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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Rembrandt, La parabola del ricco stolto o il cambiavalute – 1627 (part.)

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Qohelet è ‘il predicatore’, un sapiente, che inquieta. Di solito gli scritti sapienziali presentano uno sguardo alla realtà concreta del vivere, in termini positivi come spazio in cui entrare in contatto con Dio creatore.

Qohelet invece non si offre indicazioni di una tranquilla saggezza e di giusta valutazione dei beni e delle esperienze. Al contrario di Giobbe, la sua vita è ricca e tranquilla. Ha assaporato la ricchezza, la saggezza, il piacere e il successo (1,12-2,26). Eppure la sua constatazione finale è che tutto questo è ‘vanità’. Tutto è per lui ‘hebel/habel’, termine ebraico che evoca la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma sulle onde. Qohelet non è fiducioso e ottimista; conosce le esperienze umane, ma ne fa oggetto di coraggiosa e spietata osservazione: in ogni situazione individua contraddizioni, evidenzia l’ipocrisia, la finzione, e la ‘vanità’.

Qohelet smaschera la realtà di una condizione umana penosa che non fa riposare. Denuncia l’attitudine dell’affannarsi all’inseguimento di cose che non appagano le sue attese e lo mantengono continuamente senza riposo e senza pace: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

Gesù ha scelto la condizione di povero, vivendo di ciò che è necessario, non preoccupato solo di sé, attento alla condivisione, vicino ai poveri per liberarli da una condizione di asservimento e disumanità. Ha vissuto come povero per portare ai poveri la bella notizia di un nuovo tipo di rapporti in cui ci si possa scoprire fratelli, solidali nel bisogno, in cui nessuno sia sfruttato o lasciato da solo con i suoi problemi nella condizione di una povertà come esclusione. Dio sta dalla parte dei poveri non perché esclude qualcuno dal suo sguardo ma perché i primi a cui Dio rivolge la sua cura sono le vittime, gli impoveriti, quanti sono non considerati da chi sta al sicuro e lasciati ai margini.

Luca nel suo vangelo presenta alcuni episodi in cui fa emergere come l’inseguimento dei beni costituisce una vera e propria religione, una idolatria. E’ inoltre un luogo di conflitto in cui si viene meno a considerare l’altro fartello se tutto diviene oggetto di bramosia e di ricerca di possesso. a logica di un accumulo di beni cieco ed egoista contrasti con il vangelo. La vita del discepolo sta nell’attesa e nella tensione ad un incontro con il Signore che si è fatto povero. L’incontro comincia sin da qui. “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia… la vita non dipende dai beni”.

La vicenda del ricco stolto che fa progetti legati all’accumulo anziché pensare che da un momento all’altro può lasciare tutto, è paradigmatica dell’uomo che non comprende più la sua condizione. La possibilità di beni, le ricchezze – sembra dire Luca – recano con sé una sorta di forza magnetica che fa perdere di vista il senso profondo della vita, rende ciechi di fronte alla sofferenza degli altri, non fa capire cosa significa ‘arricchire davanti a Dio’.

Nella parabola presentata da Luca il ricco è stolto perché non valuta il senso del tempo, non coglie la vanità, il limite della vita umana. Il possidente preoccupato di ammassare ed ignaro del tempo che gli è concesso di vivere è additato da Luca ad esempio di quella durezza del cuore e leggerezza che non comprende e vive di illusioni. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14). Quel ricco è stolto. E stoltezza è l’atteggiamento di chi non tiene conto di Dio (Sal 14,1). Contro questo tipo di stoltezza Gesù propone di valutare il tempo e di pensare che la vita non dipende dai beni.

Alessandro Cortesi op

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Durabilità

E’ scaduto da pochi giorni, il 29 luglio, l’Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui si calcola che l’umanità abbia consumato le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Oggi la questione dell’uso dei beni e il rapporto con la ricchezza rinvia al rapporto con l’intero ecosistema, col mondo in cui viviamo e di cui siamo parte. Ci sono modi di produrre ricchezza che generano impoverimento. Un impoverimento che presenta contemporaneamente due facce: il versante dell’esclusione di milioni di persone nel mondo dalla possibilità di avere i minimi requisiti per un vita dignitosa e il versante dell’offesa dell’ambiente che viene consumato e devastato da modi di produzione che conducono all’esaurimento delle risorse, a conseguenze di devastazione sulla vita dell’intero ecosistema e dell’umanità.

In un’intervista il gastronomo e sociologo Carlo Petrini (Sostenibilità non si parola vuota, Intervista di G. Fazzini a Carlo Petrini, Avvenire 1 agosto 2019) offre una interessante critica al concetto di sostenibilità: “Preferisco parlare di “durabilità”. Il paradigma oggi vincente teorizza la produzione di beni che deperiscano nel più breve tempo possibile. Questo appartiene ad un’economia che uccide, come dice papa Francesco, perché lascia spazio allo spreco e allo scarto. Ora: le risorse del pianeta non sono finite e noi stiamo andando in sofferenza. Per questo la società civile comincia a chiedere risposte alla politica e all’economia…”

L’osservazione non si ferma alla critica del concetto di sostenibilità ma si fa suggerimento di un passaggio ineludibile oggi a fronte di un sistema economico che sta portando a devastazione delle risorse e aumento delle diseguaglianze, e peraltro alimentando il fenomeno delle migrazioni di mass dovute a conflitti, a catastrofi climatiche e a disparità sociali. Il discorso quindi si concentra sull’urgenza di un nuovo paradigma economico. I riferimenti indicati pur da una posizione laica, sono le linee tracciate nella lettura di Laudato sì e il Sinodo sull’Amazzonia nel prossimo ottobre in cui emergerà fortemente il legame tra sfruttamento della terra e oppressione dei popoli indigeni.

Carlo Petrini indica il valore di alcune voci nell’ambito italiano che propongono una economia di tipo diverso e aggiunge una notazione sul panorama politico: “Non vedo altre strade: se, infatti, da sinistra, la proposta è una versione un po’ più democratica del neoliberismo, non cambierà niente! Abbiamo bisogno di un’economia di comunità, che abbia come interesse principale il riconoscimento della prossimità e la valorizzazione dei territori”.

Comunità, territorio, relazionalità, beni che possano durare nel tempo per essere condivisi: la parabola del ricco che progetta di allargare i suoi granai è quasi il ritratto di un mondo in cui grandi forze stanno progettando ampliamento di guadagni, continuazione di forme di economia di scarto e di impoverimento, non pensando che si avvicina un momento di crisi che comporterà forse la fine di un tipo di presenza umana sulla terra e che richiederebbe un po’ di lungimiranza e impegno in azioni concrete per pensare e preparare un altro futuro possibile.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

britainunrefugeesummitjpeg-4dcb2_1474281689-kfve-u1090728418398htb-990x556lastampa-it(Londra, 19 settembre 2016 – giubbotti salvagente allineati a Parliament Square mentre si svolgeva il Summit dell’ONU sui rifugiati)

Am 6,1.4-7; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Amos denuncia gli spensierati, seduti in letti d’avorio, che canterellano, bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati. Contro questo stile di vita colpevolmente insensibile alla miseria di chi viveva nell’oppressione e nella miseria, Amos grida il suo disappunto: ‘finirà l’orgia dei buontemponi’.

La parabola del ricco e del povero Lazzaro, il cui nome ‘El azar’, significa ‘Dio aiuta’, è racconto proprio del vangelo di Luca, attento in modo particolare alla questione del rapporto con i beni e della ricchezza in relazione alla chiamat a seguire Gesù. Luca è preoccupato per la situazione della sua comunità e richiama ad uno stile di vita di attenzione ai poveri e di scelta della povertà.

In radice è una scelta alternativa rispetto ad una concezione della vita di autosufficienza e di potere. E’ per Luca condizione fondamentale dell’essere discepoli di Gesù: ‘Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo’ (Lc 14,33). Se non si attuano scelte di sobrietà e un impegno di condivisione, si cade in pretese di potenza, si vive senza lasciarsi toccare dalla miseria dell’altro, con il cuore indurito che impedisce l’incontro.

All’inizio la parabola offre due quadri contrapposti: la situazione del ricco spensierato. La sua esistenza è chiusa come in una bolla, ed è cieco perché immerso totalmente nella sua ricchezza al punto da non accorgersi di ciò che gli accade intorno, della situazione di vita di chi sta alla sua porta. E’ ignaro del dolore di chi soffre vicino a lui. Per contro Lazzaro, povero, coperto di piaghe, allontanato dalla casa dove si banchettava lautamente, accerchiato dai cani randagi.

Il momento della morte comporta un totale rovesciamento della situazione: Lazzaro è portato dagli angeli accanto ad Abramo mentre il ricco è immerso nei tormenti. Lazzaro è presentato nel seno di Abramo in una comunione di vita di cui Abramo è il padre. E il ricco invece sperimenta la rovina.

Scopo di tale descrizione non è formulare una dottrina sull’aldilà dopo la morte. L’accento va piuttosto al presente. L’oggi è luogo in cui si decide della propria vita nell’orizzonte di un senso che troverà pienezza nel per sempre della vita in Dio. Luca in particolare invita ad una vigilanza nel presente: “Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame” (Lc 6,24-25).

Nel vangelo non c’è una condanna semplicistica e manichea della ricchezza, come se i beni e il benessere siano cattivi in se stessi: al contrario il disegno di Dio sta nell’eliminare povertà e miseria che sono mali che rendono la vita meno umana e sono autentica oppressione. Il regno di Dio annunciato da Gesù è possibilità di nuova di vita, di salute e benessere per ogni persona. Gesù reagisce con forza all’indifferenza, al vivere senza pensiero per l’altro. Comprende che la povertà non è condizione di destino, ma è frutto di scelte e di una iniquità che fa rimanere nell’indifferenza alcuni e nella sofferenza altri.

I beni sono affidati, e sono via per attuare l’incontro con gli altri: è questo il cuore della chiamata umana a vivere insieme agli altri. Il rapporto con i beni esige perciò una vigilanza particolare: va vissuto con un atteggiamento di riserva e di attenzione. Le ricchezze non possono assorbire ogni energia e la vita non va asservita alla logica dell’accumulo. E’ questa la linea dello stolto (cfr. Lc.12,20). La presunzione e la superficialità del ricco sono considerati da Luca come un ostacolo insormontabile a comprendere la via che Gesù indica ai suoi.

La seconda parte della parabola presenta un dialogo tra il ricco e Abramo nell’aldilà. Il ricco chiede ad Abramo di andare ad avvisare i suoi cinque fratelli, perché non abbiano a subire la medesima sorte. La risposta di Abramo è: “Hanno Mosè e i profeti: li ascoltino… Se non ascoltano Mosè e i profeti, anche se uno risuscitasse dai morti non si lascerebbero convincere”.

E’ questo il punto focale verso cui tutto il racconto converge: Mosè e i profeti rinviano alle Scritture. Abramo, padre dei credenti, richiama all’ascolto. Non è questione quindi di miracoli sorprendenti e di invii celesti. La fede come incontro con Dio si attua nell’incontro con gli altri. La volontà di comunione, al centro del disegno di Dio per tutta l’umanità, può essere ascoltata e messa in pratica nella ordinarietà della vita. Non mancano possibilità, vicine e alla portata di tutti: ‘hanno Mosè e i profeti’. L’ascolto, secondo Luca, è atteggiamento fondamentale che può far fiorire un modo diverso di rapportarsi agli altri. E’ ascoltare della voce dei profeti. E’ anche un ascolto del grido dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Miniature e racconto

Il codice di Echernach è un antico codice miniato del XI secolo prodotto nella abbazia di Echternach (Lussemburgo) tra il 1030 e il 1050 circa. Attualmente è conservato al Museo nazionale di Nürnberg. E’ un magnifico esemplare artistico dell’epoca degli Ottoni. Nel manoscritto è copiata la versione della vulgata (la traduzione latina di Girolamo del II secolo d.C.) dei quattro vangeli ed è riportato il canone di concordanza di Eusebio.

Nel codice sono presenti alcune pagine miniate, su sfondo dorato: sedici pagine sono miniate a pagina intera. Inoltre vi sono cinque miniature degli evangelisti.

Prima del testo del vangelo di Luca il codice riporta le immagini di alcune parabole di Gesù, una per pagina, i lavoratori nella vigna (Mt 20,1-16), dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-12; Lc 20,9-19), del grande banchetto (Lc 14,15-24), del ricco e di Lazzaro (Lc 16,19-31).

La miniatura nella pagina della parabola dell’uomo ricco e Lazzaro presenta una vivace descrizione della narrazione. Nella scena del primo registro in alto si distingue una tavola apparecchiata attrono alla quale siedono tre figure in abiti nobili e colorati e si distingue la pinguedine del personaggio in abito rosso ricamato che sta ricevendo una pietanza dal servo. Quest’ultimo è raffigurato con un abito corto, adatto al servizio. In uno spazio separato, alla destra, fuori dalle mura della casa, appare la figura di Lazzaro, nudo, coperto di piaghe, solo, con due cani ai suoi piedi che gli leccano le piaghe: segno di una pietà possibile agli animali che non vede riscontro negli uomini e segno pure di desolazione. La sua posizione non è eretta ma rannicchiata, inginocchiato, nella nudità che esprime visivamente una condizione umana di degrado, con le mani lazate e protese in un gesto di implorazione.

Nel registro sottostante altre due scene sono accostate: il momento della morte di Lazzaro con l’uscita della animula dal suo corpo. Questa è raccolta da due angeli alati, dalle forme molto belle e splendenti, che attraversano il cielo di un blu intenso mentre si distendono uscendo da un’area segnata da cerchi colorati di rosso e di blu, allusione alla sfera della vita divina di luce e di colore. La scena accanto è un’immagine del paradiso e compare il motivo del grembo di Abramo, motivo diffuso soprattutto nelle raffigurazioni dei giudizi dei portali delle cattedrali medioevali. Abramo appare come un vegliardo con attorno tante presenze e che reca in braccio tanti. E’ un luogo di vita in cui si può scorgere la presenza di acqua e di piante e al centro la figura di Abramo seduto sui cieli con accanto dodici animule dall’aspetto gioioso. Abramo reca in braccio un’altra figura quasi fosse un bambino nelle sue braccia.

Nel registro in basso la prima scena a sinistra descrive la morte del ricco, disteso e ancora ben vestito, coricato su di un letto appoggiato su un pavimento in cui ancora c’è l’acqua, simbolo della vita. Da lui sta uscendo l’animula come fosse contorta e questa viene subito presa da diavoli scuri e trasportata, a destra,  da un’altra figura di colore scuro con piedi raffigurati come zampe di animale. Nella scena di destra c’è una rappresentazione dell’inferno che si contrappone al grembo di Abramo: una figura legata è attroniata da presenze inquietanti che appaiono attorniate da lingue di fuoco rosso. Non c’è più acqua simbolo della vita, ma terra e fuoco.

Può essere interessante suggerire un accostamento proposto negli studi esegetici: il nome di Lazzaro riprenderebbe in forma abbrevaiata il nome del servo di Abramo, Eliezer di Damasco: a lui fu detto ‘non costui sarà tuo erede’. E’ quindi figura ritenuta esclusa dall’alleanza. Mentre il ricco sarebbe il discendente di Abramo, Lazzaro è tenuto fuori dalla porta, escluso. Ma Lazzaro, nella parabola di Gesù, viene accolto nel grembo di Abramo. Ad affermare che la nuova alleanza non è per un’esclusione ma per un’accoglienza nuova di vita, in una partecipazione piena al cammino di Abramo. Per la sua disponibilità di fede fu capace di accogliere. Il grembo di Abramo diventa così annuncio di una chiamata all’ascolto e segno di una alleanza che è per una solidarietà di tutta l’umanità, così come nel suo grmabo c’è spazio per tutti e per una vita nell’essere tenuti come in braccio..

Le immagini del codice di Echternach possono essere un aiuto in questa lettura.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario anno C – 2016

IMG_0535_2Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

“Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura”. Qohelet, ‘il predicatore’, è uno tra i più inquietanti autori della Bibbia. E’ stato identificato con Salomone, re dalla vita splendida e riuscita (Qoh 1,12-2,26). Eppure la constatazione che guida il libro è che tutto, ricchezze, sapere, piaceri è ‘vanità’: l’ebraico ‘hebel/habel’ indica la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma effimera sulle onde, la rugiada che svapora al mattino. Anche quanto nella vita è ricercato e agognato come obiettivo di vita riuscita si rivela cosa inconsistente.

Qohelet, uomo ricco che ha percorso la vita, che ha potuto gustare il bello e il piacere, conclude con uno sguardo disincantato e disilluso, denuncia le contraddizioni, la bugia sottesa, la finzione, e la ‘vanità’ in ogni situazione, personale, sociale politica (Qoh 4,13-16; 5,7; 9,13-15), religiosa (Qoh 4,17-5,6). Il suo libro è stato letto quale spietata denuncia della pretesa umana di comprendere e di dare facili risposte alle inquietudini dell’esistenza: un messaggio scandaloso al cuore della Bibbia segnato dalla percezione dell’inesorabile sgretolarsi della vita umana (cfr. Qoh 12,1-7).

Un redattore finale ha cercato di smussare tutto questo nella conclusione (cfr. Qoh 12,9-14) riportando il discorso in termini consolatori: “conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto”.

Ma il libro di Qohelet rimane un testo difficile, si presta a diverse interpretazioni, non facilmente assimilabile ad un discorso religioso di consolazione. Per qualche interprete può essere accostato quale proposta di una visione radicale fondata solamente sul senso di infinito. Si osserva infatti che Dio ha posto nel cuore ‘nozione di eternità’: è forse la tensione a cercare risposta ai grandi quesiti che vengono dalle contraddizioni dell’esistenza? E’ il desiderio di una visione d’insieme di una vita che appare frammentaria e sfilacciata? E’ forse apertura oltre tutto ciò che è inconsistente, smascherando le facili consolazioni, i surrogati e le illusioni? Certo, tuttavia, al cuore di questo percorso rimane un ‘non comprendere’ quale grande sfida posta al lettore. “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto ogni cosa bella a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Qo 3,10-11).

Il ricco della parabola è esempio tipico di un uomo appagato e realizzato, ma profondamente stolto: è il profilo dell’uomo assorbito dalle vanità, dal pensare solo a programmare l’accumulo e ad organizzare i suoi averi. Non valuta il senso del tempo, non s’interroga sulla vita, non si pone la questione del limite. “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19).

Preoccupato di ammassare, ignaro del tempo del vivere, troppo occupato e distratto per potersi fermare e interrogarsi sul senso del vivere reca in sé i tratti dello stolto. Incapace d comprendere, duro di cuore e superficiale nel suo affidarsi ad illusioni: è uomo immerso nella vanità, misero nella sua inconsapevolezza eppur prepotente e arrogante nell’illudersi del suo potere. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14).

Stoltezza è vivere della vanità attuando così una forma di idolatria: il ritrovare nelle ricchezze un piccolo dio. Nell’agire del ricco si rende vivo il volto concreto della stoltezza come assorbimento nella questione dei beni e dell’accumulo per se stessi. Gesù propone una sapienza diversa, un modo di vivere capace di valutare le cose. Indicando come stolto quest’uomo spinge a considerare il senso del limite, ed un modo possibile di intendere la vita, non ripiegata su se stessi, ma aperta agli altri. Suggerisce che la vita non dipende dai beni. Vivere nella sapienza implica un modo diverso di guardare: le persone non contano per i beni che possiedono. Si può divenire schiavi di una ricchezza accumulata per se senza pensare alla condivisione.

Alessandro Cortesi op

rembrandt-parabola-del-ricco-stolto2(Rembrandt, La parabola del ricco stolto, part.)

I beni

“Chi è nato ricco o è diventato ricco, grazie a un matrimonio fortunato o a un superstipendio, difficilmente vedrà il proprio capitale ridursi. Anzi diventerà sempre più ricco…”. L’economista Thomas Piketty, autore di una fondamentale analisi del capitalismo (Il capitale nel XXI secolo), ha denunciato come oggi il rendimento del capitale è superiore alla crescita dell’economia reale e del reddito. Nell’attuale contesto europeo, di stagnazione e in cui l’economia non cresce, chi vive di rendita può mantenere la propria posizione di preminenza mentre coloro che vivono del lavoro e del proprio stipendio sono le categorie più esposte ai cambiamenti e alla crisi. L’analisi di Piketty evidenzia i possibili sviluppi del sistema attuale verso una situazione in cui l’eredità di chi ha accumulato ricchezze finanziarie ha la preminenza sul lavoro. La sua analisi è presto sintetizzata: “Il problema è che le nostre economie occidentali non si muovono verso una maggiore uguaglianza, le spinte verso la socialdemocrazia e la ridistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco come quello dei romanzi di Balzac in cui non importa quanto tu possa lavorare duro: la ricchezza non si accumula, si eredita”. (“La Repubblica” 8 ottobre 2014). Thomas Piketty suggerisce per uscire alcune misure da tale situazione: la tassazione progressiva dei grandi patrimoni con politiche mondiali per rintracciare coloro che nascondono le proprie ricchezze lottando contro i paradisi fiscali e attuando norme severe contro l’evasione.

Ma le misure economiche che pure possono essere esse in atto non possono sostituire la presa di consapevolezza dell’iniquità del sistema in cui si attua un accumulo di ricchezze da parte di una percentuale di popolazione mondiale esigua, nell’indifferenza verso una distribuzione delle risorse e della ricchezza. Le parole rivolte al ricco stolto oggi non riguardano solamente un appello a singoli, ma sono parole rivolte a livello collettivo soprattutto a chi detiene i grandi gruppi della finanza mondiale. Ma quali vie per un cambiamento di sistema?

Nel suo libro Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche, (ed. Francoangeli 2014) Roberto Mancini passa in rassegna e analizza i vari modelli di altra economia alla ricerca di nuove vie percorribili. L’attuale sistema ha prodotto l’homo oeconomicus: “L’homo oeconomicus non si specchia e non vede neppure la propria immagine. Non tanto perché vede solo il denaro, quanto perché vede tutto secondo il denaro, che quindi è molto più di un misuratore del valore dei beni e del lavoro: è la luce che fa “vedere” ogni cosa”. Un nuovo modo di vivere il rapporto con i beni e l’economia non può scaturire da applicazione i modelli, se non trae radici da una presa di consapevolezza comune per cui operare a diversi livelli. Mancini osserva che non è sufficiente la lotta alla politica dell’austerità, se si rimane dentro ai parametri del capitalismo. Le crisi economiche sono parte integrante di questo sistema ad esso indispensabili per potersi riprodurre. A suo avviso è necessaria una rivoluzione che coinvolga i modi di sentire e di pensare. Agli esseri umani deve essere restituita dignità per non essere trattati né come esuberi, cioè esseri inutile, né come una risorsa, solamente in considerazione della loro utilità e produttività senza avere una considerazione per le persone nella loro unicità. E questo discorso si potrebbe ampliare anche in considerazione della natura, da considerare non solo come ricchezza da usare, ma come dono da custodire.

Alessandro Cortesi op

XIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

1302283682_st_-nikita_-serbia-048Sap 1,13-15; 2,23-24; 2Cor 8,7-15; Mc 5,21-43

Nel quadro della missione di Paolo una rilevante importanza ha il progetto della colletta da lui promossa e richiesta tra le comunità per recare aiuto alla comunità di Gerusalemme in difficoltà concrete. A Corinto era stato deciso di attuarla ma stentava ad essere effettuata: perciò Paolo invia Tito con altri per sollecitare a compiere quell’opera (2Cor 8,6).

L’occasione è motivo per presentare le ragioni di uno stile di rapporti per coloro che seguono Cristo. La situazione dell’altro, anche lontano, in difficoltà, è un appello a condividere, ciò che si è e quanto si ha. Paolo presenta l’esigenza evangelica di redistribuire i beni in favore di chi ha meno per fare uguaglianza e per prendersi cura.

Quest’opera generosa è prova della generosità di un amore fatto di premura. Avvertire l’urgenza del bisogno e delle attese degli altri è attitudine di cuori capaci di larghezza, non ristretti in orizzonti chiusi del proprio egoismo. Fino a dare anche oltre le proprie capacità come hanno fatto le chiese della Macedonia, senza calcoli, larghi oltre ogni paura di perdere. “Qui non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”.

La colletta è ben più che un gesto di elemosina. E’ far proprio il cammino di Cristo, è entrare in un’esperienza di gratuità. L’uguaglianza che si realizza costituisce così un’esperienza della grazia: ‘Da ricco che era si è fatto povero perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà…’.

Vivere tale solidarietà apre a scoprire che nel portare aiuto non si dà solamente ma si riceve e questa esperienza è grazia. C’è un dare da un lato ma c’è anche un ricevere: vi sono doni che giungono da altre ricchezze, di umanità, di vita, di relazione. E’ così lasciarsi coinvolgere nella stessa vita di Cristo che ha fatto della sua vita un dono per gli altri: è lui riferimento fondamentale e criterio delle scelte dei cristiani. Povertà è scelta di liberarsi da tutto ciò che appesantisce e pone ostacolo all’incontro: non è mai esperienza vissuta nella solitudine, ma evento di condivisione. Gesù ha scelto la via della debolezza e della privazione per poter partecipare la sua ricchezza, per poter fare comunione.

Marco presenta al capitolo 5 due miracoli di Gesù, intrecciati nella narrazione. Due segni del suo agire che porta guarigione e libera dalla morte. Al capitolo 4 Gesù era stato presentato come ‘più forte’ delle forze del male (il mare in tempesta) ora è presentato nel suo guarire nel portare liberazione. Al centro della narrazione sono due donne – la figlioletta di Giairo, capo della sinagoga, e la donna che soffriva da dodici anni di emorragie e il filo che collega le due scene è la questione della fede.

La donna che si accosta a Gesù da dietro, è indicata come una che ha perso tutto, quasi un riferimento dei tanti diseredati. Eppure inespressi nel suo cuore stanno nodi di sofferenza, di timore, di speranza. Il suo avvicinarsi è senza parole. Il suo farsi strada tra la folla, lei esclusa come impura, è spinto da una fiducia fondamentale che la fa andare avanti, e la porta a trasgredire la legge che impediva contatti per non trasmettere impurità. Quali le sue attese? Il poter essere riconosciuta, compresa, accolta nella sua sofferenza: intuiva che in Gesù poteva sperare nello sguardo di Dio vicino.

Gesù sente su di sé, proprio nel contatto, la forza dell’affidamento della donna. Il toccare Gesù da parte della donna è diverso dal premere della folla. Gesù non ha paura del contatto. La sua presenza dice che la santità di Dio non tiene lontani ed esclusi ma comunica vita e misericordia. Nel dialogo con la donna offre accoglienza piena a lei e a tutti coloro che sono senza nome. Riconosce un volto, davanti a lui: ‘Và la tua fede ti ha salvata’. Gesù dice così la forza di tale fiducia e ne riscontra la potenza: ‘la tua fede…’. C’è una forza impensabile racchiusa nella fede come accettazione dell’impotenza e affidamento radicale. Marco presenta Gesù come il volto umano, capace di compassione e tenerezza, in cui si rende presente e vicino Dio che salva, e conduce a cogliere la fede dei poveri come forza di salvezza.

La salvezza è un senso nuovo donato e scoperto nella vita: la guarigione ne è segno e indicazione. Passa nel contatto dei corpi: questa donna voleva toccare Gesù. Toccare è relazione. Nel vangelo è continua la disponibilità di Gesù, la sua ricerca del contatto diretto con le persone : toccava i malati, gli esclusi, si lasciava toccare da loro (Mc 1,41; 6,56; 7,33; 8,23-25; 10,13.16). In questo toccare, in una relazione che passa nella corporeità e nella concretezza, Gesù apre ad un riconoscimento e ad una liberazione. Libera dall’esclusione e dal disprezzo, apre a nuove relazioni. Nel silenzio dei suoi gesti, nelle sue parole è raccontato il volto di Dio che Gesù annuncia: un Dio che sta vicino agli esclusi e dice la possibilità di una storia diversa, di ospitalità aprendo a ciascuno un cammino nuovo.

Ancora la fede è tema al cuore dell’incontro con Giairo: egli si getta ai piedi di Gesù e ‘lo pregava con insistenza’ mentre la figlioletta stava per morire. ‘Vieni a posare le mani su di lei perché sia salva e viva’. Poi però tutto sembra ormai finito, la figlioletta è morta. Ma l’invito di Gesù è a ‘non temere, continua solo ad aver fede’.

Gesù si reca nella casa di Giairo, entra proprio lì dove la morte sembra avere posto la parola ultima e definitiva. Si fa incontro alla bambina ormai morta ma il suo modo di guardare alla piccola defunta è diverso: ‘Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta ma dorme’. Marco aveva indicato il ‘dormire’ di Gesù sulla barca durante la tempesta come rinvio alla sua morte. La morte non è parola ultima ma è un dormire che per la parola di Gesù si apre ad un ‘alzarsi’ nuovo. Gesù comunica la sua forza di vita: ‘Talità kum, Io ti dico alzati’: è invito che racchiude l’annuncio della risurrezione. La risurrezione è ‘alzarsi dalla condizione di morte’. La fede a cui Gesù aveva invitato Giairo è potenza di vita. C’è un alzarsi che è già in atto nella fede vissuta come fiducia nella vita.

Alla donna impaurita che aveva cercato di toccare il suo mantello, Gesù dice ‘Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male’. Fede non è l’esaltazione della folla, ma è incontro personale che si fa strada nella ricerca sofferta, nel cuore di chi consegna a lui la propria vita e cerca un contatto profondo, personale. Nell’alzare la figlia di Giairo, Gesù manifesta che il dono di salvezza è restituire alla vita in modo pieno fino a superare la morte stessa. Gesù non salva nonostante la morte. Il suo percorso di farsi povero lo ha condotto al rifiuto e alla morte: rifiutato e condannato, è risorto, ‘alzato’. Comunica la forza della risurrezione nel chiederci ‘continua ad avere fede’.

Due donne, capaci di dare vita, sono segnate dalla malattia e dalla morte. Gesù restituisce a queste due donne la capacità di dare vita. Ma in primo luogo accoglie la fede come apertura del cuore ad una vita oltre i limiti della malattia e della morte.

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Alcune riflessioni per noi oggi

La donna che si accosta a Gesù, da dietro, per toccare anche solo un lembo del suo mantello è donna che ha perso tutto: è volto senza nome e senza più nulla su cui contare. Gesù accoglie questa donna riconoscendo la sua fede. E’ indicazione di uno stile che dovrebbe ispirare cammini di chiesa. La domanda da porsi di fronte alle persone, prima di esprimere un qualsiasi giudizio: quante sofferenze nascoste sono racchiuse nel cuore? Quante parole non espresse cercano accoglienza in gesti che chiedono ascolto? Queste domande fanno passare da un accostamento superficiale e insensibile, ad una attitudine di compassione.

Gesù provoca ad uno stile capace di coltivare la compassione. Prima di ogni altra cosa la capacità di ascolto e accoglienza dei cammini umani. Gesù apre futuro a partire dalla condizione in cui la donna viveva, liberandola nel riconoscere che dentro di lei, la sua fede era motivo di salvezza. Non è questa forse la parola di vangelo che oggi dovremmo comunicare a chi incontriamo? E vivere così esperienza di chiesa come comunità che accoglie e dà spazi per guarire, per camminare, per essere restituiti alle relazioni e alla vita con speranza?

E’ fenomeno ormai dirompente la concentrazione e assorbimento dell’attenzione nell’uso dei mezzi tecnologici: smartphone, tablet, computer… Il tempo quotidiano è frammentato dal ricorrere di messaggi e notifiche, di richiami e continue sollecitazioni ad entrare in contatto con gli altri attraverso il mondo virtuale. Ma a questo grande sviluppo corrisponde una sorta di movimento di crescita dell’analfabetismo nella capacità delle relazioni reali. Una sorta di ignoranza della grammatica delle relazioni. nell’incapacità progressiva ad entrare in rapporti diretti, a faccia a faccia, dando il tempo dell’ascolto, della parola, del toccare l’altro nella condivisione di gesti, di parole, di esperienze. Forse oggi c’è da interrogarsi su come vivere un rapporto con la tecnologia che possa lasciar custodire la preziosità del contatto fisico, esperienziale Toccare è entrare a contatto, nel dare attenzione, nell’accettare l’altro. Toccare significa certamente un contatto diretto, un avvertire il contatto corporeo, ma anche un entrare dentro le situazioni, non rimanerne alla superficie, non trattare le vicende personali con la distrazione con cui si attua un click o si sfiora con le dita una schermata. Toccare può essere sinonimo di lasciarsi contaminare dalle realtà, un avvertire su di sé il peso della vita di chi soffre e un prendere nella propria vita la vita e le domande degli altri.

Jeb Bush, della stessa famiglia dei più famosi presidenti USA che tante tragedie hanno portato con scelte di guerre nei decenni scorsi, candidato alla presidenza Usa, ha affermato che la Chiesa deve occuparsi di anime, non di economia. Questa presa di posizione a fronte della critica all’attuale sistema economico suggerita nella enciclica ‘Laudato sì’ è occasione per sollecitare una riflessione sul rapporto tra messaggio del vangelo realtà umana in tutte le sue dimensioni.

Fare uguaglianza è la richiesta di Paolo alla comunità di Corinto. Fare uguaglianza è la grande sfida in un mondo che si scopre segnato dalla grande separazione e ingiustizia che genera disuguaglianze. Uguaglianza non è soppressione delle differenze: siamo oggi ben consapevoli dell’importanza di riconoscere le differenze, ma la disuguaglianza che è non avere punti di partenza uguali, che è mancanza di avere possibilità per esprimere la propria umanità è il grande dramma della separazione tra coloro che sono considerati uomini/donne e coloro che sono ritenuti esclusi, diversi perché non uomini/ non donne.

I gesti di Gesù toccano i corpi e lasciano coinvolgere la sua corporeità. La fede cristiana sorge dall’incarnazione, da un rapporto che non mantiene separate le dimensioni della vita umana. La salvezza come senso pieno della vita passa attraverso anche liberazioni storiche e nella lotta contro tutto ciò che tiene le persone oppresse. Il regno di Dio promesso non è solo dimensione dell’al di là, ma investe la premura per le concrete situazioni di impoverimento e per la giustizia nell’aldiqua. Investe perciò la dimensione politica. Il messaggio del vangelo non offre soluzioni pratiche concrete che sono sempre continuamente da ricercare in ogni tempo e luogo con intelligenza e fatica, ma dà criteri di fondo per orientare la vita.

In particolare è importante la critica e la visione proposta nella ‘Laudato sì’. E’ una critica radicale ad una società mondiale in cui la dimensione economica ha il primo posto e non considera che la vita umana insieme e nella relazione con il cosmo può compiersi solo tenendo insieme aspetti economici, ma anche aspetti sociali e spirituali che costituiscono la vita profonda delle persone. Da qui la provocazione a pensare in modo diverso la stessa economia e i rapporti sociali per percorrere vie alternative e diverse rispetto ad un modello di società ridotta a dimensione mercantile dove tutto – anche le vite umane, il lavoro e la natura – viene ridotto a merce.

Alessandro Cortesi op

XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

7 Gesù incontra le donne di Gerusalemme(Serena Nono, ciclo della passione)

Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 9-17; Lc 14,25-33

Il libro della Sapienza invita a cogliere il limite del sapere umano. Pur con tutto il suo fascino, la sua grandezza, le sue fatiche e le sue conquiste, la scienza umana, che guarda alle cose della terra, si percepisce limitata, e può aprirsi a scoprire una sapienza che riguarda le ‘cose del cielo’, il senso della vita, l’orizzonte finale del vivere e dello stesso sapere: “A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo?”

E’ una domanda aperta che viene condivisa da quanto credenti e non credenti si lasciano provocare dalla vita. Questi versetti possono essere accostati ai pensieri di un anziano esperto di psichiatria e di educazione, Vittorino Andreoli che proprio in questi giorni ha scritto un pagina illuminante sulla saggezza in rapporto alla situazione che oggi viviamo: “La saggezza è sapere che l’Io senza il Noi delira e diventa carne da manicomio. La saggezza non è potere: faccio perché posso, ma semmai è un muoversi lentamente per fare qualcosa che serva a tutti. La saggezza non urla, è meditazione. Si basa sulla fragilità dell’uomo, che è una sua caratteristica strutturale, esistenziale. Il potere è la forza che sottomette, la fragilità è il bisogno dell’altro, senza è come trovarsi in un deserto dove si esperiscono soltanto illusioni. L’amore nasce dalla fragilità, dal senso del proprio limite. Ma l’amore è diventato mercato: si compra e si vende. Domina la stupidità, il credere di essere dèi mentre si è soltanto mistero, di essere grandi e si è attaccati ad ‘un filo di ragno’. Dominano la furbizia, l’inganno di chi crede di imbrogliare l’altro e sta truffando se stesso, l’invidia di chi corre per aver ciò che un altro possiede e si dimentica di quanto ha. La saggezza non è la giustizia dei tribunali, non è la verità che puzza sempre di sopraffazione, è la ricerca continua di senso, di pace, di serenità”. (da ‘Il Fatto quotidiano’ 3 settembre 2013).

In questi giorni stiamo vivendo ancora il pericolo di un nuovo inizio e di un’estensione dagli esiti imprevedibili del conflitto armato nella regione della Siria, dove migliaia di persone soffrono per una guerra civile che dura da due anni. Nella complessità di tale situazione appare sempre più chiara l’assurdità della guerra, l’insania di pensare di risolvere i conflitti e i problemi tra i popoli con lo strumento delle armi. Nel suo appello per la pace all’Angelus del 2 settembre papa Francesco ha richiamato la Pacem in terris di Giovanni XXIII che per la prima volta esprimeva una condanna della guerra come ‘follia’ ed un richiamo ad un disarmo degli strumenti bellici e dei cuori. Il disarmo come scelta di sapienza. Di fronte all’ingiustizia, all’uso di armi terribili come le armi chimiche, non si può rimanere indifferenti, deve essere espressa condanna e devono essere attuate misure per individuare i colpevoli e sottoporli al giudizio di un tribunale internazionale, ma la via per risolvere conflitti sanguinosi come quello che ha già causato in Siria più di un milione e ottocentomila rifugiati fuori del Paese, quattro milioni e mezzo di sfollati interni e più di centomila morti, non può essere quella dell’uso delle armi. Proprio perché la violenza genera solamente altra violenza in una spirale senza fine. “…vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. (…) Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.” (papa Francesco all’Angelus 2 settembre 2013).

La riflessione sulla sapienza oggi diviene domanda su come fare opera di pace, e può così essere accostata ad un versetto della lettera di Giacomo: “La sapienza che viene dall’alto invece è anzitutto pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Un frutto di giustizia viene seminato nella pace per coloro che fanno opera di pace” (Gc 3,17-18)

La pagina del vangelo è segnata da parole di Gesù che richiamano all’esigenza del seguire lui: “se uno viene a me…”. La proposta di Gesù non si concentra nell’indicazione di una dottrina e nemmeno nella presentazione di un codice morale, ma propone la chiamata a lasciare a lui il primo posto nella vita. C’è la centralità della sua persona e dell’incontro con lui nella vita di chi desidera seguirlo. E’ una richiesta di lasciar spazio alla sua presenza ponendo tutto il resto in secondo ordine rispetto al rapporto personale con lui. I legami familiari, i progetti, i beni, la stessa vita divengono tutti elementi che non vengono tralasciati ma vanno rapportati a questo incontro fondamentale. La vita nel seguire Gesù presenta una esigenza di radicalità, esige un apprendimento mai concluso di orientare tutto in questa relazione con lui. Sarà scoperta di un modo nuovo di vivere i rapporti con gli altri, con i beni.

“Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me non può essere mio discepolo”. La domanda si apre sul significato della parola ‘portare la croce’. La croce per Gesù ha significato in primo luogo non una vicenda di dolore e sofferenza, ma è il momento conclusivo di un percorso in cui la sua fedeltà al disegno del Padre ha suscitato ostilità e rifiuto. E nonostante questo Gesù ha continuato a vivere la sua vita come abbandono di sé al Padre e servizio agli altri. Gesù è stato rifiutato e condannato per aver vissuto fino in fondo un amore preoccupato che ogni persona fosse liberata. La sua missione è l’annuncio del regno, la vicinanza di Dio che prende le parti degli oppressi. La croce indica quindi non tanto la sofferenza ma il segno di una fedeltà all’amore fino alle estreme conseguenze: Gesù vi andò incontro, non con la superficialità dell’incosciente o con la spavalderia dell’eroe, ma in fedeltà al suo rispondere al Padre e al suo essere per gli altri. Ha amato fino alla fine non nonostante la croce, ma attraverso la croce. Ha così offerto un modo di intendere la vita e di vivere la sofferenza nelle diverse forme in cui si può presentare.

Seguire Gesù si apre ad un portare a compimento il cammino iniziato. Due esempi sono indicati: costruire una torre e affrontare un esercito. Costruire una torre per proteggere i vigneti era prassi usuale ma prevedeva di avere il materiale sufficiente per portarla a compimento. Così Gesù parla di avversari da affrontare. E’ un invito contro la temerarietà e la presunzione, un richiamo all’importanza dell’impegno che sta davanti che spinge a sedersi e riflettere.

“Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. C’è una radicalità che colpisce in queste parole. E’ un invito rivolto a tutti: Gesù parla delle esigenze di una vita nel seguire lui stesso. Al cuore di questo orientamento pone un modo nuovo di rapportarsi agli averi: essi spesso possono prendere il posto delle cose più importanti nella vita. Il suo appello è tutto teso a far spazio ad una libertà interiore perché l’uso dei beni dovrà essere rapportato alle esigenze di una condivisione e di un servizio agli altri. Penso che queste parole vadano lette non solo con riferimento alla dimensione personale e dei rapporti individuali, ma in riferimento alla condivisione dei beni nel rapporto tra popoli e nella dimensione pubblica.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4036Qoh 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-11; Lc 12,13-21

“Maestro di’ a mio fratello che divida con me l’eredità… O uomo chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi”. Gesù è tirato in ballo in una questione di eredità familiare. La sua reazione riportata da Luca, nella sua brevità apre uno squarcio importante sul modo di pensare di Gesù. Egli non intende essere un ‘deus ex machina’ che risolve le situazioni della vita in modo miracolistico togliendo la fatica della ricerca. La sua preoccupazione è l’annuncio del regno di Dio, la vicinanza di un Dio che accoglie, dona compassione e porta liberazione agli esclusi e ai poveri. Ritraendosi dal coinvolgimento nel conflitto sull’eredità Gesù dice di non essere giudice o mediatore. In questo caso – una disputa su questioni di beni – come nelle differenti situazioni in cui sono in gioco scelte e orientamenti su piccoli o grandi problemi della vita, ci sono regole proprie di ogni ambito e persone competenti a cui rivolgersi, qui giudici e mediatori presenti nella società. C’è un affidamento ai percorsi umani da mantenere. Gesù dice così che l’incontro con lui non è risoluzione magica di tutti i conflitti su base di un intervento che tolga la fatica umana della scelta.  Le questioni della vita umana e sociale vanno affrontate e risolte usando il buonsenso, la ragione, le competenze, secondo le leggi proprie di ogni ambito.

E’ una parola accostabile all’affermazione ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio’. Un’affermazione di riconoscimento di laicità. I vari ambiti della vita richiedono di essere gestiti secondo le regole e le leggi umane, percorrendo le vie della prudenza come capacità di esame e decisione, cercando con fatica soluzioni, rivolgendosi a chi ha competenze, riconoscendo le autorità, osservando la legalità, lottando perché vi siano criteri di giustizia, e non pensando che la fede di per sé risolva tutti i problemi quotidiani ed elimini la fatica del discernimento.

Dicendo ‘date a Cesare e date a Dio’ Gesù però richiama a qualcosa di fondamentale che non può essere dato a Cesare. Se nelle monete c’è l’effigie di Tiberio, l’imperatore, e a lui vanno restituite (così le monete, che lo stesso Gesù non aveva, e per questo se le fa mostrare), nel volto dell’uomo c’è l’immagine di Dio e questa immagine solo a Dio fa riferimento. Nessun dominatore può pretendere di avere la sottomissione della vita delle persone. Nessun leader o capo politico o religioso può nutrire la pretesa di essere ‘signore’ della vita e della morte, di condizionare, con il suo potere l’esistenza di uomini e donne e di togliere la responsabilità di scelte secondo coscienza. C’è una dimensione di fondo dell’esistenza delle persone che non può avere altri signori ma si riferisce a Dio solo. Nella consapevolezza di questa libertà di fondo è possibile allora affrontare le scelte nel presente.

Gesù rispondendo al fratello preoccupato dell’eredità non si ferma all’indicazione di uno spazio di laicità da riconoscere nella vita. Conosceva i problemi della crisi economica che ai suoi tempi segnava la Palestina. Conosceva le ingiustizie palesi nella ricchezza ostentata nella costruzione di grandi città imperiali come Sefforis e Tiberiade a confronto con la miseria e l’impoverimento di tanti che perdevano anche i loro terreni e non avevano nemmeno possibilità di usare denaro ma scambiavano pochi beni in natura. Gesù richiama ad una attitudine di fondo che non risolve il caso ma che offre una direzione globale e profonda: ‘Fate attenzione, guardatevi da ogni cupidigia’. La questione dell’eredità potrà essere risolta in vari modi secondo le linee dell’approfittarsi, dell’ingiustizia, oppure secondo quelle della giustizia, o ancora con generosità e amore. Gesù però va alla radice: richiama a non vivere nella preoccupazione che l’accumulo dei beni costituisca il senso della vita, cerca di distogliere dal desiderio insaziabile che si chiama cupidigia.  Vi sono varie forme di cupidigia: cupidigia dell’avere ma anche la cupidigia di essere proni ai poteri di turno per ricavarne il massimo profitto.

Richiama così un atteggiamento di fondo: non è soluzione di una disputa, ma è indicazione che ha a che fare con il regno di Dio. Se il regno è il tesoro, la cosa preziosa, la perla che viene scoperta nella vita, allora tutto il resto acquista uno spessore diverso. Soprattutto la scoperta del regno di Dio apre a cogliere che la vita non può essere ristretta negli orizzonti angusti di aumentare le proprie ricchezze di ogni genere.

Gesù fa aprire così gli occhi sulle ‘dipendenze stolte’ della vita: la vita non dipende da ciò che uno possiede. Così Luca introduce a questo punto la parabola del ricco proprietario terriero che di fronte ad un abbondante raccolto pensa di abbattere tutti i suoi magazzini e di costruirne di nuovi, più ampi. Per Gesù quest’uomo preso totalmente dal pensiero della ‘roba’ diviene il ritratto dello stolto. La stoltezza sta nel suo sguardo miope, incapace di guardare al percorso della sua vita, incapace di considerare il limite e di aprirsi alla responsabilità nel presente. “Stolto questa stessa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”

La falsa sicurezza dei magazzini è smascherata da un modo di guardare alla vita che apre un orizzonte nuovo: la parola di Gesù è nella linea di una liberazione. Le sue parole intendono strappare alla stoltezza, liberare la vita da false sicurezze, fare uscire dalla ristrettezza di una vita angustiata da progetti di magazzini dove ammassare.

Ma c’è un secondo avvertimento importante e sta nelle parole: ‘Così è di chi accumula tesori per sé’. Accumulare per sé stessi è la miopia di chi non riesce più a guardare all’altro. Nella vita di quest’uomo ricco non c’è attenzione a nessun altro. Né poveri, né diseredati, né propri paesani, neppure la propria famiglia, moglie, figli. Solamente la preoccupazione per ‘i miei beni’. E’ l’indicazione che l’ottusità nella ricerca di accumulare, nel non essere mai soddisfatti, conduce ad una ristrettezza di orizzonti impensabili: l’insensata brama di accumulo per sé, nell’indifferenza. E’ la bramosia della ‘roba’ che genera una condizione di schiavitù rispetto alle cose, e una paura che fa divenire i magazzini stessi il luogo in cui si seppellisce la speranza e la possibilità di una vita nella relazione.

La parabola del ricco stolto può essere letta come forte provocazione alla società opulenta, preoccupata di mantenere i sui privilegi, incapace di cambiare, ma anche non interessata ad alcun cambiamento perché assorbita totalmente in una attitudine di accumulo senza sguardo all’altro.  E’ il mito del capitalismo: la tensione al massimo beneficio, prodotto per lo più da grandi capitali finanziari e svincolato dall’esperienza del lavoro, e la rincorsa al profitto in una attenzione egoistica al proprio benessere con la sopravvalutazione del potere del denaro e della proprietà. Recentemente nel suo viaggio in Brasile papa Francesco ha detto: “Vedete, io penso che questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita (gli anziani, i giovani), che sono le promesse dei popoli”.

“Riposati, mangia bevi e divertiti”: è questa la logica del consumo e dell’induzione di bisogni artificiali con la pubblicità e la moda. Divertiti e insegui solo un benessere che è star bene e cercare appagamento. Questa insensatezza incontra prima o poi situazioni di crisi sia a livello personale, sia a livello sociale. L’attuale crisi economica che perdura nel mondo occidentale, nonostante le continue promesse dei detentori del potere, potrebbe essere colta e vissuta come opportunità di un cambiamento radicale. Cambiamento non significa ritorno e ristabilimento di una situazione da riprendere: la sfida oggi non è rilanciare una crescita basata sulle forme del neoliberismo economico che ha dimostrato la sua insostenibilità ed ha creato sempre più diseguaglianze, ma l’autentica sfida sta nell’attuare politiche mondiali di solidarietà. Potrebbe essere occasione propizia per scegliere stili diversi nell’uso dei beni, non perseguendo i privilegi di pochi, ma coltivando i beni comuni, scegliendo stili di sobrietà che sono ben diversi dall’austerità imposta dai grandi potentati politici e finanziari per mantenere il sistema dei profitti e del dominio della finanza.

Una società che genera possibilità di vita buona non è da demonizzare, ma la logica dell’accumulo è logica che perde di vista il senso della vita delle persone, il valore del lavoro, la dignità dei poveri. Se il senso stesso della vita si esaurisce nella ricerca di un godimento – che risulta poi essere privilegio di pochi – questa è insensatezza. La parabola del ricco senza intelligenza denuncia la stoltezza come incapacità di comprendere le profonde dimensioni della ricerca umana. Questa non può essere ridotta all’appagamento di godimenti fisici, materiali o di ricchezze umane e culturali che non siano condivise. Non può essere coperta solo da cose che si consumano.

Ma c’è anche una provocazione profonda per un modo di intendere la chiesa. Una chiesa che non sa riconoscere gli spazi della laicità e cerca di avere il privilegio di poter risolvere tutti i problemi e le questioni della vita umana e sociale è una chiesa presuntuosa e ricca. Una chiesa preoccupata di beni, di accumulo, desiderosa di stare dalla parte di chi ha potere – la cupidigia dell’apparire e del dominare – è una chiesa stolta. La scelta di non accumulo e della condivisione dei diversi generi di ricchezze impegna non tanto in una attività di tipo assistenziale ma in un percorso di vita e di incontro. Non si limita a qualcosa da fare ma è uno stile nutrito anche di scelte di mezzi poveri e spogliato della cupidigia di potere per lasciar spazio a guardare l’altro.

Vivere accumulando o vivere arricchendo davanti al Dio che condivide e accoglie: Gesù presenta oggi questa forte provocazione a noi.

Alessandro Cortesi op

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