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XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

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XIX domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF56011 Re 19,9-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

‘E subito costrinse i discepoli a salire sulla barca’. Con un passaggio repentino segnalato dall’avverbio ‘subito’ e da un verbo di comando (costrinse) Matteo suggerisce l’atteggiamento di Gesù a seguito del segno del pane condiviso. Ora può congedarsi dalla gente, dopo aver risposto alla fame ma prima indica ai discepoli che non è il loro posto quello in cui si raccoglie la stima o il successo per un grande segno. Gesù li distoglie così dalla logica del miracolo e li ‘costringe’ a precederlo sull’altra riva, ma non vi sarà alcun precedere. Marco (Mc 6,45) puntualizza che si tratta della direzione di Betsaida. Gesù frequenta piccoli villaggi sulle rive del lago. Inizia così una traversata che non giunge a compimento.

Frattanto Gesù sale sul monte da solo, in preghiera. Il cuore della sua vita sta nel rapporto con il Padre e la sua solitudine è ricca di un dialogo racchiuso nel suo silenzio, un dialogo di accoglienza di tutta la sua vita come dono, e di ogni cosa come proveniente dal Padre, come sua benedizione, come i pani accolti e donati perché fossero distribuiti sono accolti come benedizione.

La traversata dei discepoli incontra però una tempesta ed un vento contrario. Matteo nel descrivere la navigazione dei discepoli ha tratti propri rilevabili dal confronto con il racconto originario di Marco: precisa che la barca è lontana ‘diversi stadi’, una distanza assai limitata e ben diversa dalla annotazione di Marco che ‘erano in mezzo al mare’. Matteo inoltre dice che ‘la barca era sballottata’ dalle onde mentre Marco parla della difficoltà dei discepoli nel remare (Mc 6,48). Questi tratti possono suggerire come nella lettura di Matteo non si tratta di descrivere un grande prodigio, ma un racconto che ha un significato per la comunità. Gesù liberamente e per primo viene incontro alla sua comunità, camminando sul mare ‘nella quarta veglia della notte’ cioè sul far del mattino. Il mare è simbolo di tutte le forze del male e il male in tempesta è simbolo delle contrarietà e ostacoli che la comunità sperimenta. Gesù si fa incontro ai discepoli mentre si apre il tempo del mattino. Il suo farsi incontro sul mare richiama il passaggio del mare nel racconto dell’esodo. Lì, ‘alla veglia del mattino’ (Es 14,24) il Signore intervenne procurando il disastro dei carri degli egiziani, suscitando un forte vento d’oriente(Es 14,21) e questo passaggio rimarrà fisso nella memoria di Israele. Il Salmo 77 ad esempio canta la presenza del Signore vicino al suo popolo, che passò sul mare e le sue orme rimasero invisibili. La paura dei discepoli e la parola di Gesù ‘Coraggio, io sono’ sono avvicinabili ai percorsi dell’esodo, all’esperienza di Mosè che nel deserto accoglie la rivelazione del nome ineffabile di Dio come promessa di fedeltà e di compagnia ‘Io sarò con te’ (Es 3,14).

Matteo presenta questo racconto della traversata incompiuta come un incontro con Cristo con tratti che richiamano le esperienze dopo la Pasqua: un’esperienza di Lui che si dà ad incontrare, aprendo ad un nuovo modo di vedere e iniziando la storia di una fiducia che ha lui d’ora in poi come punto di riferimento della vita. Ma Matteo pur riprendendo questo racconto da Marco aggiunge una parte propria: in Marco al centro sta la figura di Gesù e lui solo. In Matteo l’attenzione si sposta anche sui discepoli. Pietro è il discepolo che chiede di camminare sulle acque nell’andare incontro a Gesù. E’ un particolare funzionale a sottolineare la ‘fede piccola’ di Pietro e dei discepoli che poco dopo Gesù rimprovera. Pietro intende porsi in atteggiamento di verifica e intende sottoporre ad una prova: ‘se sei davvero tu…’ Non vive la fiducia in modo pieno. Pietro peraltro vuole fare quello che sta facendo Gesù, ma è una pretesa che non comprende le esigenze del seguire Gesù. Non si tratta di fare quello che compie lui, ma di seguirlo: è questa la chiamata dei discepoli. Pietro pone qui una pretesa di porsi in qualche modo sul piano del maestro. Inizia a scoprire cosa significa seguire Gesù quando grida ‘Signore salvami’. Comprende cosa significa seguirlo quando sperimenta che senza di lui non può fare nulla, non può pretendere di imitare e di compiere gesti pur buoni e eroici. ‘Signore salvami’ è il suo grido e il paradigma di ogni preghiera credente. Nell’afferrarlo Gesù dice una parola sulla fede di Pietro: ‘uomo di poca fede, perché hai dubitato?’. Se Marco sottolineava nella sua versione l’incomprensione dei discepoli, Matteo conclude l’episodio con una professione di fede da parte dei discepoli ‘che erano sulla barca’: ‘Tu sei veramente il figlio di Dio’. E’ una dichiarazione che riporta a livello della comunità quel passaggio costituito dal riconoscimento in Gesù del volto del messia. Ma è un cammino che implica un cambiamento di modo di intendere il messia stesso e di mettersi a seguirlo nel trovare salvezza non nelle forze umane, non nei carri e cavalli, ma nella sola fiducia a lui rivolta, seguendo lui solo.

Teaser Mossoul Chrétiens-1Alcune riflessioni per noi oggi

L’interesse principale di Matteo sembra ruotare attorno alla ‘barca’: egli sta probabilmente pensando alla comunità. La barca naviga tra i pericoli, segnata dalla paura e da una fede debole. Nella sua navigazione più che le forze avverse, è scossa dalla paura, dalla scarsa fiducia che impedisce di riconoscere il Signore. Matteo presenta così la più grande debolezza della comunità: il lasciarsi prendere dal timore, il non saper invocare con fede ‘Signore salvami’. La ‘barca’ della comunità può superare la paura ed ogni male solo se si affida al Signore. Gesù, colui che incontra il Padre nel silenzio nella scelta non dell’affermazione e del compromesso con il potere ma nel servizio e nella condivisione.

Viviamo in questi giorni la paura e l’angoscia di comunità cristiane, le antiche comunità cristiane del Medio oriente, dell’Irak, della zona di Ninive (Mosul Qaraqosh) costrette a fuggire perché perseguitate e costrette a lasciare le loro case e i loro beni. Centinaia di migliaia di persone nella piana di Ninive. Una catastrofe umanitaria, una situazione di ingiustizia e di violenza che vede la timidezza e il disinteresse per popolazioni avvertite lontane. Un esodo di persone costrette ad allontanarsi per la loro fede religiosa insieme ad altre minoranze. Enzo Bianchi ha scritto “in Iraq come in Siria non è a rischio solo la sopravvivenza di una comunità cristiana presente nella regione fin dai primissimi secoli: è a rischio l’umanità intesa come capacità di sentirsi ed essere responsabili del proprio simile; è a rischio quella dote umana di esprimere sentimenti e istanze morali che chiamiamo cultura; è a rischio il patrimonio etico della convivenza, del dialogo, del confronto per fronteggiare insieme il duro mestiere del vivere; è a rischio il rapporto stesso con il creato” (La Stampa 8 agosto 2014).

In queste tempeste della violenza e del male che hanno responsabili e menti direttrici, il grido ‘Signore salvaci’ è appello ad una condivisione di destino e ad una sequela che renda capaci di umanità e di attenzione.

Così per le popolazioni di Gaza da cui proviene l’appello a non pregare solamente per la pace ma a stare accanto a chi soffre in una tempesta di male che vede operatori di crimini e vittime. E’ il grido che proviene dalle comunità cristiana presente a Gaza e che condivide la condizione di oppressione di tutti coloro che vive nella Striscia subendo l’umiliazione e l’aggressione di Israele: “Chiediamo alle chiese di assumersi le loro responsabilità verso la terra Santa, la terra delle loro radici, se veramente si preoccupano per le loro radici, per la Terra Santa e la sua gente. Molte chiese sembrano essere indifferenti o intimidite ad agire. Le chiese devono fare pressione su Israele e anche sui loro governi nazionali per porre fine all’impunità di Israele e renderla responsabile”

“Siamo i cristiani della parrocchia di Gaza e, come tutti gli altri palestinesi della Striscia, siamo sotto una pioggia di bombe anche quando i vostri giornali parlano di tregua e di ritiro. Lo sapete che anche a noi arrivano le telefonate dell’ IDF che ci chiedono di abbandonare la Chiesa e, visto che non l’abbiamo lasciata, ci hanno bombardato la scuola, terrorizzando gli sfollati e costringendo le suore e i bambini disabili a rintanarsi in chiesa? 8…) Siamo contenti che gli stessi preti che in questi giorni scelgono di tacere, promuovono ogni anno pellegrinaggi in Terra Santa, ma chiediamo loro, di aprire gli occhi sulle conseguenze che da anni l’occupazione e la colonizzazione producono sulla nostra vita di sopravvivenza e umiliazioni” (da un messaggio dei cristiani di Gaza comunicato da don Nandino Capovilla).

Tempeste della storia presente che ci rendono attenti a scoprire il volto di Cristo che ci viene incontro con una chiamata ad essere comunità liberata dai legami con il potere, con il desiderio di comodità e di successo, per seguire il volto del messia che ha percorso la via della vicinanza alle vittime, della croce come dono e solidarietà.

Alessandro Cortesi op

Solennità dei ss. Pietro e Paolo

arton89At 12,1-11; Sal 33; 2Tim 4,6-8.17-18; Mt 16,13-19

Piero e Paolo sono accostati in un’unica memoria, in un festa che ricorda le due figure di apostoli, chiamati in modi diversi e inviati dal Signore, che hanno inteso la propria vita in un rapporto profondo vivente e radicale con Gesù.

Il quadro presentato dalla pagina di Matteo è situato all’interno di una parte del vangelo ben strutturata, dove compare la confessione sull’identità di Gesù come messia, il riferimento alla comunità che Gesù voleva alla cui base sta l’incontro con lui e il seguirlo. Pietro è presentato come discepolo, coinvolto nell’incontro con Gesù, capace per dono del Padre di leggere la sua identità di messia, ma appare anche come discepolo chiamato a cambiare la sua idea di messia e viene rimproverato aspramente a ‘rimanere dietro’ al maestro.

Questa sezione del vangelo di Matteo (16,13-17,27) è infatti segnata dai due annunzi della passione (16,21-23; 17,22-23) e dalle parole sulle condizioni per seguire Gesù (16,24-28). Pietro è anche protagonista dell’episodio del tributo che chiude la sezione (17,24-27). Al centro dell’intera sezione è narrato il momento della trasfigurazione (17,1-13): anche lì Pietro ha un ruolo particolare in rapporto a Gesù ed in compagnia degli altri due discepoli. Ma a questo momento di manifestazione fanno seguito, le parole sull’incapacità dei discepoli ad operare guarigioni, e a seguire Gesù (17,14-21), porle che possono essere lette in parallelo al rimprovero di Gesù a Pietro che lo riconosce come Figlio del Dio vivente,

L’intera sezione si può dire che ruoti attorno alla tematica di una ricerca dell’identità di Gesù che apre ad un rapporto profondo con lui, ed introduce in un cammino in cui intendere la propria identità nell’incontro di conoscenza vitale. E’ un cammino in cui il profilo di Pietro si distingue come quello del discepolo: se per un verso è presentato con funzione di primo e di guida, viene anche ricondotto alla dimensione fondamentale che regge tutta la sua vita, la fede in Gesù e il camminare dietro a lui. Pietro, colui che è detto ‘beato’ perché disponibile ad accogliere un dono di rivelazione del Padre, è anche rimproverato, è ricondotto a rivedere la sua pretesa di autosufficienza, è detto ‘satana’ e viene invitato a cambiare radicalmente il suo modo di pensare la via di Gesù e la sua stessa vita.

L’episodio della confessione messianica è situato dal punto di vista geografico nel luogo più lontano da Gerusalemme, dalle parti di Cesarea di Filippo nell’estremo nord della Palestina. Una collocazione che intende indicare anche la distanza rispetto alla mentalità sacerdotale del culto di Gerusalemme e alla costruzione di una istituzione, il tempio, che si pone come escludente. La domanda posta da Gesù sull’identità del figlio dell’uomo: “Gli uomini chi dicono che sia il figlio dell’uomo?” richiama la questione che era stata quella di Erode (Mt 14,12).

Si può cogliere in questa domanda già un accostamento alla figura di Gesù con quella del ‘figlio dell’uomo’, espressione che poteva indicare semplicemente ‘un uomo’, ma che era già usata nelle fonti di Matteo per indicare la vicenda di Gesù nella linea della sofferenza e dei tempi ultimi (Mt 8,20). ‘Figlio dell’uomo’ è espressione presente nel libro di Daniele (7,13-14) con rinvio al popolo d’Israele, ma anche indicazione di un personaggio che si è ritrovata in scritti del tempo contemporaneo a Gesù – Enoc e IV Esdra attestati nella biblioteca di Qumran – rinvio ad una figura singola e personale con un particolare funzione in rapporto agli ultimi tempi, al tempo decisivo.

Nelle risposte alla domanda di Gesù non compare solo l’idea già di Erode che Gesù fosse Giovanni Battista ritornato alla vita, ma compare anche un riferimento al nome di Geremia, il profeta che aveva dovuto subire ingiurie e persecuzione violenta. Proprio Geremia era stato individuato come nemico dalla classe dei sacerdoti e degli anziani per il suo coraggio di profeta. Già la presenza di questi nomi è indicazione di quali sono le vie per scoprire l’identità profonda di Gesù.

Sotteso a tali rinvii sta infatti l’invito a cogliere come Gesù può essere compreso solamente nel tornare alla lettura delle Scritture – così come nell’episodio della trasfigurazione verrà sottolineato nell’accostamento a lui di Mosè ed Elia – e la sua via è drammaticamente in continuità e in rapporto a quella dei profeti che sono stati rifiutati e sono stati vittime di violenza e condanna. Anche testi dell’annuncio della passione relativi alla via del figlio dell’uomo richiamano infatti i passaggi della vicenda stessa di Geremia.

La domanda di Gesù rivolta direttamente ai discepoli: “Ma voi, chi dite che io sia?” accentua la richiesta di una presa di posizione diretta, di un coinvolgimento non solo intellettuale, ma di riconoscimento della sua identità come motivo di cambiamento della vita e di accoglienza del rapporto con lui. “Pietro disse: Tu sei il messia, il figlio del Dio vivente”. Tale riconoscimento, che esprime la fede della prima comunità e l’affermazione che Gesù è messia (figlio di Dio) come presenza che apre ad incontrare il volto di Dio Padre, è accolto da Gesù come dono di rivelazione: “Beato sei tu, Simone bar Jonà, perché carne e sangue non te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli”. Queste parole riprendono un testo del Primo Testamento, rinviano al racconto che viene ampliato e applicato ad un contesto nuovo: si tratta di un midrash in relazione a Is 28. Si legge infatti in Is 28,14-18 una dura critica ai capi dei giudei. In polemica con gli uomini arroganti signori del popolo di Gerusalemme che hanno fatto alleanza ‘con gli inferi’ e con la morte scegliendo gli imperi più forti pe combattere l’Assiria e hanno ridotto la città e il tempio ad una costruzione basata sull’ingiustizia, Dio annuncia il suo progetto che è una costruzione nuova: “Ecco io pongo una pietra in sion, un apietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non si turberà. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella” (Is 28,16-17).

Nella pagina di Matteo Pietro, che ha colto l’identità del ‘figlio dell’uomo’ è lodato e a lui è affidato un compito che si pone come custodia di tale fede. Pietro è chiamato ad essere pietra solamente in virtù di un dono ricevuto, decentrato rispetto a se stesso. Questo lo mantiene totalmente dipendente da un dono e nella consapevolezza della sua incapacità e piccolezza. Pietro sperimenterà la sua vigliaccheria e il suo tradimento di Gesù, ma sperimenterà anche lo sciogliersi del cuore che avviene nell’accogliere lo sguardo di Gesù quel vangelo dell’accoglienza e del perdono che fu il suo sguardo per lui.

In questo passo sta anche un rinvio ad un altro brano di Matteo (Mt 11,25-30), dove compare l’espressione la preghiera di Gesù di gioia, di ringraziamento al Padre che ha rivelato la conoscenza del figlio non ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli… Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il figlio se non il Padre e nessuno conosce il Padre se non il figlio e colui al quale il figlio vorrà rivelarlo. Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il giogo sopra di voi … e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Queste parole di lode trovano un parallelismo in quelle rivolte a Pietro: “Beato te Simone… perché carne e sangue non te l’hanno rivelato”: il Padre che ha nascosto tali cose ai sapienti e ai dotti è sorgente di una rivelazione che può solo essere accolta nella fede.

Le parole sul nome di Pietro (kefa) che corrisponde a Pietra, non sono tanto un cambiamento del nome. Matteo già in precedenza aveva usato per lui questo nome. Piuttosto intendono essere una spiegazione ampliata a partire dal riferimento al testo di Is 28,14-18. E’ questo un testo in cui Isaia critica aspramente la scelta di una scelta di potere che pone Israele ad aver fiducia nelle alleanze con i poteri del tempo venendo meno alla fiducia in Dio. In Isaia la pietra angolare posta in Sion è la pietra d’angolo che apre alla ricostruzione del tempio e di Gerusalemme.

In Matteo questa pietra d’angolo è vista come la costruzione di una comunità in cui la vicenda di Pietro ha un ruolo fondamentale, perché la sua esistenza è testimonianza di un affidamento a Gesù come figlio dell’uomo. La sua fede innanzitutto, il suo scoprirsi non forte di un potere proprio ma di un dono che viene dal Padre; la sua debolezza, la chiamata a convertire continuamente il suo rapporto con Gesù sulla base della via scelta dal servo sofferente. E possiamo pensare a tutto il cammino di Pietro, dapprima sicuro di sé e certo di non abbandonare mai Gesù, poi debole e impaurito nei giorni della passione, fino a tradire il suo maestro: la sua esperienza fondamentale di incontro con il Risorto si collega alla consapevolezza di essere guardato con un sguardo di perdono e di amicizia.

L’affidamento delle chiavi per aprire o chiudere ‘le porte del regno’ sono espressione simbolica di una responsabilità affidata: le chiavi sono date a Pietro nel suo percorso paradigmatico di fede e sono anche consegna a tutta la comunità (cfr. Mt 18,18) con riferimento a quello sciogliere che è la possibilità di aprire il regno anche ai pagani. E’ ciò che viene raccontato da Atti dei apostoli nella scoperta, non senza resistenze e stupore, da parte di Pietro stesso guidato e spinto dallo Spirito, che Dio non fa preferenze di persone (At 10) e nella sua opera al concilio di Gerusalemme (At 15): la presenza di Pietro è cosi strettamente connessa ad un cammino di comunità che accoglie il dono di aprire le porte del vangelo.

Per questo sono tolte agli scribi farisei le chiavi perché il modo di intendere l’autorità consisteva nella gestione di un potere e di esclusione e non nella logica di scoprire la fecondità e la apertura del vangelo.

Questa pagina è stata spesso letta come passo di riferimento e giustificazione di una istituzione chiesa strutturata in modo gerarchico con un capo che possiede le chiavi per escludere o per accogliere, con potere di scomunica o di perdono. La lettura in parallelo del passo di Mt 18,18 apre a comprendere che il potere di legare e sciogliere è affidato alla comunità nella direzione di un mandato per continuare la cura del Padre che non vuole che nessuno si perda dei suoi piccoli: l’autentico potere affidato alla comunità è quello di offrire testimonianza di riconciliazione, e in tale senso di sciogliere tutto quello che può essere di ostacolo all’accoglienza del vangelo per tutti. E anche davanti all’ostinazione del peccatore la chiamata è quella della preghiera comune.

La vicenda di Pietro nello stesso vangelo di Matteo è ben lontana dall’essere la vicenda di un capo che esclude e che gestisce un potere strutturato in gerarchia. La sua missione si collega alla fede e rimane tutta dipendente dal rapporto con Gesù, da quel riconoscerlo figlio dell’uomo, sulla via del dono e della consegna al Padre e agli altri. Pietro si scopre fragile e in questa fragilità ha il ruolo di aprire le porte a sciogliere barriere e legami che escludono. La pagina apre così il riferimento a quel passaggio dell’apertura del vangelo ai pagani che costituisce il motivo di tensione con un’impostazione religiosa che si pone come escludente perché troppo legata all’istituzione, al tempio stabilito e non a quel tempio che è la comunità vivente che pone la sua unica stabilità nel rapporto vivente e esistenziale con Gesù, lasciandosi decentrare e mettere in crisi da lui che vive il cammino del messia che dona la sua vita.

La domanda di Gesù ai discepoli: ‘Ma voi chi dite che io sia?’ riporta in primo piano la grande domanda al cuore del cammino personale e di comunità. Oggi siamo chiamati a riproporre le domande essenziali e attorno a questa domanda ricercare la risposta che sappia dire un coinvolgimento di vita e non solo un sapere intellettuale o distaccato.

Il dialogo tra Gesù e Pietro apre la questione di come Gesù intendeva la sua comunità: non un’istituzione di potere e una costruzione fatta di complesse architetture giuridiche ma il sogno di comunità aperta, in cammino, al seguito del suo unico Signore, chiesa di chiese che sanno coltivare i rapporti da fratelli e sorelle nell’ospitalità e non nell’esclusione. Comunità di discepole e discepole che accolgono il dono che il Padre offre ai piccoli, che coltivano il senso della preghiera, nel seguire Gesù sulla via facendo memoria dello stile concreto della sua vita, delle sue parole e del suo agire.

Ci possiamo chiedere in quali modi costruire una realtà di chiesa non preoccupata di stabilire confini, appartenenze o orgogli di identità, ma tutta presa dalla ricerca della domanda ‘Ma voi chi dite che io sia?’.

Possiamo anche chiederci come vivere esperienze di comunità che offrano il senso della testimonianza fragile della fede come dono ricevuto e da invocare e l’ospitalità come apertura all’altro, oggi, nel tempo delle rivendicazioni identitarie, dei ripiegamenti e delle esclusioni.

Possiamo anche chiederci quali sono oggi i luoghi in cui operare quel passaggio a sciogliere la posibilità di una accoglienza del vangelo come bella notizia di liberazione e di vita: il prossimo sinodo dei vescovi sulla famiglia affronterà  questioni che toccano profondamente la vita delle persone. Nela premessa del documento preparatorio ‘Strumento di lavoro’ presentato ieri, si offre una chiave di orientamento: la chiesa anche oggi è chiamata a scoprire come vivere la responsabilità della misericordia  ricevuta e di aprire percorsi di impegno nel seguire Gesù:

“Il Sommo Pontefice, nei suoi incontri con le famiglie, incoraggia sempre a guardare con speranza al proprio futuro, raccomandando quegli stili di vita attraverso i quali si custodisce e si fa crescere l’amore in famiglia: chiedere permesso, ringraziare e chiedere perdono, non lasciando mai tramontare il sole sopra un litigio o un’incomprensione, senza avere l’umiltà di chiedersi scusa. Sin dall’inizio del Suo pontificato, Papa Francceso ha ribadito: «Dio mai si stanca di perdonarci, mai! […] noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono» (Angelus del 17 marzo 2013). Tale accento sulla misericordia ha suscitato un rilevante impatto anche sulle questioni riguardanti il matrimonio e la famiglia, in quanto, lungi da ogni moralismo, conferma e dischiude orizzonti nella vita cristiana, qualsiasi limite si sia sperimentato e qualsiasi peccato si sia commesso. La misericordia di Dio apre alla continua conversione e alla continua rinascita”.

Alessandro Cortesi op

Corpo e sangue del Signore – anno A – 2014

Brotvermehrung_Evangeliar_aus_Echternach-_um_1045_0272_thumbDeut 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere…”. Il segno del pane spezzato, l’Eucaristia, si collega al cammino. Il ricordo fondante per Israele è il cammino nel deserto. Quel cammino è paradigma di tanti altri cammini nel deserto. Cammini personali e cammini di popoli. ‘Ricordati’ è imperativo fondamentale a ritornare sui propri passi, per scoprire, lì, nel tessuto della vita, degli eventi non solo quelli positivi ma anche queli negativi e faticosi, nell’intreccio degli incontri e dei percorsi umani che s’incrociano, la presenza di Dio che si rende vicino e si fa conoscere proprio nel cammino, nella vita.

La fede sorge nel cammino vissuto nel deserto. La fede si nutre di cammino e di deserto. Nella condizione di chi vive la precarietà e la prova del cammino nel deserto, senza appoggi e nell’aridità che provoca l’emergere di ogni genere di sete, si può aprire uno sguardo nuovo che fa scoprire le attese più profonde del cuore e la presenza più nascosta. Lì può attuarsi il superamento del senso di autosufficienza, del pensare che la felicità possa esaurirsi in un dominio di cose, di beni, di potereche l’efficienza e la velocità possa estinguere la fame e sete profonde del cuore umano. Il deserto è la critica radicale al dominio di un sistema in cui non c’è spazio per la mancanza, per il senso di inadeguatezza, per la povertà.

Eucaristia come pane del cammino dice che la vita, la quotidianità è eucaristia quando viene vissuta secondo la linea del dono, e del ricordo che la vita provinee da un dono, da acqua ricevuta, da pane accolto.

“Ricordati… nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame”. Il deserto è spazio della fatica, della precarietà, ma anche del ritrovare le dimensioni essenziali dell’esperienza umana, che è cammino non nella solitudine, ma insieme. Nel deserto, nell’esperienza della fame si apre la scoperta di un vuoto che non può essere colmato se non da un dono. La manna, dono inatteso e sorprendente è motivo di ricordo: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane diviene dono che scende in un cuore che si è aperto ad ascoltare tante fami e che non si ferma ad ammassare. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno, non accumulata, non accaparrata. Per lasciar liberi di ascoltare altre fami e di condividere.

‘questo è il mio corpo dato per voi’. Nella cena, Gesù dà il suo corpo: il corpo non è considerato ‘qualcosa’ che gli appartiene, da trattenere, ma Gesù dicendo ‘questo è il mio corpo dato’ si dà ai suoi. In queste parole, che ripetiamo ad ogni celebrazione dell’eucaristia, è racchiuso il senso profondo della vita: un dono che si dà perché non viene da noi, viene da altri, da qualcuno che ci precede.

Il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: c’è una dimensione di universalità insita in questo amore. Il rischio presente sempre nelle relazioni ad ogni livello è quello del possesso e in radice del potere. Il rischio è l’egoismo che non apre agli altri, che non offre ospitalità e accoglienza, che non si lascia sconvolgere da nessun ‘terzo’: è la figura del ‘terzo’ quella che verifica l’amore e la relazione con l’altro. Ed è il terzo che apre ad un senso di relazioni non chiuse nello stretto circuito io-tu ma aperte ad una diversità di presenze, alla dimensione della comunità.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. La chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nel IV vangelo il segno del pane è associato alla vita nella sua fragilità, la carne. Il pane che Gesù ci dà è così la sua vita. Accogliere il segno del pane dice entrare in un rapporto vivente con lui, scoprire che la sua presenza si fa vicina nel dono e nella condivisione. La vita di Gesù è stata una vita vissuta per… per il Padre, per gli altri. Una vita nella gratuità, che per questo rivela lRimanere in lui, vivere per lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sta qui il senso profondo e nascosto di questa festa. Il nostro poter vivere una vita che scopre le sue più profonde radici – la ‘vita eterna’ nel linguaggio del vangelo – sorge da un incontro.

Tre brevi riflessioni per noi oggi.

Se l’Eucaristia è cammino dovrmemo maturare una sensibilità a non rinchiudere l’eucaristia nel rito o in un oggetto sacro separato dalla vita, e a scorgere come la chiamata fondamentale per chi segue Gesù è quella a vivere la liturgia della vita e la vita come liturgia. A scorgere come sono i gesti di ospitalità, di condivisione i veri gesti eucaristici, come là dove c’è dono e condivisione c’è accoglienza del mandato di Gesù ‘Fate questo in memoria di me’.

Il pane spezzato è dono per tutti, non è premio per i buoni, ma è forza in un cammino per chi avverte la fatica e le ferite del cammino. L’Eucaristia che ripete il gesto di Gesù nello spezzare il pane dovrebbe essere annuncio di questa accoglienza senza esclusioni e come motivo per tutti di riconoscere quanto siamo distanti dal compiere una vita nel segno della gratuità.

Eucaristia è ospitalità e condivisione: ha una valenza politica di cambiamento radicale dei rapporti di forza e indica un cammino di comunione che esige di rendersi visibile nel far sì che per tutti vi sia possibilità di vita nella dignità, nel riconoscimento reciproco e comune. Nel tempo in cui prevale l’ideologia della disuguaglianza sociale e dell’iniquità come dato da accettare, spezzare il pane è gesto di profezia e di speranza verso un modo di pensare i rapporti tra i popoli e le persone non nella logica dello scarto, ma nel sentirsi membra gli uni degli altri, custodi della fragilità degli altri.

Alessandro Cortesi op

 

III domenica di Pasqua – anno B – 2012


At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Si possono leggere le pagine del vangelo come pagine lontane, da scavare e da studiare senza che da esse l’esistenza ne sia toccata e cambiata. Oppure si può sostare davanti ad esse, o meglio, si può accogliere l’invito ad entrare in esse, a percorrerle, a individuare fessure di vita tra le righe, e rimanerne coinvolti, aprendosi a leggerle come pagine attraverso le quali rintracciare parole che celano una presenza, e recano un dono d’incontro. Parole per noi, per me. Parole significative per cammini di fede e di comunità nel nostro presente.

Luca nello scrivere il suo vangelo è particolarmente sensibile proprio ad una questione che segna l’esistenza credente: come può la vicenda di Gesù toccare la vita di chi non l’ha incontrato nella sua vita terrena? Come si rapporta l’esperienza di chi vive in un tempo diverso e lontano da quello dei primi testimoni? Insomma è possibile anche per noi incontrare Gesù vivente e risorto? Per questo Luca scrive pagine e parole che racchiudono comunicazione di vita, un appello e un volto.

E’ un messaggio da raccogliere: da noi, che leggiamo il vangelo in tempi lontani da quello di Gesù e  dei primi testimoni e siamo invitati a rintracciare elementi importanti per il nostro oggi. Cerco così di raccogliere solo alcune tracce di spiritualità per il nostro tempo.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Gesù si presenta in  mezzo. E’ un gesto importante: è l’indicazione che l’incontro con Lui avviene solamente nella dimensione del ‘noi’ e non dell’ ‘io’ isolato e separato. C’è una responsabilità personale nell’incontro con Gesù perché ciascuno è chiamato ad accogliere la sua presenza, ma Luca sottolinea che questo riconoscimento avviene là dove una comunità è insieme, attratta da una presenza che si pone in mezzo e che pone l’esigenza di un rapporto personale, non mediato da chi è più importante o più vicino. E questa comunità radunata con lui al centro, è pur percorsa da interrogativi e perplessità, ma insieme. E’ ambiente dove si ascoltano le inquietudini e le scoperte anche di chi ha abbandonato ed è stato preso dalla delusione, come i due di Emmaus, e riporta la testimonianza del proprio cammino. Gesù si fa presente dove si discute e ci s’interroga insieme. Trovo in questa immagine forse un appello per il nostro tempo in cui spesso interrogativi, delusioni in relazione alla vita della chiesa, generano solitudini, abbandoni, percorsi segnati da ferite. Forse siamo chiamati a costruire luoghi in cui ascoltare di più i percorsi della fatica, della delusione, dello scoramento. Lì Gesù stesso si rende presente.

Si può anche cogliere un secondo elemento: il cammino del riconoscere Gesù presente e vivo, non solo accanto ma ‘in mezzo’, centro di attrazione,  è cammino faticoso e graduale. Non avviene secondo la logica del tutto e subito. Luca presenta tra Gesù e i suoi un dialogo fatto di domande, perplessità, dubbi, resistenze, difficoltà. E’ soprattutto uno scambio in cui emerge forte la capacità di pazienza di Gesù, il suo saper attendere, la compassione per un cammino zoppicante e incerto. Nello stare in mezzo accompagna ad un cammino interiore. La fede è così presentata come esperienza in cui non sono assenti fatica, dubbio, incertezza, in cui c’è bisogno di tempi di maturazione e di crescita. Non si determina per chiarezza di dottrine o di appartenenze proclamate. Luca ci fa intendere che il percorso del credere implica aprirsi all’incontro con Gesù ed è da lui guidato e accompagnato. Non c’è la separazione netta tra chi sta dentro e chi sta fuori, come spesso si desidera secondo logiche di esclusione, quando si riduce la fede ad una appartenenza di gruppo o ad una questione di adesione dottrinale. Incontrare Gesù in modo nuovo, dopo la Pasqua è cammino di esistenza, reca in sé la complessità come tutti i movimenti profondi della vita. E’ relazione che esige delicatezza, come tutti i percorsi degli incontri umani ci insegnano. E Gesù non è impaziente, non ha parole esigenti e ultimative. Accompagna, poco alla volta, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. “Perché siete turbati e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”: nel cammino del credere non è assente il dubbio, il disorientamento che rendono pensosi e incerti. “E non credevano ancora, ed erano piani di stupore”. Tra meraviglia e incredulità. Spesso anche la nostra vita si svolge entro questi labili confini. Stupore per qualcosa di grande e profondo che attira, e nel medesimo tempo incapacità ad accogliere, indifferenza, difficoltà nell’affidarsi, pigrizia nell’operare scelte conseguenti a quanto si è compreso.

E ancora è Gesù ad accompagnare ad entrare nella scoperta del riconoscimento di Lui. Come riconoscerlo nel nostro quotidiano? – è l’insistenza di Luca in questa pagina-. Gesù conduce a riconoscerlo non con istruzioni, ma con una domanda e in un gesto, nella condivisione: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. In questa richiesta semplice e nella proposta di mangiare insieme sta un modo di pensare alla relazione con gli altri, sta anche forse tutto un metodo educativo. Un metodo non di prescrizioni, ma di accompagnamento, non di convincimento intellettualistico, ma di coinvolgimento nell’amicizia, non di esigenza ma di pazienza nel condividere, non di astratte teorie ma di gesti che toccano la concretezza della vita. Un metodo di attenzione all’umano, al quotidiano, alle piccole cose. C’è da sostare su questa richiesta. Esprime l’importanza del mangiare insieme come luogo in cui si ricordano i momenti in cui Gesù ha condiviso i pasti in tanti modi nella sua vita, facendo di quelle tavole luogo di accoglienza e ospitalità ricevuta e donata, fino all’ultima cena. Riconoscerlo si rende possibile là dove si condivide il pane, la quotidianità, l’esistenza che si fa pane spezzato.

“Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi”. Gesù rinvia i suoi a ricordare le sue parole, a riandare al suo cammino. E li accompagna anche a rileggere le Scritture, Mosè, i profeti, i salmi. Sta qui l’indicazione una spiritualità che ritorna all’essenziale, che non vive di tante sovrastrutture ma respira del ripercorrere i passi della vita di Gesù. E’ l’indicazione di imparare a riconoscerlo nella sua umanità, nelle sue scelte, nelle sue parole. E’ tornare al vangelo. Nel nostro tempo, al di là delle convinzioni religiose c’è un grande interesse per i gesti e le parole di Gesù, in una ricerca che si sforza di cogliere il profilo del profeta di Nazaret. Non è forse un segno del nostro tempo? E’ ciò che sta anche a cuore a Luca: Gesù che mostra le manie  i piedi e dice “sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi”. Certamente c’è in queste parole l’insistenza sulla presenza del risorto non come costruzione di fantasia dei discepoli. Il suo darsi ad incontrare non è costruzione psicologica, è dono inatteso, è evento che irrompe dal di fuori di loro e pure genera una trasformazione interiore e profonda.  Ma c’è in queste parole  anche l’indicazione che non si può incontrare Gesà risorto se non si guarda  al crocifisso e se non si percorre la sua via. “Mostrò loro le mani e i piedi”.

Sono le mani e i piedi del crocifisso: Gesù presente in mezzo ai suoi è il medesimo che ha vissuto il rifiuto da parte dell’autorità religiosa del tempo in complicità con il potere politico, è il medesimo che vissuto nella povertà e nella nonviolenza la sua vita, in attenzione per chi era perduto e lasciato in disparte, facendo della sua esistenza una vita consegnata totalmente al Padre e spesa per gli altri. Gesù invita a tornare lì, alla concretezza del suo cammino umano a scoprire lì il senso della propria vita.

E invita anche a ripercorrere una storia di incontro, la storia di alleanza di Dio con il suo popolo. Invita a rileggere le Scritture. Dovremmo riandare alle Scritture, leggerle come parole che parlano di Dio ma che parlano anche della nostra umanità, condivisibili con tanti, credenti e non credenti, per scoprire il senso del vivere, gli orizzonti di una vicenda che ci pone a camminare sulla terra insieme.  Riscoprire in quelle parole contenute nella Scrittura le tracce di un volto e di una presenza, parole che coinvolgono in una storia in cui anche noi possiamo vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente. E farci accoglienza e risposta, nel nostro tempo, con una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

L’immagine riprende  l’affresco del crocifisso del beato Angelico al Convento di san Domenico di Fiesole nella sala del Capitolo.

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