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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0210.JPGIs 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente”. Sono parole cariche di quell’utopia che fa marciare la storia: gli assetati anche senza denaro possano trovare acqua per dissetarsi. E’ il delinearsi di un mondo alternativo in cui Dio stesso è provvidenza per tutte le creature: ‘la tenerezza del Signore si espande su tutte le creature. Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente’.

Acqua vino e latte sono simboli di libertà. La terra riconsegnata è ricca di nuova fertilità: una abbondanza di vita e di incontro pervade questa pagina. Dio è rimasto fedele al suo popolo e lo conduce ad un nuovo inizio. Egli stesso preparerà un banchetto e per tutti ci sarà posto: “…preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate” (Is 25,6). Nutrimento, accoglienza, incontro nella pace: è desiderio al cuore di ogni esistenza ed è anche il realismo dell’utopia che genera storia nuova dove si accetta di rischiare in questa direzione.

Gesù accolse nella sua vita questo sogno: lo guidava nei suoi gesti. I pani distribuiti sono il segno di un modo nuovo di intendere l’esistenza. Non come accaparramento ma come condivisione. Ricordano il percorso dell’esodo, la sorpresa di scoprire che Dio provvede per tutto il popolo un cibo che non può essere trattenuto e accumulato, ma va raccolto e sufficiente per un giorno. Quei pani ricordano anche la promessa del banchetto promesso nei tempi ultimi, il grande incontro di popoli attorno ad una mensa dove per tutti c’è posto.

Matteo nel riportare i gesti di Gesù riporta anche quelli che la sua comunità vive nella memoria del risorto. Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i momenti un evento divenuto celebrazione. In questo modo la comunità di Matteo faceva memoria di Gesù e ripeteva il suo gesto di spezzare i pani per darli. E c’è una sottolineatura particolare: ai discepoli sono dati i pani perché essi stessi li distribuissero.

Non è un miracolo strepitoso, legato al desiderio di meraviglia e di eccezionalità propri di tanta sensibilità religiosa. E’ invece indicazione che nel quotidiano sono da scorgere miracoli che si attuano nell’indifferenza dei più. Il moltiplicare il cibo è frutto del distribuire. E’ un miracolo che si può ripetere nella quotidianità quando la vita e i beni vengono condivisi. E’ gesto che ricorda che Dio sogna un mondo in cui non vi sia chi soffre la fame e la sete. ‘Tutti mangiarono e furono saziati’.

La solidarietà nella lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è in questo senso opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani è anche rinvio ad un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli: la testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti e nelle sue scelte la profezia di un mondo di condivisione.

Alessandro Cortesi op

 

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Pane

Ne Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino ambientato nel ponente ligure nel tempo della seconda guerra mondiale, la resistenza è letta con gli occhi di un bambino. Pin, rimasto orfano, vive con la sorella, di nome Nera, che fa la prostituta in via del Carrugio lungo. Pin è una figura solitaria, alla ricerca di qualcuno che lo sappia comprendere e accogliere, lui che vivendo tra adulti non è più bambino e che tuttavia è tenuto a distanza dagli adulti che lo allontanano.

Viene arrestato e messo in carcere per aver rubato una pistola ad un soldato tedesco, e lì incontra Lupo rosso, combattente di un gruppo della Resistenza che lo aiuterà a fuggire insieme a lui. Ma anche Lupo rosso ad un certo punto lo abbandona. Ad un certo punto incontra un partigiano e sente la paura che lo afferra e lo porta a piangere:

““Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?” 
(…)

“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati di prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.

Quell’omone incontrato nel bosco, combattente partigiano, fa parte di un gruppo della resistenza e lo chiamano Cugino: in lui Pin incontra una presenza forte che non si delinea come figura eccezionale, anzi per ceri aspetti rischia di deluderlo come tutti gli altri adulti incontrati. Ma Cugino condivide con lui del pane, gli dà da mangiare e soprattutto lo tiene per mano e Pin sente in quella mano calda qualcosa come il pane.

Pin scopre nel Cugino un amico. Il pane che gli aveva dato è il pane dell’amicizia che suggella anche l’ultima pagina del romanzo nella scena in cui Pin e Cugino se ne vanno nel buio, tra le lucciole, tenendosi per mano.

Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi. (…)

“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
 

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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Corpo e sangue di Cristo – anno A

IMG_3801.JPGDt 8,2-3.14b-16a; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…”

Il ricordo fondante per Israele è un cammino. Quel tempo del deserto rimane punto fermo della memoria a cui tornare, da mantenere nel cuore nei giorni della stabilità e della tranquillità. La fede come incontro con Dio sorge in quel cammino, si nutre della precarietà di quell’esperienza. Nel deserto unico sostegno è la promessa e l’attesa: nel non avere altre certezze si apre lo spazio a scoperte inedite. Nel deserto Israele ha compreso di non bastare a se stesso, ha abbandonato ogni pretesa di autosufficienza e di grandezza. Lì non si può pensare che la felicità stia nel possesso, o nell’abbondanza. Lì si può sperimentare la fame e con essa la sete più profonda del cuore umano. ‘Ricordati che nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame’. Il deserto è spazio della fatica, della fame, della scoperta di essere vulnerabili. E nel deserto il Signore educa a scoprire il senso di un cammino. La fame genera un vuoto che può farsi protesta, ma anche invocazione, attesa e sorpresa per un dono. La manna, dono inatteso è un segno: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane è dono che richiede di non essere accumulato. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno e non accaparrata. Per poter ascoltare la fame anche degli altri e per condividere.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Il pane che Gesù dà è la sua vita. Mangiare il pane distribuito significa entrare in rapporto con lui. Rimanere in lui, vivere per lui: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita”.

E’ questo entrare in rapporto con lui la porta per rimanere. Il IV vangelo parla di vita eterna: è termine che rinvia non ad un futuro lontano ma ad un presente che si apre a dimensioni profonde. Il nostro vivere dipende dal dono di vita di un Altro che si è dato in tutta la sua esistenza, ‘corpo e sangue’ per noi. E Giovanni nel cap. 6 del suo vangelo concentra il riferimento al segno del pane che diviene eucaristia, un entrare in rapporto con Gesù nel mangiare il pane di vita.

I racconti dei vangeli sinottici uniti alla testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi riportano che nel quadro dell’ultima cena Gesù prese il pane e disse ‘questo è il mio corpo dato per voi’. Quel pane spezzato è segno della sua vita spezzata e data: Gesù non intende la sua esistenza come un tesoro da trattenere ma si dà ai suoi. Rivela così il senso profondo della vita: un dono da condividere.

Di fronte all’ostilità e al rifiuto Gesù non è fuggito, non ha mutato direzione: ha continuato a vivere nell’orizzonte che ha segnato la sua missione. Fino alla fine non è venuto meno nell’annunciare il regno di Dio, nell’attuare segni di accoglienza e di guarigione. Sono segni che il mondo nuovo è stato inaugurato. Gesù affronta anche l’arresto e la passione nell’affidamento pieno al Padre, nella fiducia che il regno si attua. Il segno dell’Eucaristia indica per i discepoli una chiamata a diventare dono e non possessori o consumatori delle cose e degli altri.

Gesù intende la sua vita, il suo corpo, ‘dato per tutti’: il suo amore ha un carattere aperto e rende partecipi del suo rapporto con il Padre: ‘io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’ (Gv 17,26). Gesù desidera rimanere con i suoi e continuare il rapporto iniziato nel tempo. E’ desiderio che si allarga ad un popolo numeroso, alla storia dell’umanità.

‘Questo è il mio corpo dato per voi’: l’Eucaristia è il segno della consegna di Gesù. Gesù indica un amore altro rispetto al possesso ed alla strumentalizzazione degli altri. Vive invece la vulnerabilità di chi si affida e di chi si lascia prendere.

Veramente l’uomo non ha fame e sete solo di pane: ha fame e sete profondamente di lasciarsi incontrare da una presenza di amore che lo prende e apre orizzonti sconfinati al suo vivere sin da ora. C’è una vita in dimensioni nuove che già inizia quando ci si apre al dono di un amore che si dà gratuitamente e ci fa rimanere in Lui: chi mangia ha la vita eterna. E c’è anche una promessa: io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Questo cammino, sin d’ora è luogo di esperienza di una vita con i tratti della gioia dell’incontro, della comunione. Un pane che fa camminare nella vita e verso la vita, scoprendo sin da qui un dono che è radice e fondamento del nostro cammino.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. Benché molti e diversi, la chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri, è dono di forza per continuare a camminare nella direzione del costruire rapporti di pace.

Alessandro Cortesi opCelia Smith -- Bird-Sculptures-made-from-Wire.jpg

(Celia Smith, Bird sculptures made from wire)

Nel tempo della regressione

Stiamo vivendo un tempo in cui ha preso piede un movimento contrario ad un orientamento verso un mondo più giusto, capace di riconoscere la dignità di ogni persona, teso verso la promozione di equità e diritti. Più vicino a noi in Ungheria, in Polonia, ma anche in Turchia, in India, in Russia, negli USA di Donald Trump si possono scorgere i sintomi tangibili di una pervasiva corrente di regressione (H.Geiselberger (ed.), La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo, Einaudi 2017).

Chiusure, affermarsi di regimi autoritari, nostalgie di società divise in privilegiati e senza diritti. Nuove forme di dittature si vanno affermando non solo in alcune regioni ma in modo diffuso e cavalcano desideri e paure sorti nel quadro della globalizzazione, nella crisi economica, nell’impoverimento di alcune classi sociali. Da qui i desideri di deglobalizzare il mondo e chiudersi in circuiti di sicurezza e appartenenza. Quando Trump promette ai bianchi di tornare ad avere una sovranità culturale su tutti gli altri si torna indietro al tempo della dominazione dei bianchi sui neri e ad intendere l’umanità divisa tra noi e loro, tra chi è superiore e chi è inferiore.

L’antropologo indiano Arjun Appadurai osserva che è “la perdita di sovranità economica che provoca ovunque una reazione basata sull’idea di sovranità culturale”. Il neoliberismo globale provoca un nazionalismo a sfondo etnico, terreno di coltura di ogni genere di populismo.

Zygmunt Bauman, nel saggio redatto per questo libro prima della sua morte avvenuta lo scorso gennaio,  vede nella divisione tra noi e loro nel mondo in cui non si accoglie la sfida di una grande idea di convivere insieme e nella divisione in tribù che sono giustapposte le une accanto e contro le altre, il punto di origine di un antagonismo che sfocia solo nell’affermazione del più forte.

“In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione. Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione”.

Nel suo saggio Bauman cita papa Francesco scorgendo un orizzonte alternativo alla grande regressione nell’impegno a lungo termine di educare al dialogo: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando».

Lo stesso Francesco aveva parlato del ‘paradosso dell’abbondanza’in un coraggioso messaggio all’Expo di Milano del 2015 sul tema del cibo: “c’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare, mentre lo spreco, lo scarto, il consumo eccessivo e l’uso di alimenti per altri fini sono davanti ai nostri occhi. Questo è il paradosso! Purtroppo questo paradosso continua a essere attuale. Ci sono pochi temi sui quali si sfoderano tanti sofismi come su quello della fame; e pochi argomenti tanto suscettibili di essere manipolati dai dati, dalle statistiche, dalle esigenze di sicurezza nazionale, dalla corruzione o da un richiamo doloroso alla crisi economica. Abbiate uno sguardo e un cuore orientati non ad un pragmatismo emergenziale che si rivela come proposta sempre provvisoria, ma ad un orientamento deciso nel risolvere le cause strutturali della povertà. Ricordiamoci che la radice di tutti i mali è la inequità (…) : “No, a un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa” (EG 53). Questo è il frutto della legge di competitività per cui il più forte ha la meglio sul più debole. Attenzione: qui non siamo di fronte solo alla logica dello sfruttamento, ma a quella dello scarto; infatti “gli esclusi non sono solo esclusi o sfruttati, ma rifiuti, sono avanzi” (ibid., 53). È dunque necessario, se vogliamo realmente risolvere i problemi e non perderci nei sofismi, risolvere la radice di tutti i mali che è l’inequità. Per fare questo ci sono alcune scelte prioritarie da compiere: rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della inequità”.

Ricordare il cammino percorso e sostare sul segno del pane. Pane condiviso nel dialogo e pane spartito nella distribuzione tra i  molti. Nel pane spezzato dell’eucaristia sta l’indicazione di un cammino da percorrere, terreno su cui orientare i passi nel tempo della grande regressione.

Alessandro Cortesi op

Date loro voi stessi da mangiare…

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La condivisione dei pani, è racconto ripetuto più volte nei vangeli e nella redazione è posto in stretta relazione con l’eucaristia (viene esplicitato nel discorso di Gesù presentato nel IV vangelo al cap. 6).

E’ gesto che interroga per coglierne il significato per noi oggi, per un cammino di fede. Il gesto dei pani infatti fu un gesto della condivisione: furono pani e pesce condivisi. A questo gesto fa riferimento il rito religioso dell’eucaristia.

In questo passaggio si è attuata una trasformazione che ha generato uno spostamento ed uno svuotamento dei significati del gesto di Gesù. Uno spostamento contro cui già Paolo era consapevole quando scriveva alla comunità di Corinto, che viveva un rito senza che cambiasse la vita: alcuni infatti non aspettavano gli altri, non accoglievano (1Cor 11). Un rito rischia come tutti i rituali religiosi, di farsi abitudine che pacifica le coscienze ma non modifica la vita. Può anche divenire un atto di esteriorità e di visibilità. Al centro viene posta l’adorazione e la devozione, ma non si attua un cambiamento della comunità chiesa né della società.

Questo gesto ha subito un altro cambiamento: l’eucaristia è divenuto sacramento della presenza di Dio da adorare, da vedere e nella storia si è giunti al non comunicarsi più (con l’uso di non comunicarsi se non ci si era confessati, oppure ad un allontanamento dall’eucaristia in quanto il sacramento anziché essere aiuto per la vita è divenuto ostacolo al camminare nella fede. Ma Gesù ha scelto il pane per dire e significare la sua presenza… dal mangiare si è passati al vedere all’adorare, ma il pane è da mangiare.

L’eucaristia non è il premio dei buoni, ma il pane dei pellegrini, è il cibo per andare avanti nel cammino: è prendere forza nella relazione con Gesù perché la sua presenza ci trasformi e cambi dentro. Accogliere l’eucaristia non è proclamare che siamo buoni ma riconoscerci bisognosi di alimento e di far rimanere la sua presenza in noi, per essere cambiati. Tutti e insieme. Non è un mezzo per un incontro da soli a soli con Gesù, ma è un mangiare che fa divenire, insieme ed in relazione, corpo di Cristo. Questo è molto importante perché abbiamo reso la ‘comunione’ un rito e un fatto privato, mentre essere comunicanti significa entrare in relazione, vivere una nuova appartenenza: ci apparteniamo gli uni e le une agli altri

E’ importante pensare che nel gesto di Gesù stava il desiderio di condividere la mensa, il cibo. Gesù suscitò reazione e scandalo perché a tavola sedeva insieme con peccatori e pubblicani, con gli esclusi e i poveri che lo seguivano e diceva che gli ultimi dovevano essere i primi.

Questo modo di vedere la vita di Gesù si scontra con il modo che noi abbiamo di concepire i rapporti sociali. Gesù non invitava a praticare una sorta di elemosina in questa esperienza della mensa. Il messaggio racchiuso nel gesto della condivisione dei pani costituiva l’indicazione di un modo nuovo di pensare i rapporti e la vita nella società. Un modo che fosse riflesso e accoglienza del progetto di Dio. Per Gesù la possibilità di incontrare Dio non sta fuori dalla storia ma dentro la vita nella concretezza degli incontri. Amare Dio, incontrare il Padre è un’esperienza che sta dentro ad un cambiamento della vita, cambiando il modo di vedere gli altri, le cose aprendosi allo stile di Dio stesso che è quello della condivisione.

Gesù ha vissuto proponendo un progetto di una società completamente diversa da quella in cui viviamo. Voleva una società in cui le persone fossero considerate come uguali con uguale dignità e diritti, tutti importanti e unici.

Noi oggi viviamo una drammatica contraddizione. Un modello di società secondo lo stile della convivialità e della condivisione è in netto contrasto con il sistema economico che ci viene imposto e domina il nostro quotidiano. E’ questo un sistema pensato e gestito per produrre disuguaglianze e iniquità: disuguaglianze di tipo economico con la concentrazione del capitale mondiale in pochi paesi e in grandi imprese multinazionali nelle mani di pochi senza scrupoli nell’usare violenza e dominazione, con il dominio della finanza e lo svuotamento del lavoro delle persone. Sperimentiamo disuguaglianze nel campo dei diritti: milioni di persone non sono riconosciute nel loro essere appartenenti all’unica famiglia umana, e sono costretti a vivere nella paura e nella clandestinità.

Con tutti questi generi di disuguaglianze le religioni possono divenire luoghi di conferma e sostegno di un sistema oppressivo e spesso ne stanno al servizio: utilizzano i loro rituali per tranquillizzare coscienze e perpetuare i sistemi della violenza e della morte.

Oggi è la festa dell’eucaristia. La memoria dei gesti di Gesù che ha invitato i suoi dicendo ‘date loro voi stessi da mangiare’ e nella condivisione dei pani ha accompagnato a scorgere che nel condividere c’è incontro e abbondanza per tutti, apre una domanda: cosa significa continuare i gesti di Gesù? A cosa ci chiama oggi il vangelo?

Alessandro Cortesi op

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XVII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCF59762Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Nel Primo testamento Eliseo è profeta che attua un distribuzione di pani: accogliendo un uomo che gli ha portato alcune primizie, lo invita a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: ‘Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono, secondo la parola del Signore. Con pochi pani il profeta aveva sfamato tanta gente, a partir da un gesto di condivisione.

Il segno del pane è al cuore del capitolo 6 del IV vangelo. La narrazione del segno dei pani nel IV vangelo (Gv 6,1-15) reca alcune tracce del ricordo del gesto di Eliseo. Il pane si rende necessario di fronte ad una grande folla che ha bisogno di mangiare. Un discepolo, Filippo, osserva che il denaro che hanno non è sufficiente anche solo per un pezzetto di pane a testa. Così anche Andrea vede l’esiguità dei pani e dei pesci a disposizione a fronte di tante persone. Ma Gesù stesso prende i cinque pani d’orzo e due pesci e li distribuisce e ce n’è per tutti. Un chiaro riferimento alla vicenda del profeta Eliseo.

Anche si possono cogliere anche rinvii alla figura di Mosè e alla manna e alle quaglie, cibo per il cammino nel deserto (Es 16; Num 11). Nel mondo giudaico era infatti presente l’attesa di Mosè che tornando avrebbe rinnovato il miracolo della manna. Gesù viene così presentato in rapporto a Mosè e Eliseo, grandi profeti.

L’episodio dei pani è situato in un luogo distante dai centri abitati e in un tempo vicino alla Pasqua, elementi che offrono una chiave di lettura per ascoltare il lungo discorso di Gesù sul ‘pane’. Le persone sono una folla immensa (cinquemila), Gesù stesso distribuisce il pane; egli ordina poi di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto, a differenza della manna che deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I dodici canestri con il loro numero sono simbolo del popolo d’Israele e dell’intera umanità.

Il IV vangelo al momento dell’ultima cena di Gesù non riporta le parole sul pane e sul calice ma pone qui, al capitolo 6, alcuni riferimenti all’eucaristia. Il verbo usato per dire l’azione di Gesù è ‘render grazie’ (eucharisteo): “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Il segno dei pani costituisce uno dei ‘segni’ nella prima parte del vangelo (cap.1-11), che rivelano l’identità di Gesù ed invitano ad andare oltre. Accompagna ad una comprensione della sua persona. Gesù stesso distribuisce i pani: con questo gesto rivela se stesso. Il culmine del suo rivelarsi sta nell’espressione di Gv 6,35: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Di fronte a questo segno però sorge una profonda incomprensione delle folle. Esse riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Egli fugge quella ricerca generata solo dal fatto di essere stati saziati. Prende le distanze dalla ricerca di un messia da strumentalizzare a servizio di interessi e necessità.

Il IV vangelo presenta Gesù come colui che convoca il banchetto della fine dei tempi annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, aperto a tutti, e sollecita chi ne fa parte ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza.

L’accenno alla vicinanza della festa di pasqua rinvia al banchetto dell’Eucaristia: il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la vita come pane da spezzare. La condivisione e la distribuzione del pane (il cibo, i beni, le energie, le competenze e con essi tutto ciò che abbiamo e ciò che siamo) costituisce esperienza indispensabile per vivere l’incontro con Gesù stesso.

DSCN0759Alcune riflessioni per noi oggi

Condividere il pane nel tempo degli egoismi. Al banchetto della terra oggi condividere il pane diviene un segno che può rivelare un’umanità capace di compassione.

Si sta svolgendo a Milano l’Expo 2015 sul tema ‘nutrire il pianeta’. Il 1 maggio 2015 papa Francesco ha inviato un video-messaggio in occasione dell’inaugurazione. In esso diceva: “(Gesù) ci ha insegnato a chiedere a Dio Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. La Expo è un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. Cerchiamo di non sprecarla ma di valorizzarla pienamente! In particolare, ci riunisce il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Anche di questo dobbiamo ringraziare il Signore: per la scelta di un tema così importante, così essenziale… purché non resti solo un “tema”, purché sia sempre accompagnato dalla coscienza dei “volti”: i volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno in modo degno di un essere umano. Vorrei che ogni persona – a partire da oggi –, ogni persona che passerà a visitare la Expo di Milano, attraversando quei meravigliosi padiglioni, possa percepire la presenza di quei volti. Una presenza nascosta, ma che in realtà dev’essere la vera protagonista dell’evento: i volti degli uomini e delle donne che hanno fame, e che si ammalano, e persino muoiono, per un’alimentazione troppo carente o nociva. Il “paradosso dell’abbondanza” – espressione usata da san Giovanni Paolo II parlando proprio alla FAO (Discorso alla I Conferenza sulla Nutrizione, 1992) – persiste ancora, malgrado gli sforzi fatti e alcuni buoni risultati. Anche la Expo, per certi aspetti, fa parte di questo “paradosso dell’abbondanza”, se obbedisce alla cultura dello spreco, dello scarto, e non contribuisce ad un modello di sviluppo equo e sostenibile. Dunque, facciamo in modo che questa Expo sia occasione di un cambiamento di mentalità, per smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane – ad ogni grado di responsabilità – non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame. Penso a tanti uomini e donne che patiscono la fame, e specialmente alla moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo”.

Due giorni fa una persona si è fatta esplodere nel giardino di un centro culturale a Suruç, città della Turchia sudorientale al confine con la Siria. L’esito di questa esplosione è stata l’uccisione di trentadue ragazze e ragazzi turchi e un centinaio di feriti. Appartenevano alla Federazione delle associazioni giovanili socialiste e stavano organizzando il loro servizio a Kobane, al confine con la Siria, per partecipare alla ricostruzione della città, simbolo della lotta all’Isis. Da una parte ragazze e ragazzi che si sentivano coinvolti nel dolore e nelle speranze di un popolo da aiutare a sollevare. Dall’altro la folle lucidità omicida di chi con questo gesto pensava di render gloria a Dio, con l’idea di un Dio assetato di sangue e di violenza. Da un lato quindi una giovane che aspirava al premio dei martiri – secondo una visione deformata della religione – dall’altro autentici testimoni di solidarietà umana che contro la loro volontà hanno perso la vita. La morte dei ragazzi di Kobane, la meglio gioventù turca, ci ricorda il senso del condividere. Essi, giovani con progetti e sogni aperti al futuro, intendevano dedicare tempo ed energie per chi viveva nelle macerie della guerra e della barbarie.

Possiamo fare nostro ciò che osserva la scrittrice Joumana Haddad: “a dire la verità, non vorrei dimenticare: non vorrei mai vivere in un mondo dove sia «normale» camminare sui cadaveri per andare a scuola in Libano, dove sia normale sentire che di persone bruciate vive in Siria e venire a sapere che una diciottenne si è fatta saltare in aria in Turchia… Non vorrei vivere in un mondo dove noi esseri viventi saremo più morti dei morti perché avremo perso l’unica cosa che ci rende degni di vita: la nostra umanità” (Non dimentichiamo è l’unico modo di resistere all’Isis, “Corriere della sera”, 22 luglio 2015).

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

193453Mosaico – s.Apollinare nuovo Ravenna, sec. VI –

(nel mosaico della moltiplicazione i pani sono quattro, mentre l’episodio del vangelo parla di cinque pani e due pesci – Mc 6,38; Mt 14,17 -: tale particolare dell’immagine rinvia a riconoscere in Gesù stesso il pane della vita, in rapporto all’Eucaristia).

Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

La prima moltiplicazione dei pani è collocata da Matteo in un passaggio critico della vicenda di Gesù, immediatamente dopo aver udito la notizia dell’uccisione del Battista. L’episodio costituisce una sorta di spartiacque tra una prima fase dell’attività di Gesù e un secondo momento successivo alla morte del Battista. Sino a questo momento Gesù è stato presentato con il profilo del predicatore itinerante e del guaritore. A questo punto Matteo lo descrive in un movimento di ricerca della solitudine nel ritirarsi in un luogo deserto: Gesù si ritira in un luogo solitario. Su questo suo ritirarsi Matteo insiste più volte nel vangelo e lo rende elemento del suo presentarsi nella sua identità più profonda che si manifesta nel suo agire e nel suo stile di vita.

Gesù si ritira ma il sopraggiungere di molte persone che lo seguono genera in lui un nuovo movimento, espresso nei termini della compassione. Compassione è avvertire su di sé le sofferenze e il bisogno degli altri e Gesù lascia che il suo desiderio di solitudine sia interrotto e indirizzato verso l’incontro e ascolto delle folle, verso le loro esigenze: “fu mosso a compassione e guarì i loro infermi”. La giornata è interamente presa da tale accoglienza. I discepoli venuta la sera invitano Gesù a congedare la folla: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. ‘Congedare’ è termine utilizzato per indicare una separazione: Gesù però si rifiuta di mandare via le persone e non intende lasciarle senza nulla. Invita così i discepoli: “date loro da mangiare”. In questo modo prepara un segno: il segno di un banchetto. I discepoli hanno però solo cinque pani e due pesci.

Alcuni elementi indicati da Matteo aiutano a cogliere il significato di questo segno: l’episodio è collocato nel deserto. E nel deserto Israele aveva ricevuto il dono della manna come cibo per procedere nel cammino della liberazione. Matteo rinvia con qualche accenno a questo momento del cammino dell’esodo con evocazione della primavera nell’indicazione dell’erba verde che richiama il banchetto pasquale e con l’esplicitazione che furono sfamati “cinquemila uomini, senza contare le donne i bambini”(cfr Es 12,37).

C’è una sproporzione tra i cinque pani e due pesci e la moltitudine di chi potè mangiare. Questi pani e pesci furono portati a Gesù: ‘Portatemeli qui’ è una parola che dice l’autorevolezza di Gesù, presentato da Matteo come colui a cui i discepoli sono chiamati ad affidarsi. Saranno loro a dare da mangiare alla folla, ma sono invitati a portare a Gesù i pani e i pesci. Gesù pronuncia la benedizione: era quella la benedizione ebraica sul pane: ‘benedetto sei tu Signore, re del mondo che fai uscire il pane dalla terra’. E’ benedizione a Dio, parola di bene rivolta a Dio solo che fa uscire il pane dalla terra, riconoscimento di un dono e di una presenza.

Tutti mangiarono e furono sazi, e il pane fu così abbondante che avanzò. I doni di Dio sono senza misura e i numeri dei cinquemila uomini e delle dodici ceste racchiudono anche un riferimento a significati per la comunità di Matteo. Gesù prepara un banchetto per una folla stanca e bisognosa di attenzione e di cura. E’ il banchetto proprio del messia evocato nel gesto di Davide di benedire il popolo e di distribuire un pane per ciascuno (2Sam 6,19). Il re in Israele aveva come compito provvedere a far sì che il popolo avesse da mangiare. Gesù si pone come messia, sposo del popolo, che non lo abbandona e non lo lascia andare, non congeda, ma dice nel gesto dello spezzare e condividere il pane l’abbondanza di una vita che viene dalla benedizione di Dio che ha cura dell’umanità, e la possibilità di una vita nuova di relazioni fondate sulla condivisione del pane.

Matteo legge in modo simbolico una cura che guarda da un lato ad Israele (nella prima moltiplicazione avanzano dodici ceste rinvio alle dodici tribù) e dall’altro a tutti i popoli (nella seconda moltiplicazione che risulta una sorta di doppione della prima – Mt 15,32-39 – avanzano sette ceste rinvio al numero delle genti pagane, settanta). Suggerisce così al lettore che Gesù prepara un banchetto aperto che non eslcude, ma è invito ad una comunione che include il cammino di tutti i popoli della terra.

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Alcune riflessioni per noi oggi

“date loro voi stessi da mangiare” Matteo vede il gesto dello spezzare i pani da parte di Gesù come un segno che indica lo stile di tutta la sua vita. Dare da mangiare è profonda partecipazione alla sofferenza degli altri: ‘vide una grande folla e sentì compassione per loro’. Il deserto è luogo non solo geografico, ma simbolico. Esso richiama l’esodo e il cammino percorso da Israele. Gesù, presentato con il profilo di nuovo Mosè, si prende cura prova compassione: sente su di sé quel dolore che prende le viscere, condivide le attese e le sofferenze di quelli che sono con lui. Il gesto di spezzare il pane dice la sua cura per la vita, in tutti i suoi aspetti, nelle esigenze immediate e nelle seti più profonde. Questo stile di Gesù è chiamata a seguirlo, a partecipare alla sua compassione per le sofferenze di chi ha fame e sete.

Gesù incarica i suoi di farsi continuatori di questa consegna. Li coinvolge nell’esperienza dell’offrire un dono che viene da una benedizione e genera condivisione. Li educa così ad essere loro stessi a dare seguito al suo inizio. Possiamo chiederci quale sete e fame presente siano presenti nelle persone vicino a noi e in un mondo segnato dall’iniquità e dalla iniqua distribuzione delle ricchezze e dei beni.

“O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Queste parole acquistano una particolare rilevanza oggi: il problema dell’acqua si sta facendo sempre più urgente. L’acqua, da bene per tutti diviene sempre più bene solo di qualcuno; le privatizzazioni delle risorse idriche costringono a dipendere dai grandi monopoli dell’acqua. Nei paesi in cui vi è abbondanza d’acqua utilizzabile per i grandi impianti idroelettrici le privatizzazioni e l’allontanamento di popolazioni che dipendono per la loro sopravvivenza da fonti e fiumi è processo che conduce al soffocamento di intere economie.

I beni che sono per la vita chiedono di essere distribuiti a tutti. Beni comuni come l’acqua l’aria, la terra, ma oltre ad essi la dignità umana non possono essere soggetti alle leggi del mercato, alla compravendita. Beni comuni esigono una custodia particolare perché non siano appropriati da qualcuno senza gli altri o contro gli altri. C’è un’esigenza di gratuità fondamentale nella vita. Un messaggio destabilizzante in una realtà dove tutto ha un prezzo ed anche la vita umana è ridotta in termini di denaro.

Nessuno dovrebbe patire la fame o la penuria di beni essenziali, la mancanza d’acqua e con l’acqua ciò che è necessario per vivere. E’ forte appello al poter partecipare ai beni del banchetto anche da parte dei poveri, da parte di chi non ha mezzi con cui pagare. Un appello alla condivisione. La comunione come orizzonte della vita è così essenzialmente un dono da accogliere, di fronte a cui stupirsi, ricevere e imparare a condividere.

Pane e vino sono i segni di un banchetto, luogo di comunicazione e di relazioni umane, segni che rinviano ad una relazione con Dio che convoca ad una mensa in cui per tutti e per ognuno c’è un posto. In questo testo c’è anche una critica rivolta al tentativo sempre presente di trovare una sistemazione, di ricercare un benessere vano e illusorio, ‘lo spendere i propri beni per ciò che non è pane’. Lo sperpero quando a qualcuno manca l’essenziale. La sovrabbondanza di beni, la ricerca di altre sicurezze o garanzie fa perdere di vista l’alleanza con Dio che si concretizza in stili di vita di solidarietà: far sì che vi sia acqua e pane e latte per tutti. Non un intervento miracoloso dall’esterno, ma il miracolo del fare spazio alla condivisione e all’attenzione all’altro.

Alessandro Cortesi op

 

Corpo e sangue del Signore – anno A – 2014

Brotvermehrung_Evangeliar_aus_Echternach-_um_1045_0272_thumbDeut 8,2-3.14-16; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-59

“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere…”. Il segno del pane spezzato, l’Eucaristia, si collega al cammino. Il ricordo fondante per Israele è il cammino nel deserto. Quel cammino è paradigma di tanti altri cammini nel deserto. Cammini personali e cammini di popoli. ‘Ricordati’ è imperativo fondamentale a ritornare sui propri passi, per scoprire, lì, nel tessuto della vita, degli eventi non solo quelli positivi ma anche queli negativi e faticosi, nell’intreccio degli incontri e dei percorsi umani che s’incrociano, la presenza di Dio che si rende vicino e si fa conoscere proprio nel cammino, nella vita.

La fede sorge nel cammino vissuto nel deserto. La fede si nutre di cammino e di deserto. Nella condizione di chi vive la precarietà e la prova del cammino nel deserto, senza appoggi e nell’aridità che provoca l’emergere di ogni genere di sete, si può aprire uno sguardo nuovo che fa scoprire le attese più profonde del cuore e la presenza più nascosta. Lì può attuarsi il superamento del senso di autosufficienza, del pensare che la felicità possa esaurirsi in un dominio di cose, di beni, di potereche l’efficienza e la velocità possa estinguere la fame e sete profonde del cuore umano. Il deserto è la critica radicale al dominio di un sistema in cui non c’è spazio per la mancanza, per il senso di inadeguatezza, per la povertà.

Eucaristia come pane del cammino dice che la vita, la quotidianità è eucaristia quando viene vissuta secondo la linea del dono, e del ricordo che la vita provinee da un dono, da acqua ricevuta, da pane accolto.

“Ricordati… nel deserto il Signore ti ha fatto provare fame”. Il deserto è spazio della fatica, della precarietà, ma anche del ritrovare le dimensioni essenziali dell’esperienza umana, che è cammino non nella solitudine, ma insieme. Nel deserto, nell’esperienza della fame si apre la scoperta di un vuoto che non può essere colmato se non da un dono. La manna, dono inatteso e sorprendente è motivo di ricordo: ricordati che l’uomo non vive soltanto di pane. Il pane diviene dono che scende in un cuore che si è aperto ad ascoltare tante fami e che non si ferma ad ammassare. La manna può essere raccolta in quantità sufficiente solo per un giorno, non accumulata, non accaparrata. Per lasciar liberi di ascoltare altre fami e di condividere.

‘questo è il mio corpo dato per voi’. Nella cena, Gesù dà il suo corpo: il corpo non è considerato ‘qualcosa’ che gli appartiene, da trattenere, ma Gesù dicendo ‘questo è il mio corpo dato’ si dà ai suoi. In queste parole, che ripetiamo ad ogni celebrazione dell’eucaristia, è racchiuso il senso profondo della vita: un dono che si dà perché non viene da noi, viene da altri, da qualcuno che ci precede.

Il corpo di Gesù è ‘dato per tutti’: c’è una dimensione di universalità insita in questo amore. Il rischio presente sempre nelle relazioni ad ogni livello è quello del possesso e in radice del potere. Il rischio è l’egoismo che non apre agli altri, che non offre ospitalità e accoglienza, che non si lascia sconvolgere da nessun ‘terzo’: è la figura del ‘terzo’ quella che verifica l’amore e la relazione con l’altro. Ed è il terzo che apre ad un senso di relazioni non chiuse nello stretto circuito io-tu ma aperte ad una diversità di presenze, alla dimensione della comunità.

“Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo…” Mangiare insieme un unico pane diviene esperienza che apre a comprendere la possibilità del superamento della chiusura individualistica e del ripiegamento su di sé. Quel pane condiviso è segno della vita di Cristo donata ma è anche segno di una comunità che cresce per divenire unico corpo rimanendo in lui. La chiamata profonda della vita è alla relazione, al costruire un solo corpo. E’ questa la fatica di tanti cammini nella chiesa, nella società, ma sono questi i cammini più autentici. Il pane è segno di comunione, è profezia di un mondo in cui ci si scopra gli uni membra degli altri.

“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Nel IV vangelo il segno del pane è associato alla vita nella sua fragilità, la carne. Il pane che Gesù ci dà è così la sua vita. Accogliere il segno del pane dice entrare in un rapporto vivente con lui, scoprire che la sua presenza si fa vicina nel dono e nella condivisione. La vita di Gesù è stata una vita vissuta per… per il Padre, per gli altri. Una vita nella gratuità, che per questo rivela lRimanere in lui, vivere per lui: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre che ha la vita ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sta qui il senso profondo e nascosto di questa festa. Il nostro poter vivere una vita che scopre le sue più profonde radici – la ‘vita eterna’ nel linguaggio del vangelo – sorge da un incontro.

Tre brevi riflessioni per noi oggi.

Se l’Eucaristia è cammino dovrmemo maturare una sensibilità a non rinchiudere l’eucaristia nel rito o in un oggetto sacro separato dalla vita, e a scorgere come la chiamata fondamentale per chi segue Gesù è quella a vivere la liturgia della vita e la vita come liturgia. A scorgere come sono i gesti di ospitalità, di condivisione i veri gesti eucaristici, come là dove c’è dono e condivisione c’è accoglienza del mandato di Gesù ‘Fate questo in memoria di me’.

Il pane spezzato è dono per tutti, non è premio per i buoni, ma è forza in un cammino per chi avverte la fatica e le ferite del cammino. L’Eucaristia che ripete il gesto di Gesù nello spezzare il pane dovrebbe essere annuncio di questa accoglienza senza esclusioni e come motivo per tutti di riconoscere quanto siamo distanti dal compiere una vita nel segno della gratuità.

Eucaristia è ospitalità e condivisione: ha una valenza politica di cambiamento radicale dei rapporti di forza e indica un cammino di comunione che esige di rendersi visibile nel far sì che per tutti vi sia possibilità di vita nella dignità, nel riconoscimento reciproco e comune. Nel tempo in cui prevale l’ideologia della disuguaglianza sociale e dell’iniquità come dato da accettare, spezzare il pane è gesto di profezia e di speranza verso un modo di pensare i rapporti tra i popoli e le persone non nella logica dello scarto, ma nel sentirsi membra gli uni degli altri, custodi della fragilità degli altri.

Alessandro Cortesi op

 

XVIII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24Gv 6,24-35

“Che cos’è? … non sapevano che cosa fosse”. “Man hu?’’ Da questa domanda sorge il nome della ‘manna’, cibo del deserto, cibo del cammino. Mosè ne spiegò il significato: “E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo”. La manna nel deserto è grande segno nell’uscita dall’Egitto dalla schiavitù, nel momento della prova: in essa sono racchiuse indicazioni essenziali per il cammino dell’esodo. E’ cibo, nutrimento giunto in modo inatteso per saziare fame, per poter andare avanti. Ma è anche pane dato nel momento in cui era emersa la mormorazione e la rivolta contro Dio che aveva fatto uscire dall’Egitto. La manna è donata proprio quando sorge la nostalgia del tempo della schiavitù e la lamentela di fronte alla fatica dell’andare: è pane per proseguire un cammino di libertà, e per scoprire il senso del procedere nel deserto. Non è un percorso per tornare nella condizione degli schiavi, ma è cibo come dono per aprirsi a nuove dimensioni del vivere.

La manna ha quindi la caratteristica di ssere cibo donato: è dato dal Signore, non può essere considerato prodotto della propria attività, né proprietà da trattenere. Sta anche qui la radice dell’indicazione secondo cui il popolo poteva uscire a raccoglierne ogni giorno la quantità necessaria solamente a quel giorno. Non può essere accumulata, messo da parte, accaparrata. E’ sufficiente la razione di un giorno. Va atteso come dono che proviene da altrove, ogni giorno, e che richiede di essere condiviso. E’ cibo che consente di andare avanti solo per quel giorno.

L’atto di accoglierlo mantiene nel senso della precarietà e dell’affidamento. E riconoscere una presenza nascosta del Dio che libera e accompagna. Conduce a non cercare altre sicurezze che sembrano saziare ma sono vane. Al dono della manna è associata la scoperta di un incontro: “saprete che io sono il Signore vostro Dio”. In quel cibo è racchiuso un rinvio ad una presenza, al volto stesso di Dio. E’ un conoscere che passa per la vita. Sta nell’accoglienza del dono ed apre così a un Dio nascosto e che pure si fa vicino nella gratuità. Dio comunica i suoi doni perché si scopra il senso della vita nella libertà del donarsi.

Il dono del cibo si colloca nel momento più duro del cammino del deserto, quando il desiderio di tornare alle piccole sicurezze della schiavitù si fa più forte. Nella schiavitù si mangiava pane a sazietà. Ora, nel cammino dell’esodo, non c’è sazietà. E questa esperienza apre ad uno spazio nuovo, ad intendere la vita in un rapporto profondo vitale con il Dio che guida alla libertà. Non essere sazi implica scoprire il senso profondo della propria esistenza che non può esaurirsi nel far proprio. C’è un mangiare, che non lascia spazio al limite, che porta a dimenticare quella fame profonda di libertà e di senso dell’esistenza nell’incontro.

E’ questo anche il richiamo che Gesù pone nel lungo discorso sul pane: “voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati… datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna”.

La domanda si sposta allora: come fare la volontà di Dio? “Questa è l’opera di Dio che crediate in colui che egli ha mandato”. Gesù presenta se stesso come il pane dal cielo. E’ pane donato dal Padre, che dà la vita al mondo. “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai”. Quel pane è rinvio all’esistenza stessa di Gesù: la sua vita è come pane donato. L’incontro con lui è nutrimento che fa camminare per vivere come lui ha vissuto, per compiere la volontà del Padre, che è volontà di dono e di libertà.

Gesù indica due orizzonti del vivere: cercare il cibo che non viene meno, è il cibo dell’incontro con lui, il contatto con la sua vita che si è fatta pane spezzato e donato. Suggerisce anche l’opera di Dio. Non si tratta di compiere azioni particolari ma di ‘credere’ in lui. Sta qui l’invito ad un affidamento (credere è affidarsi) che non è compimento di pratiche religiose o osservanza di leggi, ma entrare in un rapporto di vita in cui si affida la propria esistenza a lui e si vive la fiducia in lui. Il quotidiano apparentemente senza Dio diviene luogo in cui Dio si fa incontro e chiede di riconoscerlo e dargli spazio in ogni gesto di condivisione.

Spesso desideriamo saziarci di cose, cerchiamo sicurezze che ci piegano alla schiavitù dei faraoni, degli imperi, di questo mondo. Come lasciare spazio nella nostra vita a riconoscere i doni in cui si fa vicino la presenza dono di Dio stesso non fuori dalla vita ma proprio nel cammino?

Gesù che ha fatto della sua esistenza un pane condiviso: ogni pane che viene spezzato ne diviene segno così come ogni vita sensibile alla fame degli altri. Ha indicato un modo di vivere l’esistenza in cui il mangiare insieme e il condividere divengono orizzonte di fraternità. Come vivere oggi una resistenza verso tutto ciò che è esclusione e accaparramento e la proposta di luoghi di condivisione?

Alessandro Cortesi op

XVII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

“Venne un uomo che portò pane di primizie…” Eliseo è un uomo di Dio. Il suo invito ‘Dallo da mangiare alla gente’ è sconcertante. Come possono pochi pani d’orzo e grano appena raccolto sfamare tanta gente? Nel suo gesto c’è anche una indicazione del superamento dei privilegi: l’uomo di Dio vive per portare la parola di Dio e per far parte dei doni. Un dono recato a lui dev’essere distribuito a tutti, non può essere trattenuto. Ma in questa indicazione dell’uomo di Dio c’è anche il rinvio ad ogni uomo.

La sua parola poi si pone in contrasto con la logica del calcolo e della programmazione: dare quei pochi pani contrasta con la constatazione dell’insufficienza per tanta gente. Eppure proprio entrare nella logica del dono può aprire a scoperte impensabili. Si tratta poi di primizie, sono pani importanti, i primi pani impastati con l‘orzo che matura presto. La parola dell’uomo di Dio invita a distribuire ciò che si guarderebbe con attenzione e cura prima di darlo via. Eppure l’invito è perentorio: ‘dallo da mangiare’. La sua parola si fonda sulla fiducia nella parola di Dio: ‘poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne faranno avanzare”.

C’è un protagonista silenzioso di questa scena ed è la presenza di Dio. L’ascolto della sua parola genera una vita che può percorrere strade nuove e sconosciute alla mentalità del calcolo, del pensiero chiuso sul proprio io, e chiede un affidamento gratuito.

Eliseo si rende così strumento di un ‘miracolo’ che è segno che rinvia alla Parola di Dio.  La distribuzione di primizie è compiuta sulla base della sua promessa: proprio nel distribuire ne basterà per tutti ed addirittura ne avanzerà. La fede d’Israele è radicata nell’esperienza dell’Esodo, nel dono della manna, il cibo per ciascun giorno che non doveva essere ammassato, trattenuto, ma raccolto giorno per giorno, dono di Dio che provvede ai suoi figli e dà il nutrimento necessario.

Nel racconto di Giovanni è Gesù al centro. Il contesto è quello della Pasqua vicina: è un gesto che trae luce dal riferimento alla Pasqua. Il luogo dove la scena si svolge è l’altra riva del mare. Quell’altra riva lontano dai luoghi in cui Gesù si deve confrontare con la logica meschina e chiusa di chi non comprendeva e non voleva accogliere i suoi gesti di liberazione. Ed è anche un luogo sul monte.

Gesù sa leggere la situazione di coloro che venivano da lui e si preoccupa: ‘Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?’ Filippo vede l’impossibilità di comprare pane per tutta quella gente. Andrea allora presenta un ragazzo con cinque pani e due pesci. Un gesto di gratuità:quello che ha è poco ma lo presenta ugualmente. ‘Che cos’è questo per tanta gente?’. In questo momento di difficoltà Gesù compie due gesti, prende i pani, pronuncia la benedizione e li diede a quelli che erano seduti. E’ un segno che pone al centro il gesto dell’accogliere, del ringraziare e del distribuire. Nel distribuirlo il pane è sufficiente per tutti e non viene meno. La distribuzione è unita al gesto del benedire. E’ un richiamo al gesto dell’Eucaristia che veniva vissuta nelle prime comunità cristiane. Nel gesto di Gesù si ritrova così l’origine e il senso della liturgia eucaristica. Il pane e i pesci che Gesù distribuisce saziano tutti ed anche ne avanzano dodici canestri con i pezzi dei pani d’orzo. Dodici, un numero che rinvia alla totalità del popolo d’Israele: ce n’è per tutti ed è un cibo che raduna un popolo chiamato a comunicare. La pagina si conclude nell’incomprensione: il segno di Gesù rinvia al volto di Dio che dona cibo e sazia la fame dei suoi figli. Le folle lo intendono invece come motivo di soluzione di problemi immediati. Lo cercano per farlo re. Ma Gesù prende le distanze da questo tipo di ricerca: si ritirò sul monte, lui da solo.

La pagina di Giovanni narra un segno di Gesù:  la distribuzione e la condivisione ci apre una fessura per comprendere il nostro presente e per vivere in esso alla luce di questa Parola.

Le nostre vite sono spesso soffocate da una insistenza che è presente attorno a noi ma anche dentro di noi su tutto ciò che è calcolo, previsione, programmazione. Spesso tutto questo è connesso anche al denaro, al punto che la questione centrale del nostro vivere è divenuta la preoccupazione per l’andamento delle finanze e del denaro alla Borsa, da cui dipendono le sorti di interi popoli. Se è legittimo preoccuparsi di ciò che permette di vivere, se stessi e gli altri, è tuttavia una forma di schiavitù e di idolatria mettere il senso della vita solamente nel denaro, nel profitto delle proprie attività, nel calcolo dell’utile che può derivare da ciò che facciamo.

La situazione di crisi che viviamo può farci guardare oltre, a ciò a cui dare valore oltre l’interesse, andando oltre la affannosa ricerca del profitto e dell’utile. Proprio nel tempo della crisi possiamo scoprire il valore di cose che non sono quantificabili in termini di denaro e che pure valgono tanto di più. Possiamo scoprire il valore di ciò che si pone fuori dalle logiche dell’utilità e del calcolo per seguire le vie del gratuito e del sovrappiù. La crisi ci invita ad aver lo sguardo di Gesù che sa vedere le necessità e il bisogno della folla. Può anche essere occasione per scoprire come  distribuire il pane e le risorse facendo nostro il gesto di Gesù, dell’accogliere del ringraziare, del condividere. Solo la condivisione può spezzare i meccanismi di ingiustizia che sembra non possano essere messi in discussione.

Anche noi possiamo offrire primizie di tempo, di competenze, di salute, di vita. Possiamo scoprire che quanto abbiamo, nel momento in cui è dato, trova modo di moltiplicarsi e diviene sufficiente per molti. E potremo anche aprirci al miracolo della sovrabbondanza. Quanto è condiviso a partire da gesti di gratuità e generosità diviene sufficiente per molti e addirittura ne avanza. “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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