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Battesimo di Gesù – 2018

IMG_2243Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

Marco pone l’episodio del battesimo di Gesù al Giordano all’inizio del suo vangelo. Dopo una breve presentazione del Battista, Marco dice Gesù che fu battezzato da Giovanni.

Il battesimo proposto da Giovanni era un gesto di preparazione e di attesa: indicava l’impegno a cambiare vita nel confessare i propri peccati, in vista di un intervento imminente di Dio da temere come giudizio.

Giovanni Battista ha i tratti di un profeta che chiama a penitenza tutti, anche gli impuri, al di là delle pratiche dei sacrifici e del tempio: chiede solo di rivolgersi a Dio. Il luogo in cui battezzava, il deserto, ricordava l’esperienza dell’esodo ed invitava a rinnovare quell’esperienza di fede.

Giovanni indica qualcuno ‘più forte’: ‘Io vi ho battezzati con acqua ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo’. Le sue parole evocano così le profezie di un tempo messianico in cui lo spirito di JHWH scende in modo nuovo: ‘Dopo questo io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie…’ (Gl 3,1-5).

Marco presenta Gesù come uno tra i tanti che ascoltano la predicazione del Battista. Si reca nel deserto per ricevere ‘un battesimo di conversione per il perdono dei peccati’. E’ un gesto di condivisione e solidarietà: Gesù condivide il cammino di chi attende salvezza e liberazione.

E Gesù si fa immergere da Giovanni. Marco rende partecipe il lettore di un’esperienza propria di Gesù usando una serie di simboli: ‘Uscendo dall’acqua vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba’. I cieli si aprono, scende lo spirito come colomba, risuona una voce. La scena richiama tratti delle manifestazioni di Dio nel Primo testamento e dei racconti di vocazione. In questo momento si attua una rivelazione dell’identità di Gesù e per lui inizia un cammino, nella consapevolezza di una chiamata e di un invio. Il Padre conferma il gesto di Gesù. Tutta la sua vita è un discendere un immergersi nel dono di sé, e nel servizio sulla via della croce. Il Figlio ha il volto del servo di JHWH.

“Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Is 63,16-19) era l’invocazione dei profeti rivolta a Dio. Nell’aprirsi dei cieli Marco intende indicare che in Gesù si apre una nuova comunicazione tra Dio e l’umanità.

La colomba evoca la tenerezza del Padre: la colomba si china sui suoi piccoli. E’ anche rinvio alla nuova creazione. Nella prima creazione lo Spirito ‘covava’ come colomba sulle acque (Gen 1,2) e lo spirito del Signore è annunciato come dono che si posa sul messia (Is 11,2). La colomba diviene simbolo di tutto di questo: ‘Lo spirito del Signore è su di me’ (Is 61,1-2)

La voce che risuona offre il significato dell’evento. ‘Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto’. E’ richiamo al salmo 2,7, un salmo regale in riferimento al Messia atteso. Gesù è indicato come il Figlio in rapporto unico al Padre: è il prediletto. Si richiama così il volto di Isacco, il figlio ‘unico’, che passa attraverso la sofferenza e la prova.

Il figlio in cui il Padre si compiace ha il volto del servo che attraverso le sofferenze vivrà fino alla fine la fedeltà al Padre e agli uomini mostrando l’amore di Dio: il suo volto reca i tratti del servo sofferente presentato da Isaia: ‘Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

La voce del Padre costituisce così una proclamazione di fede della comunità di Marco. In Gesù, solidale con i peccatori, si scorge il ‘servo’ che dona la sua vita. Ed è guida in un cammino che rinnova l’esodo, come Mosè che attraverso le acque aprì la via della liberazione per tutto un popolo. Gesù esce dalle acque: in lui si scorge il volto di un Dio comunione che si comunica per accogliere la storia umana e il creato.

Alessandro Cortesi op

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Come la pioggia e la neve

La pioggia e la neve di un inverno che ha fatto tornare la neve sui monti e che rende la terra impregnata di acqua e umidità, sono cose di questo mondo, fatto di stagioni e di climi diversi. Sono elementi di natura e di vita. Sono spesso parte del panorama quotidiano che non attira attenzione se non per la necessità di dover prendere l’ombrello in un giorno piovoso, per uno sguardo fugace alle vette innevate da lontano che per un  attimo suscita il pensiero di poter fare una sciata tra gli abeti carichi di neve.

E tutto scorre via, ciò che si muove attorno a noi, le cose piccole, i colori, i suoni, le forme, nel daffare di tutti i giorni, come scorre la pioggia e come si scioglie la neve senza che resti traccia sul suolo o nei cuori. Eppure tutte queste cose recano memoria e similitudine, sono timido invito a risvegliarsi da una cecità che si insinua poco alla voltae prende dentro.

…come la pioggia e la neve così la tua parola… Sono via da percorrere e passaggio su cui sostare. Se non si lascia spazio a quanto sta attorno a noi, se non ci si lascia toccare dalle cose non si matura la capacità di ascolto, e di sguardo su profondità inattese della vita stessa. Il senso del nostro cammino, non sta chissà dove, ma si cela nelle pieghe del quotidiano, nell’aprirsi alla chiamata che viene dalla terra stessa. C’è un mondo nel quale siamo da accogliere e custodire, a cui lasciare sazio nello sguardo, nel toccare, nell’ascoltare, nel sentire…

“Questo mondo di terra, di cielo, di acque, di piante, di animali tu ce l’hai preparato Signore, e ce l’hai consegnato nelle mani perché lo custodissimo. Era la nostra casa ed è tuttora – anche inquinata – la nostra abitazione, la nostra patria e non già il nostro esilio come una falsa ascetica ci ha voluto far credere (…) Questa è la patria bella che tu ci hai dato. Poi (ha un po’ragione anche la falsa ascetica), allontanandoci da te, ci siamo allontanati anche dal nostro mondo e la patria si è fatta un poco esilio; non tanto, tuttavia da non poterlo ancora chiamare e sentire patria nostra, anche se una patria ancora più nostra e vera ci attende alla fine della vita…

… la nostra preghiera per la terra si fa preghiera per noi: per il nostro rispetto, la nostra armonizzazione, la nostra consonanza. Dacci rispetto per ogni animale e ogni pianta; facci comprendere che non solo la rosa è bella, ma anche i rovi e le ortiche dei fossi; e non soltanto la farfalla, ma anche il bruco che rosica le foglie e il lombrico che, umile e paziente, scava le sue gallerie sotto la terra rendendola più soffice e più fertile. E dacci cuore per amare le rose e le spine, la rugiada e anche il fango. (…)

Quest’ascolto del mondo che entra da tutte le porte del corpo, è una premessa, una preparazione, una pedagogia che ci introduce all’ascolto di te. Perché l’attitudine all’accoglienza non s’improvvisa; e, se non sappiamo ascoltare i suoni, i rumori, e i mormorii del mondo, non sapremo neanche ascoltare la tua voce che è più sottile della brezza dell’aria” (A.Zarri, Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 183-185). “Tutti i luoghi sono il luogo dell’incontro; e proprio perché sei il Dio di tutti i luoghi ciascuno può prenderti per sé e può sentirti come suo” (ibid.).

Alessandro Cortesi op

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II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2017

12_St. Albans Psalter_Baptism, The Artwork: Baptism, The Artist: UNKNOWN; Illustrator of 'St. Albans Psalter', England, first half of 12th century Date: First half of the 12th century Technique: Miniature Location: University of Aberdeen, Historic Collections Notes: From the

St. Albans Psalter Baptism University of Aberdeen

Is 42,1-4.6-7; Sal 28; At 10,34-38; Mt 3,13-17

I racconti del battesimo di Gesù da parte dei sinottici possono essere letti scorgendo diversi elementi e accenti. Marco narra il momento dell’immersione e dice che ‘Gesù vide i cieli squarciarsi’: non si tratta di qualcosa che accade in cielo, ma è indicazione che esprime l’identità di Gesù: in lui qualcosa di nuovo si apre nel rapporto tra Dio e l’umanità. Nei profeti i cieli chiusi dicono il silenzio di Dio (Is 51,9-10): ora si aprono e lo Spirito scende su Gesù come colomba (Mc 1,10). Nell’Esodo si narra che quando Mosè risalì dal mare ricevette lo Spirito. Ora Gesù sale dalle acque: si pone nel cammino dell’esodo e si compie una liberazione nuova. Nella sua vita c’è il farsi vicino di Dio, il Dio che scese a liberare il suo popolo nella schiavitù. Gesù guida il cammino di tutto un popolo in rapporto all’alleanza con Dio. Lo Spirito scende e lo spinge ad una missione. L’intero racconto di Marco è teso ad indicare questa missione: è il Figlio diletto nel quale Dio si compiace, è il ‘servo’ amato (Is 42,1), è il Figlio (con riferimento al salmo 2,7). Gesù – ci dice questo testo – attua la missione del servo che Isaia aveva indicato. La voce che proviene dal cielo (richiama a Is 44,2 e 62,4) manifesta la sua identità e missione: è epifania della sua vita.

Il racconto di Matteo riprende Marco e vi aggiunge e modifica qualcosa: sottolinea la scelta libera di Gesù di recarsi da Giovanni per farsi battezzare. Non racconta l’immersione di Gesù ma inserisce un breve dialogo tra lui e il Battista. Nello scambio di parole emerge il significato del gesto. Gesù non si fa battezzare per la remissione dei peccati ma ‘per realizzare ogni giustizia’. Per Matteo la ‘giustizia’ è prima di tutto un dono di Dio, e si attua nell’accogliere la sua fedeltà e vicinanza. Gesù compie un gesto coerente con la legge giudaica: adempie la legge ma nello stesso tempo la supera perché manifesta una fedeltà (giustizia) nuova che non dipende più dalla legge. Con il suo battesimo apre ad una nuova giustizia quale dono di Dio. In lui, il servo, tutti avranno possibilità di perdono e di speranza nuova non per una giustizia derivante dalla legge, ma per la misericordia di Dio, la sua fedeltà, quale dono che da Lui solo viene. E’ il messaggio del discorso del monte: “Se la vostra giustizia non sarà più sovrabbondante di quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli…”

Luca sottolinea a sua volta altri aspetti: inserisce il battesimo di Gesù in un contesto di preghiera e lo situa nel quadro della storia della salvezza. Vede infatti in Gesù che si immerge il nuovo Adamo, inizio di una nuova umanità e compimento della creazione: il significato del suo discendere sta in rapporto al popolo di Dio che da lui ha inizio, aperto a raccogliere tutta l’umanità. Nella pagina successiva Luca pone la genealogia di Gesù: una lunga lista di nomi che giungono sino ad Adamo. Gesù è visto poi da Luca come messia che inizia la comunità degli ultimi tempi. L’annotazione singolare che il Battista è in prigione quando Gesù si fa battezzare apre una domanda su chi attua il battesimo e questo fa risaltare il ruolo dello Spirito. L’intero cammino di Gesù stesso sarà sotto l’impulso dello Spirito. Il battesimo di Gesù è presentato poi da Luca – autore anche degli Atti degli apostoli – in parallelo al racconto la pentecoste (At 1): anche i discepoli, come Gesù, erano in preghiera quando lo Spirito discese su di loro e sono inviati nella forza dello Spirito della Pasqua. Nel vangelo un detto di Gesù (Lc 12,49-50) può essere una chiave di lettura: “devo ricevere un battesimo ma sono nell’angoscia finché non sia consumato”. Il dono dello Spirito al Giordano si attua pienamente nella morte e risurrezione di Cristo: lì avviene fino in fondo la discesa/immersione di Gesù. La Pasqua di Gesù è il suo discendere e servire fino alla consegna di sé come colui che serve. Luca vede il battesimo in rapporto alla vita di una comunità chiamata ad entrare in rapporto con Gesù e a seguirlo nel quotidiano.

Gesù si sottomette ad un gesto di penitenza e di cambiamento. E’ il primo passo della missione di Gesù come messia. Il battesimo è letto allora come momento di manifestazione (epifania) dell’identità di Gesù che si manifesta nella croce e nella risurrezione: Gesù è l’inviato, l’amato del Padre di misericordia che vuole che tutti trovino liberazione e salvezza. La sua è la via del messia che si fa servo e solidale con l’umanità. Da qui un messaggio per noi: siamo condotti ad incontrare Dio seguendo la sua vita e il suo agire nel servizio e nella solidarietà.

Alessandro Cortesi op

img_1842(Firenze Palazzo Strozzi – Installazione Ai Weiwei – settembre 2016)

Sotto le acque

Fatima Jawara era una giovane atleta, giocatrice di calcio, nel suo paese il Gambia, un territorio piccolissimo inserito nel cuore del Senegal, con meno di due milioni di abitanti. Non era una campionessa, Fatima, ma era stata scelta per giocare in porta nella squadra nazionale del suo Paese. Il calcio era la sua passione e sognava una vita diversa lontana dalla sua terra. Abbandonare la terra delle proprie origini, delle proprie radici, dei propri legami, non è cosa facile per nessun uomo e donna: lo sanno bene i migranti di tutti i tempi e di ogni latitudine. Solo qualcosa che non è più sopportabile spinge ad andare via, a cercare altrove ciò che dà respiro alla vita. In Gambia un dittatore, Yahya Jammeh, che ha mantenuto il potere per 22 anni sino ad ora, ha reso questo paese uno dei luoghi dove vi sono violazioni sistematiche di diritti: nelle carceri si praticano tortura e sevizie, attivisti sono uccisi e fatti sparire. Un terzo della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Recentemente Jammeh ha fatto adottare l’arabo come lingua ufficiale e ha imposto alle impiegate degli uffici pubblici di indossare il velo imponendo così norme coraniche a livello pubblico, caso unico in Africa insieme alla Mauritania, per attirare nel paese i ricchi investimenti di Arabia saudita e dei paesi del Golfo. Naturalmente la corruzione nel paese è diffusa senza limiti ad ogni livello. Dopo aver perso le elezioni all’inizio di dicembre 2016 aveva promesso di lasciare la presidenza ma successivamente ha ritirato la sua parola. Fatima era partita dal Gambia, come tantissimi altri giovani come lei, ma non è giunta in Europa. Il barcone su cui era stata imbarcata a Misurata si è rovesciato e come lei sono stati contati 97 tra morti e dispersi. Fatima come Samia Yusuf Omar, atleta somala nata nel 1991 che nel 2008 era giunta in finale ai giochi olimpici di Pechino nei 200 metri. Aveva gareggiato fino alla fine, esile con la sua bandana bianca a tenerle i capelli, ricordo drammatico del suo paese e della sua famiglia. Era arrivata ultima ma era arrivata fino in fondo, lei che correva a piedi scalzi sulla terra battuta del suo paese, mentre tra disordini e violenze prendevano piede i gruppi fondamentalisti, i miliziani di Al-Shabab. E coltivava il sogno di poter allenarsi e far germogliare il suo talento per giungere alle olimpiadi di Londra del 2012. Il suo mito era il fondista somalo Mo Farah, che aveva ottenuto la cittadinanza britannica, campione dei 5000 e dei 10.000 metri piani. Ma il suo sogno è stato inghiottito dalle acque del mar Mediterraneo, davanti a Lampedusa. La sua storia è divenuta nota per il libro di Giuseppe Catozzella (Non dirmi che hai paura, Feltrinelli).

Anche lei come Fatima, immerse nel Mediterraneo: una folla di donne uomini e bambini. Assistiamo ad una continua immersione di vite che non tornano più: sono vite che rimangono domande aperte sulle contraddizioni di un’Europa incapace di scelte politiche di fronte all’iniquità del nostro tempo e in risposta alla ricerca di pane e dignità di popoli interi.

Per chi crede in Gesù Cristo sono vite, in particolare di donne e bambini, che ci chiedono il senso di questo segno, il battesimo, gesto di colui che è disceso nelle acque ed è sceso fino a condividere la sorte di chi muore disprezzato e dimenticato.

Immersi nelle acque… una domanda su cosa significhi oggi vivere il battesimo… un rito religioso o un’immersione di vita?

Alessandro Cortesi op

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XX domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0599_2Ger 38,4-6.8-10; Ebr 12,1-4; Lc 12,49-57

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!”.

Gesù parla della sua passione come di un ‘battesimo’, termine che traslittera l’espressione greca che significa ‘immersione’. Immergersi è scendere giù, sotto, sprofondare. Immersione è discesa sotto l’acqua in una condizione che evoca la sepoltura. L’immagine del battesimo/immersione richiama così lo sprofondare nella morte. In tale discendere è indicato il percorso di Gesù nella passione: uno scendere nell’abisso dell’ingiustizia e della violenza, un farsi sommergere dalla malvagità e dalla cecità del potere. Il suo battesimo è la sua morte. La discesa nelle acque ne diviene metafora come segno di una scelta di fede nel seguire Gesù nel suo cammino.

Gesù manifesta lucidità di fronte a quanto lo attende, ma non fugge di fronte ad un esito della sua vita che si profilava tragico. Nei vangeli si trova attestazione della sua dirittura nell’andare incontro al rifiuto e alla violenza ostile per portare fino in fondo la sua fedeltà al regno di Dio. Di fronte a questa ‘immersione’ ha paura e angoscia: non è un eroe superiore alle sofferenze e insensibile, ma condivide l’angoscia e il senso di debolezza di chi si sente fragile. Gesù vive questa immersione nella morte in un modo nuovo: la rende luogo di dono e di consegna di sé sino alla fine. Non si fa complice del male, non sceglie la via della violenza, ma apre una via nuova: fa di quella morte il luogo di una testimonianza della possibilità di amare anche lì, fino alla fine.

Un desiderio forte prevale al cuore della sua vita: è il desiderio che il fuoco della sua missione possa rimanere acceso e accendere altri. Fuoco è immagine biblica che rinvia alla parola dei profeti (cfr. Ger 5,14 ad es.), alla fine dei tempi ed al giudizio (Is 66,15; Lc 3,). E’ anche riferimento al dono dello Spirito: Luca presenta infatti nel quadro della Pentecoste (At 2,3) le fiamme di fuoco che si dividono e si poggiano sul capo di ciascuno degli apostoli quale segno del dono dello Spirito. L’immersione nella passione porterà ad un dono che è dono del respiro di Gesù, lo spirito che animava la sua esistenza, lo Spirito che rimane dentro e dà vita a coloro che lo seguono.

Anche nel vangelo di Marco si ritrova questo riferimento alla morte di Gesù come battesimo. Ai due discepoli che gli chiedevano i primi posti Gesù dice: “‘Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui sono battezzato?’ Gli risposero: ‘Lo possiamo’. E Gesù disse: ‘Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo” (Mc 10,38-39).

La passione ha così i tratti di un’immersione nella morte. Ma la violenza e la morte non sono l’ultima parola. Si apre una vita che sconfigge le forze della morte: è il dono dello spirito. E il discepolo è chiamato a seguire il percorso del maestro.

“…corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,1-4). Il battesimo che Gesù ha vissuto è immersione nella morte per poter comunicare quel fuoco che non distrugge ma vince ogni male che rende la vita meno umana ed è quindi forza di vita nuova.

“D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre”. Aderire a Gesù, alla sua persona, conduce ad una decisione che non può lasciare indifferenti o neutrali. Il fuoco che Gesù comunica genera scelte di cambiamento, di ripensamento della propria esistenza in rapporto agli altri, di condivisione. La scelta segna la vita di ogni comunità che prende sul serio la proposta di Cristo. Il tempo presente è il tempo della comunità in cui sono già iniziati gli ultimi tempi: ognuno è posto di fronte a scelte decisive sull’orientamento di fondo dell’esistenza. Luca sottolinea la radicalità della scelta nel seguire Gesù.

Seguire Gesù non pone ‘contro’ qualcuno, eppure suscita ostilità o rifiuto da parte di chi non vuole cambiare nulla, intende mantenere situazioni di ingiustizia, è preoccupato solo di difendere privilegi o potere. La scelta di stare con Gesù lasciandosi prendere dal fuoco della sua missione non si compie senza difficoltà e incomprensioni: genera rifiuto e conduce a subire emarginazione. Lo stile che Gesù ha scelto, quello della nonviolenza, deve essere lo stile del discepolo.

Gesù infine chiede di ‘giudicare da voi ciò che è giusto’: è una chiamata a scegliere in rapporto a lui ed è un appello alla responsabilità. E’ una chiamata a prendere posizione e a leggere i segni della presenza di Dio nella storia.

Alessandro Cortesi op

Team Refugees

Fuoco sulla terra

In questi giorni si stanno svolgendo i giochi olimpici a Rio de Janeiro ed un fuoco è al centro della grande manifestazione che raccoglie atleti da tutto il mondo nella partecipazione alle gare. Quel braciere, acceso con la torcia olimpica portata dai tedofori nella lunga corsa, può facilmente sfuggire allo sguardo quale frammento di una gigantesca coreografia delle olimpiadi divenute un ingranaggio della grande macchina del mercato mondiale. Ma nel suo fuoco reca tuttavia con sé antichi e dimenticati riferimenti. E’ rinvio al fuoco sacro di Olimpia che rimanendo acceso durante tutta la durata dei giochi segnava anche un confine alla guerra facendola tacere almeno per un tratto e delimitava un tempo di sospensione dalla violenza.

Quel fuoco recava in sé una nostalgia e una promessa di pace, tutti elementi tragicamente negati dagli eventi che viviamo in questi giorni. Altri fuochi ben diversi sono  sputati da armi che alimentano il conflitto senza tregua in Siria, vengono accesi nella durissima repressione del golpe in Turchia in cui ogni diritto viene calpestato. Ancora fuochi ben diversi sono quelli delle bombe che hanno portato distruzione in ospedali in luoghi di cura di malati e bambini, o nell’assedio di Aleppo dove due milioni di persone sono rinchiuse senza acqua e elettricità, proprio in questi giorni in cui le prime pagine dei giornali sono occupate dai record dei migliori atleti mondiali.

Forse questo fuoco olimpico può illuminare anche aspetti rimasti al buio dell’evento delle Olimpiadi e di situazioni dei nostri giorni che rischiamo di vivere da spettatori distratti: illumina le favelas di Rio in cui le Olimpiadi vengono percepite solamente come eco di un mondo ricco e inavvicinabile, dove lo spettacolo è osservato da lontano mentre la vita di stenti non è per nulla cambiata. Esso illumina la squadra dei rifugiati che è riuscita a partecipare alle Olimpiadi 2016, senza attirare troppa attenzione da parte dei media: di essa fanno parte atleti fuggiti dai loro paesi tra i tanti migranti che hanno cercato rifugio ed hanno continuato a coltivare un sogno, pur essendo ormai senza patria, o meglio avendo scoperto che siamo tutti stranieri in cerca di una patria comune.

Il fuoco di quel braciere può ricordare che nel nostro tempo dovrebbe essere rovesciato il motto olimpico: citius, altius, fortius. Quel fuoco può suggerire ad un mondo che guarda solo ai primi e si lascia attrarre solo dai record o dai fallimenti e delusioni dei campioni, di pensare al senso perduto di un evento ordinario e quotidiano come il gioco nella vita umana indirizzndo lo sgaurdo a chi resta indietro, a chi solo ha partecipato. Nel gioco ciascuna e ciascuno può partecipare, indipendentemente dalle fattezze del proprio corpo, nel riconoscimento della propria provenienza,  e vivere quel sentimento profondamente umano della gioia di gareggiare, di affrontare insieme lo sforzo e la fatica. Nel gioco tutti possono misurarsi nella competizione in cui l’altro non è un nemico ma un volto accomunato nella medesima umanità e passione, tutti possono manifestare l’abilità quale dono di natura e frutto di esercizio, tutti possono vivere la gioia di vincere ma anche assaporare la gioia di perdere scoprendo come proprio nel perdere s’impara l’autentica vittoria non di un momento ma del crescere nel divenire più umani.

Quel fuoco ricorda allora di cambiare prospettiva, non solo in rapporto alle olimpiadi, da scorgere recuperando la luce di quell’antico fuoco liberandolo dal rimanere elemento decorativo e retorico. E’ richiamo ad una conversione in rapporto al modo globale di concepire l’esistenza: non più citius altius fortius più veloce, più in lato, più forte, ma lentius profundius suavius, più lentamente, più in profondità, più dolcemente. Questo potrebbe essere il motto di un mondo che scopre dimensioni inedite e da praticare nella scelta della possibilità dell’impossibile. Lo ricordava Alex Langer anni fa in un suo intervento ripreso nella raccolta di suoi scritti ‘Il viaggiatore leggero’:

“Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico ‘citius, altius, fortius’ – più veloce, più alto, più forte – che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la mobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in ‘lentius, profundius, suavius – più lento, più profondo, più dolce -, e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso(da Intervento ai Colloqui di Dobbiaco 94, in Alexander Langer, Il viaggiatore leggero. Scritti 1961-1995, Sellerio 2011, 210).

Alessandro Cortesi op

 

Battesimo del Signore – anno C – 2016

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(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

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Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno B -2015

DSCF5501Is 55,1-11; 1Gv 5,1-9; Mc 1,7-11

“I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie…” C’è una differenza radicale, una distanza incolmabile indicata da queste parole che esprimono il rapporto tra Dio e la condizione umana. Dio è altro, diverso, non riducibile alla misura umana. Le vie umane non possono incrociare le sue vie. La voce profetica è una provocazione a mettersi davanti a Dio come ‘colui che è Altro’, riconoscendo una distanza invalicabile. Il nostro parlare di Dio, il nostro tentativo di nominare Dio stesso e di rinchiuderlo entro la pochezza dei nostri pensieri deve tener conto e sostare su queste parole: ‘i miei pensieri non sono i vostri pensieri’. C’è una distanza come dal cielo alla terra, incommensurabile.

Eppure questa parola profetica non parla solo di una distanza ma insieme e in modo paradossale sottolinea anche una vicinanza inattesa: da quel cielo lontano e irraggiungibile, come la pioggia e le neve, la parola di Dio si fa vicina, scende e feconda la terra, luogo della vita umana, e la trasforma. Ne sorge un processo di fecondazione e può fiorire un frutto di vita, qualcosa di nuovo, che fa trarre seme, il tesoro da consegnare per la vita futura, e pane, possibilità di vita come nutrimento e senso del quotidiano. Il Dio lontano si è fatto vicinissimo, il suo disegno è nei termini della comunicazione e dell’incontro. Entra nella storia e la sua presenza è da scorgere nella vicenda del cosmo.

Da qui l’invito: “Cercate il Signore mentre si fa trovare”. Il Dio lontano è anche il vicinissimo, che si comunica. La sua parola non rimane esterna, al di fuori, ma permea la terra e l’umanità come pioggia, come neve, come acqua che si diffonde e irrora la terra. La sua parola non è distante e inavvicinabile, ma è vicina, sta dentro alle cose. E’ da cercare come cercatori di tracce e di parole…

Se da un lato questa parola è provocazione a non rendere Dio una costruzione della nostra piccolezza, una proiezione della miseria dei nostri pensieri, dall’altro questa pagina è anche annuncio di vicinanza, apre alla ricerca non solo di una traccia di Dio, ma della sua parola, del suo comunicarsi dentro le cose, la realtà umana, il nostro vivere.

Non solo: il Dio umanissimo è il Dio che si fa vicino e nell’incontro trasforma, cambia e rende capace la storia umana di fecondità di vita nuova: capace di frutti che portano seme e portano pane. L’incontro apre ad un cambiamento impensabile, al sorgere di una nuova creazione, ad una fecondità inimmaginabile.

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(Lucio Fontana, 1899-1968 – Concetto spaziale Attese 1968)

La scena del battesimo di Gesù nel vangelo di Marco è una bellissima lettura teologica del rapporto che Gesù nella sua vita ebbe con Giovanni detto il battezzatore.

Quando Gesù si immerge ‘vide i cieli squarciarsi’ – dice Marco. E’ una potente immagine, rinvio ad un’altra lacerazione che Marco pone a conclusione del vangelo al momento della morte di Gesù: “il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo” (Mc 15,38). L’intero vangelo è posto tra questi due squarci, al battesimo/immersione nelle acque e alla croce/immersione nella morte. Due spazi separati, cielo e terra vengono congiunti in tale aprirsi. Lo spazio di Dio non è più lontano, inaccessibile. Né è raggiungibile solo attraverso la mediazione del sommo sacerdote che entrava nel Santo dei santi dopo aver oltrepassato il velo. Il cielo non è più luogo di Dio contrapposto alla terra luogo degli uomini. Il mondo di Dio è vicino nell’umanità di Gesù, il crocifisso. L’incontro con Dio è possibile in quell’umanità con cui Gesù si è reso solidale fino alla fine. Nuovo Adamo nella sua vita indica il senso della vita umana, la dignità di ogni volto.

Al momento in cui Gesù uscì dall’acqua dice Marco ‘venne una voce dal cielo’. Si tratta di una voce proveniente dall’alto, dal Padre, che porta in sé indicazione sull’identità di Gesù. Gesù è un ‘tu’ per il Padre, il Tu amante della sua vita. Gesù è anche indicato come ‘il figlio’: il cuore dlela vita sta nella relazione al Padre suo. Infine Gesù è l’amato, eletto: “in te ho posto la mia gioia”. Il testo racchiude così un’evocazione di espressioni del secondo Isaia, profeta della fine dell’esilio, dove la parola di Jahwè si rivolge alla figura di un enigmatico profeta: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui: egli porterà il diritto alle nazioni… Così dice il Signore Dio che crea i cieli e li dispiega , distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita…” (Is 42,1.5) E ancora “il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome… Mi ha detto: Mio servo sei tu, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,1.3).

Il momento dell’immersione nelle acque è visto da Marco come passaggio della chiamata di Gesù, apertura di un cammino in cui gli si rende chiaro la direzione della sua missione. La sua vita è guidata nella forza del soffio di Dio, lo Spirito: solamente lui – secondo Marco – vide i cieli aperti e scendere lo Spirito come colomba. E’ unto dallo Spirito come profeta e messia. Un’esperienza interiore che viene così espressa per cogliere sin d’ora nel cammino di Gesù, le profondità della sua identità di profeta e di messia chiamato a ‘scendere’ e servire fino alla morte.

Il momento del battesimo è inizio di una missione a cui Gesù si scopre mandato, inviato: per gli altri, per tutti. Sarà ‘messia’ ma un ‘messia’ non a misura delle attese umane e della ricerca umana di potere. La sua vita di cui il Padre si compiace è una vita che si fa servizio e prende su di sé la storia di sofferenza degli uomini.

DSCF5514Una riflessione per noi oggi.

I miei pensieri non sono i vostri pensieri. Dio è altro dai nostri pensieri… Si avverte la tragica autenticità di questa affermazione in momenti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni,  in cui il nome di Dio è invocato – come nella strage perpetrata a Parigi – per rivendicare atti di violenza dell’uomo sull’uomo, ed è posto a sigillo di atti omicidi tesi a soffocare la libertà con il terrorismo e l’uso di armi portatrici di morte.

Di fronte alla barbarie e alla violenza siamo provocati a non cadere nella logica dell’intolleranza e della vendetta. Siamo di fronte alla sfida di costruire un mondo in cui non prevalga la logica della violenza e della sopraffazione: è la sfida a vivere ogni orientamento culturale e appartenenza religiosa come fattore non di violenza verso l’altro ma di ricerca di pace e di giustizia. E’ la sfida a pensare la possibilità di una convivenza insieme nel mondo del pluralismo delle culture, delle convinzioni e delle fedi.

Non è facile soprattutto quando prevale la scelte della violenza e del terrore: la più profonda risposta alla violenza del terrorismo non sta nella scelta di vie di guerra e di uso della violenza. Di fronte alla ferocia e alla violenza di chi nomina, in tal modo bestemmiandolo, il nome di Dio per uccidere dev’esserci chiarezza nella condanna e nella presa di distanza nei confronti di questo radicale tradimento della fede, di ogni fede, e una scelta chiara nel cercare e percorrere altre vie.

Dovremmo oggi sapere aiutare tutti i musulmani credenti ad operare la distinzione tra un autentica attitudine religiosa che mai può negare la dignità del volto umano e il tradimento dell’ispirazione religiosa con la scelta dell’intolleranza. Dovremmo aiutare ad esprimere con chiarezza la distanza dalle forme del terrorismo che si servono di riferimenti religiosi tradendone in radice l’ispirazione di una autentica fede. E’ un cammino che investe la nostra responsabilità cristiana nel tempo, nella memoria anche di come i cristiani abbiano perpetrato nella storia violenza, oppressione e scelte di uso delle armi e come ancor oggi giustificano o attuano scelte di oppressione e violenza. E’ un cammino di crescita in umanità per tutti e di immersione in questo presente che ci chiede di uscire insieme da ogni logica di esclusivismo e di violenza.

Davanti a tali episodi si levano voci di intolleranza, di vendetta, di odio. Ma altre vie possibili sono da ricercare: le vie in cui l’affidamento a Dio non può andare insieme all’esclusione o all’eliminazione dell’altro, le vie in cui lottare contro l’ingiustizia e per il riconoscimento della comune umanità e del comune destino che ci lega insieme sulla terra. Contro la decomposizione di una società che vive la disintergazione della paura viviamo la sfida di ricercare vie che gettino ponti nella quotidianità e conducano ad incontrare le persone con le loro storie.

Per questo anche ogni atteggiamento di disprezzo, di denigrazione, di diffamazione delle più profonde convinzioni dell’altro è, a mio avviso, espressione di una libertà immatura, incapace di comprendersi nella relazione, di scorgere un limite dettato dalla presenza dell’altro, dall’imperativo ‘non uccidere’ proveniente dal volto altrui, chiusa a lasciar crescere le possibilità di incontro.

La violenza perpetrata in nome di Dio è espressione di chiusura alla ricerca di Dio. C’è invece una chiamata da accogliere in questo tempo a cercare Dio mentre si fa trovare nel volto di quell’umanità sfinita e sofferente, la concreta umanità di volti vicini e lontani con cui Gesù si è fatto solidale fino alla fine.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore – anno A – 2014

DSCF3432Is 42,1-6; Sal 29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

Questa domenica del battesimo di Gesù è collocata a conclusione del tempo del Natale. A conclusione di un percorso di epifanie. C’è uno svelamento, una epifania, manifestazione, da cogliere nei vangeli delle origini; e c’è uno svelamento molteplice da inseguire in tutto il percorso di Gesù, indicato dai racconti del vangelo sin da questo momento decisivo del battesimo.

Dopo che Gesù si era recato presso Giovanni Battista e dopo aver vissuto per un certo periodo come suo discepolo, il battesimo è un momento chiave della vicenda di Gesù. Così importante che tutti i quattro vangeli canonici ne parlano, benchè costituisca motivo di difficoltà. E pur tra difficoltà ne riportano la testimonianza e ne presentano una lettura per cogliere lo svelamento che in questo passaggio si attua.

Marco è l’unico che narra l’atto del battesimo: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni nel Giordano” (Mc 1,9). Matteo, che forse avverte maggiormente le difficoltà di questo gesto, non racconta il momento del battesimo. Accenna invece ad un dialogo tra il Battista e Gesù: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?. Ma Gesù gli rispose lascia fare per ora perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Gesù compie innanzitutto il gesto di rendersi vicino e farsi compagno con tutti coloro che, attratti dal Battista avvertivano l’esigenza di un ritorno a Dio, di apertura ad un futuro diverso, di un cambiamento della vita e di una conversione. Il suo è un gesto radicale di condivisione e di solidarietà.

Le parole del dialogo tra Gesù e il Battista sono una chiave per interpretare il senso di questa scelta: ‘conviene adempiere ogni giustizia’. La giustizia è l’orizzonte del suo agire. Si tratta della giustizia in senso biblico, a cui Matteo è particolarmente attento. Anche l’intero discorso della montagna infatti verrà posto nella luce della grande affermazione: “Se la vostra giustizia non supera quella di scribi e farisei non entrerete nel regno dei cieli…” (Mt 5,20). La giustizia a cui Gesù rinvia non è certamente una visione di una separazione secondo la logica dell’esclusione, della punizione e della vendetta che spesso regola il modo umano di fare giustizia. Non è neppure una concezione di giustizia secondo la riflessione filosofica greca codificata nella regola del ‘dare a ciascuno il suo’ in senso commutativo o distributivo.

Adempiere la giustizia per Gesù significa porsi in ascolto della giustizia di Dio. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse di bene e di salvezza e non viene meno. Dio è giusto perché vuole salvare le vittime e i poveri così come è sceso a liberare Israele vittima del potere egiziano. Così la giustizia che Gesù indica si esprime nel suo condividere pienamente il percorso di chi è considerato fuori della salvezza, incapace di accedere a Dio. Si attua così un primo svelamento in questo suo immergersi: è uno svelamento che riguarda il volto di Dio. Il volto di Dio è giustizia ossia fedeltà al suo disegno di salvezza rivolto a tutti, aperto agli esclusi.

Gesù si fa compagnia di coloro che vanno dal Battista perché scorge come quella parola e la testimonianza del profeta del deserto -lontano dal tempio – apre a tutti e non solo ad alcune categorie, coloro che si ritenevano puri o giusti, la possibilità di preparare un’accoglienza di Dio, nel cambiamento della vita. Non in gesti esteriori di appartenenza ad un sistema religioso istituzionale che aveva il suo centro nel tempio, ma nel cambiamento del cuore, in un orientamento della vita, che porta frutti nell’agire e nell’esistenza.

Matteo osserva cha allora Il Battista ‘lo lasciò’: è lo stesso movimento che Matteo indica nell’episodio delle tentazioni indicando in esso l’allontanarsi, il lasciare, del ‘tentatore’, dopo aver tentato Gesù (Mt 4,11). Si tratta allora anche qui di un dialogo che presenta due modi di intendere il messianismo. Per il Battista il messia doveve avere il carattere della potenza e della forza. La sua idea si collegava alla concezione di un Dio minaccioso che viene a giudicare, la cui scure è posta già alle radici (Mt 3,10). Ma questa attesa trova una contestazione nello stile di Gesù. Gesù adempie la giustizia nel presentare il volto di chi si fa accanto, di chi offre compagnia e non minaccia, di chi semina segni di vita, di guarigione e di restituzione alla libertà. E questo mette in crisi lo stesso Giovanni e troverà espressione nell’invio dei discepoli e nella domanda rivolta a Gesù: “sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?” (cfr. Mt 11,3-6).

Ma c’è anche un altro svelamneto che questo gesto di Gesù apre. Questa volta è apertura dei cieli: “Quando uscì dall’acqua i cieli si aprirono”. Il salire dalle acque è già indicazione del movimento della risurrezione. E’ un rialzarsi infatti il risorgere, il risalire dalla tomba. E’ condizione di nuova vita in cui Gesù entra nella risurrezione. Una nuova comunicazione si apre tra Dio e l’umanità. Matteo a questo punto esplicita un’esperienza propria di Gesù in cui fa entrare il lettore del vangelo come uno spettatore che viene a conoscere un’esperienza personale e interiore: “Egli vide lo spirito di Dio scendere su di lui come una colomba”. Si tratta di simboli che indicano come l’evento del battesimo sia letto come momento di svelamento, di apertura.

Lo Spirito invade la persona di Gesù. Come lo spirito simboleggiato dal volo della colomba che aleggiava sulla acque delle acque al momento della creazione (Gen 1,2) così ora lo Spirito sta sopra Gesù. Con tale evocazione simbolica e narratva Matteo suggerisce che una nuova genesi (cfr. Mt 1,1), una nuova creazione sta prendendo origine. E’ un nuovo inizio che riprende e si collega alla vicenda della storia di Israele e di tutta la storia della creazione. La colomba diviene simbolo di un discendere, una unzione che richiama il momento in cui i profeti avvertivano la chiamata e l’invio ad essere portatori della parola del Signore in una forza che li invadeva: “Lo Spirito del Signore è su di me, per questo mi ha unto per portare ai poveri il lieto messaggio” (Is 61,1). E’ uno svelamento dello Spirito nella vita di Gesù che su di lui rimane ed è svelamento di una chiamata e di un invio che provengono dal Padre e che spingono Gesù ad iniziare la sua missione nella forza dello Spirito: lo Spirito come soffio della creazione, lo Spirito che aveva animato la testimonianza dei profeti, lo Spirito che partecipa la vita stessa di Dio.

Proprio in questo momento Matteo evoca la voce del Padre che, rivolto a Gesù, lo chiama con il nome unico ‘il Figlio, l’amato’: “Ed ecco una voce dal cielo che diceva: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento’”.
 E’ una voce che proviene dall’alto. Matteo legge il battesimo di Gesù come evento in cui si svela il volto di Dio comunione, un Padre che ama il Figlio della sua gioia. Ed è presente lo Spirito nel simbolo della colomba che viene dall’alto e si ferma. Gesù è indicato come ‘il Figlio’. Sotto queste parole sta uno svelamento del modo in cui Gesù attua la sua missione di messia.

In lui sono pronunciate le parole con cui si delineava il profilo del ‘servo di Jahwè’: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito sopra di lui” (Is 42,1-6). Tutto il percorso di Gesù viene così situato nell’orizzonte del ‘servo’. Forse egli stesso aveva lasciato ai suoi il ricordo del modo in cui aveva inteso la sua vita richiamandosi al servo di Jahwè: ‘Io sto in mezzo a voi come colui che serve’ – una parola che Luca porrà nel contesto dell’ultima cena (Lc 22,16.18) e che Marco riprende nell’indicazione di uno stile che si contrappone alla logica di chi cerca i primi posti e l’affermazione a modo del potere del mondo: tra voi non è così… “il Figlio dell’uomo non è venuto per esssere srvito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per le moltitudini” (Mc 10,45).

Ma l’indicazione: ‘mio figlio, l’eletto” è anche la parola, il nome del padre Abramo rivolto ad Isacco, il figlio della promessa, il figlio amato (Gen 22,2): Gesù vive come Isacco il movimento dell’essere restituito totalmente. La sua vita si pone nel movimento del restituire, del ridonare, del riamare. Tutta la sua vita sta in una relazione in cui vive la sua esistenza come dono ricevuto e da ridonare, a Dio e agli altri, in una risposta di affidamento e solidarietà: tutto il percorso di Gesù si pone così nella linea di una fedeltà al Padre vissuta come relazione che costituisce la dimensione più profonda sua vita – in questo senso è Figlio – e nella solidareità con coloro che cercano la salvezza. Ancora, ‘mio figlio’ è termine utilizzato nel salmo 2 che parla del messia: “Sei tu il mio figlio, oggi ti ho generato”. Il figlio è allora il messia e Gesù è indicato come messia. Ma un messia particolare, un anti-messia. La sua missione è nella linea del servo che dà la vita in favore degli altri, che intende la sua esistenza nella logica della solidarietà.

Indico due linee di attualizzazione delle letture per noi:

Il profilo del servo è di colui che non grida, non s’impone, che non spezza una canna incrinata, e non spegne uno stoppino fumigante. E’ il profilo del mite, di colui che passa facendo del bene, in modo disinteressato, senza coltivare progetti di grandezza per sé, ma attento a non calpestare le realtà fragili, tutto ciò che può essere interrotto e schiacciato. E’ profilo di chi segue la via della tenerezza e non dell’esigenza, di chi attua compassione e guarda con comprensione ogni cosa che dice attesa, apertura. Viviamo tempi in cui si manifestano profonde fragilità e i deboli sono i primi a subire le conseguenze di un sistema economico che privilegia i più forti e fa arricchire i più ricchi. Di fronte alla logica della selezione del più forte che spesso regna in ambienti di lavoro e nel contesto sociale, di fronte alla logica della ragione data a chi urla più forte dovremmo forse interrogarci sullo stile del nonviolento e sulla resistenza mite da attuare per contrastare il predominio, la corruzione e lo strapotere.

Pietro nella casa di Cornelio scopre che proprio entrando nella casa del pagano e lasciandosi interrogare dall’altro, si apre ad una nuova comprensione di se stesso (‘alzati anch’io sono un uomo’ At 10,26) e ad una più profonda comprensione di Gesù stesso, di Dio, dello Spirito. Parla di Gesù nei termini essenziali di ‘colui che è passato facendo del bene e guarendo’. Scopre il volto di Dio in modo inedito come colui che ‘non fa preferenze di persone’, che accoglie oltre ogni confine di religione e cultura. Scopre soprattutto che è lo Spirito a spingerlo, a guidarlo e a precederlo sempre in modi imprevedibili in un cammino in cui l’unica cosa che gli è chiesta è uscire, lasciarsi guidare a riconoscere l’agire dello Spirito oltre ogni suo programma. La sfida dell’incontro con l’altro, la grande esperienza del poter entrare nella casa dell’altro, del vicino straniero e dell’altro di religione, cultura e provenienza diversa, è oggi una delle frontiere in cui scoprire in modo nuovo il vangelo e, insieme, le chiamate dello Spirito che è sempre oltre i limiti angusti entro cui vorremmo rinchiuderlo.

Alessandro Cortesi op

Battesimo del Signore

DSCF2660Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

Il battesimo di Gesù, il suo immergersi nelle acque del Giordano, è un passaggio fondamentale e segna una svolta nel suo cammino umano. Luca introduce il racconto dicendo “mentre tutto il popolo era in attesa…”. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica si colloca nell’atmosfera di una attesa profonda e diffusa. Mi sembra importante questo primo tratto che apre la pagina: Gesù si inserisce in un mondo in attesa, e si fa vicino a questa attesa, ne diviene partecipe inserendosi in un cammino insieme a tanti altri, senza distinzioni, senza privilegi.

Il gesto di Gesù manifesta qualcosa della sua identità. Così Luca rileggendo questo momento introduce sin dall’inizio del vangelo a rispondere alla domanda: Chi è Gesù? Si tratta di una epifania, manifestazione. E’ la manifestazione di un cammino inteso come cammino vicino, solidale. Gesù condivide attese e sentimenti, la vita di tutti coloro che erano stati smossi dalle parole e dalla testimonianza di Giovanni. Non solo, ma Gesù vive un gesto che esprime attitudine di conversione da parte di chi si riconosce peccatore e bisognoso di salvezza. La prima comunità cristiana dopo la Pasqua  ricorderà questo passaggio che rimane un fatto disturbante perché suscita domande scomode: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Luca presenta poi Giovanni come presenza che indica qualcun altro che viene: la sua parola rinvia ad una attesa che vada oltre la sua persona. E’ una testimonianza che fa riflettere e che può dirci molto sia a livello personale, sia pensando al ruolo delle chiese. Giovanni non pretende di esaurire in se stesso la presenza del messia, provoca ad attendere colui che viene, il più forte, spinge ad andare a Gesù. E’ testimone di qualcosa di importante, ha accolto nella sua vita una spinta di Dio, ma non ha chiaro e rinvia ad una ricerca da compiere, soprattutto non trattiene a sé ma invita le persone che vengono a lui a con-vertirsi, a rivolgersi ad altro, e a maturare una attesa più profonda. Giovanni è contestazione vivente di ogni pretesa di esaurire il mistero di Cristo sia nella presenza di qualcuno (si pensi alle forme di autentica idolatria papale anche oggi così diffuse, o alle forme di esaltazione di leader, fondatori e capi religiosi), sia nella tradizione di una chiesa o di particolari forme storiche di cristianesimo. Giovanni potrebbe essere indicato come profeta ‘provvisorio’, rinvia oltre e soprattutto parla di qualcuno che viene. La sua parola mette in movimento, apre e soprattutto responsabilizza anziché rinchiudere a sé.

Il battesimo di Gesù è così letto da Luca come ‘manifestazione’: delle acque e dei cieli. Mentre Gesù sale dalle acque tre elementi compaiono: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo. Il cielo aperto è immagine che parla di una comunicazione nuova tra il mondo degli uomini, la terra e il cielo, il luogo di Dio: non due mondi separati e lontani, ma aperti e vicini. E’ comunicazione nuova in Gesù, che si fa vicino e accanto. I cieli si aprono laddove c’è apertura anche della terra, conversione del cuore, disponibilità a cambiare. La colomba, simbolo del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11), è richiamo a testi di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2). Luca vede sin da questo momento l’inizio di una comunità che segue il messia.

La voce divina  richiama il salmo che cantava la salita al trono del re in Israele: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,7). E nella voce risuona l’eco dei canti del servo del Signore: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42). In Gesù che sale dalle acque è tratteggiato il profilo di chi ha un compito di liberazione: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri” (prima lettura).

La voce dall’alto torna tre volte nel vangelo di Luca: la prima al Giordano, poi alla trasfigurazione, infine al calvario, quando Gesù si affida al Padre. Il Giordano, luogo considerato impuro, diviene il luogo in cui a Gesù si fa chiara la sua via. Nella voce c’è l’invio a vivere il cammino di un messia non con i tratti del re, del capo politico o militare, ma servo che dà la vita per gli altri. Sotto la croce sarà un centurione proveniente dal mondo dei pagani, a riconoscere che ‘egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Un’ultima osservazione: le parole ‘tu sei mio figlio, l’amato, in te mi compiaccio’, sono le parole rivolte a Gesù  che manifestano la sua identità: Ma si potrebbe anche parlare di una epifania – manifestazione – di ciò che ogni uomo e donna è nella profondità della sua esistenza: una creatura figlia, amata, su cui si  posa uno sguardo di gioia, di compiacimento. Scoprire un legame che segna una relazione di dono da cui tutta al vita dipende: essere figli. Scoprire che questo legame non è luogo di indifferenza, ma di sguardo appassionato e di cura: essere amati. Scoprire che non solo c’è un amore che precede e che fonda l’esistenza, ma che in questo riconoscimento c’è la gioia di un ‘Tu’ che tiene a noi e guarda con il coinvolgimento appassionato di chi sa cos’è la forza dell’amore: in te è il mio compiacimento. Tutto questo è la promessa di vita che Gesù apre e che può far respirare la nostra esistenza. E rende anche responsabili di dire ad altri, a chi non è riconosciuto, a chi non riceve gioia di sguardi benevoli, che la sua vita è preziosa agli occhi di Dio.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno B – 2012

Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

Ancora una parola sulla via percorsa da Gesù. E’ una ripetizione insistente che attraversa il vangelo di Marco. Per tre volte Gesù ripete ai suoi, proprio sulla strada, nel cammino insieme, che la sua via comporta la sofferenza, affrontare l’ostilità del potere religioso e politico, subire una condanna ingiusta. Tre volte, il numero della pienezza. Gesù annuncia la sua via in modo completo. E’ delineato così l’atteggiamento di Gesù di fronte alla sua morte: non la ricerca della sofferenza ma la fedeltà nel vivere fino in fondo la vita come servizio per tutti, consapevole del possibile rifiuto e delle conseguenze. Ma mentre le sue parole cercano di orientare a cogliere il senso profondo della sua via, i suoi discepoli manifestano arroganza e pretese. Sono Giacomo e Giovanni a  farsi avanti: “Vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E’ la pretesa del ‘volere’ che si pone con arroganza. L’esatto contrario della disponibilità al compiere la volontà e la chiamata del Padre. Il desiderio riguarda il potere, l’avere un primato ed una precedenza, un privilegio che ponga al di sopra degli altri e conduca a dominare, ad assoggettare. Seduti alla destra e alla sinistra ‘nella tua gloria’. Dietro a queste parole sta un’incomprensione radicale e ostinata della via di Gesù.  Mentre infatti Gesù parla del servo che soffre e subisce il rifiuto senza farsi coinvolgere nella spirale della violenza, Giacomo e Giovanni hanno la pretesa di percorrere quella stessa via. Non comprendono nemmeno il tentativo di Gesù di dir loro che la sua via è cammino di dono (il calice) e di morte (immersione/battesimo) fino alla fine. Proprio non comprendono; sono accecati. Non a caso al termine di questa sezione (come anche all’inizio) Marco pone un gesto di Gesù che apre gli occhi ad un cieco. Ciechi che non sanno accogliere e aprirsi ad accogliere quanto Gesù sta comunicando riguardo alla sua identità, della sua via. Ed è un’incomprensione che si prolunga nella storia.

E ciechi non solo Giacomo e Giovanni, i più vicini, i discepoli chiamati sulla riva del lago, che avevano lasciato tutto per seguirlo, ma anche gli altri dieci, che ‘cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni’. Indignati perché esclusi da onori, indignati perché desiderosi come i primi due di avere il riconoscimento ed i privilegi connessi ai primi posti, indignati perché si sentivano preceduti ed esclusi…

Gesù è presentato da Marco come chi ancora una volta cerca di spiegare, forse con rassegnazione, certamente con tristezza per questa incomprensione così radicale da parte dei suoi. Su questa incomprensione si deve sostare perché Marco nel suo vangelo insiste particolarmente. “Tra voi però non è così: ma chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. “Tra voi non è e non dovrà mai essere così”: è una parola alla comunità chiamata ad una testimonianza alternativa e diversa rispetto a logiche del dominio. Gesù propone una via in cui la grandezza della vita si attua non nel primeggiare ma nel mettersi a servizio, nell’intendere tutto ciò che si fa come relazione a qualcun altro da accostare come più importante di se stessi, a cui guardare con cura e attenzione, a cui dedicare il meglio di sé. Gesù chiede ai suoi questo non come un maestro di morale; indica questa via perché questa è la sua via. Qui sta la sua identità. Il servire non è una derivazione opzionale ma il cuore del vangelo che è Gesù stesso. Qui sta anche la presentazione di un volto di Dio inaudito: un Dio non della potenza ma del chinarsi e del servizio. I suoi dovranno essere ‘immersi’ nella sua vita e nel suo percorso. “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”. Gesù parla di se stesso con i tratti del ‘figlio dell’uomo’, il servo sofferente. Non è venuto per farsi servire ma per dare la propria vita in riscatto di molti. Parla così di se stesso, di ciò che più gli sta a cuore: offre una sintesi della sua vita e chiede ai suoi di vivere in questo orizzonte.

Posso indicare alcune riflessioni per accostare questa parola al nostro vivere:

Viviamo un periodo in cui in modo eclatante emerge lo spettacolo miserevole della corruzione diffusa ai diversi livelli della società e della politica. E’ un quadro desolante dell’uso del potere inteso come accesso a privilegi senza scrupoli per gli altri. Uno spettacolo del potere teorizzato e attuato come ambito in cui i grandi dominano e i capi opprimono. Gesù dice ‘quelli che sono considerati i governanti delle nazioni’: è una presa di posizione netta contro un potere che si ritiene al di sopra del bene e del male. Nel periodo in cui viviamo, fare memoria delle parole di Gesù può essere motivo per smascherare tutte le forme del potere che sono dominio e oppressione, per trovare forza dal vangelo per opporsi ad ogni uso del potere che schiaccia e umilia, per stare accanto a chi non ha potere ed è umiliato.

Gesù dice ai suoi ’tra voi però non è così’: parla loro della comunità, dello stile che deve regolare i rapporti nella comunità. Ci possiamo domandare: che ne abbiamo fatto di queste parole così forti di Gesù? Il carrierismo, il desiderio di primeggiare, l’invidia per chi ha raggiunto privilegi, le diverse forme del clericalismo sono tanti modi per tradire la parola di Gesù, anche da parte di chi si fa paladino di valori cristiani e attua una politica di uso spregiudicato del potere. In che misura la ricerca del potere e il dominio sulle persone, sono presenti nelle comunità, nelle chiese? Come poter contribuire per rimettere al centro il vangelo con la propria testimonianza e parola?

Gesù parlando della sua via capovolge il volto di Dio in cui credere. Non un Dio del potere e dell’onnipotenza secondo i criteri umani, ma un Dio che rinuncia al potere e scende a servire. Un Dio dell’incarnazione. La logica dell’incarnazione scardina ogni prospettiva di imperialismo. Lo stare dietro a Gesù non può stare insieme con la ricerca di potere e il cristianesimo non può divenire religione in concorrenza con altre religioni. Possiamo pensare alla proposta di Gesù come la ‘religione dell’uscita dalla religione’: egli propone l’essenziale del vangelo come servizio nel dare la vita per, in solidarietà con tutta l’umanità. Forse dovremmo riflettere sul cristianesimo come ‘religione del vangelo’. Dove vangelo è capovolgimento del modo di usare del potere e farlo diventare servizio, rinuncia all’arroganza, rinuncia alla violenza e alle dimostrazioni di forza, e vita nel seguire Gesù. Da qui sorge anche la prospettiva di vivere la fede oggi nel senso del dialogo, di chi ponendosi al servizio, scardina tutte le forme del dominio, dell’esclusivismo e dell’oppressione.

Alessandro Cortesi op

Acqua bene comune

22 marzo: giornata mondiale dell’acqua. Un giorno per pensare ad un elemento essenziale della vita da cui intere popolazioni sono escluse. E’ in atto nel nostro tempo  la guerra dell’acqua fondata sulla ricerca del profitto e sull’avidità per avere il monopolio e controllo di questa risorsa fondamentale e attraverso di essa della vita dei popoli. Il voto del referendum sull’acqua del 2011 anche in Italia attende di essere rispettato.

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“Quando in alto il cielo non era nominato 
ed in basso la terra non aveva nome,
 Apsu, il primordiale, li generò,
Tiamat, la genitrice, li partorì tutti: 
le loro acque insieme si mescolavano. Nessuna dimora era stata costruita,
 nessun canneto era ancora visibile. 
Nessuno degli dei era stato creato 
ed essi non portavano ancora un nome 
ed i destini non erano stati ancora fissati: 
allora gli dei furono creati in seno ad essi”. 


E’ questo il testo della prima di quattro tavolette in cui è giunto a noi l’Enuma Elis (Quando in alto), poema babilonese che canta la grandezza del dio Marduk fondatore di Babilonia: la situazione del caos primordiale è evocata nell’immagine delle acque abbondanti che si mescolavano contenendo i due principi, maschile (Apsu) e femminile (Tiamat). L’acqua è principio indistinto agli inizi. Come nei racconti biblici del primo capitolo di Genesi: la bontà del giardino è data dall’abbondanza delle acque. Ben quattro lo fiumi attraversano. Al principio l’acqua è elemento originario sul quale sta, quasi in atto di covare, una colomba, simbolo dello Spirito di Dio. L’acqua in questi miti è all’origine del mondo in cui viviamo, è percepita come elemento all’origine della vita. Essi esprimono il sentimento profondo ed esistenziale che lega l’acqua alla vita. Nelle diverse religioni e tradizioni attorno alle fonti d’acqua si è sviluppato un senso di rispetto e sacralità.

La scena del mondo attuale ci pone davanti una situazione in cui quasi un miliardo e mezzo di persone non ha accesso all’acqua potabile e più di due milioni di persone non hanno la possibilità di avere servizi igienici adeguati, cifre destinate a crescere per i processi di desertificazione in atto e per le conseguenze dell’effetto serra. E’ questa tra altre, e lo sarà in futuro, la causa dello spostamento e dell’esodo di intere popolazioni che non possono più vivere in una terra abitabile, e motivo di guerre e conflitti. Proprio la questione dell’acqua costituisce una delle sfide fondamentali per il futuro della convivenza sulla terra: l’acqua infatti può essere vista come bene economico anzitutto, da sfruttare o da cui trarre il massimo profitto garantendosi il monopolio dell’utilizzo delle acque pulite. O, per contro, può essere accostata come uno tra i beni di tutti, i beni comuni che hanno un significato ed un valore fondamentale per la società e per l’ambiente.

In un passato ancora non lontano la presenza di fontane nelle piazze e vie di città e paesi, accompagnava i percorsi della vita quotidiana. Un bene di tutti, a disposizione, senza prezzo e senza tasse da pagare. Ma la presenza di un bene comune esige attenzione e cura: se nessuno si prende cura di ciò che è di tutti, lo spreco e l’uso indebito e sproporzionato fanno sorgere nuovi problemi.

Eppure l’accesso all’acqua non è solamente un bene tra altri, ma è uno dei diritti fondamentali per la vita umana (R.Petrella, Il manifesto dell’acqua, Edizioni Gruppo Abele 2001). Se è importante pensare al costo economico dell’uso dell’acqua – e di qui la necessità di una regolamentazione ed una attenzione a limitare il consumo indebito -, è altrettanto urgente considerare che l’acqua è un bene primario della vita, non può essere oggetto di mercato, non è un bene da porre sullo stesso piano di altri beni. L’accesso all’acqua è determinante al punto che da esso dipende la capacità di libertà degli individui. Di fronte ai problemi posti dalla scarsità dell’acqua a livello planetario la strada della commercializzazione dell’acqua significa dare il monopolio ad alcune multinazionali e non riconoscere un diritto fondamentale alla libertà e alla vita di milioni di persone.

L’utilizzo dell’acqua come bene di tutti esige il ripensamento ed il cambiamento di stili di vita e di indirizzi economici, nella consapevolezza della destinazione universale, per tutti, delle risorse della terra. Il principio di fondo a cui rifarsi nella distribuzione dell’acqua non dovrebbe essere la competitività del mercato, piuttosto la scelta di essere solidali. E’ la via di una solidarietà consapevole dell’ambiente, lungimirante nel guardare al futuro, capace di porre in discussione gli stili di vita diffusi in Occidente in cui si è diffusa una vera e propria abitudine allo spreco e al non rispetto dell’acqua – concretamente nell’uso spropositato di acqua e bibite in bottiglia. Contro una cultura del monopolio e dello sfruttamento si apre la via di una cultura “del condividere, del dare e del ricevere acqua come dono gratuito” (Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli 2003).

L’acqua non può essere usata come bene privato: sta forse nel pensare ad una proprietà pubblica e  ad un governo pubblico partecipato dalle comunità locali la sfida per garantire risorse di vita e attenzione alle generazioni future e per costruire percorsi di pace.

“In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba…” (Mc 1,9-10).

(tratto da A.Cortesi, Lessico dell’incontro, ed. Nerbini 2011)

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Al termine del cammino di questa Quaresima, nella veglia della notte pasquale pregheremo con parole molto evocative sul significato dell’acqua nel quadro del disegno della creazione e come segno che rinvia alla morte e risurrezione di Cristo ed alla presenza dello Spirito nella nostra vita, rinvio al battesimo da vivere e riscoprire ogni giorno come fedeltà a Dio e solidarietà con gli altri:

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali, tu operi con invisibile potenza le meraviglie della salvezza; e in molti modi, attraverso i tempi, hai preparato l’acqua, tua creatura, ad essere segno del Battesimo.
Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque perché contenessero in germe la forza di santificare; e anche nel diluvio hai prefigurato il battesimo, perché, oggi come allora, l’acqua segnasse la fine del peccato e l’inizio della vita nuova.
Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo, facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso, perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati.
Infine, nella pienezza dei tempi, il tuo Figlio, battezzato da Giovanni nell’acqua del Giordano, fu consacrato dallo Spirito Santo; innalzato sulla croce, egli versò dal suo fianco sangue e acqua, e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Ora, Padre, guarda con amore la tua Chiesa e fa scaturire per lei la sorgente del Battesimo.

Infondi in quest’acqua, per opera dello Spirito Santo, la grazia del tuo unico Figlio, perché con il sacramento del Battesimo l’uomo, fatto a tua immagine, sia lavato dalla macchia del peccato, e dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura.  

Discenda, Padre, in quest’acqua, per opera del tuo Figlio, la potenza dello Spirito Santo.

Tutti coloro che in essa riceveranno il Battesimo, sepolti insieme con Cristo nella morte, con lui risorgano alla vita immortale. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Sorgenti delle acque, benedite il Signore: lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Fratelli carissimi, preghiamo umilmente il Signore Dio nostro, perché benedica quest’acqua con la quale saremo aspersi in ricordo del nostro Battesimo. Il Signore ci rinnovi interiormente, perché siamo sempre fedeli allo Spirito che ci è stato dato in dono.

Signore Dio nostro, sii presente in mezzo al tuo popolo, che veglia in preghiera in questa santissima notte, rievocando l’opera ammirabile della nostra creazione e l’opera ancor più ammirabile della nostra salvezza. Degnati di benedire quest’acqua, che hai creato perché dia fertilità alla terra, freschezza e sollievo ai nostri corpi.
Di questo dono della creazione hai fatto un segno della tua bontà: attraverso l’acqua del Mar Rosso hai liberato il tuo popolo dalla schiavitù; nel deserto hai fatto scaturire una sorgente per saziare la sua sete; con l’immagine dell’acqua viva i profeti hanno preannunziato la nuova alleanza che tu intendevi offrire agli uomini; Infine nell’acqua del Giordano, santificata dal Cristo, hai inaugurato il sacramento della rinascita, che segna l’inizio dell’umanità nuova libera dalla corruzione del peccato.
Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del nostro Battesimo, perché possiamo unirci all’assemblea gioiosa di tutti i fratelli, battezzati nella Pasqua di Cristo nostro Signore. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

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