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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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I domenica di Avvento – anno B – 2017

IMG_1663.JPGIs 63,16-17.19; 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?”

Il volto di Dio è presentato dal terzo-Isaia, profeta del dopo esilio, come colui che porta salvezza, redentore. Il vagare senza meta e il cuore indurito sono le due immagini che esprimono la condizione di chi si è dimenticato della presenza di Dio nella vita, della relazione che lega in una alleanza.

L’invocazione del profeta si fa preghiera: “Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità”. E’ una richiesta a ritornare guardando a coloro che si ricordano delle sue vie. E’ sottintesa implorazione a far ricordare quelle vie che sono state vie di liberazione. La richiesta di un ritorno di Dio si unisce al riconoscimento di aver vissuto il peccato come ribellione. Ma la fiducia nella vicinanza di Dio è più grande del peccato: Dio è colui che si fa incontro:

“Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”.

L’invocazione si chiude con una immagine che richiama la creazione e la presenza di Dio padre di tutte le cose perché sorgente di ogni esistenza. L’argilla è solo materia informe nelle mani del vasaio. Deve riconoscere come tutto proviene dalle mani di chi la può plasmare e riplasmare di nuovo. Così la vita di una umanità tratta dalla terra che vive per l’opera e per il soffio di Dio: “Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani”.

Dio ha i tratti di un tu che ‘va incontro’ a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle sue vie.

Paolo, iniziando a scrivere alla comunità di Corinto di cui ha avuto notizie e a cui si appresta a rispondere a tante difficoltà e dubbi sollevati, innanzitutto ha parole di lode per i tanti e diversi doni che rendono quella comunità ricca di differenze: “non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo”.

Paolo richiama ad un futuro manifestarsi di Gesù. Ogni impegno trova suo fondamento nella fedeltà di Colui che è fedele: “Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!”

‘Dio è fedele’. La sua fedeltà è in rapporto ad un sogno di comunione. Su questo deve fondarsi l’attesa dei Corinti verso il manifestazione di Cristo. C’è una chiamata nella vita dei cristiani ad un legame di comunione che lega insieme e avviene attraverso l’incontro con Gesù.

La parabola dei servi e del portiere è posta nel quadro del capitolo 13 di Marco, i cosiddetto discorso apocalittico: il richiamo di fondo al cuore di questo discorso è a vegliare, cioè vivere il tempo con consapevolezza e impegno.

C’è un ricordo della stanchezza degli apostoli che si addormentarono e non resistettero nel rimanere accanto a Gesù (Mc 14,37). Ma c’è anche un rinvio alla vita di una comunità che si stanca e non tiene il passo. Vegliare significa non perdere di vista il rapporto con Gesù. lo stare con lui. Gesù visse il tempo della sua vita nel rapporto profondo unico con l’Abba. Ha vissuto l’affidamento della fede e nel suo ‘vegliare’ sta la radice del suo agire.

Vegliare si oppone all’indifferenza, alla superficialità, alla disattenzione di sprecare il tempo. “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà…”

Vegliate non è imperativo che mantiene sotto la minaccia e nella paura. E’ piuttosto il vegliare di chi sa che qualcuno sta giungendo e per questo il tempo assume un altro spessore. E’ annuncio del ritorno di colui che è passato facendo del bene, di Gesù che ha testimoniato nella sua vita il disegno di Dio di un mondo di fraternità. E’ invito a scorgere all’orizzonte di un presente contraddittorio i segni di un farsi vicino che non viene meno e porterà a compimento le promesse del Dio fedele. L’incontro con Gesù, la comunione, saranno l’ultima parola della storia. Nel tempo il vegliare si declina nello scorgere i segni, affrettare il venire, preparare il cuore.

Alessandro Cortesi op

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Vegliate

‘Vegliate’ è il grande invito dell’avvento: come chi nella notte attende una presenza amata che torni e bussi alla porta. Come chi veglia accanto a chi soffre.

E’ di questi giorni una notizia che ci ha drammaticamente riportato il contrasto tra la perdita di umanità, e la capacità dei poveri di saper vegliare anche laddove la malvagità sembra cancellare ogni respiro di dignità.

Una eritrea di 24 anni ha partorito un figlio, nato morto mentre era ancora in Libia, imprigionata, in attesa di potersi imbarcare nel viaggio della speranza verso l’altra sponda del Mediterraneo, verso l’Europa agognata. Ma dopo il parto è rimasta per tre giorni agonizzante, fino a morire prima dell’imbarco. I trafficanti hanno caricato il suo cadavere sul barcone ordinando a coloro che erano stati imbarcati di gettarlo in mare durante la traversata. Altre donne salite sul barcone non hanno obbedito a questo comando disumano. L’hanno vegliata fino all’approdo in Sicilia ad Augusta, dopo essere stati recuperati dalla ONG spagnola ‘Open arms’, il 25 novembre u.s. ‘Era nostra sorella’ hanno detto. Sono stati 431 i superstiti di questa navigazione.

L’hanno vegliata nel buio della notte e nel mare, nel buio della malvagità degli aguzzini e nel buio dell’indifferenza di un’Europa che non riconosce ai migranti dignità e sta conducendo una guerra per tenerli esclusi. Quel vegliare ha reso testimonianza della gratuità dell’umana compassione. Private di ogni cosa hanno saputo donare: la loro cura, la loro umanità, la loro speranza: ‘Qui troverà pace’ hanno anche detto. Hanno saputo scorgere negli occhi di una vittima lo specchio dell’essere tutti stranieri nel tempo dell’esistenza. Cosa che non riusciamo a vivere nell’Europa che si arrocca e sigilla le frontiere. Quel vegliare è un sussulto di umanità, un messaggio silenzioso a chi non sa più vegliare su volti umani che recano sofferenza.

Questo anonimo vegliare è segno profetico e dovrebbe risvegliare da un sonno che pesa sui nostri giorni. La navigazione umana è un viaggio comune in una attesa che chiederebbe di essere condivisa.

Alessandro Cortesi op

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XXXIV domenica tempo ordinario – anno A – Cristo re dell’universo – 2017

IMG_1506Ez 34,11-17; 1Cor 15,20-16,28; Mt 25,31-46

La grande scena del re che giudica tutti i popoli conclude il quinto grande discorso del vangelo di Matteo, il capitolo 25 centrato sui temi dell’attesa, della responsabilità nel tempo, del restare svegli. “quando il Figlio dell’uomo verrà…”: il Figlio dell’uomo è tratteggiato nel suo venire.

Figlio dell’uomo è figura evocata dal profeta Daniele (Dan 7). Dopo aver offerto un panorama della storia umana in cui gli imperi che avevano dominato sui popoli crollano uno dopo l’altro, alla fine dei tempi scorge il giungere di una figura proveniente da Dio ‘simile a figlio dell’uomo’. E si apre un giudizio. In Dan 7,13-14 questa figura riunisce i tratti di una figura singolare e collettiva. In altri scritti conosciuti ai tempi di Gesù (le parabole di Enoch 45-57, IV Esdra) questa figura era interpretata in senso singolare. Matteo riprende questo titolo applicandolo a Gesù: è Gesù il ‘figlio dell’uomo’. E’ il medesimo che ha pronunciato il discorso della montagna, ha chiamato a seguirlo annunciando il regno dei cieli, ha raccolto attorno a sé una comunità, ha chiesto di mettere al centro i piccoli e di perdonare. E’ lui che ha inviato i suoi apostoli a dare gratuitamente ciò che gratuitamente hanno ricevuto.

All’inizio del suo vangelo Matteo aveva evocato un ‘nuovo principio’, riprendendo con questo termine la prima parola della Bibbia: una nuova ‘genesi’ è letta con riferimento a Gesù. La nascita di Gesù si situa in una storia orientata ad un incontro. Per questo Matteo legge i gesti di Gesù quale compimento delle promesse di Dio. La sua vita è segno della fedeltà di Dio. L’ultima pagina del vangelo – prima del racconto della passione – conduce a scorgere l’esito di questa storia: quando il figlio dell’uomo verrà…

Nella figura del figlio dell’uomo Matteo quindi delinea il profilo di Gesù mettendo insieme un venire alla fine dei tempi e il suo venire vicino, il suo cammino terreno di giusto che subisce una ingiusta condanna. Nel processo davanti al sommo sacerdote che lo interroga (Mt 26,64) Gesù risponde: ‘vedrete il Figlio sedere alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo’. Per Matteo allora figlio dell’uomo non è solo qualcuno che viene alla fine, ma è il veniente è quel Gesù che è venuto e viene. Qui per Matteo sta la ‘nuova creazione’: il venire di Gesù apre un incontro una comunione che investe tutta l’umanità. C’è un riferimento ad un tempo lontano, ad un futuro, ma anche c’è l’evocazione di un venire immediato, sin d’ora. Matteo invita la sua comunità a scorgere sin dal presente un venire vicino di Gesù. Questo presente è legato alla fine della storia. Non ci sarà il buio dell’assenza ma un incontro. Il cammino di tutte le genti è diretto verso quel momento.

Nella grande scena del giudizio il re è presentato come il pastore che raduna le sue pecore. Secondo il modulo letterario del parallelismo e del contrasto tutto il brano è strutturato in una contrapposizione che intende dare risalto al messaggio dell’accoglienza. La seconda parte è tutta orientata ad evidenziare per contrasto quanto è detto nella prima parte: ‘venite benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi sin dall’origine del mondo’. Già nel principio c’è una promessa e un sogno del Padre: il regno è riferimento per dire un progetto di incontro e comunione.

La fine della storia sarà una grande accoglienza, e la parola definitiva sarà di comunione ‘Venite’. E’ un incontro non fatto di parole ma vissuto concretamente negli incontri con chi ha avuto bisogno. Il giudizio si compie nel rapporto con gli altri. Gesù s’identifica con l’assetato, il senza dimora, il rifugiato senza mezzi di sostentamento, il malato, il carcerato. Ci sono tutti coloro che hanno vissuto la vita con attenzione all’altro, anche senza sapere che nei loro gesti e nelle loro scelte incontravano Gesù. La domanda stupita che essi rivolgono al re suona infatti: “Quando ti vedemmo affamato e ti demmo da mangiare o assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti ospitammo, nudo e ti coprimmo? Quando ti vedemmo infermo o in carcere e venimmo a trovarti?”

Il regno non è conseguenza di una appartenenza religiosa, ma ‘viene’ laddove si risponde alla chiamata del povero. Dare da mangiare, dare da bere, offrire un tetto e assistenza, accogliere chi sta ai margini, sono i gesti della cura e della vicinanza al povero. Sono gesti in cui scoprire la propria nudità di poveri accanto ad altri.

Il re invita a venire nel suo regno. E’ questa una provocazione alla comunità di coloro che desiderano seguire Gesù. Questa è formata da tutti coloro che vivono rapporti nuovi di riconoscimento dell’altro e di fraternità e sororità: è il ‘regno’ già iniziato.

E’ Gesù il veniente, che continua a venire nei più piccoli dei fratelli (e sorelle): “tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli e sorelle l’avete fatto a me”.

Alessandro Cortesi op

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Poveri

L’11 settembre 1962 in uno dei discorsi preparatori del Concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII pronunziò queste parole “la chiesa vuole essere la chiesa di tutti, ma soprattutto la chiesa dei poveri”. L’accento di questa espressione cadeva non sull’impegno a prendersi cura dei poveri, ma ad essere la chiesa ‘dei poveri’. Il fatto stesso di essere chiesa, raduno e assemblea, è a partire dalla scelta di Dio di farsi povero nella storia umana nel cammino di Gesù.

Il card. Giacomo Lercaro di Bologna, durante la prima fase dei lavori del Concilio, presentò la proposta di impostare i lavori attorno al mistero del Cristo povero, ma tale idea non ebbe seguito. Da allora questo accento non è stato più ripreso forse anche le radicali esigenze di revisione che poneva ad una chiesa che si doveva scoprire chiamata non ad inseguire mire terrene ma a testimoniare lo stile del vangelo.

E’ stato Francesco, vescovo di Roma proveniente dall’America latina segnata dall’opzione preferenziale per i poveri, a riportare al primo posto l’attenzione a tale questione come sfida fondamentale per vivere il vangelo oggi: una delle sue affermazioni forti è stata: “i poveri sono la carne di Cristo.” La povertà non è questione astratta ma si rende presente in volti concreti:

“Conosciamo la grande difficoltà che emerge nel mondo contemporaneo di poter identificare in maniera chiara la povertà. Eppure, essa ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata”. (Messaggio di indizione della I giornata mondiale dei poveri)

“La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata! Ai nostri giorni, purtroppo, mentre emerge sempre più la ricchezza sfacciata che si accumula nelle mani di pochi privilegiati, e spesso si accompagna all’illegalità e allo sfruttamento offensivo della dignità umana, fa scandalo l’estendersi della povertà a grandi settori della società in tutto il mondo” (ibid.)

La mano tesa dei poveri è appello ad uscire da sicurezze e comodità che rendono la vita ripiegata in un egoismo senza gli altri, in una indifferenza senza cura, in una religiosità del culto separato dalla vita.

In un recente libro Giovanni Ferretti, professore emerito di filosofia teoretica dell’Università di Macerata (Il criterio misericordia – Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, ed. Queriniana 2017) sottolinea come la dimensione del fenomeno della povertà nel mondo globalizzato con il dominio dell’economia finanziaria esiga oggi una consapevolezza particolare e divenga sfida centrale per la fede cristiana. Esige infatti di “riflettere in forma nuova sulla natura dell’apporto del Vangelo alla salvezza integrale dell’uomo – di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – fin da questa vita terrena e ad operare di conseguenza” (ibid. p.143). Per questo la proposta di papa Francesco “sta operando un importante spostamento nella considerazione delle sfide del mondo moderno contemporaneo: dal primato della sfida della ragione illuministica moderna e post-moderna, che ha impegnato la Chiesa per più di due secoli, al primato della sfida della povertà e della disumanità dilagante nel mondo” (ibid. p. 142).

E’ quanto viene affermato in Evangelii Gaudium dove è delineato un magistero proprio dei poveri a cui prestare ascolto proprio per vivere la fede: “Per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro” (Evangelii Gaudium, 198).

Francesco sottolinea innanzitutto che la povertà è una chiamata anzitutto a seguire Cristo: è un cammino che apre a riconoscere il limite e a non cadere nelle diverse forme dell’idolatria.

“Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli. Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. E’ la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. […] Facciamo nostro, pertanto, l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri” (Messaggio per la I giornata dei poveri).

“Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita”. (Messaggio per la I giornata dei poveri)

La condizione di povertà è da combattere per eliminare situazioni che sono degradanti per le persone. Tuttavia proprio nell’incontro con chi è più segnato dalla fatica, dalle difficoltà e dalla fatica del vivere si dà un incontro che porta a cambiare la vita. E’ ciò che viene testimoniato da tanti che si sono lasciati coinvolgere nella vita dei poveri, ascoltando voci e incontrando sguardi (cfr. Luis Antonio Tagle, Ho imparato dagli ultimi. La mia vita, le mie speranze ed. Emi 2016). L’incontro con i poveri è esperienza che cambia non solo il modo di intendere la vita, ma conduce a scorgere il mistero di Cristo che da ricco si fece povero…

“Come, concretamente, possiamo allora piacere a Dio? Quando si vuole far piacere a una persona cara, ad esempio facendole un regalo, bisogna prima conoscerne i gusti, per evitare che il dono sia più gradito a chi lo fa che a chi lo riceve. Quando vogliamo offrire qualcosa al Signore, troviamo i suoi gusti nel Vangelo. Subito dopo il brano che abbiamo ascoltato oggi, Egli dice: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Questi fratelli più piccoli, da Lui prediletti, sono l’affamato e l’ammalato, il forestiero e il carcerato, il povero e l’abbandonato, il sofferente senza aiuto e il bisognoso scartato. Sui loro volti possiamo immaginare impresso il suo volto; sulle loro labbra, anche se chiuse dal dolore, le sue parole: «Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Nel povero Gesù bussa al nostro cuore e, assetato, ci domanda amore.”[…] Lì, nei poveri, si manifesta la presenza di Gesù, che da ricco si è fatto povero (cfr 2 Cor 8,9). Per questo in loro, nella loro debolezza, c’è una “forza salvifica”. E se agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”. Per noi è dovere evangelico prenderci cura di loro, che sono la nostra vera ricchezza, e farlo non solo dando pane, ma anche spezzando con loro il pane della Parola, di cui essi sono i più naturali destinatari. Amare il povero significa lottare contro tutte le povertà, spirituali e materiali.” (omelia nella Giornata mondiale dei poveri 19 novembre 2017)

Alessandro Cortesi op

Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

I domenica avvento – anno B – 2014

DSCN0470Is 63,16-19. 64,1-7; 1Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia, tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”.

Al cuore della pagina di Isaia sta uno sguardo disincantato sulla condizione del popolo d’Israele. Una condizione impura e portata da forze che trascinano via: le nostre inquità ci hanno portate via come il vento. Lo sguardo è all’iniquità che segna la vita.

Panno immondo, foglie avvizzite: due immagini descrivono una realtà di ingiustizia e di mancanza di vita. Il panno immondo è metafora di una sporcizia che impregna e deturpa. Le foglie avvizzite, senza linfa, cadono, portate via da una corrente che trascina contro la quale non c’è possibilità di resistenza vitale. Immagini evocative di una condizione di morte, di incapacità di futuro. E’ anche il quadro di una esistenza chiusa in una pretesa giustizia che produce iniquità, diseguaglianze, esclusioni.

La pagina è uno sguardo disincantato sul male presente ricondotto all’oblio del rapporto fondamentale con il Dio della vita: “nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te”. Viene così descritta la condizione di chi non è vigile e attento, di chi non è capace di risveglio e di ricordo dell’alleanza, di quel legame fondamentale espresso nell’immagine dello svegliarsi stringendosi a Dio. Piuttosto è frastornato e assopito, senza reazione di fronte all’ingiustizia che domina e di cui si fa complice nell’assuefazione, nel lasciarsi trasportare da una corrente impetuosa e avvolgente.

La voce del profeta presenta in questo quadro l’attesa e la speranza che Dio intervenga in una situazione di tenebre e di presenza del male. Invoca Dio come padre e artigiano che plasma e da’ forma: “tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma. Tutti noi siamo opera delle tue mani”. E’ attesa di una nuova creazione, di un cambiamento, ma anche è indicazione di una condizione di povertà da riconoscere, come argilla che può essere plasmata, modellata, cambiata, e di affidamento a mani che possono dare forme nuove alla vita.

Le parole di Paolo alla comunità di Corinto richiamano al volto di Dio e all’identità profonda della comunità dei credenti: “fedele è Dio dal quale siete stati chiamati alla comunione…”

Il fondamento e la radice della vita della comunità di Corinto è la fedeltà di Dio, e su questa si radica una chiamata alla comunione che è condivisione di tutti i beni materiali e spirituali ed anche comprensione di essere parte di una chiesa di chiese. La vita in accoglienza della fedeltà di Dio si situa non nel ripiegamento individualistico di una religiosità indifferente agli altri, ma nell’orizzonte comunitario. Chiamati alla comunione: è chiamata fondamentale ad intendere in modo nuovo la propria esistenza in rapporti sempre nuovi e aperti.

State attenti: questo invito è accostato nella pagina del vangelo all’imperativo ‘guardate’. La parabola dei servi e dell’uomo partito per un lungo viaggio contiene una pressante solecitazione a rimanere svegli, a custodire un compito ricevuto – a ciascuno il proprio compito – a non lasciarsi prendere da quella dissipazione e distrazione che sono i caratteri di chi vive nella condizione di un sonno che impedisce di assumere la responsabilità del presente. E’ una parabola che parla di assenza ma anche di ritorno. Il Figlio dell’uomo verrà.

La parabola è rivolta ad una comunità chiamata ad una atteggiamento di vigilanza, di cura, e di attenzione al presente. Il compito di ciascuno è invito ad una responsabilità da condurre insieme, ciscuno con un comito che si compone insieme a tanti altri compiti, e ciascuno connesso e interrelato a quello di altri. E’ l’incarico di custodire l’attesa, di prendersi cura delle cose, di vivere un’immersione nella storia e nel lavoro di ogni giorno.

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(in foto: una semplice ‘corona dell’avvento’ artigianale che può essere preparata con i bambini)

Alcune riflessioni per l’oggi

“Come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia”. In questi giorni è stata emanata la sentenza della Corte di cassazione a conclusione del processo Eternit. Di fronte alle tante morti causate dall’utilizzo e dalla lavorazione dell’amianto nell’industria, pur nella consapevolezza dei pericolo per la salute costituiti dal lavorare con queste sostanza il reato è stato dichiarato caduto in prescrizione. E la sentenza è stata giustificata dicendo che sulla giustizia ha prevalso il diritto. Verrebbe da pensare che il diritto applicato nelle sue forme più rigorose diviene somma ingiustizia laddove uno scrupoloso adempimento della legge non tiene conto della vita delle persone, uomini e donne, segnate da attese speranze, relazioni, passioni, segnate da una esigenza di riconoscimento di quanto hanno subito come ingiustizia. La reazione delusa e rattristata dei tanti parenti delle vittime ha fatto emergere l’esigenza di una giustizia che vada oltre l’applicazione di commi legislativi. Una legge senza vita. Le immagini delle foglie avvizzite e del panno immondo possono ben rispecchiare il profilo di una pretesa giustizia che non riconosce l’iniquità che segna anche il nostro presente.

“Chiamati alla comunione”. In questi giorni i disordini che si sono generati nelle periferie di diverse città italiane, a Roma in particolare, hanno riproposto il disagio che investe i più poveri nella realtà della crisi, e con esso l’emergere delle dinamiche dell’individuare capri espiatori da escludere e allontanare. Di qui la protesta contro i rom e contro gli stranieri, di qui gli atti di violenza e le prese di posizione del più bieco razzismo di rappresentanti politici che cavalcano a scopi demagogici il malessere sociale. In queste circostanze le comunità credenti sono interpellate oggi su cosa significa una chiamata alla comunione che rende resposnabili di costruire una convivenza di pace, di accogliere tutti coloro che facilmente vengono considerati scarti ed esclusi, di lottare perché a tutti siano riconosciuti diritti fondamentali. La fedeltà di Dio è nell’orizzonte di una comunione da costruire: per i cristiani qui è in gioco una questione che attiene alla fede nel Dio fedele.

“Vegliare” nel tempo presente dice riferimento alla cura delle cose, ad una spiritualità dagli occhi aperti. La grande tentazione del nostro tempo è rimanere con gli occhi chiusi, ignari, non riconoscendo un compito affidato. Oggi viviamo il diffuso ripiegamento su di una comunicazione solamente virtuale, prevalentemente narcisistica, che non conduce a scontrarsi con le reali condizioni di vita di chi soffre. In un recente discorso ad un convegno dei movimenti popolari Francesco vescovo di Roma si è così espresso: “Alcuni di voi hanno detto: questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno. Va fatto con coraggio, ma anche con intelligenza. Con tenacia, ma senza fanatismo. Con passione, ma senza violenza. E tutti insieme, affrontando i conflitti senza rimanervi intrappolati, cercando sempre di risolvere le tensioni per raggiungere un livello superiore di unità, di pace e di giustizia. Noi cristiani abbiamo qualcosa di molto bello, una linea di azione, un programma, potremmo dire, rivoluzionario. Vi raccomando vivamente di leggerlo, di leggere le beatitudini che sono contenute nel capitolo 5 di san Matteo e 6 di san Luca (cfr. Matteo, 5, 3 e Luca, 6, 20), e di leggere il passo di Matteo 25 (….) continuate con la vostra lotta, fate bene a tutti noi”. Le chiamate di Dio non sono eventi straordinari e lontani dalla vita, ma si fanno vicine nelle concrete situazioni: sono chiamate a svolgere un compito e sono disseminate nelle voci ed esperienze che ci incrociano ogni giorno. Giungono dalle richieste ed esigenze di dignità, terra e acqua, casa, lavoro. Possiamo imparare a ‘guardare’ solo dando spazio ad un silenzio e ad un ascolto che non sia estraniazione e fuga dalla realtà, ma determinazione e disponibiità a lasciarsi ferire, con uno sguardo profondo, contemplativo, intelligente alla vita delle persone, a quanto accade attorno a noi.

Alessandro Cortesi op

Commemorazione di tutti i defunti – anno A – 2014

DSCF3147Sap 3,1-9; Sal 41-42; Ap 21,1-7; Mt 5,1-12a

Nel libro della Sapienza lo sguardo all’umanità è guidato dalla prospettiva di Gen 1,26: “E Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”. L’uomo e la donna recano in se stessi e nella loro relazione l’immagine di Dio, partecipano di una vita che proviene da un rapporto. La vita umana sorge nella relazione, è radicata in un incontro e va verso una comunione. Essa è vista come luogo in cui rispondere ad una chiamata a rapporti giusti, alla fedeltà a Dio che si esprime in rapporti di giustizia Tuttavia si pone un interrogativo bruciante di fronte all’esperienza dei tanti giusti che subiscono nella vita oppressione e ingiustizia da parte di chi attua logiche di dominio e sopraffazione: è la domanda sulla vita del giusto a confronto con quella dell’empio. I giusti che nella loro vita hanno risposto alla chiamata fondamentale di attuare l’immagine del Dio datore di vita, non vengono dimenticati dal Dio fedele. Dio non può abbandonare il giusto e lasciarlo preda del male e dell’ingiustizia.

Il testo della Sapienza manifesta il farsi strada dell’idea che la sorte dei giusti, benché messa alla prova dalla prevaricazione e dall’arroganza degli empi, è una sorte carica di eternità perché non viene meno su di loro lo sguardo di Dio. La morte rimane scandalo per la vita umana, ma è attraversata da una luce di speranza per i giusti: dopo la morte la loro anima “resta piena di immortalità”. Il libro, scritto nel I scolo a.C. risente in questi passaggi dell’influsso della mentalità greca e introduce l’idea di separazione di anima e corpo estranea alla mentalità semitica. Tuttavia il grande messaggio contenuto in queste pagine è l’affermazione che l’essere umano nella sua interezza è chiamato a compiere l’immagine secondo cui è stato costituito, dono di relazione con Dio.

Ma c’è anche un altro grande messaggio: se i giusti nella morte sperimentano la vita che non viene meno è perché già nella loro vita hanno vissuto nell’orizzonte della vita e non della morte. E’ infatti possibile vivere sin dall’esistenza presente una ‘vita da morti’: è questa la situazione degli empi, dei persecutori, dei violenti. La loro è una vita che apparentemente si manifesta piena di tanti successi, ma in profondità è solo buio, distruzione degli altri e di se stessi. E’ già morte. La vita dei giusti, di coloro che rispondono con fedeltà a Dio, anche se appare una vita denigrata, perdente ed è esposta all’ironia dagli empi che dicono ‘mettiamo alla prova il giusto, condanniamolo ad una morte infame’ (Sap 2,19-20), questa vita è nelle mani di Dio e vive nella certezza che Dio fedele non viene meno alle sue promesse. Essa è già vita feconda in Dio, nel perseguire rapporti di giustizia. Oltre la morte c’è una promessa di vita e di speranza che già ora innerva le scelte di chi accolgie la chiamata fondamentale della sua esistenza.DSCF4745

L’Apocalisse di Giovanni si chiude con una grandiosa visione di profezia sulla definitiva sconfitta del male: l’ultima parola della storia non è una parola di violenza e di ingiustizia ma una parola di bene di vita e di luce: il ‘mare’, simbolo delle forze oscure del male che si scatenano contro la vita umana, viene eliminato. Permane lo spettacolo di una città avvolta di luce. La nuova Gerusalemme è città della pace: è una città, un luogo plurale che pone insieme tante presenze, che raccoglie le diversità, ed è luogo di un dimorare nella pace. Al centro sta la tenda di Dio in mezzo a popoli, finalmente liberati: “egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro”. Gerusalemme è citta non caratterizzata dal ‘senza’ città dell’esclusione e del privilegio, ma una città caratterizzat da ‘con’: è luog di convivenza insieme, compimento di un disegno di Dio che fonda ogni relazione. E’ una città senza tempio perché la luce proviene dalla presenza di Dio e di Cristo che è luce e salvezza per tutti perché ha inteso la sua vita nel dare se stesso, nella condivisione. La visione della città si allarga ad indicare alla fine un incontro di popoli. La morte non ci sarà più. Ciò che rimane è la luce di una vita donata in abbondanza, come è data gratuitamente acqua per chi ha sete, dalla fonte della vita. La visione di Apocalisse è presentata non come motivo di fuga dal reale e come illusione ma è proposta ad una comunità che sta vivendo la prova e la fatica. E’ questo un punto di arrivo da guardare mentre si è ancora nella lotta e nelle difficoltà del presente: “chi sarà vincitore erediterà questi beni: io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio”.

Il testo delle beatitudini letto nel contesto della memoria di tutti i defunti e le defunte ci rinvia al senso della vita di Gesù come speranza di vita per tutti: di lui questa pagina ci parla, è lui innanzitutto che ha vissuto una vita nella linea delle beatitudini. Ed insieme a lui ci aiuta a riandare a tutti coloro che in questo spirito hanno inteso la loro vita, chi nella povertà, chi nel pianto, chi nella mitezza, chi nella lotta per la giustizia, chi nell’essere misericordioso, chi nel costruire la pace. Soprattutto di chi si è reso responsabile degli altri per far uscire dalla povertà, dalla sofferenza, dalla persecuzione, per aprire cammini di condivisione e liberazione. Dire ‘beati i poveri’ infatti è un forte invito a scoprire che Dio si fa vicino ai dimenticati e agli esclusi per inaugurare una nuova situazione di giustizia e fraternità. Questa pagina non è allora esortazione ad una rassegnazione passiva di fronte al dolore e condizioni di sofferenza, ma è parola di speranza e di cambiamento del presente, annuncia di Dio che si fa vicino a chi soffre a chi è dimenticato per aprire vie di liberazione e di vita.

Il ricordo dei defunti per il credente è innanzitutto una memoria. Un pensare al proprio legame con chi ci ha preceduto, un riandare alle proprie radici, riconoscendo un legame con ‘chi è andato avanti’. Ed è memoria gioiosa che legge nelle vite delle persone incontrate sul cammino la presenza di una benedizione di Dio. Egli raggiunge tutti in modi che solo Lui sa. La memoria dei defunti è maturare uno sguardo che che si affida alla misericordia di Dio. E’ la sua fedeltà e la sua misericordia la ragione e la forza che apre a sperare una salvezza per tutti e a vivere sin d’ora seminando nella vita ciò che rimane.

La memoria dei defunti è unita al giorno della memoria di tutti i santi e le sante, di tutti coloro che sono i santi senza nome della nostra vita e che hanno fatto crescere la storia nell’orizzonte della fraternità e dell’amicizia. Letta in questo momento la pagina delle beatitudini assume i tratti di promessa e appello per una storia segnata dalla vicinanza di Dio che prende le parti dei poveri, degli afflitti, dei miti, di chi tesse la pace e apre alla speranza la vita di chi si affida e scopre di non essere solo.

A conclusione alcuni testi per la riflessione:

“Ci comportiamo come i discepoli fra il venerdì santo e la Pasqua: ‘Noi speravamo’. Noi speriamo ancora, mentre ciò che attendiamo è già accaduto. Noi aspettiamo ancora l’esito del duello, mentre in realtà – se avessimo gli occhi della fede – si va già formando visibilmente davanti a questi occhi il corteo trionfale che farà entrare la natura e la storia, vittoriose in Cristo, nel regno eterno del Padre. Noi ci lamentiamo quando la sua forte mano ci afferra e ci spinge attraverso la porta stretta e buia della sua sofferenza, portandoci verso il regno luminoso ed infinito del Padre suo. Ci lamentiamo ed il nostro lamento attesta a noi stessi che ci fidiamo maggiormente del grigio crepuscolo della nostra terra che della luce del Risorto. Egli però, non vuole il nostro misero gemito, ma ci prende con sé; quando sarà avvenuto ciò che già avvenne, anche voi lo comprenderete” (K.Rahner, Unser Osterglaube, in Das grosse Kirchenjahr, Herder 1992, 264-265)

DSCN0561“Per tutti questi santi, conosciuti solo da te, ti ringraziamo, Signore; chiedendo la loro intercessione. Ci son passati accanto e non li abbiamo conosciuti; ma una pace ci è scesa nel cuore. Non sapevamo da chi provenisse: ci veniva da loro che camminavano, per le vie del mondo, senza miracoli, senza gesti eccezionali, ma con l’eccezionalità di una misura traboccante di amore. Li abbiamo incontrati senza saperlo, li abbiamo conosciuti senza riconoscerli. Adesso li veneriamo, nello stesso anonimato col quale ci son passati accanto in vita, ma ricordandoli, tutti insieme, in Dio. C’è anche il defunto ignoto; quel morto abbandonato nei cimiteri, con una tomba senza fiori. Nessuno va a visitarlo, nessuno porta una margherita, nessuno fa celebrare una messa di suffragio né dice una piccola preghiera. Quel morto non ha vivi che lo ricordino. Forse morì vecchissimo, sopravvissuto a tutti i suoi congiunti, forse fu il superstite di una strage in cui tutti perirono e restò solo lui a condurre una vita solitaria e a finire da solo, in un ospizio, dove l’umana carità giunse fino ad accompagnarlo al passo estremo ma non oltre. Anche per questi morti solitari, non lacrimati da nessuno, per questi morti per cui nessuno prega noi preghiamo in quel secondo giorno di novembre che – come il primo – è dedicato a chi non ha nome o ha un nome del tutto sconosciuto: all’anonimato del defunto e del santo per cui nessuno pregherebbe, se la liturgia della chiesa non ci invitasse a farlo; se al santo ignoto ed al defunto ignoto non avesse serbato una memoria solenne. Naturalmente anche dei santi celebri, che godono di una venerazione universale e dei defunti cui i parenti dedicano suffragi, ci ricordiamo, in questi giorni. Ma soprattutto di quelli che non hanno altri giorni scritti sul calendario della chiesa o su quello privato di ciascuno: di quelli che sarebbero dimenticati se la liturgia non avesse pensato a questa pubblica riparazione” (Adriana Zarri, La festa del santo ignoto, in Quasi una preghiera, Einaudi 2012, 174-176).DSCN0585

“Questa memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti. La morte non è più l’ultima realtà per gli uomini, e quanti sono già morti, andando verso Cristo, non sono da lui respinti ma vengono risuscitati per la vita eterna, la vita per sempre con lui, il Risorto-Vivente. Sì, c’è questa parola di Gesù, questa sua promessa nel Vangelo di Giovanni che oggi dobbiamo ripetere nel cuore per vincere ogni tristezza e ogni timore: “Chi viene a me, io non lo respingerò!” (cf. Gv 6,37ss.). Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, anche se la sua vita è contraddetta dal peccato e dalle cadute, è colui che si allontana e ritorna, che cade e si rialza, che riprende con fiducia il cammino di sequela. E Gesù non lo respinge, anzi, abbracciandolo nel suo amore gli dona la remissione dei peccati e lo conduce definitivamente alla vita eterna” (Enzo Bianchi, I morti, le nostre radici, in Dare senso al tempo. Le feste cristiane, Qiqajon 2003, 149-151).

Alessandro Cortesi op

Pregare nella comunione

Mentre riflettevo sulle letture di domenica prossima, centrate sull’invito a pregare sempre senza stancarsi mi ha colpito la lettura di questo articolo, di Giovanni Bianchi: sono parole intrise di dolore e di domanda scritte in occasione della morte della figlia Sara Bianchi, ma sono parole che comunicano il senso di una preghiera come vita davanti a Dio, al suo silenzio e alla sua presenza.
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Da “Il sole 24 ore” 16 ottobre 2013
Una folla commossa si è raccolta ieri a Sesto San Giovanni per l’ultimo saluto a Sara Bianchi, la giornalista del Sole 24 Ore deceduta sabato. Il Gruppo 24 Ore ha deciso di intestare a Sara la “Sala Collina” nella sede di Milano. Pubblichiamo il ricordo che il padre Giovanni, ex presidente nazionale delle Acli e parlamentare del Ppi, le ha dedicato al termine della cerimonia.

Giovanni Bianchi
Una sera d’estate di qualche decennio fa, là fuori, sul sagrato di questa chiesa don Aldo Farina, allora parroco alla Resurrezione, mi vide crucciato e me ne chiese la ragione. Sara è troppo inquieta. Non ti preoccupare. Lasciale tempo e vedrai. Ho seguito il consiglio di don Aldo. È destino di noi genitori moderni e postmoderni aspettare i nostri figli, anche di notte, e lasciarci in buona misura educare da loro.
La malattia, velocissima e vorace, è piombata tra noi il Natale scorso.

In quest’ultimo mese la risonanza magnetica per stabilire l’entità delle metastasi al cervello è stata una delle tappe più temute. Sara desiderava che l’accompagnassi durante l’esame, ma mi fu impedito dai sanitari. Quando riemerse si concesse una delle sue uscite ironiche ed autoironiche: «Questi dottori della risonanza hanno l’aria di chi pensa “poveretta cos’hai dentro”, e per giunta non sempre hanno la faccia intelligente». Poi un’informazione inattesa: «La macchina è soffocante ma non è durato molto, neanche il tempo del rosario».
Era abituata a pregare. Con una scelta delle chiese e delle liturgie secondo un criterio drastico: dovevano essere vitali, positive, mentre rifiutava esplicitamente i luoghi che le suggerivano a qualche titolo atmosfere di morte.

Quindi subito una botta di vita. Superata la risonanza si doveva andare in centro Milano – sempre in macchina, mai il metrò – per acquistare il regalo di compleanno: due paia di jeans, ovviamente i più costosi. E poi un panzerotto, negatoci dalla chiusura settimanale del negozio.

Questo stavamo imparando insieme in questi mesi precipitosi eppure senza tempo: che la vita deve essere gustata fino in fondo. Questa è l’unica scelta sensata, ci dicevamo, vivere al massimo. Perché della vita sappiamo almeno in parte cosa sia, sulla morte quasi nulla. Ma ci muove la fondata speranza indicata dal cardinale Martini: che allora, all’ultimo passo terreno, sia il Signore a venirci incontro. Su questo l’accordo fra noi è stato totale. Aggiungevi con un velo di malinconia: «Mi piacerebbe invecchiare con voi, facendo cose assolutamente normali».

Adesso sei nella visione beatifica, anche se non sappiamo cosa sia. Su di essa ci dice più cose Dante nella Commedia che La Scrittura, così avara di metafore. Dicevi: «Dio non c’entra con la mia malattia. Lui cioè non ha colpe». Forse volendolo mettere al riparo dall’assedio che sapevi io avevo cominciato. Non ero d’accordo. E qui iniziano il mio rompicapo e il mio risentimento. Portavo a supporto della mia tesi e del mio atteggiamento Deuteronomio 15, il brano nel quale l’Altissimo detta a Israele le regole del giubileo, intromettendosi nella vita quotidiana del popolo senza lasciar perdere i particolari minuti e le condizioni concrete dell’esistenza.
Sempre Martini, il grande cardinale, ci ha insegnato come in noi coesistano fino alla fine il credente e il noncredente. Comincio dal noncredente. Tutti hanno fatto la loro parte, tranne Dio che non s’è fatto vedere. Lo chiedo da padre a padre: «Dov’eri quando le dicevo “ce la faremo Sara, ce la faremo”?». E lei, strizzando l’occhio e alzando il pollice, rispondeva «Certo che ce la faremo papà, ce la faremo». Il credente che è in me parte dalle medesime circostanze. Ragazza mia, ci siamo affidati insieme alla scienza dei medici e allo sguardo di Dio. I medici si sono impegnati con grandissima professionalità, creando relazioni profondamente umane e sicuramente comunitarie.

E il Buondio? Certamente non vorrà farsi battere dai suoi figli nella cura delle sue creature. Noi continuiamo a crederlo. Sul senso dell’esistere, visto dal punto di vista della malattia, l’accordo tra noi era totale. Non un mondo governato da un grande disegno, magari divino, tutto giustificato nelle sue ragioni ed esatto nei suoi ritmi. Se lo tengano gli svizzeri. A noi importa un mondo anche disordinato dove però ti senti accolto ed amato. Un Dio attento e appassionato: solo questo funziona. Mai solo pura intelligenza sovrana.

La nostra quotidianità doveva essere in linea con tutto questo: ci si vuole bene e non si ha il falso pudore di dirlo. Anche nella notte più faticosa, quando perse le parole normali ti esprimevi in un grammelot disperante, ripetevi: «Sono contenta perché siete tutti qui, compreso mio fratello, e ci vogliamo bene». Ma ci sarà tempo per ripensare tutto insieme, dire le tue lodi e farne memoria. L’ultima parola è quella della nostra preghiera comune, ovviamente a modo nostro. Inutile girare intorno al problema. Lo strappo è tragicamente violento. Appare perfino contro natura che la figlia vada via prima del padre. Anche se conosco l’obiezione: Maria sul Calvario stava ai piedi della croce. E quasi una geniale ossessione del cristianesimo fare a pezzi tutti gli schemi.

Quand’ero ragazzo era abituale nella comunità cristiana il riferimento alla comunione dei santi. Un sentire che teneva insieme il faticoso cammino dei pellegrini con quello dei trapassati. Con gli amici andati via continuavi a ragionare, a porre interrogativi, qualche volta a litigare. Un vissuto ben più solido del legame tra le generazioni. Proverò a recuperare.

E adesso arrivederci Sara. Te lo dicono anzitutto Francesco, la mamma, Davide e papà. Arrivederci.

Domenica delle Palme – anno C – 2013

DSCF1885Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Lc 22,14-23,56

Ascoltare ancora una volta il racconto della passione è come ritornare agli inizi, ai primi passi della comunità dopo la Pasqua. E’ riandare a quel primo nucleo di ricordi di Gesù, della sua passione, una narrazione di eventi, scolpiti nella memoria e consegnati allo scritto. Gli inizi stanno in un racconto, dove, al primo posto è la memoria di una condanna ingiusta, di un complotto di potere contro un innocente, un giusto. Al centro rimane quell’uomo, profeta di Nazareth. Fino all’uccisione. Ma il buio di quella vicenda e di quella morte non è l’ultima parola. “Dio ha costituito Santo e giusto quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 2,36) è l’affermazione coraggiosa di Pietro negli Atti che formula l’annuncio della fede pasquale. Proprio la vicenda della passione di Gesù e il racconto che la custodisce svelano contraddizioni: una grande opposizione compare tra il male causato dall’azione convergente dei poteri religioso e politico e il bene e la vita che è l’opera di Dio: “voi avete rinnegato il Santo e il Giusto e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita ma Dio lo ha risuscitato dai morti e noi ne siamo testimoni” (At 3,14).

Il primo brusio dell’annuncio cristiano è affermazione che Dio lo ha risuscitato. Ma il risorto è il medesimo Gesù, il giusto, che è stato condannato e ucciso alla morte infamante della croce. In questa affermazione scandalosa sta il paradosso del credere e la vita di coloro che cercano di seguire Gesù sulla sua via. Per questo è importante ritornare sempre a quel racconto.

Tornare ai primi passi, alla memoria di un succedersi di eventi a Gerusalemme nella festa di Pasqua, nella primavera dell’anno 30. E’ questa la prima attenzione da avere nell’ascoltare il racconto della passione. Nelle diverse redazioni dei vangeli il racconto offre anche sottolineature specifiche che dicono sguardi particolari, sprazzi di luce in una pluralità di interpretazioni e di elementi sottolineati.

Ci sono alcuni tocchi propri di Luca su cui sostare: il primo è il modo in cui Gesù muore.

Luca al momento della morte di Gesù non fa cenno come Marco alle parole del salmo 2: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Riporta invece le parole di un altro salmo: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”. E’ ancora indicazione che Gesù anche nel momento della morte vive questo momento estremo nella preghiera. Rimane fedele sino alla fine al pregare ripetendo le parole del salmi, la preghiera del suo popolo. Luca dice che Gesù muore in una situazione di preghiera. Ma in questa sottolineatura invita a cogliere come tutta la vita di Gesù sia entro la grande linea di un affidamento. Anche la sua morte  come l’intero percorso della vita. E’ la preghiera nel suo senso più profondo: affidamento e consegna al Padre, è lo stare nello spazio del Padre che Luca aveva suggerito proprio all’inizio del vangelo. “Io devo rimanere nelle cose del Padre mio” (Lc 2,49) era stata la risposta di Gesù dodicenne a Maria e Giuseppe che lo cercavano e lo trovarono nel Tempio.

Tutta la vita di Gesù si pone in questo affidamento e parla del volto di Dio ma anche del volto dell’uomo. Parla del volto di Dio perché Gesù viene indicato come il Figlio in rapporto al Padre. Nel momento del battesimo aveva accolto la voce del Padre che diceva “Tu sei il mio Figlio, l’amato…” (Lc 3,22). Ora Gesù si presenta come il Figlio che si rivolge a Dio chiamandolo Padre con una intimità unica: “Padre nelle tue mani…”. Ma il morire di Gesù in atteggiamento di preghiera parla anche del volto dell’uomo. Ci dice che anche la morte può essere vissuta come ultima consegna della vita a Dio, e può essere vissuta in quella fiducia che le mani del Padre non vengono meno. Gesù ha vissuto l’ingiusta condanna e la stessa morte non sottraendosi, ma trasformandole da realtà subita in esperienza della consegna e dell’essere uomo per gli altri sino alla fine. Non vive in un atteggiamento di sottomissione passiva, ma nella libera decisione di rendere anche quel momento come esperienza di affidamento senza riserve a Dio e dono di salvezza e servizio. La sua morte non è scissa da tutto il suo cammino di vita e per questo le prime comunità vivranno il percorso del ricordare quanto Gesù aveva fatto e detto nella sua vita.

C’è un secondo tratto importante. Lo si coglie nel leggere il vangelo di luca in continuità con gli Atti degli apostoli. Luca ci dice che la vicenda di Gesù continua in tutti coloro che come giusti sono condannati e in tutti coloro che vivono il martirio nel fare della propria morte il luogo di un affidamento  A Dio nella fiducia che la sua vicinanza non viene meno. Gesù muore come un giusto e come un testimone. E’ il giusto che diviene esempio per i testimoni che lo seguono perché coloro che lo hanno seguito nel suo cammino possano seguirlo anche nel modo in cui ha vissuto la morte. Ecco perché Luca vede il martirio di Stefano, negli Atti come un riproposizione del martirio di Gesù. Anche Stefano è ritratto mentre prega e mentre si affida a Dio anche nel momento in cui la violenza ingiusta si scatena contro di lui (At 7,59-60).

Infine Luca evidenzia che la croce è un evento da guardare: si tratta di uno ‘spettacolo’ (Lc 23,48) a cui le folle accorrono ed è un evento da ‘contemplare’. Di fronte alla visione del crocifisso ognuno ritrova il senso della sua esistenza e la verità su di sé. Così Luca parla di Pietro che piange (Lc 22,62) del ladrone che riconosce il male che ha fatto (Lc 23,40-42) delle folle che, ‘dopo aver visto’, tornano battendosi il petto, consapevoli della compromissione con male nella loro vita (Lc 23,48) e aperte ad un nuovo cammino. La visione della croce apre a cogliere il buio ma anche la possibilità di uscita dal buio nel riconoscere il male e nel vederlo vinto nella mitezza di Gesù. Luca presenta Gesù come nonviolento e inerme che entra a Gerusalemme come un re che non ha potere, ‘umile che cavalca un asino’ (Lc 19,28-40), che non salva se stesso ma salva gli altri, che porta pace, che desidera il bene e la felicità per le persone. Di fronte alla morte di Gesù tutti i personaggi stanno pensosi osservando (Lc 23,35) e tale osservare porta ad una possibilità nuova di impostare la propria vita e apre ad un futuro di cambiamento.

Infine Luca vede proprio sulla croce nel momento della morte non la vittoria della solitudine , ma il germogliare di una comunione: “oggi sarai con me nel paradiso” è la promessa di Gesù al buon ladrone che riconosce in lui il giusto. Il morire di Gesù non è luogo di solitudine, ma evento di incontro e comunione. Ed è evento che segna in modo nuovo il tempo: l’oggi di ogni momento della vita, ma anche l’oggi che è il momento della morte diviene un oggi trasfigurato.

Tre tratti propri della lettura di Luca che possono richiamarci a tre riflessioni per la nostra vita

Si presenta spesso la preghiera in modi che la confondono con pratiche di meditazione, con metodi di rasserenamento psicologico o con forme di devozione: ma la preghiera è dimensione ben più profonda della nostra esistenza e forse presente in molti modi diversi anche in chi non pensa di pregare. E’ una apertura di fondo del cuore, è in radice intendere la vita non come possesso e opera nostra o nella linea dell’attivismo e dell’efficienza anche religiosi. Preghiera è in radice affidamento del cuore, un comprendere la vita nei suoi momenti quotidiani come esperienza del gratuito, del dono e dell’incontro. Quante persone pregano senza saperlo ogniqualvolta portano nel loro pensiero e nel loro ricordo la cura di altri, l’amore per qualcuno, lo sguardo di premura a situazioni, la preoccupazione per i deboli, il senso della gratuità e della bellezza, l’affidamento della propria vita a Dio quando le forze vengono meno… La preghiera passa attraverso tutte le mani a cui ci si consegna e in tutti i gesti che accolgono un affidamento. Il morire di Gesù pregando offre un senso e un valore al nostro vivere nei suoi anfratti più quotidiani e spesso trascurati nelle considerazioni religiose. Ed offre senso anche al morire di chi proprio nel venir meno delle forze vive la consegna agli altri e attraverso di loro l’affidamento al Signore stesso.

Gesù è il testimone mite. Nel tempo dell’aggressività la mitezza è virtù da riscoprire: il mite non è affatto un impaurito e sottomesso. Gesù oppone alla violenza che si concentra attorno a lui, la mitezza del forte che vive in profondo la sua libertà. Solo così rompe la catena della violenza. La sua mitezza è una testimonianza ancora non recepita nei cammini di chiesa. Il modo di intendere l’impegno è spesso nei termini della domanda su come vincere, su come affermare in modo forte una presenza per via di imposizione e in termini politici o attraevrso una dottrina che pone limiti ed esigenze e non apre a percorsi di responsabilità. Gesù capovolge questa pretesa e indica la via della inermità, che è invece autentica profezia: è un modo di vivere che non impone ma si propone e proprio per questo suscita fascino e contagio. La testimonianza del mite reca in sè un segreto profondo che è possibilità di riconoscimento e di accoglienza dell’altro come uomo debole e fragile. Tale riferimento appare tanto più attuale nell’anniversario vicino della Pacem in terris (aprile 1963-2013) documento in cui per la prima volta si parla della guerra come follia, scelta contraria alla ragione umana: la mitezza è l’attitudine attiva della nonviolenza che unica può sconfiggere la vacuità della violenza nelle sue diverse forme. E’ capacità di passione e compassione.

Gesù vive la sua morte come evento di comunione: offre un senso alla vita del ladrone vicino a  lui dciendo che c’è un futuro e sarà un futuro di stare insieme.  La vita può cambiare nella linea della cura e dell’attenzione ai poveri, alle vittime, a chi lasciato escluso e in disparte. Gesù accoglie il ladrone che accanto a lui era punito come malfattore. Accogliendo lui dice una accoglienza possibile  e aperta per chiunque si apra alla visione della croce scoprendo il senso profondo della sua vita come incontro, per chiunque sperimenti il rifiuto del male che si esprime nelle diverse forme di violenza e di esclusione e la possibilità di un futuro nuovo.
Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Dignità umana: una riflessione e spunti per un dialogo



E’ appena uscito l’opuscolo “Prospettive domenicane per l’Europa” 2012 n.8 a cura del progetto Espaces Europa. Per questo numero ho scritto l’articolo che riporto qui di seguito. (a.c.)

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L’uomo ad immagine di Dio: appunti per un contributo al dibattito sulla dignità umana

Questo intervento intende offrire alcuni appunti per una lettura della nozione biblica dell’uomo e della donna come immagine di Dio che sta alla base del riconoscimento della comune dignità di tutti gli esseri umani. Si propone di indicare alcuni elementi implicati in tale intuizione ed espressi nella tradizione cristiana. Nella linea del Concilio Vaticano II che ha ripreso questa indicazione quale punto di riferimento per una riflessione antropologica in dialogo con le culture, si evidenzia infine in quali modi questa idea può essere feconda nell’attuale dibattito.

Immagine di Dio: tradizione biblica

“Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27)

Questo versetto del racconto della creazione di Genesi secondo la tradizione sacerdotale costituisce un riferimento essenziale nella tradizione  ebraico cristiana. Esso racchiude l’affermazione della grandezza dell’uomo, e nel contempo indica un limite fondamentale ed una critica radicale di fronte ad ogni dominio dell’uomo sull’uomo: nessun essere umano e nessun altro elemento della natura può pretendere di prendere il posto di Dio creatore e di porsi come un assoluto. L’uomo, situato nella condizione di creatura davanti al Creatore condivide con tutta la creazione la condizione di limitatezza e di bisogno dell’altro. Queste parole bibliche racchiudono da un lato l’affermazione della dignità incomparabile di ogni essere umano. Essa deriva dalla comunione con Dio. D’altro lato tale condizione non è statica ma è segnata da una chiamata ad un compimento di tale rapporto, espressa nella metafora dell’immagine somigliante. Nel salmo 8,6-9 si pone la domanda su chi è l’uomo e viene delineata la sua condizione particolare nel creato: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato, gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. Ogni uomo e ogni donna hanno pari dignità rispetto ai propri simili. L’ umano, nella sua totalità, nella diversità di uomo e donna, è presentato come immagine di Dio in una situazione di relazione costitutiva di fronte all’altro. Questa relazione fondante è anche appello a vivere la relazione con l’altro come luogo di realizzazione di sé nell’incontro e nella comunione con Dio stesso. La visuale biblica considera l’uomo come partecipe della dimensione creaturale e nel contempo con un compito di responsabilità che si esprime nella prassi della custodia e della cura in rapporto con la terra (Gen 2,15). Immagine è quindi l’uomo nella sua totalità, non un suo elemento o una sua facoltà particolare, ed è altresì costituita dalla relazione e nella relazione: si tratta di una relazione di uomo e donna, con gli altri, con gli animali, con tutto il creato e con Dio. L’essere dell’uomo ‘ad immagine’ ha un carattere profondamente relazionale.

Nella riflessione del Nuovo testamento la comunità cristiana approfondisce questa linea di pensiero cogliendo come Gesù Cristo sia immagine di Dio (2Cor 4,4): “Egli è immagine del Dio invisibile generato prima di ogni creatura” (Col 1,15; cfr Eb 1,3). si tratta di una immagine che comprende uomo e donna (Gal 3,28).

Già nel Primo Testamento emerge il riconoscimento di una condizione di dignità allo straniero, all’orfano e alla vedova, categorie svantaggiate di poveri. Ad essi si chiede di guardare con lo sguardo di Dio che ha cura dei poveri e si è chinato sul popolo di Israele, oppresso nella schiavitù di Egitto, che viene ad essere parte per il tutto del genere umano. Nel suo insegnamento Gesù apre alla considerazione della dignità di chi è tenuto ai margini, sia per motivi sociali, come i malati o i miseri, sia per motivi religiosi e morali, come i peccatori, i piccoli e i poveri. L’annuncio che il regno di Dio appartiene ai poveri e la sua prassi di vicinanza e di ospitalità possono essere viste come il centro della sua testimonianza tesa a presentare il volto di Dio. Gesù riconosce l’unicità di ogni persona e la dignità di persone considerate indegne, scorgendo in esse la capacità di amare gratuitamente, nonostante il peccato, come nell’episodio della donna peccatrice di Lc 7, o la possibilità di aprirsi al dono di un incontro grazioso, come i malati guariti e i peccatori perdonati. Egli stesso disprezzato e condotto alla condanna ignobile della croce testimonia invece una vita vissuta fino alla fine nella fedeltà al Padre e nel dono e nel servizio.

Questa figura della dignità di chi è considerato indegno si radica già nella vicenda del servo sofferente di Isaia (Is 52,13-53,12): non si presenta in modo da poter suscitare attenzione e attrazione, eppure proprio questo volto dai tratti enigmatici rappresenta l’intero popolo di Israele e giunge ad indicare l’uomo nella sua condizione di miseria, e nel subire la sofferenza in solidarietà diviene causa di salvezza per le moltitudini.

Per cercare nella tradizione classica parallelismi e distanze rispetto a tali concezioni si potrebbe far riferimento a due orizzonti. Il primo è rappresentato dalla concezione della dignità in ambito greco e poi romano. Nella tradizione greca l’uomo degno è il valoroso, colui che attua gesti di valore nei confronti di altri. Ettore è il paradigma di tale valore che si fonda sulla capacità di eccellenza nel compiere il bene e nell’affrontare le prove. Nell’ambito romano, che si collega al mondo greco, la nozione di dignitas si delinea in rapporto alle azioni non tanto di chi riceve cura da altri, ma di chi opera attivamente e si rende meritevole nei confronti della patria o del prossimo. Gli uomini degni, secondo tale visuale, sono i virtuosi, capaci di compiere opere grandi e i valorosi che hanno conquistato un merito (dignitas in latino significa merito, grado, carica) con le loro opere, corrispondendo così ad una visione gerarchica dell’umanità.

Un diverso orizzonte è rappresentato dalle parole che Sofocle pone sulla bocca di Edipo nel dialogo con Ismene, nell’Edipo a Colono: “E’ quando io sono niente che divento veramente uomo”. Si tratta di una confessione di un uomo che ha vissuto l’abiezione del male e addirittura con il suo incesto e con l’uccisione del padre ha varcato quei limiti che lo pongono fuori dal consesso umano. In quella condizione di indegnità Edipo esprime la consapevolezza e la possibilità di essere riconosciuto come uomo nonostante il male compiuto. Supplica così di non veder ridotta la sua persona agli atti, pur malvagi, che ha compiuto.

Tale figura s’incontra con l’affermazione cristiana secondo la quale ogni volto è immagine di Dio e va considerato nella sua dignità. Nella visione del Nuovo Testamento la partecipazione all’immagine è processo dinamico di configurazione all’immagine di Cristo: non c’è una considerazione statica, ma si tratta di diventare immagine. La lettera ai Colossesi esplicita questa dimensione dinamica utilizzando la metafora dello ‘spogliarsi e rivestirsi’ nella linea di una novità che trasforma l’esistenza nella relazione con Cristo e in rapporto al Padre (Col 3,10): “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore”. Il divenire immagine si compie in un percorso che implica la lotta e il superamento del male ed una trasformazione che è effetto di una relazione con Cristo presentata nei termini della illuminazione (2Cor 3,18-4,6): un passaggio dalla morte alla vita per rinascere in modo nuovo (Gal 3,26-28). La configurazione a Cristo indica così una vita vissuta nei termini dell’attenzione a chi umanamente è indegno, i malati, i poveri, i carcerati, gli stranieri (cfr. Mt 25) scorgendo nel loro volto la dignità del crocifisso che si identifica con i suoi fratelli più piccoli.

Sviluppi patristici: ad immagine e somiglianza

L’intuizione biblica dell’uomo creato secondo l’immagine di Dio trova grande sviluppo nella tradizione patristica. Diverse sottolineature sono offerte nell’interpretazione dei versetti di Gen 1,26-27.

I padri elaborano le loro interpretazioni sulla base del testo greco della Bibbia. La traduzione dei LXX apporta in particolare al testo di Gen 1,26 una serie di importanti risonanze: introduce infatti termini come eikon e omoiosis derivanti dalla tradizione filosofica. Soprattutto essi recavano con sè lo spessore semantico immesso da Platone che gli aveva ampiamente utilizzati nel suo pensiero.

Nel pensiero platonico la nozione di immagine implica una relazione tra mondo sensibile e mondo intellegibile: l’immagine partecipa come ‘copia’ del suo modello (Parmenide 132d; Cratilo 439ab). C’è una differenza radicale tra il mondo sensibile della menzogna e del divenire (Fedro 250b) e il mondo intellegibile, tuttavia essi stanno in relazione in quanto il sensibile partecipa come una copia rispetto al modello, e ne è un riflesso. La somiglianza/assimilazione è da Platone associato alla vocazione del filosofo: è un’esigenza spirituale e l’amico della sapienza la realizza attraverso la vita virtuosa e con l’esercizio della contemplazione (Repubblica VI 13,500c; X 12,613ab; Leggi IV 716cd).

L’esegesi patristica cercherà di unire insieme l’interpretazione di due pagine di Genesi: Gen 1,26 e Gen 2,5 in cui si parla dell’uomo plasmato dalla terra, contrapponendosi a visuali segnate da uno spiritualismo estremo ed integrando la tradizione platonica nel quadro della fede biblica.

A partire da questi testi, Ireneo, nel II secolo, afferma la partecipazione dell’uomo alla condizione terrena, sottolinea la tensione presente tra un dono di immagine che non può venir meno e la dimensione dinamica del compiere la somiglianza. Questa si può attuare nella vita come risposta libera ad un invito personale di comunione. Nella vita cristiana c’è un primato dell’azione di Dio espresso dalla metafora dell’argilla che esprime da un lato la condizione di miseria ma dall’altro anche la dignità dell’uomo nel soffio di vita che eleva l’Adamo tratto dalla terra ad entrare in una relazione personale con Dio: “Non sei tu che fai Dio, ma Dio che fa te. Se dunque tu sei l’opera di Dio, attendi la mano dell’artista, che fa ogni cosa al momento opportuno nei confronti tuoi, che sei l’oggetto modellato. Presentagli un cuore flessibile e adattabile e conserva la forma che l’Artista ti ha dato. Nel mantenere questa conformità, salirai fino alla perfezione, perché l’arte di Dio nasconderà l’argilla in te” (Contro le eresie IV 39,2). L’insistenza particolare di Ireneo sta nell’affermare che tutto l’uomo, non solamente una sua parte, è costituito secondo l’immagine (Contro le eresie V 6,1): “‘Tutto il vostro essere – lo spirito l’anima e il corpo – sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore Gesù’. Invece Dio sarà glorificato nella sua propria creatura, rendendola conforme e simile al suo proprio Figlio. Infatti per mezzo delle Mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, l’uomo e non una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio”. Egli intende così reagire ad una concezione deterministica della vita umana e pone accento sulla relazione costitutiva che comprende tutte le dimensioni dell’uomo. La somiglianza è infatti come un seme e può essere sviluppata: il soggetto umano nella sua accoglienza libera è chiamato a fiorire in tale compimento dell’immagine. Il cammino storico dell’umanità è così letto come vicenda in cui si svolge la responsabilità umana nella relazione con Dio. Centrale nella visione di Ireneo è l’idea secondo cui l’uomo è posto in relazione con le tre persone divine che sono coinvolte in un’opera di plasmazione che continua nella storia della salvezza: per mezzo delle mani del Padre, cioè il Figlio e lo Spirito, tutto l’uomo, e non solamente una parte dell’uomo, è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

La categoria dell’uomo immagine, attraverso l’interpretazione di Filone giunge anche nella riflessione dei   padri alessandrini. Origene in particolare, ha presente le critiche di chi vi scorgeva una concezione materiale e antropomorfica del divino. Insiste perciò sulla dimensione interiore e spirituale dell’immagine di Dio nell’uomo e accentua inoltre, in polemica con il pensiero deterministico degli gnostici, la dimensione della libertà umana. L’autentica immagine di Dio è spirituale ed è l’anima umana, e centrale è il ruolo della libertà nella trasformazione della vita in rapporto al Logos. In senso stretto l’immagine di Dio è il Logos nella sua divinità e svolge la sua mediazione in quanto Logos incarnato. L’uomo, a sua volta è immagine non nella dimensione del suo corpo, ma nel senso che, guardando la sua anima, può conoscere il Verbo che si è rivelato in Cristo: “Quale altra è dunque l’immagine di Dio, a somiglianza della quale l’uomo è stato fatto, se non il nostro Salvatore? Abbiamo dunque gli occhi rivolti sempre a questa immagine di Dio, per poter essere di nuovo trasformati alla sua somiglianza” (Omelie sulla Genesi 1,13)

Agostino riprende l’indicazione biblica di Gen 1,26 dell’uomo come dominus del creato e vede il fondamento di una signoria da attuarsi come cura nel fatto del suo rassomigliare a Dio. Per arrivare a Dio bisogna interrogare l’uomo: è la strada agostiniana dell’interiorità, la ‘svolta antropologica’ del cristianesimo antico. L’uomo è immagine di Dio Trinità, relazione in se stesso, nel suo essere costituito di mente conoscenza e amore o memoria, intelligenza e volontà ed è visto immagine di Dio in quanto ‘capace di Dio’ (Trinità 14,8,11).

Tale impostazione presenta una fondamentale apertura ad una trascendenza costitutiva ed alla fondazione trascendente, in Dio, del medesimo senso della vita e dell’operare dell’uomo: tuttavia appare anche l’insistenza sulla libertà e sulla responsabilità umana nel compiere l’immagine che lo costituisce a livello di creazione nel corso della propria esistenza ed in un orizzonte di relazione.

La considerazione della condizione umana come ‘immagine’ apre ad una visione che superi la visuale di contrapposizione tra l’umanità e Dio; nel contempo preserva tutto lo spazio della responsabilità umana. La dignità umana non è vista come un dato separato ma è inclusa nella vita stessa di Dio che comunica una partecipazione alla sua immagine.

L’essere immagine implica una relazionalità intrinseca alla condizione umana, che trae il suo fondamento nel dono originario costitutivo della vita umana. Questa è chiamata a compiersi nella relazione creaturale, con gli altri e con la natura. Dio dona la sua comunione coinvolgendo l’umanità nel cammino del divenire immagine: suscita così la responsabilità per una trasformazione che si deve attuare nella libertà e nella cura degli altri e della creazione.

La ripresa del Vaticano II

Il Concilio Vaticano II ha ripreso questa nozione di immagine di Dio e nella costituzione pastorale Gaudium et spes l’ha suggerita come motivo fondamentale per affermare la dignità umana e i diritti di ogni persona. In particolare sottolinea l’orizzonte  cristologico: è Cristo l’immagine di Dio invisibile e sottolinea anche la struttura trinitaria dell’immagine (GS 10). Si esprime anche la visione di continuità tra cammini di autentica umanità e l’immagine di Dio che è Cristo stesso: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […]. Cristo […] svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). In questa linea l’attività umana è letta come risposta alla chiamata divina ed espressione di responsabilità (GS 34). Altresì è indicata un’analogia tra la comunione interna alla vita delle persone divine, e quella che l’umanità è chiamata a formare sulla Terra (cfr GS. n. 24)

La nozione di immagine nel dibattito sulla dignità umana

In questo rapido panorama della riflessione sull’umanità come immagine di Dio si possono riscontrare alcuni aspetti fecondi nel dibattito odierno sulla dignità dell’uomo.

Questa visione presenta un valore proprio della creazione per cui l’uomo e la donna sono immagine all’interno della creazione ed in rapporto ad essa. Tuttavia anche la creazione è letta nella relazionalità che la apre oltre se stessa ad un rapporto con Dio stesso.

In secondo luogo la concezione dell’uomo come immagine di Dio ha in sé una valenza dinamica nella considerazione di una lettura trinitaria che è relazionale e non solamente fisico biologica.

In terzo luogo si può evidenziare come essa connoti l’uomo e la donna come esseri in cammino, orientati ad una pienezza che è mèta da raggiungere nel futuro e responsabili in una vicenda storica da considerare luogo dello svolgimento della storia di salvezza.

Il tema dell’immagine pone inoltre le istanze fondamentali della comunione, della cura e del servizio. Il divenire immagine trova il luogo del suo realizzarsi proprio nel dialogo e nella ricerca da condurre insieme a tutti coloro che condividono la medesima umanità, verso ciò che è autenticamente umano.

Secondo tali orizzonti la nozione dell’umanità come immagine di Dio può essere un contributo nella considerazione della dignità di ogni uomo e donna. L’immagine infatti si attua nella relazione e dice attitudine di apertura nei confronti di ogni altro.

In questi elementi mi sembra si possa trovare la fecondità di questa tradizione qui rapidamente tratteggiata nel dibattito contemporaneo e la possibilità di un apporto nella ricerca di percorsi che offrano a ciascun uomo e donna, in ogni momento dell’esistenza, il pieno riconoscimento della propria dignità.

Alessandro Cortesi op

N.B. Chi desidera l’opuscolo a stampa può richiederlo all’indirizzo: info@domenicanipistoia.it, indicando richiedente e recapito postale e gli verrà inviato.

Un testimone della fede

E’ morto il 17 marzo papa Shenouda III, capo della chiesa ortodossa d’Egitto, la chiesa più antica d’Oriente. Nato nel 1923 nell’Alto Egtto a Asyut. Divenuto monaco nel 1954 venne scelto nel 1971 come patriarca dei copti e chiamato Papa Shenouda.

Dopo il Vaticano II è stato intrapreso un percorso di dialogo ecumenico tra la chiesa copta e la chiesa cattolica. Papa Shenouda III è stato protagonista di questo dialogo e ha incontrato papa Paolo VI nel maggio 1973. Era la prima volta da secoli che le chiese si incontravano. Da qui ebbe inizio anche un dialogo teologico che sfociò in una dichiarazione del 12 febbraio 1988 riguardate la fede in Gesù Cristo. I copti infatti non riconoscono il concilio di Calcedonia. Questa dichiarazione comune ha concluso un periodo di secoli di incomprensioni e di lontananza e ha espresso la comune fede nela formula: “Crediamo che il Nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, il Verbo Incarnato è perfetto nella Sua Divinità e perfetto nella Sua Umanità. Ha reso la Sua Umanità una con la Sua Divinità senza mescolanza, commistione o confusione. La Sua Divinità non è stata separata dalla Sua Umanità neanche per un momento o per un batter d’occhio. Al contempo anatematizziamo la dottrina di Nestorio e di Eutiche”.

In questo momento di passaggio difficoltoso per l’Egitto, per tutta la sua popolazione e per le comunità cristiane che condividono difficoltà e prove di questo momento, ricordiamo Shenouda III con una bella preghiera di Matta el Meskin (Giuseppe il povero, 1919-2006), monaco della chiesa ortodossa copta e padre spirituale del monastero di san Macario in Egitto (in italiano la casa editrice Qiqajon ha pubblicato alcuni suoi scritti, tra cui Consigli per la preghiera)

“Padre santo,
tu che hai glorificato tuo Figlio Gesù 
e gli hai conferito potere su ogni carne, 
perché egli comunichi la vita eterna 
a tutti quelli che hanno creduto in lui quale Dio e Salvatore,
noi ti ringraziamo del dono elargito a noi uomini: 
di comprendere la profondità dell’unione consustanziale 
che è tra te e tuo Figlio e lo Spirito santo,
alla quale ci hai chiamati
attraverso la preghiera innalzata a te dal figlio tuo:
«Affinché siano tutti una cosa sola,
 come tu sei in me, o Padre, e io in te;
 affinché anche loro siano una cosa sola in noi,
 e così il mondo creda che tu mi hai mandato».

Noi veramente crediamo 
che questa unità cui ci hai coinvitati,
 è necessaria quale testimonianza 
del mistero della tua opera nella natura umana,
 incline alla decomposizione e alla disintegrazione 
a causa del peccato e dell’egoismo.
Questa unità è necessaria anche perché il mondo creda 
che non c’è altra speranza 
se non nella persona di Gesù Cristo, tuo prediletto,
che hai mandato per unire le realtà celesti con quelle terrestri. Noi confessiamo che la venuta di tuo figlio in noi
 provoca in noi un’attrazione insopprimibile verso l’unità: 
«Io in loro e tu in me, 
perché così siano perfettamente uno, 
e il mondo sappia che tu mi hai mandato 
e che li hai amati come tu hai amato me».
 Perciò tutte le nostre resistenze 
alla piena realizzazione dell’unità in te, 
quell’unità che tu hai voluto per noi, 
costituiscono una carenza di fede
 e una mancanza di carità da parte nostra. 
Queste deficienze ci fanno anteporre 
le controversie ideologiche, politiche, razziali 
alle esigenze dello Spirito, della fede e dell’amore 
e affievoliscono la voce di Cristo nei nostri cuori 
per accondiscendere al mondo e agli uomini.

Padre santo, 
glorifica il tuo figlio nella vita della chiesa, 
perché la chiesa glorifichi te e il figlio tuo 
quando tutti si saranno liberati 
da ogni impedimento contro l’unità e l’amore. 
Signore non lasciare che la comunità soccomba
 e tenti di eliminare un peccato con un altro peccato, 
di curare un male con un altro male;
 non permettere che l’unità sia cercata 
attraverso controversie ideologiche, 
e la carità sia confusa con la politica,
 e le coalizioni razziali vengano considerate 
una forza dello Spirito”.

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