la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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II domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_20241Sam 3,3-10.19; 1Cor 6,13-15.17-20; Gv 1,35-42

La storia di Samuele, un giovinetto che si apre alla chiamata di Dio nella sua vita è posta in un tempo di silenzio di Dio: “la parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti” (1Sam 3,1). Gli occhi di Eli si andavano indebolendo e non riusciva più a vedere.

In un tempo di aridità Dio chiama e un giovane si dispone all’ascolto e si apre una storia nuova. Dio irrompe in modo inatteso e Samuele è inviato ad essere profeta, uomo della parola. La chiamata di Dio è rivolta a chi dal punto di vista umano non ha particolari doti. Samuele è il figlio della preghiera di Anna che a Dio aveva implorato: “lo offrirò al signore per tutti i giorni della sua vita” (1Sam 1,11). Il suo nome reca in sé il segno del dono e della promessa. La sua vita è segno di grazia e di restituzione: “lo chiamò Samuele perché, diceva, al Signore l’ho richiesto” (1Sam 1,20).

Dio guarda ai piccoli e a lui rivolge la chiamata nel pronunciare il suo nome e lo invia. Samuele si rende pronto con disponibilità: ‘Parla Signore, il tuo servo ti ascolta’. Tutta la sua vita sarà sotto il segno della parola con un cuore docile: “non lasciò andare a vuoto” le parole di Dio (cfr. 1Sam 3,19). La chiamata di Dio si rende vicina e comprensibile attraverso incontri e voci umane: la presenza paziente e saggia di Eli, che si tira indietro e lascia spazio ad un ascolto e ad un’apertura del cuore davanti a Dio, orienta il giovane Samuele. Eli non pretende di sapere, non lo rinchiude in schemi prefissati. Apre cammini di libertà. E rimane disponibile al disegno di Dio.

Anche nella pagina del IV vangelo c’è un racconto di chiamata: è l’incontro dei primi discepoli con Gesù, posto nel quadro dei primi sette giorni dell’attività di Gesù. Una evocazione dei sette giorni della creazione: la Sapienza di Dio, la sua Parola, sta operando una nuova creazione.

L’incontro è suscitato dall’indicazione del Battista: ‘Ecco l’agnello di Dio’ … e due dei suoi discepoli sentendolo parlare così, si misero a seguire Gesù. Gesù è indicato come agnello: è questo un simbolo che evoca l’alleanza e il cammino dell’esodo di Israele. La vita di Gesù è inoltre accostata a quella del profeta, il servo di JHWH: ‘era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì bocca’ (Is 53,7).

A chi inizia a seguirlo Gesù pone una domanda decisiva, ‘Che cosa cercate?’, un itinerario che sarà sviluppato lungo tutto il vangelo. Dopo la morte di Gesù Maria, nel giardino dove si reca per visitare il sepolcro, sarà sorpresa dalla voce dell’ortolano che le chiede: ‘Chi cerchi?’. Il IV vangelo si dipana quindi tra queste due domande fondamentali e accompagna nel passaggio dall’una all’altra: il ‘che cosa cercate?’ all’inizio si compie nella domanda ‘chi cerchi?’ alla fine. Domande che rimangono aperte per chiunque legge queste pagine.

I discepoli rispondono a Gesù con un’altra domanda: ‘Maestro dove dimori?’. Sono spinti da una curiosità e da una ricerca. ‘Dimorare’ rinvia ad un rapporto di comunione di vita: così ‘rimanere’ rinvia a quel rimanere dei tralci nella vite, a cui Gesù invita come modalità di vivere il rapporto con lui ‘perché senza di me non potete far nulla’ (Gv 15,4-5).

Gesù non propone una dottrina, né li rinchiude in una serie di obblighi ma chiede loro di seguirlo. Seguire Gesù si connota come uno stare dietro a lui per aprirsi ad un vedere nuovo: ‘Venite e vedrete’. Li invita così ad una condivisione. Da quell’ora di quel giorno la vita dei due discepoli diverrà un vivere insieme con Gesù, un rimanere in lui. La sua dimora è la sua presenza. La fede è essenzialmente un cammino insieme a lui. E Giovanni annota… ‘quel giorno rimasero con lui’. Chi scrive ha un ricordo preciso di quando ciò avvenne: forse un riferimento ad un’esperienza personale che ha segnato l’esistenza in un’ora decisiva?

In questa pagina è presentata un’altra sottolineatura: l’incontro con Gesù si attua in una rete di legami quotidiani: Andrea e Simone sono fratelli, poi Filippo incontra Natanaele e gli dice ‘Abbiamo trovato … Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret’. La chiamata di Gesù si fa vicina nel tessuto di rapporti, di vicinanza. Gesù è il figlio di Giuseppe, e nel contempo di lui hanno parlato Mosè e i profeti. La ricerca che inizia nel rimanere con Lui è itinerario per continuare a fissare lo sguardo su di lui. Ma per primo è lui che ha fissato lo sguardo su di noi e chiama per nome. Dà un nome che è fiducia, segno di fedeltà, ed anche invio a divenire il nome che abbiamo ricevuto.

Alessandro Cortesi op

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“Vengo in mezzo a voi perché voglio portare nei miei i vostri occhi – io ho guardato i vostri occhi –, nel mio il vostro cuore. Voglio portare con me i vostri volti che chiedono di essere ricordati, aiutati, direi “adottati”, perché in fondo cercate qualcuno che scommetta su di voi, che vi dia fiducia, che vi aiuti a trovare quel futuro la cui speranza vi ha fatto arrivare fino a qui.

Sapete cosa siete voi? Siete dei “lottatori di speranza”! Qualcuno non è arrivato perché è stato inghiottito dal deserto o dal mare. Gli uomini non li ricordano, ma Dio conosce i loro nomi e li accoglie accanto a sé. Facciamo tutti un istante di silenzio, ricordandoli e pregando per loro. [silenzio] A voi, lottatori di speranza, auguro che la speranza non diventi delusione o, peggio, disperazione, grazie a tanti che vi aiutano a non perderla”

(papa Francesco, Incontro con i migranti – Bologna hub di via E.Mattei – 1 ottobre 2017)

Chiamata

“Il Centro Astalli esprime profondo cordoglio per l’ultima tragedia nel Mar Mediterraneo.  Si teme un’ecatombe: stando alle testimonianze dei superstiti, il gommone su cui erano stati imbarcati dai trafficanti conteneva 100 persone.

Assistiamo attoniti all’ennesimo oltraggio alla vita umana. Un doppio oltraggio: per le condizioni disumane in cui uomini e donne sono costretti a morire e per un’indifferenza sempre più dilagante da parte di istituzioni nazionali e sovranazionali e purtroppo anche della società civile.

Il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali ed europee una tempestiva azione umanitaria di ricerca e soccorso in mare per le imbarcazioni in difficoltà, consentendo approdo sicuro in un porto europeo e l’istituzione immediata di un canale d’evacuazione dalla Libia per i migranti in transito e in detenzione in un Paese in cui dignità, sicurezza e diritti umani non sono garantiti”.

E’ questo l’ultimo appello (9.01.2018) emesso dal centro Astalli dei gesuiti di fronte all’ultima strage di migranti nel Mediterraneo. E’ un appello a soluzioni praticabili, possibili. Ed esprime il senso di tristezza per la sordità dei paesi europei di fronte a quanto sta avvenendo, per l’indifferenza rispetto alle condizioni di tanti uomini e donne che affrontano le fatiche e i drammi della migrazione.

In questo tempo in cui le parole di umanità sono rare e così anche la parola di Dio è rara perché non ascoltata, c’è un grido che proviene in modo incessante innanzitutto da chi è vittima di una condizione del mondo segnata da ingiustizia e iniquità.

Un missionario da anni in Niger ricorda che guardare l’Europa dal Sud capovolge i criteri di giudizio, fa imparare tante cose: “ecco la fortuna che mi ha accompagnato in tutti questi anni fino ad oggi. La fortuna di ‘sguardare’ il mondo dal Sud che poi è un altro mondo, un mondo che apre gli occhi sulla realtà che ci avviluppa. È solamente dal punto di vista dei poveri che si può scoprire la verità delle cose e della storia. Vivere a Sud di Lampedusa, l’isola diventata il simbolo della frontiera tra l’Italia e l’Africa, mi ha insegnato tante cose. Una di queste è la scoperta che la frontiera dell’Italia mi ha seguito, si trova nel Niger, ad Agadez” (M.Armanino, L’Italia torna in Africa. La vergogna di un italiano in Niger,Avvenire” 9 luglio 2018).

In una  situazione internazionale segnata dal crescere di una retorica della forza e dalla violenza praticata in molti modi, sconcerta anche l’utilizzo di armi fabbricate in Italia nei bombardamenti aerei sulle zone abitate da civili in Yemen come ha rilevato un’inchiesta del New York Times e come è stato denunciato dalla Rete italiana per il disarmo e da altre associazioni (cfr. R.Beretta, Yemen e armi ai sauditi: coerenza nordica, ipocrisia italica e i suoi giannizzeri, http://www.unimondo.org)

In un tempo di visioni corte c’è chi suggerisce visioni diverse. E non manca la voce di Dio che si fa vicina in modi sempre nuovi. E’ una voce che è appello di umanità.

E’ possibile rimanere ciechi e non cogliere le esigenze del vangelo e renderlo motivo per giustificare egoismi e chiusure, per mantenere lo status quo, per coltivare indifferenza e ingiustizie. Oggi la chiamata di Dio è da scorgere nelle chiamate di uomini e donne che chiedono dignità.

La voce di Dio si rende presente in chi grida speranze e attese che oggi naufragano in un mare divenuto muro di separazione e di allontanamento. Chiama ad un ascolto che provoca credenti e non credenti per scoprire le radici di un’umanità vissuta nella benevolenza, nell’ascolto dell’altro e nel perseguire rapporti giusti nella pace. Per vivere la fede come cammino in cui l’incontro con Dio si compie nell’ascolto di chi soffre.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0620.JPGIs 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

“Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Il cielo è lontano dalla terra: è una distanza incolmabile che diviene segno di una differenza irriducibile. Dio non è a misura dell’uomo. La sua presenza non è riconducibile ai pensieri umani. C’è una ricerca da condurre e un silenzio di rispetto e stupore da mantenere: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Il pensare umano non può pretendere di trattenere e avere in mano i disegni di Dio.

Ricordare questa distanza è il primo passo della fede, la condizione per non ridurre Dio entro i piccoli schemi e le pretese umane. Le vie di Dio non sono le nostre vie. La parola del profeta invita quindi a cercare il Signore, ad invocarlo mentre è vicino. Se c’è da un lato distanza e alterità, d’altro lato Dio è il vicinissimo: il Dio signore della creazione e della storia è anche nello stesso tempo il Dio che si dà ad incontrare, che si fa trovare da chi lo cerca. E’ questa una ricerca da condurre là dove ci sono gesti di bene, nel far crescere il bene. Nel libro di Amos si legge: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere e solo così il Signore… sarà con voi” (Am 5,14)

La ricerca di Dio esige una disponibilità ad accogliere i suoi pensieri e camminare nelle sue vie. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che come pioggia scende ad irrigare, a portare vita ed energia per far germogliare tutti i semi buoni dell’esistenza.

La parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna non è da leggere come insegnamento sui rapporti di lavoro. Invece, come tutte le parabole, è parola che narra il regno di Dio e fa scorgere alcuni tratti del volto del Padre.

Un padrone di casa esce di casa a diverse ore della giornata per trovare lavoratori per la sua vigna: più operai sono chiamati a lavorare nei diversi momenti. Al termine della giornata tutti sono pagati con la medesima ricompensa e i primi si lamentano per essere stati pagati come gli ultimi. Essi ‘mormorano’ dice Matteo: è evocazione del mormorare di Israele nel deserto, quando si levò la protesta contro Dio perché non assecondava le esigenze e i progetti del popolo.

La questione allora non è sui rapporti di lavoro, ma sul modo di vivere la relazione con Dio stesso. Alle lamentele il padrone della parabola risponde dicendo: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è essere coinvolti in una condivisione di vita, è amicizia donata, chiamata per un affidamento sincero. Chi lavora nella vigna è reso partecipe dell’amore di Dio per la sua vigna (simbolo del popolo d’Israele e della cura di Dio nell’alleanza: cfr Is 5)

La mormorazione è segno di non comprendere i pensieri di Dio, la sua bontà. Di qui nasce l’invidia nei confronti degli altri. L’agire del Padre che Gesù delinea nelle parole e scelte del padrone della vigna è agire di grazia e di perdono. ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Non ha limiti la sua bontà: per i primi come per gli ultimi la cosa importante è il rapporto nuovo l’incontro con lui. Il padrone della vigna dà a ciascuno quanto pattuito, è quindi giusto. Ma non si ferma qui: supera la giustizia sconfinando oltre. Il suo sguardo è di misericordia verso tutti. E’ preoccupato non di altro se non della relazione con lui: di far entrare nella sua amicizia. Oltre ogni merito. Il regno di Dio è dono per tutti, è scoperta di rapporti nuovi possibili, di accoglienza e di fraternità. La parabola capovolge modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, nella logica del dare-avere, del merito e della ricompensa. Dio che perdona è il Dio del cuore largo, in cui c’è spazio e non vi è esclusione.

Questo stile della misericordia dovrebbe generare una ricerca e un cambiamento. Dovrebbe essere lo stile da cercare sempre nella vita della comunità che segue Gesù: in questo sta – ce lo suggerisce la seconda lettura – il comportarsi ‘da cittadini degni del vangelo’.

Alessandro Cortesi op

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Vigna

E’ periodo di vendemmia. Una vendemmia che quest’anno per le temperature alte dell’estate e per la siccità giunge anticipata. E’ tempo di  raccolta del generoso frutto della vigna albero forte e nodoso. La vigna piange a primavera nell’aprirsi delle gemme, si veste di un abito di foglie e verde nell’estate e vive l’inverno nel ridursi ad essere tronco con esili rami piegati e, dopo la potatura, legati in attesa di nuova vita.

La vendemmia è festa: è accorrere di tante mani, di voci che si rincorrono tra i filari nel gettare i grappoli d’uva nei secchi pronti per la spremitura. Per molti è lavoro. Duro e sfruttato. E’ spesso riunione di famiglia che ritorna ai campi, eredità di un mondo di nonni e avi che dalla terra traevano di che vivere. E’ festa di ricordi, forse anche occasione di riscoperta di quel rapporto con la terra che oggi è venuto meno, ma che non rinvia ad un passato lontano, piuttosto ad un futuro di nuovo rapporto da ripensare e ricostruire, nel rispetto e nella cura di chi sa che il patto con la terra giunge da lontano e non può venir meno.

Le vendemmia è anche un segno dell’autunno, di questo momento in cui si raccoglie ciò che la terra dona. Ricordo di una generosità che possiamo guardare con stupore. L’autunno è il tempo della maturità e del tramonto che si avvicina preparando il buio che attraversa l’inverno. Ma ancora lo splendore di mattinate fresche con l’aria che pizzica nel risplendere di colori che prolungano l’estate si fa invito a sperare. L’autunno è tempo di raccolta: dopo lunga preparazione, ma anche di nuovo inizio. Nella fine sta l’inizio. L’autunno rinvia ad una esigenza di riposo dopo l’agitazione e gli estremi dell’estate con i picchi della calura e le giornate lunghe a non finire mai. In questo desiderio di riposo, nel progressivo anticiparsi dell’ora del tramonto, sta anche un inizio nuovo. E’ tempo che porta a maturità ma non è fine. E’ fragile promessa come dai frutti maturi i semi divengono annuncio di nuovi inizi. La vendemmia è segno di una speranza che parla di momenti di festa e di ritrovo: il vino è quel sovrappiù che racconta della gioia di uno stare insieme nella pace.

Leggo in questi giorni una bella riflessione che è preghiera di Francesco, nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre sulla speranza. La riporto con l’invito ad aprirsi alla speranza nel tempo della vendemmia, nel tempo dell’autunno.

“Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai” (Francesco)

Alessandro Cortesi op

 

Santa Famiglia – anno C – 2015

images-18a65d95a0d85f1dcef1e7e6169aa40d_1.jpg(Maximino Cerezo Barredo – Sacra famiglia 2005)

1Sam 1,21-22.24-28; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52

A Gerusalemme, nel contesto di una festa di Pasqua, Luca presenta la ricerca e il ritrovamento di Gesù da parte dei suoi genitori all’interno del tempio. Il suo insegnamento genera stupore. Il testo è percorso da domande in cui ogni lettore è coinvolto.

Sono così tratteggiati alcuni elementi che riguardano Gesù e altri della nuova famiglia che lui raduna. Gesù parla al rapporto con Dio il Padre. Per scoprire le profondità di questo incontro c’è un cammino da compiere, e con esso una ricerca. Gesù è nel tempio, segno visibile della presenza di Dio, ma dice che la sua vita è ‘nelle cose del Padre’. Il tempio, il luogo dell’incontro con Dio, si sposta da una costruzione umana alla relazione della vita. La sua vita è nell’ascolto e dialogo con il Padre.

Le sue stesse parole non sono comprese. Tutta la sua vicenda umana va ripercorsa in ricerca e in attesa. In questo cammino si potrà scoprire la famiglia di Dio, un tempio non di pietre, ma di presenze, di relazioni che Gesù intende radunare. Al cuore di questo raduno sta la proposta della vicinanza di Dio che si prende cura dei poveri e degli esclusi. Gesù esprime nel suo agire il sogno di un raduno e di una comunione di pecore perdute della casa di Israele. Tutto Israele e con lui l’umanità può aprirsi all’esperienza di rapporti nuovi.

Luca, nel dialogo al cuore del racconto, delinea il percorso di fede di coloro che si pongono a seguirlo: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo’. Ed egli rispose: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’.

Il verbo ‘cercare’ è centrale nel vangelo: più volte è indicato in riferimento all’itinerario di Gesù verso Gerusalemme. Si può cercare Gesù in molti modi: c’è una ricerca che conduce a perderlo o si può aprire un’altra ricerca. ‘Stare nelle cose del Padre’ è il cuore della sua esistenza e l’orizzonte finale della ricerca di lui. E’ questo il centro nascosto dell’esistenza di ogni donna e uomo.

Gesù rende vicino il volto del Padre, entrando nella quotidianità della vita di una famiglia, di un popolo, facendosi solidale con una storia umana di cui la famiglia è segno. Sta qui un paradosso da accogliere: la presenza di Gesù non è racchiudibile in un quadro definito, non è imprigionabile all’interno di una ricerca, pur sincera. Non si può accostarlo come qualcuno già conosciuto, di cui si sanno le origini e la sua famiglia. Gesù non può essere trattenuto, non è a disposizione di un clan o di compaesani che pretendono di conoscerlo: ‘Non è il figlio di Giuseppe?’ (cfr. Lc 4,22; Mc 6,2-3). Non si fa imprigionare tra ‘i nostri’. Gesù non appartiene nemmeno ad alcuna religione o chiesa che pretenda di esaurire la sua volontà e la sua presenza. In queste parole così forti rivolte a Giuseppe e a Maria: ’non sapevate che devo stare nelle cose del Padre?’ Luca presenta innanzitutto la indisponibilità di Gesù a qualsiasi ricerca che non si apra ad una dimensione che sta oltre, per accogliere – solo come dono – l’Incondizionato e l’Indisponibile di Dio. Luca presenta Gesù come uomo di preghiera, che riconosce nel rapporto con il Padre il riferimento radicale delle sue scelte umane e del suo agire (cfr. Lc 6,12;9,18; 11,1; 22,39-46).

Gesù non può essere considerato ‘proprietà’, neppure dei suoi. La sua testimonianza è critica al modo di concepire la famiglia come un rapporto esclusivo e proprietario degli altri. Rinvia all’attitudine di fondo della sua vita che genera la possibilità di rapporti nuovi, una famiglia aperta che allarga i confini della tenda.

A questo stile richiama chi lo segue. L’esperienza della famiglia non deve perciò essere chiusa, ma può essere luogo liberante per scoprire relazioni nuove. Gesù è nato in una famiglia umana, all’interno di una corrente di generazioni e di volti: le pagine così belle e dense delle genealogie presenti nei vangeli di Matteo e Luca offrono due diverse prospettive secondo le quali guardare alla ‘famiglia’ di Gesù. Gesù è ebreo – dice Matteo – nato all’interno di questo popolo con radici nella chiamata di Abramo (cfr Mt 1,1-17). Ma la famiglia di Gesù – dice Luca con la genealogia che giunge ad Adamo… figlio di Adamo, figlio di Dio (cfr. Lc 3,23-38) – è anche la famiglia di una umanità che trae origine da Adamo: una famiglia ‘allargata’ a pagani, ai lontani, non esclusiva.

La famiglia di Gesù è quell’umanità ferita: composta dei volti di uomini e donne, segnati dal peccato e salvati. Nella loro vicenda, di carne e sangue, scorre il comunicarsi di Dio che si rende vicino in questa storia, si lascia incontrare tra le pieghe di relazioni umane, ‘regolari’ e ‘irregolari’, nella storia di famiglie e affetti, nella complessità d’intrecci dell’amore terreno. Veramente la storia umana è una polifonia, fatta di tante voci in un contrappunto che insegue, talvolta copre o lascia ancora emergere il canto fermo dell’affidamento al Dio dell’alleanza.

Forse oggi pensare alla famiglia di Gesù implica guardare all’umanità in ricerca, assetata di relazioni autentiche e nello stesso tempo ferita, talvolta incapace di coltivare rapporti profondamente umani. Di questa famiglia Gesù è entrato a far parte; a questa famiglia di persone disperse ed in ricerca Gesù porta il vangelo dell’amore di Dio.

Oggi cambiamenti sociali e situazioni nuove conducono ad un’esperienze più complessa e talvolta problematica della famiglia; il vangelo ci riconduce all’incontro con Gesù, al suo essersi inserito nella vicenda umana divenuta la sua famiglia. Non si fa portatore di un modello culturale di famiglia, ma propone relazioni segnate dall’amore di Dio. E se i dibattiti sulla famiglia, sulle sue crisi e possibilità portassero ad aprirsi al senso della famiglia come luogo di relazioni sincere, di attenzione e cura, ambiente di ricerca, polifonia tra cantus firmus e contrappunti di autentico amore terreno?

Alessandro Cortesi op

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Empatia

“In ogni essere vivente c’è, a differenza dei corpi materiali, un nucleo o un centro che è l’autentico primum movens, ciò da cui, da ultimo, prende il suo avvio il movimento proprio. Tale nucleo è ciò per cui si può dire in senso stretto che l’essere vivente vive, mentre per il corpo che ad esso appartiene vale soltanto il fatto che è animato. La ‘vita’ si imprime nel fatto che il ‘nucleo’ si autodetermina, e questo si verifica per la totalità dell’essere vivente . L’essere delle cose materiali è un mantenersi nel tempo, all’interno del quale la sua condizione o rimane invariata o subisce cambiamenti a causa degli effetti delle circostanze esterne. L’essere degli esseri viventi è un continuo processo di sviluppo, nel quale il mutamento delle condizioni esterne ha la sua origine nel nucleo” (E.Stein, Introduzione alla filosofia, 164-165).

Ritrovo questa citazione di Edith Stein in un agile testo dal titolo ‘Empatia’ curato da Patrizia Manganaro (ed. Messaggero, Padova 2014). Empatia è esperienza di porre il centro non in se stessi, ma di ritrovare una apertura costitutiva in cui l’altro è presenza che ci costringe a guardarci dentro, e ad andare oltre la solitudine, scoprendo un nucleo di speranza racchiuso nella vita.

Accosterei tali riflessioni ad un quadro di vita familiare molto realistico delineato da Réné Pujol:

“se mi guardo intorno: i miei figli e nipoti, tutti in età per vivere l’esperienza di coppia, osservo una bella diversità di matrimoni religiosi o civili, PACS o semplici convivenze. Tra di loro ve n’è uno che ha fatto la scelta radicale di una vita monastica… ortodossa! I loro figli sono, in alcune famiglie, battezzati, in altre no; qualcuno ha celebrato un battesimo repubblicano in comune. Se offro uno sguardo alla nostra famiglia e ai nostri amici scopro vecchie coppie sposate, come noi, ma anche persone sole, o seconde unioni dopo il divorzio. E tra i vicini o conoscenti: omosessuali, coppie libere da ogni legame giuridico, altre che hanno stipulato i PACS o che si sono sposate da poco. (…) Vivono e sono contenti di vivere, apparentemente senza Dio e senza chiesa. Tuttavia, come laico credente, camminando da tanto tempo accanto a loro, con alcuni da sempre, desidero incarnare vicino a loro questa ‘arte dell’accompagnamento’ costitutiva del mio battesimo, che presuppone ‘di imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro’ quale che sia la sua appartenenza o il suo progetto di vita. (…) Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Le relazioni oggi vivono di complessità nuove, per certi aspetti dissimili da altre epoche ma non meno problematiche di altri tempi. Mi chiedo se in questa complessità lo sguardo all’esperienza della famiglia come rete di reazioni che di fatto fa incontrare i percorsi più diversi non sia occasione per una concreta pratica dell’empatia, da vivere e sperimentare lasciandosi pro-vocare dall’altro e scorgere un desiderio di incontro e di dono più forte di ogni egoismo e chiusura, nonostante tutto. E’ quel togliersi i sandali, non per rinuncia a capacità critica, ma per testimoniare un’attesa che sorge da una profonda fiducia in Dio e nell’umanità.

Abbiamo vissuto la costruzione di convivenze umane basate sul dominio, di costruzione di una polis basata sulla violenza e sull’imposizione di modelli di pensiero e viviamo le conseguenze negative del disprezzo dell’altro e dell’esclusione che segna il tempo attuale in tante forme.

La sfida presente oggi è forse quella di accompagnare cammini diversi scorgendo valorizzando e richiamando con gesti a quel nucleo vitale nascosto e presente in ogni cuore che è spinta ad non centrarsi in se stessi, ad aprirsi all’esperienza sempre nuova e indicibile di muoversi verso l’altro e condividere la vita. Una domanda rimane sulla capacità di empatia con le persone, con il mondo: “Trasformeremo il mondo se non lo amiamo già così com’è? Se non diciamo che è già amato da Dio?”

Alessandro Cortesi op

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