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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Immacolata Concezione – anno A – 2019

Cranach,_adamo_ed_eva,_uffizi-1(Lucas Cranach il vecchio, Adamo e Eva – 1528 – Uffizi)

Gen 3,9-15.20; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

“Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. In queste poche parole, in un saluto, è racchiusa l’esperienza di Maria, donna capace di responsabilità e impegno perché segnata da un amore ricevuto e accolto.

“Rallegrati” non esprime riconoscimento di una sorta di grandezza o di virtù da parte di Maria: è piuttosto espressione di un amore immeritato che ha avvolto la sua vitae di cui lei si rende consapevole. E’ indicazione di un’esperienza di grazia che genera stupore e ringraziamento. Ed insieme senso di restituzione di tutto a Dio. La vita di Maria è posta nel segno di una gratuità che lei in modo adulto accoglie responsabilmente facendone orizzonte di sequela di Gesù e di servizio. Non nella logica dell’assoggettamento e di una femminilità vissuta nei termini di sottomissione e rassegnazione, ma con il coraggio proprio dei poveri di Jahwè che percorrono e accompagnano cammini di liberazione. Maria si scopre amata e per questo inviata ad essere testimone di un amore che guarda ai piccoli, che rovescia i potenti dai troni, che innalza gli umili, che ribalta una storia dominata dai violenti e dai prepotenti e inaugura una storia nuova. E’ l’amore di Dio.

Nel volto di Maria si può scorgere la bellezza di chi è amato da Dio e accoglie questo dono con senso di gratitudine e con creatività e decisione, facendosi terreno di accoglienza e dando spazio alla fecondità di questo amore. Una zolla di terra capace di dare spazio ad un seme di vita.

“Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…” La nudità di Adamo nel giardino è il segno di uno stare di fronte nella sincerità e nella trasparenza. Di fronte al suo ‘tu’, Adam, l’umano fatto di terra, si scopre nudo, scoperto, capace di gioire della trasparenza di corpi che s’incontrano senza nascondimenti. La nudità esprime la bellezza dell’amore in cui proprio l’incontro dei corpi manifesta il desiderio di consegna del proprio io ad un ‘tu’ che sta di fronte, incontrato come presenza che accoglie vicina e diversa. E’ esperienza di trasparenza nell’intimità della vita. Nella loro nudità Adamo e Eva scoprono di potersi affidare reciprocamente e di poter consegnare l’un l’altra la propria fragilità senza paure, senza riserve. E’ la bellezza dell’amore che sulla terra è traccia ineludibile di Dio.

Tuttavia la nudità diviene un ostacolo, elemento che genera paura quando il rapporto s’incrina con falsità, sospetto e tradimento. Quando non è trasparente, quando si vuole nascondere qualcosa: nell’immagine di Adamo che di fronte a Dio ha paura perché si trova ad essere nudo sta racchiuso il messaggio su di una rottura del rapporto. E’ un atteggiamento di insincerità, tentativo di nascondere un sospetto. E’ ricerca di coprirsi e di mascherare nel trovarsi a disagio con la propria fragilità, nel voler nascondere una distanza ed una rottura.

Ad Adamo ed Eva, padre e madre dei viventi, nudi, narra Genesi, Dio procurerà delle tuniche di pelle per coprirsi: il Dio che vuole la vita e l’amore, nonostante l’insincerità dell’uomo, nonostante l’incapacità ad accogliere con fiducia il suo dono, apre cammini in cui poter recuperare sincerità e amore di fronte all’altro.

“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. C’è un disegno di benedizione sulla vita umana e sul cosmo. L’inno agli Efesini ricorda che c’è un sogno di Dio su ogni volto: ed è un sogno di benedizione, di partecipazione alla sua vita, di santità. Sta qui la radice per scorgere in ogni volto un luogo di benedizione e per chiedere al Signore di essere strumenti perché ogni persona possa scoprire questo sguardo di amore nel cuore della sua esistenza, nonostante ogni contraddizione, ogni abbandono, ogni sofferenza per non essere amati. In lui, in Cristo che si è dato per tutti, Dio ci ha scelti. Siamo inseriti in una corrente di sguardo benevolente e amoroso che solo fa sorgere vita e vita per altri.

Alessandro Cortesi op

viva-vittoria-bergamo-1024x768(le piazze di alcune città italiane sono state tappezzate nella giornata del 25 novembre con coperte multicolori per sensibilizzare contro la violenza di genere: qui una installazione a Bergamo)

Violenza, sfruttamento, individualismo

Leggendo i quotidiani degli ultimi giorni non si può non sostare con preoccupazione a fronte a due fenomeni che si presentano con drammatica evidenza: il dato sulla violenza contro le donne in Italia e il fenomeno dello sfruttamento del lavoro che continua e alimenta gli affari delle grandi marche della moda.

Sono novantacinque le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno. Nel 2018 le vittime sono state 142. Dal 2000 ad oggi sono state 3.230. Circa la metà per mano del proprio compagno o ex compagno, in un contesto quindi familiare. Manifestazioni di violenza si accompagnano a maltrattamenti, ad oppressioni e umiliazioni, a stalking, e sono condotte in modo trasversale senza differenze tra Nord centro e Sud Italia. Le vittime e gli aggressori provengono da tutte le classi sociali e dalle più diverse condizioni economiche. La rete dei centri anti-violenza, in una sua analisi comparando i dati Istat e quelli raccolti direttamente, ha evidenziato che la percentuale più alta delle forme di violenza subita dalle donne ascoltate presenta situazioni di violenza psicologica (73,6 per cento). Le denunce sono aumentate ma non sono sufficienti le misure di tutela. I Centri antiviolenza non hanno sostegni adeguati. Avanzamenti nella legislazione come la legge sullo stalking del 2009, e quella sul femminicidio del 2013 non hanno portato ad una decisa diminuzione della violenza.

Appare come il femminicidio sia una piaga in particolare del nostro Paese che denota non più una situazione di emergenza ma un fenomeno continuativo. La violenza esercitata sulle donne non può essere relegata ad una vicenda privata, ma assume una valenza sociale. L’intera società deve sentirsi interpellata e individuare misure per reagire e predisporre itinerari educativi. Alla base del fenomeno sta una idea malata di possesso dell’altro, la dipendenza da una comprensione androcentrica e patriarcale della vita, una comprensione narcisistica della personalità, l’incapacità di rispettare l’autonomia e la libertà dell’altro, il rifiuto di affrontare la fatica nel costruire giorno per giorno relazioni adulte. Le questioni in gioco sono l’educazione alla parità, al rispetto dell’altro, l’accettazione della differenza, la capacità di confronto e dialogo, soprattutto una comprensione nuova della propria identità in relazione e poi il superamento di visioni discriminatorie, di stereotipi e pregiudizi. La violenza sulle donne è uno dei versanti dell’affermarsi della violenza in un contesto in cui si esalta il ripiegamento su un proprio io incapace di guardare all’altro e di lasciarsi porre in discussione dalle diversità dell’altro.

Proprio in considerazione di tale questione di un ‘io’ incapace di aprirsi alla considerazione dell’altro da sé, Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, osserva: “Oggi le appartenenze sono piuttosto digitali, comunque più individualistiche e frammentarie, condizionate da opportunità, affinità iniziali e non verificate, oppure contingenze. Cosa diventa un individualismo di questo genere se non crescono parimenti la responsabilità, la capacità di discernimento e di visione che sono possibili solo in un rapporto con il prossimo?”

Un egocentrismo che si connota come aspirazione senza limiti porta a drammatiche conseguenze nella vita sociale: “L’egocentrismo – io penso – ha pretese senza limite, perché il vero limite, che non riesco mai a superare da solo, sono io stesso: quell’io su cui punto tutte le mie risorse. L’egocentrismo ci persuade che staremo bene solo assecondando il nostro io, anche a costo di rovinare i rapporti con le persone più care. Così finiamo per scegliere la parte e non il tutto, lo spazio e non il tempo, la difesa delle cose piuttosto che la costruzione dei rapporti” (Matteo Maria Zuppi con Lorenzo Fazzini, Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente, Piemme 2019)

C’è anche un egocentrismo di un mondo che alimenta il suo produrre nello sfruttamento degli altri: “L’Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell’alta moda”. Così Roberto Saviano introduce un suo articolo in cui denuncia la situazione diffusa a nord al centro e al sud dello sfruttamento di lavoro schiavizzato che alimenta l’industria dell’alta moda, delle grandi marche che esportano in tutto il mondo (Quegli operai sfruttati nella fabbrica ‘grandi firme’, “La Repubblica” 18 novembre 2019) .

Dopo aver fatto riferimento a recenti situazioni concrete in cui sono stati scoperti lavoratori in nero che lavoravano in condizioni di sfruttamento per due/tre euro l’ora osserva: “Il lavoro italiano schiavizzato è stato totalmente rimosso dal dibattito pubblico sovranista perché andrebbe a smontare il suo principale cavallo di battaglia ideologico, svelando che non sono gli immigrati clandestini che arrivano in Italia a far abbassare il prezzo del lavoro e quindi a reintrodurre la schiavitù. Da più di cinquant’anni in molte zone del Meridione d’Italia (ma anche in Veneto) esiste un sistematico sfruttamento della manodopera di qualità da parte di tutto il sistema della moda, ma nonostante articoli, reportage, denunce e impegno dei sindacati, non si riesce in alcun modo a mutare la situazione”.

“la responsabilità di molte aziende dell’alta moda è totale: sono consapevoli — anche se legalmente al riparo — che la qualità della loro merce è frutto di condizioni di lavoro terribili e di uno sfruttamento costante. Solo da loro possono venire scelte in grado di cambiare questa situazione. Il populismo tace per convenienza, i riformisti temono di far scappare le aziende, quindi i salari, quindi i voti. Insomma, la solita verità italiana”.

Forme diverse di violenza e sfruttamento sono presenti in un contesto in cui sarebbe indispensabili maturare la consapevolezza della dignità di ogni volto perché in esso sta una benedizione originaria ed una chiamata fondamentale alla relazione.

Alessandro Cortesi op

Natività di san Giovanni Battista – 2018

IMG_0090.JPGIs 49,1-6; At 13,22-26; Lc 1,57.66-80

L’inno di Zaccaria è presentato da Luca come una profezia, espressione della presenza dello Spirito: Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:

“Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo”.

La preghiera è un inno di benedizione rivolto a Dio che ha visitato il suo popolo. La presenza di Dio è indicata nella preghiera del sacerdote Zaccaria come quella di un tu che visita, e si fa vicino. E’ espressione di un’esperienza di Dio come presenza di qualcuno che sta accanto e porta conforto.

L’inno parla di una visita che si rende presente nella nascita, di Gesù, il salvatore. Dio visita suscitando vita, operando cose nuove, generando comunione. Luca legge la nascita annunciata a Maria in parallelo con la vicenda di Elisabetta sua parente, che non poteva avere figli ma riceve benedizione e fecondità inattesa. La sua vita è così visitata, dall’altro e dall’Altro, dal dono di Dio, dalla nuova vita di Giovanni, dalla vicinanza di Maria che si reca ad incontrarla.

La visita di Dio è anche in continuità con altre visite che attraversano una storia lunga nella storia d’Israele. La sua fedeltà si manifesta nel ricordare, e nel mantenere il legame dell’alleanza sin dalla prima uscita di Abramo che lasciò la sua terra accogliendo la chiamata e coinvolgendo la sua vita nella promessa ricevuta:

come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni”.

Il lungo cammino dell’alleanza, la lunga marcia che vede la migrazione al cuore della fede, è segnata dall’esperienza della misericordia di Dio, dal suo non venir meno nel visitare e stare accanto, ed è orientata ad una relazione. Risposta al dono di vicinanza sta nel servirlo in santità e giustizia. Sono questi i due orizzonti di una vita che si pone davanti a Dio e in rapporto agli altri: santità è la vita stessa di Dio da accogliere e custodire attuando nella vita uno stile di alleanza e liberazione. Giustizia esprime la fedeltà quale attitudine di ascolto rivolto alla promessa e di relazioni nuove, nel guardare l’altro con gli occhi di Dio che non viene meno alla sua misericordia.

“E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati”.

Giovanni è indicato col nome di profeta dell’altissimo: la sua vita è importante per comprendere Gesù e il suo stile è quello di un profeta, teso nell’annuncio di una venuta di Dio imminente e nella testimonianza personale della sua fedeltà.

“Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace”.

La preghiera di Zaccaria pone accento sulla tenerezza di Dio e sulla sua visita: annuncia così la presenza di una luce come liberazione che guida su vie di pace. La pace è parola che chiude quest’inno di benedizione, preghiera che ringrazia e scorge il presente come tempo di germogli, di nascite. E’ un testo chiave per leggere la vicenda di Giovanni come segno che Dio fa grazia. Il suo nome racchiude il progetto della sua vita, l’essere profeta portatore di parola di bene anche laddove sembra che non ci vi sia possibilità di vita e di futuro. L’esperienza della grazia fa rallegrare (Lc 1,57).

La benedizione di Dio diviene benedizione condivisa nelle parole di gioia, di bene, del rallegrarsi insieme. Abbiamo bisogno ancor oggi di profeti capaci di indicare la parola di bene di Dio nella nostra storia. Abbiamo anche bisogno di scambiarci parole di bene nel riconoscere i segni di grazia nonostante ogni buio. Abbiamo bisogno di imparare da Giovanni colui che preparato le strade.

Alessandro Cortesi op

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Sulla via della pace

Mercoledì 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite. Giornata che in questi tempi di regressione a livello globale nel rispetto dei diritti umani assume una particolare rilevanza. E’ infatti una giornata che intende ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951. Una convenzione che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a “chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Dopo la devastazione e la violenza della II guerra, dopo le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei e di altre minoranze tra cui i rom, la Convenzione di Ginevra seguita alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, ha segnato un passaggio decisivo di affermazione dei diritti e di riconoscimento dei fondamenti alla base di nuovi rapporti tra gli stati europei. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino agli attuali 145 Paesi nel mondo. Ma alcuni stati tra i quali la Libia (è bene ricordarlo!) non hanno sottoscritto questa convenzione che protegge chi cerca rifugio e asilo fuggendo dal proprio paese.

Ieri è stato presentato il rapporto annuale Global Trends 2017 a cura del Agenzia delle Nazioni Unte per i rifugiati (UNHCR) che raccoglie i dati relativi ai rifugiati nel mondo. 68,5 milioni persone nel mondo vivono nella condizione di rifugiati ed è da considerare che si tratta di un movimento continuo e in divenire senza interruzione. 44.500 persone al giorno circa si mettono in cammino per fuggire da guerre, conflitti, persecuzioni di diverso tipo e nel corso del 2017 sono stati particolarmente ingenti gli spostamenti di massa dal Congo, dal Sud Sudan e dal Myanmar (la popolazioni rohingya).

Nel 2017 circa 5 milioni di profughi hanno potuto far ritorno ai territori o paesi di origine. Circa i 2/3 dei rifugiati nel mondo provengono da cinque paesi: Siria (6,3 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,4 milioni) Myanmar (1.2 milioni) Somalia (986.400). I richiedenti asilo, cioè coloro che hanno presentato richiesta di protezione internazionale erano 300 mila nel 2016 e 3,1 milioni nel 2017. Tale aumento segnala come siano peggiorate le condizioni per l’esame delle domande e per il riconoscimento dello status di rifugiato.

La stragrande maggioranza dei profughi risiede non come è idea diffusa, nei paesi occidentali, ma al contrario in paesi poveri. Per lo più chi è costretto a spostarsi dalla sua casa e dal proprio ambiente, portando con sé i beni essenziali e i familiari, lo fa in territori vicini alla sua terra, oltre i confini, con la speranza di rientrare presto. Per questo i luoghi dove si ha il maggior numero di profughi sono la Turchia (a seguito dell’accordo del 2016 con l’Unione europea per il trattenimento dei 3,5 milioni siriani in fuga dalla guerra), poi il Pakistan che ospita metà dei profughi dall’Afghanistan, Uganda, Libano e Iran. Il Libano ha il maggior numero di rifugiati in rapporto ai cittadini (164 ogni mille abitanti) In Italia nel 2017 vi erano 19 rifugiati ogni 1000 abitanti.

Questi numeri richiamano a volti, storie, speranze e ferite di persone che nel mondo sperimentano violazioni di diritti fondamentali. La convenzione di Ginevra la convenzione dei diritti del bambino, sono pietre miliari del diritto che offrono principi ed esigenze da riconoscere ad ogni essere umano. E’ disumano il trattamento riservato ai bambini separati dai loro genitori al confine del Messico, è contro i trattati internazionali far subire alle persone trattamenti degradanti e non riconoscere quella protezione riconosciuta e sottoscritta come solenne impegni degli Stati in convenzioni internazionali proprio a seguito dell’esperienza della devastazione prodotta da leggi razziali e discriminazioni.

La lunga marcia dei diritti è faticosa. Il prof. Antonio Papisca (1937-2017), testimone della elaborazione e attuazione dei diritti umani,  suggeriva di apprendere ad utilizzare “la grammatica dei ‘segni dei tempi’”. Per lui ciò significava “il discernimento e la disponibilità a cogliere, nella fedeltà a valori universali, le opportunità che la provvidenza nella storia offre per costruire strutture e percorsi di bene”. Ne parlava come di un cammino da portare avanti con l’atteggiamento di chi sa guardare oltre, con pazienza affrontando difficoltà, contrasti e momenti di tenebra. “La cultura dei diritti umani è antitetica all’anarchismo o alla svendita delle istituzioni e delle regole”. “ll Diritto internazionale dei diritti umani è portatore di pensiero forte, che non si presta a relativismi di comodo. (…) E’ un Diritto fatto di imperativi che neppure gli automatismi aritmetici della democrazia elettorale possono disattendere” (Discorso 10.12.2007 Università di Padova; Giornata internazionale dei diritti umani).

…e dirigere i nostri passi sulla via della pace…

Alessandro Cortesi op

 

XI domenica tempo ordinario – anno B 2015

DSCF5762Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34

“Così è il regno di Dio, come un uomo che getta il seme nel terreno…” Al cuore delle parabole sta l’annuncio del ‘regno di Dio’. Tutto inizia con un paragone: così avviene come… E’ un paragone non statico, ma è similitudine in cui si evocano azioni, movimenti, processi di vita. Così il venire di Dio, così il suo esser vicino nella vita: non è una definizione, non è una nozione da fissare nella mente ma è un invito, un cammino, una storia, un dinamismo che investe e coinvolge. Le parabole parlano del regno di Dio come incontro di vita, come parola di bene – benedizione – che sta al cuore dell’esistenza di chi pensa di non contare nulla.

Nelle parabole c’è anche racchiusa la meraviglia di Gesù per la natura, per i gesti quotidiani, per il lavoro, per la vita ordinaria di chi è tenuto ai margini: chi semina, chi fatica, chi soffre. C’è il suo emozionarsi per la vita della terra e per il respiro della natura che gli parla di Dio e di un progetto di bene che investe umanità e cosmo. Le parabole contengono in sé il sentimento della sorpresa: come cresce un seme, nemmeno il contadino lo sa. C’è una vita al fondo delle cose e racchiusa nella vicenda umana che attende di essere liberata. E’ la sorpresa per i germogli e per la fioritura. E’ la meraviglia di fronte ad una potenza nascosta nella realtà della terra. E poi la meraviglia di fronte a ciò che è piccolo, come il seme di senape, il più piccolo di tutti i semi ma che dentro in sé reca potenzialità e promessa.

Gesù parla e si rivolge in linguaggio comprensibile per chi lo ascolta: fa riferimento ad esperienze quotidiane, ai gesti della semina, al crescere di una pianta. Comunica così che Dio si è fatto vicino anche e soprattutto pensava di essere lontano e dimenticato non solo dagli uomini ma anche da Dio. Le parabole racchiudono innanzitutto un messaggio di vicinanza: il regno non è un dominio, ma è una relazione in cui Dio prende le parti dei piccoli e chiede di cambiare la vita in fedeltà al suo agire. Si tratta di una presenza che sta già iniziando a cambiare la realtà dal presente. E tuttavia è una storia che apre ad un futuro da attendere, a cui rendersi disponibili, da affrettare. Un seme, piccolo e inavvertito, ma presente con tutte le sue potenzialità nella terra della vita personale, nella storia, nelle realtà della vita, nella natura. Le parabole in questo modo parlano di fede: è la fiducia di chi sa che il seme, quello piccolo diverrà albero capace di ospitare e di fare ombra, è la fiducia di chi non cerca di tenere sotto controllo ma si abbandona e confida in colui che non dimentica i suoi figli. Nelle pagine di Ezechiele il regno di Dio era presentato come un grandissimo albero, un cedro la cui cima toccava il cielo. Gesù parla del granello si senapa che cresce e diventerà un albero alto, ma rimane nelle dimensioni familiari e non avrà espressioni di potenza.

Nelle parabole c’è anche una indicazione della presenza di Gesù: è presenza di chi è debole, non ha i mezzi forti e ricchi, si presenta nella povertà e ha scelto di condividere la sua esistenza con i poveri. Le parabole racchiudono il segreto del suo agire, dei suoi gesti: anche questi sono semi, sono piccola cosa di fronte alle esigenze di cura, di guarigione, di vita, eppure sono semi di un inizio nuovo, sono segni che indicano una presenza di Dio che sta cambiando la storia. Le parabole quindi parlano di Dio e parlano della vita umana che può accogliere la provocazione a pensarsi come vita di fraternità e di dono.

Le parabole esprimono anche una modalità di parlare e di relazione che genera un cambiamento: sono una parola che fa, che apre a scelte e a orientamenti di vita. Gesù non comunica teorie, ma provoca a cambiare stile di vita.

Le parabole racchiudono la fiducia di Gesù nella efficacia nascosta nel seme, indicazione della potenza dello Spirito.

“quando è seminato, cresce e diventa più grande di tutti gli ortaggi; e fa dei rami tanto grandi, che all’ombra loro possono ripararsi gli uccelli del cielo”: dietro a queste parole sta il messaggio che la realtà di un rapporto nuovo tra le persone è a disposizione – l’alberello di senapa cresce tra gli ortaggi dell’orto domestico -. Non solo, ma questa realtà nuova ha come carattere fondamentale l’ospitalità: rami dove possono ripararsi gli uccelli, le creature che migrano, viaggiano e si spostano, si fermano in cerca di ristoro o fanno il nido dove covare nuova vita per poi ripartire .

Il messaggio del regno è annuncio di un modo nuovo di vivere insieme, di una società che si fonda non sul dominio e sull’ingiustizia, ma sulla fraternità e solidarietà. E’ un parola esigente e inquietante in questo tempo segnato dalla ricerca di manifestazioni evidenti eclatanti e incapace di scorgere le possibilità di cambiamento nel presente, negli incontri. Ed è anche provocante nel tempo in cui come gli uccelli che migrano migliaia di persone uomini e donne sono alla ricerca di rifugio, di casa, pane, lavoro.

Marco sottolinea come in disparte Gesù parla ai suoi discepoli: egli incontra anche da parte dei suoi la incapacità di comprendere. C’è una durezza e una chiusura da superare.

DSCF5667Alcune riflessioni per noi oggi

In questi giorni ricordiamo la figura di Alex Langer, profeta di incontro, di dialogo, costruttore di ponti e capace di viaggiare cioè di visita nella terra dell’altro, a distanza di vent’anni dalla sua morte. Per la riflessione riporto un suo testo del maggio del 1995 per la rivista “La Nuova Ecologia” (1.5.1995), tratto dal sito della Fondazione Langer:

“Ha ragione Eibl-Eibesfeldt (Irenäeus Eibl-Eibesfeldt, etologo austriaco, allievo di Konrad Lorenz, studioso dei comportamenti umani ndr.): la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.

Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?

Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna nobilitazione scientifica.

Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che “inter-etnico è (può essere) bello”; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto (“etnico è bello”).

Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale”.

Alessandro Cortesi op

1 gennaio 2012 – Maria ss. madre di Dio – Giornata mondiale della pace

Num 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

“Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”.

C’è una parola di benedizione al cuore di questa giornata dedicata alla preghiera per la pace e alla memoria di Maria. Una benedizione che racchiude anche il senso del tempo che trascorre, il passaggio da un anno civile ad uno nuovo. Nell’atto di benedire si racchiude la chiamata a stare nel tempo in un modo nuovo. Senza farsi travolgere dalle cose. Ma con capacità di sguardo al senso delle opere e dei giorni. Si può infatti subire il tempo che scorre come una maledizione, oppure assumere ogni momento come luogo di una benedizione: parola di bene da accogliere e da donare.

Benedire non è si esaurisce solamente nel ‘dire’, nel pronunciare una benedizione. Tanto meno può essere identificato con un gesto clericale, quello a cui siamo abituati e a cui spesso si pensa in rapporto a questa espressione, come se fosse qualcosa che dal di fuori si aggiunge alle cose. Benedire è piuttosto scoprire il bene che è presente già dentro nelle cose, gioire di un bene che è dono. Nella natura che ci è data, nei volti delle persone, nelle situazioni, nonostante tutte le contraddizioni. Certamente il male offusca il bene, lo contrasta ma non vince i semi di bene presenti nella vita, la radice di un bene che sta dentro e che se scoperta può aprire a duna fiducia fondamentale. Benedire non si connota allora come dare qualcosa dall’alto, ma può essere un modo di guardare alla realtà, un modo di ascoltare le vicende e le esistenze, e di starvi dentro e di incontrare gli altri con uno sguardo particolare, con quell’abbraccio benedicente che ripropone l’attesa e la speranza del padre misericordioso della parabola di Gesù.

E’ in questo senso una attitudine laica, non sacrale, tutt’altro dalla religiosità affettata di chi va in cerca di santoni e di ‘benedizioni’. E’ un modo di essere che può essere di tutti, uno stile del vivere che attraversa non tanto spazi e tempi separati, quelli del sacro, ma le case e le strade, i momenti quotidiani dell’esistenza e le diverse stagioni della vita. E’ così gesto – o meglio atteggiamento – possibile a tutti, che si esprime in sguardi, pensieri, parole, nel modo di ascoltare, di toccare, nell’attuare scelte, nell’agire, nel costruire, nell’incontrare. Benedire è uno stile di porsi di fronte a se stessi – accettandosi con pazienza e benevolenza – agli altri, alle cose, a Dio. In questo senso benedire è strettamente legato alla pace: “Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Benedire è espressione di un cuore nonviolento.

Dire il bene è innanzitutto scoprire che nella nostra vita c’è una radice di gratuità. Non tutto proviene dal calcolo, dalla compravendita, dalla misura di ricchezza o di efficienza. La nostra vita ha radice in un movimento di gratuità. La Bibbia legge tale gratuità come un piegarsi di Dio. C’è questo rinvio nelle parole della benedizione di Aronne: ‘Dio ti sia propizio’. Il suo essere propizio si attua come chinarsi di grazia. Dio si è curvato su di noi, e da questo atto creativo, nucleo prezioso al cuore delle cose e degli incontri, carico di benevolenza, può scaturire una novità. E’ la novità dello stupore di fronte ad un nascere possibile ad ogni istante, ad un inedito che si apre all’impossibile.

Leggiamo questa benedizione di Aronne nel tempo del Natale: Dio si è chinato guardando Maria, la serva del Signore e si è chinato su di noi nel Figlio che ci è dato. In Gesù, volto del Dio umanissimo, il Padre mostra il suo sguardo di benedizione verso l’umanità piegata da tanti pesi e dall’incapacità di liberarsi da tante forme di oppressioni. Gesù, diranno i suoi primi testimoni, è passato ‘facendo del bene’: il benedire riassume l’agire del profeta di Nazaret. E il benedire dovrebbe connotare il profilo di coloro che desiderano appartenere alla famiglia degli amici di Gesù.

Il ‘benedire’ di Dio che è il suo piegarsi e chinarsi su noi, genera possibilità di uno sguardo stupito che si fa risposta ad un bene ricevuto. E fa diventare benedizione per gli altri. E’ l’atteggiamento dei pastori che “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. I pastori sono l’esempio di chi, tenuto ai margini, in stato di esclusione e lontananza, espulso dalla cerchia dei religiosi e dei ‘puri’, ha mantenuto un cuore libero, capace di lasciarsi toccare dalla gratuità. Capace di apertura verso qualcosa di inedito e nuovo nella vita. I pastori non appartengono alla cerchia dei devoti delle benedizioni clericali che escludono e selezionano, ma sono i cantori di quel sussurrare il bene nella vita da parte del Dio che va in cerca di chi è perduto, che si fa vicino a chi pensa di essere lontano e non benedetto. Il Dio che si rivela nel volto del ‘maledetto’ sulla croce.

Augurare un buon anno, nell’orizzonte della fede è ben diverso dagli auguri illusori di spensieratezza. Talvolta questi rivelano un tentativo disperato di fuga momentanea dalla durezza dell’esistenza. Un tempo vissuto nell’orizzonte della benedizione è un tempo che può essere di gioia e di serenità, ma anche di dolore e di prova. Può essere un tempo che si scontra con la difficoltà inattesa, con la  malattia, con la morte. Ma ogni attimo ed ogni situazione, anche le più difficili a sostenere, possono divenire esperienza di benedizione. In ogni momento si può scoprire la luce del volto del Signore che si china sui suoi poveri e che ci raggiunge nella benedizione delle cose, nei piccoli segni di cura. Segni di un Dio che è presente nella nostra vita, senza far rumore. E in ogni momento si può vivere una risposta di benedizione che assume i  tratti della gratitudine, dell’impegno, della preghiera, della disponibilità, dell’abbandono. Così il nostro augurio può avere uno spessore nuovo: Il  Signore ti guardi e ti benedica… in tutto il tempo che ti è dato…

Alessandro Cortesi op

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