la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Pentecoste – anno B – 2015

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(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2013

DSCF2226At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8-17; Gv 14,15-26

“E tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Prima di parlare dello Spirito santo la comunità dei credenti in Gesù vive l’esperienza dello Spirito. Prima di esserci una parola c’è una vita. E’ un’esperienza interiore, che trasforma e cambia. Così dello Spirito è difficile dare definizioni: si possono piuttosto indicare le tracce del suo agire. Lo Spirito è indicato con immagini che rinviano oltre e fanno simbolo: come il soffio, il fuoco, la forza. Negli Atti è evidenziato un effetto del sua presenza silenziosa e nascosta nei cuori degli apostoli dopo la Pasqua: ‘cominciarono a parlare’. E il parlare è ‘in altre lingue’, ma è precisato che ognuno comprendeva nella propria lingua ciò che veniva detto: si tratta non tanto di una manifestazione stupefacente e miracolosa, quanto di un parlare capace di comunicare con altri lontani e diversi.

L’esperienza dello Spirito è accostata all’evento della parola, una parola coraggiosa, che sfida le chiusure e le paure e rende possibile la comunicazione nella diversità. Parlare in modo che ciascuno possa comprendere nella propria lingua è quel miracolo umano dell’intendersi superando le distanze, facendo incontrare le differenze, abbattendo i muri dell’incomprensione. E’ l’esperienza che genera sempre meraviglia e stupore quando accade – anche tra chi parla la medesima lingua e vive la fatica di comunicarsi parole autentiche. Il cuore umano vive la nostalgia di trovare intesa, armonia e unità e sa anche tutta la difficoltà di realizzare questo. Il comunicare in lingue diverse dice che questa unità non è imposizione, non dominio di qualcuno sugli altri, non è parola urlata che s’impone e fa tacere le parole diverse. Ma è possibilità di passaggio di parola che viene accolta e in tale ospitalità apre spazi al coabitare insieme di volti diversi. Non più stranieri e divisi ma interrelati insieme da una parola significativa. L’esperienza dello Spirito della prima comunità è avvertita come forza che viene dall’alto, vento forte e fuoco, che apre a comunicare e a fare comunità.

“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura ma avete uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba Padre”

L’esperienza dello Spirito è accostata da Paolo ad un’esperienza di libertà: è un modo di intendere il rapporto con Dio non secondo le modalità di una religione dell’autorità e del sacrificio che lega e rende schiavi, ma secondo un affidamento nella relazione in cui scoprirsi innestati in un incontro di accoglienza e cura. ‘Abba Padre’ è grido di una presenza interiore, accolta e che apre a orizzonti nuovi di relazione, apre ad una comunione che ci riconduce all’origine e al senso dell’esistenza. L’esperienza del credere è allora incontro: non un percorso di ascesa di conoscenze, non un programma di ascesi, e nemmeno un metodo di preghiera o di pratica per raggiungere la divinità. Il credere è lasciare spazio ad un dono di presenza, ad un respiro che penetra e reca vita in ogni ambito: si può solo ricevere, come aria, soffio, ed apre alla libertà. Non schiavi ma liberi: dove ci sono percorsi di liberazione da ogni forma di schiavitù lì c’è lo spirito di Dio che mette in relazione, che fa entrare nel credere come esperienza di gratuità e gratitudine, come incontro con l’Abba, il Tu amante che ha cura dei suoi figli.

“Lo Spirito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”

Due grandi azioni dello Spirito sono ricordate in queste parole di Gesù poste dall’autore del IV vangelo nei discorsi dell’ultima cena: insegnare e ricordare. Lo Spirito genera un duplice ricordo, uno rivolto al passato e uno rivolto al futuro. E’ ricordo di Gesù, di quello che ha fatto e ha detto. Ad una cosa sola i cristiani sono chiamati: essere testimoni dello stile di Gesù, in particolare di essersi svuotato nella sua vita per vivere fino in fondo un’esistenza rivolta verso… nell’ essere uomo per gli altri. L’annuncio dello spirito è collegato al richiamo sull’unico comandamento dell’amore. Ed è anche un ricordo rivolto al futuro: è profezia, ricorda che  la presenza di Gesù, il Risorto, non viene meno, ma rimane e accompagna verso un fine che non sarà di solitudine e abbandono, ma di incontro e di comunione. C’è una seconda azione dello Spirito: è quella di insegnare. E’ quanto viene espresso anche con le parole: “lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Il IV vangelo la verità non è una conoscenza intellettuale da comprendere con la mente, è piuttosto accoglienza della persona di Gesù, del vangelo, nella propria vita e comunione con lui.

Vorrei collegare questi spunti di lettura ad alcune situazioni che viviamo:

Siamo oggi attoniti spettatori di una violenza generalizzata e diffusa nei diversi livelli della nostra vita, nelle guerre e nell’uso delle armi a livello dei rapporti tra popoli, e nel livello interpersonale nella violenza contro i più deboli, contro le donne, contro chi è percepito come diverso: gli stranieri, gli omosessuali, i disabili. La violenza è negazione della parola che conduce a rispettare, comprendere, riconoscere l’altro e a cercare vie di comunicazione. La violenza è alimentata laddove la parola diviene strumento di offesa e svuotata del suo significato. Lo Spirito è presenza che spinge a creare ponti là dove c’è incomunicabilità e sospetto. E’ presente lo spirito laddove la parola fa comunicare le persone, e le parole non sono usate in modo ipocrita e nascondono ingiustizie e sfruttamento dei poveri. E’ presente lo Spirito in tutti i percorsi umani in cui con fatica si cerca di mettere in comunicazione le diversità, laddove si opera per accogliere le differenze. Nella sfida rappresentata oggi dall’incontro tra popoli, persone diverse con culture e religioni differenti si parla spesso di integrazione da attuare, ma forse ancor più è da cercare l’interazione che porta a riconoscere, accogliere, scambiare doni e camminare insieme con l’altro.

Lo Spirito è presente nei cammini di liberazione, nelle attese di una vita che non sia schiacciata delle diverse forme di schiavitù. Nell’epoca della ingiustizia globale tante sono le attese di liberazione. Spesso siamo incapaci di volgere lo sguardo alle attese di liberazione di popoli che stanno soffrendo: penso ai milioni di rifugiati e profughi della Siria, ai palestinesi che vivono nei territori occupati  la fatica quotdiana di vivere una vita dignitosa e reagiscono con la nonviolenza alle violazioni dei diritti, alle attese di liberazione di giovani e donne nei paesi arabi, a chi subisce situazioni di guerra in Nigeria, in Congo e altre zone dell’Africa. Ma anche più vicino a noi, nella crisi economica tanti si sentono schiacciati da una condizione di schiavitù che stritola le vite dei singoli delle famiglie. Lo Spirito è presente in ogni attesa di libertà e genera cammini di libertà. Vivere nello Spirito non dev’esser emotivo di fuga dalla solidarietà con chi soffre, ma è oggi provocazione a rendersi vicini, a ‘stare presso’ dicendo la presenza del Consolatore nelle situazioni di oppressione, per aprire speranze di libertà, per gridare insieme Abba e per accompagnare in cammini di giustizia.

Lo Spirito è forza interiore per cammini comuni, condivisi, di una chiesa che sia capace di memoria e capace anche di profezia. Memoria: per non inseguire altri richiami ma rimanere fedele al centro della sua vita e della sua missione la presenza di Gesù, la sua vita, il suo stile. Profezia per non rinunciare mai ad indicare un orizzonte più grande della vita, un ultimo a cui ogni momento della nostra vita è diretto e sarà comunione e pienezza che raccoglie i frammenti delle nostre esistenze e raccoglierà anche ogni attesa ogni sogno, così come ogni piccolo gesto che ha costruito percorsi di incontro, di dono, di comunione.

Alessandro Cortesi op

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