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Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

Una bella lettera…

Abramo e Sara.jpg
Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – 2016

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“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

XIX domenica – tempo ordinario – anno B – 2015

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1Re 19,4-8; Sal 33; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

Nella vicenda di Elia c’è un momento drammatico, di fuga, delusione, fino al desiderio di morte. Dopo uno scontro con i sacerdoti di Baal, il profeta che richiama la fedeltà a Jahwè contro ogni idolatria, è costretto a fuggire. La sua è fuga di un uomo solo. Prende su di sè le conseguenze del suo aver risposto alla chiamata di Dio. Nella fatica della prova, ormai sfinito interiormente giunge ad invocare un termine: “Ora basta Signore”. La sua è la preghiera di ogni sofferente, e di chi si trova a sperimentare le difficoltà di condurre a termine una chiamata accolta di cui non si coglie conferma. Il tempo nella prova diviene un peso impossibile da sostenere. Elia giunge al punto di desiderare la morte e si abbandona nel deserto al sonno.

Ma proprio durante questo momento che per certi aspetti è confine con la morte, Dio gli si manifesta vicino, eppur sempre nascosto. Una focaccia, cotta su pietre roventi ed un orcio d’acqua gli è portata in modo inatteso da una mano anonima, misterioso messaggero di Dio. E’ cibo donato, inatteso, e scoperto con stupore. Elia trova nel cibo la forza per non fermarsi in una situazione di morte, ma per andare avanti nella vita, pe continuare nel cammino. Quel cibo lo fa rialzare e gli fa così vincere la morte. Con la forza di quel cibo potrà camminare ancora sino al monte di Dio l’Oreb. E lì l’esperienza di incontro con Dio il cui volto si cela non nella potenza ma nella fragilità di un lieve silenzio. Dietro quel cibo sta anche una presenza di chi l’ha preparato, cuocendo raccogliendo l’acqua e facendosi vicino: è volto umano di nomade che ha scorto Elia esanime nel deserto? Nel gesto silenzioso e umano del dare pane, dell’offrire forza possibile di vita dove non c’è più speranza, del farsi pane per gli altri si rende attuale il volto di Dio.

Anche nella pagina del vangelo compare una contrapposizione tra cibo e morte, attorno al segno del pane: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”

Dopo il segno dei pani Gesù si ritira per fuggire al desiderio della folla di farlo re (cf. Gv 6,11-15) e tuttavia continuano a cercarlo. Reagisce di fronte a questo tipo di ricerca in vista della sazietà, indisponibile ad aprirsi al significato dei segni. Invita a scoprire la sua presenza come nutrimento, ‘pane disceso dal cielo’. La reazione è di sconcerto di fronte alla ‘normalità’ del suo essere uomo: ‘Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire ‘sono disceso dal cielo’?’. Compare ancora il verbo ‘mormorare’, proprio di Israele nel deserto, stanco del cammino e colmo di nostalgia delle sicurezze d’Egitto (cf. Es 16,1-10; 17,1-7).

Di Gesù si sa da dove viene, chi sono i genitori, e non c’è fiducia. La sua umanità è troppo normale e non può corrispondere ad un idea di Dio della grandezza e della potenza. E’ l’incredulità di chi non si lascia mettere in discussione. Gesù presenta il primato dell’agire del Padre. Il suo essere inviato proviene dal Padre. Ancora dal Padre viene anche l’attrazione di chi crede verso Gesù.

La sua identità è racchiusa in due verbi: discendere e dare. Discendere dice la sua provenienza: Gesù proviene da altro, tutta la sua vita si radica in una relazione: il suo venire dal Padre. Dare è poi l’orientamento fondamentale della sua esistenza. Nel suo agire manifesta il volto di Dio di pura positività che dona e vuole vita per tutti i suoi figli. Il suo venire dal Padre ed il movimento del credere in lui si connotano come evento di gratuità. Riconoscere Gesù è aprirsi a un Dio che non vuole il male ma ha un disegno di vita e di compimento per ogni uomo e donna, capace di un amore che si mette in balia dell’umanità.

Il suo darsi non è stato solo nella croce, ma questo momento si colloca all’interno di tutta la vita di Gesù: il suo darsi è infatti scelta quotidiana, stile che innerva i suoi incontri, orientamento del cuore fondamentale.

Nello stesso tempo questo dono chiama all’ascolto e all’adesione: “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. Gesù provoca ad entrare in un rapporto profondo con lui, il conoscere lui, e l’affidarsi al Padre. Chi entra in questo rapporto di fiducia – è questo il senso del credere – entra già da ora in una dimensione della vita in cui c’è comunione e speranza. La vita eterna non è un orizzonte futuro ma è realtà nel presente che si può sperimentare in rapporti nuovi e in una vita segnata dalla dimensione dell’amore che non viene meno.

Al popolo che mormorava nel deserto Dio aveva dato la manna; ora di fronte al mormorare della folla, Gesù dice: ‘Io sono il pane della vita’: al rifiuto oppone il dono di sé fino alla fine, il farsi pane per la vita del mondo. E conduce ad un approfondimento del segno dei pani. Parla di un pane che egli stesso dona: ‘Il pane che io darò è la mia carne’. Viene qui introdotto il termine ‘carne’ presente anche nel prologo del IV vangelo. E’ riferimento alla condizione di precarietà e debolezza umana. Gesù parla della sua carne “per la vita del mondo”. Da un lato il farsi vicino della Parola di Dio dall’altro la presenza di Dio vicina in modo paradossale nella debolezza della condizione umana.

Il capitolo 4 della lettera agli Efesini inizia la parte esortativa dello scritto in cui sono presentate una serie di indicazioni concrete di vita. La nuova vita dei cristiani è nel segno della chiamata di Dio: essi partecipano ad una sola fede e ad un solo Signore nel battesimo.

Vengono così indicati alcuni comportamenti di una esistenza ‘nuova’: la rinuncia alla menzogna motivata dalla consapevolezza che siamo membri gli uni degli altri, il non farsi prendere dall’ira, un atteggiamento nei confronti dei beni centrato sul lavoro e la condivisione: ‘chi era abituato a rubare non rubi più, anzi si dia da fare lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno’. Il lavoro vissuto con onestà trova la propria finalità nell’aiuto per gli altri. Il parlare poi deve essere sempre luogo di costruzione di rapporti.

Tutte queste indicazioni trovano sintesi nell’esortazione a ‘non rattristare lo Spirito santo. La vita del cristiano è una vita nello Spirito: è una condizione di cammino, in cui è possibile crescere, progredire, cambiare scoprendo orizzonti nuovi. La pagina si chiude con un invito a camminare nella carità. Chiamata della vita nello Spirito è vivere ogni ‘come Cristo ci ha amati’. “Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo”.

11050317_10207028863947707_5784040003828360689_nAlcune riflessioni per noi oggi

Morte e vita: il pane è elemento di vita, per la vita del mondo. Questo pane fa vivere e vincere la morte. Sono giorni in cui ricordiamo eventi di morte: la morte procurata dalla bomba atomica e dalle sue conseguenze su Hiroshima il 6 agosto 1945 e la morte come divisione che ha segnato la storia del XX secolo, in particolare nella costruzione del muro di Berlino nei primi giorni di agosto del 1961. Sono due eventi lontani eppure la loro memoria ci riporta al presente. Il commercio delle armi continua ad alimentare la fabbrica di morte, e nuovi muri vengono eretti per dividere popoli. Nuove forze di disgregazione e di esclusione stanno attraversando l’Europa al suo interno e la realtà mondiale.

Contro queste esperienze di morte – la morte delle armi sofisticate e la morte dei muri di divisione – oggi siamo invitati a accogliere il ‘pane che discende dal cielo che dà la vita al mondo’. Condividere il pane è il gesto che fa vincere la morte. Attuare sceltei in cui si porta silenziosamente speranza laddove ce’è stanchezza e desiderio di morte è esperienza che porta a continuare il cammino. Assumere lo stile di vita di Gesù, che si è fatto pane spezzato, è via per superare la condizione che ci rende morti e per portare vita al mondo.

Vincere il male con il bene è l’invito che sgorga dalla seconda lettura. Era questo uno dei temi cari a fr.Dalmazio Mongillo (1.09.1928-13.07.2005) nel suo approfondimento della vita morale da intendersi come vita nello Spirito e per questo capace di umanità ricca e profonda. A dieci anni dalla sua morte lo ricordiamo con una sua riflessione che richiama alla responsabilità profetica oggi: “Si può pensare che la Chiesa tutta intera è, nei confronti dell’umanità in cui e con cui vive, nella posizione in cui era il profeta nel popolo eletto. La profezia, nella nuova alleanza, è vocazione e carisma del popolo che deve vivere il rischio della anticipazione provocatrice di assetti umani più ricchi di umanità. Il limite degli interventi non ispirati da codesta condizione è percepito non da coloro che chiedono rassicurazione e conferma al possesso, al già, ma da quelli che nei presente concepiscono il fascino delle dimensioni nuove della libertà e della comunione. Codesta attesa è illusione presto delusa, in coloro che non lottano per pensare e realizzare con tutti il maturare delle possibilità concrete di fruirne. Coloro che hanno la nostalgia del nuovo sono sacrificati non privilegiati; sono chiamati, scelti, per cooperare al bene “concreto dell’umanità”. Soggetto della storia e della liberazione umana sono donne e uomini che vivono in sintonia con quel popolo che non oppone resistenza a lasciarsi condurre al bene di tutti, che persistono nell’aggredire le attese ispirate dall’istinto di morte quale che sia la forma sotto la quale si manifesta. Il potere della morte evidenzia i suoi limiti in coloro che, quando hanno individuato le vie della vita, avanzano in esse nonostante la lotta e le difficoltà”. (Allargare i confini della speranza, in “Tempi di fraternità”, 1976).

Alessandro Cortesi op

III domenica tempo ordinario – anno B – 2015

Santa Maria in valle Porclaneta Rocca di Mezzo 171

Giona sotto la pianta di ricino (qiqajon) – s.Maria in Valle Porcianeta (part.)

Gn 3,1-10; 1Cor 7,29-31; Mc 1,14-20

Giona è profeta che pretende di piegare Dio alle sue vedute: non segue la chiamata a partire secondo le indicazioni di Dio e ad andare verso la grande città, ma si dirige in direzione opposta. Tutto il racconto di Giona è attraversato dal tema della conversione come cambiamento di direzione. E’ un percorso di cambiamento declinato in tre grandi orizzonti.

C ’è innanzitutto l’orizzonte della conversione di Ninive la grande città, simbolo di una vita lontana da Dio. La conversione della grande città è risposta all’appello del profeta a vivere rapporti di giustizia, a lasciare un sistema di egoismo e di ingiusta ricchezza. Con ironia nel libro di Giona si parla della penitenza del re di Ninive che alla predicazione di Giona risponde con il cambiamento e il digiuno, e con lui tutta la città. Un movimento di accoglienza delle sue parole e di cambiamento ben diverso dal rifiuto del re di Gerusalemme, Ioiakim di Giuda: anch’egli aveva ricevuto dal profeta l’invito al digiuno e all’abbandono di una condotta malvagia ma aveva risposto gettando nel fuoco il rotolo dov’erano scritte quelle parole (Ger 36,23-25). La città di Ninive figura di un mondo lontano e corrotto cambia inaspettatamente direzione: e proprio questo fa arrabbiare il profeta.

C’è poi la conversione di Dio stesso che di fronte al cambiamento improvviso e generale di Ninive si ravvede e non compie ciò che aveva in mente di fare. La narrazione è quasi un commento alla pagina di Geremia dove l’agire di Dio viene paragonato all’opera di un vasaio: “Forse non potrei agire con voi, casa d’Israele, come questo vasaio? Oracolo del Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani, casa di Israele. Talvolta nei riguardi di un popolo o di un regno io decido di sradicare, di abbattere e di distruggere; ma se questo popolo, contro il quale avevo parlato, si converte dalla sua malvagità, io mi pento del male che avevo pensato di fargli” (Ger 18,6-8). E’ il volto di un Dio che si lascia vincere dal cambiamento e fa cadere quell’ira segno della sua reazione al male e alla violenza umana.

Infine c’è il cammino della conversione di Giona, un cambiamento solo suggerito nel libro e lasciato aperto quasi a suggerire un percorso da attuare da parte di chiunque legge. E’ il cambiamento più difficile perché Giona è l’uomo religioso chiuso nella sua concezione di una salvezza riservata solo ad Israele, prigioniero di una religiosità che esclude e pretende di possedere il progetto di Dio sulla storia. L’intero suo cammino appare come lento accompagnamento alla scoperta di un modo nuovo di concepire il volto di Dio e il rapporto con gli altri: è chiamato sì, ma ad andare oltre una visione esclusiva e di competizione violenta, verso l’incontro con un Dio che si prende cura di tutti, si fa vicino, desidera vita e salvezza senza privilegi. Giona viene incaricato di un annuncio più grande di lui che gli sconvolge la vita e lo conduce ad una avventura e ad un viaggio interiore. Dio si prende cura dei vicini e dei lontani: la sua grande fatica è condurre anche il religioso e fondamentalista Giona – il profeta renitente – ad aprirsi ad un incontro nuovo con Lui e con gli altri. Su tutti questi percorsi c’è il rivolgersi fedele, attento, paziente di Dio, preoccupato di far comprendere a Giona, agli abitanti di Ninive, ad Israele suo popolo, che il suo disegno di salvezza non è un privilegio da riservare a qualcuno, ma è dono per tutti.

Di conversione si parla anche nella pagina del vangelo. Gesù annuncia che c’è un tempo ‘compiuto’ e presenta l’appello di fronte all’irromprere del regno che si è fatto vicino: il regno di Dio ha i tatti di una bella notizia che apre ad un Dio amico e vicino, in cui male e oppressione sono tolti, ed è possibile un mondo di relazioni nuove. “Convertitevi e credete al vangelo”.

A queste prime parole sintesi del messaggio di Gesù segue un gesto, la chiamata dei primi discepoli presso il lago e la risposta di Simone e Andrea e poi di Giacomo e Giovanni figli di Zebedeo. Gesù passa, fissa con il suo sguardo e chiama dicendo ‘Seguitemi’. La scena descritta coglie un momento di vita ordinaria, durante il lavoro, nel rassettare le reti di pescatori. Gesù chiama a seguirlo per renderli ‘pescatori di uomini’: la loro attività per procurare vita alle loro famiglie è chiamata a divenire missione per dare vita ad altri, ad una comunità allargata.

C’è una preziosità dell’incontro con Gesù che conduce ad un ‘lasciare’ il padre, la barca, le reti. Un’indicazione che nulla può essere considerato più importante. Relazioni e attività sono da scoprire in modo nuovo nel seguire Gesù. La cosa più importante diviene la relazione con lui. In lui sarà da scoprire la profondità del regno come situazione nuova sin da ora come nuovo modo di intendere la vita nel servizio e nella cura. Sarà anche un modo nuovo di intendere i legami e la propria attività in una comunità intesa come fraternità e sororità di uguali. ‘Seguimi’ è chiamata a seguire, a camminare ‘stando dietro’.

Si tratta di una sequela che avrà per quei discepoli (ma anche per ognuno che si mette a seguire Gesù) i caratteri della fatica, dello sbandamento, dell’incomprensione, anche del fallimento e dell’abbandono. Ma è cammino di conversione alla scoperta del vangelo di Dio che nei gesti di Gesù si può incontrare e in cui lasciarsi coinvolgere.

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Alcune considerazioni per noi oggi

L’antica Ninive è nel territorio della moderna Mosul città diventata tristemente famosa per essere luogo dell’avanzare in questi tempi dello Stato islamico, della persecuzione contro le comunità di yazidi e cristiani obbligati a fuggire dalle loro case e a rifugiarsi in Irak. A Mosul poco tempo fa, nel luglio 2014, è stata distrutta la moschea di Giona. Sì, moschea, perché Giona è profeta riconosciuto anche nella tradizione islamica (nel Corano c’è una sura di Giona). Giona unisce diversi cammini religiosi e più profondamente è simbolo di un cammino umano, al cuore e oltre le religioni. C’è una violenza che si oppone ad un cammino umano come chiamata a convertirsi all’altro, a scoprire la vita come cammino comune nelle differenze, nel lasciarsi interrogare dall’altro. La persecuzione oggi in Irak e nella piana di Mosul accomuna cristiani, musulmani, yazidi, mezzo milione di persone rifugiate in Kurdistan. Prima di Natale il patriarca caldeo di Baghdad, Louis Sako, ha visitato i profughi nel Kurdistan e ha chiesto ai suoi fedeli in Iraq di digiunare nei giorni precedenti il Natale e di “celebrare le feste  – compreso Capodanno – con sobrietà, proprio per avvicinarsi alle ferite  e all’abbandono di chi ha perso tutto a causa della fede, domandando al Signore Gesù il ritorno a casa, a Mosul”. C’è un digiuno nuovo da scoprire oggi come segno di conversione. La sfida che oggi abbiamo davanti è quella di scorgere quale conversione ci è richiesta in modi diversi nelle diverse religioni e convinzioni: l’uscita dagli eclusivismi contrapposti, l’uscita dal modo assolutista e violento di pensare non accogliendo la diversità. L’uscita dalla logica della violenza, dal pensiero autosufficiente che non ha bisogno dell’altro e non è disponibile a cambiare e a prendere in considerazione altri punti di vista.

Nel libro, uscito in questi giorni, a cura di François Buet (ed.Gribaudi) che raccoglie alcune meditazioni di fratel Luc, monaco e medico di Tibhirine, si legge: “La salvezza ci viene dagli altri che sono per noi la presenza di Dio che chiama alla vita. Se la fede salva è perché essa svia il nostro sguardo verso un altro, dunque crea una relazione che ci strappa alla nostra solitudine mortale… Ogni volta che lasciamo la preoccupazione per noi stessi sostituendola con la preoccupazione per un altro, viviamo questa fede che è, forse a nostra insaputa, fede in Dio…”

Ma c’è anche una conversione per dare spazio e attenzione alle situazioni di chi nel mondo subisce oppressione e persecuzione senza trovare considerazione nei media: come in Irak, così in Nigeria più recentemente (mentre il mondo si sollevava per le uccisioni a Parigi, calava l’indifferenza verso più di duemila vittime di violenze). Sono questi percorsi di conversione globali, ma che toccano anche la nostra quotidianità.

Pescatori di uomini: chi oggi si trova a pescare uomini? Chi oggi vive veramente l’abbandono di padri, madri e delle proprie reti per andare incontro ad un’avventura di cui non si hanno garanzie e pone la propria vita in un seguire speranza di dignità e di pane? La vicenda delle innumerevoli folle di migranti, di tutti coloro che hanno sperimentato l’essere pescati nei drammatici naufragi nel mare Mediterraneo è invito per noi a scoprire come i percorsi della fede sono nascosti dentro le vicende umane e come il seguire Gesù dovrebbe essere vissuto nell’ascolto e nell’accoglienza di cammini umani che sono in se stessi segni del vangelo oggi e chiamate a cambiare modo di intendere la vita nella linea del regno di Dio che è regno di pace giustizia sin dal presente.

“Il tempo si è fatto breve”. L’espressione di Paolo rinvia ad un’immagine di navigazione: le vele della barca che presso il porto vengono sciolte e raccolte per permettere gli ultimi preparativi per l’approdo. Non si tratta di un invito al ‘carpe diem’ ignaro del passato e del futuro. E nemmeno è esortazione all’indifferenza nei confronti del presente e di quanto comporta l’impegno qui ed ora nella costruzione di un mondo più giusto e umano con la propria attività. In queste parole sta piuttosto il suggerimento a cogliere la differenza tra ciò che è penultimo, e quanto è ultimo, tra l’importanza di tutto ciò che richiede il massimo coinvolgimento nello sforzo (come in una barca che sta per attraccare) e la bellezza di una realtà nuova che è vicina ed è punto di arrivo meta finale (come il pregustare l’abbraccio con i propri cari nel porto ormai raggiunto a termine del viaggio). Qui s’innesta la serenità e la libertà del credente. Tra il penultimo e l’ultimo al credente non è chiesto l’oblio del tempo, ma percepire lo spessore di ogni istante che tiene legati insieme il passato, il presente e il futuro. Il tempo allora non assume il carattere oppressivo di una dimensione che minaccia e genera paura, ma può divenire il luogo di una libertà nuova ed anche di speranza. Si può vivere immersi e impegnati ma non sommersi e angustiati nelle cose. C’è un quotidiano da accogliere e custodire recando nel cuore la tensione a ciò che è ultimo, nella consapevolezza di tutto ciò che è buono, giusto e di tutto ciò che è vita nel presente: ogni piccolo gesto, ogni impegno nel vivere relazioni che tessono solidarietà e pace è penultimo che si scontra anche con la conraddizione, con la fatica e il fallimento e nel contempo prepara, fa pregustare e annuncia l’ultimo.

Alessandro Cortesi op

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Epifania

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Luca aveva parlato dei pastori, indicando che l’annuncio della nascita di Gesù aveva messo in cammino chi era impuro ed emarginato al suo tempo, ed aveva trovato accoglienza da parte di persone estranee alla cerchia dei religiosi. Matteo nei suoi racconti dell’infanzia indica presenze di maghi, lontani, presenze malviste e considerate con sospetto. Sono gli inseguitori di stelle, ricercatori; certamente sapienti che nel cuore coltivavano una domanda ed un desiderio. Matteo sottolinea che sono uomini che si mettono in cammino, da lontano.

Inseguono una luce, una stella e si interrogano su una nascita. Provengono da oriente là dove sorge la luce e recano con sé l’interrogativo che la luce che sorge fa nascere nei cuori. La loro identità è di stranieri, di presenze da ‘oltre i confini’, provenienti da territori pagani. Uomini del desiderio e della tensione, non appagati da risposte facili. Matteo con questa indicazione intende proporre che l’incontro con Gesù è possibile a chi si mette in cammino, a chi segue l’inquietudine della ricerca e reca nel cuore una domanda: ‘dov’è?’.

Provengono dall’oriente… luogo dove sorge il sole, e nasce la luce. L’oriente reca in sé proprio questa spinta verso un luogo un ‘dove’ desiderato. Un ‘dove’ che alla fine non è un luogo ma un volto. La loro ricerca giunge all’inchinarsi paradossale davanti ad un bambino in braccio a sua madre. Una adorazione davanti al bambino, con i doni che lo riconoscono come re. Un volto di Dio che si lascia incontrare da occhi che sanno guardare lontano, che sanno nutrire attese.

I ‘maghi’ (resi poi dalla devozione popolare re e magi) sono presenze insolite, lontane dai palazzi. Nei palazzi siede Erode accanto agli scribi. In quei palazzi non c’è ricerca e non c’è interrogativo. Qualcosa di drammatico avviene nell’incontro a Gerusalemme. Gli scribi custodiscono una conoscenza sacra, detengono le Scritture, ma non si pongono in cammino, anzi chiudono con il loro sapere le indicazioni della Scrittura. I capi dei sacerdoti e gli scribi, insieme a tutta Gerusalemme restano scossi profondamente, turbati dal cammino e dalla domanda dei magi. E’ la paura di ogni potere di perdere i controllo, paura di dover porsi in questione, di rivedere la propria dottrina acquisita senza rimanere in ascolto.

C’è nel testo una contrapposizione radicale: c’è chi ha la luce della Scrittura ma la legge nel clima della paura, legato e sottomesso ad un potere timoroso di essere detronizzato. Tutta Gerusalemme,: la città luogo del potere politico e del potere religioso arroccati nella difesa di un sistema, è turbata. Gli scribi i capi dei sacerdoti che dovrebbero essere guide del popolo nella città del tempio sono i custodi della scrittura ma la leggono senza lasciarsi smuovere. Sono anch’essi prigionieri della paura.

I magi invece inseguono la luce della stella: visono la libertà del ricercare, si lasciano sorprendere dal vedere la stella e provano una grandissima gioia. La stella può essere indicazione quella luce presente nel cuore di ogni uomo e donna che apre alle domande e ai desideri più profondi, chiamate di Dio stesso e soffio dello Spirito. E’ la luce della coscienza presente in ogni uomo e donna e che esige ascolto, attenzione.

C’è un cammino da rispettare e da ascoltare, di chi vive nella sua vita una ricerca sincera a cui magari ancora non dà volto. Quel cammino è orientato all’incontro con Cristo. Lì in quell’inseguire quella voce e quella luce è presente già un incontro con Cristo. Perché allora tanta paura di fronte alla ricerca umana, di fronte all’interrogarsi che abbisognerebbe non di avvertimenti di chi detiene il potere ma di accompagnatori docili a condividere tratti di strada?autun42x

Oro incenso e mirra sono i doni dei magi. Sono indicazione dell’identità di Gesù riconosciuto come re in contrasto con i dominatori della terra: un re dal volto paradossale, senza armi, bambino. E’ riconosciuto poi nel suo essere messia non della potenza, ma del servizio, il figlio dell’uomo che vive la passione e la morte.

Epifania è festa di manifestazione. E’ manifestazione del Signore. La presenza di Gesù, il dono del vangelo è aperto a tutti i popoli. C’è una apertura universale che varca i confini di un ambiente, di un popolo, e coinvolge il cammino e la ricerca di tutti. Nessuno è escluso: sono i lontani i primi a riconoscere la novità della presenza di Gesù che racconta il volto di Dio.

Il cammino dei magi annuncia che una luce è dentro ai cammini delle persone e dei popoli. Il IV vangelo dirà: veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo (Gv 1,9). C’è una luce nel cuore di ogni uomo e donna. E’ questa luce quella di cui ci parla la stella. E’ luce che è già in riferimento a Cristo.

Il senso più profondo della missione da scoprire oggi sta nel dialogo, nell’ascolto e nel lasciare spazio alle domande più profonde. Ma questo è possibile solamente nel coltivare compagnia nel cammino, ambienti di amicizia, luoghi in cui ascoltare, spzi in cui lasdciarsi meravigliare dalla luce che viene da fuori di noi e ci chiama a partire. Una rivoluzione nei modi di pensare la missione.

Alessandro Cortesi op

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Corpo e sangue del Signore – anno A – 2014

Brotvermehrung_Evangeliar_aus_Echternach-_um_1045_0272_thumbDeut 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere…”. Il segno del pane spezzato, l’Eucaristia, si collega al cammino. Il ricordo fondante per Israele è il cammino nel deserto. Quel cammino è paradigma di tanti altri cammini nel deserto. Cammini personali e cammini di popoli. ‘Ricordati’ è imperativo fondamentale a ritornare sui propri passi, per scoprire, lì, nel tessuto della vita, degli eventi non solo quelli positivi ma anche queli negativi e faticosi, nell’intreccio degli incontri e dei percorsi umani che s’incrociano, la presenza di Dio che si rende vicino e si fa conoscere proprio nel cammino, nella vita.

La fede sorge nel cammino vissuto nel deserto. La fede si nutre di cammino e di deserto. Nella condizione di chi vive la precarietà e la prova del cammino nel deserto, senza appoggi e nell’aridità che provoca l’emergere di ogni genere di sete, si può aprire uno sguardo nuovo che fa scoprire le attese più profonde del cuore e la presenza più nascosta. Lì può attuarsi il superamento del senso di autosufficienza, del pensare che la felicità possa esaurirsi in un dominio di cose, di beni, di potereche l’efficienza e la velocità possa estinguere la fame e sete profonde del cuore umano. Il deserto è la critica radicale al dominio di un sistema in cui non c’è spazio per la mancanza, per il senso di inadeguatezza, per la povertà.

Eucaristia come pane del cammino dice che la vita, la quotidianità è eucaristia quando viene vissuta secondo la linea del dono, e del ricordo che la vita provinee da un dono, da acqua ricevuta, da pane accolto.

“Ricordati… nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame”. Il deserto è spazio della fatica, della precarietà, ma anche del ritrovare le dimensioni essenziali dell’esperienza umana, che è cammino non nella solitudine, ma insieme. Nel deserto, nell’esperienza della fame si apre la scoperta di un vuoto che non può essere colmato se non da un dono. La manna, dono inatteso e sorprendente è motivo di ricordo: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane diviene dono che scende in un cuore che si è aperto ad ascoltare tante fami e che non si ferma ad ammassare. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno, non accumulata, non accaparrata. Per lasciar liberi di ascoltare altre fami e di condividere.

‘questo è il mio corpo dato per voi’. Nella cena, Gesù dà il suo corpo: il corpo non è considerato ‘qualcosa’ che gli appartiene, da trattenere, ma Gesù dicendo ‘questo è il mio corpo dato’ si dà ai suoi. In queste parole, che ripetiamo ad ogni celebrazione dell’eucaristia, è racchiuso il senso profondo della vita: un dono che si dà perché non viene da noi, viene da altri, da qualcuno che ci precede.

Il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: c’è una dimensione di universalità insita in questo amore. Il rischio presente sempre nelle relazioni ad ogni livello è quello del possesso e in radice del potere. Il rischio è l’egoismo che non apre agli altri, che non offre ospitalità e accoglienza, che non si lascia sconvolgere da nessun ‘terzo’: è la figura del ‘terzo’ quella che verifica l’amore e la relazione con l’altro. Ed è il terzo che apre ad un senso di relazioni non chiuse nello stretto circuito io-tu ma aperte ad una diversità di presenze, alla dimensione della comunità.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. La chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nel IV vangelo il segno del pane è associato alla vita nella sua fragilità, la carne. Il pane che Gesù ci dà è così la sua vita. Accogliere il segno del pane dice entrare in un rapporto vivente con lui, scoprire che la sua presenza si fa vicina nel dono e nella condivisione. La vita di Gesù è stata una vita vissuta per… per il Padre, per gli altri. Una vita nella gratuità, che per questo rivela lRimanere in lui, vivere per lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sta qui il senso profondo e nascosto di questa festa. Il nostro poter vivere una vita che scopre le sue più profonde radici – la ‘vita eterna’ nel linguaggio del vangelo – sorge da un incontro.

Tre brevi riflessioni per noi oggi.

Se l’Eucaristia è cammino dovrmemo maturare una sensibilità a non rinchiudere l’eucaristia nel rito o in un oggetto sacro separato dalla vita, e a scorgere come la chiamata fondamentale per chi segue Gesù è quella a vivere la liturgia della vita e la vita come liturgia. A scorgere come sono i gesti di ospitalità, di condivisione i veri gesti eucaristici, come là dove c’è dono e condivisione c’è accoglienza del mandato di Gesù ‘Fate questo in memoria di me’.

Il pane spezzato è dono per tutti, non è premio per i buoni, ma è forza in un cammino per chi avverte la fatica e le ferite del cammino. L’Eucaristia che ripete il gesto di Gesù nello spezzare il pane dovrebbe essere annuncio di questa accoglienza senza esclusioni e come motivo per tutti di riconoscere quanto siamo distanti dal compiere una vita nel segno della gratuità.

Eucaristia è ospitalità e condivisione: ha una valenza politica di cambiamento radicale dei rapporti di forza e indica un cammino di comunione che esige di rendersi visibile nel far sì che per tutti vi sia possibilità di vita nella dignità, nel riconoscimento reciproco e comune. Nel tempo in cui prevale l’ideologia della disuguaglianza sociale e dell’iniquità come dato da accettare, spezzare il pane è gesto di profezia e di speranza verso un modo di pensare i rapporti tra i popoli e le persone non nella logica dello scarto, ma nel sentirsi membra gli uni degli altri, custodi della fragilità degli altri.

Alessandro Cortesi op

 

XV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3822Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10,25-37

Ci sono tre tratti, tra altri, nella figura del samaritano. Gesù indica questo uomo, eretico e nemico, come colui che fatto esperienza di farsi prossimo e di scoprire la prossimità non in una teoria ma nell’incontro. Lo indica al dottore della legge che ‘si alzò per metterlo alla prova’ e di fronte alla domanda: ‘Che cosa devo fare per avere la vita eterna?’. Un primo tratto della vicenda del samaritano è il turbamento contrapposto al controllo ed alla programmazione che guidano i passi del sacerdote e del levita della parabola. Un secondo è il suo stile di passare ‘ad occhi aperti’: si tratta dello sguardo contrapposto a quello di chi ‘vide e passò oltre’. Un terzo tratto è la capacità di compassione concreta contrapposta all’indifferenza e all’amnesia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

La figura del samaritano appare innanzitutto come il profilo di un uomo che ‘era in viaggio’. Tutto fa pensare che questo viaggio fosse stato programmato bene: era partito con una cavalcatura e non senza bagaglio, portava con sé olio e vino, aveva previsto la necessità di nutrimento durante il percorso. Recava con sé anche soldi che gli sarebbero stati utili per pagare le inevitabili spese durante un cammino lontano da casa. Tuttavia nel suo passare viene segnato da un profondo turbamento. Il passare accanto all’uomo derubato e colpito genera una interruzione profonda nel suo cammino. Tutto ciò che costituiva sicurezza e programmazione nel viaggiare viene ad un certo punto sopraffatto e turbato. E’ come se ad un certo punto per lui tutto avesse perduto la sua giusta collocazione in un ordine prestabilito. Tutto ciò che aveva e tutto ciò che costituiva il programma della sua vita subisce il soprassalto di una rivoluzione e si apre ad un nuovo utilizzo, diviene elemento utile per tutt’altra cosa. In modo inatteso, accogliendo l’appello di una sofferenza concreta. Così il tempo pensato per il viaggio diviene tempo speso per fermarsi e soccorrere l’uomo ferito al bordo della strada. L’olio e il vino trovano un utilizzo nuovo e diverso da quello programmato quando erano stati messi nella sacca da viaggio. La cavalcatura diviene il mezzo per condurre il ferito ad un luogo di cura. I soldi non vengono utilizzati per pagare l’ospitalità per sé, ma sono subito consegnati all’albergatore perché si prenda cura del ferito ed altri ancora gliene sono promessi in caso di necessità, fino ad un ritorno promesso. Il samaritano appare come un uomo che si lascia turbare e permette che nella sua vita i piani vengano scombinati a partire da un incontro inatteso e improgrammato. E’ l’incontro con l’uomo ferito, ma in questo incontro la sua vita si dimostra una vita disponibile e aperta. Accetta di perdere il controllo su di sè, sulla sua vita, a differenza degli altri due personaggi e accetta un cambiamento profondo mettendo in gioco in modo nuovo tutto ciò che  aveva pensato per altri piani, in altre direzioni.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Il samaritano è un uomo capace di sguardo. Ciò che colpisce nella narrazione della parabola è l’insistenza sulla ripetizione di questo verbo: vedere. E’ detto sia del sacerdote, sia del levita: ‘vide e passò oltre…’ Il samaritano invece ‘vide e ne ebbe compassione’. Avviene un’interruzione di questa regola del passare oltre senza fermarsi. E’ quasi un’eco al fermarsi di Dio presso la tenda di Abramo: ‘non passare oltre senza fermarti dal tuo servo’.

Vorrei sostare a riflettere sul suo vedere perché sta lì la radice del movimento della compassione per l’altro. Si potrebbe dire che il samaritano non solo ha una capacità di vedere in senso fisico ma vive una spiritualità degli occhi aperti. Il suo vedere è lasciarsi toccare. E’ un eretico, è lontano dal mondo della religione di Gerusalemme e del tempio, eppure Gesù lo addita innanzitutto come figura di un uomo che sa vedere, che si lascia colpire dalla sofferenza altrui in modo da accorgersene e da lasciarsi prendere. Non la lascia passar via come spettacolo che non chiede coinvolgimento e appello ad una responsabilità. Contro la possibilità di vivere anche una vita religiosa ad occhi chiusi, incapace di cogliere che il volto di Dio si fa vicino nel volto dell’altro e nella sofferenza storica e concreta delle vittime, Gesù indica un uomo che vive il suo cammino, la sua vita, passando, ma con gli occhi aperti,  capaci di accogliere e così di ricordare la sofferenza e l’appello che ne deriva. Uno sguardo capace di lasciarsi ferire e di empatia.

“Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”.

Gesù indica il samaritano come uomo che vive la compassione. Il soffrire con, insieme all’altro è movimento non della ragione ma delle viscere, di appartenenza comune. E’ slancio appassionato del pensare all’altro come qualcuno che appartiene, è indice di una sensibilità in cui non tutto è anestetizzato in considerazioni sull’impossibilità di risolvere i problemi del mondo, e nemmeno da facili alibi per non fermarsi e per motivare che ad altri spetta quel compito. Il samaritano, a differenza di chi passò oltre, gli si fece vicino. E’ uomo capace di vicinanza, di toccare le ferite, di prendere di peso il ferito entrando in quella prossimità che è scoperta dell’altro con i suoi bisogni e con le sue povertà come domanda e invocazione. Compassione in questa vicenda non è un senso generico di immedesimazione nella natura ma scelta di solidarietà storica e concreta di fronte ad una sofferenza concreta.

Mi sembra che questi tre momenti del profilo del samaritano sono per noi oggi una provocazione a scoprire l’essenziale del vangelo. Li riassumerei in tre atteggiamenti.

Il primo è la capacità di lasciarsi turbare e scompaginare i piani dalle chiamate di Dio che ci raggiungono attraverso gli incontri improgrammati e le vicende diverse dell’esistenza. Lasciarsi turbare è indice di una vita decentrata, in cui la scoperta che ciascuno in radice è donato può divenire fonte di una libertà da se stessi, dai programmi, dalle attese di altri per rispondere a quella chiamata che si rende presente nel volto dell’altro sofferente, oltre gli obblighi della legge e quelli religiosi. Si tratta di un problema di autorità: la parabola del samaritano ci dice che l’autorità di Dio si fa vicina nell’autorità di chi soffre. Aggiungerei anche un’altra osservazione: far proprio il percorso del samaritano deve forse passare attraverso l’interrogativo posto dal comportamento del sacerdote e del levita. Solamente chi si interroga sulle proprie resistenze e cambiare, solamente chi riconosce e guarda in faccia gli ostacoli autentici o costruiti che impediscono di fermarsi di fronte alle vittime e agli impoveriti può giungere a vivere il gesto del farsi prossimo.

Il secondo è il tratto di una spiritualità, od anche di una mistica degli occhi aperti. Si tratta di un cammino di credere con il volto rivolto al mondo, non distolto dalla storia. Nella sua recente visita a Lampedusa il vescovo di Roma Francesco ha parlato dell’incapacità di piangere. “Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi e in coloro che con l’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”. Ha usato l’espressione ‘globalizzazione dell’indifferenza’ per indicare l’attitudine che rende incapaci di lasciarsi provocare ad un cambiamento e ad una solidarietà con i feriti di oggi, lasciati ai bordi delle strade di un mondo dove tutti corrono nella ricerca di un profitto e di interessi e dove non si impara più a fermarsi riconoscendo i volti dei sofferenti. “Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. (…) Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non è affare nostro!”

La spiritualità degli occhi aperti, con il volto rivolto verso la storia è attitudine che contrasta l’amnesia anche di esperienze religiose che non si lasciano provocare dallo scandalo del male, della violenza e delle ingiustizie.

Il terzo è l’atteggiamento della compassione. La compassione è il contrario dell’amnesia e dell’incapacità di ricordo. Compassione è impegno a farsi carico dell’altro sofferente. Compassione è scelta e attuazione del prendersi cura in modi concerti e far sì che questa abbia continuità nel tempo… facendosi aiutare e rimanendo vicini.

“Questa mistica della con-passione è una mistica ‘radicata nella terra’ attraverso il contatto con gli altri che soffrono; contemporaneamente spesso essa non è altro che l’esperienza accettata di una ‘sofferenza per Dio’ non per calzare sopra le esperienze di dolore quotidiane, talora terribilmente profane, un’esperienza religiosa; non per aggiungere alle storie pubbliche di sofferenza del mondo alla fine anche un’esperienza religiosa privata, ma per riunire, in questa mistica della sofferenza per Dio, tutte le nostre esperienze di dolore che gridano al cielo, per strapparle all’abisso della disperazione e della dimenticanza e incoraggiarle ad una nuova prassi” (J.B.Metz, Memoria passionis, 156).

La domanda è anche sulla chiesa: “Nella propria liturgia essa non deve rappresentare alcuna forza politica, ma nella sua rappresentazione, deve rammentare quell’impotenza politica alla quale rimane obbligata nella sua rimemorazione di Dio intessuta di rimemorazione della sofferenza. Affinché la sua anamnesi cultuale della passione di Cristo non finisca in un mito avulso dalla storia, essa deve esercitarsi in una cultura anamnestica che miri alla storia di passione degli uomini e da lì conquisti gli orizzonti e le massime per il suo agire cristiano” (ibid. 192.)

Infine una domanda: la vicenda del samaritano è solamente indicazione per il maturare di una responsabilità personale di fronte all’altro? O forse, più in radice, è messaggio che provoca ad un modo di intendere la vita sociale e la prassi politica nella linea non di togliere la mezza vita che resta, ma nel ridare la mezza vita che manca, nel prendersi cura di gruppi di persone e popoli impoveriti, lasciati ai margini e dimenticati? Aiutandosi a tenere gli occhi aperti non come sforzo di uno solo, ma insieme?

Alessandro Cortesi op

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