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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXI domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(S.Angelo in Formis, affresco XI sec.)

Sap 11,22-12,2; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

L’incontro di Gesù con Zaccheo è un racconto proprio di Luca. Tutto ha inizio con un movimento di Gesù: ‘entrato in Gerico attraversava la città’. Gesù passa mentre il suo cammino è diretto verso Gerusalemme: c’è un orizzonte del suo camminare,  la città di Gerusalemme, sede del tempio, luogo in cui si riconosceva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e dove Gesù vivrà la passione e la croce, manifestazione del volto dell’amore, dell’esserci di Dio in modo paradossale.

Ora passa per la città di Gerico. La città è luogo di incontro e di relazione, ma anche luogo della folla che diviene massa: la folla si fa ostacolo e barriera che tiene escluso qualcuno. Zaccheo è tenuto distante per varie ragioni. E’ infatti capo degli esattori delle imposte, quindi malvisto dai suoi concittadini, temuto per il suo potere ed emarginato; ed è anche ricco. La sua ricchezza sorge dai guadagni ricavati dalle tasse estorte. Inoltre è piccolo di statura e non riesce ad imporsi.  Impedimenti fisici e interiori oltre alla folla sono di ostacolo al suo desiderio, che pur lo spinge ad uscire, di vedere Gesù. C’è un’insistenza in questa pagina sul verbo ‘vedere’: “Zaccheo cercava di vedere quale fosse Gesù… corse avanti per poterlo vedere”. Nonostante limiti ed gli impedimenti Zaccheo porta in sé una ricerca e desidera vedere. Con creatività e con un po’ di abilità supera gli ostacoli e soddisfa il desiderio di vedere: ‘allora corse avanti e per poterlo vedere salì su un  sicomoro, perché doveva passare di là’.

Zaccheo corre, sale e attende: è descritto in tre movimenti. Per Luca sono questi i movimenti del cuore umano. Ognuno si muove verso qualcosa, e avverte l’urgenza del correre; di fronte agli ostacoli ognuno mette in atto in mdi diversi tecniche per andare oltre. Infine nel cuore umano c’è un’attesa che può essere spinta ad uscire, curisoità, passione, ricerca… E’ un’attesa che al fondo attende un incontro non frutto di operare umano, di propri sforzi o conquiste ma accoglienza di un dono. Zaccheo diviene così simbolo per Luca di uomini e donne che sono considerati e tenuti fuori, lontani, mentre Gesù sta passando di là.

Solo a questo punto Gesù è presentato nel prendere l’iniziativa: è lui che alza lo sguardo – è lui che lo ‘vede’ – e dice a Zaccheo ‘scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua’: dal passare per la città al fermarsi nella casa. Viene indicato lo stile di Gesù. Gesù è uomo capce di alzare lo sguardo oltre confini stabiliti, sa vedere i volti oltre barriere costruite dalle folle. Gesù vive il gusto di entrare a casa, di stare nei luoghi che racchiudono i segreti della vita e della quotidianità. L’incontro di Gesù è personale relazione con un ‘tu’, evita le folle quando sono massa indistinta, nella folla riconosce i volti. Gesù così chiama per nome Zaccheo, lo individua come unico.

Zaccheo che viveva una chiara ma anche inconsapevole attesa non era preparato a tanto. Si trova spiazzato e superato in ogni suo desiderio: aveva curisità di vedere e si sente chiamato ad incontrare. Si lascia prendere dalla gioia di essere coinvolto in un incontro che invade la sua vita, la sfera della casa: ‘Oggi devo fermarmi a casa tua’. C’è in queste parole un’urgenza ma c’è anche l’indicazione di un tempo che viene trasformato. L’oggi uguale a tanti altri diventa un tempo nuovo, una svolta che si compie non più nella strada ma nella casa. La casa di Zaccheo è il luogo dell’intimità della sua vita.

La risposta di Zaccheo è pronta: scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Anche Gesù ha superato le barriere, anche lui è salito con lo sguardo a vedere Zaccheo: le parti si rovesciano. Zaccheo cercava di vedere Gesù: è invece Gesù che lo cerca, lo riconosce tra la folla, fissa su di lui lo sgardo e lo invita. Lo precede oltre ogni previsione. E’ ancora lui che supera l’ostacolo della folla tra cui si diffonde la voce maligna che commenta: ‘è andato ad alloggiare da un peccatore’. Contro il perbenismo, il giudizio e disprezzo per gli altri, il disilluso sguardo per cui nulla e nessuno può mai cambiare – giudizio celato dietro questa espressione – Gesù entra nella casa di chi è lasciato lontano o pensa di essere ai margini.

In quella casa si compie così il miracolo dell’accoglienza. Gesù è accolto non solo nella casa ma nel cuore, nella vita di Zaccheo: quell‘oggi’ non rimane un fatto interiore o individuale. Quell’incontro diventa momento di scoperta di un nuovo modo di intendere la vita. I suoi averi, le sue ricchezze non tengono più il primo posto. La vita di Zaccheo viene proiettata sugli altri. Gesù che entra nella sua casa lo spinge ad un cammino di libertà: un nuovo rapporto con gli altri, che proviene non da prediche moralistiche, ma da un movimento libero, interiore, della coscienza: ‘io do la metà dei miei beni ai poveri, e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto’. In quella casa si compie l’ ‘oggi’ della salvezza. Salvezza per Zaccheo ha il sapore di una vita che acquista dimensioni nuove, diviene ‘buona’ per lui, guardato e accolto proprio nella sua casa, e per gli altri che popolano la sua esistenza.

‘Anch’egli è figlio di Abramo’ sono le parole conclusive dell’episodio, ‘il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto’. Alla ricerca di Zaccheo che cercava di vedere, corrisponde e precede la ricerca del Figlio dell’uomo per salvare. Gesù che va incontro a Zaccheo è indicazione ad incontrare Gesù che nel nostro oggi  va in cerca di tutti i figli di Abramo per introdurli nella gioia, possibilità di vita buona, di un rapporto nuovo tra di noi e con Dio.

Al centro sta la casa. E’ la presentazione di una scoperta: in Gesù si rende vicina la compassione di Dio che ama tutte le cose esistenti e nulla disprezza di quanto ha creato.

Alessandro Cortesi op

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(Sieger Köder, Zaccheo)

Spazi altri

“Il perfetto nonluogo è quello dove le relazioni sociali sono tutte completamente decifrabili attraverso l’osservazione. Ma in questi luoghi non c’è libertà, la residenza è assegnata. […] Si tratta di spazi dove la condizione normale è quella di essere soli”. Marc Augé parlando dei non luoghi definiva in questo modo spazi ben presenti nella vita oridnaria delle persone oggi: indicava così infatti i luoghi anonimi del consumo in cui chi passa vi scorre senza lasciare alcuna traccia. Gli aeroporti, le stazioni, i grandi magazzini sono ‘nonluoghi’ in quanto luoghi di un passare dove non c’è un abitare di volti che si riconoscono, ma solitudini che s’incrociano nell’indifferenza della folla. Forse si può indicare come nonluogo sia lo spazio della folla radunata al passare di Gesù, ma anche la casa di Zaccheo, nonluogo di solitudine senza rapporto.

E’ stato il filosofo Michel Foucault ad avere riflettuto in modo particolare sugli spazi e la sua ricerca lo ha portato a riflettere su quelli che egli denomina ‘eterotopie’: sono questi ‘spazi altri’ che sono in relazione ad altri luoghi, tuttavia gli ‘spazi altri’ rovesciano i rapporti che altri spazi indicano o rispecchiano. Con le parole di Foucault essi sono «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». (Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, ed.Mimesis)

La casa di Zaccheo nel momento in cui si apre alla visita di un ospite inatteso e improvvisamente accolto appare divenire uno ‘spazio altro’: quella casa infatti era il luogo della ricerca dell’accumulo ed insieme della separazione dalla vita di altri. La parola di Gesù che chiede di entrare, genera in quel medesimo spazio un luogo altro: in quella casa infatti si genera un contrasto e una inversione di rotta. Da luogo di solitudine diventa spazio di gioia. Viene sospesa la regola dell’approfittarsi, e si inverte il cammino: “Io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e se ho rubato a qualcuno restituisco quattro volte tanto….”

Zaccheo era uscito dalla sua casa mosso da un desiderio, avvertendo una curiosità, o forse una mancanza nella sua vita, vivendo quel momento come uscita da un utero protetto di sicurezze e di tranquillità. Dopo l’incontro con Gesù il suo abitare la casa si apre ad uno scoprirsi abitato. E’ lo sguardo di Gesù che lo abita nell’incontro e l’essere riconosciuto e invitato a scendere dall’albero rovescia le gerarchie della sua vita. Ora per lui la cosa più importante diviene non più qualcosa, connesso alla ricchezza e al suo dominio, ma qualcuno.

Gesù si fa ospite che chiede accoglienza, ma egli stesso offre ospitalità pur non avendo casa perché fa spazio nel suo ‘guardare’ a quell’uomo, basso di statura, tenuto lontano dagli altri e che si riteneva escluso. Zaccheo viene spiazzato da tale ospitalità inattesa. Da qui sorge un movimento di apertura nuova di spazi. La sua casa diviene luogo di incontro, di condivisione, di stare insieme. Non luogo dell’appartarsi, ma luogo del condividere: ‘spazio altro’, appunto.

La sua casa diviene abitazione in cui si rende possibile l’accoglienza: un altro capovolgimento si attua. L’abitare di Zaccheo diviene abitare una casa che si fa spazio in cui i confini da barriere di divisione divengono luoghi di attraversamento. La sua vita è proiettata su rapporti nuovi e il suo abitare si allarga a scorgere coloro, anche sconosciuti, gli altri, che abitano la sua vita.

Il suo abitare diviene caratterizzato da responsabilità e cambiamento. In quella casa in cui l’abitare era segnato dalla regola del sopraffare e del dominare, e i cui spazi erano occupati dalla preoccupazione per il denaro da accumulare, l’abitare stesso si apre ad una nuova libertà di condividere. Lo spazio dell’isolamento dell’esattore che mira a frodare si capovolge in spazio di una ospitalità che si allarga ad altre presenze. La casa di Zaccheo diviene luogo altro, eterotopia: nel luogo dell’accumulo e della frode Gesù porta il suo venire, il suo entrare che spalanca alla condivisione. Ancora uno spiazzamento: il peccatore, l’additato come fuori dalla salvezza è lui ad essere abbracciato da un senso nuovo della vita che lo libera. Salvezza come scoperta di essere abitato.

Tutti viviamo in luoghi spesso abitati solamente da solitudini confinanti, abitiamo case che nei loro spazi custodiscono ed esprimono un’identità vissuta o desiderata. I luoghi dell’abitare possano diventare espressione di identità scoperte in relazione – essere figli di Abramo, quell’uomo che partì senza sapere dove andava ma spinto da una fiducia – e aperte ad essere ‘luoghi altri’.

Alessandro Cortesi op

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II domenica dopo Natale – anno B – 2015

DSCF5506Sir 24,1-4.8-12; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

“Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora…”

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”

“Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà”.

Due versetti delle letture di questa domenica accostati ad un brano del discorso di Francesco, vescovo di Roma, ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti a Roma il 28 ottobre 2014. In tale accostamento sta una provocazione ad intendere le pagine della Scrittura di questa domenica quale chiamata a scorgere come possiamo oggi fare casa insieme e accogliere la presenza di Dio che prende dimora e apre ad una storia in cui le case siano luoghi di condivisione: come possiamo rendere le nostre case luoghi di ospitalità viva e apert?

“Venne ad abitare… ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: questa parola evoca il il segno della presenza nascosta di Dio, la dimora, l’arca dell’alleanza, segno di quella vicinanza del Dio incontrato vicino nel cammino dell’esodo.

Il dimorare in mezzo a noi di Gesù come parola e comunicazione del Padre, è l’annuncio al centro di queste letture.C’è infatti al centro un messaggio sulla dimora, e la dimora è la casa. Casa di Dio e case di uomini e donne: l’umanità di Gesù è dimora di chi si è reso solidale fino in fondo con la nostra storia umana.

Nella realtà delle case umane, nella diversità delle forme in cui l’abitare insieme prende concretezza alle diverse latitudini, dalle capanne agli appartamenti, dalle case di campagna a quelle delle città, dalle costruzioni di fango e pietra alle abitazioni di cemento e mattoni, dai ripari dei luoghi caldi a quelli di regioni segnate dal gelo, la casa è luogo della vita, dello stare insieme, delle relazioni: del mangiare insieme, del lavoro domestico, dell’amore, del riposo, del tempo quotidiano, del riparo da pericoli e intemperie, della parola scambiata e della condivisione del tempo e delle cose.

Viviamo oggi l’ingiustizia di non procurare una dimora dignitosa a tanti e di essere indifferenti verso chi non ha casa. Essere senza casa non è solamente essere privi di un tetto, ma significa molto di più: reca con sé l’essere relegati in un isolamento senza attenzione e senza cura. Mentre il vangelo ci parla di un Dio che si mette in relazione e vuole che tutti si sentano a casa come figli attesi e accolti. Come vivere una umanità che sia casa per altri?

Natale è scoperta che la presenza di Dio in mezzo a noi prende casa in una umanità fragile. Il bambino di Nazaret è appello a vivere l’incontro con Dio nell’incontro con l’umanità ferita e senza sostegno. E’ una via di sapienza da accogliere per cambiare le nostre vite. Per scoprire la bellezza di una casa e come nel quotidiano si apre la possibilità d’incontro con Dio. Non è un Dio lontano e inavvicinabile ma si è fatto vicino prendendo casa nella nostra umanità, e sta dentro la nostra vita. Questo significa una spiritualità dell’incarnazione: la carne, cioè la vita concreta di uomini e donne è luogo dell’incontro con Dio che ha preso casa tra di noi nella vita di Gesù.

Alessandro Cortesi op

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V domenica di Pasqua – anno A- 2014

DSCF4994At 6,1-7; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Le parole che Gesù certamente disse ai suoi nei momenti prima della passione e nella cena sono rimaste scolpite nei cuori dei suoi amci. Solamente dopo la Pasqua queste parole trovarono modo di riaffiorare, di essere riportate alla memoria, di ritrovare formulazione nuova, nella luce dell’incontro con lui vivente. Di bocca in bocca, di ricordo in ricordo fino ad essere messe per iscritto: nel IV vangelo divengono discorsi, lunghi, occupano quattro interi capitoli. In questo parlare Gesù manifesta ai suoi se stesso, la sua identità e chiede loro di passare dal turbamento all’affidamento, dallo sgomento della morte al credere nella vita: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Credere nel IV vangelo è verbo usato con un senso dinamico, di tensione, apertura: un verbo di movimento e non di stabilità. ‘Credere in’: essere proiettati verso un incontro in cui entrare nel coinvolgimento sempre più profondo. Il movimento del credere ha i tratti di un cammino, da attuare su una via, esperienza mai chiusa. A conclusione del suo scritto Giovanni dice che quei ‘segni’ sono stati scritti ‘perché continuiate a credere…’ (Gv 20,31) e credendo poter trovare il senso profondo della vita. Credere e continuare a credere sono il cammino di chi accoglie il parlare di Gesù.

Nei discorsi di addio si rende presente ciò che Gesù affida ai suoi ed anche ciò che chiede loro nel tempo della sua assenza. E’ un discorso di partenza: Gesù annuncia che se ne va. Ma è un andare che mantiene una relazione con i suoi ed apre ad un modo di presenza nuova. E’ andare che inaugura un’assenza ma anche apre un tempo di attesa e la promessa di ritrovarsi. “Io vado a prepararvi un posto: quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”

L’andarsene di Gesù, la sua morte, non è un abbandono, ma è promessa di un ‘essere con’, è richiesta di ‘rimanere in lui’, legati a lui per ritrovarsi: il IV vangelo suggerisce in questo modo come l’assenza di Gesù apre ad un nuovo orizzonte di relazione. Il suo andarsene apre un tempo nuovo, abitato dal un preparare un incontro, una comunione: la preparazione di un dimorare insieme. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti”. Le nostre forme di abitazione sono concepite spesso per garantire la chiusura e l’esclusione, per non lasciare spazi ad altri. Quello di Gesù è un abitare non ristretto né escludente, ma dove gli spazi si allargano. La casa del Padre non è una casa dagli spazi angusti: la metafora rinvia al senso profondo della casa come luogo dell’abitare, della protezione, ma anche della relazione. Vi sono molti posti.

L’andarsene stesso di Gesù non è solitudine ma è rapporto con il Padre. La partenza di Gesù offre uno squarcio sulla casa del Padre. La casa, luogo di vita, di incontro, di relazioni di molte e diverse presenze. E’ una casa con molti posti. E c’è la promessa di un ritorno. La vita che accoglie l’esperienza del credere è movimento aperto verso il futuro: “credete in Dio e credete anche in me” è la richiesta di Gesù ai suoi. E’ una richiesta che colloca in un cammino, in una tensione. La stabilità di esperienza di comunità che si sono accomodate in situazioni stabili, o rinchiuse in nostaglie di passato ed hanno così perduto ogni tensione al futuro nell’organizzare il potere del presente, sono lontane dalla richiesta di Gesù. Ai suoi Gesù chiede di mantenere quel senso di provvisorietà che apre al camminare sempre, la tensione al futuro e l’attesa del suo ritorno: c’è una centralità del rapporto con lui al cuore del credere, nella vita dei credenti. Credere allora è mantenere vivo questo incontro, attendere lui nel suo ritorno, rimanere con lo sguardo fisso in una tensione di cammino, e continuare a camminare.

Da qui sorge la difficoltà di Tommaso: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’. Gesù dice ai suoi che sta andando al Padre: il suo luogo è la vita del Padre. E a Tommaso indica la sua vita come via: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. Il suo essere ‘via’ si connota come preoccupazione di chi va a preparare una accoglienza. Il tempo che si apre nella assenza di Gesù è tempo di apertura. La comunità che Gesù sogna è comunione in cui vi sia spazio per l’originalità e la diversità dei molti in un incontro che è risposta alle attese più profonde della vita umana.

Il suo essere ‘via’ sono i suoi gesti, le sue parole, le scelte e lo stile del suo passare. E’ una vita in cui ‘mostra il Padre’. Gesù aveva detto ‘Io sono la porta’ (Gv 10,9). Luogo di passaggio, la porta, per entrare ed uscire, in quell’incontro che è ‘venire al Padre’. Tutto il suo essere è orientato al Padre: nel prologo del IV vangelo si dice che la Parola era ‘rivolta verso il Padre’ (Gv 1,1). Così Gesù, Parola fatta carne, nella sua vicenda umana è luogo di trasparenza del volto del Padre: ‘fa vedere’ nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri il volto invisibile del Padre e con la sua vita lo racconta e se ne fa esegeta: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, che ha il volto del Padre misericordioso. E’ il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza e si consegna fino in fondo a noi. Gesù – è una delle linee centrali del IV vangelo – manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo lasciarsi condurre alla croce. La sua morte è esito di scelte storiche compiute nella linea di un amore che pone al primo posto le persone, preoccupato di un posto per tutti, un amore che si dona e si consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono di sè, del servizio, della fedeltà in un amore esigente e libero percorsa da Gesù.

‘Signore mostraci il Padre e ci basta’: la richiesta di Filippo è eco di una grande attesa del cuore di uomini e donne in ricerca: scorgere la manifestazione percepibile nelle misure umane della Realtà ultima, poter vedere il volto di Dio. E’ un desiderio che attraversa il Primo Testamento questa tensione a scorgere il volto. E’  la domanda di Mosè: ‘Mostrami la tua gloria’ (Es 33,18) ed è il desiderio del credente dei Salmi: ‘Rispondimi presto Signore… non nascondermi il tuo volto’ (Sal 143,7) ‘Fino a quando Signore, mi nasconderai il tuo volto?’ (Sal 13,2). Gesù rinvia al suo essere nel Padre: ‘Non credi che io sono nel Padre?’. E richiama Filippo al suo percorso umano: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre… il Padre che è in me compie le sue opere’. Gesù nella sua vicenda di uomo, nel suo agire, nelle sue parole e nelle sue opere ha raccontato il volto del Padre. Lo ha raccontato come volto di chi raccoglie l’attesa e la ricerca di uomini e donne in camino, di chi rompe divisioni e barriere per far sentire a casa coloro che sono tenuti fuori e distanti. Lo ha raccontato nel distribuire il pane come condivisione, segno di un Padre che soffre per la vita dei suoi figli. Lo ha raccontato nel suo dare la vista a chi non ci vedeva e nel criticare la pretesa di un vedere che non si apre ad uno sguardo più profondo. Lo ha raccontato nel gesto della vita offerta e donata, sino a scendere e lavare i piedi ai suoi nell’ultima cena. Lo ha raccontato affrontando la condanna ingiusta in fedeltà ad una consegna al Padre e agli uomini e donne, all’umanità assetata.

DSCF4846Alcuni spunti di attualizzazione di questa pagina

Un primo elemento su cui riflettere potrebbe essere l’immagine della ‘casa del Padre’: la casa del Padre e le nostre case. Gesù va a preparare un posto e indica la casa del Padre come casa dai molti posti, dove poter dimorare, trovare accoglienza e rifugio. L’esperienza quotidiana del preparare posto è carica di bellezza e attesa: come il preparare un posto quando una nuova nascita si avvicina, ma anche la più ordinaria esperienza dell’ospitalità in cui si prepara dando spazio all’ospite atteso, così per il ritorno di persone care, e per visite non porgrammate che generano l’atmosfera di un veloce riassestamento di tempi, spazi e attenzioni. La casa è luogo in cui preparare posto, ed è forse immagine per la nostra vita chiamata ad essere preparazione di posti perché altri nell’incontro possano trovare casa e sentirsi a casa in quel calore di accoglienza che solo una casa abitata sa offrire. Possiamo trasmettere accoglienza perché noi stessi siamo attesi e accolti nella casa del Padre. Il nostro abitare è spesso segnato dalla paura, dal ripiegamento. E’ un abitare sovente con pochi posti a disposizione e in cui talvolta non si dà il tempo per preparare qualcosa per altri. Il pensiero alla casa può ampliarsi a considerare la casa del cuore, la propria persona come casa di incontro, ma anche la casa come grande metafora di una convivenza di popoli, la ‘casa comune’ che con le nostre scelte costruiamo: una casa di pace o di guerra. ‘Casa comune’ è stata nel passato immagine applicata ad un progeto di costruzione dell’Europa come convivenza di popoli diversi, divisi da secoli di violenza e prevaricazione ma uniti da un ideale di pace, in apertura al mondo non come fortezza isolata. Viviamo oggi le contraddizioni di un presente in cui proprio in Europa crescono tanti egoismi che chiudono spazi all’altro, in cui le paure generano esclusione e chiusura, in cui l’accoglienza, il fare posto all’altro viene dimenticata e prevale la preoccupazione di difendere e allargare i propri spazi.

Gesù invita i suoi ad aprirsi alla via. Il credere non è tranquilla acquisizione ma è cammino. E’ molto bella l’intuizione di Agostino che scorgeva porprio in Gesù la via e la patria, la via da seguire e il porto da raggiungere. “Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. E’ insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta” (Discorso 261) Questa suggestione del cammino ci riporta ad un’esperienza del credere da intendere con le caratteristiche di ogni cammino. E’ fatta di orientamento, di fatica, di tensione verso una meta e non di pretesa di essere già arrivati. Un cammino è fatto di tanti incontri e così anche il credere avviene solamente nell’incontro.

Gesù è il racconto, la autentica parabola del Padre: come nelle sue parabole Gesù non chiude in una definizione e non offre speculazioni ma racconta e delinea i tratti di un volto nel dinamismo di una vita che coinvolge, così la sua stessa esperienza è racconto, parabola del Padre. Con le sue parole e i suoi gesti narra un volto che solo può essere incontrato nell’entrare in relazione. Conoscere indica una relazione profonda, di intimità, di esperienza. Gesù parla di verità non come una dottrina da conoscere e possedere a livello intellettuale. Piuttosto la verità è vivente: è la sua persona. Non si può possedere, ma solamente accogliere e in lui ‘rimanere’, sperimentando una conoscenza come incontro. Alla domanda ‘quale strada percorrere per trovare il senso più profondo della vita?’ Gesù offre il suo cammino e invita a scoprire la vita continuando il suo stile, i suoi gesti, così come lui ha vissuto. La verità che è persona si fa incontro a noi nelle persone, nelle situazioni e ci chiama ad ascoltare, a dialogare, a stare di fronte ai volti in cui c’è traccia dell’immagine di Dio. C’è un cammino da compiere e da ricominciare sempre da una immagine di Dio costruita a nostra misura e come giustificazione di impianti ideologici e di potere al volto di Dio raccontato da Gesù.

Alessandro Cortesi op

XXXI domenica tempo ordinario anno C – 2013

DSCF4543Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Tess 1,11-2,2; Lc 19,1-10

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato”. C’è uno sguardo di Dio sulle cose: è uno sguardo di compassione. La vita di tutte le cose non è lasciata in un abbandono senza attenzione come là dove non esiste sguardo, nell’indifferenza che annulla. Ogni cosa, anche la più piccola, è sostenuta nel suo essere da uno sguardo che ne coglie l’unicità e il significato.

Ed è sguardo di compassione davanti alla fragilità: ne è immagine la poca polvere sulla bilancia o la goccia di rugiada al mattino. Che cosa di più effimero di un po’ di polvere che non pesa nulla sulla bilancia e che un lieve soffio fa scivolare via? Cosa più passeggero della rugiada che evapora quando i primi raggi del sole toccano le foglie intrise di umidità notturna e il primo tepore del mattino riscalda l’aria? Benché le cose siano così fragili, passeggere, esposte a svanire, come polvere, come rugiada, Dio ha uno sguardo che non teme di soffermarsi, e si lascia invadere da stupore, e comunica accoglienza.

E’ anche sguardo che reca in sè promessa di una vita: le cose non rimarranno abbandonate e saranno accolte, trasfigurate nello sguardo creativo. La riflessione sapienziale accompagna a cogliere la benevolenza dello sguardo di Dio ed è interessante che questo passo del libro della Sapienza sia inserito all’interno di una sezione che riflette sul cammino dell’Esodo in cui è condotta una polemica contro l’idolatria e il culto degli animali e delle cose presente in Egitto, da cui Israele è messo in guardia (cfr Sap 11,4-19,22). Ci può essere idolatria delle cose ma si può rilevare lo spessore profondo delle cose, traccia di uno sguardo benevolente. Al di dentro di esse, quale tesoro in esse racchiuso, si può incontrare lo sguardo del creatore: tutte sono venute da lui ed egli ha ritirato se stesso per lasciar spazio ad altro, ad un mondo fragile di realtà segnate dalla precarietà ed anche dal peccato. C’è una traccia di Dio dentro le cose, un soffio che unisce come medesimo respiro la vita del creatore e delle sue creature: ‘il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose’. Così fragili, così esposte al venir meno eppure toccate da un soffio che le sostiene e le fa stare in una relazione. Sta in questa profonda intuizione di una presenza, nascosta eppure realissima, di Dio nella creazione, nelle pieghe più intime della realtà creata, una delle dimensioni della fede cristiana da scoprire ancora. Ed è questo un punto essenziale d’incontro con quella tensione profonda della ricerca umana e di ogni tradizione religiosa che si apre ad una ricerca di un ‘oltre’ a partire dallo sguardo alle cose, dalla meraviglia o dall’esperienza di energia e vita che le cose recano in sè.

Il volto di Dio che traspare da questa pagina è il Dio delle piccole cose, il Dio di cui ritrovare traccia non fuori del mondo, ma nelle cose, nella loro stessa fragilità: un Dio fragile. Lo sguardo di Dio si appoggia come carezza sulle cose e sulle persone. E’ sguardo amante, segno di una presenza che assume il nome di ‘amante della vita’: nella sua grandezza e benevolenza guarda alla possibilità di bene presente nell’umanità. ‘Tu sei indulgente con tutte le cose perché sono tue, Signore amante della vita’. Lo sguardo è comunicazione di un amore che si offre e guarda al cammino umano, non con l’esigenza inflessibile di chi non conosce la sofferenza ed è incapace di compatire, ma con la passione amante di chi conosce debolezza e si prende cura, con la pazienza di un educatore che sa la fatica della crescita, che conosce i passaggi del cammino e sa seminare speranza: “Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore”

E’ questo sguardo forse da accostare allo sguardo che Gesù manifesta nei confronti di Zaccheo. Il ricco esattore delle imposte di Gerico è uomo che aveva molte ragioni per essere impedito dal vedere Gesù e che pure cerca di superare ostacoli e si lascia vincere dalla sua curiosità, dal desiderio di vedere, dalla spinta di ricerca che gli premeva dentro.

Zaccheo – fa notare Luca – supera gli ostacoli che erano questioni legate alla sua vita: basso di statura, capo dei pubblicani e ricco. Esattore delle imposte, immerso in una vita disprezzata e che lo conduceva all’imbroglio, alla fatica quotidiana di conquistarsi uno spazio di vita tra le esigenze dei romani e il sospetto dei suoi compaesani, soprattutto a quella solitudine di non poter avere relazioni di amicizia, di sincerità, quelle relazioni che si costruiscono nella accoglienza della casa. Ed anche per la sua statura non riesce a superare l’ostacolo posto dalla folla. Luca sottolinea come la difficoltà per Zaccheo nel cercare di incontrare Gesù è data dalla folla come insieme anonimo, che non cerca Gesù pur assiepandosi ed acclamandolo guidata da qualche interesse e dall’entusiasmo facile. Ma costituisce una barriera che fa ostacolo alle ricerche profonde e autentiche che sono al fondo dei cuori e che esigono un riconoscimento personale. Zaccheo dimostra la creatività e l’intuizione di divenire se stesso. Salendo l’albero di sicomoro cercava di vedere e pensava così di avere egli stesso superato le difficoltà, con la sua inventiva, con le proprie forze.

Scopre invece che non l’appagamento di una curiosità, ma un cambiamento radicale, la scoperta di dimensioni nuove della sua vita – la salvezza – irrompe come dono. Inaspettatamente vive infatti l’esperienza di essere lui stesso cercato, anticipato, e superato nella sua stessa attesa dallo sguardo di qualcuno che lo precede. Cercava di vedere Gesù ma si scopre per primo cercato da lui. Gesù rivolge a lui il suo sguardo, e Zaccheo viene incontrato da colui che cerca ciò che è perduto. E’ lui che voleva vedere Gesù, ma di fatto è Gesù per primo che alza gli occhi verso Zaccheo, fissa il suo sguardo verso di lui, sa leggere e accogliere la sua ricerca e la conduce ad andare oltre.

Luca presenta qui anche una sorta di progetto di evangelizzazione alla sua stanca comunità. Gesù chiede a Zaccheo di fermarsi in casa sua: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. C’è un oggi, un tempo nella vita che apre al fermarsi, al condividere, allo stare insieme. Non è momento di insegnamenti, dottrine, codici, ma di incontro nelle dimensioni quotidiane e domestiche della casa. Nella casa si vive la quotidianità e nella casa si condivide. E si tratta della casa non di una persona dabbene ma di un peccatore. La folla, tutti, ‘mormoravano’ – dice Luca -: “E’ entrato in casa di un peccatore”. In questo mormorare, che esprime il dubbio circa la presenza di Dio in mezzo al suo popolo – come nella mormorazione del deserto per Israele – si rivela paradossalmente quell’identità di Gesù che Luca delinea nel suo vangelo. Colui che è nato e deposto in una mangiatoia perché non c’era posto per lui nell’alloggio (Lc 2,7), trova alloggio entrando nella casa di un peccatore. Luca offre così un ritratto di Gesù: egli è colui che valica i confini che tengono separati giusti e peccatori; è colui che condivide e apre un tempo nuovo, un ‘oggi’ di salvezza che si compie nella condivisione e nell’ospitalità. Gesù è colui che cerca tutto ciò che è perduto.

Dal suo sguardo, dall’ospitalità ricevuta e donata sorge un cambiamento. E’ un cambiamento nella gioia che tocca i rapporti con l’altro. A Zaccheo si spalancano gli occhi: la salvezza diviene per lui rovesciamento dei rapporti di truffa e di ruberia, in rapporti di giustizia e di dono sovrabbondante che va oltre il dovuto. La salvezza è cammino che si apre per intendere la vita nel segno di un incontro che si apre ad altri, e che rimane segnato dallo sguardo e dalla ricerca di Gesù verso di lui.

Penso ad alcuni motivi di riflessione per noi oggi

Lo sguardo di Dio sulla bontà delle cose. Quanto siamo ancora segnati da una mentalità che guarda le cose o con la mentalità dei padroni che possono disprezzare rovinare e depredare le cose, oppure con la mentalità dualista per cui le cose non hanno valore e ciò che conta non ha a che fare con la materialità, con la corporeità delle cose e delle persone. Dovremmo imparare ad accogliere lo sguardo di bene di Dio sulle cose per vivere il rapporto con le cose in termini di cura e di benevolenza, di accoglienza e di custodia. Le cose, nella loro materialità ci insegnano la preziosità di ciò che sembra inutile e fragile, ci insegnano il valore di quanto si offre nella sua inutilità ma come parte di un mondo in cui scoprire le interazioni, ci guidano alla dimensione ecologica del nostro esistere come un vivere nella casa e un compito di ‘fare casa’, tessuto di relazioni e di interazioni sempre da ricostruire e sempre da ritrovare in un equilibrio sempre minacciato da una mentalità del possesso e del profitto. C’è uno sguardo da apprendere anche per prendersi cura di chi è più fragile, mentre solito il nostro sguardo si lascia attrarre da chi è più forte.

Lo sguardo di Zaccheo alla ricerca di Gesù: è paradigma di ogni sguardo che esprime la ricerca interiore, l’apertura a qualcosa che non si è raggiunto nella vita. E’ la ricerca di tanti che desiderano superare ostacoli interiori ed esteriori per rintracciare un senso alla propria esistenza. Gesù accoglie questa ricerca, anzi scorge in questa curiosità, nell’inquietudine che porta nella ad intraprendere viaggi, percorsi, ricerche diverse, uno spazio di disponibilità e di accoglienza. Gesù si è lasciato accogliere. Forse dovremmo essere meno preoccupati di portare qualcosa agli altri e accogliere le ricerche e valorizzare i desideri di ‘vedere’ nell’esistenza, varcare le soglie che dividono giusti e peccatori, persone dabbene e persone marginali e entrare in queste case. Si può scoprire una gioia inattesa…

Zaccheo è una storia di accoglienza e ospitalità: ed è una storia in cui il tempo della vita, l’oggi, si fa luogo di un incontro con Gesù che diviene cambiamento dell’esistenza. Un cambiamento generato dall’incontro. Oggi forse la sfida, in una realtà sociale segnata dalla frammentazione e dalla solitudine che diviene isolamento indifferenza ed esclusione, è quella di creare spazi e luoghi di accoglienza. Luoghi in cui le ricerche, le fatiche, i dubbi delle persone possano essere accolti e accompagnati offrendo condivisione e in un incontro di ricerche. In tanti modi tali ricerche sono nascoste spesso occultate dal clamore della folla: la realtà mediatica, il peso dato all’apparenza esteriore o anche forme di religiosità centrate sulla manifestazione spesso nascondono e impediscono tali cammini. Ci sono percorsi interiori profondi che hanno bisogno di essere ospitati e visitati con la delicatezza di chi si lascia interrogare dall’altro. Gesù porta il vangelo come ricerca di chi è perduto nella dimensione della visita. Lì nella casa si genera, a partire dal varcare soglie che separano, la possibilità di una scelta libera di rapporti nuovi con gli altri.

Un’ultima osservazione: l’aver incontrato Gesù, e in lui aver trovato la salvezza si esprime per Zaccheo, ma anche per ognuno di noi in un rapporto nuovo con gli altri in relazioni nuove che coinvolgono la concretezza della vita, il modo di pensare e usare i beni, le cose, nella linea della giustizia e del dono.

Alessandro Cortesi op

XIV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF3832Is 66,10-14; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

“Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. La pagina di Luca presenta l’invio da parte di Gesù di settantadue discepoli. Al cap. 9 Luca aveva narrato l’invio dei dodici: “chiamò a sé i dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di curare le malattie. E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (9,1-2). L’invio dei settantadue è così accostato quasi in parallelo ed in continuità con quello dei dodici e ne allarga la prospettiva: non solamente le dodici tribù di Israele, racchiuse nel simbolo del numero dodici, sono l’ambito della missione, ma tutte le genti del mondo. Non solo i dodici ma tanti discepoli, tutti coloro che seguono Gesù sono chiamati al dono e al responsabilità di un invio, come testimoni del vangelo. C’è una urgenza ed un affidamento di comunicazione da compiere.

Anche il settantadue infatti è numero simbolico: richiama la convinzione che i popoli della terra fossero settantadue, come si ritrova al cap. 10 della Genesi dove si parla della discendenza dei figli di Noè, Sem Cam e Iafet. E’ quindi narrato il momento sorgivo di un invio – apostolo significa inviato – che coinvolge non solo i dodici ma tutti coloro che accolgono la chiamata di Gesù con uno sguardo aperto alla vita di tutti i popoli. Una dimensione universale, verso le genti che popolano tutta la terra. Ed è una missione ad ogni città e ad ogni casa. E’ missione ma è anche invio a scoprire che c’è già una fecondità in atto, il germogliare di una fioritura che non solo implica un dare ma un essere pronti a raccogliere: la messe è molta… Gesù invita così a scorgere come prima degli inviati vi sia un operare di una forza di vita e una fecondità dello Spirito nella storia, nei cuori, nel mondo dei popoli, in tutte le culture e ambiti della vita.

Le indicazioni per l’invio da parte di Gesù sono essenziali: l’invito a pregare, innanzitutto. L’annuncio del vangelo non è questione di strategie umane, ma si pone come condivisione della condizione di Gesù stesso, che si è fatto povero per arricchirci dela sua povertà (2Cor 8,9). L’andare a due a due, in una compagnia che è già di per se stessa annuncio del regno come condivisione, sostegno reciproco, cammino vissuto insieme; uno stile di chi va senza armi, senza strumenti di offesa dell’altro, nell’attitudine di chi non deve difendere strutture, privilegi o potere e si rende dipendente dagli altri. E’ scelta questa che riguarda il contenuto dell’annuncio stesso. I settantadue inoltre sono inviati ‘come agnelli in mezzo a lupi’, camminando in una condizione di precarietà. La povertà scelta come stile di cammino esprime l’affidamento al Signore e agli altri. Infine, ma al primo posto, la cura per la pace. Il primo saluto da portare è ‘pace a voi’, testimonianza di colui che è venuto a portare pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,17).

Agli inviati infine è richiesto di maturare, anche nei momenti in cui si riscontrano i risultati della propria azione, la consapevolezza che tutto proviene dall’operare del Signore e che la gioia autentica sta nel sapersi in relazione con lui: ‘i vostri nomi sono scritti nei cieli’. La gioia deve appoggiarsi sulla fedeltà di colui che ha chiamato e non verrà meno alle sue promesse. In tal senso la missione si connota come seguire Gesù per lasciare spazio alla sua presenza in noi e negli altri.

Da questa pagina mi sembra possano emergere alcune considerazioni per la nostra vita: la prima riguarda l’attenzione alla casa.

‘In qualunque casa entriate…’. La casa è luogo della vita ordinaria, è il luogo familiare dove tutti vivono le esperienze fondamentali dell’esistenza. L’invio di Gesù non indica strategie di comunicazione o di conquista ma apre a cogliere come la dimensione della casa sia il primo degli spazi in cui vivere l’annuncio del regno. La casa è il luogo dell’incontro, del convivere e dell’accogliersi. Spesso quando si parla di annuncio del vangelo s’intende il ‘portare’ qualcosa da dare agli altri. Gesù indica uno stile diverso: entrare in una casa indica innanzitutto un ingresso per lasciarsi immergere nella vita delle persone, degli altri, della storia. Entrare in una casa è gesto che apre al rapporto e all’incontro. Significa scoprire di essere dipendenti da altri. Se l’ospitante è colui che in qualche modo ha qualcosa da offrire e rischia sempre di rimanere prigioniero della sua superiorità nell’offrire e nel donare, l’ospitato che riceve ospitalità vive l’esperienza della precarietà, e si trova innanzitutto nella condizione di accogliere e di dipendere.

Sta qui un grande capovolgimento nel pensare l’annuncio del regno. Il regno si fa presente in questa disponibilità fragile ad accogliere e nella reciprocità in cui l’inviato accetta di dipendere da altri, e vive la povertà come apertura a ricevere. Solamente in questo rapporto in cui non c’è attitudine di conquista, ma l’inermità del ricevere, si apre uno spazio per l’annuncio del vangelo. In questo senso Gaudium et spes parlava della chiesa come comunità in cammino nell’attitudine non solo di portare in attitudine umile la sua unica ricchezza che è il vangelo, ma di ricevere molto dal mondo e dalla società dalla cultura e dalla vita di ogni  persona, perché questa creazione viene da Dio e questa storia è la storia in cui sta crescendo il regno come dono di incontro con Dio.

‘Andate … lungo la strada’. La seconda riflessione riguarda la attenzione alla quotidianità in rapporto all’annuncio del regno. Nelle parole dell’invio missionario di Gesù l’annuncio del vangelo non ha nulla a che fare con le strategie per attrarre, con le grandi manifestazioni di visibilità e potere o con i tentativi di affascinare e attrarre secondo le logiche del marketing. Gesù non suggerisce una strategia delle grandi opere, indica un cammino, fatto di polvere e di volti, sulle strade. La testimonianza del vangelo non richiede operazioni complicate, ma trova il suo luogo nella quotidianità: sulla strada, nella casa, senza andare in cerca di esperienze eccezionali. Ciò implica anche spogliarsi di tutti gli appesantimenti accumulati che talvolta sembrano indispensabili per vivere il vangelo: strutture, organizzazioni, piani, strategie, programmi complessi in cui si perde di vista l’essenziale e non si riconosce più l’importanza delle esperienze e degli incontri di ogni giorno.

Sulla strada la testimonianza del regno non è solo parola, si esprime già in un andare in compagnia, può essere vissuta negli incontri feriali, ordinari. Lì l’annuncio del regno trova il suo spazio. Si tratta allora di saper scorgere quegli spazi in cui può essere aperta la porta della predicazione (Col 4,3), in cui lasciar spazio al regno già presente, che possa crescere… Lo sguardo di Gesù non è depresso e sconfortato, ma è attento alla possibilità di accoglienza del regno: ‘la messe è molta’.

Sulla strada e non appesantiti: Gesù chiede agli inviati di coltivare il senso della gratuità innanzitutto per un’opera che non è propria ma di Dio stesso, padrone della messe. Proviene dalla preghiera come suo momento sorgivo e sgorga nell’affidamento alla fedeltà di colui che ha chiamato ‘Rallegratevi piuttosto perché o vostri nomi sono scritti nei cieli…’ indipendentemente da successi o gratificazioni. Chiede una libertà da tutto ciò che può impedire l’esperienza dell’essere ospitati e dell’inermità: senza borsa, bisaccia né sandali. E’ uno stile di gratuità.

‘… prima dite: Pace a questa casa…’. A chi segue Gesù, a chi è inviato sta solamente il compito di portare una attitudine di pace: una pace che è attitudine non aggressiva, disarmata nell’andare, ed è anche rifiuto di usare la logica della contrapposizione violenta di fronte all’ostilità. Gesù rimprovera fortemente i suoi che gli chiedono di ‘mandare un fuoco dal cielo’ su chi li aveva respinti (Lc 9,55). Sono parole impegnative. Portare pace è pensare che solamente nell’inerme tessitura della pace si può contrastare ogni logica di guerra che inizia e cresce negli spazi della case e si allarga a dimensioni di rapporti di popoli.

Proprio in questi giorni un ministro del governo italiano per difendere l’acquisto di aerei che sono fortezze di attacco e comportano una spesa inconcepibile tanto più in questi tempi di crisi, ha detto: ‘per amare la pace bisogna armare la pace’. Trovo che quest’espressione costituisca proprio la negazione della logica evangelica: non può esistere una pace armata. Al cuore del vangelo, come momento ispiratore della missione sta invece un saluto di pace, che entra nelle case, che penetra nei rapporti umani, come riconoscimento dell’altro e offerta di una logica diversa di rapporti. E’ rifiuto radicale del metodo della violenza nella fiducia fondamentale che solo assumendo l’inermità di Gesù è possibile testimoniarlo. A tutti coloro che cercano di seguire Gesù, a coloro che si dicono cristiani anche oggi è chiesto in modo più urgente proprio questo: prima di dirsi tali, vivere una testimonianza disarmata di tessitura di rapporti di pace.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno C – 2013

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Gs 5,9-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Un gesto attorno ad una tavola; una storia di fratelli che per diversi percorsi sono spinti a riconoscere il senso della loro vita; l’immagine di una casa. Attorno a questi tre poli vorrei leggere la meravigliosa pagina di Luca che si può percorrere come un piccolo vangelo essenziale.

Il gesto di Gesù: attorno ad una tavola, in un banchetto Gesù condivide l’accoglienza che gli è offerta e accanto a lui siedono – dice Luca – ‘pubblicani e peccatori’. Luca è attento nel sottolineare questo motivo come causa di uno sguardo sospettoso che diviene mormorazione: mormoravano tra loro. E sono i farisei e gli scribi a mormorare. Ma anche sottolinea una distanza. Mentre pubblicani e peccatori ascoltavano Gesù, scribi e farisei mormoravano. Non ascoltano, non si lasciano mettere in discussione dall’agire di Gesù, non sanno leggere dentro quella ospitalità che è segno di una condivisione che abbatte barriere, che esce dalla mentalità di una religione che divide e rende superiori. O forse proprio per questo, perché comprendono che il clericalismo che sta alla base del loro modo di vivere la religione  è posto in discussione dall’ospitalità di Gesù. L’annuncio di Gesù si rende innanzitutto vicino nel suo stare a tavola con gli esclusi, nel suo andare oltre le logiche del merito e dell’osservanza. Si rende ospite e condivide l’ospitalità rimanendo accanto, facendosi accogliente. Il banchetto è così segno di un incontro con Dio che sta dentro la vita, passa attraverso gli incontri e il gesto umano dello stare a tavola insieme. Ed è anche incontro che vede la possibilità di accoglienza per chi è tenuto lontano. Gesù accoglieva pubblicani e peccatori, gli esclusi dal punto di vista sociale e religioso. Ci potremo chiedere oggi in quale modo la cena del Signore, lo stare a tavola nel suo nome è luogo di accoglienza o è divenuto luogo di separazione e di allontanamento. Così nella sua ultima intervista testamento il cardinale Carlo Maria Martini ricordava la sofferenza vissuta da tanti che non sono accolti alla mensa del Signore e ai sacramenti e si chiedeva: non sono forse i sacramenti stessi, memoria dell’agire di Gesù, mezzi di guarigione? Sono aiuti nel cammino per orientare la vita verso il Signore e non luoghi in cui si stabilisce chi sta dentro e chi sta fuori. Gesù, un rabbi che amava i banchetti, viveva il momento dello stare a tavola come gesto che parlava di Dio, della sua accoglienza delle persone, del suo sguardo che in modi diversi va incontro e offre perdono e solo così suscita stupore e conversione.

Una storia di fratelli, non la parabola del figliol prodigo. Perché al centro sta la figura del padre che va incontro, per primo, al figlio che si era allontanato rivendicando la sua emancipazione lontano dalla casa ed esce poi incontro in modo anche al secondo figlio, quello che era rimasto, incapace di liberarsi da una logica di rapporto servile e di inautenticità. Una parabola che parla quindi innanzitutto di un padre e che è pronunciata da Gesù quando viene criticato perché accoglie gli esclusi. Nel suo agire egli afferma la pretesa di rendere gesto quello che è l’agire stesso di Dio il Padre nella gioia di vivere un banchetto che possa accogliere tutti i suoi figli e li possa condurre in modi diversi a quel cambiamento che per ciascuno è scoperta di un dono, di una presenza appassionata di amore al cuore della loro esistenza.  E’ una pagina che racconta l’amore sofferto di un uomo in ricerca di costruire fraternità e di aprire i cuori alla fraternità possibile. In questo senso è racconto di una fraternità possibile che si fondi sullo stupore di una scoperta nuova: la relazione con un tu che si prende cura e sa attendere, proporre e accogliere. Perché non è sufficiente, ci dice questo racconto, vivere il passaggio della scoperta di essere accolti e considerati unici e di essere guardati con quello sguardo consumato del Padre che da lontano vede il figlio tornare e gioisce e gli corre incontro. Non basta: il sogno del padre è anche una nuova fraternità, aprire i cuori dei due a scoprire che la casa è incontro di fratelli. E’ una pagina che rompe con la logica dell’individualismo e spalanca la possibilità di una fraternità nuova, vissuta non come dipendenza ma come accoglienza dell’altro, nell’attesa e nell’ascolto del suo cammino.

E’ infine la storia di una casa. In un film da poco uscito nelle sale ‘Tutti contro tutti’ (regista Rolando Ravello), è raccontata in modi leggeri una storia drammatica del nostro tempo che tratteggia la situazione di lotta tra poveri in una periferia multiculturale di città dove s’incrociano povertà e differenze. Una famiglia, ritornando dalla prima comunione del figlio trova il proprio appartamento, in un palazzone popolare, occupato da altri. Da qui una vicenda dai tratti grotteschi, comici e drammatici, che porta all’ occupazione, da parte degli sfrattati, del pianerottolo delle scale e di qui ad uno sgretolamento di rapporti mentre attorno si scatena una lotta di tutti contro tutti: nel quartiere popolato da immigrati lo scontro di italiani contro stranieri, gli affari dei delinquenti contro gli onesti, l’ostilità nei confronti dei rom, il bullismo tra i ragazzi a scuola, fino al disgregarsi dei rapporti nella famiglia. Ma forse il punto su cui il film concentra l’attenzione e su cui ritroverei un’interessante provocazione in rapporto alla parabola del padre e dei figli è l’interrogativo sull’importanza della casa. In un tema scritto a scuola dal piccolo Lorenzo mentre viveva questa intricata vicenda si concentrano alcune semplici riflessioni nel cogliere come la mancanza di casa aveva condotto ad un frammentarsi di relazioni: e così dice che una casa non è solo alcune stanze, la cucina, il salotto e il bagno. Una casa è qualcosa di molto di più: la casa è la quotidianità fatta della presenza di ognuno, tessuta dei gesti di ognuno, del suo lavoro, dei suoi sentimenti, dei suoi difetti ma del dono di presenza di ognuno.

Oggi la questione della casa angoscia tanti: la mancanza di un luogo dove vivere, la difficoltà di pagare il mutuo o l’affitto, l’attenzione alla gestione della casa e il peso di tutti i pagamenti per poterci vivere. Potremmo legare queste considerazioni alla casa del padre della parabola: è una casa in cui il suo sogno è che non vi sia lotta di tutti contro tutti, ma apertura a vie di fraternità, scoprendosi perdonati. Tutta la fatica del padre è aprire a cogliere che il peccato è non riconoscere l’amore offerto, vivere una vita chiusa alle relazione. Da tale riconoscimento potrà nascere un cambiamento di direzione, una conversione, ma è movimento di gioia che apre a fare festa e a scoprire il gusto di stare in una casa come luogo di incontro, di incrocio, di comunità. Fare casa è il sogno del padre: in questo desiderio potremmo ritrovare radice per costruire case comuni di fraternità possibili.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

A fine ottobre 2011, tra il 22 e il 23, una volontaria italiana, Rossella Urru, insieme a due collaboratori spagnoli, è stata rapita in un campo profughi Saharawi nel Sud dell’Algeria. Era lì per dire con la sua presenza solidarietà al popolo Sahrawi come coordinatrice di attività di una ONG per lo sviluppo dei popoli. Dopo più di sei mesi è ancora nelle mani dei suoi rapitori, una formazione di guerriglieri del Mali che si ispirano a Al Qaeda (Aqmi).

E’ una vicenda che colpisce per la situazione di angoscia che quella giovane sta provando in questo tempo così prolungato, per la violenza che si accanisce contro i più vulnerabili, contro chi vive concretamente solidarietà e vicinanza verso popoli segnati dalla privazione di diritti. Ma colpisce anche perché Rossella, come tanti volontari nel mondo, si era recata nel deserto del Sahara algerino nei campi profughi Saharawi, perché aveva scoperto una patria, una ‘casa’ più ampia della sua patria di origine. Aveva scoperto che poteva portare quanto aveva maturato nella sua casa per far sì che altri potessero ‘dimorare’ nella loro terra facendo esperienza di relazioni di solidarietà. Una donna uscita dalla sua casa per portare speranza di dimorare in pace ad un popolo in esilio, è stata privata della rete dei suoi affetti e costretta in condizione di prigionia. Una donna che ha deciso di ‘rimanere’ al fianco di un popolo tenuto lontano dalla sua ‘casa’, per costruire legami di speranza.

‘Rimanete in me…’ Dietro a queste parole di Gesù sta l’indicazione di una relazione profonda personale. Il rapporto con lui ha a che fare con il ‘dimorare’, con lo ‘stare a casa’. E la casa è luogo che ripara, difende, ma anche luogo in cui si cresce maturando giorno dopo giorno l’apertura a relazioni, diverse, ognuna originale e unica e da comporre insieme nella difficoltà di uscire continuamente da relazioni di possesso o univoche per vivere la bellezza e la fatica di rapporti plurali. E per uscire dalla casa e scoprire la fioritura della vita nel costruire dimore di relazioni.

Il dimorare non è solamente poter vivere sotto un tetto, ma è costruzione di rapporti in cui si impara a riconoscere e ad essere riconosciuti. Così si parla di una casa ‘calda’, non solo perché ha sistemi di riscaldamento efficienti, ma perché le parole pronunciate, i gesti compiuti, i pensieri, il tempo vissuto stanno sotto il segno del riconoscimento dell’altro. Ciò avviene non per generazione spontanea, ma accade quando si lascia spazio alle sorgenti più profonde della propria vita. Ognuno infatti è nato venendo fuori da una casa, da una dimora di relazione in cui è potuto crescere in un rapporto vivente. Così tutta la vita reca in sé una spinta ad uscire e farsi accoglienza e germogliare in incontri nuovi. Ciò avviene quando la presenza dell’altro viene riconosciuto e diviene importante.

Chi ha imparato a vivere vincendo le paure di fronte all’altro si apre a scoprire che si può essere ‘a casa’, e  sentirsi a casa custodendo quella dimora interiore anche sulle strade, anche quando si varcano soglie delle case degli altri, o quando altri giungono a bussare alla nostra porta. Maturare la consapevolezza e il senso del dimorare apre anche a scoprire che la dimora è chiamata ad essere luogo dell’ospitalità e il cuore, l’interiorità, può divenire casa di relazioni aperte e molteplici. Anche fuori della propria casa, sentendosi a casa là dove c’è la relazione, o dove essa non c’è e si deve costruire con fatica.

‘Rimanete in me’ è la parola al cuore del vangelo di oggi. Leggo in questo ‘rimanete’ innanzitutto la apertura di ospitalità della persona di Gesù. Aveva capacità, pur non avendo casa, di offrire casa a chi incontrava, ai suoi che si sapevano riconosciuti da lui, a coloro che da lui si recavano sapendo di poter trovare accoglienza e sostare con lui come chi sa che trova
dimora.  Entrare in questa relazione è scoprire quella casa in cui ci sono molti posti: “nella casa del Padre mio ci sono molti posti… Io vado a  preparavi un posto”. C’è posto per la nostra vita nel cuore di Dio. C’è accoglienza e non esclusione. Il venire di Gesù per tutti – e la sua vita è stata una testimonianza della sua condivisione aperta a coloro che erano tenuti fuori delle case e delle città, emarginati e da evitare – esprime questi orizzonti nuovi in cui scoprire un volto di Dio che fa dimorare, che costruisce dimora. Ma è così anche delle nostre comunità o proprio questo tesoro è del ‘rimanere’ come smarrito?

Gesù chiede ai suoi di ‘rimanere in lui’ perché nella sua vita c’è una dimensione profonda che offre come dono: il suo dimorare nel Padre. La sua esperienza umana è segnata dal suo rapporto unico e particolare di legame con il Padre che chiama Abba’. Per questo Gesù chiede ai discepoli di rimanere in lui. E’ un rimanere che si comunica. Ed è in vista di un fiorire, di un germogliare alla vita.

Nel Primo testamento nel segno della vigna sono posti insieme diversi elementi: da un lato la cura appassionata, la fedeltà amorosa e la vicinanza di Jahwè, il Dio della promessa e della benevolenza che ha cura e coltiva la vigna metafora del popolo d’Israele; d’altro lato questa immagine porta con sé il rinvio all’infedeltà, alla dimenticanza ed alla durezza di cuore di coloro a cui Dio offre la sua alleanza.

Dio degli eserciti, volgiti,  guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare la presenza stessa di Gesù. Gesù è pienamente inserito nella vicenda di Israele, fa propria la vicenda di tutto un popolo e si pone come termine di riferimento di tutte le promesse di Dio.  La vera vite è lui e nella metafora si coglie la sua vicenda personale ma anche la dimensione comunitaria, di comunicazione di vita che da lui trae origine.

Seguire Gesù implica entrare in un rapporto, in un ‘dimorare’ che è coinvolgimento dell’esistenza. Non chiude ma apre orizzonti ancora inesplorati. In fondo l’importante nella vita è la tessitura di relazioni in cui altri possano scoprire di essere a casa. E’ questo il germogliare dell’esistenza e la sua possibilità di portare frutti.

La testimonianza di Cristo e del vangelo oggi ci giunge da tanti che hanno lasciato germogliare nella loro vita parole di Gesù che non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma portano frutto lì dove trovano accoglienza e divengono vita: “se le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto…”. Ed anche le comunità cristiane che altro dovrebbero vivere oggi se non questa serena apertura ad aprire spazi perché le parole di Gesù rimangano, a creare luoghi in cui chi è escluso e senza patria e senza riconoscimento possa sentirsi accolto? E tutto ciò senza tante altre preoccupazioni?

Alessandro Cortesi op

IV domenica di avvento – anno B 2011

2Sam 7,1-5.8-12.14.16; Rom 16,25-27; Lc 1,26-38

La pagina di Luca è quasi un tessuto in cui i rinvii al Primo Testamento costituiscono una trama nascosta ma presentissima. Ad iniziare dalla notazione del tempo: ‘al sesto mese’. E’ primo rinvio di una serie di indicazioni di tempo che attraversano i primi due capitoli del vangelo di Luca. Al sesto mese, qui indicato, seguono i nove mesi dell’attesa, e poi quaranta giorni dopo la nascita fino alla presentazione al tempio. In tutto 490 giorni cioè settanta settimane: è una allusione al tempo indicato dal profeta Daniele nel suo libro per volgere lo sguardo all’orizzonte di liberazione e di salvezza che egli dice si affaccerà dopo appunto settanta settimane. La profezia delle settanta settimane di Daniele – ci sta dicendo Luca – sta compiendosi in quanto accade in quella casa sconosciuta di Nazaret, nella Galilea luogo di confine e della mescolanza, di contatto tra Israele e mondo pagano.  Tempo di compimento, tempo di realizzazione di antiche attese.

Così il saluto “Rallegrati”  è eco delle profezie di Sofonia: “Rallegrati figlia di Siomn, grida di gioia Israele.. il signore ha revocato la tua condanna” (3,14). E ancora: “Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero; confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele (…) Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia…” (Sof 3,12-20). E’ gioia della figlia di Sion ma è gioia derivata,contagiata da uno sguardo di salvezza da parte di Dio.

La pagina di Luca riprende il clima di gioia, di novità, della percezione del germogliare di una realtà nuova che pervade questi annunci per Sion. Maria assume così i confronti della donna che compie la chiamata di Sion, donna che raccoglie in sé la vicenda di un popolo popolo e ne segna il cammino, la comunità dei poveri di Jahwè: nell’episodio del roveto ardente il nome di Dio rivelato a Mosè è il nome che dice vicinanza e fedeltà: ‘Io ti sarò accanto’ è il suo nome (Es 3,14). Dio non abita in costruzioni fatte dall’uomo ma la sua presenza vivente si compie nell’esistenza di coloro che vivono per lui, che ricevono da lui la loro vita e la affidano alle sue mani.

Maria accoglie questa promessa di un figlio: “lo chiamerai Gesù”. E tale nome significa “Dio salva”. Luca rilegge, riportandolo in filigrana, il dialogo tra il profeta Natan e Davide (2Sam 7,12-16: la prima lettura di oggi): il profeta contesta il re che vuole costruire una casa, cioè un tempio, a Dio. Il profetsa riporta la parola del Signore: non sarà il re Davide a costruire una casa a Dio, ma sarà Dio stesso a donare una discendenza, un ‘casato’, a Davide, un tempio non di muratura ma un tempio vivente, una discendenza. Questo capovolgimento dei progetti di Davide vede in Gesù la realizzazione della promessa. Ed essa si collega alla grande parola ad Abramo: una terra e una discendenza come le stelle del cielo.

Come l’ombra di Dio copriva la tenda dove era conservata l’arca dell’alleanza segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, nel cammino dell’esodo, così ora l’ombra dell’Altissimo copre con la sua ombra Maria, e lo Spirito scenderà. In Maria si rende vicina la ‘dimora’, la presenza vicina di Dio che pur rimane inafferrabile come la luce riparata dall’ombra che la vela. Nulla è impossibile a Dio. Dio rende possibile quanto è impossibile: Dio apre la salvezza laddove c’è sterilità e segni di morte.

Ma tutto questo si compie nella casa. In contrapposizione al tempio che costituiva il contesto della prima scena del vangelo di Luca, che aveva presentato Zaccaria nel momento dell’offerta dell’incenso, siamo qui immersi nella ferialità della casa. Qui si compie il cammino di ascolto di Maria, la ‘serva’ come i profeti ‘servi’, la povera di Jahwè, che rinvia al percorso del credere di ogni credente.

C’è un suggerimento a vivere l’ascolto del Dio della casa, luogo delle relazioni e della gioia scoperta nella disponibilità del fare spazio e dell’accogliere. E c’è una sottile contestazione del Dio del tempio desiderato e rincorso da chi vuole costruire una casa a  Dio. E’ Dio stesso che costruisce una casa: ma questa casa è il volto di un figlio, e rinvia ai volti che chiedono e attendono di essere riconosciuti. E invita ad evitare il rischio di cercare la chiesa delle costruzioni, per aprirsi a saper scorgere, oltre le apparenze, oltre le pretese, alla chiesa del quotidiano, delle case, dei volti, dei legami.

Alessandro Cortesi op

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