la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “Battista”

Battesimo del Signore – anno C – 2016

fig04.jpg

(mosaico – Ravenna – battistero degli ariani)

Is 42,1-4.6-7; At 10,34-38; Lc 3,15-16.21-22

“Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”

Giovanni il Battista presenta colui che deve venire come ‘il forte’ allo stesso modo in cui Isaia aveva parlato del messia, ‘forte, potente come Dio’ (Is 9,5); dicendo ‘viene uno che è più forte di me’ rievoca anche le espressioni del salmo rivolte al messia: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’ (Sal 118) ripreso anche da Zaccaria ‘Ecco Sion, a te viene il tuo re…’ (Zac 9,9).

I quattro vangeli canonici riportano il battesimo al Giordano di Gesù, momento di svolta per la sua vita, per opera di Giovanni il battezzatore. La predicazione di Giovanni e la sua scelta di ritirarsi in una zona desertica per proporre un gesto di penitenza e di cambiamento di vita trovano motivazione nell’atmosfera di attesa di un messia liberatore del popolo e portatore di un rinnovamento religioso e di un regno di giustizia e di pace diffusa nell’ambiente d’Israele del I secolo.

Il fatto che Gesù si sia associato a questo gesto di purificazione genera interrogativo e scandalo per la prima comunità. Ma proprio per questo è tanto più importante sostare e coglierne la portata fondamentale nella vita di Gesù. Così viene ricordato sin dalla primitiva predicazione: “voi siete al corrente di quello che è accaduto in Galilea prima e in Giudea poi, dopo che Giovanni era venuto a predicare e a battezzare…” (At 10,37; cfr At 13,24-25).

Questo gesto agli inizi dell’attività pubblica è letto da Luca come momento di manifestazione dell’identità e della missione di Gesù. Luca non narra il momeno dell’immersione. Aveva poi presentato la discesa dello Spirito, la sua unzione fin dall’annuncio a Maria. Il momento del battesimo è occasione per indicare il volto di Gesù che anticipa la manifestzione sul monte Tabor e sul monte Calvario. Per dire questo utilizza tre elementi: il cielo aperto, la colomba, la voce dal cielo.

“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: ‘Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto’”.

Il cielo aperto è metafora di comunicazione fra Dio, il cui luogo è il cielo e la terra. E’ ripresa dell’invocazione del salmo ‘se tu squarciassi i cieli e scendessi…’. La colomba simbolo dello Spirito di Dio effuso sul messia rinvia alla profezia di Isaia: “Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2) La colomba era anche in qualche modo segno del popolo d’Israele (Sal 68,14; Os 7,11) e questo rinvia ad un inizio della comunità e del popolo di Dio che segue il messia.

La voce divina echeggia il salmo 2,7, salmo dedicato al re quando saliva al trono: parla dell’intervento di Dio: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. Re e messia erano pensati come figli adottivi di Dio. Così Luca indica in Gesù il Figlio. La voce da cielo cita un testo di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui pongo la mia compiacenza” (Is 42).

Gesù ha il profilo del servo di Jahwè: in lui si attua la speranza di un messia che rinvia alla promessa a Davide (2Sam 7). Ma Gesù ha tatti del servo, segnato dalla sofferenza che offre se stesso: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito sopra di lui… ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”.

Una voce dal cielo voce torna per tre volte nel vangelo di Luca: al momento del battesimo al Giordano, alla trasfigurazione ed infine al calvario, quando Gesù si rivolge al Padre e a lui si affida: lì Gesù si rivolge a Dio chimandolo ‘padre’, ora all’inizio del suo cammino è chiamato ‘figlio’.

Il Giordano luogo di lontananza da Gerusalemme e dal tempio, luogo del passaggio nel cammino verso la terra diviene il luogo in cui Gesù riceve l’invio per la sua missione ad essere il messia servo. Un momento di epifania: così lo legge Luca. Sarà un centurione romano proveniente dal mondo dei pagani a riconoscere sotto la croce che ‘ egli era veramente un uomo giusto’ (Lc 23,47).

Le acque del Giordano, che non solo attraversano tutta la terra di Palestina dal nord fino al Mar Morto, ma attraversano anche i due Testamenti, sono le acque che si prolungano in quella immersione (battesimo) che costituisce il momento di inizio di un cammino che è di Gesù e insieme a lui anche di coloro che lo seguono.

Alessandro Cortesi op

un Re è venuto tra noi.JPG

Acque

“Si è svegliato e ha sentito delle urla… In quel periodo però ci sono le berte. Le berte di prima mattina stridono… Ma lui aveva uno strano presentimento. Allora si è alzato, è andato a prua, ha preso in mano il timone della barca e si è diretto lentamente verso quelle strane grida. Sentiva le voci, e alcune sembravano umane. Gli sembrava di riconoscere delle parole.

“Appena ha albeggiato, ha visto delle macchie di colore in mare e si è accorto che erano corpi umani. Allora ha dato l’allarme. Sono riusciti a prenderne quarantacinque, poi si è fermato un latro peschereccio. E subito dopo siamo arrivati noi. Per loro era più difficile tirarli su perché avevano le murate alte, mentre io e Onder avevamo una barca da pesca molto più bassa e molto più piccola, di soli cinque metri e venti. Potevamo prenderli dall’acqua con più facilità. Ma non tantissimi, però, se no andavamo a fondo pure noi”.

E’ la testimonianza di Costantino, pescatore, originario della Puglia e trasferitosi a Lampedusa negli anni 70 e lì stabilitosi. E’ riportata nel racconto raccolto da Alessandro Leogrande nel suo libro ‘La frontiera’ (ed. Feltrinelli 2015) un anno dopo la strage di Lampedusa. Fu quello il naufragio avvenuto il 3 ottobre 2013: una barca caricata di migranti all’inverosimile, tutti stipati, proprio di fronte alle coste al largo dell’isola dei conigli, calò a picco per lo spostamento delle persone e la perdita del bilanciamento, mentre divampava un incendio. 368 furono i morti: 360 eritrei e 8 etiopi.

Il racconto ricostruisce il ricordo di quel momento e riporta, a un anno di distanza, parole e gesti degli eritrei sopravvissuti e dei loro compagni, fuggiti alla dittatura implacabile in un paese ridotto ad una caserma sotto un regime di violenza e controllo, tornati a Lampedusa per ricordare: “le onde sono alte, i fulmini cadono vicini alla costa. Il diluvio non scende a gocce, ma a secchiate fredde, sbattute dal vento. Eppure gli eritrei, che hanno cantato per tutta la durata del corteo e che hanno proseguito appena arrivati nei pressi della Porta quando lampi e tuoni si sono intensificati, continuano farlo, come se ci fosse ancora il sole. Rimangono imperturbabili, con i fiori in mano e lo sguardo puntato verso le onde, dentro le loro magliette nere su cui è scritto in bianco ‘Proteggere le persone, non i confini’. Cantano impassibili.”

Il 3 ottobre 2013 è data simbolo di una tragedia immane che è continuata come stillicidio implacabile, nel tempo e fino ad oggi continua in modo drammatico: una tragedia di acqua e di volti. Una schiera senza numero ha trovato nel mare la morte. Una tragedia di caduta e inabissamento nelle acque. Non sono mancate le mani robuste tese a tirare su corpi ritenuti senza vita e che hanno ripreso respiro. Ma sono piccola goccia. E’ la tragedia di questo tempo fatta di speranze e di tristezza, di morte e vita riassunte nel canto e nell’invocazione, nel senso di legame tra chi cammina ancora e chi non c’è più.

“Cantano e pregano per almeno mezz’ora mentre la pioggia picchia a secchiate e il vento diventa gelido… Non ho mai partecipato a niente di così intensamente religioso in tutta la mia vita. Non ho mai percepito, come in questo momento per certi versi assurdo, una tale tensione verso se stessi e gli altri, un tale stringersi intorno a un testo cantato e a delle persone che non ci sono più”.

Battesimo è immersione e uscita dalle acque, simbolo di novità e di rinnovamento. Battesimo è segno di acqua, ad indicare un dono, e la benedizione di Dio sulla vita. Le acque del mare sono divenute oggi luogo di morte e di esclusione. Quelle acque sono un confine di morte o di vita. Lì si possono attuare scelte di morte o di vita per far uscire, ma anche e prima di tutto per uscire dall’immobilità e dall’indifferenza, per vivere in modo diverso. E’ un cambiamento che non si risolve in un rito ma in un modo nuovo di intendere la vita. Capace di sentirsi legata ad altri.

Alessandro Cortesi op

Annunci

III domenica di Avvento – anno C – 2015

DSCN1755.JPGSof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

La città di Gerusalemme, ‘la figlia di Sion’ è invitata alla gioia: ‘Rallegrati’. Il breve salmo posto a conclusione del libro di Sofonia – libro segnato dal cupo annuncio del giorno del Signore – è rovesciamento di parole di minaccia: è invito alla gioia, ad una gioia entusiasta, piena. Dio stesso si fa vicino in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e si fa difensore, liberatore. La gioia dei giusti è contagio della gioia stessa di Dio che viene in mezzo al suo popolo. La sventura, dolorosa esperienza umana, non ci sarà più. Il Signore raccoglie tutti nel suo abbraccio e fa vincere la paura: ‘non temerai alcuna sventura’. Il ‘Dio che viene’ non ha i tratti terribili del giudice ma si rende presenza vicina gioiosa. C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Il regnare di Dio non si pone come dominio che opprime o esige, ma quale presenza di vita e pienezza. E’ dono di salvezza.

‘Siate sempre lieti’: è invito di Paolo alla comunità di Filippi. Rinvia alla pace del Signore, più grande di ogni pensiero umano, capace di custodia. Il motivo della gioia sta nel fatto che il Signore è vicino: una vicinanza non da temere come minaccia ma una vicinanza amica, di cui essere contenti. Essere lieti nel Signore significa poter vivere una pace radicata dentro, perché Dio si prende cura di noi: Paolo invita a maturare consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Luca presenta il popolo in attesa. Le folle domandano a Giovanni Battista: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Le sue risposte pongono esigenze che non distolgono dal presente, ma indicano un modo nuovo di impostare la vita con scelte di condivisione, onestà e giustizia, nonviolenza. Condividere i propri beni e il cibo perché tutti possano mangiare, non rubare agli altri, vivere il proprio compito con attitudine di rispetto e solidarietà. E’ quanto Giovanni indica alle tre categorie di persone che a lui si rivolgono, le folle, i pubblicani, o agenti delle tasse, e i soldati.

La vita del Battista è tutta orientata ad un altro: la sua testimonianza è preparazione del messia. Giovanni presenta colui che deve venire con i tratti del ‘più forte’. La simbologia legata al ‘slegare il lacco dei sandali rinvia ad un gesto del diritto matrimoniale (Dt 25,5-10; Rut 4,5-8): Giovanni non è lo sposo, la sua testimonianza è orientata ad indicare un altro, il messia.

Giovanni utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Si tratta di operare scelte che impostino la vita su orizzonti nuovi di senso. La pula è tutto ciò che è inconsistente nella vita e dev’essere eliminato. Nel linguaggio biblico ‘pula’ sono anche gli idoli: coloro che adorano gli idoli sono presentati come pula portata via dall’aia dal soffio del vento (Os 13,3) perché vanno alla ricerca di cose senza consistenza, che non danno felicità, e sono illusione: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4). Aderire al messia apre ad una scelta nel lasciare ciò che non vale.

Un messaggio emerge: il ‘Dio che viene’ è presenza vicina che arreca gioia. Il suo venire genera uno stile di esistenza non appesantita da angustia e paura ma fatta di serenità sobria e di amabilità: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Nelle vicende e fatiche della storia la presenza di Dio è vicinanza di salvezza e di liberazione. Accogliere questo annuncio è movimento che cambia la vita. La vicinanza del Signore è forza per vivere una pace dentro. Nelle contraddizioni del presente si fa amabilità e capacità di dolcezza di gioia: letizia quale gioia consapevole dei drammi del vivere, ma capace di sperare nella debolezza di Dio più forte di ogni potenza umana: ‘siate sempre lieti’.

Io_Fear_standard2.jpg

Paura e paure

“La paura è con ogni probabilità il dèmone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Ma è l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che covano e alimentano la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta sono nate da un senso di impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente” (Z.Bauman, Il demone della paura, Laterza 2014, 9)

L’insicurezza è il senso di non essere protetti e la percezione di poter perdere ciò che protegge non solo in territori e aree pericolose, ma anche nella normalità della vita sociale. La paura è suscitata da ragioni diverse: i processi economici, le minacce dell’ambiente, le incertezze riguardanti la salute, e ancora la criminalità, il terrorismo. Le paure conducono ad elevare recinti, ad assumere attitudini difensive, allo sforzo di individuare i portatori di rischi. Oggi le paure si configurano come un’inestricabile matassa di fili: i problemi che le generano sono intrecciati e cresce il senso d’impotenza nel fare qualcosa per eliminarle, per scioglierle e ritrovarne un capo.

Il senso di insicurezza abita il nostro vivere e lo rinchiude. Chi è bloccato dall’angoscia non riesce più a muoversi, a compiere passi avanti. L’angoscia diviene pervasiva occupando tutte le sfere del vivere individuale e sociale. La paura è così uno dei caratteri del nostro tempo. E’ tuttavia paura che si legge in modi diversi. E’ paura quella disegnata negli occhi di profughi che lasciano dietro di sè violenza, guerre orrori e impossibilità di vivere andando verso un futuro incerto. E’ paura quella che cova sotto la cenere di esistenze confuse nell’anonimato di periferie dove giovani sradicati coltivano incertezza sul loro passato, presente e futuro e magari scoprono nell’avventura della violenza o in una predicazione religiosa fondamentalista l’ambito di sfogo di paure non affrontate, accogliendo una scelta distruttiva per sé e per altri. E’ paura il sentimento che pervade le esistenze tranquille di chi matura il sospetto di fronte ad ogni estraneo, diverso. Così paura può essere indicata come veleno che inquina la vita quotidiana in cui il problema è quello di identificare rapidamente un colpevole, un capro espiatorio, da eliminare e da escludere.

Oggi la paura viene anche coltivata. I media sono un fortissimo veicolo di coltivazione della paura nel favorire la percezione del pericolo dell’altro. La paura viene ad essere un modo di intendere l’identità della persona, che per questo nella sua privatezza e solitudine si trova a gestire un sentimento che diventa distruttivo nei confronti degli altri. Tener lontane le paure, sotterrarle non è leggerle. Solamente la fatica di affrontarle, e di coglierne cause e ragioni è forse unica via per trarne motivi di consapevolezza e di impegno, per uscirne e per non rimanerne schiavi e vittime.

Le città oggi sono i luoghi in cui le insicurezze si manifestano più fortemente, ma anche i luoghi in cui poter affrontare la sfida a costruire spazi di interdizione e di esclusione o al contrario spazi dove i confini vengono attraversati e dove poter incontrarsi insieme. Le città sono le frontiere in cui l’estraneo possa essere conosciuto e non resti nella condizione dell’alieno, sconosciuto e incomprensibile, in cui i linguaggi possano interagire.

“Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Per quanto doloroso, dobbiamo cercare di capire le ragioni del terrorismo. Per combatterlo meglio, per non cadere nella sua trappola, per non dargli mai ragione, fosse pure per incoscienza o cecità. Le profezie che si autoavverano sono il meccanismo su cui si basa la sua logica omicida: provocare attraverso il terrore un caos ancora maggiore da cui trarre ulteriore rabbia, risentimento, ingiustizia. Lo sappiamo per esperienza, abbiamo visto come la fuga in avanti statunitense dopo gli attacchi del 2001 sia stata all’origine del disastro in Iraq, che ha generato il gruppo Stato islamico, nato dalle macerie di uno stato distrutto e dalla disgregazione di una società violentata. Riusciremo a imparare da questi errori catastrofici, o finiremo per ripeterli?” (Edwy Plenel, La paura è la nostra nemica, “Internazionale” 15 novembre)

Ma la paura rinvia a scorgere ancora più a fondo cause nascoste in un modo violento di intendere la vita, in una imposizione di processi di globalizzazione che hanno generato iniquità e dividono il mondo in privilegiati e disperati, in arricchiti ed esclusi.

Bauman osserva: “In un pianeta globalizzato negativamente è impossibile ottenere la sicurezza, e tanto meno garantirla, all’interno di un solo paese o di un gruppo scelto di paesi: non con i propri mezzi soltanto, e non a prescindere da quanto accade nel resto del mondo. Il nuovo individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono incisi sulla faccia di una moneta che nel suo verso mostra i contorni nebulosi della globalizzazione negativa” (ibid. 4-5).

Come oggi leggere le paure e cogliere da questo percorso motivi per trovare vie di uscita? Una vittoria sulla paura potrà avvenire? Si potrà scorgere al di sopra di confini di separazione, in un lungo cammino, ma insieme?

“tu non temerai più alcuna sventura… Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia…”

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Avvento – anno B – 2014

DSCF5399Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento anno B – 2014

DSCF4701

(Pergamonmuseum -Berlino – porta di Ishtar)

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate’ è parola iniziale e termine chiave del messaggio di un profeta del tempo della fine dell’esilio. In una condizione di crisi, di buio e schiavitù, il profeta, uomo capace di ‘visione’ perché sa leggere il presente alla luce della storia di alleanza con Dio, intravede un cammino nuovo che si apre. Accoglie la spinta interiore ad alzare la voce e richiama alla fedeltà di Dio, se ne fa portavoce ed invita a partecipare alla chiamata a ‘consolare’. Sorge così una parola di consolazione rivolta ai deportati perché si sollevino guardino oltre il presente e si preparino ad un cammino.

Il ritorno e la liberazione dall’esilio sono così descritti con i tratti di un secondo esodo. Come nell’uscita dall’Egitto nel deserto così, in un tempo nuovo e diverso, il Dio d’Israele sarà ancora guida e il popolo incontrerà ancora il suo volto di Dio dell’alleanza. La questione fondamentale riguarda ancora il volto di Dio, la sua presenza vicina. E’ il signore della storia e di fronte a lui gli dèi delle potenze straniere sono nulla: “Ecco tutti costoro sono niente, nulla sono le loro opere; vento e vuoto sono gli idoli degli dèi” (Is 41,29). In questo si concentra la parola del profeta, nel richiamo alla fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Viene così presentato il grido, a voce alta, di un messaggero: annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come aveva fatto all’uscita dall’Egitto: “Dio guidò il suo popolo per la strada del deserto verso il mare Rosso… Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es 13,18.21).

E mentre i deportati erano costretti a costruire la via lunga e diritta che portava ai templi delle divinità babilonesi, dove si sarebbero svolte le processioni in onore del dio Marduk, la visione nella fede apre un diverso orizzonte: quella strada sarà percorsa come ‘via sacra’, per uscire dalla schiavitù e sarà percorsa a ritroso da un popolo liberato, attraversando ancora il deserto. E’ questa una strada sulla quale Dio viene e su cui il popolo dovrà camminare con gioia per tornare alla terra, segno della promessa ad Abramo. E’ ritorno dall’esilio che riporterà Israele alla condizione dello scoprirsi ancora pellegrino, del vivere la provvisorietà, trovando appoggio e stabilità solo nella promessa e nella presenza del Dio vicino che continua a venire. ‘Il Signore Dio viene con potenza’. La visione del profeta è così una scena di trionfo paradossale, e sfocia in un quadro di dolcezza: Dio che detiene il dominio, il Dio della potenza che viene e opera i proidigi dell’esodo ha i tratti del pastore che si china sulle pecore madri e sugli agnellini e li prende con sè.

Marco, all’inizio del suo vangelo riprende il messaggio del secondo Isaia e la accosta alla voce di un altro profeta (Malachia, della prima metà del V secolo) in un tempo di crisi: si parla del giorno del Signore, preceduto dalla presenza di un messaggero che prepara la via a Dio stesso: (Mal 3,1-4). Ancora si rinvia al cammino dell’esodo e alla presenza di Dio che guida il suo popolo (Es 23,20; cfr 14,19; 33,2,). In questo quadro Marco introduce la figura del Battista. A differenza di Matteo che presenta il Battista come profeta dell’annuncio dell’ira imminente e del giudizio (cfr Mt 3,7-10) Marco insiste su un tratto del profeta battezzatore: egli è solamente ‘voce’, messaggero del giorno del Signore, dell’intervento definitivo di Dio. La sua voce è rinvio ad un altro, a Gesù, presentato come ‘il più forte’ (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22): può vincere le opere di ‘colui che divide’, Satana, e battezzerà con Spirito Santo. Gesù è così presentato come l’atteso, colui che viene a sconfiggere il male e a donare lo spirito, il dono degli ultimi tempi (Gl 3,28-29; Is 44,3; Ez 36,26). Il presente ‘viene’ sta ad indicare l’imminenza del venire di Gesù. E’ Gesù il centro della nostra attesa.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Deserto è condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una leggera variazione nella citazione: ora il deserto è luogo della voce, di un annuncio. E si compone acon l’invito del profeta che invitava a segnare una strada nel deserto.

Il deserto è lontano dal tempio, è simbolo dell’aridità della vita e di una condizione di mancanza. E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come la fede non è né dottrina, né codice etico, ma un’esperienza d’incontro. Ha i tratti di un cammino che investe tutta la vita.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

DSCF2440Alcune osservazioni per oggi, in riferimento al deserto:

il deserto e la città.

Zygmunt Bauman ha definito le città contemporanee un ‘deserto sovraffollato’: la sensazione è quella di vivere da stranieri e perduti, nell’impossibilità di riconoscere vicini e lontani, amici e nemici e nella percezione dell’essere stranieri. Le città sono come laboratori in cui si sta attuando un enorme esperimento di convivenza globale.

“Il deserto, ha detto Edmond Jabés, … è uno spazio dove un passo dà vita ad un altro che lo cancella, e l’orizzonte significa speranza per un domani che parla. Non si va nel deserto per cercare un’identità, ma per perderla, per perdere la propria personalità, per diventare anonimi (…) In una terra natale, comunemente chiamata società moderna, il pellegrinaggio non è più una scelta del modo di vivere; sempre meno si tratta di una scelta eroica o santa. Vivere la propria vita come un pellegrinaggio non è più quel tipo di saggezza etica rivelata a, o intuita dagli eletti o dai giusti. Il pellegrinaggio è ciò che uno fa per necessità, per evitare di perdersi in un deserto; per dare al cammino significato mentre vagabonda senza meta. (…) il mondo-deserto obbliga a vivere la vita come un pellegrinaggio. Ma dal momento che la vita è un pellegrinaggio, il mondo sulla soglia è come il deserto, senza tratti specifici, dal momento che il significato deve ancora essergli conferito dal vagabondare, che lo trasforma in traccia che conduce alla fine del cammino, dove il significato attende. Questo «dare» significato è stato chiamato «costruzione dell’identità» il pellegrino e il mondo-deserto in cui egli cammina acquistano significato insieme, e l’uno attraverso l’altro. (Da Z.Bauman, La società dell’incertezza, Da pellegrino a turista, ed. Il Mulino 31-32)

il deserto: luogo della vita.

Sul deserto alcune parole di Arturo Paoli che in questi giorni ha compiuto 102 anni: “Prima del deserto la mia vita era stata piena e interessante, naturalmente con qualche stanchezza e con l’amarezza degli ultimi eventi che ci avevano costretti ad abbandonare Roma e tutti gli impegni ai vertici della Gioventù cattolica (…) Il deserto è stato un passaggio fondamentale nella mia vita, nell’aver capito di non vivere più per me e che negli anni precedenti avevo vissuto con egoismo, anche se non me ne rendevo conto e magari venivo elogiato per il mio altruismo, ma dentro di me sentivo che agivo egoisticamente. La grande virtù del deserto è quella di spogliarti, di farti morire al passato e farti rinascere, come Gesù dice a Nicodemo: devi rinascere in spirito e verità. La vita cristiana è morire a te stesso e rinascere per l’altro. Abbandonare la fede astratta verso un Essere invisibile e orientarla verso l’amicizia con Gesù e il suo progetto di pacificare il mondo. Penso spesso che il deserto non è solo un luogo. C’è il deserto del cuore. Ma affermo che non esiste altro mezzo per liberare il nostro cuore, per farne l’abitazione dell’”ospite sacro”. (da A.Paoli, Rinascere dal deserto, “Ore undici”, gennaio 2011)

il deserto: luogo dell’attesa

Sul senso dell’attesa nel deserto, una poesia di Clemente Rebora (1885-1957) che si chiude con il bisbiglio di una voce attesa:

Dall’immagine tesa / vigilo l’istante / con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno: / nell’ombra accesa / spio il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono –
e non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno. / Ma deve venire, / verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto. / Verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio.

il deserto: luogo dello spogliamento.

René Voillaume, Pregare per vivere, ed. san Paolo: “Anche noi, come Gesù durante la sua vita terrena, abbiamo bisogno di periodi di ritiro e di deserto, che’ non devono sembrarci periodi sottratti agli uomini. (…) Il periodo di deserto è una prova, un test come un tentativo pieno di fiducia per sollecitare Dio a venire verso di noi, nella nostra impotenza, per condurci a lui. Ciò che, dunque, è essenziale, in un periodo di deserto, è lo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio in una certa inattività delle nostre capacità. Questa attesa passiva, senza una risposta di Dio sarebbe nociva se si prolungasse molto, ma è piena di vantaggi se è breve, come un grido di aiuto lanciato verso Dio e di cui noi abbiamo bisogno, di tanto in tanto, per sostenere la nostra preghiera”.

il deserto: luogo dell’incontro e dello scambio che genera cambiamento.

“Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio”. (da Italo Calvino, Le città invisibili, ed.Einaudi)

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno C – 2012

installazione a Agueda (Portogallo) di studio design IvoTaravaresSof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

“E le folle lo interrogavano dicendo: che cosa dunque faremo?” Giovanni Battista è una figura chiave per comprendere Gesù. Attraverso di lui è necessario passare perché Gesù ha scelto di passare attraverso l’incontro con Giovanni. Ma anche è importante perché Gesù va oltre Giovanni. Ed è così passaggio ineludibile nel cammino di chi intende seguire Gesù. Luca infatti vede nel Battista l’annunciatore, colui che precede Gesù che viene come ‘il più forte’: “viene colui che è più forte di me”. Gesù è presentato come il veniente, ed è additato come il forte che vince e porta liberazione e salvezza. Porta ‘vangelo’, bella notizia oltre ogni confine, in una dimensione nuova che tocca non solamente un gruppo, un popolo, ma apre tutte le chiusure. Luca poco prima in rapporto alla predicazione di Giovanni aveva infatti ripreso il testo di Isaia (40,3-5) e a differenza degli altri sinottici era giunto nella citazione sino al v.5: “ogni carne vedrà la salvezza di Dio”.  Il venire di Gesù è dono di liberazione e di vita per tutti, fuori dai recinti culturali e religiosi.

“Che cosa dunque faremo?” La domanda non riguarda tanto la richiesta di ‘cose da fare’, di comportamenti da tenere, quanto piuttosto la questione di una trasformazione interiore che segni l’esistenza nella sua interezza. Sono elencate così tre categorie di persone a cui il Battista indica cosa fare. Sono le folle, poi i pubblicani, esattori delle tasse e i soldati dell’impero romano. Ad ognuna di esse si pone un’esigenza nella direzione non della richiesta di qualcosa di eccezionale ma di vivere un’attitudine di giustizia e di attenzione all’altro.

Innanzitutto Giovanni indica la logica della condivisione: “chi ha due tuniche faccia parte con chi non ne ha”. Il primo passaggio di una vita nella linea della conversione sta nel guardare a chi ha meno, nello sguardo che tenga conto dell’altro e nella decisione di condividere. Ai pubblicani è indicato di accontentarsi di quanto è stabilito, di non esigere oltremodo e di attenersi alla regola richiesta. E’ ancora un modo di agire in cui si apre alla considerazione dell’altro a non schiacciarlo, a rispettarlo. Ai soldati Giovani richiede di non maltrattare e di non usare violenza, indica loro l’esigenza di essere onesti nel riconoscere la dignità delle persone. Sono indicazioni che non chiedono l’abbandono del proprio ruolo e compito, ma suggeriscono vie per vivere con uno stile diverso, guardando gli altri. Sono una via di umanizzazione: si tratta di vivere il proprio compito ma secondo una logica di giustizia.

Giovanni annuncia una presenza di ‘colui che viene’ visto nell’atto di compiere un giudizio: “egli ha il ventilabro nella sua mano per mondare la sua aia per raccogliere il frumento nel suo granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile”. Nel momento del venire del Signore si attuerà una rivelazione dello spessore delle cose. C’è una separazione che avrà luogo tra ciò che conta veramente e ciò che nonostante le apparenze manifesterà la sua inconsistenza, come la paglia che viene consumata presto all’avvampare del fuoco. C’è del grano che viene raccolto, ma c’è pula che rivela la sua inconsistenza e viene bruciata.

Luca in qualche modo a conclusione sottolinea anche un tratto della predicazione di Giovanni che prepara Gesù: “raccomandando dunque anche molte altre cose, annunciava al popolo la buona notizia”. Giovanni è profeta che si rivolge non ad un gruppo chiuso e separato, come era ad esempio la comunità di Qumran che pure attendeva la battaglia finale e l’avvento di due messia. La parola di Giovanni raggiunge tutti anche coloro che erano ritenuti esclusi dal mondo religioso e a tutti suggerisce la possibilità di accogliere una notizia di salvezza: ‘ogni carne vedrà la salvezza del Signore”.

In questo annuncio di una venuta imminente di un giorno di JHWH con i caratteri di un giorno di giudizio e di fuoco, sta un tratto della visione di Dio di Giovanni, secondo gli schemi della mentalità apocalittica: Dio viene per porre fine a questo mondo e per dare inizio ad un nuovo mondo diverso da quello attuale. La preparazione e la conversione richiesta da Giovanni ha i caratteri di un’attesa e di un cambiamento per rendersi disponibili ad una novità che giunge come rottura e come giudizio.

In questo si ritrova la grandezza ma anche il limite di Giovanni: è Giovanni infatti il profeta dell’attesa, ma il volto di Dio che egli attende è un Dio del fuoco. Rimarrà spaesato di fronte alla testimonianza e all’annuncio di Gesù che presenta non un Dio del giudizio ma della salvezza offerta gratuitamente e che chiede solo l’accoglienza nella fede. Luca – nel corso del vangelo – presenta l’invio dei discepoli da parte di Giovanni a chiedere a Gesù: “sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?” (Lc 7,19). Giovanni è veramente un grande profeta e tuttavia l’annuncio di Gesù si porrà in discontinuità con il suo annuncio di un giudizio, perché si connota come annuncio di gioia, di un venire di Dio che si fa vicino e cercatore dei perduti.

Sta qui il messaggio centrale di questa domenica al cuore del cammino dell’avvento: “gioisci, esulta rallegrati, fa festa, perché il Signore Dio è in mezzo a te”. L’invito sta nel trovare la radice profonda di uno sguardo alla vita nei termini della gioia perché il Signore viene. Non per altr motivi. C’è un veniente nel deserto delle nostre esistenze. Ma in questo tempo e in rapporto a questo invito alla gioia le richieste del Battista aprono una considerazione: è possibile ed è importante sperare non solo nel veniente, ma anche che questo suo venire trasformi i cuori. Avvento è tempo di attesa non solo del venire di Dio, ma del cambiamento possibile, del venire di una umanità disponibile a lasciarsi cambiare. E’ sguardo di speranza nel venire di Dio, ma anche sguardo di speranza sui volti e sui percorsi umani, per tutti, non nella confusione di una grazia a buon prezzo, ma nell’esigenza di una responsabilità che accoglie un dono immeritato di presenza: ogni uomo vedrà la salvezza di Dio…

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno C – 2012

DSCF2666Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare… Luca è attento ad indicare date e nomi, luoghi e indicazioni geografiche. Ricostruisce così un quadro di tempo e di spazio in cui la vicenda di Gesù si inserisce. E la sua attenzione si concentra su Giovanni il Battista e il messaggio al centro della sua vita.

Si potrebbero cogliere alcuni aspetti propri di questa pagina che divengono motivo di riflessione per il nostro cammino di fede oggi.

Luca colloca Gesù in una storia: non è preoccupato di costruire una biografia di Gesù – i vangeli non sorgono come opera di cronaca e con intenti biografici – ma è molto attento nell’indicare che la vicenda di Gesù è quella di un uomo, membro del popolo d’Israele che s’inserisce in una storia ed in un tempo. Parlare di Gesù, per Luca, implica riferirsi ad una vicenda storica, concreta di un uomo che ha incrociato altre persone: in particolare per lui è stato importante un incontro che ha segnato una svolta nella sua vita, con Giovanni Battista.

In questa storia Luca evidenzia il peso dei grandi imperi e delle vicende politiche e di spartizione di territori e di aree di potere. Legge anche la presenza di una autorità religiosa indicata nei capi del sinedrio, punto di riferimento del sistema religioso del tempo.

Ma in questa storia, segnata da capi e da autorità che rappresentano i sistemi del potere, politico e religioso, Luca improvvisamente fa scorgere uno squarcio che apre questa storia ad un’altra dimensione. Non solo apre a considerare che in questa storia è da ricercare la presenza dell’agire di Dio, ma l’attenzione alla parola di Dio smaschera una storia fatta dai dominatori come storia di grandezze fatue e instabili. La presenza di ciò che rimane, della Parola va cercata altrove.

Dopo aver parlato dei poteri politici e religiosi infatti Luca improvvisamente conclude: “la parola di Dio venne su Giovanni”. Giovanni il Battista si fa accogliente della parola di Dio che scende. In questa storia, in cui sembra che gli attori principali e unici siano i potentati umani, v’è una dimensione presente e nascosta: è l’agire della parola che non segue le logiche del potere umano, ma segue altre vie ed emerge altrove. Non nel dominio dell’imperatore o nel potere dei sacerdoti nel tempio, ma nella vicenda di un profeta che si allontana da Gerusalemme, che lascia la sua famiglia di origine sacerdotale per dedicarsi totalmente ad un annuncio di preparazione ad un intervento imminente di Dio nella storia. La parola di Dio scende nel deserto. E il deserto si contrappone alle sedi delle coorti imperiali presiedute dal prefetto, dai palazzi ellenistici costruiti da Erode, vassallo dei romani, e dal Tempio di Gerusalemme, sede dei sommi sacerdoti e della classe sacerdotale.

Mi sembra che Luca suggerisca così due atteggiamenti da coltivare: il primo è l’attenzione alla vicenda di Gesù stesso radicata in una storia. E’ stato veramente uomo e va ascoltata  e letta la storia in cui egli ha vissuto. Ma la storia va letta non lasciandosi prendere dalla visibilità dei dominatori, ma alla ricerca dello scendere della Parola di Dio. Questa storia va letta anche per comprendere quale via Gesù ha seguito, che tipo di umanità ha indicato con il suo cammino umano. In particolare il fatto che Gesù sia stato affascinato dalla presenza del Battista – un dato indiscusso del suo percorso storico – costituisce una domanda che Luca apre. Come mai Gesù vide in Giovanni qualcuno di importante per  il suo cammino? Perché proprio il Battista, questo profeta che lasciò la sua famiglia di stirpe sacerdotale – figlio di Zaccaria – per recarsi nel deserto, lontano da Geruslaemme, dal sistema religioso e lontano dai centri del potere politico? E poi in quale modo Gesù si distaccò anche da Giovanni presentando un annuncio ed un volto di Dio diverso da quello del Battista?

In secondo luogo Luca suggerisce di sostare sulla dimensione del deserto, dove Giovanni si reca e dove la Parola si rende presente. E’ il percorso scelto da Gesù quando si recò dal Battista nel deserto. E’ anche il passaggio richiesto ad ognuno che desideri seguire Gesù. Il deserto è luogo che  rinvia all’esodo e all’esilio, luogo in cui scoprire una dimensione di pellegrinaggio e di cammino come aspetto costitutivo dela fede stessa: il deserto è luogo di conversione alla parola, al modo di agire di Dio, luogo di incontro con Dio senza appoggi umani. Una fede in cammino, sciolta, libera, capace di cambiamento e di mettersi in discussione. Spoglia di certezze che derivano da costruzioni culturali, di potere e racchiuse in sistemi religiosi, ma alla ricerca del soffio della Parola. Un invito ad un fede povera, ma per questo più autentica, nel seguire il cammino di Gesù e nel riscoprire il suo cammino umano…

Alessandro Cortesi op

 

 

III domenica di Avvento anno B – 2011

Is 61,1-2.10-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

La figura di Giovanni Battista ci accompagna nel cammino di avvento. Senza il Battista non possiamo accostarci e comprendere Gesù. Gesù, che storicamente ha seguito Giovanni, ad un certo punto si distanzia da lui e inizia, dopo il battesimo ricevuto da Giovanni, il suo percorso come messia. Il IV vangelo offre una lettura più profonda, spirituale, della figura di Giovanni il Battista e suggerisce alcune tracce per una spiritualità nel nostro oggi.

Giovanni nel IV vangelo è presentato come il testimone. Di lui si dice che dà testimonianza. “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce” (Gv 1,8). Sta qui il nucleo segreto dell’identità del Battista. Di fronte alle attese di coloro che riconoscevano in lui un profeta (Dt 18,15-18), oppure Elia che doveva tornare (Mal 3,23), oppure il messia, la sua risposta è un diniego: ‘non sono’. Alle domande dell’autorità religiosa inviata a lui. Chi sei tu? Giovanni risponde solamente in forma negativa: ‘io non sono…’. Il Battista appare assai chiaro nel porsi come qualcuno che non deve attrarre, ma che si pone nella relazione, la sua identità non è chiusa ma è relativa ad altro, a Gesù. In tal senso è il testimone. Giovanni risponde solamente ‘Io, voce che grida nel deserto…’. La sua identità si esprime nell’essere voce. Essere voce – ci dice Giovanni – è il senso profondo dell’esperienza del testimone.

E richiama ad una presenza che sta già in mezzo. E’ presenza da scoprire, a cui aprirsi: “in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. C’è un cammino di conoscere interiore, profondo, di rapporto di vita che esige spazio e libertà da se stessi per essere compiuto.

Qui Giovanni offre una indicazione profonda al cammino del discepolo di Gesù. La capacità di non mettersi al centro, di non attrarre a sé ma di lasciare spazio a Gesù solo. Giovanni è presentato come colui che doveva dare testimoinianza alla luce e “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Sta qui il senso profondo della testimonianza: lasciare spazio alla presenza di Gesù, luce al cuore dell’esistenza di ogni uomo e donna che viene nel mondo (Gv 1,9).

Il IV vangelo approfondisce questo aspetto richiamando alla parola del Battista quando dice di essere l’amico dello sposo (Gv 3,25-30): è l’amico dello sposo che rimane, sta saldo e ascolta. E esulta di gioia alla voce dello sposo. “Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere  io diminuire” (Gv 3,29-30). C’è  un tratto di gioia nella vita del battista: la gioia di essere testimone che rinvia e non tiene per sé, che non mira alla crescita, ma alla decrescita per lasciare spazio all’altro e agli altri. Non tiene per sé nemmeno i discepoli che lascia andare da Gesù, indicando in lui l’agnello di Dio (Gv 1,35-37). La sua vita è in rapporto a Gesù – ci dice il IV vangelo – sarà lui che indicherà Gesù come ‘agnello di Dio’. Nell’aramaico, lingua parlata da Gesù e dal Battista, il termine ‘talja’ indicava due elementi: suggeriva l’agnello, ma anche suggeriva la figura del servo. Nel IV vangelo il Battista conduce a Cristo e si fa da parte. Non occupa la scena.

Giovanni suggerisce percorsi di uscita dal controllo del potere religioso che è spiazzato di fronte alla predicazione di Giovanni, ma anche dal narcisismo che oggi pervade tanti percorsi personali e di chiesa. La sua testimonianza è provocazione per farsi sospettosi di fronte all’affermarsi di leader che pongono la propria figura in primo piano e non lasciano spazio alla libertà e alla responsabilità di seguire Cristo. E’ anche voce critica verso le forme della manifestazione del potere, ma anche di quel vittimismo di chi continuamente richiama l’attenzione alla propria piccolezza e si lamenta in un desiderio nascosto di affermazione e di visibilità. Laddove c’è troppa centratura su di sé non c’è spazio per questo dire ‘io non sono…’. Non c’è spazio per Gesù.

Giovanni ci offre una chiave per comprendere il senso della gioia dell’attesa. Nel tempo del fratempo tra la venuta storica di Gesù e il suo ritorno, siamo chiamati ad attendere. E’ tempo segnato dalle prove ma è anche – ci ricorda Guiovanni – tempo di gioia: “l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo”. E’ la gioia di chi non pensa a se stesso ma rivolge lo sguardo all’agnello di Dio, si volge al percorso di Gesù come servo. E’ la gioia di chi sa di essere soalmente voce. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé ad altro, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo.

Cammino del Battista ma anche cammino dei discepoli di ogni tempo.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo