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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1050Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23)

Mettere in pratica i comandi del Signore: è questa la via indicata come saggezza nella pagina del Deuteronomio ‘perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore Dio dei vostri padri sta per darvi’. La terra è dono di Dio. Può divenire terra di libertà nel corrispondere ad una responsabilità etica, ma può trasformarsi in terra di esilio.

Il Deuteronomio – testo fondamentale nella riforma religiosa di Giosia del 622 a.C. – riporta lo sguardo ad un tempo precedente e pone insieme tre grandi omelie di Mosè prima dell’ingresso nella Terra promessa. L’esperienza del vivere nella terra promessa ha infatti generato una riflessione sul senso dell’esperienza del popolo liberato dall’Egitto: abitare la terra ricevuta in dono non può essere solo godere di una stabilità ormai raggiunta e non deve ridursi a ricerca di sicurezze e di potere dimenticando il cammino compiuto. Abitare la terra è invece rinvio al ricordo, a ritornare a quella Parola del Dio che ha guidato e rimane vicino ad Israele. E chiede una fedeltà concreta di risposta all’alleanza accolta. La terra rimane sempre un dono di cui rendere grazie. E’ da vivere nella responsabilità di un incontro da custodire. Chiede una fedeltà non di ripetizione ma di creatività. Mantenersi in tale apertura è scoprire come la Parola sta sempre davanti, chiede di essere accolta e compresa in situazioni nuove, genera futuro e non può rimanere bloccata in prescrizioni umane.

Il problema posto a Gesù dai farisei e scribi giunti da Gerusalemme riguarda la questione delle tradizioni: “…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”. La presentazione dei farisei in opposizione a Gesù e rappresentanti di una religiosità fatta di sola esteriorità non rende ragione della reale situazione al tempo di Gesù: il suo stesso insegnamento per tanti aspetti si avvicinava a quello dei farisei. Ma diviene mezzo, nel racconto di Marco, per esprimere una critica di fondo all’ipocrisia religiosa. Un atteggiamento che attraversa i tempi e pervade il modo di vivere la religione. Una religione ridotta a osservanza di norme e pratiche dettate da una tradizione chiusa perde di vista la fedeltà alla Parola di Dio nei termini di responsabilità e diviene ipocrisia.

La polemica verte prima sull’osservanza di pratiche rituali dei pasti, poi sull’investimento dei beni nel sostegno dei genitori anziani. Gesù affronta il cuore della questione evidenziando il rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni frutto di elaborazione umana. Si schiera contro l’ipocrisia, un modo di vivere che porta a scambiare i fini con i mezzi. Al posto della fedeltà a Dio, la preoccupazione scrupolosa di una osservanza che non pone in relazione.

Nella sua critica Gesù riprende la predicazione dei profeti che non si stancavano di richiamare ad un culto non delle formalità esteriori, ma capace di impegnare la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Le parole di Gesù pongono la domanda che investe il cuore, il centro delle decisioni. Se il cuore sta presso Dio da lì sgorga un modo di vivere in cui al primo posto stanno le persone. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri: “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di ipocrisia religiosa, che coincide con il clericalismo: vivere una religiosità lontana dalla cura nell’ascoltare la Parola di Dio, dalla ricerca . La fede non può essere ridotta a norma da eseguire ma richiede un coinvolgimento esistenziale di fronte alle situazioni e alle persone. E’ tradita in radice quando le tradizioni degli uomini vengono ad avere il primato sulla Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

C’è anche una seconda osservazione: la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è il cuore dell’uomo lo spazio di decisione per il bene o per il male. Gesù presenta così il suo sguardo di bene e di fiducia per tutto ciò che appartiene al cosmo, alla vita: tutto viene da Dio, non può esser cattivo o impuro in sè. Nello contempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”.

Puro e impuro derivano da un orientamento che ha sede nel ‘cuore’, e si esprime in comportamenti. Gesù riporta all’interiorità, e pone ogni persona davanti alla sua vita nella situazione di responsabilità, di dover rispondere a se stessa e agli altri, davanti alla Parola di Dio, che si fa ascoltare nel cuore.

La lettera di Giacomo insiste sull’esigenza di una concretezza di scelte e di orientamenti che esprimano la fede nell’agire. La presenza della Parola nella vita dei credenti, piantata nel cuore, esige uno spazio di accoglienza per potersi esprimere in una prassi, per non rimanere una sorta di sapere che non intacca la vita: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”. La lettera rinvia alla centralità nell’esperienza cristiana della visita e della vicinanza a chi è senza sostegni umani: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze…”.

DSCN1034Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo giorni in cui le condizioni drammatiche di chi vive la migrazione a causa della guerra e della povertà assume proporzioni sempre più rilevanti. E di fronte a tale fenomeno la reazione scomposta, volgare, colma di cattiveria, di quanti non vedono il dramma esistenziale di persone, e manifestano indifferenza verso sofferenze di uomini e donne come noi. Con uno sguardo che divide in due categorie: chi ha diritto ad una vita dignitosa e chi non è considerato essere umano. Il guardare ai flussi dei migranti con indifferenza e crudeltà, senza fissare i volti, che pure ci sono posti davanti nelle immagini, nelle interviste, nei resoconti riportati da bravi giornalisti, porta a riflettere proprio sulla distanza tra la proclamazione di essere ‘persone religiose’ e la traduzione concreta in atteggiamenti nella vita. La lettera di Giacomo è sferzante: ‘Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi’. In Europa sta crescendo un clima di odio, di esclusione, di costruzione di muri. A tutto ciò penso sia da contrapporre non tanto una critica generica alla politica – anche in tale ambito vi sono persone, gruppi, comunità sociali – ma la testimonianza di credenti e di chiese che, scegliendo con chiarezza la via della povertà, nella rinuncia a privilegi di vario tipo, sanno rimanere fedeli al vangelo che chiede di porre in pratica la Parola di Dio oggi nella solidarietà con chi soffre e nell’accoglienza. Ciò non toglie la fatica di trovare soluzioni concrete e praticabili, ma determina un atteggiamento di fondo, si potrebbe dire un’anima, che sembra oggi venir meno: un’anima di umanità per tutti e di riferimento al cuore del vangelo e della fede per chi crede. Come essere fedeli oggi alla Parola di Dio come via di saggezza – in cui scoprire il senso profondo della vita nostra e di tutti – nella terra da abitare insieme?

La domanda su come attuare oggi la Parola di Dio di fronte alle situazioni delle vita e alle condizioni storiche in cui viviamo è questione che ripropone i termini della sfida posta a Gesù. Cosa vuol dire oggi ascoltare la Parola di Dio e non fermarsi a ripetere tradizioni che sono prodotto di uomini? Come distinguere tra la consegna della Parola di Dio che è tradizione da ricevere e accogliere e ciò che è possibile e doveroso mutare in rapporto ad una comprensione più profonda del vangelo che avviene nel cammino della chiesa, nell’ascolto del tempo? Il Sinodo dei vescovi tra poche settimane si troverà a discutere su questi temi in relazione all’esperienza delle famiglie.

Trovo ricca di motivi di riflessione la suggestione di Michael Davide Semeraro, benedettino biblista (Temi del Sinodo: le chiavi della casa di Dio sono per tutti, in http://www.viandanti.org): “La mia proposta, in vista del Sinodo sulla famiglia, è di sostituire al termine “famiglia” il termine “casa”. Se infatti il termine “famiglia” rischia non solo di dividere ma soprattutto di ferire, il termine “casa” non può che accomunare. Se preferissimo il termine “casa” (cfr Lc 9, 24) a quello di “famiglia”, forse sarebbe più facile porci in un atteggiamento di umile accoglienza di tutte le realtà in cui uomini e donne vivono la loro avventura umana, soprattutto quando si fa alleanza per affrontare insieme la vita, spesso segnata da complessità non cercate, ma che vanno comunque patite, sofferte insieme e, possibilmente, accompagnate e sostenute con spirito fraterno e umana solidarietà. Ormai molte delle nostre case non assomigliano più tanto a quella di Nazaret, né forse neppure a quella di Betania o a quella di Cana di Galilea (…) La famiglia non può essere ridotta alla circolazione di cura e di affetto all’interno della coppia che si apre all’accoglienza, talora iperprotettiva, di uno o più figli. Nella logica che ritroviamo nelle Scritture, siamo messi di fronte ad un lungo cammino di umanizzazione non ancora compiuto e ancora in divenire. Ogni umana convivenza – necessariamente imperfetta e abitata da aspetti positivi e da inevitabili ambiguità – è chiamata a diventare ‘famiglia di Dio’ che si riveli come casa in cui tutti possano trovare il sostegno e il conforto per la propria vita reale.” (cfr. Michael Davide Semeraro, Le chiavi di casa. Appunti tra un sinodo e l’altro, La Meridiana, Molfetta 2015).

La sua riflessione si conclude con l’immagine di una casa in cui nessuno sia tenuto fuori e le cui chiavi possano essere consegnate alla responsabilità di chi desidera farvi parte: “Lo stesso servizio pastorale dovrebbe assomigliare meno ad un blocco dottrinale e di più all’atteggiamento di un padre che parla a suo figlio e non dice esattamente cosa deve fare o non fare, ma consegna finalmente le chiavi di casa, non senza ricordare alcune regole di comportamento, alcune delle quali – sa già in partenza – saranno trasgredite”.

Suggerirei tuttavia un ulteriore passaggio: le chiavi di casa sono del Signore, di nessun altro ‘padrone’ e solo del Padre che ha fatto della sua casa il luogo dell’attesa e dell’accoglienza e se le chiavi sono affidate è per una consegna reciproca. E tutti, senza distinzioni, sono chiamati a consapevolezza di essere ospiti accolti, figlie e figli attesi, segnati dal limite dall’infedeltà e dall’inadempienza, o per lo meno dal non aver fatto abbastanza.

L’ascolto della Parola di Dio non è mai chiuso e apre ad un cammino in cui cogliere come la sua chiamata sta dentro le situazioni e i volti delle persone da accogliere nella nostra vita così come Gesù ha vissuto ospitalità in un cuore che aveva spazio di bene per tutti.

Alessandro Cortesi op

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XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

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