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I domenica di Quaresima- anno C – 2019

IMG_3443Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13

“Mio padre era un arameo errante; scese in Egitto… gli egiziani ci maltrattarono e ci imposero una dura schiavitù… Il Signore vide la nostra oppressione e ci fece uscire dall’Egitto… e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele”.

Israele professa così la sua fede: non è un elenco di definizioni su Dio, ma è il racconto di una storia di schiavitù e di liberazione. In questa storia Israele ha incontrato il Dio vicino e liberatore. E’ un Dio che agisce, libera, ascolta il grido degli oppressi scende a liberarli. I suoi pensieri non sono i pensieri dell’uomo; eppure nello stesso tempo è il Dio che si prende cura dei più deboli.

La sua azione è descritta nei termini del far uscire dalla terra di oppressione: ‘ci fece uscire dall’Egitto’. Da qui sorge un camino per Israele e la terra diviene segno di fedeltà alla promessa.

Iniziare il cammino di Quaresima significa situarsi in questa storia, aprirsi a vivere un cammino di fede in ascolto di Dio che libera e salva. Il grido che saliva dal popolo d’Israele oppresso nella schiavitù d’Egitto continua oggi nel grido di tanti popoli. Quaresima è tempo di riscoperta di un cammino nel rapporto con Dio che fa uscire ancora.

Anche Luca nel suo vangelo presenta la scena delle tentazioni di Gesù: il suo racconto può essere letto in parallelo a Matteo che descrive tre momenti e tenendo presente quanto solamente accenna Marco che vede le tentazioni come chiave di lettura dell’intero cammino di Gesù.

Nella versione di Luca appare un elemento particolare: la conclusione delle tre tentazioni di Gesù non avviene su di un alto monte (come fa invece Matteo) ma sul pinnacolo del Tempio di Gerusalemme, al cuore quindi della città santa. La città di Gerusalemme ha per Luca un’importanza particolare: da lì tutto inizia, al cuore del tempio, con l’annuncio dell’angelo a Zaccaria, e a Gerusalemme tutto si compie nei giorni della passione e della morte.

Nel racconto delle tentazioni Luca intende comunicare che la prova non costituisce un momento passeggero ed unico nella vicenda di Gesù. E’ piuttosto un’esperienza che attraversa tutta la sua vita. E a Gerusalemme trova il suo culmine. Nel momento della morte Gesù si affida fino in fondo al Padre: ‘nelle tue mani affido il mio spirito’.

Così di fronte alle diverse ‘tentazioni’, la risposta di Gesù non è altro che un ripetere la sua fiducia e il suo affidamento in Dio Padre: “Solo al Signore tuo Dio ti prostrerai Lui solo adorerai”.

In primo luogo Gesù non risponde alle attese di chi vuole un salvatore che risponda alle esigenze immediate: ‘se tu sei figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane’. Gesù non intende essere un messia funzionale alle richieste di risolvere i problemi della vita come la sussistenza.

La sua non è nemmeno la risposta ad un’attesa di potere, sia esso di natura politica o religiosa: ‘ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri davanti a me tutto sarà tuo’. Gesù rifiuta di essere un messia di tipo politico e del successo. Non si piega al potere che tutto vuole comprare con il denaro e con la propria arroganza.

Si oppone infine – ed è il terzo momento – a manifestarsi come un messia che suscita meraviglia: ‘se tu sei figlio di Dio, buttati giù’. Gesù rigetta di essere un messia che viene con potenza, con colpi di scena. I suoi gesti di bene, il suo agire attraversa il quotidiano ed invita a scoprire che l’incontro con Dio non è questione di eventi eccezionali, ma è vicino nel tessuto della vita. I suoi sono gesti di guarigione, di cura, di dono, di speranza. Per lo più sono attuati prendendo le distanze dalla folla che ricerca spettacolarità e prodigi. La sua scelta, il cuore della sua missione sta nell’essere un messia povero.

Luca pone l’episodio delle tentazioni di Gesù dopo aver indicato la sua genealogia che lo unisce ad Adamo: Gesù riprende nella sua vita la storia dell’umanità. Gesù indica il senso più profondo di questa storia nell’affidamento a Dio, il Padre di misericordia che salva e apre cammini di liberazione.

Alessandro Cortesi op

Marc Chagall L'ebreo errante 1923-25 olio su tela Musée du Petit Palais Ginevra      Marc Chagall, L’ebreo errante 1923-25 olio su tela – Musée du Petit Palais Ginevra

Un arameo errante

L’ebreo errante è figura che richiama elementi diversi e lontani. Alcuni risalgono ad antichissime leggende: nel suo profilo evoca la sorte di chi a causa di un atto sacrilego è costretto a pellegrinare nell’esistenza preso dal rimorso per il proprio peccato, come Caino. Per altri aspetti richiama le leggende attorno a figure presenti alla passione di Gesù e che lo offesero. In racconti medioevali come la Historia maior del benedettino inglese Matthew Paris del XIII secolo si trova il ricordo – proveniente dall’Armenia – di un certo Cartaphylus, portiere del palazzo di Pilato che aveva esortato Gesù a muoversi e che ricevette come risposta: “Io vado, ma tu aspetterai fino a che io ritorni”.

Attorno a questa figura si sviluppa in età medioevale la tradizione di un pellegrino dai contorni misteriosi e il racconto è utilizzato con forti accenti antiebraici. Dopo la Riforma soprattutto in Germania la leggenda trovò nuovo sviluppo in libri popolari. Nel Volksbuch tedesco, edito per la prima volta nel 1602 e più volte ripubblicato in diversi Paesi, compare la figura di un ebreo pellegrino dal nome Aashuerus con cinque soldi nelle sue tasche che si rinnovano: il suo vagare continuo per tutta l’Europa è un modo per manifestare la propria colpa, ma anche il proprio pentimento, senza mai trovare un porto di riposo al suo errare.

Nella ripresa del mito da parte di Goethe, Aashuerus diviene paradigma del vagabondo che non comprende la profondità del divino, ma peraltro manifesta lucida lettura della condizione umana. In epoche successive la figura dell’ebreo errante trovò espressioni letterarie diverse con vari accenti simbolici. Per un verso figura di chi nega la divinità e dopo un lungo errare si riconcilia con Dio, per altri aspetti figura del perenne camminare dell’umanità che continua a ricercare pace e giustizia.

L’ebreo errante manifesta nella cultura europea l’esempio della figura dell’ ‘altro’, che per un verso non si riconosce nella tradizione e nella fede cristiana e dall’altro è un testimone diretto della presenza di Cristo e della sua passione. E’ espressione dello straniero che inquieta e non cessa di interrogare sull’identità e sulla differenza proprio nella sua itineranza senza fine (cfr. R.Bernasconi, D. Wood (edd.), The Provocation of Lévinas. Rethinking the Other, London-New York, Routledge 1988).

Marc Chagall nei suoi quadri riprende questa antica figura. L’ebreo errante diviene nella sua interpretazione un riferimento alla sorte degli ebrei vittime dell’odio, costretti a fuggire di fronte alla persecuzione. Ebreo errante e Cristo crocifisso nell’arte di Chagall divengono simboli che si rinviano l’uno all’altro e richiamano alla persecuzione ed alla sofferenza inflitta al popolo ebraico.

Chagall capovolge nella sua lettura la prospettiva del mito: la figura dell’ebreo errante non è colui che ha offeso, ma la vittima costretta a fuggire e ad andare errando lontano. Così nella Crocifissione bianca, del 1938, l’ebreo errante è paradigma non dell’offensore ma di colui che è perseguitato, ed è vittima. Come Gesù sulla croce, che nella sua sofferenza è pienamente solidale con i patimenti del suo popolo.

Il dipinto dal titolo ‘L’ebreo errante’ (1923-1925) di Chagall riprende questo motivo. Sullo sfondo sono presentati alcuni elementi simbolici: si individua infatti la presenza dell’asino, animale tipico della campagna, la chiesa ortodossa di Vitebsk con i tetti delle isbe del villaggio dell’infanzia dell’artista, e quale figura imponente che occupa grande spazio della tela, il profilo del profugo in fuga con un sacco sulle spalle pieno di tutto ciò che un uomo in fuga può salvare. La figura dell’ebreo in cammino occupa quasi tutto lo spazio della tela. Il colore che si distingue tra gli altri è l’arancione. E’ un rinvio all’esperienza dell’errare propria del popolo ebreo a seguito dei pogrom e persecuzioni ma anche di Chagall stesso che fu costretto ad abbandonare Vitebsk per recarsi a san Pietroburgo e poi a Berlino e Parigi. Il bastone e il sacco sono simboli di un errare in cui si porta con sé la propria fede, la tradizione del popolo, il tesoro di un’identità ebraica che non è perduta. Una prima versione del dipinto, riportata su una fotografia e accompagnata da uno scritto di Bella Chagall, reca il titolo En route (In cammino).

Chagall con questa immagine evoca da un lato il cammino di una umanità sofferente che desidera pace e si trova a dover fuggire dalla violenza e dalla guerra. Dall’altro pone insieme il riferimento al cammino del popolo ebraico, cammino di vittime dell’odio e della malvagità associato alla figura di Cristo stesso, che ebreo di Galilea nel suo cammino ha condiviso il cammino di un popolo vittima dell’oppressione e dell’esilio e con esso il cammino delle vittime della storia.

Alessandro Cortesi op

Per approfondire: M.Massenzio, La passione secondo l’ebreo errante. I mitici itinerari del testimone vivente. Dalla passione di Cristo alla crocifissione di Chagall, Quodlibet 2007. M.Massenzio, L’ebreo errante di Chagall. Gli anni del nazismo, Editori Riuniti, 2018.

 

 

 

 

Immacolata concezione – 8 dicembre 2015

DSCN1201Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» è il saluto che nel racconto di Luca il messaggero/angelo rivolge a Maria. Soggiace a queste parole il rinvio  a testi profetici, quali inviti a vivere una gioia in rapporto al venire di un tempo messianico:

“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17).

“Rallegrati…”; “…terrai nel grembo”; “…il Signore è con te”. Sono una ripresa del testo di Sofonia, con l’invito a gioire perché Dio viene in mezzo al suo popolo (indicato come ‘la figlia di Sion’) e si inaugura un nuovo regno; il regno di Dio stesso che giunge.

Si invita alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio. “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14). “Il Signore è in mezzo a te” è l’annuncio di Sofonia ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: “egli è in mezzo a te” è mutato in “avrai nel grembo”.

Il saluto è rivolto a Maria indicata come “piena di grazia”. Il verbo è utilizzato con il significato di “rendere grazioso”, “rendere degno di una trasformazione”, “rendere trasformato mediante la grazia”:  una azione proveniente da Dio e che continua . Il risultato non è solo un attributo ma un autentico ‘nome’ nuovo donato a Maria. Come nei racconti di chiamata ed invio nella Bibbia il nome nuovo è legato all’invio per una missione.

Le parole del messaggero ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda, come nel cammino dell’esodo la nube copriva la tenda  con la ‘gloria di Dio’ (Es 40,34-38). Era nube che accompagnava il cammino della liberazione. La presenza del figlio annunciato a Maria richiama la presenza della gloria di Dio in mezzo al cammino di un popolo.

Maria nel suo percorso di prima credente rinvia al cammino della comunità chiamata a seguire Gesù: in lei si racchiude un richiamo per il cammino della chiesa. Chiamata a dire eccomi, chiamata a portare un dono e comunicarlo, non proprietaria di privilegi, ma a servizio della vita per tutti, testimone di luce donata e riflessa (mistero della luna).

Nel cammino della chiesa il Dio dela tenda è stato trasformato nel Dio del tempio e della stabilità: la vicenda di Maria richiama a vivere la disponibilità ad un cammino liberato da ogni laccio di tipo clericale e capace di libertà.

 

La donna incinta

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(Marc Chagall, La donna incinta, Amsterdam – Stedelijk Museum 1913)

Chagall in questo suo quadro del 1913 raffigura una donna nel momento della maternità. Il titolo è infatti ‘la donna incinta’.

Il contesto è quello della vita di un villaggio russo. In esso si svolge il corso  della vita quotidiana: il lavoro dei campi nel tempo della seminagione, l’attesa della pioggia e il volo degli uccelli. Si distinguono profili di uomini, tra cui il pastore e il contadino con il volto rivolto al cielo. E’ narrazione di lavoro e di ferialità, di relazioni ordinarie in cui emerge, grande al centro del quadro, la figura di una donna, che porta nel suo grembo un bambino. Tra terra e cielo, narrazione della vita come dono che unisce nei ritmi del tempo una storia più profonda.

Lo spicchio di una luna nel cielo colorata con tonalità diverse di verde, il medesimo colore che tinge il volto stesso e le spalle della figura femminile, appare a lato della donna incinta: è rinvio al ciclo della fertilità, così come le macchie di colore rosso possibili allusioni al sangue. La luna con il suo chiarore genera chiaroscuri su pareti di montagne che emergono a forma di piramidi e richiamano i profili spioventi dei tetti delle case: incroci e richiami di natura e cultura in un mondo interrelato. Accanto alla donna anche una capretta, saltellante in uno sfondo che unisce terra e cielo, anch’essa gonfia di latte e pronta ad allattare.

La sfera umana, quella animale e quella vegetale partecipano insieme dell’evento della maternità. Accanto alla  capra, al muoversi della vita del villaggio e sopra i tetti delle case, anche le nubi appaiono delineate con le forme arrotondate e rigonfie e riprendono le forme dei seni pronti ad offrire il latte, primo cibo per la vita.

La donna è raffigurata con i tratti del suo corpo trasformati dalla maternità. Le linee del viso angolose, una pezzuola sul capo, gli abiti variopinti della tradizione popolare, del lavoro dei campi e nella casa. Nel suo grembo, iscritto in un ovale che si offre come possibilità di visione interiore, al centro del quadro, la presenza del bambino. E’ raffigurato in piedi, in posa statuaria, già adulto eppure ancora nel grembo, piccolo a confronto della madre incinta, ma già grande. Allo spettatore, e solo a lui, è dato di scorgerlo, in una sorta di visione che evoca la tipologia di antiche icone del Padre che tiene inscritto nel suo seno il Figlio. La mano della donna suggerisce di concentrare l’attenzione sulla presenza del bambino accennando a lui con il dito della sua mano.

Un’immagine che racconta in modi evocativi lo stupore per la vita,  la novità del concepire, l’essere incinta di un donna nel quadro di una vita di relazioni, l’esperienza della attesa che trasforma il corpo.

Una storia fatta di terra e di cielo che lega insieme ed apre a scorgere un oltre nascosto, interiore e presente nella vita, segreto celato nella semplicità del quotidiano, degli umili della terra.

Alessandro Cortesi op

 

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