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Un pensiero di buon Natale…

“In molti Paesi di destinazione si è largamente diffusa una retorica che enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano (…)

Abbiamo bisogno di rivolgere anche sulla città in cui viviamo questo sguardo contemplativo, «ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in altre parole realizzando la promessa della pace.

(Francesco, Messaggio per la giornata della pace – 1 gennaio 2018)

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Pieter Bruegel, Censimento di Betlemme – Museo Reale delle Belle Arti BruxellesPieter_Bruegel_the_Elder_-_The_Census_at_Bethlehem_-_WGA03379.jpg

Se non fosse per il titolo – il censimento di Betlemme – a nessuno che guardi questo dipinto verrebbe da pensare che Pieter Bruegel il vecchio in questa tavola a olio abbia inteso rappresentare il viaggio di Maria e Giuseppe da Nazareth a Betlemme, la città di Giuda, per farsi registrare.

Il dipinto respira un’aria che non ha nulla della rappresentazione sacra, non evoca atmosfere religiose, né cerca di ricostruire il mondo palestinese della nascita di Gesù. E’ piuttosto un scena che immerge nel clima delle terre del Nord alla metà del ‘500, segnate da inverni pesanti, da freddo, neve, gelo, ed anche dal lavoro, dalla fatica, dalla povertà di cose di ogni giorno.

Bruegel conosceva la vita dei contadini nelle vaste pianure tra Bruxelles e Anversa, i suoi ricordi gli avevano fatto imprimere nella mente le strutture di case e villaggi, parte di una natura che nell’inverno manifestava il suo aspetto spoglio, indurito dal ghiaccio e imbiancato dalla neve.

Forse non a caso sceglie il momento del censimento quale tema del suo dipinto: in esso in qualche modo scorge il senso del Natale. E lo legge non come evento lontano e romantico, ma quale presenza nascosta, segno da individuare nella trama quotidiana della vita dei poveri, nascosto tra le pieghe della vita, nei suoi aspetti quotidiani, di peso e sofferenza.

Del censimento parla il vangelo di Luca: è una decisione dell’imperatore, il dominatore del mondo che intende contare le popolazioni delle sue terre. Convocare tutti ad essere contati è un modo per verificare misure ed estensione del proprio dominio e per aumentare le entrate delle tasse. Non solo. E’ anche un modo per dire che la vita di ogni persona sottostà ad un potere da cui dipende e da cui è controllata in tutto. Così il farsi registrare è gesto di sottomissione ad un comando che ricorda dipendenza e sudditanza, nel rapporto tra i piccoli e i grandi della terra, tra i servi e i padroni.

Anche Maria e Giuseppe si misero in viaggio per farsi registrare… Così riporta Luca nel suo vangelo. Anche Luca in qualche modo è pittore. Sapeva dipingere con il suo scrivere. Nelle pennellate di questa pagina Luca compone un dittico: da un lato la decisione dell’imperatore – che era chiamato signore e salvatore – e la sua pretesa di dominare tutta la terra, in una articolazione del potere che giungeva a controllare le persone più umili fino alle periferie dell’impero. Dall’altro la storia di una famiglia come tante, sorpresa nel quotidiano dell’esistenza, nel momento di una gravidanza avanzata, costretta a mettersi in viaggio, ad affrontare i pericoli del cammino per farsi registrare, per andare a Betlemme il paese di origine. Una storia piccola contrapposta alla grande storia, una vicenda trascurabile e inosservata agli occhi di chi vede solo le vicende degli imperi e dei grandi del mondo. L’imbrunire di un giorno senza data e i calendari segnati nei libri. In questa piccola storia tuttavia la povertà e piccolezza di un piccolo segno sta al centro e custodisce una preziosità unica. E’ visibile solamente a coloro che vivono ai margini dei regni e della vita, a coloro che si lasciano illuminare da voci di messaggeri inaspettati e si lasciano mettere in cammino.

E Luca parla così di un bambino che prima ancora del suo nascere ha vissuto come migrante, è stato portato in viaggio, affrontando intemperie e precarietà, quando ancora era nella pancia di Maria. E lei e Giuseppe hanno subito il rifiuto di essere ospitati alla locanda, dove erano giunti. Perché non c’era posto per loro nell’alloggio… Ma quel bambino era autentico salvatore, senso della vita e speranza per tutti, nelle fasce del suo morire e risorgere…

Luca scorge nella vita di questi piccoli, Maria, Giuseppe, il loro bambino, un segno di grande luce che sconvolge la grande storia, la contesta e la rovescia: ha rovesciato i potenti dai troni…

Pieter Bruegel è pittore olandese, sensibile alla vita dei villaggi e delle stagioni di terre del Nord, i cui inverni sono segnati dal gelo e dalla neve. Forse leggendo la pagina di Luca ha pensato al freddo di quell’inverno del 1566 in cui iniziò a preparare la tavola ed i colori ad olio per il suo dipinto. E nel suo censimento riporta un racconto che parla del figlio di Dio riportandolo alle dimensioni del quotidiano dei figli degli uomini. L’atmosfera è quella di un tramonto, quando le temperature scendono repentine. Sullo sfondo il sole appare come una palla rossa che sta rapidamente calando all’orizzonte fino a nascondersi in fondo alla pianura, nel momento della giornata che lascia spazio al gelo. Il suo disco si scorge in lontananza rigato dai rami, completamente spogli, di un grande albero piantato davanti alla porta locanda, dove, alla base del suo tronco, si accalca una piccola folla intirizzita.

Mentre le nubi iniziano ad oscurare il cielo e voli di sparuti uccelli lo solcano velocemente, la vita di gente semplice vede il suo dipanarsi nello spazio di un paese imbiancato dalla neve. Un ghiaccio grigio e consistente copre il fiume e gli specchi d’acqua. Vicino alla locanda c’è chi trascina fuori i maiali per ammazzarli e provvedere ad un po’ di cibo. Nei pressi di carri in sosta alcune galline zampettano sul terreno gelato alla ricerca di qualche briciola da beccare, mentre da una grande botte coperta di neve un uomo sta spillando del vino. Uomini e donne sono piegati sul loro lavoro, chi con sacchi o fascine sulle spalle, chi con ramazze, chi cercando qualche verdura zappettando nell’orto gelato. L’intera scena rinvia ad attività quotidiane. E’ un’umanità dolente e in movimento, tra cui non manca la presenza dei piccoli: in lontananza si scorgono infatti profili di bambini che giocano sul ghiaccio. E verso il villaggio da diverse direzioni pellegrini e viaggiatori giungono con sulle spalle pesanti carichi sorreggendosi con bastoni. Avanzano a fatica sulla neve mentre le scarpe pesanti stridono sul ghiaccio. Nelle case del villaggio ancora non sono accese le luci, e i profili sono delineati dai tetti innevati. Il movimento degli uomini appare come un brulicare di formiche, talvolta in fila, talaltra in ordine sparso. Davanti ad alcune porte si affollano gruppi di persone infagottate in mantelli e con coperte sulle spalle o con i cappucci e berretti a coprire il capo. Sono tutti coloro che si sono spostati affrontando la fatica, convocati per il censimento. Ora fanno la fila davanti alla porta della locanda, che appare in primo piano, adulti e bambini, mentre qualcuno sulla soglia è fissato nel gesto di chi riceve un pagamento o legge liste di nomi. E forse un’altra locanda si intravede in fondo al villaggio alla cui porta si accalca una piccola ressa.

In questa scena di ordinarietà, di lavoro e di povertà, in cui il gelo dell’inverno tutto avvolge come un peso, al centro del dipinto si possono distinguere alcune figure di chi sta per giungere, dopo lungo peregrinare, alla porta della locanda. Un uomo piegato cammina recando sulle spalle un sacco e guidando con la mano un asino e un bue. Sull’asino è seduta una donna. S’intravede la sua cuffia bianca lasciata per un tratto scoperta e i tratti del volto. Il capo è contornato dalle falde di un ampio mantello che scende ampio a coprire anche l’asino che la porta. Al centro del censimento Bruegel tratteggia così i profili di Giuseppe e Maria, nel momento in cui stanno giungendo, a sera, alla locanda dopo il lungo viaggio. Come tanti contadini e abitanti dei villaggi che si mettono in fila, nel disordine e nel vociare provocato dalla presenza di molti, in attesa di un tetto caldo, di trovare luogo dove riposare, di avere un po’ di pane e qualcosa di caldo per scaldare le membra intirizzite dal gelo e dalla fatica.

Al cuore di questa scena è posto un segno di amore, quasi un fuoco nascosto, ma anche il segno di una solidarietà. E’ la tenerezza di una donna incinta che si difende dal freddo con una coperta sulle spalle ed è la resistenza di un uomo che guida gli animali. Così Bruegel scorge il venire di Gesù salvatore in mezzo all’umanità. E’ un venire che entra e attraversa il suo tempo, i paesaggi a lui familiari delle terre del Nord. Si confonde con la vita di poveri contadini e con la quotidianità di persone senza nome. Si fa vicino in chi compie un viaggio, nel peregrinare di poveri che si affollano alla locanda di un paese. E’ condivisione di un cammino e della fatica di tanti appesantiti dalla vita. Tutto attorno frattanto la vita quotidiana si svolge nei gesti ordinari, nelle cose di ogni giorno, in un contrasto tra il penoso fare del lavoro e la leggerezza del gioco, tra il correre dei bambini e il penoso avanzare dei vecchi. Il volto del Figlio di Dio ha i tratti umanissimi di un figlio di uomini, nascosto nel grembo di una donna in viaggio.

Partecipe di un cammino, è al cuore di una storia di amore che si dipana anche nei gesti di chi conduce gli animali e di una donna capace di coraggio e forte. Come tanti innumerevoli altri, costretto alle sofferenze e alle prove. Il censimento è atto di un potere che sovrasta, riduce a numero e impoverisce. Giuseppe e Maria recano i tratti di volti piegati, condotti dalla vita a spostarsi, a lasciare il loro paese, ad affrontare con un bambino in grembo, la fatica di un viaggio nella morsa del gelo. Sono ritratti prima di affrontare la coda alla locanda ove già si stanno accalcano tanti richiedenti, il parapiglia tra la folla e poi il rifiuto e l’allontanamento. Anch’essi respinti e tenuti lontani.

Una storia semplice che reca in sé l’annuncio e la promessa di un volto di Dio sconvolgente e diverso. Non abitante di cieli lontani ma vicino, umanissimo, che s’identifica con poveri paesani in viaggio. E forse Bruegel ponendo al centro della scena una coppia e gli animali suggerisce anche quel rovesciamento che Gesù è venuto a portare. Non il dominio dell’imperatore che ordina il censimento è la forza che regge il destino nella vita, ma quel mistero di amore racchiuso e custodito nella storia di quelle presenze, nel loro affetto, in un amore custodito, e dove anche gli animali, l’asino e il bue daranno il calore della cura, con il loro respiro, a colui che sta per nascere fuori dalla locanda perché per lui non c’era posto…

 

Ti sei lasciato portare

nel cammino

hai conosciuto la tenerezza

di donna innamorata

la fedeltà

di un uomo giusto

compagno che prende e sa portare

capace di accompagnare e

custodire

hai camminato e ancora

cammini

nascosto nella vita

dove c’è il coraggio di

un sì al Dio

che guarda ai piccoli

rovescia i potenti

e innalza gli umili

hai vissuto la tua esistenza

come viaggio

di chi chiede ospitalità

aperto a visitare

ed entri nel villaggio

come poi a Gerusalemme

cavalcando un asino

la tua presenza

è celata

nelle pieghe della vita

amore velato nei nostri amori

nel lavoro di poveri

nella fatica di chi è senza nome

agli occhi dei grandi

ma ha un volto unico

e un nome che mai

sarà dimenticato.

Apri i nostri occhi a scorgere

la visita

del Dio umanissimo

 

Buon Natale 2017

Alessandro

IV domenica di Avvento – anno C – 2015

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(Visitazione – Arcabas – palazzo arcivescovile Malines-Bruxelles)

Mi 5,1-4; Eb 10,5-10; Lc 1,39-48

Da Betlemme, piccolo villaggio della regione di Giuda vicino a Gerusalemme una donna sta per dare alla luce una nuova guida, un pastore che pascerà il gregge del popolo. Betlemme è luogo di provenienza di Davide, il re ideale, e l’attesa è per una guida portatrice di giustizia e pace. Un disegno di salvezza e di bene si svolge nella storia non attraverso la potenza umana e la violenza ma attraverso la forza della debolezza, nell’inermità. Betlemme è periferia della storia, è terra dei margini: da lì – annuncia il profeta – uscirà un ‘dominatore’ paradossale, senza armi e potere. Dal piccolo clan presente nella regione di Betlemme, chiamata Efrata, ‘la feconda’, nella sua insignificanza, secondo lo stile di agire di Dio lontano dalle logiche umane della potenza, Dio farà uscire colui che raduna e pasce con la forza del Signore. Un corpo in una storia di famiglia, di carne e sangue, di concretezza umana che attraversa la storia.

“Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ecco io vengo… per fare o Dio la tua volontà… Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.”

La lettera agli ebrei presenta la vita di Gesù nel suo farsi dono con il suo corpo, la sua esistenza tutta, che mette fine alla logica del sacrificio. Ha compiuto la volontà del Padre offrendo se stesso, il suo corpo. Nel dono di sé ha reso partecipe tutti della vita stessa dell’unico ‘santo’, il Padre. La sua vita appare così come luogo di un ascolto – questo il senso di ‘obbedienza’ – nella coerenza fino alle sue estreme conseguenze, al Padre: fino alla morte è rimasto nell’attitudine di chi è figlio, in ascolto (cfr Eb 5,8). Questo suo esserci, in questo modo, fa di lui il nuovo Adamo: nella sua vita intesa come dono e servizio l’intera sua esistenza è trasformata e animata dallo Spirito (1Cor 15,46).

Accostarsi a Gesù richiede allora tener conto di questo: la corporeità donata nel suo passare, nei gesti e parole, è via per incontrarlo e per accogliere la bella notizia della sua vita: vita pienamente umana e per questo riflesso e racconto del volto di Dio. Fedeltà al vangelo è allora cammino in cui ogni incontro può essere occasione per prendersi cura. Ogni ‘corpo’ sofferente, escluso, maltrattato, reso prigioniero della sofferenza e del male, ci rende presente la chiamata di Dio che si è fatto vicino nel corpo di Gesù.

“benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! …. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore”.

Il grembo di due donne sta al centro della pagina di Luca: il grembo di Maria che porta Gesù e quello di Elisabetta che porta Giovanni. Il saluto di Elisabetta a Maria è benedizione. Queste parole evocano il salmo: ‘Il Signore ha giurato a Davide e non ritratterà la sua parola, il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono’ (Sal 132,11). Elisabetta benedice con ammirazione: qualcosa sta avvenendo, una forza di fecondità nuova coinvolge i loro corpi. ‘A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?’ un eco della domanda presentata da Davide nel trasferimento dell’arca dell’alleanza, luogo della presenza di Dio: “Davide in quel giorno ebbe paura e disse: come potrà venire da me l’arca del Signore?” (2Sam 6,9).

Al passaggio dell’arca Davide danzò, preso da entusiasmo, con libertà, per la gioia di accogliere il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Luca vede in Maria la nuova ‘arca dell’alleanza’, luogo dell’incontro tra Dio e l’umanità. Dio si rende presente in mezzo al suo popolo nella vita fragile di un bambino. Tutto respira una gioia nuova testimoniata da una nuova danza: così Giovanni si muove e quasi salta, come Davide, nel grembo di Elisabetta: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi il bambino ha esultato (danzato) di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”

Maria è ‘colei che ha creduto’: ha accolto la chiamata di Dio, e ha continuato a credere nel cammino della vita: ‘beata’ non solo perché ha portato Gesù, ma perché l’ha accolto portandolo, dando a lui spazio nel suo cuore. Ha camminato come credente sulla strada seguendo lui. Maria è povera di Jahwè che si affida: ‘Beato chi teme il Signore e cammina nella sue vie’ (Sal 128,1-2) e ha seguito Gesù lungo la strada del credere: donna dell’ascolto. A chi si rivolse a Gesù dicendo ‘Beato il grembo che ti ha portato’, Gesù risponde “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).

Il concepimento di un figlio costituiva in Israele una benedizione segno della presenza di Dio. ‘Un corpo mi hai preparato’: al centro del Natale sta il corpo di Gesù, un corpo fragile, bambino che nasce in un contesto di esclusione e di allontanamento: è il corpo di un bambino, il ‘segno’ indicato ai pastori nella nascita, ed il corpo di Gesù disprezzato, appeso alla croce e sottratto al buio del sepolcro e della morte. Su questa vita, su questo corpo donato Dio ha pronunciato il suo sì.

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(Visitazione – He Qi)

Visitare

Capiterà a molti nei prossimi giorni delle feste di Natale, di fare visita a qualcuno. Natale resta, pur tra le ambiguità e contraddizioni di un momento asservito alla logica del consumo dominante, il momento dei ritrovi familiari, di visite e scambi dei regali. Proprio questa esperienza così ordinaria del visitare, del recarsi presso la casa di qualcuno, di varcare soglie nell’accogliere o salutare, si presta ad una lettura nelle sue pieghe nascoste.

Le nostre esperienze quotidiane trattengono profondità spesso inesplorate. Ogni visitare racchiude un mistero. Il movimento che spinge all’incontro tra chi visita e chi è visitato può essere letto come luogo in cui maturare uno stile coinvolgente la vita. E’ movimento che si pone in contrasto con l’indifferenza ed il ripiegamento stanco, cifra di un mondo proteso a chiudersi nella paura e nell’immobilismo che impedisce ogni uscire.

Visitare implica un partire, un lasciare qualcosa, ambienti familiari e consueti, per dare spazio ad un andare che conduce verso spazi e volti inediti non totalmente conosciuti ed apre ad un incontro nuovo. La visita inizia prima dell’entrare nella casa dell’altro, inizia da un desiderio che spinge ad uscire, si nutre di preparazioni e progetti, nel ricordo, nel pensiero: viene vissuta nel tempo di uno spostamento che è sempre viaggio seppur limitato e cammino di apertura a terre nuove inesplorate, a panorami inconsueti, ad incrociare altre lingue. Una volta vissuta, la visita continua in quel dolce emergere e confondersi di ricordi e di gesti che segue e coinvolge i movimenti del cuore.

Visitare è anche movimento che conduce a varcare soglie, ad affrontare la presenza di altri e ad entrare in un dialogo nuovo, fatto di ascolto, di parole scambiate, di gesti. L’iniziativa stessa di visitare qualcuno è segno dell’importanza della presenza di nomi, volti, storie, nella propria vita, di cui ci si sente parte, intrecciati.

E’ un spazio di gratuità, tempo speso e perso, donato. Quasi un varco che squilibra e contrasta talvolta un’esistenza solamente ripiegata nell’attenzione a sé. Presa in quella fretta che non è premura per l’altro, ma preoccupazione a rincorrere efficienza e risultati: il fare tante cose e sempre più perché il tempo manca.

Nella visita non si produce, piuttosto si genera accoglienza. Il tempo assume una colorazione diversa. I gesti ordinari dell’ospitalità, divengono segni di qualcosa non dicibile: lo spazio dato all’altro nel proprio cuore, nella propria vita. Si va a fare visita ad un malato, a chi vive lontano e non si incontra con facilità, ma si va a fare visita anche ad una persona amica come momento che esprime la gratuità nell’esistere, interruzione e pausa in ritmi segnati da frenesia. E’ emergere della nostalgia dell’incontro che è spinta ad andare e a resistere di fronte a tutto ciò che ruba il tempo per incontrare. Come i terribili ‘signori grigi’ nella vicenda di Momo narrata da Michael Ende, che sottilmente rubando il tempo del gratuito per renderlo solo funzione di efficienza e utilità svuotavano le vite rendendole grigie e asservite. Parabola di un mondo reso incapace di visitare l’altro.

Visitare è verbo dell’amicizia, è indicazione dell’ospitalità data e ricevuta. C’è chi si reca in visita per dovere professionale, ma anche chi fa visita per stare accanto, semplicemente senza nulla attendere o per portare aiuto e conforto. Per dire con il proprio esserci, la tenerezza umana che ci rende vicini, solidali, legati. Portando un fiore, recando una vicinanza: stare con il proprio corpo accanto ad altri è la protesta più grande alla religione dei sacrifici. Non sacrifici e offerte ma persone e corpi nella loro fragilità che scelgono di stare vicino, di farsi carico della vita dell’altro.

Nel tempo in cui cresce la semplificazione dell’opposizione e dell’odio che si nutre di sospetti e di pregiudizi verso l’altro, visitare può essere gesto da riscoprire e da seminare nei solchi di giornate feriali. Senza enfasi e senza inutili orpelli. Ma nella consapevolezza della profondità di un andare che è uscire ed è varcare soglie, vivere il tempo dato alle parole, nella capacità di ascoltare e di essere ascoltati, nello cambio di ospitalità che si attua in ogni visita.

Ritrovo come lo sguardo alla visitazione sia stato un elemento decisivo per la maturazione di una spiritualità che fa proprio della visita una tra le proprie dimensioni fondamentali: è in particolare la visita nell’incontro con l’altro che è il musulmano, intendendo la propria presenza come servizio e atto di visitazione. Si tratta dei testi di Christian de Chergé ritrovati e raccolti da un giornalista, Jean Pierre Flachaire: ne riporto uno rinviando ad una raccolta di altri testi presentati ad una conferenza a Marsiglia nel 2005 e pubblicati in appendice al libro “Più forti dell’odio” (a cura di G.Dotti, ed.Qiqajon 2006, pp.267-280). Il brano che segue è parte di una una lettera indirizzata ad una suora delle Missionarie d’Africa che si trovava nello Yemen nel 1977:

«Come non sentirmi interpellato da quello che hai cominciato a vivere lì, con le tue due sorelle? Questo isolamento per e con Lui; questo popolo che Lui persegue, con e attraverso noi: questo piccolo popolo sul quale si è intenerito, meravigliato, e che è stato, anche per Lui, portatore dello Spirito: “Ti rendo grazie, Padre, perché…”; questo servizio, così paragonabile a quello di Maria nella sua Visitazione: Maria, anche lei portava nel suo intimo, nel silenzio della contemplazione, un segreto che non spettava a lei rivelare (il che la rassicurava, perché non avrebbe saputo come fare il legame e che parole trovare per dire l’Inafferrabile); questa presenza, necessaria, a chi vuole ascoltare “l’altro”, salutare come Elisabetta, con quelle parole di annunciazione, con quei gesti di Vangelo che solo lo Spirito rivela e che restituiscono la Buona Novella a colui che la porta in sé (il suo segreto, dicevo!). In questi ultimi tempi mi sono convinto che questo episodio della Visitazione è il vero luogo teologico-scritturistico della missione nel rispetto dell’“altro” che lo Spirito ha già investito. Mi piace una frase di Sullivan che riassume molto bene tutto questo: “Gesù è ciò che accade quando Dio parla senza ostacoli nel cuore di un uomo”. In altri termini, quando Dio è libero di parlare e di agire senza ostacoli nella rettitudine di un uomo, quest’uomo parla e agisce come Gesù: c’era da aspettarselo! Cerca di essere “senza ostacoli” e non cesserai di meravigliarti… di eucaristizzarti (beh, non è molto eufonico!)».

Christian De Chergé parla dell’incontro con l’altro come l’esperienza grande dell’incontro con il musulmano in terra straniera. In un tempo in cui la violenza impedisce di visitare e di entrare nella casa dell’altro queste parole miti indicano una via: è la pazienza di preparare gli incontri, l’apertura ad ascoltare, la capacità di mettersi in viaggio ed entrare nella casa dell’altro, per scoprire che qualcosa di nuovo nasce. Nel conoscere che sempre è co-nascere non nasce solo qualcosa di nuovo ma si dà spazio ad una forza di fecondità che fa nascere qualcuno in modo nuovo.

Alessandro Cortesi op

visitazione

 

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