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XXVIII domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Una domanda apre un dialogo con Gesù. Questo tale che lo interroga esprime il desiderio di ognuno che si lascia toccare dal desiderio di dare un senso autentico alla propria vita. Questo ‘tale’ ha condotto una vita di impegno dal punto di vista religioso, nell’osservanza dei comandamenti, e presenta il profilo di un credente che ha camminato secondo la legge: un uomo buono, con apertura sincera a vivere la vita in modo significativo per sé e per gli altri. Gesù manifesta verso di lui sentimenti di ammirazione e simpatia: il suo sguardo è di sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. E la sua risposta apre ad una scelta da vivere: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con la condivisione di quanto si ha: ricchezze materiali ma anche ricchezze di vita. Gesù indica la via del farsi solidali con i poveri, del condividere per entrare in una dimensione nuova, autentica nel rapporto con lui. Propone di lasciarsi sgravare da ciò che situa la vita nell’orizzonte del possesso e del mantenere per aprirla ad una scioltezza che permette di ‘venire e seguire’ lui.

Questa pagina è stata letta nella tradizione cristiana come indice di una chiamata particolare solamente per pochi. Si tratta invece di una chiamata che Gesù nel suo cammino rivolge a tutti per seguirlo: Marco infatti nel vangelo situa questo incontro dopo aver parlato del progetto di Dio sul rapporto tra uomo e donna. Ora si tratta del rapporto con i beni e con ogni genere di ricchezza. I molti beni imbrigliano e opprimono e solamente nella condivisione possono lasciare la vita aperta e non soffocata. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non sappiamo se in seguito iniziò a seguire Gesù: è una storia che rimane aperta e sospesa, segnata da questo invito. Ma questo passaggio del vangelo indica ai discepoli che una vita autentica deve passare per un rapporto nuovo con i beni: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Questo cammello è stato variamente interpretato: forse una corda utilizzata sulle barche dai marinai oppure una porta stretta della città di Gerusalemme detta ‘cruna d’ago’, ingresso aperto quando le altre porte erano chiuse o ancora riferimento ad altro: l’immagine in ogni caso è finalizzata ad aprire il cuore dei discepoli ad una scelta nel vivere la sequela di Gesù, per tutti. La reazione è a questo punto di smarrimento e di paura: “e chi mai si può salvare?”.

Gesù propone ancora una volta un affidamento senza riserve a Dio, trovando in lui la forza per vivere rapporti nuovi sin d’ora: legami di fraternità e sororità che fanno scorgere gli altri come parte di un noi sempre più grande. La pretesa di salvarsi con le sole proprie forze e di considerare la salvezza un progetto umano è fallimentare: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37). Il senso autentico della nostra vita non si compie nei termini di sicurezza, conquista accumulo o possesso, ma secondo la logica dell’affidamento, del dono, della condivisione. La salvezza non è solo orizzonte da attendere nel futuro ma da scorgere in una vita liberata sin da ora.

Da qui sorge un modo diverso di usare ogni bene e la possibilità di rispondere all’invito di Gesù a condividere con i poveri ed a seguirlo lungo la strada che lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

Un momento di verità

“Dagli anni 70 un punto particolare è da sottolineare: fino agli inizi degli anni 2000 vi è una indifferenza profonda, una indifferenza totale ed anche crudele nei confronti delle vittime”. “Per me la cosa più terribile è stata aver visto il male assoluto, la violazione dell’integrità fisica e psichica di bambini. Un’opera di morte, perpetrata da persone con la missione di portare vita e salvezza”. Con queste parole François Devaux, presidente dell’associazione di vittime di abuso  ‘La parola liberata’, è intervenuto nella conferenza stampa di presentazione delle conclusioni del rapporto sugli abusi sessuali nella chiesa in Francia dal 1950 ad oggi.

Il 5 ottobre us è stato infatti presentato il rapporto della commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (Ciase), richiesto dalla Conferenza episcopale di Francia (CEF) e dalla Conferenza delle religiose e dei religiosi di Francia (Corref).

La commissione è stata presieduta da Jean-Marc Sauvé, ex vicepresidente del Consiglio di Stato, che ha guidato i lavori. In un’intervista alla BBC egli ha detto che la commissione si attendeva un numero di qualche migliaio di soggetti coinvolti, tuttavia man mano che gli ascolti procedevano si sono rivelate proporzioni sconcertanti del fenomeno. La commissione è giunta ad accertare dal 1950 ad oggi la presenza di 216.000 vittime (che oggi hanno 18 o più anni) che hanno subito violenze sessuali e abusi da parte di un prete, di un diacono o di un religioso. Se si aggiungono gli abusi attuati da persone nell’ambito ecclesiale, come ad esempio personale scolastico, catechisti, animatori di movimenti giovanili e altro si giunge alla stima di 330.000 vittime. Sono cifre impressionanti che suscitano sconcerto e indignazione. Jean Marc Sauvé ha detto: “La Chiesa cattolica è, al di fuori delle cerchie familiari e amicali, l’ambiente in cui la prevalenza di violenze sessuali è la più elevata”.

L’inchiesta è stata condotta in due anni e mezzo di lavoro ed ha posto in luce che dal 1950, un  numero compreso tra 2900 e 3200 preti, diaconi e religiosi di accertata identità hanno inflitto violenze sessuali per lo più a minorenni o a maggiorenni vulnerabili (principalmente religiose, ma anche seminaristi). La commissione ha affermato che “un tasso attorno al 3% di chierici e religiosi autori di aggressioni sessuali costituisce una stima minima e una base di confronto pertinente con gli altri paesi”. Sono cifre che delineano un fenomeno diffuso e sistematico.

La reazione della chiesa istituzione a fronte di questo fenomeno è stata studiata nell’inchiesta dal sociologo e storico Philippe Portier, professore alla École pratique des hautes études. Dalla sua ricerca risulta che più della metà degli abusi (56%) si sono verificati negli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso. La gerarchia ecclesiastica ha innanzitutto operato in modo da difendersi dal possibile scandalo nell’intento di difendere l’istituzione con una attenzione rivolta ai preti aggressori e non prestando ascolto alle vittime, anzi spesso invitandole al silenzio. Nei due decenni successivi si è verificato il 22% degli abusi. In questo periodo l’attenzione ha visto una decrescita e solo negli anni ‘90 è iniziata una iniziale considerazione dell’esistenza delle vittime. Ma solo a partire dagli ultimi dieci anni è stato attuato un riconoscimento delle vittime, anche se in modo diseguale nella chiesa.

La commissione ha espresso un giudizio sintetico nei termini di ‘occultamento’ e “relativizzazione, se non negazione, con un riconoscimento solo molto recente, realmente visibile solo a partire dal 2015”. E’ quindi rilevato un fenomeno che coinvolge il sistema nel suo complesso: “l’istituzione ecclesiale non ha chiaramente saputo prevenire quelle violenze, né semplicemente vederle, e meno ancora trattarle con la determinazione e la precisione necessarie”.

La commissione ha indicato come l’impianto del diritto canonico vigente sia “ampiamente inadatto”, perché non pone alcuna attenzione alle vittime e neppure prende in considerazione le violenze sessuali. Esso non risponde “agli standard del processo equo e ai diritti della persona umana nella materia così sensibile delle aggressioni sessuali su minori”.

La commissione inoltre ha evidenziato alcuni elementi che hanno favorito la pratica degli abusi quali la sacralizzazione del prete, l’eccessiva valorizzazione del celibato, lo sviamento dell’obbedienza fino a cancellare la responsabilità di coscienza, la visione tabuistica della sessualità.

Riguardo alle misure poste in atto negli ultimi vent’anni dalla chiesa dopo che i primi casi di abusi erano stato resi noti suscitando una reazione pubblica, il giudizio della commissione è che esse sono state spesso prese in ritardo e “globalmente insufficienti”.

François Devaux rappresentante delle vittime, nella conferenza stampa ha denunciato “un tradimento della fiducia, della morale, dei bambini, dell’innocenza, del Vangelo, di tutto insomma”. Ha detto inoltre che “la chiesa non ha saputo vedere, non ha saputo ascoltare”. Dal 1950 al 2000, “le vittime non vengono credute, ascoltate, si ritiene abbiano un po’ contribuito a quello che è loro accaduto”. Ha avuto parole assai chiare rivolte alle istituzioni ecclesiastiche e ha indicato l’”estrema confusione del diritto canonico sulle responsabilità del vescovo”.

A conclusione del rapporto la commissione ha elencato 45 raccomandazioni per la chiesa sui temi: riforma del governo, aggiornamento del diritto canonico, maggiore attenzione nella selezione del clero, ridimensionamento del potere e del ruolo sacrale del prete. Esigenze che impongono una non ritardabile opera di riforma strutturale. Su tali ambiti si rende necessario un cambiamento.

Le reazioni ai lavori di questa commissione sono state di grande impressione. Vergogna e orrore ha manifestato il presidente della Conferenza episcopale francese, Eric de Moulins-Beaufort. Papa Francesco nell’udienza di mercoledì 6 ottobre ha menzionato l’inchiesta dicendo il suo dolore nell’aver appreso le notizie, e ha rivolto il suo pensiero “anzitutto alle vittime, con grande dispiacere per le loro ferite e gratitudine per il loro coraggio nel denunciare”. Anch’egli ha parlato di vergogna sua personale e della chiesa.

Due brevi riflessioni a margine di questi dati che rinviano ad un fenomeno di portata sistemica. Non è sufficiente manifestare il sentimento e la reazione di vergogna e nemmeno concentrare unicamente la preoccupazione sui doverosi risarcimenti alle vittime. Si deve condurre con lucidità la ricerca delle cause di fenomeni che affondano le radici in un tempo segnato dall’impostazione tradizionale della formazione dei preti e della vita delle parrocchie (gli anni 50 e 60) e che hanno avuto continuazione in forme diverse anche successivamente. Soprattutto sono da considerare le ragioni di una presenza così diffusa nella realtà ecclesiale di aggressori.

Appare come la questione del potere nella chiesa e la sacralizzazione di tale potere nella esaltazione della figura del prete  e nella mentalità del clericalismo assai diffuso costituisca una tra le principali cause. L’abuso infatti si delinea come espressione di un dominio violento sugli altri, sui più fragili, che vengono ridotti ad oggetti di utilizzo e consumo e costretti ad un silenzio senza uscita. Tale consapevolezza dovrebbe condurre a cambiamenti strutturali nella chiesa che investa un radicale ripensamento sulla figura del prete, sul modo di impostare i percorsi di formazione dei ministri e le dinamiche di rapporto tra i diversi soggetti ecclesiali nelle comunità e nei compiti di servizio.   

Un fondamentale passaggio è da attuare è il riconoscimento della voce delle vittime e il passaggio dalla considerazione degli abusi come peccato – con la preoccupazione rivolta a difendere l’aggressore e ad evitare scandali per l’istituzione – ad una considerazione del reato con l’apertura a riferirsi ai percorsi della giustizia civile e a collaborare con essi.   

Veronique Margron, suora domenicana presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia ha partecipato ai lavori della commissione e ha detto: «Si tratta di crimini contro l’umanità, che non invecchiano» con riferimento a quegli atti che preferisce non indicare non come pedofilia e abusi ma con il termine pedocriminalità. Nel suo libro Un moment de vérité (ed. Albin Michel 2019) aveva denunciato anche una errata cultura del segreto nella chiesa e aveva posto la questione di rivedere la nozione di peccato che ha permesso di non riconoscere la responsabilità dell’aggressore. Secondo la teologa questa crisi deve condurre la Chiesa a “rivedere la sua morale”, richiamando ad un’opera di riforma radicale. Accanto a questo si pone l’esigenza di un ripensamento di fondo della stessa visione della sessualità per “allontanarsi da un cristianesimo del codice a favore di un cristianesimo dello ‘stile’”, cioè ispirato allo stile di Gesù e al suo “modo di abitare il mondo con l’ospitalità, l’assenza di menzogna e la corrispondenza con lui”.

Certamente tale inchiesta può costituire occasione  di grande ripensamento e cambiamento e può aprire una nuova consapevolezza: p.Zollner, docente alla Gregoriana e consultore della commissione pontificia per la protezione dell’infanzia, ha chiesto che dopo la Francia anche in Italia sia condotta una ricerca per indagare realtà dell’abuso negli ultimi decenni.

È questa la prima modalità per dare ascolto alla voce delle vittime e per riconoscere come da loro può provenire una parola di verità per tutta la chiesa. Ed anche per superare il sistema clericale fondato sulla sacralizzazione del potere, sulla difesa dell’istituzione al di sopra della dignità delle persone che ha permesso il perpetuarsi di tali crimini e l’indifferenza crudele verso le vittime. E per una revisione della stessa funzione dei vescovi che hanno potuto coprire e difendere tanti aggressori. La domanda se una tale revisione sia possibile nella chiesa rimane aperta e drammaticamente sospesa.

Alessandro Cortesi op

Qualcosa da ri-dire

Al seguente link si può scaricare gratuitamente un e-book di riflessioni su questo tempo di cambiamento possibile dopo le fasi più critiche della pandemia. anch’io vi ho collaborato e lo segnalo come occasione di approfondimento. (ac)

https://www.queriniana.it/libro/qualcosa-da-ri-dire-4371

Domenica di Pentecoste – anno B – 2021

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

La venuta dello Spirito a Pentecoste rinvia ai prodigi dell’esodo (cfr. Es 19,3-20): il vento, imprendibile e imprevedibile, e il fuoco che investe e trasforma sono i simboli che dicono la forza dirompente, l’apertura che il dono della Pasqua genera nella prima comunità di Gerusalemme. E si attua un percorso contrario a quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua, qui la possibilità di parlare lingue diverse e di poter intendersi ciascuno. Lì la pretesa di un unico dominio, qui la presenza di popoli diversi. Lì il potere di alcuni, qui il compimento delle parole del profeta (Gl 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. E’ dono dello Spirito per tutti i popoli della terra, per scoprire la possibilità di una storia nuova e il sogni di Dio della riconciliazione. E viene così a compiere il progetto di Dio a Babele, quel percorso di porre in relazione nello scambio le diversità da riconoscere e accogliere.

Il IV vangelo riporta lunghi discorsi di Gesù prima della sua passione, nel momento della cena. Sono discorsi di amicizia, di rivelazione, di promessa. In particolare c’è un’insistenza sulla presenza promessa e che verrà: lo Spirito non viene presentato come una energia o forza  dell’universo, ma come presenza personale di un ‘tu’ in relazione profonda con il Padre, perché ‘procede dal Padre’: “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Lo Spirito è promesso in modi diversi indicandoil suo agire come soffio interiore e presenza di dono.

Lo spirito è consolatore, paraclito, colui che porta aiuto, sta accanto e sostiene: anche Gesù ha inteso la sua presenza così con i suoi e lo Spirito è presenza annunciata come il grande suggeritore, la guida verso la verità tutta intera. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, vicino nel momento della prova. Sarà lui a guidare la testimonianza nelle fatiche del tempo. Sarà lui a introdurre chi lo accoglie all’incontro con Gesù: “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”.

Il dono dello Spirito genera una vita nuova, una vita non secondo l’egoismo e il dominio (la ‘legge della carne’) ma una vita che cerca di realizzare “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”: è questa la ‘legge dello Spirito’: sono quest i frutti dello Spirito. Si tratta cammino dice Paolo. Accogliere lo spirito è stare nella forza (dynamis) dello Spirito e  ‘camminare secondo lo Spirito’. E’ un ‘camminare’ nella quotidianità e si esprime in ‘frutti’ nella vita e nella storia, da riconoscere, da valorizzare, da accogliere.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste

Una preziosa raffigurazione della Pentecoste si può ritrovare nella decorazione dell’armadio degli argenti, commissionato da Piero de Medici per la biblioteca del convento dell’Annunziata a Firenze dipinto da Giovanni da Fiesole, il beato Angelico, tra il 1451 e 1453, e custodito oggi presso il museo di san Marco a Firenze.

I pannelli che compongono l’armadio degli argenti sono dipinti a tempera su tavola e nelle tavolette le immagini raffigurate sono poste in relazione a cartigli situati nei livelli inferiore e superiore. Anche nel pannello della Pentecoste i cartigli riprendono due citazioni bibliche che offrono il significato dell’evento e guidano alla lettura della scena raffigurata: quella in alto riprende la profezia di Gioele (Gl 3,1-2) citata in At 2,17 “su tutti effonderò il mio spirito, i vostri figli e le vostre figlie profeteranno…”. Quella in basso rinvia a At 2,4: tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Peraltro la scena riprende il riferimento all’intera narrazione degli Atti degli apostoli “Tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù” (At 1,4). Questa notazione appare essere ripresa nella raffigurazione del gruppo dei discepoli e discepole raffigurato attorno alla centrale figura di Maria nella fascia superiore del dipinto. Così pure appare implicito il riferimento al ritorno a Gerusalemme di ‘quelli che erano con Gesù’ dopo la sua ascensione. “Allora ritornarono a Gerusalemme… entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi” (At 1,12-13). La stanza appare raffigurata infatti in alto con molteplici presenze all’interno.

Nel dipinto la scena appare così divisa in due parti, una superiore e una inferiore. In alto al centro appare Maria con le mani giunte in gesto di preghiera, in piedi, con una aureola dorata sul capo, raffigurata con una grandezza particolare rispetto a coloro che la attorniano. Attorno a lei sono delineati ventisei volti aureolati e con un fiammella sul capo: sono i profili degli apostoli che hanno visto l’inserimento nel gruppo di Mattia che ha preso il posto di Giuda, il traditore (At 1,15-26) e sono anche le donne e i fratelli di Gesù indicati come presenti a Gerusalemme.

Le citazioni dei cartigli guidano l’osservatore non solo a comprendere che l’immagine tratta dell’evento della effusione dello Spirito, secondo le promesse dei profeti, ma suggerisce l’aspetto su cui l’artista intende accentrare la sua attenzione: è infatti il momento in cui il dono dello Spirito dall’alto, come vento impetuoso, riempie la prima comunità di una forza nuova ed “essi cominciarono a parlare in altre lingue nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 1,4). La sala al piano superiore appare infatti luogo in cui si attua innanzitutto una conversazione tra tutti coloro che sono lì presenti.

Nel contempo proprio quella stanza chiusa appare totalmente aperta: il muro esterno che la ripara e protegge, appare come abbattuto, creando un effetto di sguardo all’interno ma anche offrendo una trasformazione della sala da luogo chiuso a terrazza aperta che si affacciata su tutto ciò che è fuori. Nell’immagine si può leggere l’invito dello Spirito, come lingua di fuoco che si appoggia su ognuno dei presenti, ad uscire, a far correre quella parola accolta e condivisa in un dialogo che si allarga senza confini. La sala viene trasformata quindi in un luogo di dialogo e contemporaneamente in una sorta di pulpito affacciato all’esterno. E i personaggi raffigurati nella fascia inferiore, all’esterno della casa, appaiono accogliere con meraviglia una comunicazione che proviene dall’alto: sono coinvolti anch’essi in quella novità suscitata dalle lingue di fuoco appoggiate sulle teste di ognuno dei discepoli e delle discepole. Tra tutti fa spicco la figura di Maria in posizione ieratica, al centro, raccolta in attitudine di preghiera e di accoglienza e tutta protesa con lo sguardo a guardare verso altri e quasi ad affacciarsi sull’esterno. Si può forse cogliere in tale atteggiamento l’attitudine propria di Maria sottolineata da Luca nel vangelo ed espressa: “Maria da parte sua, custodiva tute queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Maria è colei che tiene insieme, facendo simbolo.

Ma anche in questa figura al centro della comunità riunita si può scorgere un simbolo che indica il sorgere della chiesa nel momento dell’effusione dello Spirito. La chiesa non ha origine come società di potere con mandato di dominio, ma sorge nel dono dello Spirito quale dono della Pasqua in rapporto al dono di sé del crocifisso Risorto. Lo Spirito apre ad accogliere la presenza di Gesù come Parola, comunicazione del Padre e suscita comunicazione di parola che pone in relazione ed allarga la comunità. Non solo dodici, ma ventisei, non solo uomini ma anche le donne, non solo quelli che erano con Gesù ma anche altri si aprono ad accogliere il dono dello Spirito che fa comunicare.  Maria nel suo stare in piedi rinvia al movimento che nel libro degli Atti è riferito a Piero che prende la parola: “Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così” (At 2,14).

Maria diviene figura che esprime il volto di una chiesa che trova la sua unica ricchezza e forza nel dono dello Spirito nella spinta a portare l’invito di apertura proveniente dallo Spirito ricevuto: “per voi infatti è la promessa e per. i vostri figli e per tuti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il signore Dio nostro” (At 2,39). Il rinvio al testo del profeta Gioele è anche richiamo alla novità che la Pentecoste apre: “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno” (At 2,17-18). Il dono dello Spirito apre ad un vedere nuovo che apre futuro e genera speranza unendo giovani e anziani nel sognare il sogno di Dio che è sogno di vita in una relazione nuova di incontro.

La parte inferiore del dipinto presenta una scena all’esterno. Due gruppi di persone sono raffigurate una a destra e una a sinistra e al centro una porta di legno, chiusa, quasi un simbolo da decifrare in posizione centrale rispetto al muro bianco. I personaggi sono vestiti in fogge diverse, richiamano alla moda del Quattrocento fiorentino ed hanno curiosi copricapo che rinviano a provenienze diverse e al loro rappresentare le diverse culture. Sono richiamo di coloro che erano presenti a Gerusalemme e nel loro gesticolare rivolgendosi gli uni agli altri ricalcano le attitudini descritte nel racconto di Atti: “Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua… Come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (At 2,8-11).

Il collegamento tra la fascia superiore e quella inferiore non è data dalla porta, che è chiusa, ma dal parlare che giunge dal piano superiore spalancato quasi fosse una terrazza e le presenze all’esterno, che pongono i loro piedi con calzari tipici dell’epoca, su un tappeto di erbe e fiori, un giardino. I rinvii simbolici potrebbero essere molti: il beato Angelico situa l’annunciazione – nelle sue diverse realizzazioni – nel contesto di un giardino in cui sta fiorendo una novità e dove la vita rinasce. Così pure l’incontro del risorto con Maria maddalena è situato in un giardino in cui i fiori rinviano simbolicamente alle ferite della passione e richiamano la vita del Risorto che ha vinto la morte. Così anche Pentecoste unisce la casa in cui le porte erano chiuse.

Nell’immagine si unisce il racconto della pentecoste secondo Atti al dono dello Spirito da parte del Risorto nel suo primo apparire ai suoi nella stanza dove si erano rinchiusi bloccati dalla paura.  Secondo il IV vangelo Gesù stette in mezzo ai suoi, rendendosi presente e convocando ancora attorno a sé una comunità a cui dona la pace e lo Spirito: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù stette in mezzo e disse loro: ‘Pace a voi’ … come il Padre ha mandato me anch’io mando voi’. Detto questo soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito santo’” (Gv 20,19-22).

Nel riquadro dell’armadio degli argenti quella porta chiusa proprio in mezzo nella fascia inferiore rinvia alla figura di Maria, in piedi nella fascia superiore al piano alto della casa. Questo parallelismo può essere letto quale indicazione della paura e della chiusura evocata dalla porta chiusa, che sono vinte dal dono dello Spirito e dal mandato da parte del Risorto a tutta la comunità: Maria può essere letta come figura della chiesa sella predicazione e del dialogo che sorge da pentecoste. Gesù invia ad essere testimoni della pace e della gioia che aprono ad una storia nuova. Quella porta è oltrepassata e spalancata in alto dalla parola che ora raggiunge l’esterno oltre ogni muro di separazione generando nuova fioritura di incontro, di vita insieme, di rapporto tra popoli e lingue diverse.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2021

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La prima lettura presenta un quadro sintetico  della vita della primitiva comunità cristiana in cui con tratti idealizzati è descritto il comune impegno di una vita comune: la fede nel Cristo risorto genera una vita nuova condotta nella condivisione dei beni e nella testimonianza comune della risurrezione: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

Il cuore da cui scaturisce la vita di questa comunità è la risurrezione di Gesù: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”.

Anche la seconda lettura pone in risalto come la fede nel Signore risorto genera una comunione con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. La fede nella risurrezione di Cristo orienta a centrare la vita nel Dio della vita. Da qui sgorga anche la corrente di un amore aperto per costruire con itinerari di fraternità. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che chiama ad essere responsabili.

Al cuore del passo del vangelo è situata una beatitudine rivolta a tutti coloro che, senza vedere, crederanno: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno” .

Il IV vangelo presenta vari itinerario del credere e qui Tommaso lo vive in rapporto alla risurrezione: è l’apostolo che, come tutti gli altri e pure a modo proprio, vive la fatica del credere e diviene esempio di un cammino. La sua esperienza è presentata come simbolo del percorso di ogni discepolo: è spinto infatti a passare da una fede tesa a trovare verifiche ed evidenze, ad un credere che si affida alla testimonianza.

In questo racconto di di apparizione di Gesù in mezzo ai suoi dopo la risurrezione due aspetti particolari sono evidenziati: il Risorto, che si presenta donando la pace e lo Spirito è il medesimo Gesù  incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Risponde al desiderio di Tommaso e fa cogliere la continuità tra il suo cammino prepasquale e la sua vita nella condizione di Risorto. Nel medesimo tempo si dà ad incontrare in mood nuovo e diversamente: la sua presenza non è come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Il IV vangelo intende suggerire che gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha annunciato il regno di Dio ed è stato ucciso sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto, che fa entrare i suoi in una nuova comunione con lui.

Come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37) così Gesù soffia sugli apostoli. Comunica loro lo Spirito quale dono della Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato la consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. La missione del Padre genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Vivere nel soffio delo spirito e testimoniare la pace è per i credenti accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

Alessandro Cortesi op

L’esistenza teologica di un testimone

“C’è una casta di funzionari nella Curia romana, che non vuole accettare che una parte consistente di cattolici la pensi in maniera diversa sul controllo delle nascite, divorzio, celibato, aborto, eutanasia, relazioni ecumeniche, intercomunione. Io sono sempre stato un difensore del primato della Chiesa di Roma, però il primato deve essere pastorale, nel senso evangelico. Il primato non è per dividere, ma per unire la Chiesa” (Francesco Strazzari, Küng, il teologo dal volto umano, “SettimanaNews” 7 aprile 2021). In queste parole si può rintracciare una sintesi delle posizioni critiche che Hans Küng ha condotto nella chiesa cattolica nel suo lungo servizio teologico al popolo di Dio, inteso sempre nell’orizzonte ecumenico e del dialogo con l’umanità. Il grande teologo, uno dei maggiori del XX secolo, che ha continuato a rimanere attivo sino a poco tempo fa, ha concluso il suo cammino terreno il giorno 6 aprile u.s.

Originario del cantone di Lucerna in Svizzera, nato nel 1928 a Sursee, aveva condotto i suoi studi di filosofia e teologia al collegio Germanico e alla Gregoriana a Roma. Ordinato presbitero nel 1954 aveva proseguito gli studi poi a Parigi, all’Institut Catholique. La sua ricerca si mosse sin dagli inizi in ambiti delicati di discussione e controversie: svolse la sua tesi sul tema della giustificazione, questione che aveva diviso nei secoli cattolici e protestanti, e su tale crinale egli propose una via di dialogo e intesa possibile per superare l’atteggiamento polemico e ostile tra confessioni cristiane. Da tale lavoro nacque il libro del 1957 dal titolo La giustificazione un testo che anticipava il dialogo ecumenico ed offriva orizzonti teologici inediti in campo cattolico. La linea intrapresa nella sua ricerca vide conferma nel 1990 nella Dichiarazione congiunta cattolico-luterana sulla giustificazione.

Docente alla facoltà di teologia cattolica a Tubinga dal ‘60 venne invitato al Concilio Vaticano II come perito per la sua attitudine ecumenica. Al concilio Küng portò il contributo della  riflessione che andava maturando sulla chiesa che in quel periodo si accentrò sui temi della riforma e dell’ecumenismo. Pubblicò infatti  nel 1960 il testo Riforma della Chiesa e unità dei cristiani e successivamente La Chiesa e Infallibile? Una domanda, opera del 1970 in cui articolava una critica puntuale sul tema dell’infallibilità papale scorgendo in questo uno snodo di cambiamento da cui avviare altre trasformazioni di struttura e di vita della chiesa cattolica. Nelle sue opere manifestò il rigore di un pensiero nutrito di una conoscenza impressionante dei temi affrontati e recuperava il riferimento essenziale alla Scrittura costruendo il suo pensiero secondo un metodo ecumenico.

Margot Kässmann sua allieva, che nel 2018 all’Università di Tubinga ha tenuto il discorso in suo onore per il suo 90° compleanno così lo ricorda:  “Già nel 1977 ho ascoltato affascinata Hans Küng a Tubinga. Per noi giovani studenti, lui era un esempio, un ribelle che sosteneva le sue convinzioni. Un cattolico con un habitus da Riforma” (Margot Kässmann Profeta della critica alla Chiesa “Die Zeit” http://www.zeit.de 7 aprile 2021). E così osserva Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia di Roma: “È un po’ paradossale, ma proprio leggendo lui, che voleva a tutti i costi dirsi cattolico, sono diventato protestante e anche per questo gli sono sempre stato grato.” (F.Ferrario, Hans Küng divulgatore della passione per l’Evangelohttp://www.riforma.it  7 aprile 2021).

Altre opere seguirono negli anni ’70 in cui si può scorgere il suo interesse per un recupero della centralità di Gesù Cristo nella fede a partire da un accostamento all’umanità di Gesù in Essere cristiani, l’approfondimento di domande connesse alla situazione del mondo segnato dalla secolarizzazione e dalla ricerca critica in Dio esiste? del 1978. I temi dell’escatologia videro trattazione in Vita eterna? pubblicato nel 1982. In Italia furono testi tradotti da Mondadori ed ebbero grande diffusione. Le critiche all’infallibilità papale ed altre sue posizioni che ponevano in discussione aspetti del dogma condussero al suo allontanamento dall’insegnamento: nel 1979 gli fu ritirata la licenza di insegnamento di teologia dogmatica dalla Santa Sede. Fu questo un passaggio assai doloroso nella sua vita dedicata interamente alla ricerca e al servizio teologico. Ma non smise di insegnare e continuò la sua opera nell’Istituto di teologia ecumenica che l’Università di Tubinga gli affidò e non interruppe la ricerca teologica impegnandosi nella Fondazione Weltethos con sede a Tubinga in vista di un rapporto tra le religioni per custodire l’umanità. Così annota Marcello Neri: “quella fu una stagione alta del cattolicesimo e della teologia – oggi su queste spalle non riusciamo più neanche a salire con la scala”. (M.Neri, Morto Hans Küng “SettimanaNews” del 6 aprile 2021).

A partire dagli anni ’80 indirizzò infatti la sua ricerca ad approfondire le grandi tradizioni religiose dell’umanità e ad indicare vie di dialogo interreligioso nell’orizzonte di promuovere un ecumenismo globale Sono di questa stagione alcune opere sul cristianesimo e le religioni universali con approfondimenti anche sulle religiosità orientali ed elaborò il Progetto per un ethos mondiale nel 1990. In tali lavori pur nella costatazione di differenze, ricercava le convergenze delle religioni del mondo sui grandi temi e le grandi domande sul senso della vita e della morte. In vista di un futuro possibile dell’umanità scorgeva l’importante ruolo di una fratellanza delle religioni, in qualche modo anticipando le intuizioni che papa Francesco sta conducendo nella ripresa delle istanze conciliari di una visione della pace quale orizzonte di salvezza che richiede un impegno di dialogo e di vita.

La linea guida del progetto suggerito da Küng era sintetizzata nell’affermazione: «Non vi può essere convivenza umana senza un ethos mondiale delle nazioni; non vi può essere pace tra le nazioni senza pace tra le religioni; non vi può essere pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Così annota Brunetto Salvarani: “In altri termini: la teologia non può che essere al servizio dell’umanità; ma una teologia al servizio dell’umanità è chiamata a porsi al servizio dell’intesa e della collaborazione tra le religioni, favorendo e praticando il dialogo interreligioso in vista della fondazione di un ethos mondiale (B. Salvarani, Addio ad Hans Küng, voce critica nella Chiesa, “Avvenire” 7 aprile 2021). Tale Progetto divenne punto di partenza su cui trovò elaborazione la Dichiarazione del Parlamento delle religioni mondiali di Chicago, nel 1993 che vide adesioni di grandi leader religiosi mondiali.

Molte opere di Küng ebbero grande diffusione ed in esse manifestò una capacità particolare di offrire elementi di riflessione in termini comprensibili anche a non addetti ai lavori, sollecitando un cammino di chiesa da salvare nella linea del rinnovamento.

Nel 2014 ha pubblicato la sua rilettura della sua lunga vita come racconto di un secolo vissuto tra passioni e speranze e nell’impegno di un pensiero teologico dai tratti di acutezza particolare e sempre capaci di comunicazione: Una battaglia lunga una vita. Idee, passioni, speranze. Il mio racconto del secolo.

Nelle sue memorie riconosceva di aver vissuto da cristiano credente con parole dense di preghiera: “Il piano secondo il quale scorre la nostra vita con tutti i suoi erramenti e sconvolgimenti lo conosci Tu solo. Non possiamo riconoscere fin da principio questa tua intenzione con noi. Non possiamo vedere, come Mosè e i Profeti, il tuo volto in questo mondo. Ma come Mosè nella cavità della roccia ha potuto vedere alle spalle il Dio che passava, così anche noi retrospettivamente possiamo riconoscere e sperimentare la tua mano, o Signore, nella nostra vita; riconoscere e sperimentare che Tu ci hai sostenuto e guidato e che ciò che noi stessi abbiamo deciso e fatto sempre di nuovo da te è stato ricondotto al bene”.  “Quando giungerò al mio eschaton, all’ultimo della mia vita, non mi aspetta il nulla, ma il tutto che è Dio. La morte è il passaggio alla vera patria, è l’ingresso nel nascondimento di Dio e nella magnificenza dell’uomo”.

Ci mancherà Hans Küng per la testimonianza della sua fede limpida, coraggiosa, capace di aprire vie nuove di pensiero e per la forza critica della sua parola unita alla fedeltà e all’insistenza a ritornare a Gesù Cristo come cammino di comunità nella sequela e di apertura all’incontro con l’umanità.

Alessandro Cortesi op

Un sostare nei giorni dell’epidemia – 34

Cliccando sul link qui sotto si apre un file con proposta per un momento di preghiera e riflessione (ved. i post precedenti per gli altri giorni).

Giorno 34 – chiesa

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Oggi la comunità islamica inizia il mese di Ramadan. Uniamoci al cammino di tante e tanti credenti che in questo tempo di digiuno e preghiera testimoniano la fede in Dio clemente e misericordioso. Ramadan Kareem a tutti gli amici musulmani.

Sia un tempo per riscoprire  “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune, per confermare l’importanza di tali valori come àncora di salvezza per tutti e cercare di diffonderli ovunque”  (Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

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EGLI E’ CON NOI!!!

Totalmente inatteso il mio ospite giunse.
“Chi è”, chiese il mio cuore.
“La faccia della luna”, disse la mia anima.
Quando entrò in casa
Tutti corremmo in strada, folli in cerca della luna.
“Sono qui”, lui ci chiamò dall’interno,
ma noi cercavamo fuori, ignari del suo richiamo.
Il nostro usignolo canta ebbro in giardino,
noi tubiamo come colombe: “Dove, dove, dove?”.
Si radunò una folla: “Dov’è il ladro?”.
E il ladro in mezzo a noi dice:
“Sì, dov’è il ladro?”.
Tutte le nostre voci si mescolarono
E nessuna si distingueva dalle altre.
Egli è con voi significa che cerca assieme a voi,
che vi è più vicino di voi stessi, perché cercate fuori?
Diventate come neve che si scioglie, ripulite voi stessi da
voi stessi.
Con l’amore la vostra voce interiore troverà una lingua
Che crescerà come un muto candido giglio nel cuore.

(Mevlana Jalaluddin Rumi)

 

XXI domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0640Is 22,19-23; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20

Al tempo del re Ezechia (718-687 a.C.), un maggiordomo del re, contestato da Isaia per la brama di grandezza viene destituito e al suo posto viene affidato ad un altro il compito di guidare gli abitanti di Gerusalemme, e il richiamo va a Davide, il re a cui è stata fatta la promessa di Dio. “Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto… in quel giorno chiamerò il mio servo Eliakim… sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme… gli porrò sulla spalla la chiave di Davide, se egli apre, nessuno chiuderà”. Una responsabilità è connessa a questo simbolo. Le chiavi aprono e chiudono. Sono simbolo di un mandato e di una responsabilità affidata.

La pagina del vangelo di Matteo narra un dialogo tra Gesù e Pietro. A lui è affidato un ruolo particolare come riferimento del gruppo dei dodici e della comunità che Gesù aveva convocato attorno a sé. E’ ripreso il motivo delle chiavi (16,19) con la citazione del versetto di Isaia: “a te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. E’ il segno di un affidamento, una responsabilità è consegnata connessa al legare e sciogliere.

Ricorre nel vangelo di Matteo il termine ‘chiesa’ e rinvia all’ebraico, ‘convocazione di chiamati’ (qahal), comunità che si riunisce in assemblea per il culto di Jahwè. Gesù indica questa comunità in un rapporto al messia. Su di lei le forze della morte, gli inferi, non potranno prevalere. La comunità è presentata come luogo di salvezza, su cui non avranno predominio le forze del male.

Nel quadro di un discorso apologetico il brano veniva posto alla base dell’affermazione indiscutibile di Gesù stesso come fondatore della chiesa: nella parola di affidamento delle chiavi avrebbe istituito la chiesa, fondandola su Pietro, e trasferendo poi le prerogative di Pietro ai suoi successori.

Il giuramento antimodernista del 1910 che riprende l’enciclica Pascendi, costituisce una sintesi di questa visione che alla domanda se Gesù avesse avuto intenzione di fondare la chiesa e fosse stato lui stesso ad edificarla sulla presenza di Pietro risponde in modo chiaro e affermativo: “Credo fermamente che la chiesa custode e maestra della parola rivelata è stata istituita immediatamente e direttamente dallo stesso Cristo vero e storico, mentre era tra di noi, e che essa è stata edificata su Pietro, principe della gerarchia apostolica, e sui suoi successori per sempre” (DS 3540).

Un approccio esegetico e storico critico dei testi del Nuovo Testamento ha condotto a cogliere una serie di problemi per una più approfondita interpretazione di questo passo. Sono emerse innanzitutto difficoltà dal punto di vista storico: i vangeli scritti dopo la Pasqua proiettano in una situazione precedente alcuni sviluppi di quanto le comunità vivono dopo la pasqua. I vangeli sono quindi già in se stessi interpretazione e attualizzazione di un passaggio tra il momento dell’esperienza di Gesù e una situazione post-pasquale. La chiamata dei Dodici è un segno simbolico attuato da Gesù ma non è finalizzata ad una trasmissione o delega di poteri, piuttosto è azione simbolica della raccolta delle dodici tribù di Israele, inizio dell’irrompere del regno di Dio al cuore della missione di Gesù.

Lumen Gentium (n. 5) esprime una visione consapevole di tali acquisizioni nell’indicare Gesù come fondamento della chiesa ma non parlando di lui come fondatore. Il Nuovo Testamento mostra che la chiesa vede i suoi inizi dopo la resurrezione di Gesù, sulla base dell’annuncio del regno, e sul fondamento dell’annuncio pasquale della risurrezione del crocifisso, per opera dello Spirito.

Il termine ekklesia ricorre solo due volte (in Matteo cap. 16 e 18) in testi sicuramente post-pasquali. Lo stesso Luca, che pur conosce e cita continuamente il termine chiesa negli Atti degli apostoli, non lo utilizza mai, neanche una volta, quando narra parole  e gesti di Gesù nel suo vangelo.

In Mt 16 è espressa la volontà di Gesù di edificare la chiesa in un orizzonte futuro: è futuro con rinvio alla sua morte e risurrezione. La chiesa sta quindi in un decisivo rapporto con questo passaggio e non viene prima. Nella visuale di Matteo la ekklesia è opera del Risorto che vive in eterno (cfr. Mt 28,20: ecco io sono con voi tutti i giorni …) e si pone nel legame con Gesù figlio di Dio, in un rapporto unico in quanto Gesù parla della ‘mia’ chiesa.

La chiesa è delineata in Matteo come raduno di tutti coloro che riconoscono come Pietro che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio. Inoltre il legame con il messia indica anche il rapporto con il Gesù terreno e con la sua parola.

Matteo pone questo gesto di Gesù subito dopo la domanda ai suoi discepoli sulla sua identità: ‘La gente chi dice che sia il figlio dell’uomo?’. E’ lui il messia, debole, rifiutato ma a cui spetta il giudizio sulla storia – come richiama la figura del figlio dell’uomo. Simon Pietro riconosce che Gesù è messia e figlio. Ma a questo punto Pietro deve scoprire che quanto ha detto non proviene da sue capacità e forze ma è un dono: ‘né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli’. E’ chiamato ad una conversione: il suo rapporto con Gesù proviene da un dono da accogliere nella disponibilità della fede. A lui, chiamato a vivere questo percorso, Gesù affida un compito in relazione alla comunità. La presenza di Pietro è segno. Ricorda la dipendenza da un dono ed anche che ogni responsabilità è affidamento, non per lui solo, ma per tutta la comunità che Gesù desidera.

Il rinvio alla roccia (kefa singifica roccia) è da accostare al discorso della montagna: Gesù aveva parlato della casa sulla roccia e della casa sulla sabbia. (“Eccomi, io pongo in Sion una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento: chi vi crede non vacillerà” Is 28,16). Su questa costruzione nulla potrà portare distruzione. In Isaia è immagine di un nuovo popolo che ha inizio da un ‘resto’, un piccolo gruppo rimasto fedele: al centro della loro vita sta la fede, roccia su cu stare saldi. Matteo rilegge questi testi in rapporto alla comunità che Gesù voleva. Pietro Kefa è testimone che ha espresso la fede in Gesù e ha scoperto che la fede stessa non è conquista ma dono.

Pietro fa fatica ad accettare la via di Gesù così lontana dalle idee umane del potere. Gesù non è un messia che vuole conquistare un potere umano ma subisce la croce, dà la sua vita e passa per la sofferenza e la morte. A Pietro starà il compito di seguire Gesù e di esserne suo testimone, insieme con tutta la comunità che si raccoglie attorno a lui.

Nella chiesa continua la necessità di ‘legare e sciogliere’, sarà necessario continuare lo sforzo di cogliere quale sia la volontà di Dio nelle diverse situazioni umane. E’ funzione di responsabilità di tutta la comunità.

Nel libro dell’Apocalisse (Ap 3,7-13 nella lettera ad una delle sette chiese dell’Asia minore) ricorre l’immagine delle chiavi: “All’angelo della chiesa di Filadelfia scrivi: Così parla il Santo, il Verace, colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre”. Gesù risorto è riferimento centrale alla vita della comunità, continua ad essere vivo e operante ed è lui solo che ha la piena responsabilità sulla nostra vita.

Alessandro Cortesi op

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Chiavi

Nabi Samuel è un villaggio nella Cisgiordania distante circa 7 km e mezzo da Gerusalemme. E’ situato in un territorio particolare la cosiddetta seam-zone, l’area tra la Linea verde e il muro di separazione eretto da Israele per gran parte all’interno dei Territori occupati della Palestina. Nabi Samuel è uno tra i tanti villaggi che soffrono di una particolare condizione di isolamento: sono circa 7500 abitanti nell’intera Cisgiordania e 250 circa a Nabi Samuel.

Le condizioni di vita degli abitanti di queste enclaves è particolarmente penosa e difficile. Da quando nel 1967, con la guerra dei sei giorni, Israele ha occupato la Cisgiordania, Gerusalemme est, la Striscia di Gaza, il Golan e il Sinai egiziano si sono susseguite le conseguenze della occupazione e del progressivo ampliamento della colonizzazione israeliana, soprattutto la confisca di terre da destinare agli insediamenti ebraici, e la demolizione di case. Tutti questi fattori hanno reso la vita degli abitanti di questi villaggi sempre più difficile ed hanno generato un progressivo abbandono del villaggio da parte dei residenti.

In un recente reportage sulla situazione di Nabi Samuel riportato dall’agenzia Nena News la condizione dei residenti è presentata come quella di chi è costretto a vivere in gabbia: isolata rispetto all’Autorità Nazionale palestinese che non può condurvi l’amministrazione e segregata rispetto a Israele. La gran parte della popolazione non può recarsi a Gerusalemme ma può solamente accedere alla Cisgiordania attraverso un check-point dove spesso non è consentito o viene rallentato il passaggio di beni essenziali e delle ambulanze. Il villaggio inoltre non può essere raggiunto dagli altri residenti in Cisgiordania. Proprio lì l’associazione italiana Cospe sta svolgendo una attività di assistenza e solidarietà per sollevare dalla condizione di isolamento rispetto all’ambiente anche vicino.

Quest’anno ricorre l’anniversario di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni (giugno 1967-2017). Può essere singificativo leggere una riflessione di questo annivesario nell’articolo curato da Giorgio Bernardelli per il sito ‘Bocche scucite’ nel giorno di tale anniversario (L’infermiera israeliana che ha allattato il piccolo palestinese).

Nabi Samuel è un villaggio che ricorda il dramma che stanno vivendo ormai da decenni le popolazioni palestinesi a distanza di cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni e prima ancora a partire dalla data del 1948 ricordata dai palestinesi come la Nakba, la catastrofe, ossia l’allontanamento dalle loro case con l’esproprio dei propri campi e dei propri beni. Il 14 maggio 1948 avvenne la fondazione ufficiale dello Stato di Israele. A seguito della proclamazione iniziò la prima guerra fra arabi e israeliani conclusasi con una sconfitta degli arabi. Come conseguenza circa 700mila palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case e a lasciare i villaggi. Altre decine di villaggi palestinesi subirono la distruzione e gli abitanti da allora furono costretti a vivere nei campi profughi.

Nelle risoluzioni 242 e 338, l’ONU ha chiesto a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 (da qui prendono il nome ‘territori del 67’ i territori che erano stati ottenuti con la vittoria del 1948) ed ha riconosciuto invece le conquiste del 1948. Molte delle famiglie palestinesi già dopo la cacciata del 1948/49 hanno recato con sé le chiavi delle case abbandonate e che sono state poi occupate o distrutte.

La vicenda del villaggio di Nabi Samuel ricorda l’urgenza per ricercare una situazione di giustizia che offra un futuro di pace alla terra dove due popoli sono e saranno chiamati a vivere uno accanto all’altro e insieme, trovando modalità di accettazione dell’altro e di superamento di mezzo secolo di ostilità, violenze e oppressione.

Le chiavi di casa sono il simbolo di questo ricordo ed un richiamo a quell’esigenza di giustizia, che nonostante l’oppressione, non può rimanere tacitato. Le chiavi di casa conservate e consegnate da padri e madri ai propri figli e figlie costituiscono un filo che lega il passato e la responsabilità del presente nonostante tutte le delusioni e le situazioni insopportabili dell’occupazione e l’umiliazione a cui un intero popolo è sottoposto.

Sono chiavi che ricordano come la vita delle persone e dei popoli è legata alla casa, la casa che è il riparo dove ritrovarsi e riposare e la casa che è la patria dove trovare accoglienza rifugio, sicurezza. Le chiavi di casa potrebbero essere un forte simbolo di richiamo a ricercare una pace giusta, soprattutto con attenzione a chi è vittima più debole di una oppressione e violazione di diritti che spezza le vite delle persone.

«È possibile perseguire l’impegno per una soluzione pacifica delle controversie e dei conflitti. Si evitino da parte di tutti iniziative e atti che contraddicono alla dichiarata volontà di giungere ad un vero accordo e non ci si stanchi di perseguire la pace con determinazione e coerenza». Così si è espresso papa Francesco nel 2014, nel suo incontro con Shimon Peres a quel tempo presidente di Israele.

Le chiavi possono essere segno di questa ricerca di porte da aprire anche laddove sembra vi siano solo catenacci serrati.

Alessandro Cortesi op

 

 

Una bella lettera…

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Riporto di seguito un bella lettera, bella per i contenuti proposti e per lo stile di assunzione di responsabilità, inviata da ‘donne e uomini in cammino’  – pubblicata nella rivista ‘Esodo’ – che tocca punti importanti per un ripensamento della teologia e dell’esperienza delle comunità e della chiesa in rapporto ad una visione di ecologia integrale presente quale orizzonte di fondo nella enciclica Laudato sì di Francesco, vescovo di Roma.
(ac)
Lettera a papa Francesco. A proposito della Laudato si’
di Donne e uomini in cammino  del settembre 2016
Caro Papa Francesco,
siamo un gruppo di Donne e uomini in cammino, che hanno a cuore la dimensione spirituale dell’esistenza, consapevoli del mistero in essa racchiuso.
Il fatto di chiamarci “donne” e “uomini” non è casuale. Nei nostri intendimenti, infatti, è sottesa una risignificazione di tali parole, nel convincimento che usare il termine “uomo” in senso neutro non promuova una cultura rispettosa della differenza originaria tra i sessi. Nel dirci “in cammino” alludiamo alla nostra condizione di viandanti, perché la pratica del confronto-dialogo tra donne e uomini richiede disponibilità al mutamento, ad aprirsi, ad essere in uscita, come Lei pure auspica sia la Chiesa (E.G. 20).
Le donne di questo gruppo provengono – per lo più – da esperienze del mondo femminista, di cui ancora fanno parte, e tale storia e orizzonte di senso sono una delle componenti costitutive del gruppo. In esso, inoltre, c’è una presenza nutrita di donne e uomini della redazione di Esodo, rivista autofinanziata, di cui le è stata consegnata una copia, sorretta dal lavoro di un temerario volontariato. Attivo dal 1979, il trimestrale Esodo è nato nel veneziano dall’incontro tra alcuni preti- operai, comunità di base, gruppi impegnati nel sociale e nei movimenti per la pace. L’Enciclica Laudato si’ ha parlato ai nostri cuori perché vi abbiamo percepito concetti e sensibilità che, come in un amoroso incontro, s’annodavano con i campi discorsivi delle nostre esperienze, sia passate che attuali. Ha risvegliato il desiderio di investigare dettagliatamente quanta convergenza in essa si dischiudesse con quella che è stata la cultura politica e religiosa che ha alimentato le nostre vite.
L’approccio dell’Enciclica è di grande respiro: propone un’ecologia integrale e profonda, che scandaglia la materia in una prospettiva olistica e radicale e non riduzionistica; fa attenzione ai processi fisico-biologici ed economici dell’ambiente e, al tempo stesso, porta alla luce sedimentazioni più profonde. Da un lato, infatti, riconosce la complicità e la violenza delle strutture epistemologiche dei nostri saperi, dall’altro lega il senso dell’esistenza umana a una dimensione trascendente che la precede, e afferma l’appartenenza del soggetto conoscente al Tutto.
«Il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade» (E.G. 31); «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati a un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli» (E.G. 32). Sono sue parole: noi l’abbiamo presa sul serio. Crediamo giusto attivarci perché Lei sia “aiutato”.
Vogliamo non sottrarci a quella responsabilità che interpella tutte e tutti noi. Non c’è tra noi, ovviamente, concordanza completa su ogni punto dell’Enciclica. È prevalso, però, il desiderio di fare ponti, di gettare reti. Abbiamo cercato i fili che ci convocavano a edificare la “Casa comune”, senza confusioni né annacquamenti, e senza annullare l’unicità di ognuna e ognuno. Auspichiamo, come Lei (L.s. 144, 155), la non riduzione all’Uno, l’armonia delle differenze, senza annullare quella di ognuno e di ognuna. Per noi, la differenza incarnata dalla donna è fondativa dell’umano che, come la Genesi insegna, è composto da due generi: maschio e femmina, non uno.
Ma crediamo che la Chiesa cattolica, non diversamente dal mondo secolarizzato, abbia perseguito – nella dottrina, nell’ecclesiologia e nelle pratiche pastorali – la rimozione della donna come soggetto. E ciò, nonostante la Chiesa si autocomprendesse come custode dell’insegnamento di quel Gesù di Nazareth che, riguardo alle donne, scandalizzava i capi religiosi: comprendeva la donna, infatti, come creata a immagine di Dio. Per una parte del nostro gruppo è  necessario non dimenticare inoltre che Gesù riconosceva la donna in quanto persona in sé, non in quanto madre.
Possiamo solo accennare ad alcuni punti dell’Enciclica che costituirebbero i mattoni di quella “Casa comune” aperta alle donne e agli uomini di buona volontà, credenti e non credenti.
1. Il tono discorsivo prevalente: non c’è accenno di disciplina. Si rifugge da ogni intonazione dall’alto, dottrinaria, magistrale, dogmatica, dal registro curiale. Il testo emana spirito sapienziale. Germina il seme poetante, l’anelito al contemplativo, l’attenzione per il frammento, lo stupore benedetto per le creature infime, lo sguardo che sa provare incanto alla luce che inonda il “piccolo”. Esulta qua e là nel testo l’anima ricolma di doni, nel canto che rende gloria al creato e a Dio. Sentiamo in ciò la risonanza di autrici e autori che tanto hanno contato nei nostri cammini, e ci hanno nutrito: Simone Weil, Maria Zambrano, Etty Hillesum, Edith Stein, Dietrich Bonhoeffer, Emmanuel Levinas, ecc. ecc.: sono alcune delle voci di cui abbiamo sentito irradiarsi l’eco potente.
Ma di tale eredità femminile non c’è traccia, e una sola autrice donna Lei nomina e cita: santa Teresa di Lisieux!
2. Anche dal punto di vista del metodo le siamo vicini: crediamo nella relazione e nell’esercizio del confronto e della mediazione includente. Quando Lei, per esempio, accoglie e fa proprie le analisi di organismi assembleari- spesso di paesi dell’Asia, Africa, Sud America – davvero mostra di praticare uno stile sinodale, refrattario a quell’accentramento e autocrazia affiorati in tanti papi che l’hanno preceduta.
3. Passando ai contenuti, quasi tutti si annodano con i nostri riferimenti culturali. Sconcerto, allarme, grido di dolore:
– per la propensione all’individualismo, all’antropocentrismo, alla dismisura nell’uomo – nel significato di vir- contemporaneo;
– per il disprezzo della Terra, sostanza reificata, umiliata, in base al criterio della superiorità della categoria dello Spirito – e della Ragione – rispetto a quello della Materia. (Scavando in questa stessa direzione, avremmo aggiunto: per quel paradigma oppositivo da cui si origina anche la posizione subordinata del corpo e dei sentimenti rispetto al primato della Ragione: da cui discenderebbe la “natura” inferiore della donna rispetto all’uomo);
– per la potenza dell’imperante mito del progresso, governato dall’impulso del dominio –
economico, ma non solo -, da uno sguardo che reifica gli esseri e mercifica ogni cosa, che
desertifica paesaggi, soffoca il respiro di popoli e creature, che «gemono e soffrono le doglie del parto», nella carne e nell’esilio della parola. Intorno c’è l’indifferenza dei “cuori comodi e avari” (E.G.2), sazi, ma sempre ingordi, tra l’apatia di retoriche assistenzialistiche di maniera – spesso strumentali -, l’ignavia di chi si sottrae all’appello, la sordità di interessi rapaci;
– per la degradazione dell’ambiente, correlata alle profonde iniquità che intridono il tessuto delle relazioni sociali.
E si potrebbe continuare. Invece dello sconforto o della rassegnazione, noi rimaniamo fedeli alla nostra speranza escatologica. Essa è un faro, ci sostiene. «Non sei tenuto a finire il lavoro ma non te ne puoi esimere» – dice un detto rabbinico.
Nella consapevolezza che l’opera creatrice richiede la sapienza sottile dell’amore, e nel desiderio di aiutarla – come abbiamo già detto – esponiamo le nostre osservazioni e suggeriamo alcune indicazioni.
– Nel campo dell’ecologia, numerose studiose – tra cui la cosiddetta corrente
dell’ecofemminismo – hanno prodotto già da tempo analisi filosofiche, teologiche e storiche. Nel nome di quel pluralismo delle idee – che sia la sinodalità, sia il
dinamismo in uscita della Chiesa richiedono – sarebbe un grande segno farne tesoro. La salvaguardia del creato e le relazioni uomo-donna sono originati da una medesima matrice: infatti, sia lo sfruttamento delle risorse naturali agito dall’uomo maschio, sia l’occultamento della donna come soggetto libero e pensante partecipano al paradigma su cui è incardinato l’ordine simbolico patriarcale. Ne fa fede una spia linguistica: l’eloquente parentela mater-materia; così come l’espressione Madre Terra. Il pensiero androcentrico che ha governato il magistero della Chiesa per secoli ha permesso la scissione tra Dio da una parte e il creato dall’altra, come pure tra anima e corpo. Con Lei è apparsa una scintilla di ravvedimento, ma una più esplicita autocritica, secondo noi, sarebbe necessaria per dare salde radici all’opera di disseppellimento della sostanza evangelica.
– La parola donna compare un sola volta nel testo, e non sotto uno sguardo benevolo: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti” (162). E, come accennato, si usa il termine uomo in senso universale, comprendendo i due generi. Ora questa modalità neutra è indice di non attenzione verso le donne. Si sussume nel genere maschile – supposto universale – quello femminile, che ne sarebbe compreso: è un “valore” linguistico egemone, ma profondamente iniquo: è analogo alle logiche totalitarie messe in atto dagli imperi coloniali.
– Nel solco della cancellazione della differenza femminile, nell’Enciclica non viene mai detto esplicitamente che gli assetti sociali, le istituzioni, nonché la produzione politico-economica sono frutto di una società dove ancora vige la supremazia maschile. Le leve del mondo sono, di fatto, principalmente in mano a uomini. È dunque all’uomo (vir) che va ascritta la responsabilità di questa civiltà malata, di quell’opera predatoria, di quel saccheggio per cui “Sorella (terra) protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei” (L.s.2).
– Nella Laudato si’ è esclusa ogni espressione che rimandi a un Dio oltre il genere, come suggerisce una teologia avvertita: confinarlo, infatti, a una rappresentazione sarebbe ridurlo a idolo. (Usiamo la parola Dio e non, per esempio, D** o altre espressioni non sessiste del divino – come suggerito da studi di teologhe – perché ciò implicherebbe temi che esulano dallo spirito della nostra lettera). Una parte di noi ha sottolineato la mancanza nel testo di una teologia della Madre. Con sollecitudine rileviamo quanto un’ immagine di Dio dai connotati maschili – a volte esplicita a volte sottotraccia – sia prevalente nell’Enciclica. Oltre ad abdicare al principio della trascendenza di Dio rispetto al genere, abbiamo la sensazione che, attribuendo al divino solo la paternità e non la maternità, l’essere maschio sia ritenuto proprietà essenziale. È una questione scomoda, ma ineludibile: dal linguaggio si va direttamente ai simboli e di qui – soprattutto se abitano la sfera del sacro – passa la via che approda alla Casa comune di donne e uomini. Gesù è l’uomo della Croce, e san Paolo compendia: la potenza di Dio si manifesta nella debolezza (2Cor 12,9). Ma, nei secoli, la Chiesa ha abitato modelli maschili di forza e potenza, guerrieri o sacerdotali. La stessa separatezza del clero ordinato maschile (l’unico ammesso) è contrassegnata sì dalla chiamata al servizio, ma è pur sempre una chiamata distintiva, che conferisce un’identità elitaria. La vulnerabilità di Gesù è così confinata al perimetro dorato delle prediche domenicali – adottata nella carne solo da qualche santo o santa – unita ad una devozione mariana che educa alla soggezione le donne.
Se ora gli uomini possono accostarsi con più convincimento a tale modello evangelico, se possono accettare con un po’ meno timore la loro umanissima fragilità, riconoscersi senza imbarazzo bisognosi dell’aiuto dell’altro/a; se possono vestirsi senza vergogna della luce diffusa della tenerezza, crediamo sia merito soprattutto di quella cultura dell’empatia e della relazione che alcune pensatrici del Novecento hanno contribuito a elaborare (Edith Stein, Simone Weil, Hannah Arendt…).
Con gratitudine e affetto,
“Donne e uomini in cammino”
P.S. Stiamo andando in stampa. Vorremmo, in pochissime parole, esprimere quanto siamo
felicemente impressionate e impressionati dalle notizie che ci pervengono in questi ultimi giorni. Per le “donne” e per il “creato”, Lei sta attuando gesti che davvero mostrano un’ apertura foriera di grandi speranze. Il nostro auspicio è che tale apertura sia irrobustita dalla sua tenacia e coraggio a camminare nei sentieri di giustizia, e che in tale opera sia accompagnato dai fratelli e dalle sorelle.
Ha steso la lettera Paola Cavallari (ESODO), in collaborazione con: Carlo Bolpin (ESODO), Gianni Manziega (prete operaio, direttore di ESODO), Franca Marcomin (Gruppo di preghiera di Mestre).
(chi vuol aderire può farlo scrivendo a associazionesodo@alice.it, oppure a paola.cavallari@me.com, oppure a carlo.bolpin@alice.it)
Appartenenti a Donne e Uomini in Cammino.
Corradini Giorgio (ESODO);
De Cunzo Margherita;
De Perini Sandra;
Lucchesi Nadia;
Scrivanti Lucia (ESODO);
Sterlocchi Grazia (co-presidente dell’associazione “La Settima Stanza-scuola di
poesia”);
Urizio Desirée

Memoria del Concilio Vaticano II 8 dicembre 1965 – 2015

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“Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo.

Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo.

Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario.

Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio.

Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio.

Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano”

(Francesco, Omelia 8 dicembre 2015)

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 (Giacomo Manzù, porta della morte. san Pietro)

Immacolata concezione – 8 dicembre 2015

DSCN1201Gen 3,9-20; Sal 97; Ef 1,3-12; Lc 1,26-38

«Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» è il saluto che nel racconto di Luca il messaggero/angelo rivolge a Maria. Soggiace a queste parole il rinvio  a testi profetici, quali inviti a vivere una gioia in rapporto al venire di un tempo messianico:

“Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te. Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente” (Sof 3,14-17).

“Rallegrati…”; “…terrai nel grembo”; “…il Signore è con te”. Sono una ripresa del testo di Sofonia, con l’invito a gioire perché Dio viene in mezzo al suo popolo (indicato come ‘la figlia di Sion’) e si inaugura un nuovo regno; il regno di Dio stesso che giunge.

Si invita alla gioia come riflesso e accoglienza della gioia rinnovatrice di Dio. “Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa” (Zac 2,14). “Il Signore è in mezzo a te” è l’annuncio di Sofonia ripreso da Luca e riferito al concepimento di Gesù: “egli è in mezzo a te” è mutato in “avrai nel grembo”.

Il saluto è rivolto a Maria indicata come “piena di grazia”. Il verbo è utilizzato con il significato di “rendere grazioso”, “rendere degno di una trasformazione”, “rendere trasformato mediante la grazia”:  una azione proveniente da Dio e che continua . Il risultato non è solo un attributo ma un autentico ‘nome’ nuovo donato a Maria. Come nei racconti di chiamata ed invio nella Bibbia il nome nuovo è legato all’invio per una missione.

Le parole del messaggero ‘su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo’ rievocano l’immagine della tenda, come nel cammino dell’esodo la nube copriva la tenda  con la ‘gloria di Dio’ (Es 40,34-38). Era nube che accompagnava il cammino della liberazione. La presenza del figlio annunciato a Maria richiama la presenza della gloria di Dio in mezzo al cammino di un popolo.

Maria nel suo percorso di prima credente rinvia al cammino della comunità chiamata a seguire Gesù: in lei si racchiude un richiamo per il cammino della chiesa. Chiamata a dire eccomi, chiamata a portare un dono e comunicarlo, non proprietaria di privilegi, ma a servizio della vita per tutti, testimone di luce donata e riflessa (mistero della luna).

Nel cammino della chiesa il Dio dela tenda è stato trasformato nel Dio del tempio e della stabilità: la vicenda di Maria richiama a vivere la disponibilità ad un cammino liberato da ogni laccio di tipo clericale e capace di libertà.

 

La donna incinta

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(Marc Chagall, La donna incinta, Amsterdam – Stedelijk Museum 1913)

Chagall in questo suo quadro del 1913 raffigura una donna nel momento della maternità. Il titolo è infatti ‘la donna incinta’.

Il contesto è quello della vita di un villaggio russo. In esso si svolge il corso  della vita quotidiana: il lavoro dei campi nel tempo della seminagione, l’attesa della pioggia e il volo degli uccelli. Si distinguono profili di uomini, tra cui il pastore e il contadino con il volto rivolto al cielo. E’ narrazione di lavoro e di ferialità, di relazioni ordinarie in cui emerge, grande al centro del quadro, la figura di una donna, che porta nel suo grembo un bambino. Tra terra e cielo, narrazione della vita come dono che unisce nei ritmi del tempo una storia più profonda.

Lo spicchio di una luna nel cielo colorata con tonalità diverse di verde, il medesimo colore che tinge il volto stesso e le spalle della figura femminile, appare a lato della donna incinta: è rinvio al ciclo della fertilità, così come le macchie di colore rosso possibili allusioni al sangue. La luna con il suo chiarore genera chiaroscuri su pareti di montagne che emergono a forma di piramidi e richiamano i profili spioventi dei tetti delle case: incroci e richiami di natura e cultura in un mondo interrelato. Accanto alla donna anche una capretta, saltellante in uno sfondo che unisce terra e cielo, anch’essa gonfia di latte e pronta ad allattare.

La sfera umana, quella animale e quella vegetale partecipano insieme dell’evento della maternità. Accanto alla  capra, al muoversi della vita del villaggio e sopra i tetti delle case, anche le nubi appaiono delineate con le forme arrotondate e rigonfie e riprendono le forme dei seni pronti ad offrire il latte, primo cibo per la vita.

La donna è raffigurata con i tratti del suo corpo trasformati dalla maternità. Le linee del viso angolose, una pezzuola sul capo, gli abiti variopinti della tradizione popolare, del lavoro dei campi e nella casa. Nel suo grembo, iscritto in un ovale che si offre come possibilità di visione interiore, al centro del quadro, la presenza del bambino. E’ raffigurato in piedi, in posa statuaria, già adulto eppure ancora nel grembo, piccolo a confronto della madre incinta, ma già grande. Allo spettatore, e solo a lui, è dato di scorgerlo, in una sorta di visione che evoca la tipologia di antiche icone del Padre che tiene inscritto nel suo seno il Figlio. La mano della donna suggerisce di concentrare l’attenzione sulla presenza del bambino accennando a lui con il dito della sua mano.

Un’immagine che racconta in modi evocativi lo stupore per la vita,  la novità del concepire, l’essere incinta di un donna nel quadro di una vita di relazioni, l’esperienza della attesa che trasforma il corpo.

Una storia fatta di terra e di cielo che lega insieme ed apre a scorgere un oltre nascosto, interiore e presente nella vita, segreto celato nella semplicità del quotidiano, degli umili della terra.

Alessandro Cortesi op

 

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