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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Solennità Corpo e sangue di Cristo – anno C – 2016

IMG_0037_2.jpg(Giardino volante – Pistoia)

Gen 14,18-20; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17

‘Melchisedek re di Salem, offrì pane e vino’: Melech in ebraico significa re. Sedek indica ‘giustizia’. Melchisedec è nome di un re di giustizia e di shalom (pace). Indicato come sacerdote del Dio altissimo, re di Gerusalemme città dello shalom, della pace. Questa enigmatica figura che si fa incontro ad Abramo racchiude la promessa e l’attesa di giustizia e pace che segna la storia. Ed è presenza di riferimento a Dio altissimo prima ancora di ogni alleanza e della legge. E’ espressione dell’orizzonte di tutta il cammino di Abramo. Il suo gesto nell’incontro è offerta di alleanza: presenta pane e vino e con la sua ospitalità permette alla tribù di Abramo di riposare. L’incontro si chiude con una benedizione. Al cuore di questo incontro i segni del pane e del vino, segni di accoglienza e ospitalità.

‘Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono…’ (Lc 9). I gesti di Gesù generano condivisione, ristoro, pace. La sua parola e il suo agire danno possibilità di condividere il poco cibo, perché tutti possano mangiare fino ad essere sazi: non si tratta tanto di moltiplicazione dei pani che costituirebbe un miracolo strepitoso. Dietro ai gesti di Gesù si nasconde un miracolo forse più profondo, ma meno eclatante: l’ordinaria opera di distribuzione iniziata da una parola di bene, da un invito a condividere il poco che c’è per farne parte. Luca riprende da Marco questa narrazione e ne individua un passaggio decisivo nella vita di Gesù. Subito dopo infatti Gesù presenta la sua missione di figlio dell’uomo che subisce il rifiuto umano ma rimane fedele al progetto di Dio alla sua missione e incontra l’approvazione del Padre (nell’episodio della trasfigurazione Lc 9,18-22). E si dirige decisamente verso Gerusalemme.

In questa pagina Luca tesse alcuni rinvii al racconto del dono della manna nel deserto (Es 16,8.12; Num 11,21). Anche ora vi è un luogo deserto, vicino a Betsaida. E’ poi evocato un episodio della vita di Eliseo, profeta di Dio (2Re 4,42-44). A lui si era infatti presentato qualcuno offrendogli primizie ed Eliseo lo invitò a distribuirle: ‘Dallo da mangiare alla gente’. Di fronte all’obiezione ‘come posso mettere questo davanti a cento persone?’ l’invito è ribadito: ‘Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ne mangeranno e ne avanzerà anche’. Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore’. La parola del Signore è promessa che il cibo condiviso non viene meno e la parola del profeta si fa interprete di questo invito per un fecondità nuova.

Attraverso tali richiami Luca pone in risalto il significato dell’esperienza eucaristica della prima comunità. I gesti compiuti da Gesù mentre il giorno stava per declinare, sono i medesimi presentati nell’incontro con i due di Emmaus, vissuti in un altra sera. Anch’essi al tramonto pregano lo sconosciuto che si era accostato a loro nel cammino: ‘resta con noi perché si fa sera’. Nella locanda i gesti di Gesù sono ancora quelli di prendere il pane, pronunciare la benedizione, spezzarlo e porgerlo ai discepoli. Sono i medesimi gesti che Luca riporta all’ultima cena: ‘Poi, preso un pane lo spezzò e lo diede loro dicendo: ‘questo è il mio corpo che è dato per voi…’ (Lc 22,19).

La distribuzione dei pani non è solo memoria del gesto di Gesù, ma reca in sé un invito ad andare al senso profondo del gesto dello ‘spezzare il pane’ – questa è l’espressione con cui nella prima comunità cristiana si indicava l’eucaristia – ripetuto nelle comunità nel ritrovarsi dopo la sua morte e risurrezione. La sua presenza continua nella comunità e rende responsabili i discepoli: ‘date voi loro da mangiare’.

Gesù chiede ai suoi di mettere a disposizione ciò che si ha, inizia un movimento di condivisione che contro ogni aspettativa non impoverisce, ma porta a moltiplicare, ad scoprire fecondità inattese. Porta infatti abbondanza per tutti. I discepoli sono i primi coinvolti in questa distribuzione: ‘E mangiarono e si saziarono e dei pezzi avanzati ne portarono via dodici panieri’. La comunità è chiamata a centrare la sua attenzione verso ‘tutta questa gente’ di affamati e a vivere lo stupore di un’abbondanza nuova.

Spezzare il pane insieme, fare eucaristia trova il suo autentico senso e compimento nel distribuire il poco. Non nel trattenere ma nel restituire: non è solo un dare a chi ha bisogno, ma significa vivere l’esperienza del far parte insieme. E’ tutt’altro che evento individuale e intimistico, ma spalanca agli orizzonti di una relazione nuova, di un modo di intendere la vita come ‘spezzare il pane’, dono e condivisione.

Alessandro Cortesi op

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Corpo

Tre testi per pensare al corpo.

Il primo è una poesia di Wislawa Szymborska che rinvia alla capacità di male nel torturare i corpi di chi innocente viene sottoposto alla violenza: la tortura è violenza che attraversa i tempi. E il pensiero va a Giulio Regeni e a tutti i giovani spariti e torturati in Egitto…

Torture


Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
 prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo
ne risponde
 era, è
e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso,
il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

(Wislawa Szymborska)

Un secondo testo è una breve frase di un vescovo di Gerusalemme del IV secolo, uno sguardo limpido sull’importanza del corpo a fronte di modi di concepire la vita per cui il corpo non conta ed è da negligere, nascondere, disprezzare: “Non tollerare nessuno di coloro che affermano che questo corpo è estraneo a Dio” (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi prebattesimali IV, 22).

Infine un testo di Etty Hillesum, testimone in tempi drammatici di una ricerca e di una profondità di ascolto del proprio corpo, di tutta la sua vita e delle sue profondità insondate: “L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì mio Dio sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi ad ogni battito del mio cuore cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di salvare te, mio Dio. E altre persone che sono ridotte a ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessun se si è nelle tue braccia. Mio Dio è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi e di prepararli fin d’ora in noi stessi. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno?” (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi 1996, 169-170)

“Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Etty Hillesum, Diario, 238-239)

Alessandro Cortesi op

 

XVIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

DSCF6026Es 16,2-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Man hu: che cos’è?” è la domanda rivolta a Mosè di fronte allo strano fenomeno della manna, – una forma di essudazione di un arbusto del deserto – nutrimento che permise al popolo d’Israele di proseguire il cammino. “Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce in questo segno un intervento del Signore e se ne fa interprete. E’ la risposta da parte di Dio alla ribellione del popolo, stanco e logorato del cammino nel deserto.. “In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!’…” (Es 16,2-3).

Il bisogno di cibo e di sicurezze immediate rende impazienti e sospettosi e fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, là dove il cibo era assicurato. Il verbo ‘mormorare’ indica un atteggiamento profondo di ribellione e di sospetto che dubita della presenza vicina di Dio. Il dono della manna è anche una sfida che apre ad un incontro: ‘io sono il Signore vostro Dio’. La mormorazione degli israeliti è primo passo dell’idolatria che conduce a sostituire nella vita la signoria di Dio con qualcos’altro: nella Bibbia è questo il grande peccato. E’ l’atteggiamento contrario alla fiducia nell’alleanza; anziché riconoscere il Dio vicino e affidarsi alla sua promessa si ricercano sicurezze immediate. La nostalgia di cibo sicuro anche perdendo la condizione di libertà è nutrita dal dubbio che Dio sia vicino.

La manna e le quaglie sono segni offerti di fronte alla ribellione ed al sospetto.: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4). Ma la manna potrà essere raccolta solamente per quanto è sufficiente per una giornata, è rinvio a mantenersi nell’attesa: quello che è sufficiente senza accumulo per il domani. Per comprendere che la vita del popolo in cammino trova la sua stabilità ed il suo futuro unicamente nell’affidamento a Jahwè, oltre ogni altra sicurezza. E’ proposta di un percorso di apertura alla provvidenza di Dio.

Il segno dei pani narrato dal IV vangelo al cap. 6 ha come sfondo il dono della manna nel deserto. Ad esso seguono le parole di Gesù alla folla che lo seguiva, in un discorso nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Emerge evidente una incomprensione di fondo tra le parole e l’agire di Gesù e le attese della folla: la folla cerca Gesù perché ha trovato sazietà, ma il pane stesso è segno di un vita condivisa. “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27).

Gesù critica una ricerca che si pone secondo la logica dell’idolatria, per assecondare i propri bisogni dove anche il suo agire è strumentalizzato. La ricerca della folla non è nella disponibilità all’annuncio ma è ripiegata nella propria attesa di sicurezza. Gesù conduce gli interlocutori a compiere una traversata, da un livello di attese immediate ad un altro livello più profondo: il pane che Gesù dà, presente nel segno dei pani distribuiti, è la sua stessa vita, è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia per poter intendere in modo nuovo il senso della propria esistenza.

Compiere tale traversata è passaggio arduo, implica l’affidamento a lui, l’aprirsi al credere, che per il IV vangelo è lasciarsi coinvolgere in un incontro personale. I segni costituiscono occasione iniziale di un cammino a lasciarsi cambiare, fino a quell’unico segno che è la sua morte dove si manifesta la gloria/presenza di Dio. Incontrare Gesù è cammino che conduce a riconoscere che la sua presenza è al centro delle attese più radicali del cuore umano.

La questione fondamentale infatti verte sul credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29). Il segno che Gesù dà per credere è il segno del pane, rinviando coloro che lo ascoltavano al segno della manna nel deserto. “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

Ricorre con insistenza il verbo ‘dare’ Gesù intende la sua vita nel ‘darsi’. L’itinerario del credere viene suggerito come accoglienza di colui che Dio ha mandato, nel riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna costituiva un invito a concepire il cammino nel deserto come percorso di fede. Ora Gesù presenta se stesso: “Io sono il pane della vita”. La sua vita è nutrimento per far camminare nel percorso della vita. E’ pane che può dare senso alla nostra vita e che la apre ad un orizzonte nuovo di rapporto con il Padre.

DSCF6012Alcune riflessioni per noi oggi

Una prima riflessione può riferirsi al passaggio, alla traversata a cui Gesù conduce, dalle opere all’opera del credere: l’opera di Dio è entrare nell’incontro con Gesù che si presenta pane vero, disceso dal cielo. Il cuore del credere sta in un incontro difficile a cui lasciarsi spingere e verso cui orientare il cammino. Riconoscere Gesù nel segno dei pani è entrare nel significato della sua vita come presenza che dà da vivere, e offre nutrimento. L’incontro con Gesù è scoperta che la sua vita data, condivisa è luogo di incontro con Dio e scoperta del senso più profondo della stessa vita umana.

Sono trascorsi due anni dal rapimento di Paolo Dall’Oglio gesuita fondatore del monastero di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria avvenuto tra il 28 e 29 luglio 2013. Il suo impegno contro il regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano, fu interrotto dal rapimento nei dintorni di Raqqa. Il monastero di San Mosè l’Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco, era un segno di come diversi percorsi fede, nelle diversità, potessero incontrarsi e condividere ciò che sta al fondo dell’esperienza del credere piuttosto che dividere. Così ne ha parlato Domenico Quirico che ha sperimentato rapimento e prigionia nella sua esperienza di giornalista: “Mi interessano questi uomini come me, con la morte sotto i piedi, e la paura che, inevitabilmente, sale nel petto. Il momento in cui una vita con Gesù sembra non servire a niente, parabole, vangeli, preghiere… e ora tocca a ciascuno farsi strozzare dalla propria morte. Il silenzio apparente di dio, un dio addormentato, indifferente che assomiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non c’è. Non vogliono morire questi uomini. Forse anche loro chiedono il miracolo: la porta della prigione che si apre, gli aguzzini che scompaiono… Anche a loro per un attimo quella sembra la condizione necessaria per credere. Uomini, solo uomini… Due anni… La lezione più importante e inascoltata di tutto il Libro: la religione senza miracoli” (Il Papa: liberate Dall’Oglio ostaggio dove Dio non c’è, in “La Stampa”, 27 luglio 2015). Il dramma di Paolo Dall’Oglio è un frammento del dramma più vasto della Siria e del suo popolo che sta vivendo da anni la sofferenza della guerra, della migrazione, della vita da profughi.

‘Idoli della Chiesa’ è il titolo di uno dei volumetti della collana “Lampi”, scritto da Severino Dianich. La tentazione dell’idolatria non è lontana ma fa parte del quotidiano della chiesa: C’è un mormorare che implica incomprensione del cammino a cui Dio ha condotto, e sospetto sulla sua presenza: «sono i nostri idoli. Dovremmo andare a scovarli nel cuore, negli atteggiamenti e nelle azioni del singolo cristiano, delle famiglie, di ogni aggregazione sedicente cristiana» nella tensione a riscoprire il senso del «comandamento dell’unico Dio, dell’unico Signore».

C’è una ricerca di sicurezze, un rifiuto a vivere del nutrimento donato e nella fiducia, che impedisce di scorgere il pane offerto e da non trattenere, perché sia condiviso. La chiesa deve ricordare che essa non è il regno di Dio, ma a servizio del regno per cui Gesù è venuto, perché uomini e donne abbiano la vita in abbondanza. C’è da chiedersi se non stia qui la testimonianza attesa oggi dai cristiani, quale eco del vangelo: essere capaci di nutrire le attese di vita, di condividere il pane e l’esistenza, di scegliere uno stile di semplicità, non preoccupato dell’accumulo, ma attento al presente e capace di ascolto dell’altro. La testimonianza cristiana attorno al segno del pane è chiamata a guardarsi dai sottili richiami delle varie idolatrie che si nascondono anche in una vita fatta di tanti bisogni, di tanti mezzi e così occupata al punto da dimenticare il senso stesso del cammino dell’umanità.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno B – 2015

fc17-4(mosaico – Basilica san Marco Venezia)

At 4,32-35; 1Gv 5,1-6; Gv 20,19-31

La pagina degli Atti degli apostoli presenta un quadro della primitiva comunità cristiana ponendo al centro lo stile di una vita comune. Lo presenta secondo i tratti di un ideale da raggiungere. La fede in Gesù rialzato da Dio suscita un modo nuovo di concepire l’esistenza in una comunità di uguali. Il centro da cui scaturisce l’esperienza di questa comunità sta nella risurrezione di Gesù e nella responsabilità della testimonianza che da questo incontro proviene: “Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù”. La condivisione reale dei beni e la comunanza di vita sono la espressione concreta della fede e sua traduzione storica: “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo ed un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano”.

La prima lettera di Giovanni pone in risalto il medesimo stile che il brano degli Atti presenta in forma descrittiva: la fede nel Signore risorto genera un incontro segnato dall’amore, indicato come comunione, con lui e con gli altri: “Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato”. L’incontro con il Cristo vivente conduce ad un modo nuovo di intendere la propria vita. Il riferimento radicale al Dio ‘colui che ha generato’ apre a scorgere il suo volto come fonte di vita, forza di generazione. Da qui sorge l’esigenza di un amore che si apra agli altri. E’ il volto di figli e figlie creati da Dio per camminare insieme.

Al centro del IV vangelo sta una beatitudine che tocca l’esperienza del cerdere: “Beati quelli che, pur non avendo visto crederanno”. L’intero IV vangelo offre diversi itinerari del credere: Tommaso in questa pagina è esempio di chi vive la fatica del credere e il suo cammino assume i tratti del percorso di ogni discepolo. E’ infatti accompagnato a passare da una fede ancora immatura, intesa come verifica di evidenze, bisognosa di miracoli, appoggiata sui segni e sul vedere, ad un credere che si affida alla testimonianza.

Giovanni, insiste su due aspetti particolari: nel presentare l’incontro nuovo dei discepoli con Gesù dopo la sua morte. Gesù è incontrato come colui che si pone in mezzo ai suoi, centro di nuovo raduno, e giunge in modo nuovo. Il Risorto è il medesimo Gesù incontrato prima della Pasqua, colui che ha vissuto la sofferenza e la morte. Non è un altro: la gloria della risurrezione non sta senza il passaggio attraverso la passione e la morte: “Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. La narrazione del suo presentarsi in questo modo risponde all’inquietudine di Tommaso: fa cogliere l’identità e la continuità tra la sua esperienza prima della Pasqua e la sua vita nella situazione nuova della risurrezione. Nel medesimo tempo è un presentarsi come diverso: la modalità del suo esserci non è più come quella di prima. Ora egli chiede di essere incontrato nella fede. La sua presenza è interiore, genera una gioia profonda nel cuore: l’incontro con lui sarà vissuto nell’accogliere la missione che egli affida e nel vivere i doni dello Spirito e della pace.

Gesù è il medesimo che ha percorso le strade della Palestina, che ha incontrato i suoi e ha annunciato il regno di Dio, morendo sulla croce, e nello stesso tempo egli è diverso, è il Risorto. Accompagna i suoi ad entrare in una nuova comunione con lui. Un incontro nello spirito e nel dono della pace e dell’invio. Si attua così un nuovo dono dello Spirito: come sul primo uomo Adamo Dio aveva alitato un soffio di vita (Gn 2,7), come sulle ossa aride della visione di Ezechiele era stato invocato il soffio dello Spirito per vivificare quei morti (cfr. Ez 37: “Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano…), simbolo del rialzarsi del popolo d’Israele dopo le sofferenze dell’esilio, così ora il soffiare di Gesù sugli apostoli è dono dello Spirito che sgorga dalla Pasqua: una nuova creazione che ha inizio. Sulla croce l’ultimo respiro di Gesù era stato visto dall’evangelista quale consegna dello Spirito Santo (Gv 19,30: Ed egli chinato il capo donò lo Spirito). Ora lo Spirito è donato con la missione di continuare l’opera di Gesù del perdono dei peccati.

“Come il Padre ha mandato me così anch’io mando voi”: l’invio degli apostoli ha le sue radici nella missione del Figlio da parte del Padre, affonda le sue origini nel mistero della vita trinitaria e vive nel soffio dello Spirito che è dono della Pasqua. ‘come il Padre così…’ non indica solo una somiglianza ma dice che l’invio dei discepoli trova la sua origine e forza nel primo movimento che sta al principio della vita di Gesù stesso: è la missione del Padre che genera l’invio e manda gli apostoli ad essere continuatori dell’opera di salvezza di Cristo. Testimoniare la pace, per i credenti è accogliere il dono della risurrezione e farsene responsabili nella storia.

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Alcune osservazioni per noi oggi

Una prima osservazione può essere fatta nel confrontarsi con pagine che presentano un quadro di orizzonte, e che ha tratti di indicazione di percorso, non pretesa di attuazione. La vita comune delle pagine degli Atti dice i tentativi delle prime comunità di accogliere una modalità di rapporti che può essere piena solamente nel regno di Dio. Il rischio di una lettura ingenua consiste nel rapportare alle traduzioni storiche quelle che sono indicazioni di prospettiva e di impegno. Condividere le proprietà è cammino esigente e da condurre e tuttavia non è facile e ha sue traduzioni diverse ed una sua gradualità anche in chi cerca seriamente di viverlo. Così il mettere ogni cosa in comune è prospettiva che può guidare l’impegno di tutta una vita e che rinvia a cammini sempre ulteriori.

Tale attitudine di lettura può essere un aiuto per intendere le profonde esigenze della vita evangelica rapportandole ad uno sguardo di realismo e di consapevolezza della precarietà e insufficienza della vita umana. Sta qui la radice dell’esperienza della misericordia.

Può essere questa una riflessione rilevante nel cammino in preparazione al Sinodo che si terrà ad ottobre sulla famiglia. Si tratta di individuare infatti vie per discernere la chiamata del vangelo in rapporto ad ogni scelta esistenziale, sia in quella del matrimonio, sia nelle forme diverse di sequela di Gesù, cogliendo soprattutto la dimensione di tensione e di precarietà, di imperfezione, sì, esattemente di imcompiutezza e lontananza dall’ideale – pur nell’orientamento e nel desiderio -, proprie di ogni percorso umano.

Nessuna di esse si pone come perfezione raggiunta o adempimento pieno della chiamata, ma come tensione ad una risposta basato sull’accoglienza di un dono, davanti a Dio e per l’umanità. Come per ogni condivisione e per sperimentare la vita comune, tutte le scelte orientate al vangelo hanno bisogno di cammino paziente, si aprono ad approfondimenti e necessitano di perdono e di vie di misericordia laddove vi siano percorsi interrotti, fallimenti, incapacità, fatiche. Il vangelo è bella notizia perché dono di Dio che fa sgorgare aperture inedite di vita nuova dove sembra che non ci sia possibilità di futuro.

Enzo Bianchi a tal proposito ha scritto in questi giorni: “Perché allora non si usa misericordia verso il matrimonio andato in frantumi, mentre non fa alcun problema se un religioso, monaco o frate, abbandona la sua comunità e contraddice i suoi voti? La rottura del legame matrimoniale è impossibile, mentre l’abbandono della vita religiosa sembra non turbare, e se il religioso è laico, la dimissione è concessa subito, senza alcun problema (…) Occorre dunque uno sguardo capace di makrothymía, di vedere e sentire in grande, per leggere l’uomo, le sue storie personali, di amore e di fatica, con l’occhio di Dio, in particolare con la sua misericordia e compassione”. (E.Bianchi, Al sinodo serve makrothymìa, Jesus aprile 2015)

In questi giorni è ricorso l’anniversario della uccisione di Dietrich Bonhoeffer (9 aprile 1945). La sua vicenda costituisce una forte testimonianza in un tempo di prova, della fedeltà al vangelo e della responsabilità nel vivere scelte in coerenza al vangelo anche quando queste pongono a rischio la propria vita. La sua fedeltà a Dio e nel contempo la fedeltà alla terra sono una delle maggiori eredità che Bonhoeffer ha lasciato, con il suo messaggio a scoprire un modo di vivere il vangelo non come religione che difende e protegge una vita al riparo da ogni rischio, ma come fede che rinvia alla testimonianza e ad una presenza capace di critica e responsabilità nel proprio tempo. Uno tra gli scritti di Bonhoeffer in cui tradusse questa istanza di responsabilità verso l’altro e la storia ha proprio come titolo ‘Vita comune’.

Viviamo tempi segnati da fenomeni inquietanti e nuovi: il terrore come strumento di guerra, la violenza pervasiva nelle forme dell’uso delle armi e nelle forme nascoste dell’economia che uccide, l’orrore come modalità di dominio nell’era mediatica. Le parole della prima lettera di Giovanni non ci appaiano come una pia illusione di sognatori: esse costituiscono il punto di riferimento fondamentale della nostra fede e della nostra vita. Anche nelle contraddizioni del presente i cristiani sono chiamati a porre al centro la Parola del Signore e a ri-centrare la loro vita sull’annuncio della risurrezione. L’evento della risurrezione è germe di un mondo nuovo che sta crescendo nella storia e che ci chiama ad essere responsabili.

Il massacro degli studenti di Garissa, ha alcuni tratti particolarmente atroci perché ha colpito un luogo come l’università dove si formano i giovani ad assumersi responsabilità di pensiero e di orientamento, per una responsabilità civile. Garissa inoltre era – e speriamo sarà ancora – una università dove convivevano insieme in modo pacifico giovani di diverse religioni, cristiani e musulmani, segno di un incontro possibile che ha il nome di ‘comunione’ e da favorire nelle forme del dialogo della vita quotidiana proprio nel tempo dell’offensiva dei fautori di intolleranza. Di fronte ai seminatori di morte siamo chiamati in modo nuovo a riporre al centro il riferimento alla risurrezione, anche ricordando quei 150 studenti non come un numero, ma dando un volto e scoprendo nei loro volti e sogni la forza di vita che essi comunicano: i loro nomi sono scritti nel libro della vita, non sono dimenticati dal Dio della compassione come seme di un sogno di convivenza in cui condividere la propria umanità.

Alessandro Cortesi op

III domenica di Pasqua – anno B – 2012


At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a; Lc 24,35-48

Si possono leggere le pagine del vangelo come pagine lontane, da scavare e da studiare senza che da esse l’esistenza ne sia toccata e cambiata. Oppure si può sostare davanti ad esse, o meglio, si può accogliere l’invito ad entrare in esse, a percorrerle, a individuare fessure di vita tra le righe, e rimanerne coinvolti, aprendosi a leggerle come pagine attraverso le quali rintracciare parole che celano una presenza, e recano un dono d’incontro. Parole per noi, per me. Parole significative per cammini di fede e di comunità nel nostro presente.

Luca nello scrivere il suo vangelo è particolarmente sensibile proprio ad una questione che segna l’esistenza credente: come può la vicenda di Gesù toccare la vita di chi non l’ha incontrato nella sua vita terrena? Come si rapporta l’esperienza di chi vive in un tempo diverso e lontano da quello dei primi testimoni? Insomma è possibile anche per noi incontrare Gesù vivente e risorto? Per questo Luca scrive pagine e parole che racchiudono comunicazione di vita, un appello e un volto.

E’ un messaggio da raccogliere: da noi, che leggiamo il vangelo in tempi lontani da quello di Gesù e  dei primi testimoni e siamo invitati a rintracciare elementi importanti per il nostro oggi. Cerco così di raccogliere solo alcune tracce di spiritualità per il nostro tempo.

“Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro”. Gesù si presenta in  mezzo. E’ un gesto importante: è l’indicazione che l’incontro con Lui avviene solamente nella dimensione del ‘noi’ e non dell’ ‘io’ isolato e separato. C’è una responsabilità personale nell’incontro con Gesù perché ciascuno è chiamato ad accogliere la sua presenza, ma Luca sottolinea che questo riconoscimento avviene là dove una comunità è insieme, attratta da una presenza che si pone in mezzo e che pone l’esigenza di un rapporto personale, non mediato da chi è più importante o più vicino. E questa comunità radunata con lui al centro, è pur percorsa da interrogativi e perplessità, ma insieme. E’ ambiente dove si ascoltano le inquietudini e le scoperte anche di chi ha abbandonato ed è stato preso dalla delusione, come i due di Emmaus, e riporta la testimonianza del proprio cammino. Gesù si fa presente dove si discute e ci s’interroga insieme. Trovo in questa immagine forse un appello per il nostro tempo in cui spesso interrogativi, delusioni in relazione alla vita della chiesa, generano solitudini, abbandoni, percorsi segnati da ferite. Forse siamo chiamati a costruire luoghi in cui ascoltare di più i percorsi della fatica, della delusione, dello scoramento. Lì Gesù stesso si rende presente.

Si può anche cogliere un secondo elemento: il cammino del riconoscere Gesù presente e vivo, non solo accanto ma ‘in mezzo’, centro di attrazione,  è cammino faticoso e graduale. Non avviene secondo la logica del tutto e subito. Luca presenta tra Gesù e i suoi un dialogo fatto di domande, perplessità, dubbi, resistenze, difficoltà. E’ soprattutto uno scambio in cui emerge forte la capacità di pazienza di Gesù, il suo saper attendere, la compassione per un cammino zoppicante e incerto. Nello stare in mezzo accompagna ad un cammino interiore. La fede è così presentata come esperienza in cui non sono assenti fatica, dubbio, incertezza, in cui c’è bisogno di tempi di maturazione e di crescita. Non si determina per chiarezza di dottrine o di appartenenze proclamate. Luca ci fa intendere che il percorso del credere implica aprirsi all’incontro con Gesù ed è da lui guidato e accompagnato. Non c’è la separazione netta tra chi sta dentro e chi sta fuori, come spesso si desidera secondo logiche di esclusione, quando si riduce la fede ad una appartenenza di gruppo o ad una questione di adesione dottrinale. Incontrare Gesù in modo nuovo, dopo la Pasqua è cammino di esistenza, reca in sé la complessità come tutti i movimenti profondi della vita. E’ relazione che esige delicatezza, come tutti i percorsi degli incontri umani ci insegnano. E Gesù non è impaziente, non ha parole esigenti e ultimative. Accompagna, poco alla volta, perché sa cosa c’è nel cuore dell’uomo. “Perché siete turbati e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?”: nel cammino del credere non è assente il dubbio, il disorientamento che rendono pensosi e incerti. “E non credevano ancora, ed erano piani di stupore”. Tra meraviglia e incredulità. Spesso anche la nostra vita si svolge entro questi labili confini. Stupore per qualcosa di grande e profondo che attira, e nel medesimo tempo incapacità ad accogliere, indifferenza, difficoltà nell’affidarsi, pigrizia nell’operare scelte conseguenti a quanto si è compreso.

E ancora è Gesù ad accompagnare ad entrare nella scoperta del riconoscimento di Lui. Come riconoscerlo nel nostro quotidiano? – è l’insistenza di Luca in questa pagina-. Gesù conduce a riconoscerlo non con istruzioni, ma con una domanda e in un gesto, nella condivisione: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. In questa richiesta semplice e nella proposta di mangiare insieme sta un modo di pensare alla relazione con gli altri, sta anche forse tutto un metodo educativo. Un metodo non di prescrizioni, ma di accompagnamento, non di convincimento intellettualistico, ma di coinvolgimento nell’amicizia, non di esigenza ma di pazienza nel condividere, non di astratte teorie ma di gesti che toccano la concretezza della vita. Un metodo di attenzione all’umano, al quotidiano, alle piccole cose. C’è da sostare su questa richiesta. Esprime l’importanza del mangiare insieme come luogo in cui si ricordano i momenti in cui Gesù ha condiviso i pasti in tanti modi nella sua vita, facendo di quelle tavole luogo di accoglienza e ospitalità ricevuta e donata, fino all’ultima cena. Riconoscerlo si rende possibile là dove si condivide il pane, la quotidianità, l’esistenza che si fa pane spezzato.

“Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi”. Gesù rinvia i suoi a ricordare le sue parole, a riandare al suo cammino. E li accompagna anche a rileggere le Scritture, Mosè, i profeti, i salmi. Sta qui l’indicazione una spiritualità che ritorna all’essenziale, che non vive di tante sovrastrutture ma respira del ripercorrere i passi della vita di Gesù. E’ l’indicazione di imparare a riconoscerlo nella sua umanità, nelle sue scelte, nelle sue parole. E’ tornare al vangelo. Nel nostro tempo, al di là delle convinzioni religiose c’è un grande interesse per i gesti e le parole di Gesù, in una ricerca che si sforza di cogliere il profilo del profeta di Nazaret. Non è forse un segno del nostro tempo? E’ ciò che sta anche a cuore a Luca: Gesù che mostra le manie  i piedi e dice “sono proprio io! Toccatemi e guardate: un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi”. Certamente c’è in queste parole l’insistenza sulla presenza del risorto non come costruzione di fantasia dei discepoli. Il suo darsi ad incontrare non è costruzione psicologica, è dono inatteso, è evento che irrompe dal di fuori di loro e pure genera una trasformazione interiore e profonda.  Ma c’è in queste parole  anche l’indicazione che non si può incontrare Gesà risorto se non si guarda  al crocifisso e se non si percorre la sua via. “Mostrò loro le mani e i piedi”.

Sono le mani e i piedi del crocifisso: Gesù presente in mezzo ai suoi è il medesimo che ha vissuto il rifiuto da parte dell’autorità religiosa del tempo in complicità con il potere politico, è il medesimo che vissuto nella povertà e nella nonviolenza la sua vita, in attenzione per chi era perduto e lasciato in disparte, facendo della sua esistenza una vita consegnata totalmente al Padre e spesa per gli altri. Gesù invita a tornare lì, alla concretezza del suo cammino umano a scoprire lì il senso della propria vita.

E invita anche a ripercorrere una storia di incontro, la storia di alleanza di Dio con il suo popolo. Invita a rileggere le Scritture. Dovremmo riandare alle Scritture, leggerle come parole che parlano di Dio ma che parlano anche della nostra umanità, condivisibili con tanti, credenti e non credenti, per scoprire il senso del vivere, gli orizzonti di una vicenda che ci pone a camminare sulla terra insieme.  Riscoprire in quelle parole contenute nella Scrittura le tracce di un volto e di una presenza, parole che coinvolgono in una storia in cui anche noi possiamo vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente. E farci accoglienza e risposta, nel nostro tempo, con una testimonianza mite.

Alessandro Cortesi op

L’immagine riprende  l’affresco del crocifisso del beato Angelico al Convento di san Domenico di Fiesole nella sala del Capitolo.

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