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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1077Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto l’occupazione e il controllo politico della potenza dell’impero romano. Tra le molte tasse che la popolazione subiva oltre alla tassa per il tempio e le varie gabelle che rendevano la vita difficile, c’era anche una tassa dovuta all’imperatore. Era l’odiosa tassa che ricordava il peso della potenza occupante romana e andava pagata con monete particolari. Nelle monete era infatti scolpita l’effigie dell’imperatore. Da qui il rinvio alla questione dell’immagine del Cesare, l’imperatore, che al tempo di Gesù era Tiberio Cesare, nella moneta del tributo.

A Gesù viene posta una questione per metterlo alla prova: è una questione sul dovere di pagare le tasse all’imperatore. Una questione delicata perché dietro a questo gesto poteva esserci il riconoscimento del dominio dei pagani. Ma anche era questione delicata perché ogni affermazione che fosse stata diretta a non riconoscere l’autorità romana poteva generare l’accusa di ribellione.

E’ interessante notare che Gesù non possiede con sé la moneta er pagare il tributo, e chiedendola a color che stanno sfidando mostra già la loro ipocrisia. La fa infatti mostrare da loro stessi. “Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro.

Le sue parole poi presentano poi una tensione: “Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

In primo luogo queste parole indicano una distinzione tra ciò che appartiene a Cesare, la sfera della politica, e ciò che compete a Dio. A Cesare vanno pagate le tasse perché la moneta reca la sua immagine. Le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e a tale autorità si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. E’ affermazione di una separazione. C’è una sfera del potere distinta e distante da quella specificamente religiosa. Gesù è ben distante dal riconoscere Cesare come un potere a cui inchinarsi, ma rinvia a restituire ciò che compete.

C’è poi nella risposta di Gesù c’è un altro aspetto su cui riflettere: che cosa intendeva dicendo che c’è qualcosa che compete a Dio nel dare a lui ciò che è di Dio? Che cosa è da riferire a Lui?

Se le monete portano l’effigie di Cesare e al potere statale va riconosciuta autorità per quel che riguarda ambiti particolari della vita umana questo non è tuttavia un riferimento assoluto, non copre né può pretendere di assorbire tutta la vita umana senza riserve e critica.

C’è un luogo in cui è posta l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio? Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare vi è un luogo dove è presente l’effigie di Dio?

Nel volto di ogni persona vivente sta il luogo dell’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza, pur riconoscendo che vi sono dimensioni della vita in cui si attua una responsabilità e competenze proprie. Non è tuttavia un riferimento assoluta che possa escludere il riferimento fondamentale a Dio.

Immagine è la categoria al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. E’ rinvio a Gen 1,26: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante…’, espressione che indica la creazione stessa dell’uomo come evento di un rapporto unico. ‘Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27)

Uomo e donna nella loro diversità, e nell’unità che costituisce l’umano, sono costituiti ad immagine del Dio che nella creazione si apre nel dono di sé, comunica vita lasciando spazio all’altro.

I discepoli di Gesù allora sono invitati a due attenzioni: in primo luogo non dovranno mai confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare. La presenza di Dio, sempre più grande non si lascia identificare o rinchiudere in una forza politica o in un dominio umano e culturale. La sua signoria sta oltre ogni realizzazione umana e non viene esaurito da un potere umano.

In secondo luogo discepoli sono chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona. Questo esige un riferimento totale della vita. Ciò apre ad una libertà di coscienza di fronte ad ogni potere politico di cui riconoscere ambiti precisi di competenza ma che non potrà mai porsi come assoluto. Ci sono ambiti della vita che prevedono riferimenti penultimi. L’autorità politica non potrà mai pretendere di esaurire tutta l’intera esistenza delle persone.

Le parole di Gesù sono una sfida a riconoscere che gli ambiti propri della politica, dell’economia, della società non escludono il riferimento a Dio. Ma anche Gesù indica che Dio non può essere ridotto ad un potere che si sostituisce a Cesare o si si pone sul medesimo piano del dominio politico.

Le questioni della politica sono ricondotte ad essere spazio dell’umano, spazio ‘penultimo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1192Catalogna

E’ una giornata di grande incertezza per la Catalogna. Oggi se Carles Puigdemont non proclamerà una dichiarazione di indipendenza potrà evitare che il governo centrale spagnolo intraprenda il procedimento per la sospensione dell’autonomia. Si presentano giorni di grande inquietudine.

Dalla Catalogna giungono in questi ultimi tempi notizie che rendono compartecipi di una grande tensione che attraversa questo paese. La regione è una tra le più vivaci della penisola iberica da tanti punti di vista. Barcellona, la sua capitale, è centro che testimonia una particolare vivacità culturale ed economica, e vive le contraddizioni di ogni grande città affacciata sul Mediterraneo in questo tempo. Città cosmopolita, di arte e cultura, incrocio di commerci, popolata di giovani universitari, snodo di turismo internazionale. E’ città che vede una coloritura multiculturale pur con sacche di povertà, forte immigrazione e situazioni di difficoltà nell’ambito del lavoro. A seguito dell’attentato alle Ramblas a fine agosto vi è stata nella popolazione una risposta di netto rifiuto della violenza e della logica dello scontro tra le religioni e ciò ha costituito un esempio.

In questi ultimi tempi la Catalogna ha vissuto alcuni passaggi che hanno estremizzato una tensione da tempo è maturata con irrigidimenti delle diverse parti e forzature.

Un sentimento forte di identità culturale autonoma legata alla propria tradizione linguistica, il catalano, unito alla consapevolezza di eredità culturali e storiche ha nel tempo condotto ad una richiesta di maggiore autonomia politica rispetto allo Stato centrale che ha anche visto parziali riconoscimenti. Ciononostante è cresciuta non solo una richiesta di ulteriore autonomia ma si è fatta strada la rivendicazione di indipendenza rispetto alla Spagna. Alcune scelte operate dall’attuale governo della regione sono state condotte in violazione dell’ordinamento costituzionale, sulla base del principio di autodeterminazione politica dei popoli.

La popolazione della Catalogna è però profondamente divisa al suo interno e tale frattura attraversa le famiglie, i gruppi sociali e la chiesa. Parte della popolazione pur essendo favorevole all’autonomia non condivide la prospettiva indipendentista: voci di costituzionalisti e intellettuali hanno manifestato preoccupazione a fronte di scelte che si sono poste al di fuori della legalità costituzionale e ordinaria. La richiesta legittima di autonomia ed il suo perseguimento per via democratica ha caratteri diversi dalla rivendicazione di un diritto all’indipendenza ed alla secessione. La convocazione e le modalità di svolgimento del referendum del 1 ottobre sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte.

Le violenze perpetrate dalla Guardia civil per impedirne lo svolgimento sono state d’altra parte una violenza indebita e sproporzionata. Un’espressione di violenza che ha portato una ferita profonda, ha esacerbato gli animi e ha polarizzato le posizioni. Dopo la dichiarazione di indipendenza, poi sospesa, a seguito dei risultati del referendum molte imprese e banche hanno annunciato il loro trasferimento in sedi al di fuori della regione. Madrid, secondo quanto previsto dall’articolo 155 della Costituzione democratica del 1978, potrebbe sospendere l’autonomia regionale.

La situazione è complessa e come in tutte le situazioni complesse la cosa più urgente e necessaria sta nel rifuggire ogni soluzione di tipo semplicistico e che non tiene conto delle gravi questioni in gioco.

Anche le comunità cristiane sono divise a loro interno con una radicalizzazione di scelte. La fede richiede per sua intrinseca dinamica un impegno nella società ed una presa di posizione nelle questioni della vita civile e politica, tuttavia la sfida sempre presente sta nel mantenere uno sguardo capace di distinguere pur nell’impegno ineludibile a prendere posizione. Identificare tout court un orientamento di fede con una precisa opzione politica necessariamente derivante dalla fede sfocia in forme di integrismo: vi sono state nella storia e possono presentarsi anche oggi in modi nuovi.

Il teologo Salvador Pié Ninot in un articolo apparso sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, facendo riferimento a vari manifesti apparsi in questo tempo, di tenore indipendentista, ha messo in guardia di fronte a tale rischio (S. Pié Ninot, Signos de integralismo catolico en Catalunia, “La Vanguardia” 29 settembre 2017): “Si deve tener presente che l’insegnamento della chiesa ha funzione di affermare i principi etici di riferimento lasciando ad ogni persona le decisioni possibili nelle loro concretizzazioni. Tali concretizzazioni necessariamente plurali sono il frutto ragionato di una opzione prudenziale e politica. (…) Come si è giustamente criticato l’avallo ecclesiastico maggioritario al nazional-cattolicesimo di un momento storico del nostro paese, è importante tener presente che il Vaticano II ha sottolineato ‘la giusta autonomia del mondo’. Per questo appoggiare una o l’altra opzione politica concreta, per quanto uno possa avere simpatie personali per essa, sta fuori da tale novità decisiva della autonomia del mondo”.

L’affermazione che non sta alla chiesa in quanto tale essere protagonista pubblica, attuando in tal modo una confusione con la comunità politica, è indicazione di un difficile cammino. C’è una distinzione da mantenere tra orientamenti di fondo che provengono dalla fede e le opzioni politiche che vanno poste non in modo assoluto e soprattutto non identificate come direttamente e necessariamente derivanti dalla fede stessa. Se una scelta è doverosa come impegno è peraltro importante coglierne i limiti. Di fronte alla complessità del vivere insieme, che è la questione della politica, sempre più è richiesto uno sguardo capace di distinguere e non confondere i piani. Si ripete la questione posta a Gesù sulla moneta da dare a Cesare quale sfida aperta per noi oggi.

Simone Morandini richiama l’istanza di riscoprire proprio in questi passaggi una prospettiva di etica civile: “Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c’è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all’esigenza di tutelare quel fondo comune che è l’esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d’altra parte, invita all’incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona”. (S.Morandini, Catalogna, oltre il paradigma gordiano, in Moralia Blog 9.10.2017)

Per il popolo catalano è l’augurio che questo momento estremamente difficile e di profonda divisione possa portare a maturare una chiara scelta nella linea del dialogo, di una trattativa nella giustizia e nell’ascolto di legittime aspirazioni, mantenendo riferimento alla Costituzione ed alle istituzioni democratiche. Carattere delle scelte politiche è individuare e perseguire il bene concreto e possibile, talvolta il male minore, rifuggendo da forzature e logiche di violenza da ogni parte. Forse questo doloroso momento può essere occasione per scorgere l’importanza di scegliere la via della mediazione – affrontando le reali questioni poste sul piano politico – difficile opera dell’agire di costruzione della convivenza. Anche quando tutto sembra essere senza soluzione.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Aureus_à_l'effigie_de_TibèreIs 45,1.4-6; Sal 95; 1Tess 1,1-5b; Mt 22,15-21
Matteo introduce la questione sulle tasse ai romani, la prima di tre dispute presentate al cap. 22 (il tributo a Cesare nei vv. 15-22; la risurrezione nei vv. 23-33; il grande precetto della Legge nei vv. 34-40) descrivendo l’atteggiamento dei farisei: “i farisei, essendo partiti, tennero consiglio…” Tener consiglio è l’attività del sinedrio presieduto dal sommo sacerdote, quella attività che segna il racconto della passione (Mt 27,1.7; 28,12). Qui è una azione anticipata e attribuita ai farisei che si recano da Gesù per metterlo alla prova, insieme agli erodiani, un partito che attendeva il sorgere di un regno teocratico in Israele, sostenitori del re Erode Antipa, in attitudine di collaborazione con i romani. Il clima dell’incontro è quello di una precomprensione ostile e di falsità, mascherata da parole di adulazione e di riconoscimento del valore dell’insegnamento di Gesù. La domanda posta ha di mira di metterlo in difficoltà. E’ una questione delicata che tocca i rapporti con la politica del tempo. Verte sulla tassa imposta dai romani su ogni persona, dopo che occuparono la Palestina nel 6 d.C.: una tassa odiosa che doveva essere pagata da tutti uomini donne e schiavi, dall’età dell’adolecenza fino a sessantacinque anni. Una tassa diversa da quella, di tipo religioso, richiesta per il tempio. Il tributo del census era equivalente alla paga di un giorno (un denaro di argento) e per pagarlo era utilizzata una moneta speciale che recava l’effigie di Tiberio Cesare (imperatore dal 14 al 37 d.C.) accompagnata da un’iscrizione in latino: Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote). La raffigurazione dell’imperatore come divinità secondo la legge ebraica (cfr. Es 20,4) era una immagine idolatrica e già l’uso di questa moneta di per sé stessa poteva costituire problema.

Gesù viene posto davanti alla domanda se sia lecito o no pagare questa tassa all’imperatore. Se risponde sì viene meno alle attese della folla che riponeva in lui l’attesa di un messia liberatore anche politico dall’oppressione dei romani. Se dice no la sua risposta può costituire accusa di opposizione al potere romano e lesa maestà nei confronti dell’imperatore. A chi si deve dare la moneta? Qualsiasi risposta lo avrebbe posto in difficoltà.

La reazione di Gesù esprime la sua libertà. Non si lascia prendere nel tranello: non risponde ma spiazza i suoi interlocutori con la sua libertà. “Ipocriti perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. Nel farsi mostrare una moneta dai farisei svela la loro ipocrisia: benché religiosi osservanti e preoccupati di rimanere puri, essi hanno questo tipo di denaro che reca l’immagine dell’imperatore, incisa sulla moneta benché la legge lo vietasse (Dt 4,16). Potrebbero essere allora accusati di accogliere la pretesa dell’imperatore di essere venerato come divinità e quindi di essere idolatri. Nonostante il loro presentarsi come religiosi riconoscono di fatto l’imperatore come signore, e sono così sottomessi al potere politico come a un ‘dio’ (cfr. Gv 19,12-15).

Tuttavia Gesù non si ferma a questo punto. Poiché questo era il mezzo ordinario per pagare le tasse all’imperatore romano, mostra che per lui l’uso di tale moneta non è cosa da cui stare lontani per non sporcarsi le mani. Per questo dice: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…’ Usatela per l’uso a cui questa moneta è destinata… Ammette in tal modo che sia lecito pagare le tasse senza affrontare la questione se questa imposizione sia o meno giusta o se il potere dell’imperatore sia legittimo o meno. E’ il riconoscimento realistico della presenza dell’autorità nella vita umana, di un ambito, quello politico, che attiene alla responsabilità della vita sociale e dei popoli.

Ma la sua affermazione continua. Gesù pone un deciso limite a questo ‘rendere a Cesare’: se a Cesare, il potere politico, va riconosciuto il pagamento delle tasse con quella moneta, non si deve fare di esso come assoluto. Sta qui un’importante soglia a cui Gesù richiama, c’è un limite da porre. Tra la sfera di Cesare e ciò che compete a Dio c’è una differenza. Sono piani diversi. A Cesare vanno rese le monete perché la sfera economica è di sua competenza: le monete portano infatti la sua effigie. Certamente a Cesare, il potere umano, va riconosciuta autorità per quel che riguarda alcuni ambiti della vita. Ma questo non può essere un riferimento assoluto.

Gesù porta ad interrogarsi su che cosa compete a Dio. Da un lato afferma che c’è un ambito di competenza proprio delle realtà umane. Sta qui implicito un richiamo al racconto della creazione: ad Adamo è affidata la creazione; all’umanità è data la responsabilità del mondo nella sua autonomia e nella ricerca delle leggi, e nella costruzione di istituzioni umanizzanti. Quello che tuttavia sta a cuore a Gesù è che a nessun Cesare si deve rendere il cuore, la vita nella sua totalità. Se nelle monete è presente l’effigie di Cesare, su ogni volto di uomo e di donna è presente un’altra immagine da riconoscere: nei volti umani è presente l’immagine di Dio stesso, il Dio della creazione che ha detto: “Facciamo l’umano a nostra immagine e somiglianza”. Sono i volti dei viventi il luogo in cui si riflette e traluce l’immagine di Dio (Gen 1,26-27).

Gesù mette in guardia e propone di guardare alla dignità unica di ogni persona che non può piegarsi di fronte a nessun imperatore o potere umano sia politico sia religioso. Conduce a considerare dov’è l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio. A Dio compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma a Lui solo è da ricondurre la totalità dell’esistenza, la sua dimensione più profonda, riconoscendo nei volti umani e non più su monete senza vita l’immagine di Dio stesso. Pur riconoscendo la competenza di Cesare su varie dimensioni, mai la sfera di competenza di Cesare potrà coprire tutta la vita. E così Dio mai potrà e dovrà essere confuso con un potere umano o con una forma religiosa di potere.

Immagine è la parola al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. Gesù a partire da tale spunto rinvia ad un significato più profondo dell’immagine. Uomo e donna sono creati ad immagine di Dio secondo Genesi (1,26-27): lo sono nella loro diversità e nell’unità che costituisce l’umano. I discepoli di Gesù sono chiamati innanzitutto a non confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare, a non identificare in una forza politica o in un governo umano la presenza di Dio, l’unico signore che sta oltre ogni progetto umano. Sono chiamati a restituire a Dio ciò che gli compete cioè la sua creatura. A Dio non è da restituire qualche cosa, o un settore parziale e delimitato della vita, ma l’intera esistenza. Al centro di queste parole c’è il rinvio allo stile di libertà di Gesù. A tale libertà anche i suoi discepoli sono chiamati: chiamati a riconoscere le esigenze che derivano dalle realtà dello stato. E tuttavia riconoscere ciò che è di Dio e scoprire che l’immagine di Dio è la vita umana. Ogni autorità, ogni istituzione potrà essere riconosciuta ma non senza limiti e riserve, considerando che c’è un’immagine più importante da riconoscere sempre, l’immagine di Dio impressa nel volto umano e nessuna istituzione umana può deturpare tale immagine.

Queste parole indicano il superamento di una concezione teocratica del potere così presente nel mondo in cui Gesù viveva, ma anche sono cariche di potenzialità per concepire una attitudine laica di fronte alle istituzioni umane. Nessuna istituzione umana può prendere il posto di Dio e d’altra parte va riconosciuta nell’ambito delle proprie competenze. Riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo è rimanere nella capacità critica e nella tensione a rifuggire ogni compromesso comodo con il potere e con ogni forma di idolatria. A Dio non è da restituire qualche cosa, ma l’intera esistenza. Non è la soluzione delle questioni relative al rapporto tra religione e politica, tra Stato e Chiesa ma rinvio allo stile di libertà dei discepoli di Gesù, chiamati ad essere responsabili nella storia, a non essere rinchiusi nella soggezione ad un potere che si pone come assoluto, attenti a scorgere nel volto dell’altro l’immagine di Dio. E soprattutto persone che rifuggono l’ipocrisia.

DSCN0474Alcune osservazioni per noi oggi

Due modi si contrappongono: da un lato i farisei che usano malizia e ambiguità, sottomessi alla paura dell’autorità politica, nel tentativo di cogliere in fallo Gesù. Dall’altro Gesù, presentato come ‘veritiero’, ‘che insegna secondo verità’, che ‘non ha soggezione’, che ‘non guarda in faccia nessuno’. E’ il ritratto di un uomo libero, ‘diritto’, che non finge e non trae in inganno, l’esatto opposto dell’ipocrisia. Il suo tratto è decisamente diverso dal profilo di una vita in cui tutto è apparenza, recita esteriore di un copione che non corrisponde alle vere scelte, scissione tra ciò che appare all’esterno e l’interiorità: è questa la ‘malizia’ che Gesù denuncia, cercando di smascherare il cuore dei suoi interlocutori. ‘Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?’ Possiamo chiederci come vivere oggi tale dirittura nella libertà, una sfida per noi…

L’ambito del politico è penultimo – così come ogni ambito della attività umana – ma non significa che sia senza importanza e senza esigenza di impegno: va riconosciuto in quello spessore proprio da mantenere in continua tensione, in una ricerca mai conclusa con le esigenza di ciò che ultimo. Ciò che è ultimo non annulla né conduce a fuggire o disprezzare il penultimo, ma lo orienta, lo espone a critica, lo aiuta ad indirizzarsi verso ciò che è più importante. Tendere a ciò che è ultimo mantiene aperta la questione di non sacralizzare il penultimo. Ma in questo modo è anche la più grande valorizzazione dell’impegno nella ricerca delle vie penutlime nei vari ambiti della vita umana.

Trasferendo la questione della moneta di Cesare in tutt’altro contesto sociale e situazione storica si potrebbe aprire considerazione di come è vissuto il rapporto con le tasse oggi. Su questo proprongo alcune riflessioni di Giannino Piana (da “Cristianosociali news” n.12 del 12 settembre 2007) che offrono alcuni criteri di riferimento rispetto ad una modalità oggi diffusa di pensare le tasse solamente come un attentato all proprietà personale. Ripercorrendo gli sviluppi della concezione dello Stato nel corso dei secoli Piana osserva come nell’età moderna progressivamente “La dimensione sociale non è più concepita quale fattore costitutivo della soggettività umana – come dato “naturale” secondo l’accezione della filosofia classica e medioevale – ma è ridotta a realtà del tutto accessoria che va forzatamente accettata per non mettere a repentaglio l’ordine della convivenza. Da questa concezione ha preso avvio, da un lato, l’economia capitalista, la cui molla essenziale è l’interesse individuale, e, dall’altro, una interpretazione della politica come espressione di un ‘contratto’ sociale esclusivamente finalizzato alla tutela delle libertà individuali. Lo Stato è, di conseguenza, considerato come una realtà che si impone dall’esterno e che ha un compito prevalentemente negativo, quello di far rispettare le “regole” del contratto assicurando la pace sociale; si tratta dello Stato ‘carabiniere’, dotato di un potere essenzialmente coercitivo, e non interessato invece alla promozione positiva del ‘bene comune’.” Un passaggio nel quale anche la chiesa cattolica ha precise e profonde responsabilità. Nell’attuale condizione – continua Piana – “In regimi democratici come quello in cui viviamo, in cui lo Stato è espressione diretta dei cittadini, il dovere di pagare le tasse è dunque un dovere di stretta giustizia. L’evasione costituisce una grave violazione del patto che sta alla base della vita della comunità cui si appartiene, e va pertanto condannata tanto sul piano morale che civile”. Maturare tale visione “…implica il superamento da parte dei cittadini della tentazione di indulgere in posizioni qualunquiste e il riconoscimento del ruolo decisivo della politica; e da parte dei governanti la promozione di una rigorosa conduzione della ‘cosa pubblica’ tale da renderne credibile il valore. L’evasione fiscale è la ‘cifra’ dello scarso ‘senso civico’ esistente nel nostro Paese: la lotta nei suoi confronti esige pertanto l’adozione di misure severe, fondate su criteri di giustizia ed equità. Ma è bene ricordare che questa lotta, per quanto necessaria, non basterà da sola a sconfiggere un costume profondamente radicato, se non si accompagnerà a un’opera di grande risanamento morale”.

Alessandro Cortesi op

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