destabilizzante in una realtà dove tutto ha un prezzo ed anche la vita umana è ridotta in termini di denaro.

Nessuno dovrebbe patire la fame o la penuria di beni essenziali, la mancanza d’acqua e con l’acqua ciò che è necessario per vivere. E’ forte appello al poter partecipare ai beni del banchetto anche da parte dei poveri, da parte di chi non ha mezzi con cui pagare. Un appello alla condivisione. La comunione come orizzonte della vita è così essenzialmente un dono da accogliere, di fronte a cui stupirsi, ricevere e imparare a condividere.

Pane e vino sono i segni di un banchetto, luogo di comunicazione e di relazioni umane, segni che rinviano ad una relazione con Dio che convoca ad una mensa in cui per tutti e per ognuno c’è un posto. In questo testo c’è anche una critica rivolta al tentativo sempre presente di trovare una sistemazione, di ricercare un benessere vano e illusorio, ‘lo spendere i propri beni per ciò che non è pane’. Lo sperpero quando a qualcuno manca l’essenziale. La sovrabbondanza di beni, la ricerca di altre sicurezze o garanzie fa perdere di vista l’alleanza con Dio che si concretizza in stili di vita di solidarietà: far sì che vi sia acqua e pane e latte per tutti. Non un intervento miracoloso dall’esterno, ma il miracolo del fare spazio alla condivisione e all’attenzione all’altro.

Alessandro Cortesi op

 

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