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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXI domenica tempo ordinario – anno C – 2022

Is 66,18-21; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30

‘Passava per città e villaggi insegnando e dirigendosi verso Gerusalemme’. Gesù è in cammino, nel suo viaggio verso Gerusalemme. Questa cornice è carica di significati: Gerusalemme è luogo della passione e della morte che si presentano ormai vicine. In questa parte del cammino in cui Luca presenta Gesù che sale  Gerusalemme egli inserisce la chiamata di Gesù ai suoi a seguirlo senza incertezze: e qui Luca raccoglie insegnamenti fondamentali indirizzati ai discepoli, a coloro che lo seguono su questa strada, metafora del senso della sua intera esistenza.

Ed è posta una domanda: “sono pochi quelli che si salvano?’. Era questione dibattuta nei circoli rabbinici: c’era chi proponeva una visione esclusiva di una salvezza per pochi, per altri la prospettiva si allargava. Gesù non risponde alla questione, ma sposta il problema, invita ad un coinvolgimento personale di coloro con cui parla. Indica il paragone di una casa dove c’è un padrone che ad un certo punto si alza e chiude e rinvia all’immagine di una porta: indica l’importanza di una fatica, rinvia ad una porta stretta e richiama la voce di chi bussa alla porta dicendo: “Signore, Signore aprici!”.

La porta per entrare nella casa è stretta e per entrarvi è richiesto impegno: è evocato lo sforzo di lotta nella tensione della gara, con i termini del combattimento. Con questi accenni Gesù invita a prendere posizione con responsabilità personale. C’è chi avanza pretese per aver mangiato e bevuto insieme, perché ‘hai insegnato nelle nostre piazze’ ma sono queste voci di chi ha compiuto iniquità nella vita: sono operatori di ingiustizia che dicono ‘Signore signore’. E’ il tipo di religiosità, ostentata e fatta di cose esteriori che non incide sulla vita e non attua scelte di condivisione e solidarietà. C’è una prima indicazione: Il passaggio è aperto per chi compie la giustizia e Gesù critica la pretesa di ‘salvarsi’ in virtù di una appartenenza religiosa e culturale che non coinvolge l’esistenza in scelte di giustizia.

Ma c’è anche una seconda indicazione: la porta è aperta. Richiede un atteggiamento completamente diverso ma offre un’apertura senza confini. Il riferiemnto ala porta stretta è forse a quella porta della città che rimaneva accessibile anche di notte quando le altre porte grandi erano chiuse. E’ infatti spalancata per chi, operando concretamente scelte di giustizia proviene da direzioni diverse e non programmate, da luoghi pensati lontani dalla salvezza: ‘E verranno da oriente e da occidente da settentrione e da mezzogiorno…’. I profeti indicavano che solamente scelte di attenzione ai più poveri sono la via per incontrare Dio: Gesù richiama tale orientamento. E’ la grande visione del profeta dell’esilio (il terzo Isaia) che parla di un grande raduno dei popoli quale progetto di Dio: “Così dice il Signore: Io verrò a radunare tutti i popoli e tutte le lingue…”. La porta stretta è aperta non per chi pretende di avere titoli di appartenenza o privilegi, ma per chi attua un cammino in fedeltà alla via di Gesù attuando solidarietà e giustizia.

Alessandro Cortesi op

August Macke, Veduta in una stradina – 1914 – Kunstmuseum Mülheim an der Ruhr

La porta stretta: diventare adulti

La porta stretta, è il titolo di un libro che raccoglie le tappe di un lungo viaggio attraverso autori fondamentali della cultura occidentale tra filosofia e letteratura, scritto da Umberto Curi, filosofo, per molti anni docente all’Università di Padova. La metafora della porta stretta del vangelo è utilizzata per indicare il passaggio all’età adulta – il sottotitolo infatti esplicita tale riferimento “Come diventare maggiorenni” – che in ogni  esistenza è passaggio complesso, segnato da lotta e fatica, e che non si esaurisce in un momento puntuale ma viene ad accompagnare l’intero itinerario della vita umana.

Il percorso inizia da un’analisi della posizione di Kant riguardo all’uscita dalla condizione di minorità che viene presentata come coincidente con il pensare da sé (Selbstdenken): “Colui che pensa con la propria testa è anche colui che ha intrapreso il processo in cui consiste il diventare maggiorenni”.

Sono poi analizzate proposte che presentano l’uscita dalla minore età in rapporto all’emancipazione rispetto alla figura del padre come Edipo, i fratelli Karamazov, Kant, Freud…

Un’ampia parte del testo offre un esame della posizione cristiana in cui la decisione di seguire Cristo implica un movimento di svuotamento e d’altra parte assume il tratto prevalente del dono. Compare qui il riferimento alla kenosis, lo svuotamento di Cristo nel suo percorso esistenziale che manifesta il suo stare di fronte al Padre in modo nuovo e diviene la via indicata per chi intende seguirlo: “È dunque il Cristo il paradigma di un rapporto in cui il Figlio diventa in senso pieno maggiorenne, rendendosi ospitale alla parola e alla volontà del Padre, spingendo l’obbedienza fino al limite della kénosis”.

Una posizione diversa è quella di Bartleby, lo scrivano nel romanzo di Melville: la sua è una posizione di chi non si pone in modo polemico e non intende entrare in tale fatica, ma vorrebbe rimanere senza peso da sopportare nel suo stare nella vita: “Bartleby non può – né presume neppure lontanamente di farlo – competere con i «campioni» che si sono affrontati nel combattimento relativo ai modi più efficaci per raggiungere la piena maturità. Non intende misurarsi, più o meno polemicamente, con chicchessia. Non ha certezze da esibire, verità assolute da rivelare, convinzioni granitiche a cui rimandare. Vorrebbe semplicemente non portare il peso, essere ex-onerato dal dover fare o dire qualcosa che sia allineato all’orizzonte di senso e alla gerarchia di importanza dei suoi interlocutori”.

Il profilo di Bartleby in qualche modo riassume una situazione esistenziale di questo tempo. Interpreta da un lato una critica alla attitudine guerresca e di opposizione che intende il diventar maturi come uccisione del padre e dall’altro anche esprime l’attitudine di una distanza rispetto alla linea dello svuotamento di sè: “Posto di fronte all’alternativa fra ribellione e kénosis, fra parricidio e obbedienza, Bartleby lascia intendere che è la proposizione stessa del problema – come si esce dalla minorità – a non suscitare il suo interesse. Chiede soltanto di dormire, «con i re e i governanti della Terra». Costoro hanno saputo soltanto costruire per sé «luoghi desolati». Mentre un umile scrivano ci ha donato la forza tranquilla della mitezza. A chi ci incalza per farci diventare maggiorenni ha dimostrato che si può rispondere: «preferirei di no»”.

D’altra parte, di fronte a tale posizione che ha elementi di attrazione in quanto prospetta la via del non decidere a fronte di passaggi esigenti della vita (attraverso una porta stretta),  Curi osserva come: “L’alternativa forse più convincente alla seduzione insita nella figura stessa di Bartleby può forse essere individuata nel mito platonico della caverna. A condizione che esso non venga abusivamente interpretato – come è ormai consuetudine consolidata – come metafora di una compiuta teoria della conoscenza, ma se ne valorizzi invece la forte connotazione propriamente drammaturgica”.

Nel mito platonico viene evidenziato come il passaggio da una condizione di prigionia nel buio della caverna ad una libertà che consente di giungere alla luce, non si connota come passaggio che avviene una volta per tutte, ma prigionia e libertà rimangono intrecciate. Il dramma apre a considerare come il passaggio alla maturità si attua in un continuo scontro:

“La simultanea compresenza della cecità e della chiaroveggenza, del vedere e del non vedere, sia all’interno sia all’esterno della caverna, spiega per quale motivo mai, in nessun momento, neppure una volta che sia uscito dalla dimora sotterranea e abbia potuto fissare lo sguardo direttamente sul sole, mai il prigioniero sia in pace, ma piuttosto debba costantemente lottare, e dunque sia infine destinato a ritornare sottoterra per sviluppare un ancor più duro combattimento. La paidéia non solo non affranca definitivamente dalla necessità del conflitto: essa si limita a modificare i termini e le condizioni in cui si svolge una battaglia che resta inconcludibile. Perché anche questo scontro è, come la coppia cecità-chiaroveggenza, ineliminabile dalla anthropíne phýsis”.

Lo scontro è sempre presente e con esso la fatica nel passare continuamente dalla cecità alla luce. C’è una forza che conduce ad essere nella caverna, l’essere gettati nella vita senza uan propria decisione, ma anche è una forza esterna che può aprire a sciogliere lo sguardo verso la luce: è forza offerta da qualcun altro che ha vissuto il percorso di scioglimento di legami e del volgere lo sguardo alla luce ed aiuta altri a liberarsi e a compiere quel percorso che non si conclude: “dolore e cecità sono destinati a perdurare e a diventare ancora più intensi, mano a mano che si proceda verso l’uscita dalla dimora sotterranea”.

Il mito della caverna viene così inteso quale immagine del cammino verso la maturità, esigenza di passare da una porta stretta che richiede fatica e lotta e che non è mai concluso nei giorni della vita:

“in quanto possa essere interpretato come metafora del percorso che conduce verso la maturità, il mito ribadisce quanto già si è intravisto nelle stazioni del viaggio fin qui effettuato. Ci dice che la maggiore età non è l’incrollabile punto di arrivo del viaggio, non coincide con uno stato acquisito una volta per tutte. Ma che la nostra vita è, nel suo insieme, caratterizzata da un pólemos inesauribile, dal quale non si esce mai definitivamente vincitori una volta per tutte”.

Il riferimento evangelico alla porta stretta assume quindi possibilità di interpretazioni ampie e nuove se intesa come metafora di un percorso che implica sempre transizione, passaggio, che richiede decisione insieme al peso di dolore e incertezze. “Ciò a cui, presto o tardi, qualunque fase della vita, si è posti di fronte, è la necessità di una scelta, non limitata ad ambiti circoscritti, ma tale da coinvolgere totalmente noi stessi, la nostra stessa più profonda identità”.

Alessandro Cortesi op

Epifania 2022

Gislebertus – cattedrale di Autun capitello

Is 60,1-6; Ef 3,2-6; Mt 2,1-12

La storia dei magi ci richiama non solo ad un’atmosfera fantastica ma ad una vicenda drammatica. Sotto traccia alla narrazione sta il riferimento alla violenza e al rifiuto che hanno segnato la vita di Gesù. E il racconto contiene anche una sottile polemica nei confronti di un modo di intendere il rapporto con Dio in termini esclusivi e violenti. 

Da qui prende spunto una prima riflessione che potrebbe avere come titolo: Erode e le chiusure dei ricchi. Erode infatti e con lui tutta la città di Gerusalemme spaventata dall’arrivo di questi sconosciuti cercatori, sono il paradigma di un mondo ricco, chiuso nelle dimensioni del proprio sapere e dominio, asserragliato nel senso di superiorità nei confronti degli altri.

E’ il mondo che vede l’altro come minaccia, che non sa assumere l’attitudine dell’ascolto ma pretende di avere in mano tutte le risposte e di possedere Dio stesso nei propri quadri di pensiero. E’ il mondo religioso che non sa nemmeno leggere i propri riferimenti e la propria tradizione. La Gerusalemme di allora è anche la Gerusalemme di oggi che dovrebbe essere città di incroci, di incontri, di costruzione di pace e vive invece ciò che è contrario a tutto questo, ossia il rifiuto e l’esclusione, il tentativo subdolo di carpire dall’altro vantaggi per mantenere saldo un potere fondato sulla paura. Per questo rimane scossa dall’arrivo di chi, da lontano, insegue luci che potrebbero illuminare un cielo ormai senza più stelle. Quando si coltiva la pretesa di usare un potere senza limite, di non aver bisogno di riconoscere l’altro, si cade nella condizione della Gerusalemme preda della paura e dello sgomento. I progetti di Dio disorientano e spiazzano: l’incontro con lui non avviene nella città santa ma fuori dell’accampamento. Non è Dio di qualcuno, ma Dio di tutti.

I magi per contro, con il loro cammino insieme e aperto, costituiscono l’anti Erode. Non sono i ricchi asserragliati nelle loro sicurezze, orgogliosi del loro Dio da opporre al Dio dei nemici. Sono autentici sapienti, consci della fragilità di ogni profondo sapere e per questo sempre ricomincianti, attenti a scorgere i segni, aperti alla parola che può provenire dall’interrogazione e dallo scambio.

Sono nella condizione di chi coltiva un desiderio, di chi insegue sogni e cerca luci nella strada.

I magi indicano la sorpresa di un Dio diverso dal Dio dei sistemi religiosi: è un Dio che genera gioia e non può essere rinchiuso in uno schema culturale o in appartenenze regionali e geografiche. Da lontano giungono in cammino per strade incerte, ritrovate nella ricerca, nel domandare…

Infine la stella è la grande protagonista del cammino dei magi: la stella li guida sino all’incontro con un volto. Quella stella racchiude la luce di uno sguardo ed è anche brillio di piccoli segni che quello sguardo contengono e comunicano. La stella ha i tratti del segno che chiede attenzione, uscita, cammino. E sempre precede: ricorda che la presenza stessa di Dio non è esito di costruzioni umane, di sforzo e di calcolo, ma si offre come dono. La gratuità è il carattere della stella che illumina e si dona ad aprire cammini. E genera gioia a color che la ritrovano dopo momenti in cui ha prevalso il buio. La luce della stella è rinvio al Dio che sconvolge i piani di chi si sente al centro e al di sopra degli altri. E’ indicazione ad ascoltare i cammini di chi vie una ricerca sincera, i magi di ieri e quelli di oggi che sperimentano la sincerità di sapersi poveri e bisognosi degli altri. Possiamo pensare alle tante persone che nel loro ambito di impegno e lavoro continuano a cercare, si pongono domande, cercano quel senso profondo della vita nel rispondere a impegni, situazioni del quotidiano e  si lasciano interpellare a partire dai volti incontrati.   

I magi sono testimoni di chi si pone in cammino e continua il cammino attuando un passaggio dall’orgoglio di un sapere anche teologico alla mendicità che riconosce limiti e incertezze: e per questo valorizza ogni luce, e cerca di recare i propri doni.

I magi ci richiamano a tre percorsi per noi in questo nostro tempo:

Un primo percorso apre a maturare consapevolezza sulle diverse forme di dominio che caratterizzano la nostra vita. Partecipi del mondo occidentale, residenti in paesi ricchi, situati nella parte di mondo privilegiato nel tempo delle disuguaglianze si tratta di  imparare ad individuare e chiamare per nome le attitudini che portiamo dentro come colonizzatori e dominatori. La presenza di tanti magi oggi che portano con sé “l’appello dell’altro’ è motivo per profondi cambiamenti, superando le paure e accogliendo la provocazione ad una ricerca nuova. Anche nella vita delle comunità cristiane possiamo imparare a scorgere le chiusure e gli irrigidimenti che impediscono di ascoltare le voci dai margini che chiamano ad una condivisione, a ripensamenti di modi di intendere la vita nell’ascolto di Dio.    

Un secondo percorso può essere individuato nel dare un nome alle stelle, cercando nel buio che copre il presente le luci che illuminano il cammino e generano incontro. Il cammino dei magi è cammino di speranza, di scoperta di una gioia che irrompe come dono all’interno di un andare che è insieme e segnato dall’interrogarsi.

Un terzo percorso è individuare i magi di oggi, che sono coloro che provengono da lontano, che richiamano un volto di Dio che spiazza le nostre certezze. Per seguire quelle indicazioni di chi è capace di sognare e nel sogno scorge le chiamate di Dio.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 40

IMG_8100Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 40 – cammino

Giovedì santo 2019

bibbia45_843919“Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita…

…Signore tu lavi i piedi a me?”

Celebriamo anche quest’anno la pasqua. E viviamo questa atmosfera familiare propria della pasqua ebraica. Celebriamo con senso di festa. È memoriale, giorno di memoria, ‘lo celebrerete come festa del Signore…’

Celebrare significa avvertire il tempo, le cose, le occupazioni con un senso profondo e diverso: non tutto si esaurisce qui e ora, nella superficie, ma questo tempo, queste piccole cose, occupazioni hanno una dimensione più profonda. Tutto rinvia oltre. Per pochi giorni una pausa dalla rincorsa quotidiana tra lavoro, impegni, preoccupazioni e ritardi mai recuperati… in una primavera in cui c’è ancora spazio per la bellezza del fiorire degli alberi, che investe con fiori, colori e profumi. E nel profondo contrasto che si avverte tra la bellezza che ci raggiunge nel germogliare della vita della natura e i segni di disumanità che percepiamo crescere e avanzare nelle parole di spregio e di esclusione, in scelte di violenza, nell’arroganza di chi comanda nel mondo e di coloro che osannano ai vari Trump, Salvini, Orban… macchiette di una tragica commedia. Nel contrasto con le notizie di drammi vicini e lontani, della paura che attanaglia la vita, delle sofferenze palesi e nascoste di tanti cuori.

Lo sguardo della fede è capacità di vedere l’invisibile nelle cose visibili, di solcare con lo sguardo orizzonti che danno senso al quotidiano, di guardare anche nel limitato evento di ritrovarsi insieme in questa sera di primavera per celebrare la memoria di un gesto che sta alla base del nostro vivere.

Celebrerete con i fianchi cinti: è una prescrizione della liturgia pasquale ebraica. Sa di contrasto con la lentezza di un rito tutto chiuso in se stesso: sembra che celebrare la pasqua debba essere un momento di passaggio, appunto. Non c’è da sostare, bisogna partire e ripartire. I fianchi cinti, i sandali ai piedi: sono i simboli di chi si mette in viaggio. Sono i simboli di chi parte e partendo si apre alla novità al cambiamento, alla speranza. E’ di chi sa partire la capacità di rivolgere lo sguardo non già alle cose grandi ma ai piccoli semi che stanno per crescere, a ciò che sta per spuntare.

Viviamo tempi in cui siamo chiamati a non fermarci. Un ritmo accelerato di cambiamenti, di forze incalzanti da più parti ci spinge a muoverci continuamente: notizie, innovazioni, mobilità…flessibilità. Ma tutto questo il più delle volte è come un movimento di superficie del mare agitato dal vento, ma che non segna il profondo. C’è per contro un altro tipo di movimento poco visibile, ma molto più forte, interiore e esistenziale. E’ forse questo il partire a cui siamo invitati questa sera.

I sandali ai piedi sono il distintivo del viandante e del pellegrino che cammina, che compie il suo viaggio, che sa cosa significa partire, abbandonare e abbandonarsi, e sa anche la fatica di lasciare sicurezze e comodità acquisite. C’è un partire fisico e c’è un partire del cuore.

Forse la pasqua quest’anno ci chiede questo: una richiesta antica e nuova. Vivere questa pasqua come chi si mette in viaggio, non da possessori di certezze e orgogliosi gestori di potere. Nemmeno capaci di giudizio sugli altri perché sicuri (o impauriti) nella propria identità da opporre all’altro, ma un viaggio – che come ogni viaggio interiore o esteriore – fa solcare confini e barriere, fa andare al di là, oltre, e spinge a passare, a valicare. I fianchi cinti e i sandali ai piedi indicano la sobrietà del vestito di chi accetta la fatica del cammino: non troppe cose, non troppo bagaglio, ma solo l’essenziale. E’ più faticoso nella vita rintracciare l’essenziale che lasciarsi sommergere da tutto ciò che pensiamo indispensabile ma che non lo è… anche nella fede, anche nella vita di chiesa. E forse è un passaggio di autenticità da compiere prima o poi.

I fianchi cinti… ci invita a pensare con fiducia al futuro: solo chi ha un sogno può mettersi in cammino. Troppo spesso ci lasciamo costringere ad invecchiare pensando che la disillusione e il disincanto siano le caratteristiche della maturità e dell’età adulta. Sono invece l’inermità e lo scoprirsi vulnerabili, come anche la disponibilità a parlare, al dialogo, le caratteristiche di chi parte; ed anche una leggerezza rispetto alle cose. Solo chi non ha tutto e sa limitare l’uso stesso delle cose può apprezzare la bellezza e la gioia per le cose più semplici: l’acqua, un riparo, il cibo, il lavoro, gli incontri, un bel libro… è questa la grazia del deserto: il silenzio, l’acqua, il cielo stellato come panorama della notte, invito alla meraviglia e alla gratitudine, a riconoscere che non siamo soli.

Anche Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti: lui che è presentato dai vangeli sempre in cammino, che sulla via ha istruito i suoi discepoli, che sulla strada ha compiuto i suoi gesti più belli, donando il vedere a quel cieco che poi si mise a seguirlo proprio sulla strada. Lui che sulla strada trovava i luoghi della sosta e del riposo nel cammino. Ed erano luoghi di incontro di amicizia, di fraternità. Non dovrebbe essere così anche la chiesa, un luogo di fraternità, dove ci si può ristorare durante il cammino, luogo dove si può passare (fare pasqua, appunto), scoprendo qualcuno che ha cinto per primo i suoi fianchi ed è partito?

Gesù ha vissuto la pasqua con i fianchi cinti e cinti con quel cencio che Giovanni indica nell’asciugatoio. L’ha vissuta dicendoci quindi che la pasqua si vive intendendo la vita come cammino, per sé e per gli altri. Ma con quell’asciugatoio attorno ai fianchi ci ha detto anche che questo cammino raggiunge il suo senso, è ben orientato, è realizzazione di sé se diventa cammino di servizio.

Forse il più bel modo di celebrare la pasqua è proprio fermarci qui e fare nostra quella domanda di Pietro. ‘Signore, tu lavi i piedi a me?’ Non è già la scoperta che questo dovrò farlo anch’io, che dovremo seguire l’esempio di Gesù, che dovremo lavare i piedi agli altri… questo è forse troppo. Ma forse possiamo solo fermarci a vivere lo sconcerto perché… ‘tu, proprio tu, lavi i piedi a me’. e la meraviglia perché quei fianchi cinti per partire sono i tuoi fianchi… e la gratitudine perché quei fianchi sono cinti con il grembiule della cura, dell’attenzione e del servizio. E anch’io e con me tutti noi siamo coinvolti in questo tuo lavare i piedi. E questo forse è già tutto nel tramonto di questo giorno in cui ci troviamo a ripetere ‘Rimani con noi, in mezzo a noi, perché si fa sera…’

Alessandro Cortesi op

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XV domenica – tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0306Am 7,12-13; Sal 84; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

“Vattene, veggente, ritirati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno”

E’ uno scontro quello presentato nella pagina di Amos. Il profeta è cacciato via dal sacerdote del santuario perché vada altrove a portare la sua parola perché “questo è il santuario del re e il tempio del regno”. Santuario e potere del re uniti come una sola cosa. In un abbraccio mortale. La logica del dominio terreno non può sopportare la voce del profeta che denuncia l’ingiustizia come male davanti a Dio. Amos non aveva nessuna intenzione di essere profeta: s è trovato coinvolto nella chiamata irresistibile di Dio. Non ha parole proprie da dire, né interessi da difendere.

Betel era il luogo in cui Giacobbe aveva incontrato Dio: lo aveva chiamato così in una notte di solitudine e abbandono, Bet-El, cioè ‘casa di Dio’ (Gen 28,19). Aveva là scoperto che Dio era lì vicino a lui, e lui non lo sapeva. Proprio quando privato di tutto aveva lasciato dietro di sé la sua terra indifeso scoprì il Dio vicino che non abbandona. Aveva lasciato una pietra a ricordo di quell’incontro. E su quella pietra era stato eretto un santuario alle dipendenze del re. Il sacerdote è così ora preoccupato non delle indicazioni di Dio, ma di quelle del re. La casa di Dio è divenuta la casa di un potere che non sopporta la parola del profeta. Amos richiama alla memoria della pietra delle origini, a quel gesto di un culto che proveniva dalla vita, e richiama così il primato della giustizia da attuare con i più deboli. Fare giustizia al povero, redistribuire le ricchezze, non sfruttare i lavoratori. Tutto questo è insopportabile alle orecchie del potere e il profeta è allontanato.

Gesù “chiamò a sé i dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. Gesù invia i suoi. Nella scelta di inviarli dice loro che la fede è cammino. Sono inviati ad a due a due, insieme per aprirsi ad incontri nuovi. La missione è la loro vita e non sarà una questione di affermazione personale. Saranno invece chiamati scoprire lo stare insieme, il ‘noi’ da costruire giorno dopo giorno nell’ospitalità reciproca e aperta: in quel dialogo in quell’incontro Gesù rimane con loro.

Gesù non dà ai dodici indicazioni particolari sull’insegnamento se non l’annuncio del regno vicino. Chiede loro di vivere uno stile fatto di gesti e scelte che toccano la vita: solo un bastone e i calzari, non pane, né pesante sacca da viaggio, né denaro, non due tuniche. Sono indicazioni che parlano di sobrietà, dell’accontentarsi di poco, di non cercare assicurazioni per il domani, di non accumulare: una vita da poveri, cioè liberi per camminare. Il loro messaggio sarà il modo in cui vivono. Lo stile del loro andare sarà vangelo, e dovrà ricordare Gesù, che ha vissuto la libertà dei poveri. Gesù non li invia a portare aiuto ai poveri, li fa andare assumendo la condizione del povero. Si distingueranno non per abilità di parola, ma per essere segno e presenza di liberazione. Gesù costituisce testimoni, non preoccupati di andare contro qualcuno, ma ad esprimere in uno stile di esistenza la bella notizia che è il vangelo.

Alessandro Cortesi op

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Maturità

Si sono conclusi da poco gli esami della maturità. Per molti giovani un momento importante, conclusione del percorso della scuola superiore e passaggio di scelte. Sono giornate vissute tra un presente di emozioni e paure ed il pensiero ad un futuro che si presenta per loro come particolarmente incerto. La maturità è uno dei pochi riti di passaggio rimasti nell’età giovanile, fatto di esperienza, speranze e timori. Come sempre c’è chi prende anche questo esame alla leggera, chi in un breve arco di giorni, con la complicità di amici, riesce a recuperare uno studio trascurato negli anni, c’è anche chi, forse la maggioranza, lo ha preparato passo dopo passo, nel quotidiano impegno fatto di compiti, interrogazioni, nel ritmo dell’andare e ritornare da scuola, in quel rapporto umano con professori e compagni che costituisce la ricchezza insondabile dell’esperienza scolastica e plasma la vita in anni decisivi, quelli dell’adolescenza e della giovinezza, che poi rimangono non solo incisi nei ricordi ma segnano le interiorità per quanto in quegli anni si è sperimentato.

Quest’anno i temi della prova scritta richiamavano questioni importanti, particolarmente attuali in un momento di diffusione di una ondata nera di discriminazione e disumanità in Italia e in Europa, ondata fatta di proclami contro i più deboli, di ingiurie sui social, di disprezzo conclamato e di consenso attribuito ai seminatori di paure e ai venditori di illusorie promesse. Temi che richiamavano a riflettere, in controtendenza rispetto ad un’atmosfera di esaltazione dell’incompetenza e di volgarità arrembante sulla scena della politica.

I temi ponevano la domanda sulla solitudine, una domanda che potrebbe sembrare obsoleta nel tempo in cui tutto è social. Eppure questo tema ha trovato grande accoglienza smascherando quanto per lo più non si dice, che la vita, anche dei giovani, è segnata da seti non riconosciute né ascoltate, e che la solitudine è un’ombra minacciosa da cui si cerca di fuggire senza affrontare il rischio di guardarla in faccia, nell’illusorio stare insieme in cui la comunicazione è schiacciata dal rumore che assorda e da chiacchere spesso vuote in cui difficilmente si riconoscono parole di accoglienza. Senza affrontare la sfida, quella sì autentica, di costruire convivenze in cui il ‘noi’ aperto e plurale prevalga sull’io, ripiegato e incapace di riconoscere l’apertura costitutiva all’altro da sè.

E ancora l’esame di maturità di quest’anno ha proposto le pagine de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, pagine che raccontano di un mondo della provincia italiana e di una famiglia ebraica, che, in un graduale cambiamento, nello scorrere dei giorni, vede lentamente attuarsi le politiche della discriminazione e della persecuzione. Dove il tutto avviene non in modi eclatanti, non in eventi epocali, ma in episodi ordinari che demarcano scelte di esclusione: il non poter più frequentare la biblioteca, ad esempio, decisione comunicata in modo burocratico da un bonario funzionario che forse non si rendeva conto del suo essere un piccolo ingranaggio della più grande catena del male che dilagava. E quella superficialità, con la minimizzazione che si accompagnava da parte di molti per quanto stava avvenendo, nell’assenza di reazione a partire dai piccoli gesti quotidiani, diventava onda di consenso e di esecuzione di leggi che avrebbero invece dovuto suscitare obiezione e far sussultare le coscienze. L’orrore dei campi di sterminio iniziò nel tranquillo tran tran di giornate simili alle altre, nella ‘normalità’ di misure approvate ed eseguite da persone senza qualità, nel silenzio e nel venir meno dei legami della compassione.

Ricorrono in quest’anno gli 80 anni dall’emanazione delle leggi razziali del governo fascista nel 1938. La testimonianza di chi nel passato in periodi bui ha reagito con la propria vita a scelte di malvagità, oppressione e violenza e di chi oggi in tanti luoghi sconosciuti della terra cerca di mantenere un piccolo raggio di coscienza lucida, e reazione a falsità, menzogne  violazioni, è testimonianza di maturità umana e libertà. Reagire alla disumanità e lottare per la dignità delle persone, è attuazione di quello stile che Gesù chiedeva ai suoi: di andare liberi, per non lasciarsi legare da un potere che usa la malvagità e non riconosce la dignità dei volti.

Alessandro Cortesi op

Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 6,1-7; 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’ … ‘Io sono la via, la verità e la vita’. La via è spazio attraversato per camminare: è direzione verso una meta, è luogo di movimento, passaggio e incontro. Nel cammino si genera e cresce un incontro che procura vita. Gesù indica se stesso come via, percorso aperto di un cammino per un incontro. E la sua promessa apre orizzonti di comunione: ‘Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me perché siate anche voi dove sono io’. Ai suoi Gesù indica una via e promette un luogo di comunione. Non la riduzione ad un unità indistinta, ma la presenza dei molti in relazione: ci sono molti posti. Provenienze diverse possono incontrarsi: i molti possono trovare casa dove trovare ospitalità. La sua via non esclude ma è orientata al prendere con sé, allo stare insieme di molti.

Il IV vangelo insiste sul fatto che Gesù nella sua vita ‘mostra il Padre’. Il Verbo, la Parola è ‘rivolto verso il Padre’ (Gv 1,1). Gesù è indicato come ‘la porta’, soglia per entrare ed uscire e trovare vita. L’incontro con lui non chiude cammini ma apre strade. Per coloro che l’hanno accostato tutta la sua vita è stata spazio di aperture a partire, a vivere il coraggio del mettersi in cammino. Gesù stesso dice il senso del suo venire “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. La via di Gesù apre ad orizzonti di libertà. Non è via di schiavitù e oppressione. E’ un dato importante della prima testimonianza cristiana che tutta la vita di Gesù sia stata essa stessa orientata al Padre, a stare in dialogo e a seguire i suoi sentieri, a mostrare il volto della cura e della vicinanza. Così l’esperienza umana di Gesù è luogo in cui si può scorgere il volto invisibile del Padre. Nessuno ha mai visto Dio ma le opere di Gesù, i suoi gesti, la cura il servizio sono racconto del volto del Padre.

Gesù mostra il volto del Padre. Il IV vangelo esprime questo nel dire che Gesù ha manifestato la gloria del Padre, lo ha ‘glorificato’ nella sua vita. Nel suo cammino fino alla croce. E’ questo l’esito della sua fedeltà nel dono e nella consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono e del servire.

La prima lettera di Pietro offre uno sguardo al cammino della chiesa. La comunità di stranieri e pellegrini che camminano fissando lo sguardo su Gesù formano una costruzione composita di tanti elementi, pietre viventi. Unico fondamento è Cristo, non altri. Pietro chiama a stringersi a Gesù solo, ponendo lui al centro e tornando a lui.

E’ pietra scartata dagli uomini, ma allo sguardo di Dio è base su cui tutto cresce, è la prima pietra per una costruzione nello Spirito: ‘Stringendovi a Cristo, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”. Si ricordano così le parole del salmo ‘La pietra rifiutata dai costruttori è diventata la pietra principale. Questo è opera del Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!’ (Sal 118,22-23). Tutto l’edificio, una vita comune di molti diversi, dovrà crescere sulla base di questa pietra d’angolo (cfr. Mt 21,42-43).

C’è uno scandalo al cuore dell’esperienza del seguire Gesù: è il paradosso della ‘gloria’ che si rende presente nella croce e nello svuotamento. Ogni tentativo di evitare questo paradosso è tradimento da parte della chiesa che vive del suo unico Signore. E’ perdere di vista il fondamento di questo edificio che vive del medesimo respiro, lo Spirito di Gesù. Lo Spirito ha spinto Gesù nel deserto e lo ha guidato nel fare della sua vita un servire per gli altri. Il popolo che vive nello Spirito è chiamato a percorrere i passi del suo unico Signore: è lui la via.

Nella comunità ci sono diversi doni e servizi. Di fronte a situazioni nuove che pongono nuovi interrogativi ed esigenze si pone la questione di ripensare i servizi nella comunità. Ogni servizio viene da un dono e non è privilegio o motivo di superiorità. Chiede di essere vissuto nella forza dello Spirito, sorgente di ogni dono. Lo Spirito porta a scoprire l’altro non come nemico da escludere ma come volto da accogliere nella sua sofferenza e ascoltare, da servire come Gesù che si è chinato a lavare i piedi ai suoi e in questo gesto ha raccontato il mistero del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

(Bill Viola, The path / Il sentiero, 2002)

(Il video di Bill Viola presenta nel giorno del solstizio d’estate, di primo mattino, una folla di persone diverse, di età, condizione sociale e colore della pelle che cammina attraverso una pineta, formando un flusso continuo, senza interruzione, con ritmi diversi dei passi. E’ espressione del cammino che si compie sul ‘sentiero della vita’ – Mostra Palazzo Strozzi Firenze maggio 2017)

Piedi e cammino

Spesso, frequentando l’ambiente dello scoutismo, si sente ripetere un’espressione enigmatica ed evocativa: “lo scoutismo s’impara dai piedi”. C’è un’immagine che può esprimere visivamente quest’affermazione. E’ la foto scattata da Vladimir Cicmanec durante una manifestazione a Brno nel mese di aprile 2017. Una giovane scolta, 16 anni, di nome Lucie Mysilkova, regge uno striscione e affronta discutendo un naziskin con la testa rasata che con gesti agitati e i muscoli tesi le sta urlando qualcosa. Stavano discutendo di rifugiati e migranti.

La ragazza esprime nel suo volto sereno la forza di affrontare la rabbia contrapponendo le ragioni dell’accoglienza. La sua leggerezza pervade la scena, mentre attorno galleggiano nell’aria alcune bolle di sapone che riflettono i colori dell’arcobaleno. A fronte della violenza e dell’urlare del populismo becero di chi propone l’odio e l’esclusione c’è lo stare ritto, inerme, di questa scolta. Espressione di una forza mite che si contrappone alla violenza. Veramente dalla concretezza di gesti, di impegno, di coinvolgimento sale dai piedi un percorso educativo. E’ vero della grande avventura educativa che è lo scoutismo ma anche di tutti i percorsi autentici di comunicazione e di crescita.

Ogni maturazione profonda di vita non parte dall’alto, dai discorsi, dalle istruzioni, ma sorge dalla pratica vissuta, dalla condivisione, dal contatto diretto, dal tempo speso insieme, dalla terra… insomma da dove stanno i piedi. Dall’esperienza. Da lì sale qualcosa di indefinito e inesprimibile fino a raggiungere tutta la persona, fino a poter essere detto e comunicato. Non allora… dalla testa ai piedi ma il contrario.

Tante sono le cose che si apprendono nella vita ‘a partire dai piedi’ e forse è possibile anche declinare aspetti diversi di questa profonda indicazione pedagogica. Ciò che sale dai piedi è possibile per tutti perché per chiunque il contatto con la terra, con tutto ciò che sta in basso è possibile. A partire dai piccoli che non arrivano in alto, ma in basso sì. Quanto sta in basso è accessibile, senza esclusioni, anche per chi si sente ‘a terra’.

Il riferimento ai piedi parla anche di una concretezza che si attua nel camminare e nel tenere i piedi per terra. L’esperienza operativa, con le mani e con i piedi, il tirocinio delle cose, del concreto, costituisce luogo di crescita proprio perché implica un misurarsi con la realtà, un prendere le misure non solo in senso teorico, ma direttamente: attua un contatto con la vita e dà forma. E’ verifica della verità di quanto si dice. Tutto ciò che sale dai piedi dice concretezza e riferimento alla terra dove i piedi si poggiano. Non fuga ideale, copertura fumosa e ipocrita di parole vuote, ma luogo di formulazione di parole che respirano di esperienza vissuta. Ed è anche processo che si apre ad un divenire che non è chiuso, ma che si fa cammino. Forse per questo anche Gesù amava camminare sulla strada e ha indicato la via come luogo dell’incontro.

Camminare in tal senso, fare strada, e farlo insieme, è scuola di vita, esperienza di spiritualità più di tante elucubrazioni spesso compiute in luoghi asfittici e chiusi. E chi viaggia a piedi impara a guardare le cose in modo nuovo, diverso, con tempi lunghi, osservando. Camminare è arte da apprendere passo dopo passo, scoprendo il ritmo del respiro, imparando a dosare le forze, scoprendo il segreto del progredire in modo graduale, senza salti e senza la pretesa del ‘tutto e subito’. Senza illusioni su di sé, anzi nel lasciare che fragilità e debolezze si smascherino. Senza corse vissute ‘a perdifiato’ che conducono a spendere ogni energia e a trovarsi spossati senza più forza per perseverare nei tempi distesi del cammino. Perché camminare esige lentezza e pazienza.

Camminare chiede sguardo lungo e fiducia di compagnia. Non si arriva mai da soli. C’è una saggezza nascosta nel passo del camminatore che vale tante lezioni di maturazione nella scoperta di sé, nell’apprendere il bisogno degli altri, nell’aprirsi al senso di essere partecipi di una natura più grande di cui si è parte e che custodisce il rumore sordo dei passi. E quanti rumori diversi su suoli i più vari, un tappeto di foglie nella faggeta, una traccia sulla neve, un stretto sentiero di ghiaia tra le rocce, i sassi di una mulattiera, la sabbia levigata dalle onde sulla spiaggia o l’asfalto bagnato di città.

Uno spunto di riflessione proviene da Olivier Bleys, scrittore francese che ha vinto il Prix Goncourt des Lycéens del 2015 per un suo libro dal titolo Discours d’un arbre sur la fragilité des hommes. Bleys è camminatore che ha deciso di dedicare un mese all’anno al camminare, senza fretta e senza ansie di record, in un tempo limitato. Rilevante è la sua sottolineatura che il camminare è una forma di resistenza come pure la sua scelta del viaggio come risposta alla precarietà che caratterizza la condizione odierna:

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica ma anche nei confronti del mondo. E’ un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo, che in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente. Farlo in questo modo, un mese all’anno, è l’equivalente contemporaneo della cattedrale medievale: un progetto a lunghissimo termine, da tramandare eventualmente di padre in figlio. E’ la generosità di creare qualcosa che vada oltre la nostra esistenza… Nel suo essere ancestrale la marcia è un’attività super contemporanea, perché risponde ai bisogni di chi soffre per la folle velocità che ci impone il quotidiano… Quando cammino non penso a nulla, non lavoro, non costruisco storie. Non vado ‘oltre’. Al contrario, mi sento, totalmente parte del presente e del mondo che mi circonda, con il corpo e con la mente” (L.Traldi, On the road, La repubblicaD, 27 marzo 2017).

A proposito di piedi… Erri De Luca ha elencato una serie di ragioni per cui farne l’elogio: alcune fanno sorridere, altre danno a pensare:

“Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono le ali.
Perché scalzi sono belli.

Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene lo scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte” (Erri De Luca, Elogio dei piedi qui in una versione letta da Gian Maria Testa)

I piedi sorreggono e danno equilibrio al camminare. Nel loro toccare la terra sono memoria dell’importanza del cammino: quello sulle strade, sui sentieri di montagna o nei viottoli. Ma sono anche ricordo di cammini interiori da far rimanere vivi, da far progredire sempre oltre: quelli dell’interrogarsi, del rimanere fedeli alla terra, del non lasciarsi incatenare da un modo di vivere di fretta e di fuga dalla realtà.

Gesù lavò i piedi ai suoi amici quei piedi che avevano camminato su vie polverose. I suoi piedi, quei piedi da cui aveva imparato la concretezza della strada, glieli strinsero le donne al mattino di Pasqua: “Gesù venne loro incontro e disse: ‘Salute a voi’. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi…”

Alessandro Cortesi op

Una bella lettera…

Abramo e Sara.jpg
Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

XIII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_0149_2.jpg1 Re 19,16-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Eliseo è investito della chiamata a seguire il grande profeta Elia quando viene coperto dal mantello gettato su di lui. La sua vita cambia: il mantello diviene così simbolo di una svolta, indica una chiamata ed un invio. Lascia il suo lavoro, la cura dei buoi che guidavano la sua aratura e si pone al servizio di Elia, lo segue divenendo suo discepolo: si apre il cammino alla missione del profeta. Sarà uomo di Dio; la sua missione non è un attività da eseguire ma consiste nel rimanere in ascolto, nello stare sotto la parola di Dio, esserne annunciatore senza temere i potenti. Alla morte di Elia, Eliseo raccoglierà il suo mantello (2Re 2,13-14), con esso aprirà ancora le acque, segno di un esodo che si rinnova: testimoniare la parola di Dio è apertura di percorsi di liberazione per tutti, per chi si sente estraneo e lontano, oltre i confini (2Re cap. 5; cfr. Lc 4,27). Nei suoi gesti Eliseo si manifesta ‘uomo di Dio’, testimonia che Dio è liberatore e vicino, e non segue le logiche di dominio umane. Il mantello ricevuto al momento della sua chiamata gli apre la strada ad attuare in modo nuovo il percorso di liberazione dell’esodo, un percorso personale, e che si allarga a divenire esperienza di popolo.

“mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo si diresse decisamente verso Gerusalemme.. mentre andavano per strada un tale gli disse…”. La strada verso Gerusalemme è luogo del camminare di Gesù, percorso che simboleggia l’intera sua vita. Le prime testimonianze su Gesù lo presentano come ‘colui che è passato facendo del bene…’ (cfr. At 10,38). Il suo cammino è un andare attraversando strade luogo di incontro, ma anche un rimanere in cammino interiore: sulla strada Gesù incontra, dialoga, e coinvolge nel suo itinerario.

Gesù ‘fece il viso duro’ e si diresse verso Gerusalemme: decide liberamente di affrontare il rifiuto che si oppone al suo camminare, al suo passare facendo del bene. Si dirige verso la città del tempio e della classe sacerdotale, centro dei poteri politico e religioso che si sentono minacciati dalla sua predicazione inerme. Ma Gerusalemme è anche il luogo dell’alzarsi dalla morte, dell’orizzonte di pace a cui il suo stesso nome fa riferimento.

Il suo cammino diviene anche proposta ai suoi di mettersi in cammino, di uscire dalle tranquille sicurezze, per vivere la sfida e la precarietà del viaggio. Israele era nato come popolo nel cammino dall’Egitto alla terra promessa. La fede biblica è impregnata del senso del camminare, nel deserto, nella scoperta della presenza di Dio vicino, pellegrino e nomade con il suo popolo. Nel cammino si incontra Dio che spinge ad andare sempre oltre, a guardare al futuro come suo dono.

Nel cammino Gesù rifiuta ogni logica di violenza anche di fronte a chi non vuole riceverlo. Rimprovera i suoi che pensano di mandare il fuoco quale segno di Dio. Gesù si distanzia da tutto ciò: il fuoco che vuole accendere è di tipo totalmente diverso dal fuoco che distrugge, è piuttosto fuoco di dedizione nonostante il rifiuto.

Sulla strada varie persone chiedono a Gesù di seguirlo; Gesù stesso rivolge l’invito ‘seguimi’. Al cuore di questo brano Luca indica così la questione del seguire Gesù. ‘seguire’ è verbo che racchiude tutta la vita di chi si pone in relazione con Gesù. Non si tratta di acquisire un sapere riservato o particolari abilità. Seguire non è neppure sinonimo di una esecuzione obbediente di un codice di comportamenti o di regole stabilite. E’ piuttosto movimento dell’intera esistenza: è verbo di movimento, implica scelte libere, ad ogni passo incontra rischi, sfide, imprevisti, esige creatività, impegno e lotta per andare avanti. Seguire sulla strada implica soprattutto una condivisione di vita, entrare in un rapporto personale.

La strada, interiore ed esteriore costituisce il luogo in cui il rapporto si attua nella vita. Gesù chiama con urgenza e con una sorprendente radicalità. A differenza di Eliseo Gesù chiede un’apertura al futuro che non lasci spazio a chiusure o nostalgie del passato. Chi decide di seguire Gesù è chiamato a condividere la sua precarietà, non ci saranno ‘tane sicure’ o nidi protetti. E’ chiamata ad una vita che non può lasciarsi imprigionare dalla morte: ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Gesù pone una esigenza radicale che coinvolge tutta l’esistenza: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. L’aratro preso tra le mani è simbolo di scelte capaci di durata nell’affidamento a lui. E’ un aratro per rivolgere le pesanti zolle della terra della nostra vita, un aratro per poter seminare e rendere la terra accogliente di un dono.

Il cammino racchiude l’esistenza di Gesù e nell’appello seguimi Gesù coinvolge la nostra nella sua: è una chiamata alla speranza, alla vita condivisa, al generare una convivenza di pace.

Luca presenterà l’esempio della vita del discepolo come l’andare per la strada: i due discepoli, sconsolati, di Emmaus, incontrano proprio sulla strada uno sconosciuto che si affianca, li segue e si ferma con loro accendendo un fuoco di presenza e di gioia nel loro cuore. Il camminare di Gesù con noi è cammino di compagnia e di vicinanza: nel dialogo si fa progressivamente strada il riconoscimento la scoperta del significato della sua morte e l’apertura alla novità della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

 

IMG_0143_2.jpgFuoco dal cielo

“L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo”

E’ un pensiero di Aung San Suu Kyi, leader della resistenza nonviolenta da trent’anni in Birmania, che sintetizza la sua azione e la sua testimonianza. Fondatrice della Lega Nazionale per la democrazia nel 1988, Premio Nobel per la pace nel 1991. Benché avesse vinto le elezioni del 1990 fu costretta agli arresti domiciliari per quindici anni in un paese in cui le forze militari, in seguito ad un colpo di stato nel 1962, hanno tenuto per decenni il controllo del parlamento instaurando una dittatura e soprattutto dominando l’economia instaurando un monopolio di aziende che ha generato ingenti ricchezze per i generali. Una clausola della costituzione redatta appositamente contro San Suu Kyi le impedisce di essere presidente. Dopo la vittoria nelle prime elezioni libere svoltesi nel novembre 2015 dopo 54 anni di dittatura, non ha così potuto ottenere la carica di presidente, affidata al suo amico d’infanzia Htin Kyaw, ma certamente guiderà le politiche del governo nonostante il persistente controllo e la presenza in parlamento di una forte componente dei militari.

Aung San Suu Kyi ha resistito in stile di nonviolenza alla privazione di libertà a cui è stata sottoposta ed ha sopportato la sofferenza del distacco dai suoi figli e dal marito, fino a non poterlo vedere nel tempo della malattia che l’ha condotto alla morte. The Lady – questo è il soprannome con cui è stata indicata, divenuto il titolo del film di Luc Besson del 2011 – ha mantenuto fedeltà ad una solidarietà con il suo popolo sulle tracce dell’insegnamento buddista e dell’esempio di Gandhi della nonviolenza, con fermezza ma senza mai cedere alla logica della violenza propria dei generali del regime. Famosa è la canzone a lei dedicata dagli U2, dal titolo Walk on, vai avanti (estratto dall’album “All That You Can’t Leave Behind”:

“E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E l’amore non è cosa facile
L’unico bagaglio che puoi portare
E’ tutto ciò che non puoi lasciare indietro
E se la tenebra è per tenerci separati
E se la luce del giorno sembra essere molto lontana
E se il tuo cuore di vetro si spezzasse
E per un secondo tu tornassi indietro
Oh no, sii forte
Vai avanti, vai avanti
Quello che possiedi, non possono rubartelo
No, non possono nemmeno sentirlo
Vai avanti, vai avanti
Stai al sicuro questa notte
Stai facendo la valigia per un posto
Dove nessuno di noi è stato
Un posto che deve essere creduto per essere visto
Avresti potuto volare via
Un uccello che canta in una gabbia aperta
Che volerà solamente, volerà solo verso la libertà
Vai avanti, vai avanti ……”

Orchidea d’acciaio è stato il nome con cui San Suu Kyi è stata descritta per la sua decisione unita alla gentilezza a cui mai è venuta meno.

“Signore vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? Si voltò e li rimproverò…”(Lc 9,54-55)

Alessandro Cortesi op

Epifania del Signore – 2016

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“Alzati rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te… cammineranno i popoli alla tua luce…”.

La pagina di Isaia apre uno squarcio sul nostro presente: movimenti di popoli, gente che cammina portando in braccio i propri figli, fiumane di volti che arrivano da lontano. Ma in questa pagina questo movimento è visto con gioia: è il disegno di Dio nella storia l’incontro di popoli e questo è luce che viene, è segno della gloria di Dio che si chiama pace. Nel nostro presente c’è una chiamata nascosta che invita ad un cambiamento profondo nel concepire la vita e nella scelta di stili diversi. Con occhi nuovi…

Gli occhi dei Magi erano occhi che scrutavano le stelle: occhi aperti all’interrogazione che proviene dal volgere lo sguardo in alto, oltre il proprio orizzonte e al di là dei percorsi soliti e riconosciuti, oltre le inferriate. Occhi curiosi e che danno peso alle cose, ai percorsi dell’interrogarsi umano, alla ricerca in tutti i campi del sapere che è sempre apertura di luce. Occhi sensibili alla luce e ai suoi messaggi.

Gli occhi dei Magi hanno saputo scorgere nella luce della stella un invito, si sono lasciati provocare dall’intraprendere un cammino nuovo, si sono messi in viaggio. L’oriente il luogo in cui si leva il sole non è tanto un luogo geografico, quanto un atteggiamento interiore di chi si leva, si lascia alzare da una luce accolta e inseguita. Sono immagine di tutti coloro che nella storia non hanno accettato le risposte già date, ma hanno preso sul serio l’avventura della responsabilità. Per contrasto il re Erode e con lui tutta Gerusalemme sono turbati: è terribile pensare che sono turbati color che hanno in mano le Scritture, che studiano e possono guidare i popoli. Il cammino dei magi, il loro presentarsi a chiedere senza arroganza è uno stile diverso, fa vacillare certezze acquisite, genera paura e turbamento perché il potere può essere scalfito, perché la vita di Erode e di tutta la città con lui viene minacciata di cambiamenti senza previsione.

Gli occhi dei Magi vivono la contentezza di ritrovare la luce della stella: sono aperti a cogliere i segni all’interno di una ricerca che li mantiene aperti e in ascolto, non chiusi all’interno di mura ben salde delle loro certezze e del loro potere. Il loro accogliere il cammino è l’atmosfera per poter ritrovare sempre nuova luce. E la luce li guida a chinarsi davanti ad un bambino, in braccio a sua madre. Matteo nel suo vangelo ci dice che questo è il punto di approdo, luogo di una grandissima gioia.

Aprendo i loro scrigni si scoprono essi stessi accolti e guardati. Il dono non è quello che fanno ma quello che ricevono: perché quel bambino dice loro che il volto di Dio si rende vicino nei piccoli, in un’umanità fragile e dimenticata, bisognosa di tutto, come un bambino. E’ il volto di un bambino indifeso e inerme, tenuto in braccio a sua madre il luogo dove la luce si fa volto. Ma quella luce è dentro ogni ricerca e spinge per altre strade a ripartire a tornare al quotidiano.

Vitrail dans l'Église de la Réconciliation, Taizé

Vitrail dans l’Église de la Réconciliation, Taizé

I magi incontrano così il volto di un re, di un messia, del servo che da’ la sua vita: l’oro regale, l’incenso, e la mirra profumo della sepoltura già indicano i tratti del volto di questo bambino, che rimarrà ‘piccolo’, emarginato e trattato senza pietà anche quando sarà grande. Ma anche indicano le caratteristiche di re sacerdoti e sposa (la mirra del Cantico de Cantici profumo della sposa) che non appartengono come esclusiva a nessun popolo e a nessuna chiesa, ma sono doni per i lontani, portati da loro che si scoprono riconosciuti come preziosi.

Il volto del bambino è luce di uno sguardo che riprende ogni luce del cielo, Ma anche forse ogni luce è in qualche modo riflesso di questo suo sguardo. E’ il suo sguardo, luce che fa uno con tutti i piccoli segni di luce che hanno guidato il cammino di questi cercatori di stelle che Matteo ricorda nel suo vangelo, ma che guidano anche i cercatori di stelle che sono le persone in ricerca oggi. Forse sperduti, forse con più interrogativi che risposte dentro al cuore, forse spaesati di fronte alle certezze ed alla immobilità dei diversi poteri.

mantegna-adorazione-dei-magiAndrea Mantegna, adorazione dei magi

Gli occhi dei magi, sono occhi che si sono fatti riflesso di quello sguardo innamorato, che spia attraverso le inferriate, sguardo di pietas: giungono ad un bambino, ma quel bambino è Gesù, come anche la luce che proviene da tutte le luci, da tutti gli sguardi che attendono di essere incrociati con sguardo capace di attenzione, di ascolto di riconoscimento.  La provocazione per noi sta nell’accogliere: accogliere le luci di ogni ricerca, accogliere i volti feriti manifestazione, farsi vicino del Deus humanissimus: “avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Alessandro Cortesi op

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