la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “cambiamento”

III domenica di Avvento – anno C – 2015

DSCN1755.JPGSof 3,14-18; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

La città di Gerusalemme, ‘la figlia di Sion’ è invitata alla gioia: ‘Rallegrati’. Il breve salmo posto a conclusione del libro di Sofonia – libro segnato dal cupo annuncio del giorno del Signore – è rovesciamento di parole di minaccia: è invito alla gioia, ad una gioia entusiasta, piena. Dio stesso si fa vicino in mezzo al suo popolo, prende con sé i giusti e si fa difensore, liberatore. La gioia dei giusti è contagio della gioia stessa di Dio che viene in mezzo al suo popolo. La sventura, dolorosa esperienza umana, non ci sarà più. Il Signore raccoglie tutti nel suo abbraccio e fa vincere la paura: ‘non temerai alcuna sventura’. Il ‘Dio che viene’ non ha i tratti terribili del giudice ma si rende presenza vicina gioiosa. C’è una consapevolezza di presenza: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Il regnare di Dio non si pone come dominio che opprime o esige, ma quale presenza di vita e pienezza. E’ dono di salvezza.

‘Siate sempre lieti’: è invito di Paolo alla comunità di Filippi. Rinvia alla pace del Signore, più grande di ogni pensiero umano, capace di custodia. Il motivo della gioia sta nel fatto che il Signore è vicino: una vicinanza non da temere come minaccia ma una vicinanza amica, di cui essere contenti. Essere lieti nel Signore significa poter vivere una pace radicata dentro, perché Dio si prende cura di noi: Paolo invita a maturare consapevolezza di non essere soli ma nella compagnia del Dio vicino.

Luca presenta il popolo in attesa. Le folle domandano a Giovanni Battista: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Le sue risposte pongono esigenze che non distolgono dal presente, ma indicano un modo nuovo di impostare la vita con scelte di condivisione, onestà e giustizia, nonviolenza. Condividere i propri beni e il cibo perché tutti possano mangiare, non rubare agli altri, vivere il proprio compito con attitudine di rispetto e solidarietà. E’ quanto Giovanni indica alle tre categorie di persone che a lui si rivolgono, le folle, i pubblicani, o agenti delle tasse, e i soldati.

La vita del Battista è tutta orientata ad un altro: la sua testimonianza è preparazione del messia. Giovanni presenta colui che deve venire con i tratti del ‘più forte’. La simbologia legata al ‘slegare il lacco dei sandali rinvia ad un gesto del diritto matrimoniale (Dt 25,5-10; Rut 4,5-8): Giovanni non è lo sposo, la sua testimonianza è orientata ad indicare un altro, il messia.

Giovanni utilizza l’immagine della separazione del grano dalla pula: “…viene uno che è più forte di me, costui vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile”.

Si tratta di operare scelte che impostino la vita su orizzonti nuovi di senso. La pula è tutto ciò che è inconsistente nella vita e dev’essere eliminato. Nel linguaggio biblico ‘pula’ sono anche gli idoli: coloro che adorano gli idoli sono presentati come pula portata via dall’aia dal soffio del vento (Os 13,3) perché vanno alla ricerca di cose senza consistenza, che non danno felicità, e sono illusione: ‘Gli empi sono pula che il vento disperde’ (Sal 1,4). Aderire al messia apre ad una scelta nel lasciare ciò che non vale.

Un messaggio emerge: il ‘Dio che viene’ è presenza vicina che arreca gioia. Il suo venire genera uno stile di esistenza non appesantita da angustia e paura ma fatta di serenità sobria e di amabilità: ‘re d’Israele il Signore è in mezzo a te’. Nelle vicende e fatiche della storia la presenza di Dio è vicinanza di salvezza e di liberazione. Accogliere questo annuncio è movimento che cambia la vita. La vicinanza del Signore è forza per vivere una pace dentro. Nelle contraddizioni del presente si fa amabilità e capacità di dolcezza di gioia: letizia quale gioia consapevole dei drammi del vivere, ma capace di sperare nella debolezza di Dio più forte di ogni potenza umana: ‘siate sempre lieti’.

Io_Fear_standard2.jpg

Paura e paure

“La paura è con ogni probabilità il dèmone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Ma è l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che covano e alimentano la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta sono nate da un senso di impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente” (Z.Bauman, Il demone della paura, Laterza 2014, 9)

L’insicurezza è il senso di non essere protetti e la percezione di poter perdere ciò che protegge non solo in territori e aree pericolose, ma anche nella normalità della vita sociale. La paura è suscitata da ragioni diverse: i processi economici, le minacce dell’ambiente, le incertezze riguardanti la salute, e ancora la criminalità, il terrorismo. Le paure conducono ad elevare recinti, ad assumere attitudini difensive, allo sforzo di individuare i portatori di rischi. Oggi le paure si configurano come un’inestricabile matassa di fili: i problemi che le generano sono intrecciati e cresce il senso d’impotenza nel fare qualcosa per eliminarle, per scioglierle e ritrovarne un capo.

Il senso di insicurezza abita il nostro vivere e lo rinchiude. Chi è bloccato dall’angoscia non riesce più a muoversi, a compiere passi avanti. L’angoscia diviene pervasiva occupando tutte le sfere del vivere individuale e sociale. La paura è così uno dei caratteri del nostro tempo. E’ tuttavia paura che si legge in modi diversi. E’ paura quella disegnata negli occhi di profughi che lasciano dietro di sè violenza, guerre orrori e impossibilità di vivere andando verso un futuro incerto. E’ paura quella che cova sotto la cenere di esistenze confuse nell’anonimato di periferie dove giovani sradicati coltivano incertezza sul loro passato, presente e futuro e magari scoprono nell’avventura della violenza o in una predicazione religiosa fondamentalista l’ambito di sfogo di paure non affrontate, accogliendo una scelta distruttiva per sé e per altri. E’ paura il sentimento che pervade le esistenze tranquille di chi matura il sospetto di fronte ad ogni estraneo, diverso. Così paura può essere indicata come veleno che inquina la vita quotidiana in cui il problema è quello di identificare rapidamente un colpevole, un capro espiatorio, da eliminare e da escludere.

Oggi la paura viene anche coltivata. I media sono un fortissimo veicolo di coltivazione della paura nel favorire la percezione del pericolo dell’altro. La paura viene ad essere un modo di intendere l’identità della persona, che per questo nella sua privatezza e solitudine si trova a gestire un sentimento che diventa distruttivo nei confronti degli altri. Tener lontane le paure, sotterrarle non è leggerle. Solamente la fatica di affrontarle, e di coglierne cause e ragioni è forse unica via per trarne motivi di consapevolezza e di impegno, per uscirne e per non rimanerne schiavi e vittime.

Le città oggi sono i luoghi in cui le insicurezze si manifestano più fortemente, ma anche i luoghi in cui poter affrontare la sfida a costruire spazi di interdizione e di esclusione o al contrario spazi dove i confini vengono attraversati e dove poter incontrarsi insieme. Le città sono le frontiere in cui l’estraneo possa essere conosciuto e non resti nella condizione dell’alieno, sconosciuto e incomprensibile, in cui i linguaggi possano interagire.

“Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Per quanto doloroso, dobbiamo cercare di capire le ragioni del terrorismo. Per combatterlo meglio, per non cadere nella sua trappola, per non dargli mai ragione, fosse pure per incoscienza o cecità. Le profezie che si autoavverano sono il meccanismo su cui si basa la sua logica omicida: provocare attraverso il terrore un caos ancora maggiore da cui trarre ulteriore rabbia, risentimento, ingiustizia. Lo sappiamo per esperienza, abbiamo visto come la fuga in avanti statunitense dopo gli attacchi del 2001 sia stata all’origine del disastro in Iraq, che ha generato il gruppo Stato islamico, nato dalle macerie di uno stato distrutto e dalla disgregazione di una società violentata. Riusciremo a imparare da questi errori catastrofici, o finiremo per ripeterli?” (Edwy Plenel, La paura è la nostra nemica, “Internazionale” 15 novembre)

Ma la paura rinvia a scorgere ancora più a fondo cause nascoste in un modo violento di intendere la vita, in una imposizione di processi di globalizzazione che hanno generato iniquità e dividono il mondo in privilegiati e disperati, in arricchiti ed esclusi.

Bauman osserva: “In un pianeta globalizzato negativamente è impossibile ottenere la sicurezza, e tanto meno garantirla, all’interno di un solo paese o di un gruppo scelto di paesi: non con i propri mezzi soltanto, e non a prescindere da quanto accade nel resto del mondo. Il nuovo individualismo, l’affievolirsi dei legami umani e l’inaridirsi della solidarietà sono incisi sulla faccia di una moneta che nel suo verso mostra i contorni nebulosi della globalizzazione negativa” (ibid. 4-5).

Come oggi leggere le paure e cogliere da questo percorso motivi per trovare vie di uscita? Una vittoria sulla paura potrà avvenire? Si potrà scorgere al di sopra di confini di separazione, in un lungo cammino, ma insieme?

“tu non temerai più alcuna sventura… Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia…”

Alessandro Cortesi op

 

Annunci

2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

migranti Syrian artist Nizar Ali Badr depicts refugee crisis..jpg

(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

XXXIII domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN1514Dn 12,1-3; Eb 10,11-14; Mc 13,24-32

Il libro di Daniele si pone nel quadro della letteratura apocalittica: tentativo di lettura della storia scorgendovi la presenza di Dio nonostante il male e le contraddizioni presenti. Utilizzando molteplici simboli parla di un giudizio in un tempo lontano e introduce la enigmatica figura del ‘figlio dell’uomo’ in un contesto di sconvolgimento del cosmo.

“In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.

Figlio dell’uomo ha qui i tratti di una figura collettiva, un popolo di ‘santi dell’Altissimo’ con una funzione di giudizio che inaugurerà un regno diverso da quello degli imperi umani nella storia. Un giudizio nel quale il male viene definitivamente eliminato (Dan 7,22).

Ad un primo impatto queste pagine suscitano timore e inquietudine, ma intendono proporre un messaggio di speranza per tutti coloro che hanno vissuto la fedeltà: “Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna” (Dan 12,1-3). Nel tempo della persecuzione e della fatica Daniele offre parole di sostegno a chi sperimenta la fatica di resistere e per chi è stato fedele risultando agli occhi umani un fallito. L’ultima parola sulla storia – dice Daniele – è quella di Dio che salva.

“Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte…”. Gesù affida ai suoi la promessa che la nostra storia non è un vagare senza orizzonte ma è situata in un incontro. Il pensiero al futuro non dev’essere motivo di angustia perché sin d’ora c’è una novità in atto, già al di dentro della storia e della vita. Quello che ci è dato è tempo di speranza, di germogli perché è tempo di incontro.

Gesù distoglie così dal farsi domande sulla ‘fine del tempo’, inviata invece a puntare l’attenzione sul tempo in cui è possibile vivere nell’orizzonte di ciò che vale per sempre. Richiama i suoi ad un’attenzione al presente: è già occasione in cui è possibile vivere in modo nuovo. Nel presente è già in atto quella presenza che sarà il fine di tutta la storia. Per questo non è tempo vuoto, ma tempo in cui la vita sta spuntando. Come le foglie del fico mentre l’estate si avvicina. E’ momento per vivere l’incontro con qualcuno che viene. Gesù è già venuto, ma promette ai suoi che tornerà e sarà allora un ritornare definitivo. In questo frattempo è possibile coltivare l’incontro, la novità inaugurata con la risurrezione, fino alla comunione per sempre con Dio e con gli altri. “… sappiate che egli è vicino, alle porte…”: per chi accoglie la promessa di Gesù il futuro assume i contorni di un av-venire in cui al centro sta la presenza del risorto. E’ presenza che spinge all’incontro. Ed è un incontro che apre agli altri, a coloro con cui Gesù si identifica, il povero, il marginale, l’ammalato. Questo approdo finale già offre segni nel quotidiano e nella storia. Il germogliare del fico è una parabola che riguarda la presenza della novità del regno di Dio.

L’atteggiamento da coltivare è apprendere a scrutare e leggere i ‘segni dei tempi’. Viviamo già in un tempo salvato, in cui sono presenti chiamate e trace di salvezza. All’interno di esso sta crescendo come seme il ‘regno’: il regno è la presenza stessa di Gesù che ha incontrato e ha preso su di sè la storia umana e ha inaugurato un nuovo mondo, nuovi rapporti umani, un nuovo rapporto con Dio. Spesso siamo troppo preoccupati di portare qualcosa, quando invece forse l’atteggiamento di una chiesa povera sta nella dimensione dell’ascolto e dell’accoglienza. Ascolto delle chiamate che giungono dalla storia; accoglienza negli incontri con il volto di colui che viene e si fa incontro. Fissando lo sguardo su ciò che Gesù ha fatto. Per questo il presente è tempo di attenzione e responsabilità.

DSCN1472Alcuni motivi di impegno per noi oggi.

Il tempo si è per molti aspetti abbreviato: con i mezzi a disposizione riusciamo a fare tante più cose, e riusciamo a farle contemporaneamente, tendendo a superare ogni limite. La possibilità di comunicazione immediata è grande occasione che ha reso più veloci gli scambi e con essi la possibilità di lavorare, di collaborare, di scambiare idee, scritti, conoscenze. Il rischio che oggi viviamo è quello di lasciarsi sopraffare dagli strumenti a disposizione: è l’esperienza che sperimentiamo di essere talmente assorbiti dalla tensione a sfruttare ogni attimo con l’uso di strumenti tecnologici, da non avere più tempo, parole e attenzione per le persone che ci troviamo davanti. Così non c’è più il tempo che interrompe il lavoro e l’efficienza, non c’è più il tempo libero in quanto tempo liberato da impegni, esigenze e scadenze. E progressivamente viene meno il tempo della gratuità, dei gesti che non producono e non procurano efficienza, delle parole scambiate e che sono semi gettati di legame a scalfire le solitudini degli individui connessi con tutti ma isolati e inascoltati.

Imparate dal fico: ci sono segni da leggere. C’è una disponibilità da maturare a scorgere i piccoli segni. Centrando lo sguardo su Gesù. E’ quello che Francesco ha ricordato in modo chiaro ai delegati al convegno della chiesa italiana a Firenze nei giorni scorsi ridefinendo un indirizzo di stile di chiesa che abbandoni ossessioni che l’hanno segnata e continuano peraltro a segnarla pesantemente.

Con rinvio all’inno di Filippesi cap. 2 ha richiamato ad un cammino di chiesa che assuma l’umiltà di Cristo, il suo scendere e svuotarsi come criterio di fedeltà a lui: “Il primo sentimento è l’umiltà. «Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a sé stesso» (Fil 2,3), dice san Paolo ai Filippesi. Più avanti l’Apostolo parla del fatto che Gesù non considera un «privilegio» l’essere come Dio (Fil 2,6). Qui c’è un messaggio preciso. L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti. Dobbiamo perseguire la gloria di Dio, e questa non coincide con la nostra. La gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre”.

Il tema del convegno era centrato sull’umanesimo, e la declinazione del tema articolata da Francesco è stata nel senso di liberarsi da pretese di costruzione di una nuova organizzazione di potere. Ha così spostato la riflessione dall’umanesimo – quale riferimento per molti aspetti complesso e con possibili ambiguità – all’umanità di Gesù. In tal modo ha fatto cogliere come sia presente il rischio di una costruzione culturale e ideologica, radicata nella nostalgia di stagioni in cui la società coincideva con una cristianità di tipo culturale e sociale. Riferirsi all’umanità di Gesù assumendo i suoi sentimenti è progetto essenziale che indica un cammino da condurre in modi nuovi, con libertà e apertura di fronte alle situazioni del presente: “Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente (…) L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti» (Evangelii gaudium, 49)”.

12227767_920009754745010_3831964021268357173_nHa poi richiamato alla direzione di una autentica riforma che si pone nella linea della inquietudine e della novità radicandosi in Cristo con spirito di apertura: “La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda – è aliena dal pelagianesimo. Essa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività. La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. E, incontrando la gente lungo le sue strade, assuma il proposito di san Paolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (1 Cor 9,22)”.

Interpretando il presente come un cambiamento d’epoca ha infine invitato ad affrontare i problemi come occasioni per cammini nuovi, dove l’incontro, l’accompagnare e l’essere vicini divengono tratti fondamentali di un agire che mette al centro il vangelo: “Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo e all’opera nel mondo. Voi, dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (cfr. Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, «zoppi, storpi, ciechi, sordi» (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.

In questo discorso si possono cogliere piccoli segni di qualcosa che sta ancora germogliando e chiede una partecipazione e coinvolgimento di comunità e di persone adulte nella fede.

A conferma di una situazione che dovrebbe cambiae per molti aspetti una coraggiosa e bella lettera di mons. Giovanni Giudici che è stato vescovo di Pavia, che ha raggiunto i 75 anni e ‘uscendo di scena’ confida i suoi pensieri. Qui di seguito un paio di pssaggi e la conclusione della sua lettera pubblicata in ‘Settimana’ (8 novembre 2015):

“Sono persuaso che una certa superficialità nella vita spirituale consente – e forse favorisce – l’enfasi data alla dimensione devozionale dell’esperienza di fede. Quante carovane di pullman e di macchine per i luoghi dove viene riferito che fratelli e sorelle hanno ricevuto rivelazioni private! Mi sono domandato e ancora mi domando se non è possibile porre lo stesso zelo nel proporre iniziative che favoriscano l’ascolto della Parola e la conoscenza dei movimenti dello Spirito nel cuore dei credenti. (…)

“quanti educatori svolgono la loro opera con grande abnegazione e con il dono del proprio tempo e delle proprie energie! Quanti operano nel servizio di carità nelle più varie forme in cui l’amore per il prossimo può essere esercitato! Quanti volontari sono impegnati nella cura per i sofferenti, i più deboli e poveri con una operosità in cui si manifesta intraprendenza e collaborazione. Questa figura di comunità fedele al Signore e attiva nella carità sollecita una presenza dei laici che non sia solo esecutiva ma anche partecipativa e decisionale nei vari ambiti in cui si svolge la vita ecclesiale”.

“… in questa mia condizione di uno che sta uscendo di scena, vorrei dire che mi ha sempre fatto impressione la grandiosità dell’apparato della CEI. Persone, commissioni, libri, pubblicazioni, convegni. Sono proprio tutti utili o necessari? Qualche volta si ha l’impressione che tutto questo ce lo possiamo permettere per la condizione privilegiata in cui ci troviamo a seguito del discreto successo dell’otto per mille. In particolare, desidero ricordare che mi è sembrato istruttivo il progressivo impallidire del Progetto Culturale. Era preannunciato, perché si è voluto riflettere e discutere di questioni che stanno a valle della fede. Il punto centrale è invece l’immissione nella società e nelle sue istituzioni dello spirito del Vangelo. Prego con riconoscenza e gioia per questa Chiesa di cui sono figlio”.

Alessandro Cortesi op

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3822Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ci sono tre tratti, tra altri, nella figura del samaritano. Gesù indica questo uomo, eretico e nemico, come colui che fatto esperienza di farsi prossimo e di scoprire la prossimità non in una teoria ma nell’incontro. Lo indica al dottore della legge che ‘si alzò per metterlo alla prova’ e di fronte alla domanda: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Un primo tratto della vicenda del samaritano è il turbamento contrapposto al controllo ed alla programmazione che guidano i passi del sacerdote e del levita della parabola. Un secondo è il suo stile di passare ‘ad occhi aperti’: si tratta dello sguardo contrapposto a quello di chi ‘vide e passò oltre’. Un terzo tratto è la capacità di compassione concreta contrapposta all’indifferenza e all’amnesia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

La figura del samaritano appare innanzitutto come il profilo di un uomo che ‘era in viaggio’. Tutto fa pensare che questo viaggio fosse stato programmato bene: era partito con una cavalcatura e non senza bagaglio, portava con sé olio e vino, aveva previsto la necessità di nutrimento durante il percorso. Recava con sé anche soldi che gli sarebbero stati utili per pagare le inevitabili spese durante un cammino lontano da casa. Tuttavia nel suo passare viene segnato da un profondo turbamento. Il passare accanto all’uomo derubato e colpito genera una interruzione profonda nel suo cammino. Tutto ciò che costituiva sicurezza e programmazione nel viaggiare viene ad un certo punto sopraffatto e turbato. E’ come se ad un certo punto per lui tutto avesse perduto la sua giusta collocazione in un ordine prestabilito. Tutto ciò che aveva e tutto ciò che costituiva il programma della sua vita subisce il soprassalto di una rivoluzione e si apre ad un nuovo utilizzo, diviene elemento utile per tutt’altra cosa. In modo inatteso, accogliendo l’appello di una sofferenza concreta. Così il tempo pensato per il viaggio diviene tempo speso per fermarsi e soccorrere l’uomo ferito al bordo della strada. L’olio e il vino trovano un utilizzo nuovo e diverso da quello programmato quando erano stati messi nella sacca da viaggio. La cavalcatura diviene il mezzo per condurre il ferito ad un luogo di cura. I soldi non vengono utilizzati per pagare l’ospitalità per sé, ma sono subito consegnati all’albergatore perché si prenda cura del ferito ed altri ancora gliene sono promessi in caso di necessità, fino ad un ritorno promesso. Il samaritano appare come un uomo che si lascia turbare e permette che nella sua vita i piani vengano scombinati a partire da un incontro inatteso e improgrammato. E’ l’incontro con l’uomo ferito, ma in questo incontro la sua vita si dimostra una vita disponibile e aperta. Accetta di perdere il controllo su di sè, sulla sua vita, a differenza degli altri due personaggi e accetta un cambiamento profondo mettendo in gioco in modo nuovo tutto ciò che  aveva pensato per altri piani, in altre direzioni.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Il samaritano è un uomo capace di sguardo. Ciò che colpisce nella narrazione della parabola è l’insistenza sulla ripetizione di questo verbo: vedere. E’ detto sia del sacerdote, sia del levita: ‘vide e passò oltre…’ Il samaritano invece ‘vide e ne ebbe compassione’. Avviene un’interruzione di questa regola del passare oltre senza fermarsi. E’ quasi un’eco al fermarsi di Dio presso la tenda di Abramo: ‘non passare oltre senza fermarti dal tuo servo’.

Vorrei sostare a riflettere sul suo vedere perché sta lì la radice del movimento della compassione per l’altro. Si potrebbe dire che il samaritano non solo ha una capacità di vedere in senso fisico ma vive una spiritualità degli occhi aperti. Il suo vedere è lasciarsi toccare. E’ un eretico, è lontano dal mondo della religione di Gerusalemme e del tempio, eppure Gesù lo addita innanzitutto come figura di un uomo che sa vedere, che si lascia colpire dalla sofferenza altrui in modo da accorgersene e da lasciarsi prendere. Non la lascia passar via come spettacolo che non chiede coinvolgimento e appello ad una responsabilità. Contro la possibilità di vivere anche una vita religiosa ad occhi chiusi, incapace di cogliere che il volto di Dio si fa vicino nel volto dell’altro e nella sofferenza storica e concreta delle vittime, Gesù indica un uomo che vive il suo cammino, la sua vita, passando, ma con gli occhi aperti,  capaci di accogliere e così di ricordare la sofferenza e l’appello che ne deriva. Uno sguardo capace di lasciarsi ferire e di empatia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Gesù indica il samaritano come uomo che vive la compassione. Il soffrire con, insieme all’altro è movimento non della ragione ma delle viscere, di appartenenza comune. E’ slancio appassionato del pensare all’altro come qualcuno che appartiene, è indice di una sensibilità in cui non tutto è anestetizzato in considerazioni sull’impossibilità di risolvere i problemi del mondo, e nemmeno da facili alibi per non fermarsi e per motivare che ad altri spetta quel compito. Il samaritano, a differenza di chi passò oltre, gli si fece vicino. E’ uomo capace di vicinanza, di toccare le ferite, di prendere di peso il ferito entrando in quella prossimità che è scoperta dell’altro con i suoi bisogni e con le sue povertà come domanda e invocazione. Compassione in questa vicenda non è un senso generico di immedesimazione nella natura ma scelta di solidarietà storica e concreta di fronte ad una sofferenza concreta.

Mi sembra che questi tre momenti del profilo del samaritano sono per noi oggi una provocazione a scoprire l’essenziale del vangelo. Li riassumerei in tre atteggiamenti.

Il primo è la capacità di lasciarsi turbare e scompaginare i piani dalle chiamate di Dio che ci raggiungono attraverso gli incontri improgrammati e le vicende diverse dell’esistenza. Lasciarsi turbare è indice di una vita decentrata, in cui la scoperta che ciascuno in radice è donato può divenire fonte di una libertà da se stessi, dai programmi, dalle attese di altri per rispondere a quella chiamata che si rende presente nel volto dell’altro sofferente, oltre gli obblighi della legge e quelli religiosi. Si tratta di un problema di autorità: la parabola del samaritano ci dice che l’autorità di Dio si fa vicina nell’autorità di chi soffre. Aggiungerei anche un’altra osservazione: far proprio il percorso del samaritano deve forse passare attraverso l’interrogativo posto dal comportamento del sacerdote e del levita. Solamente chi si interroga sulle proprie resistenze e cambiare, solamente chi riconosce e guarda in faccia gli ostacoli autentici o costruiti che impediscono di fermarsi di fronte alle vittime e agli impoveriti può giungere a vivere il gesto del farsi prossimo.

Il secondo è il tratto di una spiritualità, od anche di una mistica degli occhi aperti. Si tratta di un cammino di credere con il volto rivolto al mondo, non distolto dalla storia. Nella sua recente visita a Lampedusa il vescovo di Roma Francesco ha parlato dell’incapacità di piangere. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Ha usato l’espressione ‘globalizzazione dell’indifferenza’ per indicare l’attitudine che rende incapaci di lasciarsi provocare ad un cambiamento e ad una solidarietà con i feriti di oggi, lasciati ai bordi delle strade di un mondo dove tutti corrono nella ricerca di un profitto e di interessi e dove non si impara più a fermarsi riconoscendo i volti dei sofferenti. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. (…) Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non è affare nostro!”

La spiritualità degli occhi aperti, con il volto rivolto verso la storia è attitudine che contrasta l’amnesia anche di esperienze religiose che non si lasciano provocare dallo scandalo del male, della violenza e delle ingiustizie.

Il terzo è l’atteggiamento della compassione. La compassione è il contrario dell’amnesia e dell’incapacità di ricordo. Compassione è impegno a farsi carico dell’altro sofferente. Compassione è scelta e attuazione del prendersi cura in modi concerti e far sì che questa abbia continuità nel tempo… facendosi aiutare e rimanendo vicini.

“Questa mistica della con-passione è una mistica ‘radicata nella terra’ attraverso il contatto con gli altri che soffrono; contemporaneamente spesso essa non è altro che l’esperienza accettata di una ‘sofferenza per Dio’ non per calzare sopra le esperienze di dolore quotidiane, talora terribilmente profane, un’esperienza religiosa; non per aggiungere alle storie pubbliche di sofferenza del mondo alla fine anche un’esperienza religiosa privata, ma per riunire, in questa mistica della sofferenza per Dio, tutte le nostre esperienze di dolore che gridano al cielo, per strapparle all’abisso della disperazione e della dimenticanza e incoraggiarle ad una nuova prassi” (J.B.Metz, Memoria passionis, 156).

La domanda è anche sulla chiesa: “Nella propria liturgia essa non deve rappresentare alcuna forza politica, ma nella sua rappresentazione, deve rammentare quell’impotenza politica alla quale rimane obbligata nella sua rimemorazione di Dio intessuta di rimemorazione della sofferenza. Affinché la sua anamnesi cultuale della passione di Cristo non finisca in un mito avulso dalla storia, essa deve esercitarsi in una cultura anamnestica che miri alla storia di passione degli uomini e da lì conquisti gli orizzonti e le massime per il suo agire cristiano” (ibid. 192.)

Infine una domanda: la vicenda del samaritano è solamente indicazione per il maturare di una responsabilità personale di fronte all’altro? O forse, più in radice, è messaggio che provoca ad un modo di intendere la vita sociale e la prassi politica nella linea non di togliere la mezza vita che resta, ma nel ridare la mezza vita che manca, nel prendersi cura di gruppi di persone e popoli impoveriti, lasciati ai margini e dimenticati? Aiutandosi a tenere gli occhi aperti non come sforzo di uno solo, ma insieme?

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3260Es 3,1-15; Sal 102; 1Cor 10,1-12; Lc 13,1-9

Un roveto, una torre, un albero di fico che non germoglia. Tre immagini che aprono a tre percorsi di riflessione sui testi di questa domenica di quaresima, una domenica segnata da una grande parola: ‘se non vi convertite, perirete…’

Di cambiamento si tratta, in un tempo in cui si avverte l’urgente necessità di cambiare, nella società, nella chiesa, nel modo di vivere anche a livello personale troppo condizionato da poteri e modelli imperanti. Gesù invita alla conversione richiamando la pazienza di Dio, il suo sguardo colmo di attesa.

Mosè, mentre segue il gregge è incuriosito dal bruciare di un roveto che è avvolto dal fuoco ma non si consuma. Il roveto è segno di aridità e di desolazione, eppure anche lì Dio si rende presente. Il roveto nel deserto è arbusto poco attraente, inospitale, irto di spine. Eppure proprio tra quelle spine, simbolo della condizione di un popolo oppresso, si fa vicino Dio. Dio rivolge la sua parola a Mosè dal roveto.  E Mosè vive due atteggiamenti di fronte al roveto: innanzitutto si lascia colpire da questo fuoco e si avvicina con curiosità e interesse. Mosè non vive in modo indifferente, ma si lascia interrogare dalle situazioni, da ciò che accade vicino a lui. E’ un uomo con gli occhi aperti, in ricerca. Prima di accostarsi al roveto si toglie i sandali. Percepisce che per ascoltare e comprendere ciò che interroga si deve vivere in una attitudine di rispetto e di accoglienza. Assume l’atteggiamento di chi apprende e si lascia stupire da quanto incontra. Togliersi i sandali: gesto che esprime la scoperta che quel luogo è terra visitata, e il suo entrarvi chiede ascolto e riverenza. In quella terra così inospitale, laddove Mosè si scopre straniero, Dio si comunica: quella terra è il deserto, sono le spine, è terra per molti aspetti profana. Proprio lì Mosè scopre che ci si deve togliere i sandali, così come Giacobbe quando disse ‘Qui c’era Dio e io non lo sapevo’. Il Dio di Abramo, il Dio dei padri, si fa vicino in modi non programmabili, che spaesano le costruzioni umane. E chiede di avere occhi che scrutano e piedi nudi per camminare e attraversare una terra profana e tutta di Dio, che diviene terra visitata, in cui Dio rivolge la sua parola. E’ il paradosso di un comunicarsi che passa dentro la fragilità, dentro la normalità, spesso negletta, di ciò che accade, nella natura e nella storia. Mosè accoglie così il nome di Dio: il suo essere promessa, ‘ci sarò’, sarò vicino. Si farà conoscere in un incontro vitale solo nel cammino, solo nel coinvolgimento, e si manifesterà in quel nome ‘io sarò con te’ che dice apertura al futuro e incontro da accogliere sempre in modi nuovi.

Una torre è il secondo simbolo. Gesù nel suo parlare accenna ad un fatto triste di cronaca, il crollo di una torre che aveva provocato molti morti. Ma invita a non fermarsi al fatto di cronaca cercando di far rientrare la fede dentro ad un calcolo di sicurezze. Dietro a quel fatto si potrebbero ricercare tante risonanze: forse il crollo di una torre aveva dato origine a quella riflessione che sta al cuore della vicenda di Babele, la grande città che pretendeva di costruire una torre che giungesse sino al cielo, a sostituirsi al cielo, a divenire il cielo per un popolo uniformato e reso schiavo. E quel crollo non era rimasto un dato di cronaca ma era stato letto da persone capaci di cogliere un messaggio profondo di conversione, una parola importante sul volto di Dio e sul volto dell’umanità. Una torre che crolla non è solo un fatto di cronaca ma reca messaggi profondi. E così quanti crolli di torri nella storia possono rimanere dati di cronaca oppure essere letti come passaggi che aprono al cambiamento. Il crollo delle torri gemelle, per molti apsetti è rimasto icona mediatica: una terribile immagine ripettuta migliaia di volte in ogni schermo di due aerei guidati da terroristi che si schiantano contro luoghi simbolici. Un evento che dal punto di vista della cronaca ha dato inizio al XXI secolo. Un evento che poteva generare riflessione ripensamenti, conversione e poteva generare un’altra storia. Dietro a quel crollo un monito, per lo più inascoltato e tenuto lontano. Così di fronte ai crolli delle torri di un sistema di capitalismo finanziario basato su mammona del denaro e sull’inseguimento dell’utile particolare uno sguardo di fede può leggervi un monito di conversione, di cambiamento. Davanti lo spettacolo della devastazione della violenza, ma anche di fronte alla considerazione dei frutti perversi di una seminagione di disprezzo e superiorità, di ingiustizia  globale e di mentalità di scontro di culture un monito su possibili strade diverse che l’umanità potrebbe percorrere: ‘se tu comprendessi la via della pace…’. La parola di Gesù è invito a non fermarsi al contingente, a vivere la ricerca propria di Mosè, il suo lasciarsi interrogare, la sua disponibilità a togliersi i sandali per cogliere quali chiamate di Dio si rendono presenti in una storia segnata dal male, dall’oppressione, dall’ingiustizia. Sono chiamate per un cambiamento  per germogliare frutti nuovi, diversi…

Un albero di fico rinsecchito. Così appre per tanti aspetti la nostra vita, la vita di una società incapace di comunicare vita e futuro, la vita di una chiesa bloccata in giochi di potere, nella sterilità di non accettazione del cambiamento, della necessità di purificazione. Nella parabola del fico è centrale la figura del vignaiolo: ‘padrone attendi…’. E’ l’attitudine di chi si pone in mezzo, di chi intercede e si fa voce della pazienza del Padre. Il tempo e le occasioni di ogni giorno sono lo spazio della pazienza di Dio che per primo attende il nostro fiorire alla vita, il nostro aprirci ad un cambiamento che non dovrebbe far temere.  Ma è cambiamento esigente ed urgente, soprattutto nel tempo in cui la situazione drammatica della povertà e della iniquità a livello globale provocano la chiesa a rivedere le forme anche esteriori della sua testimonianza. Forse si potrebbe leggere anche il passaggio nella vita della chiesa che stiamo viendo come momento che potrebbe aprire novità impensate alla luce di un gesto di debolezza e di riconoscimento di ciò che è essenziale. Questo ha indicato il ritiro di Benedetto XVI che nei suoi ultimi discorsi ha offerto squarci di semplicità di vangelo richiamando al fatto che la chiesa non è organizzazione, ma corpo vivente, popolo di Dio in cammino, fatto di relazioni. Ciò che ha suscitato attenzione in questi giorni non è stata la sottigliezza di argomentazioni ma la semplicità di gesti di spossessamento e di fragilità, la capacità di comunicazione nel riconoscimento di comune umanità. E’ forse apertura ad un cambiamento non solo interiore indispensabile e essenziale, ma anche esteriore, di stili di vita, di modi di governo condivisi in una chiesa che scopre la chiamata alla conversione nel divenire più umile e povera, più capace di essere rivolta al suo Signore e di compassione e condivisione con l’umanità, capace di pazienza e fiducia ad immagine del Padre?

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3264Gen 15,5-12.17-18; Sal 26; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Avvenne che dopo queste parole, circa otto giorni dopo, avendo preso con sé Pietro e Giovanni e Giacomo, salì sul monte a pregare”.

Sul monte, luogo tra cielo e terra, avviene un cambiamento. In questa narrazione si esprime innanzitutto una risposta alle domande: ‘chi è Gesù?’, ‘Quale è la sua via?’ ‘Quale il cuore della sua esistenza?’. Seguendo una traduzione letterale del testo si possono cogliere alcuni rinvii preziosi nascosti tra le pieghe e inseriti da Luca come indicazioni di un percorso.

“Otto giorni dopo – dice Luca – dopo queste parole…”. Sono le parole pronunciate nella domanda rivolta ai suoi “chi dicono le folle che io sia?”, e ancora “ma voi chi dite che io sia?”. Sono ancora le parole con cui Gesù aveva annunciato la sua via, non una via di successo e di affermazione politica, ma la via del figlio dell’uomo, la via del servo sofferente, e aveva così indicato anche la via di chi vuole seguirlo, del discepolo: “se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda  ogni giorno la sua croce e mi segua”. E’ specifico di Luca (nel confronto con Matteo e Marco) l’aggiunta ’ogni giorno’, un richiamo ad una fedeltà che non è di un momento ma diviene un cammino che attraversa il tempo e trova la sua verifica nella quotidianità, nel tempo che si prolunga.

Dopo queste parole sul monte Gesù sale con Pietro Giacomo e Giovanni, per pregare. Anche l’attenzione al pregare di Gesù è insistenza propria di Luca. L’evangelista non si stanca di fissare i momenti del pregare di Gesù, un pregare vissuto in spazi di solitudine ed anche facendosi accompagnare da alcuni tra i suoi. Sul monte, proprio “mentre pregava”, avviene qualcosa che genera uno stupore nuovo nei testimoni. Si tratta di un momento vissuto dai discepoli di Gesù, durante il suo cammino? Si tratta forse di una pagina che esprime in una narrazione l’indescrivbiile e il non dicibile dell’incontro con lo sguardo e con la persona di Gesù che per i suoi amici è stata esperienza interiore e reale quando accolsero la sua chiamata e si misero a seguirlo? Si tratta forse di un racconto che Luca scrive dopo la Pasqua rileggendo il percorso di Gesù e anticipando l’esperienza dell’incontro con lui dopo la risurrezione? Possiamo lasciare aperti tali interrogativi e seguire il racconto come comunicazione di un evento – che va oltre il dato di cronaca – vissuto nelle profondità dell’esistenza e che ha segnato la vita dei testimoni. E’ un evento indicato con il nome di trasfigurazione.

Nel suo vangelo Luca non utilizza il verbo usato da Marco e Matteo: ‘fu trasfigurato’. Usa un linguaggio molto diverso: “l’aspetto del suo volto divenne un altro e il suo abito bianco sfolgorante”. Cerca così di evitare una descrizione che dia adito a pensieri di tipo magico. Cerca di mantenere la distanza rispetto a tutto ciò che potesse richiamare facilmente uditori – che conoscevano i racconti della mitologia greca e romana – alle metamorfosi delle divinità capricciose. Luca parla di un ‘volto altro’. Il suo volto trasfigurato indica una realtà profonda che si rende visibile: riluce di una luce diversa. C’è un cambiamento ma è un cambiamento particolare, unico: c’è una luce che rifulge e cambia ma sta dentro il volto umano e vicino di Gesù.

E con Gesù due uomini, Mosè e Elia, che parlavano del suo esodo: Gesù è accostato ai due grandi profeti che sintetizzavano nella loro vicenda tutta la storia dell’alleanza, della comunicazione di Dio con Israele, la storia della promessa e dell’attesa. Mosè, la guida del popolo verso la terra promessa, Elia, il profeta del fuoco, atteso negli ultimi tempi. Gesù con loro parla del suo esodo, dice Luca: c’è un esodo che si rinnova. La via di Gesù viene così indicata come esodo richiamando la memoria di quell’esperienza di passaggio dalla schiavitù alla libertà, dalla servitù degli schiavi al servizio di uomini liberi. E’ il cammino di Gesù, un esodo, ma esso coinvolge anche quanti hanno ascoltato le sue parole: “se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la sua corce e mi segua…” Gesù parla del suo esodo, dopo le parole dette a chi desidera seguirlo.

E Pietro e quelli che stavano con lui “videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui”. Quell’evento è nel cammino del figlio dell’uomo, un momento di luce e di gloria. Luca introduce questo termine, ‘gloria’, proprio sul monte, mentre i tre stanno dialogando. ‘Gloria’ indica qualcosa che appartiene a Dio, è la ‘pesantezza di Dio’. La presenza di Dio si rende vicina nel cammino dell’esodo in alcuni segni, la nube, il fuoco. Questi la velano e la nascondono, ma la rendono anche presente. Ed è presenza, lontana e vicinissima, che non può essere trattenuta e che pure si rende vicina, segue il cammino e sosta insieme. La gloria di Dio scendeva e si rendeva presente nella tenda dell’incontro. Così mentre Pietro dice “maestro è bello stare qui, allora facciamo tre tende…venne una nube e li copriva con l‘ombra … e venne una voce dalla nube che diceva. Questi è il mio figlio l’eletto ascoltatelo”.

Il cammino del ‘figlio dell’uomo’, il profeta di Nazaret rifiutato e sofferente, dal punto di vista umano è un fallimento. Luca indica che lì in quel volto sta la gloria di Dio: nella storia di Gesù, nel suo corpo, si manifesta l’amore che perdona e salva, il volto di Dio come amore pieno di compassione.  Gesù parla ai suoi della sua strada indicandola come esodo in cui si espone a subire il rifiuto e la sofferenza in fedeltà alla testimonianza di un amore di Dio senza confini, che guarda agli umili, si distanzia dalle logiche dei poteri umani e rompe con  tutti i sistemi religiosi divenuti luoghi di potere umano. Dentro a questo cammino sta qualcosa d’altro: nel volto umano di Gesù, che vive il suo esodo di sofferenza è presente una luce inafferrabile e vicina: è il ‘volto altro’ di Gesù. Lì, nella sua debolezza, nella sua scelta di percorrere fino in fondo la strada del dono di sé e del servizio, della vicinanza ai poveri, si manifesta una luce unica, la presenza di Dio. E la nube e l’ombra e la voce rinviano ad un esodo che si rinnova: è esodo di Gesù, ed è esodo di chi lo segue.

‘Ascoltatelo’ è l’imperativo finale: ascoltare Gesù e lui solo dovrebbe essere il riferimento unico per coloro che hanno scoperto come la sua parola non esprime un sistema di pensiero ma rivela il senso più profondo della vita umana, ciò a cui siamo chiamati.

Alcune  osservazioni per noi oggi.

L’episodio della trasfigurazione ci parla di una conversione da attuare: conversione che è innanzitutto un modo nuovo di pensare al volto di Dio. La gloria, la presenza di Dio si fa vicina nel volto fragile di colui che vive la sua vita come offerta al Padre e solidarietà con gli altri. Sta qui il significato profondo della croce e ad esso rinvia tutta la pagina della trasfigurazione sul monte: la croce, che di per sé è conseguenza dell’ingiustizia e della cattiveria umana, è vissuta da Gesù nella libera scelta di trasformare il rifiuto e l’ingiusta condanna subita nello spazio in cui attuare un amore senza confini. E’ uno svelamento del volto di Dio come amore, ma anche del vero volto dell’uomo, della sua immagine più nitida, l’immagine che respira della chiamata al dono di sé.

Il volto altro di Gesù dovrebbe indicarci come seguirlo sulla sua via: è questa la preoccupazione di Luca nel situare questo evento proprio all’inizio del cammino verso Gerusalemme. Gesù indica la via per ritrovare se stessi, il senso profondo dell’esistenza. Non è una metamorfosi ma un vivere uno sguardo altro, un cogliere un volto altro in se stessi e negli altri… Non è un cambiamento dovuto ad una scelta volontaristica, si tratta piuttosto di lasciarsi illuminare, lasciarsi aprire ad un modo di vedere tutto in un’altra luce. Ci dice che lo sguardo sulle persone, sulle situazioni e sulla storia è questione di un volto altro, di uno sguardo altro, che si è lasciato permeare da luce, che si è aperto all’ascolto.

C’è nella nostra vita un profondo desiderio di cambiamento. Cambiamento di condizioni di vita, cambiamento nella società, nella vita politica, cambiamento nella chiesa. L’evento della trasfigurazione ci parla di un cambiamento che non è andar dietro all’ascolto di facili venditori di illusioni. Non è neppure inseguire un cambiamento come capovolgimento di tutto, come in un atto magico, in una metamorfosi istantanea. Gesù indica un cambiamento che coinvolge interiorità e genera percorsi nuovi di una comunità chiamata a seguirlo. Rinvia ad un cammino.

“Ascoltatelo” è l’invito della voce: un invito ad entrare nella sua preghiera. Tutta la vita di Gesù sta nell’ascolto del Padre per cogliere il suo disegno e la sua chiamata nella sua vita. Ascoltare è il verbo di una relazione in cui si dà spazio all’altro. Ascoltare Gesù dovrebbe essere il primo atto di una chiesa che ritorna a lui, alle sue parole, che ritorna al vangelo. Solo nell’ascolto e non in altre strategie è possibile scoprire come le crisi e le difficoltà del presente possono essere lette come tempo favorevole, occasione per una trasformazione profonda dell’esistenza. E’ un cambiamento possibile perché si lascia spazio all’altro, e il volto, come quello di Gesù, diviene ‘altro’. Ascoltare è scoprire la parola più tenera e profonda che trasforma l’esistenza, la parola della relazione: ‘tu sei figlio, tu sei figlia, tu sei amato, tu sei amata’. E’ la parola che rompe la solitudine e la distanza, che cambia le esietnze perché le apre ad una ospitalità originaria e ad una attesa accogliente. E’ la parola che rivela quell’ascolto all’origine dell’esistenza, e che attende. E’ un ascolto impegnativo ed esigente perché implica anche il tralasciare tanti altri tipi di ascolto: ‘ascoltatelo’ indica una direzione ben precisa, ed un rapporto da coltivare nel quotidiano. In questo percorso sta la nostra conversione non opera nostra, ma dello Spirito in noi e nostra nello Spirito, apertura a lasciarsi cambiare la vita nell’incontro con Gesù, dalla sua Parola.

Alessandro Cortesi op

 

I domenica di Avvento anno B – 2011

Is 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Fate attenzione vegliate”. L’avvento inizia facendoci guardare lontano e vicino. Fate attenzione: non sapete quando. Questo ‘quando’ è il tempo in cui ‘il padrone di casa ritorna’. La vita cristiana si pone in un frattempo segnato dall’affidamento: è il tempo che attende un ritorno. Gesù è venuto, ha donato la sua vita fino alla croce, Lui, incontrato dopo il mattino di Pasqua vivente e risorto, ritornerà. Nel frattempo viviamo il tempo dell’invocazione ‘Vieni signore’, del silenzio dell’attesa e della fatica nel rimanere fedeli al compito affidato.

Isaia profeta che non vende illusioni, ci riporta duramente ad una condizione in cui riconoscerci: tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Di fronte alle notizie di questi mesi sull’andamento delle Borse e dei mercati, si fa strada nella mente l’immagine del bruciarsi di somme di denaro nel giro di poche ore. In questo svanire, come il vento, di capitali – che peraltro passano nelle mani di potenze economiche e finanziarie – e di ricchezze considerate stabili e sicure – gestite in nome di quel padrone o divinità che è il denaro – viene proprio da riflettere sul testo di Isaia: le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Un sistema economico che genera iniquità sta dimostrando le sue profonde crepe, la sua vacuità, come il vento. E un’inquietudine profonda attraversa ai cuori di giovani generazioni che non solo pensano al loro interesse, al loro benessere, ma intuiscono forse che qualcosa deve cambiare: l’iniquità che attraversa il mondo conduce ad essere dispersi nella nostra umanità e a svanire come il vento.

E ci sentiamo così avvizziti come foglie quando attorno prevale un modo di intendere la vita basato sul criterio della difesa di interessi, di cura solamente del ‘particulare’.  Ci ritroviamo avvizziti come foglie, osservando chi è piegato sulla difesa di propri privilegi, o chi guarda con paura e terrore ai volti che si affacciano dai mondi della povertà, a tutto ciò che può generare cambiamento, a quanto può divenire possibilità di vita per altri. E fanno sentire ancor più avvizziti le parole di chi si scaglia contro il riconoscimento del diritto di cittadinanza per i bambini ‘stranieri’ ma nati e cresciuti in questa terra ed anche contro il riconoscere dignità ai poveri. Isaia ci parla di una condizione di impurità che ci attraversa, che ci fa domandare in cosa abbiamo sbagliato, nell’educazione, nell’impegno… “siamo divenuti tutti come una cosa impura”.

Essere una cosa impura è la condizione di macerie e di sgretolamento che avvertiamo attorno. Come lo sgretolarsi delle colline e della terra delle scorse settimane, quando piogge abbondanti, eccezionali hanno portato devastazione vicino a noi, in diverse regioni d’Italia al Nord e al Sud, ma anche lontano da noi, dove un territorio vastissimo come l’intera Thailandia è stato allagato con migliaia di morti. Fiumi di fango, prodotto di eventi eccezionali talvolta imprevedibili, ma in radice esito e conseguenza di un modo di vivere, di scelte di organizzazione sociale che segnano il quotidiano. Scelte che hanno prodotto mancanza di cura per la natura, disinteresse per l’ambiente, indifferenza per l’ecosistema. Un modo di pensare per cui tutto va ricondotto ai criteri dell’utile e dell’immediato secondo la logica del ‘pensare per se’ o di essere padroni in casa propria. Dimenticando così che ci sono beni da preservare per tutti, da consegnare alle generazioni future e che  non possono esser sfruttati ed esauriti a profitto solo di qualcuno. L’acqua, la terra, l’aria, l’ambiente di vita di animali e persone, la dignità di ogni volto.

“… ci avevi messo in balia della nostra iniquità”. La parola di Isaia spinge a sostare e a ripensare non solo un diverso sistema economico – che pure è compito ineludibile oggi – ma le scelte del quotidiano possibili per tutti là dove cresce un nuovo orizzonte di vita. C’è una iniquità infatti che si cela nel nostro quotidiano e ci rende tristi, indifferenti, avvizziti. Prendere atto di tutto questo è il primo passo da compiere per far crescere una consapevolezza e per disporsi ad un cambiamento.

Ma già nelle parole di Isaia ci sono le tracce di una speranza che non può venire da noi, ma può essere solo opera di Dio: “noi siamo argilla e tu colui che ci plasma”. Quel fango che discende dallo sgretolarsi di un mondo vissuto non nei termini del rispetto e  della cura, può esser fango posto nelle mani di chi costruisce qualcosa di nuovo, di chi tra le sue mani già sta formando una cosa nuova, una vita orientata secondo criteri diversi, nuovi. Dio stesso ci prende tra le sue mani come argilla che attende una forma nuova. E’ Dio stesso che si volge a noi e ci prende tra le sue mani. Il primo a convertirsi è Dio stesso. E’ lui che rende possibile il nostro convertirci a Lui, quel desiderio che si fa attesa. Volgendosi a noi rende possibile un’accoglienza, un cambiamento una novità che è spazio di germogli nuovi pur tra macerie presenti nel cuore o in un mondo che sta crollando. Sta qui la radice di una speranza in Dio che per primo ritorna: “Ritorna per amore dei tuoi servi”.

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo