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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica di Pentecoste – anno B – 2021

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

La venuta dello Spirito a Pentecoste rinvia ai prodigi dell’esodo (cfr. Es 19,3-20): il vento, imprendibile e imprevedibile, e il fuoco che investe e trasforma sono i simboli che dicono la forza dirompente, l’apertura che il dono della Pasqua genera nella prima comunità di Gerusalemme. E si attua un percorso contrario a quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua, qui la possibilità di parlare lingue diverse e di poter intendersi ciascuno. Lì la pretesa di un unico dominio, qui la presenza di popoli diversi. Lì il potere di alcuni, qui il compimento delle parole del profeta (Gl 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. E’ dono dello Spirito per tutti i popoli della terra, per scoprire la possibilità di una storia nuova e il sogni di Dio della riconciliazione. E viene così a compiere il progetto di Dio a Babele, quel percorso di porre in relazione nello scambio le diversità da riconoscere e accogliere.

Il IV vangelo riporta lunghi discorsi di Gesù prima della sua passione, nel momento della cena. Sono discorsi di amicizia, di rivelazione, di promessa. In particolare c’è un’insistenza sulla presenza promessa e che verrà: lo Spirito non viene presentato come una energia o forza  dell’universo, ma come presenza personale di un ‘tu’ in relazione profonda con il Padre, perché ‘procede dal Padre’: “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27). Lo Spirito è promesso in modi diversi indicandoil suo agire come soffio interiore e presenza di dono.

Lo spirito è consolatore, paraclito, colui che porta aiuto, sta accanto e sostiene: anche Gesù ha inteso la sua presenza così con i suoi e lo Spirito è presenza annunciata come il grande suggeritore, la guida verso la verità tutta intera. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, vicino nel momento della prova. Sarà lui a guidare la testimonianza nelle fatiche del tempo. Sarà lui a introdurre chi lo accoglie all’incontro con Gesù: “non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”.

Il dono dello Spirito genera una vita nuova, una vita non secondo l’egoismo e il dominio (la ‘legge della carne’) ma una vita che cerca di realizzare “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”: è questa la ‘legge dello Spirito’: sono quest i frutti dello Spirito. Si tratta cammino dice Paolo. Accogliere lo spirito è stare nella forza (dynamis) dello Spirito e  ‘camminare secondo lo Spirito’. E’ un ‘camminare’ nella quotidianità e si esprime in ‘frutti’ nella vita e nella storia, da riconoscere, da valorizzare, da accogliere.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste

Una preziosa raffigurazione della Pentecoste si può ritrovare nella decorazione dell’armadio degli argenti, commissionato da Piero de Medici per la biblioteca del convento dell’Annunziata a Firenze dipinto da Giovanni da Fiesole, il beato Angelico, tra il 1451 e 1453, e custodito oggi presso il museo di san Marco a Firenze.

I pannelli che compongono l’armadio degli argenti sono dipinti a tempera su tavola e nelle tavolette le immagini raffigurate sono poste in relazione a cartigli situati nei livelli inferiore e superiore. Anche nel pannello della Pentecoste i cartigli riprendono due citazioni bibliche che offrono il significato dell’evento e guidano alla lettura della scena raffigurata: quella in alto riprende la profezia di Gioele (Gl 3,1-2) citata in At 2,17 “su tutti effonderò il mio spirito, i vostri figli e le vostre figlie profeteranno…”. Quella in basso rinvia a At 2,4: tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Peraltro la scena riprende il riferimento all’intera narrazione degli Atti degli apostoli “Tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù” (At 1,4). Questa notazione appare essere ripresa nella raffigurazione del gruppo dei discepoli e discepole raffigurato attorno alla centrale figura di Maria nella fascia superiore del dipinto. Così pure appare implicito il riferimento al ritorno a Gerusalemme di ‘quelli che erano con Gesù’ dopo la sua ascensione. “Allora ritornarono a Gerusalemme… entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi” (At 1,12-13). La stanza appare raffigurata infatti in alto con molteplici presenze all’interno.

Nel dipinto la scena appare così divisa in due parti, una superiore e una inferiore. In alto al centro appare Maria con le mani giunte in gesto di preghiera, in piedi, con una aureola dorata sul capo, raffigurata con una grandezza particolare rispetto a coloro che la attorniano. Attorno a lei sono delineati ventisei volti aureolati e con un fiammella sul capo: sono i profili degli apostoli che hanno visto l’inserimento nel gruppo di Mattia che ha preso il posto di Giuda, il traditore (At 1,15-26) e sono anche le donne e i fratelli di Gesù indicati come presenti a Gerusalemme.

Le citazioni dei cartigli guidano l’osservatore non solo a comprendere che l’immagine tratta dell’evento della effusione dello Spirito, secondo le promesse dei profeti, ma suggerisce l’aspetto su cui l’artista intende accentrare la sua attenzione: è infatti il momento in cui il dono dello Spirito dall’alto, come vento impetuoso, riempie la prima comunità di una forza nuova ed “essi cominciarono a parlare in altre lingue nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 1,4). La sala al piano superiore appare infatti luogo in cui si attua innanzitutto una conversazione tra tutti coloro che sono lì presenti.

Nel contempo proprio quella stanza chiusa appare totalmente aperta: il muro esterno che la ripara e protegge, appare come abbattuto, creando un effetto di sguardo all’interno ma anche offrendo una trasformazione della sala da luogo chiuso a terrazza aperta che si affacciata su tutto ciò che è fuori. Nell’immagine si può leggere l’invito dello Spirito, come lingua di fuoco che si appoggia su ognuno dei presenti, ad uscire, a far correre quella parola accolta e condivisa in un dialogo che si allarga senza confini. La sala viene trasformata quindi in un luogo di dialogo e contemporaneamente in una sorta di pulpito affacciato all’esterno. E i personaggi raffigurati nella fascia inferiore, all’esterno della casa, appaiono accogliere con meraviglia una comunicazione che proviene dall’alto: sono coinvolti anch’essi in quella novità suscitata dalle lingue di fuoco appoggiate sulle teste di ognuno dei discepoli e delle discepole. Tra tutti fa spicco la figura di Maria in posizione ieratica, al centro, raccolta in attitudine di preghiera e di accoglienza e tutta protesa con lo sguardo a guardare verso altri e quasi ad affacciarsi sull’esterno. Si può forse cogliere in tale atteggiamento l’attitudine propria di Maria sottolineata da Luca nel vangelo ed espressa: “Maria da parte sua, custodiva tute queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Maria è colei che tiene insieme, facendo simbolo.

Ma anche in questa figura al centro della comunità riunita si può scorgere un simbolo che indica il sorgere della chiesa nel momento dell’effusione dello Spirito. La chiesa non ha origine come società di potere con mandato di dominio, ma sorge nel dono dello Spirito quale dono della Pasqua in rapporto al dono di sé del crocifisso Risorto. Lo Spirito apre ad accogliere la presenza di Gesù come Parola, comunicazione del Padre e suscita comunicazione di parola che pone in relazione ed allarga la comunità. Non solo dodici, ma ventisei, non solo uomini ma anche le donne, non solo quelli che erano con Gesù ma anche altri si aprono ad accogliere il dono dello Spirito che fa comunicare.  Maria nel suo stare in piedi rinvia al movimento che nel libro degli Atti è riferito a Piero che prende la parola: “Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così” (At 2,14).

Maria diviene figura che esprime il volto di una chiesa che trova la sua unica ricchezza e forza nel dono dello Spirito nella spinta a portare l’invito di apertura proveniente dallo Spirito ricevuto: “per voi infatti è la promessa e per. i vostri figli e per tuti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il signore Dio nostro” (At 2,39). Il rinvio al testo del profeta Gioele è anche richiamo alla novità che la Pentecoste apre: “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno” (At 2,17-18). Il dono dello Spirito apre ad un vedere nuovo che apre futuro e genera speranza unendo giovani e anziani nel sognare il sogno di Dio che è sogno di vita in una relazione nuova di incontro.

La parte inferiore del dipinto presenta una scena all’esterno. Due gruppi di persone sono raffigurate una a destra e una a sinistra e al centro una porta di legno, chiusa, quasi un simbolo da decifrare in posizione centrale rispetto al muro bianco. I personaggi sono vestiti in fogge diverse, richiamano alla moda del Quattrocento fiorentino ed hanno curiosi copricapo che rinviano a provenienze diverse e al loro rappresentare le diverse culture. Sono richiamo di coloro che erano presenti a Gerusalemme e nel loro gesticolare rivolgendosi gli uni agli altri ricalcano le attitudini descritte nel racconto di Atti: “Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua… Come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio” (At 2,8-11).

Il collegamento tra la fascia superiore e quella inferiore non è data dalla porta, che è chiusa, ma dal parlare che giunge dal piano superiore spalancato quasi fosse una terrazza e le presenze all’esterno, che pongono i loro piedi con calzari tipici dell’epoca, su un tappeto di erbe e fiori, un giardino. I rinvii simbolici potrebbero essere molti: il beato Angelico situa l’annunciazione – nelle sue diverse realizzazioni – nel contesto di un giardino in cui sta fiorendo una novità e dove la vita rinasce. Così pure l’incontro del risorto con Maria maddalena è situato in un giardino in cui i fiori rinviano simbolicamente alle ferite della passione e richiamano la vita del Risorto che ha vinto la morte. Così anche Pentecoste unisce la casa in cui le porte erano chiuse.

Nell’immagine si unisce il racconto della pentecoste secondo Atti al dono dello Spirito da parte del Risorto nel suo primo apparire ai suoi nella stanza dove si erano rinchiusi bloccati dalla paura.  Secondo il IV vangelo Gesù stette in mezzo ai suoi, rendendosi presente e convocando ancora attorno a sé una comunità a cui dona la pace e lo Spirito: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù stette in mezzo e disse loro: ‘Pace a voi’ … come il Padre ha mandato me anch’io mando voi’. Detto questo soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito santo’” (Gv 20,19-22).

Nel riquadro dell’armadio degli argenti quella porta chiusa proprio in mezzo nella fascia inferiore rinvia alla figura di Maria, in piedi nella fascia superiore al piano alto della casa. Questo parallelismo può essere letto quale indicazione della paura e della chiusura evocata dalla porta chiusa, che sono vinte dal dono dello Spirito e dal mandato da parte del Risorto a tutta la comunità: Maria può essere letta come figura della chiesa sella predicazione e del dialogo che sorge da pentecoste. Gesù invia ad essere testimoni della pace e della gioia che aprono ad una storia nuova. Quella porta è oltrepassata e spalancata in alto dalla parola che ora raggiunge l’esterno oltre ogni muro di separazione generando nuova fioritura di incontro, di vita insieme, di rapporto tra popoli e lingue diverse.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno B – 2015

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(Pentecoste – William Congdon)

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Ci sono alcuni verbi che segnano le letture di questa festa: parlare (in altre lingue), camminare (secondo lo Spirito) e dare testimonianza. Sono tre verbi che riguardano la vita dei credenti. C’è poi un verbo che sintetizza la missione dello Spirito: vi guiderà… alla verità tutta intera.

Parlare in altre lingue. La narrazione della discesa dello Spirito nel giorno di Pentecoste, mentre il giorno stava per finire, nel momento inatteso e come dono, è espressa da Luca in una serie di immagini. E’ narrazione che reca in sé il tentativo di rendere tangibile un’esperienza interiore e profonda: la prima comunità dopo la morte di Gesù si trova investita di una forza nuova e vive un’esperienza di trasformazione e di apertura inattesa.

Per dire la discesa dello Spirito si fa così riferimento ai prodigi dell’esodo, al momento dell’alleanza e del dono della legge ad Israele (cfr. Es 19,3-20): ol vento, imprendibile e imprevedibile, il fuoco che investe e trasforma mutando la paura in coraggio, un parlare nuovo, capace di comunicare nelle lingue diverse. Lo Spirito inaugura un percorso diverso da quello di Babele: lì la pretesa di avere una sola torre e di imporre una sola lingua sotto un dominio che impone il silenzio, qui la possibilità di comunicare che rende ciascuno in grado di intendere nella propria lingua. Lì la pretesa di un potere unico, qui la presenza della diversità dei popoli. Lì un disegno di egemonia, qui il compimento delle promesse dei profeti (Gioele 3,1-5): ‘io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figlie le vostre figlie’. Dio rimane fedele ed è la sua fedeltà l’origine del dono dello Spirito per tutti i popoli della terra. La presenza dello Spirito è dono che rende presente la promessa di Dio a Babele, quando portò scompiglio nella costruzione della torre. Vento, fuoco e parola in lingue diverse rinviano ad una novità possibile, ad una apertura che rompe le chiusure, ad una diversità riconciliata di razze popoli e lingue: è un dono nuovo da accogliere di riconoscersi figli legati insieme, chiamati a costruire una storia di riconciliazione.

Camminare (secondo lo spirito). Il dono dello Spirito genera una vita nuova: ma è una vita in cui c’è da camminare con tutta la precarietà e i rischi del cammino. Camminare è accogliere la legge dello Spirito, legge di libertà e di dono di sé. Perché nella vita c’è la possibilità di un ripiegamento radicale: il vivere secondo il proprio egoismo, nella preoccupazione solo del proprio interesse e nella dimenticanza degli altri: tutto ciò Paolo lo sintetizza nell’espressione ‘legge della carne’. ‘Carne’ è qui sinonimo di ‘egoismo’, di una vita preoccupata di interessi, comodità e indifferente alla sofferenza dell’altro. Non è discorso dualista che disprezza la sessualità e la corporeità (come spesso si intende ‘la carne’), piuttosto Paolo indica come l’egoismo può segnare ogni aspetto dell’esistenza. A questo modo di intendere la vita si oppone radicalmente la ‘legge dello Spirito’. Una vita nell’apertura e che si comprende come cammino aperto a crescere a nuove comprensioni e maturazioni sempre nuove è una vita che porta frutto. I frutti sono “…amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dono di sé”. Sono questi i segni che indicano i tratti di una vita – in tutte le sue componenti – nella quale si apre la disponibilità a farsi orientare dalla forza dello Spirito.

Dare testimonianza “Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza perché siete stati con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

Il Paraclito ‘consolatore’ è colui che sta accanto e sostiene: è questo ciò che ha vissuto Gesù, e lo Spirito è presentato come presenza vicina di chi sarà il grande suggeritore – vi suggerirà ciò che dovrete dire -, e la grande guida – vi guiderà alla verità tutta intera-. Lo Spirito è indicato come presenza interiore, non racchiudibile, che starà così accanto nel momento della prova, nella faticosa testimonianza quotidiana. E’ lo Spirito di Cristo risorto vivente e da incontrare pur nelle contraddizioni della storia. La presenza dello Spirito è soffio silenzioso che guida all’esperienza dell’incontro con Gesù. E’ lui la verità tutta intera, una verità che non è dottrina da conoscere e di cui pensarsi padroni, ma persona vivente: ‘Io sono la via la verità e la vita’.

Lo Spirito guida e accompagna a lui perché totalmente rivolto a quanto Gesù ha compiuto: “Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve l’annunzierà”. Lo Spirito è presenza dono, capace di ospitalità. Il Iv vangelo parla dello Spirito come  presenza di accoglienza senza limiti nei confronti del Padre, presenza dono che introduce nella relazione tra Padre e Figlio, nella comunione dell’amore che è il volto di Dio: “Tutto quello che il Padre possiede è mio, per questo vi ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16,15).

minoromero2006cast_499x785Alcune riflessioni per noi oggi

Parlare lingue nuove. 23 maggio 1915: con la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria l’Italia inaugurava il tempo tragico della ‘grande guerra’. Grande perché è stata diversa da tutte le guerre precedenti, grande perché è entrata in ogni famiglia e nelle piccole storie delle persone in una Europa che ha sperimentato come mai prima le sofferenze che la guerra reca con sè e l’assurdità di tanta violenza che ha prodotto dolore e morte. A distanza di tempo da quel giorno le domande sono molte. Ad un secolo di guerre devastanti è seguito un tempo di una guerra diffusa, costituita di tanti conflitti regionali, ma anche da una grande atmosfera di armamento globale, armamento delle coscienze, imbarbarimento delle attitudini verso l’altro, fondamentalismi religiosi e intolleranze razziste. E’ una atmosfera ammorbata quella che respiriamo nel quotidiano, dove la violenza diffusa è generatrice di guerra. In questo tempo in cui ritornano gli appelli alla violenza per scacciare violenze e orrori è da coltivare una memoria sulla assurdità della guerra, è da maturare attenzione alle cause dei conflitti in corso che generano vittime e devastazioni, è importante non lasciarsi vincere dall’indifferenza, lasciar spazio all’ascolto delle voci dei piccoli, di chi è colpito dalla violenza, e porre gesti di vicinanza. Parlare lingue nuove è oggi lasciare spazio al soffio dello Spirito che spinge a comunicare, a tracciare percorsi di pace e giustizia.

Camminare secondo lo Spirito. Lo spirito soffia in chi dà testimonianza al vangelo, e la testimonianza al vangelo è stare dalla parte dei poveri e vivere in solidarietà con loro. Romero è uno dei testimoni delle esigenze del vangelo che ha pagato con la vita la sua scelta per la giustizia, la scelta di alzare la voce contro le sopraffazioni e si è scontrato con chi nella chiesa cercava il compromesso con il potere. Mons. Oscar Arnulfo Romero ucciso il 24 marzo 1990 sarà riconosciuto beato ufficialmente dalla chiesa sabato 23 maggio. In questa occasione è opportuno riflettere sulle parole di Jon Sobrino, uno dei gesuiti sopravvissuti al massacro del 16 novembre 1989 alla Università Centro Americana di El Salvador perché si trovava in Thailandia in quel momento (“La Stampa-Vatican Insider”, 21 maggio 2015): «Sul serio… lo dico sul serio: non mi è mai interessata la beatificazione di Romero (…) Quando l’hanno ammazzato, la gente di qui – non gli italiani e nemmeno in Vaticano – ma i salvadoregni, i nostri poveri, hanno detto subito: ‘È santo!’. Pedro Casaldaliga quattro giorni dopo ha scritto un gran poema: ‘¡San Romero de América, pastor y mártir nuestro!’. Ricorda che anche Ignacio Ellacuria, abbattuto a pochi metri da qui, «tre giorni dopo l’assassinio di Romero ha detto Messa in un aula della Uca, e nell’omelia ha detto: ‘Con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador'”. “Ero in Tailandia quel giorno e per questo non mi hanno ucciso, ho visto correre il sangue di molta gente nel Salvador, non mi interessano le beatificazioni, spero che le mie parole aiutino a conoscere di più e meglio Ellacuria, vediamo se seguiamo il suo cammino, questo è quello che mi interessa”. La beatificazione di Romero, ‘martire degli incontri’ dovrebbe porre interrogativi sul cambiamento dello stile di chiesa in una chiara determinazione a vivere il vangelo in modo incarnato nella storia, realizzando percorsi di chiesa come popolo di Dio, stando dalla parte degli ultimi e delle vittime.

Dare testimonianza. Una parola di frère Roger di Taizé a dice anni dalla sua morte: “Non arrestarti mai, cammina con i tuoi fratelli, corri verso la meta, seguendo le tracce di Cristo”.

Alessandro Cortesi op

Pentecoste – anno C – 2013

DSCF2226At 2,1-11; Sal 103; Rom 8,8-17; Gv 14,15-26

“E tutti furono colmati di Spirito santo e cominciarono a parlare in altre lingue”. Prima di parlare dello Spirito santo la comunità dei credenti in Gesù vive l’esperienza dello Spirito. Prima di esserci una parola c’è una vita. E’ un’esperienza interiore, che trasforma e cambia. Così dello Spirito è difficile dare definizioni: si possono piuttosto indicare le tracce del suo agire. Lo Spirito è indicato con immagini che rinviano oltre e fanno simbolo: come il soffio, il fuoco, la forza. Negli Atti è evidenziato un effetto del sua presenza silenziosa e nascosta nei cuori degli apostoli dopo la Pasqua: ‘cominciarono a parlare’. E il parlare è ‘in altre lingue’, ma è precisato che ognuno comprendeva nella propria lingua ciò che veniva detto: si tratta non tanto di una manifestazione stupefacente e miracolosa, quanto di un parlare capace di comunicare con altri lontani e diversi.

L’esperienza dello Spirito è accostata all’evento della parola, una parola coraggiosa, che sfida le chiusure e le paure e rende possibile la comunicazione nella diversità. Parlare in modo che ciascuno possa comprendere nella propria lingua è quel miracolo umano dell’intendersi superando le distanze, facendo incontrare le differenze, abbattendo i muri dell’incomprensione. E’ l’esperienza che genera sempre meraviglia e stupore quando accade – anche tra chi parla la medesima lingua e vive la fatica di comunicarsi parole autentiche. Il cuore umano vive la nostalgia di trovare intesa, armonia e unità e sa anche tutta la difficoltà di realizzare questo. Il comunicare in lingue diverse dice che questa unità non è imposizione, non dominio di qualcuno sugli altri, non è parola urlata che s’impone e fa tacere le parole diverse. Ma è possibilità di passaggio di parola che viene accolta e in tale ospitalità apre spazi al coabitare insieme di volti diversi. Non più stranieri e divisi ma interrelati insieme da una parola significativa. L’esperienza dello Spirito della prima comunità è avvertita come forza che viene dall’alto, vento forte e fuoco, che apre a comunicare e a fare comunità.

“Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura ma avete uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abba Padre”

L’esperienza dello Spirito è accostata da Paolo ad un’esperienza di libertà: è un modo di intendere il rapporto con Dio non secondo le modalità di una religione dell’autorità e del sacrificio che lega e rende schiavi, ma secondo un affidamento nella relazione in cui scoprirsi innestati in un incontro di accoglienza e cura. ‘Abba Padre’ è grido di una presenza interiore, accolta e che apre a orizzonti nuovi di relazione, apre ad una comunione che ci riconduce all’origine e al senso dell’esistenza. L’esperienza del credere è allora incontro: non un percorso di ascesa di conoscenze, non un programma di ascesi, e nemmeno un metodo di preghiera o di pratica per raggiungere la divinità. Il credere è lasciare spazio ad un dono di presenza, ad un respiro che penetra e reca vita in ogni ambito: si può solo ricevere, come aria, soffio, ed apre alla libertà. Non schiavi ma liberi: dove ci sono percorsi di liberazione da ogni forma di schiavitù lì c’è lo spirito di Dio che mette in relazione, che fa entrare nel credere come esperienza di gratuità e gratitudine, come incontro con l’Abba, il Tu amante che ha cura dei suoi figli.

“Lo Spirito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”

Due grandi azioni dello Spirito sono ricordate in queste parole di Gesù poste dall’autore del IV vangelo nei discorsi dell’ultima cena: insegnare e ricordare. Lo Spirito genera un duplice ricordo, uno rivolto al passato e uno rivolto al futuro. E’ ricordo di Gesù, di quello che ha fatto e ha detto. Ad una cosa sola i cristiani sono chiamati: essere testimoni dello stile di Gesù, in particolare di essersi svuotato nella sua vita per vivere fino in fondo un’esistenza rivolta verso… nell’ essere uomo per gli altri. L’annuncio dello spirito è collegato al richiamo sull’unico comandamento dell’amore. Ed è anche un ricordo rivolto al futuro: è profezia, ricorda che  la presenza di Gesù, il Risorto, non viene meno, ma rimane e accompagna verso un fine che non sarà di solitudine e abbandono, ma di incontro e di comunione. C’è una seconda azione dello Spirito: è quella di insegnare. E’ quanto viene espresso anche con le parole: “lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera” (Gv 16,13). Il IV vangelo la verità non è una conoscenza intellettuale da comprendere con la mente, è piuttosto accoglienza della persona di Gesù, del vangelo, nella propria vita e comunione con lui.

Vorrei collegare questi spunti di lettura ad alcune situazioni che viviamo:

Siamo oggi attoniti spettatori di una violenza generalizzata e diffusa nei diversi livelli della nostra vita, nelle guerre e nell’uso delle armi a livello dei rapporti tra popoli, e nel livello interpersonale nella violenza contro i più deboli, contro le donne, contro chi è percepito come diverso: gli stranieri, gli omosessuali, i disabili. La violenza è negazione della parola che conduce a rispettare, comprendere, riconoscere l’altro e a cercare vie di comunicazione. La violenza è alimentata laddove la parola diviene strumento di offesa e svuotata del suo significato. Lo Spirito è presenza che spinge a creare ponti là dove c’è incomunicabilità e sospetto. E’ presente lo spirito laddove la parola fa comunicare le persone, e le parole non sono usate in modo ipocrita e nascondono ingiustizie e sfruttamento dei poveri. E’ presente lo Spirito in tutti i percorsi umani in cui con fatica si cerca di mettere in comunicazione le diversità, laddove si opera per accogliere le differenze. Nella sfida rappresentata oggi dall’incontro tra popoli, persone diverse con culture e religioni differenti si parla spesso di integrazione da attuare, ma forse ancor più è da cercare l’interazione che porta a riconoscere, accogliere, scambiare doni e camminare insieme con l’altro.

Lo Spirito è presente nei cammini di liberazione, nelle attese di una vita che non sia schiacciata delle diverse forme di schiavitù. Nell’epoca della ingiustizia globale tante sono le attese di liberazione. Spesso siamo incapaci di volgere lo sguardo alle attese di liberazione di popoli che stanno soffrendo: penso ai milioni di rifugiati e profughi della Siria, ai palestinesi che vivono nei territori occupati  la fatica quotdiana di vivere una vita dignitosa e reagiscono con la nonviolenza alle violazioni dei diritti, alle attese di liberazione di giovani e donne nei paesi arabi, a chi subisce situazioni di guerra in Nigeria, in Congo e altre zone dell’Africa. Ma anche più vicino a noi, nella crisi economica tanti si sentono schiacciati da una condizione di schiavitù che stritola le vite dei singoli delle famiglie. Lo Spirito è presente in ogni attesa di libertà e genera cammini di libertà. Vivere nello Spirito non dev’esser emotivo di fuga dalla solidarietà con chi soffre, ma è oggi provocazione a rendersi vicini, a ‘stare presso’ dicendo la presenza del Consolatore nelle situazioni di oppressione, per aprire speranze di libertà, per gridare insieme Abba e per accompagnare in cammini di giustizia.

Lo Spirito è forza interiore per cammini comuni, condivisi, di una chiesa che sia capace di memoria e capace anche di profezia. Memoria: per non inseguire altri richiami ma rimanere fedele al centro della sua vita e della sua missione la presenza di Gesù, la sua vita, il suo stile. Profezia per non rinunciare mai ad indicare un orizzonte più grande della vita, un ultimo a cui ogni momento della nostra vita è diretto e sarà comunione e pienezza che raccoglie i frammenti delle nostre esistenze e raccoglierà anche ogni attesa ogni sogno, così come ogni piccolo gesto che ha costruito percorsi di incontro, di dono, di comunione.

Alessandro Cortesi op

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