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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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V domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_4263At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

Al centro della pagina di Atti è posto l’impegno di Paolo e Barnaba: “dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”.

Paolo e Barnaba danno forza ed esortano. Invitano a resistere nel tempo della difficoltà. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza delle comunità di ogni tempo: la fatica della prova, il senso di insufficienza e incapacità, talvolta di inutilità di fronte ad opposizioni esterne e incomprensioni nel momento in cui si vive la fedeltà alla parola di Dio e alle sue chiamate. E’ la storia di tutti coloro che cercano di essere testimoni ed annunciatori con scelte coraggiose e nella libertà che la parola stessa suscita.

Paolo e Barnaba invitano a restare saldi. La vita cristiana non toglie la prova, anzi questa è esperienza che prima o poi si presenta. Non proviene dal di fuori, ma spesso si presenta come emarginazione, sospetto, contrapposizione ad opera di chi è preoccupato di fissare il vangelo in una religione, da parte chi cerca strutture rassicuranti, da parte di chi non ascolta il soffio dello Spirito e i segni dei tempi, impedendo di aprire porte perché la parola possa fare il suo corso, perdendo di vista il vangelo stesso.

Nel libro degli Atti Luca insiste sull’atteggiamento centrale di affidarsi alla grazia di Dio e non su altre sicurezze. E’ la fiducia nel Signore che può far andare avanti. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera. E’ lui che apre le porte al cammino della parola. Importante è un cammino comune, il riferirsi alla comunità, e l’apertura ad uscire oltre i confini serrati da porte chiuse: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”.

La pagina dell’Apocalisse orienta a guardare la nuova Gerusalemme, una città. La città santa è presentata nel quadro di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – non c’è più e la città assume il profilo di donna: come sposa illuminata mentre è pronta ad incontrare il suo sposo.

Apocalisse – un libro scritto nel tempo della prova e della grande persecuzione – invita a guardare oltre. Spinge a fissare lo sguardo sul fine della storia: non un giardino (il paradiso) ma una città sarà il futuro della vita. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di natura e di cultura, di ambiente e di opera umana, è incontro, costruzione e presenza di relazioni.

Al centro della città, detta ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che ha per nome “Dio-con-loro”. L’Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14) Gesù è il Dio con noi: è il nome che ricorda la promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20). Questa città reca in sé qualcosa di nuovo e luminoso: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno: un nuovo mondo iniziato.

Apocalisse, nel tempo della prova, richiama al grande progetto di Dio che è disegno di incontro e di pace, secondo il sogno di Isaia: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21)

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo. Nel quarto vangelo la morte di Gesù è presentata in modo paradossale e spaesante come momento di ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce perché lì, nel luogo del dolore e dell’ingiusta condanna si fa visibile l’amore che giunge sino alla fine: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’.

Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non si tratta tanto o solamente di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in tale modo. Gesù indica la via dell’amore quale strada per essere suoi discepoli: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Vivere così, come lui ha vissuto, è già partecipare alla sua gloria.

E’ invito ad affidarci a lui, ad accogliere l’amore che non tiene per sé. E’ anche invito a riconoscere coloro che attuano questa sua parola come gli autentici discepoli di Gesù e lasciarci cambiare.

Alessandro Cortesi op

IMG_4273      Michelangelo, I prigioni – 1513 ca – Firenze Galleria dell’Accademia

Città

“L’abitare per me deve avere tre caratteristiche: va rafforzato dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla corresponsabilità. Affinché la ricchezza dei pochi non impoverisca gli altri, in determinismo possessivo, che può rendere la convivenza davvero difficile e frammentata”.

Così mons. Bregantini ha presentato una sua riflessione sulla città al Festival biblico, suggerendo che riflettere sulla domanda come costruire città vivibili oggi significa ritornare a pensare e a costruire un abitare che significhi appartenenza a comunità in cui ci si prende cura:

“L’abitare è paradigma della consapevolezza di appartenere a una comunità, dove ci si prende cura dell’arte del noi, come vera rivoluzione dei nostri giorni, per progettare insieme un futuro sostenibile, libero dalla corruzione, a servizio della prossimità, fatto di fiducia sociale solida e reciproca. Sono le città che visita san Paolo, cittadino europeo, come Gerusalemme, Atene e Roma. Sono l’icona della teologia, dell’antropologia e della politica. Cioè, la bellezza di chi sa pregare (la teologia), la forza di chi progetta e pensa, come ad Atene, e la chiarezza amministrativa, come per Roma. Se l’Europa guarderà a questo triplice intreccio, sarà capace di avere futuro vero e solidale.”

Il pensiero non può non andare al futuro dell’Europa in un momento di profonda crisi di ogni progetto comunitario, nel tempo del prevalere degli egoismi nazionali, degli isolamenti tribali. Le scelte di costruzione delle città passano per una costruzione di una casa comune che sempre più dovrebbe vedere le città come soggetti che riportano al centro la preoccupazione propria di questi luoghi di vita insieme, intrecciata, di diversità e uguaglianza, in cui i legami sono concretezza e in cui l’altro non è numero ma volto.

Come ricordava Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze e uomo dedito alla costruzione della pace nel mondo, in uno storico discorso del 1967 le città richiamano all’urgenza, all’imperativo di non fare la guerra, di non cedere alla logica della violenza devastatrice. Perché le città sanno cosa significa la distruzione e l’orrore dei bombardamenti e della devastazione procurata dall’odio che rende i vicini nemici e i lontani figure senza volto né nome.

Le città conoscono il dramma dell’annullamento dell’altro e della morte e sanno che tutto questo è negazione della vita di uomini e donne che solo nell’incontro e nella riconciliazione possono ritrovare se stessi. Le città, nel mondo globale e nell’età della guerra globale, unendosi, legandosi in relazioni di solidarietà, dovrebbero essere così baluardo di costruzione di una casa comune.

Così ancora Bregantini: “Il senso di essere comunità, infine, si avverte forte e vero solo quando consideriamo che la città è fatta di volti, di storie, di nomi, di incontri e non di numeri. Dove tutti siamo destinatari e artefici del bene comune. Dove nessuno è dimenticato, oscurato, emarginato. Dove la libertà non fa a meno della verità. Dove non è offuscata la sete di futuro, di pace, di giustizia. Dove la cementificazione non contagia il cuore. Dove il piccolo, come i borghi, sono laboratori di valori, di antichi mestieri, di tradizioni, di culture che si fanno linguaggi identitari di un popolo, di un territorio. La mia proposta è che nasca nelle nostre diocesi una vera pastorale della città, mirata a fondare la cultura dell’incontro, dell’accoglienza, dell’attenzione all’altro. Una pastorale della fraternità, tra le mani di laici testimoni del Vangelo che include. Una pastorale della città che si fa essa stessa punto di riferimento per il nuovo umanesimo, per la difesa degli ultimi, per la società della gratuità, pane spezzato dell’essere per l’altro. Dove la piccola Nazaret vale come la grande Gerusalemme! Perché “Polis” non è altro che relazioni fraterne, libere e forti!”

La fraternità, la cultura dell’incontro, l’apprendistato all’accoglienza e alla convivialità con chi diverso apre a nuovi orizzonti la costruzione di un ‘noi’ sempre da fare nuovamente e sempre in cammino. L’ospitalità come orizzonte. Sono questi i tasselli oggi così mancanti e dimenticati – e da recuperare urgentemente e a cui dar respiro – di una passione per la comunità che dovrebbe animare scelte di vita di chiesa e scelte politiche per ciascuna e ciascuno nella concretezza del proprio ambito di agire quotidiano.

Alessandro Cortesi op

Domenica VI di Pasqua – anno C – 2016

icona-concilio-apostoli-gerusalemme-at15.png(icona concilio di Gerusalemme)

At 15,1-2.22-29; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14,23-29

“In quei giorni alcuni venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: ‘se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè non potete essere salvi’”.

La questione di cui si tratta – e che vede un’opposizione decisa convinta e ostinata di Paolo e Barnaba – riguarda un modo di considerare il seguire Gesù Cristo. Secondo alcuni per essere discepoli di Cristo era necessario osservare le prescrizioni della legge giudaica: ‘se non fate questo… non siete salvi’. Era in fondo il rinchiudere l’annuncio di Gesù nelle forme religiose di un sistema religioso identificato con prescrizioni della legge. Per contro, esigere una pratica religiosa come la circoncisione per i pagani che si accostavano alla comunità condividendone la fede in Gesù, era visto da Paolo come uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. La salvezza è radicalmente dono, non si realizza sulla base di un privilegio o per l’osservanza di una legge, ma va accolta come evento di grazia di Dio che suscita la fede.

Un primo motivo della reazione di Paolo e Barnaba riguarda il modo di concepire la salvezza: questa non dipende dall’uomo, da osservanze religiose, ma è dono gratuito e non richiede condizioni previe. Ciò significa affermare l’assolutezza dell’agire di Dio in Cristo, il suo primato su ogni tipo di costruzione umana, anche religiosa (non solo nei confronti dell’ebraismo con cui Paolo polemizzava ma anche di tutte le forme religiose).

Ma c’è un secondo aspetto da rilevare nella ‘questione’: Gesù, nella sua esperienza storica, era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venir meno alle prescrizioni della legge ebraica. Certamente nei vangeli si trovano tracce della pretesa di Gesù, l’affermazione forte che l’uomo è più importante del sabato e la polemica contro un’osservanza che svuota il senso profondo della legge (Mc 7,8-13.20-21). Nei vangeli compaiono alcune figure di pagani: Gesù risponde all’insistenza delle loro richieste riconoscendone la fede – come con la donna sirofenicia (Mc 7,24-30). Tuttavia per Gesù non si pose il problema del superamento delle osservanze giudaiche.

E’ una situazione nuova che si presenta alle prime comunità, nel sorgere di contatti nuovi con i pagani. Proprio nel confronto con realtà nuove sorge una domanda inedita. L’incontro è il luogo in cui si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda delle esigenze del vangelo. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù. La fedeltà al regno di Dio implica aprire le porte ai pagani. Il regno è in atto già nella storia, è dono di un mondo nuovo già iniziato e non si lega ad un tempio, ad una classe di sacerdoti, ad una terra particolare, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso visibile nella vicenda di Gesù.

Così nel dibattito sorto nella prima comunità, a Gerusalemme, è elaborata una scelta di novità: era una rinuncia rispetto a ciò che sembrava essenziale – l’osservanza della legge giudaica – ma che essenziale non era rispetto alla gratuità della salvezza. E ciò si fa strada nell’incontro nelle case dei pagani (cfr. At 8; 10) e nell’esperienza dell’agire dello Spirito oltre i confini.

A Gerusalemme si attuò un passaggio fondamentale: fu decisivo agli inizi dell’esperienza cristiana, ma dovrebbe restare normativo per tutti passaggi. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione progredisce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme: si attua non come ripetizione meccanica di quanto Gesù ha vissuto (anche perché impossibile), ma come attuazione sempre nuova di quella Parola che Gesù ci ha comunicato e che continua a raggiungerci nelle vicende della storia, sotto la guida dello Spirito. M.D.Chenu diceva che gli eventi sono ‘luoghi teologici’ in atto. Di fronte alle nuove sfide oggi, nell’epoca del pluralismo, nell’incontro con gli ‘altri’, non credenti o credenti di altre religioni, le chiese cristiane sono chiamate a lasciare qualcosa che sembra essenziale, a rinunciare a forme di esclusivismo e di chiusura, a rivedere profondamente forme culturali e religiose talvolta scambiate per il vangelo.

“Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”.

L’Apocalisse parla di una città, la nuova Gerusalemme in cui la luce non viene da nient’altro se non dalla presenza di Dio e dal Risorto: è questo l’orizzonte finale della nostra storia. E’ anche quanto siamo chiamati a vivere sin d’ora nel non lasciarci imprigionare nella costruzione di templi che possano racchiudere Dio stesso e trattenerlo in progetti, dottrine e costruzioni umane.

“Il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Gesù promette il Consolatore, una presenza che si caratterizza per due azioni: il ricordare e l’insegnare – al futuro. Siamo chiamati a riscoprire la presenza dello Spirito nel tempo della chiesa. E’ il tempo dell’ascolto della Parola di Dio, per vivere non come chi vive prigioniero della paura o della legge, con l’attitudine aggressiva che difende i privilegi ed esclude, piuttosto di chi vive l’esperienza di novità e di gioia dei primi cristiani, chiamati a liberarsi continuamente dai templi di ogni potere e dalla schiavitù di ogni religione che non rende ospitali verso l’altro.

Alessandro Cortesi op

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Responsabilità

E’ datata 19 marzo 2016 ma è stata resa nota il 26 aprile: vi compaiono parole forti contro il clericalismo, indicato come attitudine ‘che annulla la personalità dei cristiani’. Reca la firma di Francesco vescovo di Roma, che in essa esprime il profilo di una chiesa “in cui tutti facciamo il nostro ingresso come laici”.

L’immagine che guida la lettera è quella del santo popolo di Dio, ad indicare la chiesa. Chiave di lettura è la ripresa di Lumen Gentium, citata nei nn.  9-14 dove si afferma che la sacramentalità della Chiesa appartiene a tutto il popolo di Dio e «non solo a pochi eletti e illuminati”. E’ una lettera inviata al card. Ouellet al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi “sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli”.

Compito di chi ha un ministero affidato quella chiesa è quello di sentirsi parte “accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale”. Rivolgendosi ai pastori Francesco afferma “è illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta”.

Vi sono parole talvolta ironiche contro una certa retorica che usa espressioni svuotandole della loro portata di provocazione al cambiamento: “Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti  (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato”.

Al cuore di questa lettera una sorta di analisi  del clericalismo come uno dei mali che si è annidato e cresciuto nella chiesa. Da qui l’urgenza di maturare consapevolezza per combatterlo come deformazione che esige riforma: “Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo.  Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come ‘mandatario’ limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi  e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati”.

Vi è un richiamo a considerare l’impegno dei laici cristiani non solo sul versante delle opere di chiesa ma riconoscendo autonomia nell’impegno politico e culturale: “Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose ‘dei preti’,  e abbiamo dimenticato, trascurandolo,  il credente che molte volte  brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede.  I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! ‘Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane’ (Evangelii gaudium, n. 73)”.

E ancora “L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a fabbricare mondi o spazi cristiani».

Lo sguardo si sofferma sulla realtà drammatica di molte città: “Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza.  Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza (…) Non è ma il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori.

“I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro».

Parole chiare, che danno voce e respiro a tante e tanti che hanno lavorato e faticato nel tempo, anche in contrasto ad un clericalismo pervasivo, diffuso e tuttora dominante – e non solo in America Latina, ambito a cui la lettera è diretta – per un volto di chiesa più semplice e fraterna. Parole che attendono una diffusa capacità non solo di accoglienza ma di risposta adulta e propositiva soprattutto laddove chiedono di individuare nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede e l’audacia indispensabile nell’impegno sociale e civile.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno C – 2016

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(Paolo invia una lettera – Miniatura XII sec. – Biblioteca marciana Venezia)

At 14,21-27; Ap 21,1-5; Gv 13,31-33.34-35

“…dopo aver predicato il vangelo in quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede”. Paolo e Barnaba vivono la loro predicazione nell’impegno a rianimare e esortare. E’ l’esperienza della prima comunità ma è anche esperienza di ogni credente, la fatica della prova, la difficoltà e il senso di spaesamento, talvolta di inutilità. Opposizioni esterne e incomprensioni all’interno segnano il cammino. E’ la storia di tutti coloro che cercano di annunciare la parola attuando con coinvolgimento personale le scelte di libertà che la parola stessa suscita. Paolo e Barnaba invitano a stare saldi.

Nella narrazione di Luca è forte l’insistenza sull’affidamento alla grazia di Dio, sul senso di fiducia nel Signore. E’ lui che apre nuove porte e strade e a noi richiede una disponibilità coraggiosa e libera a percorsi ancora inediti: “Non appena furono arrivati, riunirono la comunità e riferirono tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro e come aveva aperto ai pagani la porta della fede”. L’agire di Dio è nella linea di apertura, di nuove relazioni e incontri che segnano vie nuove di esperienza della fede.

La pagina dell’Apocalisse orienta lo sguardo sulla nuova Gerusalemme, la città santa nella visione di un nuovo cielo e una nuova terra. Il mare – simbolo di ogni forza del male – scompare e la città assume le sembianze di donna dallo sguardo luminoso pronta ad incontrare il suo sposo, capace di amore. E’ uno sguardo profetico che individua il fine della storia: esito della storia è la vita di una città che è luogo di relazione. L’incontro sarà il punto finale del cammino umano, ma è già germe di vita nuova. La città è costruzione umana, luogo del vivere insieme, incrocio di case strade e piazze dove si intrecciano relazioni… al centro della città, chiamata ‘dimora di Dio con gli uomini’ sta la presenza di colui che è indicato con il nome ‘Dio-con-loro’. Dio con noi è Emmanuele (Mt 1,23; Is 7,14), nome che rinvia alla promessa di Gesù risorto, ‘ecco io sono-con-voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’ (Mt 28,20).

La visione di Apocalisse presenta una novità: le cose di prima sono passate, non c’è più la morte né lutto né lamento né affanno e un nuovo mondo è iniziato. Il progetto di Dio di incontrare l’umanità e di vivere la vita piena apre all’incontro e ad una realtà nuova che ha nome ‘pace’: ‘Tripudierò con Gerusalemme, gioirò con il mio popolo; mai più le lacrime mai più il lamento risuoneranno in lei. E costruiranno case e le abiteranno; e pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto” (Is 65,19.21).

La pagina del vangelo indica la via che Gesù lascia ai suoi, il comandamento nuovo, alla vigilia della sua morte. Il quarto vangelo legge la morte sulla croce come ‘glorificazione’. Gesù manifesta la gloria di Dio proprio sulla croce: nel luogo del dolore e dell’infamia è rivelato il volto di un amore trasparenza dell’umano e che supera le dimensioni umane: ‘avendo amato i suoi … li amò sino alla fine’. Gesù lascia così ai suoi il nuovo comandamento che riassume e compie ogni altro comandamento: ‘amate come io vi ho amati’. Non chiede solo di seguire un esempio, ma di trovare in lui la forza di amare in questo modo, così pienamente umano da manifestare il volto di Dio stesso. Gesù indica la via dell’amore quale luogo in cui si rende concreto il seguirlo: ‘da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri’. Scegliere lo stile di Gesù è testimonianza di lui ed è anche modo per restare in lui: ma questo stare in lui si attua nella relazione che rinvia agli altri. L’incontro con Gesù passa attraverso la via umana dell’incontro e del dialogo, in un amare che ha i tratti dei gesti di Gesù nel dono e nel servizio

Alessandro Cortesi op

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Futuro

In un articolo dal titolo Riprendiamoci il nostro futuro (La Repubblica 20 aprile 2016) Michela Murgia legge le recenti analisi del presidente dell’Inps riguardanti la generazione dei trentenni italiani e ne scorge i segni di una crisi che investe un Paese piegatosi alle logiche di un sistema che ha svuotato la dignità del lavoro e sta togliendo non solo la speranza di una pensione ma lo stesso futuro a generazioni di giovani: “Quegli uomini e quelle donne non sono una generazione perduta, come li ha definiti icasticamente Boeri, perché sono qui, sono vivi, ci camminano accanto e saranno sempre di più: ciascuno è lì coi suoi sogni non realizzati, le scelte che con più sicurezze lavorative si sarebbero potute fare, i figli mai generati per la paura di non avere abbastanza per crescerli e la pensione dei genitori come estremo paracadute. In quella generazione depredata è l’Italia che si è perduta, sacrificando milioni di intelligenze, di idee e di potenzialità all’avidità di una parte del mondo industriale, quello che conta, convinto che la vita di quelle persone non sia una risorsa, ma un costo da abbassare fino a metterlo in concorrenza col più basso salario al mondo. Non è la pensione la speranza perduta dei trentenni: è il futuro.”

Il lavoro (trabajo) con la terra, e il tetto (la casa) sono le tre ‘t’ su cui Francesco, vescovo di Roma, ha richiamato l’attenzione in uno dei suoi discorsi dal tono profetico e di critica del sistema economico dominante: “La Bibbia ci ricorda che Dio ascolta il grido del suo popolo e anch’io desidero unire la mia voce alla vostra: le famose ‘tre t’: terra, casa (techo) e lavoro (trabajo) per tutti i nostri fratelli e sorelle. L’ho detto e lo ripeto: sono diritti sacri. Vale la pena, vale la pena di lottare per essi. Che il grido degli esclusi si oda in America Latina e in tutta la terra. Iniziamo riconoscendo che abbiamo bisogno di un cambiamento. Ci tengo a precisare, affinché non ci sia fraintendimento, che parlo dei problemi comuni a tutti i latino-americani e, in generale, a tutta l’umanità. Problemi che hanno una matrice globale e che oggi nessuno Stato è in grado di risolvere da solo”. (Discorso al II incontro mondiale dei movimenti popolari, 9 luglio 2015, Santa Cruz de la Sierra – Bolivia).

Terra, casa e lavoro sono gli ambiti su cui porre cura per una società in cui vi sia preoccupazione per la vita delle persone in contrasto con un sistema di capitalismo finanziario dove tutto è ridotto a merce secondo l’idolatria del denaro. Erano le medesime istanze di Giorgio La Pira che nella conversione vissuta nell’incontro concreto con i poveri era stato spinto a vivere una spiritualità fatta di scelte orientate a dare volto ad una città in cui le esigenze fondamentali della casa, del lavoro, della salute e delle relazioni fossero i criteri guida: “lavoro per chi ne manca, casa per chi ne è privo, assistenza per chi ne necessita, libertà spirituale e politica per tutti” (da appunti del 1961): “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle cosiddette ‘leggi economiche’ può farmi deviare da questo fine”.

Riprendersi il futuro: è questo un orizzonte che lega insieme fede e vita in un tempo segnato dalla pre-potenza di un sistema che schiaccia le persone privandole di quei diritti sociali che sono la radice della relazione, della possibilità di costruire città come luogo di incontro e di vita comune, soprattutto per i più deboli. Riprendersi il futuro è sfida non tanto a pensare ad una possibile pensione per sé, ma ad un orizzonte solidale di vita insieme contro tutto ciò che disintegra i legami tra persone e generazioni.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Avvento – anno B – 2014

DSCF5399Is 61,1-11; 1Tess 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28

“Lo Spirito del Signore Dio è su di me… mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…”. E’ una parola di consolazione quella che caratterizza la prima lettura: il profeta è uomo di Dio, inviato a consolare chi è afflitto, ‘unto’ per portare una bella notizia a coloro che in tanti modi sono prigionieri, spinto ad annunciare che città desolate e in rovina saranno ricostruite. Il vangelo è così bella notizia di liberazione e di consolazione di chi è oppresso.

I capitoli 60-62 di Isaia sono una pagina paradossale: respirano di consolazione e di speranza fino alla gioia di fronte ad una terra desolata. Nello smarrimento che succede all’esilio il profeta allarga lo sguardo, spinge lontano i suoi occhi a scorgere oltre le macerie del presente. Non per una vaga illusione ma per richiamare ad una fede che ritrovi il suo putno di appoggio in Dio. La capacità creativa di Dio apre una novità di vita, una bella notizia impossibile all’uomo, che Dio solo può donare. E’ la visione della storia come cammino in cui è possibile un rapporto nuovo di popoli, in cui l’ingiustizia avrà fine, e vi sarà un rovesciamento dalla desolazione alla gioia. La terra potrà produrre germogli nuovi perché Dio ha il potere di far germogliare cose nuove nella storia. Potrà esserci un cammino condiviso di popoli che riconosceranno l’agire di Dio. Ma questo germoglio è già la parola e l’azione che opera liberazione e cura.

“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. L’invito di Paolo alla comunità di Tessalonica fa riferimento all’immagine dello spegnimento di un lume. Basta un soffio per fare buio, per non lasciare che una luce, benché fioca, illumini la notte. La presenza dello Spirito nella nostra vita è come debole fiamma da custodire. Paolo indica una serie di atteggiamenti che segnano la vita dei credenti: l’attenzione e la responsabilità. E’ cura nel non soffocare l’agire dello Spirito. In tanti modi lo Spirito soffia, con chiamate diverse, nelle situazioni e negli incontri. C’è anche l’invito a lasciare spazio alla profezia, alle parole e testimonianze che riconducono al vangelo.

“Non lo sono… e io ho visto e ho testimoniato…” Giovanni Battista si presenta dicendo chi ‘non è…’: non è preoccupato di se stesso, non afferma una sua identità, appare totalmente disinteressato ad uno sguardo centrato su di sé. E’ invece teso al futuro, pronto a riconoscere la presenza di Gesù come messia. Il suo volto nel IV vangelo ha i tratti del testimone. E’ orientato ad altro, a dare e ad essere testimonianza. La sua vita sta in riferimento a Gesù indicato come ‘uno che non conoscete’ e che pure ‘sta in mezzo a voi’. La sua testimonianza apre cammini per riferirsi a Gesù come colui che non si conosce. E’ una voce che disorienta. Di se stesso Giovanni dice solamente di essere ‘voce’ e richiama l’invito del profeta Isaia: ‘rendete diritta la via del Signore’.

DSCF5387Alcune riflessioni per noi oggi

Restaurare le cità desolate

C’è un filo che lega la missione del profeta e la responsabilità di ognuno che cerca di imparare a credere e vivere fedeltà al vangelo. Missione del profeta non è avere gratificazioni, non è godere di costruzioni già fatte. Piuttosto è quella di annunciare che in una condizione di rovina, lì sta una chiamata ad essere riparatori di brecce, costruttori di case per abitarvi. Viviamo un tempo in cui forte è la percezione di macerie attorno a noi. Macerie di distruzioni causate dalle guerre, dalla violenza e dal disprezzo nei confronti del creato, dall’uso scriteriato delle risorse e dei beni comuni. Ma anche macerie morali e frantumazione sociale che generano senso di delusione e profonda desolazione interiore. C’è un appello alla fede anche nel nostro presente per offrire la nostra disponibilità a Colui che fa nuove tutte le cose. Il senso della gioia – tratto di questa liturgia di metà avvento – sorge dall’essere protesi a scorgere i germogli, a custodire tutto ciò che dice vita anche in situazioni di morte. E tutto ciò senza coltivare la pretesa di vedere i risultati di un lavoro e di un impegno che si basa solo sulla forza dello Spirito.

Dare spazio alla profezia

E’ questo l’invito della pagina di Paolo ai tessalonicesi. Coglierei da un’intervista a don Angelo Casati (‘Avvenire’ del 9 dicembre 2014) il suggerimento ad ascoltare oggi i profeti che sono sia persone di riferimento e guide capaci di indicare futuro di suscitare stupore nuovo, ma sono anche i piccoli ordinari maestri e maestre che possiamo incontrare nella vita quotidiana e che indicano il senso di un cammino.

“Sorriso, stupore: sono questi, oggi, i segni dei tempi? «Mi torna in mente il modo in cui il cardinale Carlo Maria Martini si riferiva al Concilio – risponde Casati –. Eravamo entusiasti, diceva, guardavamo al futuro, parlavamo al mondo. Ecco, è quello che sta accadendo adesso. C’è un’attesa di notizie buone che porta a riconoscere nel Vangelo la vera buona notizia per l’uomo. Questo passa per la figura di Papa Francesco, non c’è dubbio, ma poi travalica, va oltre. Si avverte nella Chiesa, nella società».

Quali sono stati per lei gli incontri più importanti? «Ho avuto molti compagni di strada e ho imparato a capire che ogni persona che mi si accosta può diventare per me pane per il cammino. Perché il cum-panis è colui che divide il pane con noi e che per noi si fa pane, appunto. (…) Il complimento più bello me lo fatto una bambina di neppure dodici anni. Si era sparsa la voce che stavo per lasciare la parrocchia di Lecco e lei mi ha fermato in una delle stradine che guardano sul lago. “Chi mi parlerà sottovoce di Dio?”, mi ha domandato. Ha espresso bene quello che ho sempre tentato di fare: cercare Dio non nella declamazione di una fede recitata, ma in una voce sottile, che sapesse farsi compagna di ciascuno »

Costruire la propria identità…

La costruzione dell’identità è oggi un tema che segna la vita personale e quella sociale. Nei giovani in ricerca di una identità da costruire, negli adulti in cerca di una identità smarrita, in uomini e donne spesso disorientati e senza identità perché senza riconoscimento da parte di alcuno. La domanda sul divenire se stessi, e l’interrogativo su cosa significa una identità collettiva stanno al cuore di percorsi diversi. C’è chi pensa l’identità come un dato stabilito e fissato, immutevole. C’è per contro chi percepisce la propria identità come una storia in cammino, dinamismo e relazione in cui il divenire se stessi è sempre in rapporto all’altro. Sono due grandi orientamenti che conducono a percorsi diversi e opposti nel modo di intendere la vita. Il Battista non solo sposta l’attenzione da sé all’altro – a colui che viene -, ma si lascia disorientare dalla presenza di Gesù che lui non conosceva e a cui si deve aprire in modo nuovo. Il problema del costruire la propria identità è suggerito come percorso di incontro con il ‘non conosciuto’. Troppo spesso pretendiamo di conoscere e sapere chi siamo, chi è l’altro, chi è Gesù, il messia, chi è Dio, magari solamente per definizioni teoriche o apprese senza un passaggio di esperienza e di coinvolgimento personale. Viviamo anche la pretesa di una chiesa che ama presentarsi come maestra, esperta in umanità, e non sa riconoscersi e scoprirsi povera anche di certezze, capace come Giovanni di dire ‘non sono il Cristo’ e di rinviare a lui come ‘non conosciuto’ che viene. Eugenio Montale nella sua poesia ‘Non chiederci la parola’ indicava un orizzonte profondamente umano: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Riconoscere ciò che non siamo è opera di verità, di decentramento. Aprirsi alla presenza di Gesù Cristo come il ‘non conosciuto’ che pure è ‘in mezzo a voi’, come cuore dell’esperienza umana, diviene possibilità di percorrere sentieri nuovi, di scorgere come lui ci raggiunge in un continuo venire nella storia, negli incontri. Come dice uno dei prefazi dell’avvento: “Ora Tu vieni incontro a noi in ogni uomo, donna e in ogni tempo…”

Alessandro Cortesi op

Commemorazione di tutti i defunti – anno A – 2014

DSCF3147Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12a

Nel libro della Sapienza lo sguardo all’umanità è guidato dalla prospettiva di Gen 1,26: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. L’uomo e la donna recano in se stessi e nella loro relazione l’immagine di Dio, partecipano di una vita che proviene da un rapporto. La vita umana sorge nella relazione, è radicata in un incontro e va verso una comunione. Essa è vista come luogo in cui rispondere ad una chiamata a rapporti giusti, alla fedeltà a Dio che si esprime in rapporti di giustizia Tuttavia si pone un interrogativo bruciante di fronte all’esperienza dei tanti giusti che subiscono nella vita oppressione e ingiustizia da parte di chi attua logiche di dominio e sopraffazione: è la domanda sulla vita del giusto a confronto con quella dell’empio. I giusti che nella loro vita hanno risposto alla chiamata fondamentale di attuare l’immagine del Dio datore di vita, non vengono dimenticati dal Dio fedele. Dio non può abbandonare il giusto e lasciarlo preda del male e dell’ingiustizia.

Il testo della Sapienza manifesta il farsi strada dell’idea che la sorte dei giusti, benché messa alla prova dalla prevaricazione e dall’arroganza degli empi, è una sorte carica di eternità perché non viene meno su di loro lo sguardo di Dio. La morte rimane scandalo per la vita umana, ma è attraversata da una luce di speranza per i giusti: dopo la morte la loro anima “resta piena di immortalità”. Il libro, scritto nel I scolo a.C. risente in questi passaggi dell’influsso della mentalità greca e introduce l’idea di separazione di anima e corpo estranea alla mentalità semitica. Tuttavia il grande messaggio contenuto in queste pagine è l’affermazione che l’essere umano nella sua interezza è chiamato a compiere l’immagine secondo cui è stato costituito, dono di relazione con Dio.

Ma c’è anche un altro grande messaggio: se i giusti nella morte sperimentano la vita che non viene meno è perché già nella loro vita hanno vissuto nell’orizzonte della vita e non della morte. E’ infatti possibile vivere sin dall’esistenza presente una ‘vita da morti’: è questa la situazione degli empi, dei persecutori, dei violenti. La loro è una vita che apparentemente si manifesta piena di tanti successi, ma in profondità è solo buio, distruzione degli altri e di se stessi. E’ già morte. La vita dei giusti, di coloro che rispondono con fedeltà a Dio, anche se appare una vita denigrata, perdente ed è esposta all’ironia dagli empi che dicono ‘mettiamo alla prova il giusto, condanniamolo ad una morte infame’ (Sap 2,19-20), questa vita è nelle mani di Dio e vive nella certezza che Dio fedele non viene meno alle sue promesse. Essa è già vita feconda in Dio, nel perseguire rapporti di giustizia. Oltre la morte c’è una promessa di vita e di speranza che già ora innerva le scelte di chi accolgie la chiamata fondamentale della sua esistenza.DSCF4745

L’Apocalisse di Giovanni si chiude con una grandiosa visione di profezia sulla definitiva sconfitta del male: l’ultima parola della storia non è una parola di violenza e di ingiustizia ma una parola di bene di vita e di luce: il ‘mare’, simbolo delle forze oscure del male che si scatenano contro la vita umana, viene eliminato. Permane lo spettacolo di una città avvolta di luce. La nuova Gerusalemme è città della pace: è una città, un luogo plurale che pone insieme tante presenze, che raccoglie le diversità, ed è luogo di un dimorare nella pace. Al centro sta la tenda di Dio in mezzo a popoli, finalmente liberati: “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro”. Gerusalemme è citta non caratterizzata dal ‘senza’ città dell’esclusione e del privilegio, ma una città caratterizzat da ‘con’: è luog di convivenza insieme, compimento di un disegno di Dio che fonda ogni relazione. E’ una città senza tempio perché la luce proviene dalla presenza di Dio e di Cristo che è luce e salvezza per tutti perché ha inteso la sua vita nel dare se stesso, nella condivisione. La visione della città si allarga ad indicare alla fine un incontro di popoli. La morte non ci sarà più. Ciò che rimane è la luce di una vita donata in abbondanza, come è data gratuitamente acqua per chi ha sete, dalla fonte della vita. La visione di Apocalisse è presentata non come motivo di fuga dal reale e come illusione ma è proposta ad una comunità che sta vivendo la prova e la fatica. E’ questo un punto di arrivo da guardare mentre si è ancora nella lotta e nelle difficoltà del presente: “chi sarà vincitore erediterà questi beni: io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

Il testo delle beatitudini letto nel contesto della memoria di tutti i defunti e le defunte ci rinvia al senso della vita di Gesù come speranza di vita per tutti: di lui questa pagina ci parla, è lui innanzitutto che ha vissuto una vita nella linea delle beatitudini. Ed insieme a lui ci aiuta a riandare a tutti coloro che in questo spirito hanno inteso la loro vita, chi nella povertà, chi nel pianto, chi nella mitezza, chi nella lotta per la giustizia, chi nell’essere misericordioso, chi nel costruire la pace. Soprattutto di chi si è reso responsabile degli altri per far uscire dalla povertà, dalla sofferenza, dalla persecuzione, per aprire cammini di condivisione e liberazione. Dire ‘beati i poveri’ infatti è un forte invito a scoprire che Dio si fa vicino ai dimenticati e agli esclusi per inaugurare una nuova situazione di giustizia e fraternità. Questa pagina non è allora esortazione ad una rassegnazione passiva di fronte al dolore e condizioni di sofferenza, ma è parola di speranza e di cambiamento del presente, annuncia di Dio che si fa vicino a chi soffre a chi è dimenticato per aprire vie di liberazione e di vita.

Il ricordo dei defunti per il credente è innanzitutto una memoria. Un pensare al proprio legame con chi ci ha preceduto, un riandare alle proprie radici, riconoscendo un legame con ‘chi è andato avanti’. Ed è memoria gioiosa che legge nelle vite delle persone incontrate sul cammino la presenza di una benedizione di Dio. Egli raggiunge tutti in modi che solo Lui sa. La memoria dei defunti è maturare uno sguardo che che si affida alla misericordia di Dio. E’ la sua fedeltà e la sua misericordia la ragione e la forza che apre a sperare una salvezza per tutti e a vivere sin d’ora seminando nella vita ciò che rimane.

La memoria dei defunti è unita al giorno della memoria di tutti i santi e le sante, di tutti coloro che sono i santi senza nome della nostra vita e che hanno fatto crescere la storia nell’orizzonte della fraternità e dell’amicizia. Letta in questo momento la pagina delle beatitudini assume i tratti di promessa e appello per una storia segnata dalla vicinanza di Dio che prende le parti dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi tesse la pace e apre alla speranza la vita di chi si affida e scopre di non essere solo.

A conclusione alcuni testi per la riflessione:

“Ci comportiamo come i discepoli fra il venerdì santo e la Pasqua: ‘Noi speravamo’. Noi speriamo ancora, mentre ciò che attendiamo è già accaduto. Noi aspettiamo ancora l’esito del duello, mentre in realtà – se avessimo gli occhi della fede – si va già formando visibilmente davanti a questi occhi il corteo trionfale che farà entrare la natura e la storia, vittoriose in Cristo, nel regno eterno del Padre. Noi ci lamentiamo quando la sua forte mano ci afferra e ci spinge attraverso la porta stretta e buia della sua sofferenza, portandoci verso il regno luminoso ed infinito del Padre suo. Ci lamentiamo ed il nostro lamento attesta a noi stessi che ci fidiamo maggiormente del grigio crepuscolo della nostra terra che della luce del Risorto. Egli però, non vuole il nostro misero gemito, ma ci prende con sé; quando sarà avvenuto ciò che già avvenne, anche voi lo comprenderete” (K.Rahner, Unser Osterglaube, in Das grosse Kirchenjahr, Herder 1992, 264-265)

DSCN0561“Per tutti questi santi, conosciuti solo da te, ti ringraziamo, Signore; chiedendo la loro intercessione. Ci son passati accanto e non li abbiamo conosciuti; ma una pace ci è scesa nel cuore. Non sapevamo da chi provenisse: ci veniva da loro che camminavano, per le vie del mondo, senza miracoli, senza gesti eccezionali, ma con l’eccezionalità di una misura traboccante di amore. Li abbiamo incontrati senza saperlo, li abbiamo conosciuti senza riconoscerli. Adesso li veneriamo, nello stesso anonimato col quale ci son passati accanto in vita, ma ricordandoli, tutti insieme, in Dio. C’è anche il defunto ignoto; quel morto abbandonato nei cimiteri, con una tomba senza fiori. Nessuno va a visitarlo, nessuno porta una margherita, nessuno fa celebrare una messa di suffragio né dice una piccola preghiera. Quel morto non ha vivi che lo ricordino. Forse morì vecchissimo, sopravvissuto a tutti i suoi congiunti, forse fu il superstite di una strage in cui tutti perirono e restò solo lui a condurre una vita solitaria e a finire da solo, in un ospizio, dove l’umana carità giunse fino ad accompagnarlo al passo estremo ma non oltre. Anche per questi morti solitari, non lacrimati da nessuno, per questi morti per cui nessuno prega noi preghiamo in quel secondo giorno di novembre che – come il primo – è dedicato a chi non ha nome o ha un nome del tutto sconosciuto: all’anonimato del defunto e del santo per cui nessuno pregherebbe, se la liturgia della chiesa non ci invitasse a farlo; se al santo ignoto ed al defunto ignoto non avesse serbato una memoria solenne. Naturalmente anche dei santi celebri, che godono di una venerazione universale e dei defunti cui i parenti dedicano suffragi, ci ricordiamo, in questi giorni. Ma soprattutto di quelli che non hanno altri giorni scritti sul calendario della chiesa o su quello privato di ciascuno: di quelli che sarebbero dimenticati se la liturgia non avesse pensato a questa pubblica riparazione” (Adriana Zarri, La festa del santo ignoto, in Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 174-176).DSCN0585

“Questa memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti. La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna” (Enzo Bianchi, I morti, le nostre radici, in Dare senso al tempo. Le feste cristiane, Qiqajon 2003, 149-151).

Alessandro Cortesi op

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