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V domenica di Quaresima – anno B – 2021

Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

‘Vogliamo vedere Gesù’ è desiderio espresso da alcuni greci in una domanda a Filippo: è un desiderio di incontro con Gesù. ‘vedere’ nel IV vangelo è verbo che indica una ricerca del senso degli eventi. A questa richiesta Gesù risponde parlando della sua ora, di glorificazione e di morte: “E’ venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Gesù parla di sè, del suo cammino e ne parla utilizzando un riferimento fodnamentale all’ora: l’ora della sua vita è il momento in cui si consegna al Padre per amore. La sua vita è come un chicco di grano gettato in terra che muore. Consegnato nel tradimento, è in realtà lui stesso che nella sua libertà si consegna per tutti. Nel suo perdere la sua vita genera una fecondità nuova. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore che giunge fino al segno supremo sulla croce.

L’ora annunciata a Cana, detta vicina nel dialogo con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato”. L’ora di Gesù è ora della sua passione ma nel medesimo tempo è ora di glorificazione. Ciò appare una contraddizione. Ma sarà l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto e lì vedranno il volto di Dio come amore. Innalzato da terra, Gesù attira ogni cosa a sé. L’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la misura smisurata dell’amore di Dio per l’umanità. Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo.

Gesù propone la sua via a coloro che lo seguono: è una via in cui vi è un morire, cioè un venir meno a tutte le pretese che comportano tenere la vita centrata su di sé, a tutto ciò che impedisce di semplificare l’esistenza rendendola unificata e orientata ad un dono. Non si tratta di una morte fisica ma di un movimento di lasciar andare tante cose inutili. Per questo il morire non è l‘ultima parola, ma diviene occasione per un rinascere, per vivere in una dimensione nuova, nella semplicità, nel vivere per gli altri, come Gesù che nel suo venir meno alla pretesa di trattenere la sua vita, facendola dono, ha vinto la morte e ha aperto una nuova speranza. Morire implica venir meno a tuti i disegni di grandezza e affermazione per lasciar spazio alla relazione con Gesù, al sapersi sorelle e fratelli suoi, inviati a portare la benedizione che proviene dall’incontro con lui a tutti.

Gesù è passato facendo del bene: la sua parola e il suo gesto di benedizione era per tutti. Questo morire non è solo dei singoli, ma dev’essere esperienza di comunità. Anche la chiesa e le chiese oggi sono chiamate a ritornare al vangelo, a ritornare a Gesù, nonostante le incapacità e perdita di orizzonte nel non lasciarsi confrontare con i gesti e le parole di Gesù, con la gioia e la benedizione del suo vangelo, per tutti e soprattutto per i poveri. Gesù manifesta la sua gloria sulla croce: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ non possono non seguire i passi che lui ha percorso. Sono chiamati ad essere benedizione per tutti e a pensare la prorpia esistenza come il chicco di grano che si perde nella terra ma solo così da inizio ad una nuova vita.

Alessandro Cortesi op

Come il chicco di grano…

Ricorre in questi giorni la memoria di Oscar Romero riconosciuto ufficialmente santo dalla chiesa ma ben prima riconosciuto nella sua testimonianza evangelica dal popolo dei poveri nel cui contatto egli stesso aveva scoperto in modo nuovo la chiamata di Gesù a dare la sua vita per gli altri.

Proprio la sera in cui venne ucciso, il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la messa nella piccola cappella dell’Ospedale della divina Provvidenza pronunciò un’omelia in cui ricordava la morte di una donna Sarita , Sara Meardi de Pinto, madre di Jorge de Pinto, giornalista salvadoregno del settimanale “El Independiente”. In quella sera era stato letto il brano del vangelo Gv 12,23-26. E Romero, poco prima di essere colpito dalle pallottole delle milizie venute a farlo tacere, così si espresse:

“… penso che questa sera non dovremmo solo pregare per il riposo eterno della nostra cara signora Sarita, ma soprattutto dovremmo fare nostro il suo messaggio a cui ogni cristiano deve dare forma e vita in maniera intensa. Molti non capiscono, e pensano che il cristianesimo non dovrebbe immischiarsi in queste cose. Ma, al contrario, avete appena ascoltato il vangelo di Cristo: nessuno deve amare se stesso tanto da evitare di coinvolgersi nei rischi che la storia ci chiede; coloro che evitano il pericolo perdono la loro vita, mentre quelli che vivono dell’amore di Cristo donano sé stessi al servizio degli altri e vivranno. Come il seme di grano che muore, ma solo apparentemente. Se non morisse, rimarrebbe da solo. La mietitura arriva solo perché esso muore, perché permette a se stesso di essere sacrificato nella terra e distrutto. Solo distruggendo se stesso produce il raccolto”.

Proseguiva poi: “Questa è la speranza che ispira noi cristiani. Sappiamo che ogni sforzo per migliorare la società, soprattutto una che è così segnata da ingiustizia e peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio desidera, che Dio ci chiede. E quando si trova gente generosa come Sarita, e il suo pensiero incarnato in Jorgito e in tutti coloro che si appassionano per questi ideali, allora si deve cercare di purificarli, certamente, di renderli cristiani, di rivestirli con la speranza di ciò che sta oltre.

Tutto questo li rende più forti, rendendoci sicuri che tutto quello che facciamo sulla terra, se nutrito di speranza cristiana, non fallirà mai. Lo ritroveremo in una forma più pura in quel Regno dove il nostro merito sarà l’impegno e la passione che abbiamo messo qui sulla terra.

Penso che aspirare a ciò non sia senza effetto in un tempo di speranza e lotta, nel giorno di questo anniversario. Ricordiamo con gratitudine questa donna generosa che fu capace di simpatizzare con le preoccupazioni di suo marito e suo figlio, e di tutti coloro che lavorano per un mondo migliore”.

Sono parole che rinviano ad una benedizione di Dio che guarda con benevolenza ogni percorso e impegno umano in cui sin da ora, nell’impegno in questa terra, si fa crescere il dinamismo dell’amore, della liberazione e si aprono vie di giustizia e di pace. Parole che rimangono ancora profezia in questo nostro presente.

Alessandro Cortesi op   

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