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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVIII domenica tempo ordinario anno C

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Il tema dell’uso dei beni e del senso della vita in rapporto ai beni sta al centro delle letture di questa domenica.

Qohelet, il predicatore ha uno sguardo disincantato e disilluso. Anche di fronte a tutto ciò che nella vita appare pienezza e successo. Qohelet denuncia la vanità, la condizione di essere come spuma nel mare che svanisce, come nebbia al mattino. Non solo il godimento delle ricchezze ma la vita nel suo complesso è colta nel suo essere passaggio momentaneo e presto dissolto. Non solo ma Qohelet osserva con realismo che anche chi ha lavorato con sapienza e successo dovrà lasciare i suoi beni ad altri che non hanno faticato. E questo appare cosa ingiusta ed è indicato come vanità. Qohelet conosce la bellezza della vita umana, ma è osservatore disincantato e denuncia le contraddizioni e l’inconsistenza di tante cose fino a dire che tutto è flebile.

Nella pagina di Luca Gesù è posto davanti ad una richiesta di farsi giudice in un caso di divisione di eredità. Ma si sottrae a questo. Lascia spazio alla responsabilità e all’autonomia delle scelte per quello che riguarda l’uso dei beni. Non indica codici di regole da seguire. Richiama invece ad un orientamento di fondo: “Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. Tre parole possono essere colte in questo avvertimento. La prima è attenzione: Gesù richiama ad essere attenti, nelle piccole e nelle grandi cose. L’attenzione si oppone alla superficialità, alla faciloneria, al dare tutto per scontato, a quell’attitudine distratta che diviene indifferenza e disinteresse per le cose, per gli altri. La seconda parola è cupidigia: Gesù richiama a tenersi lontani dalla insaziabile tensione ad aver sempre di più, dal desiderio smodato di accumulare, dalla spirale che investe ogni energia e preoccupazione della ita nell’orizzonte delle cose da possedere. E’ in fondo una forma di idolatria che si manifesta nel porre i beni o il denaro come motivo di fondo dell’esistenza al di sopra di tutto. Una terza parola è dipendere: Gesù apre la domanda su qual è il criterio che orienta le scelte della vita. E indica che la vita non deve dipendere ai beni: in tal modo suggerisce uno sguardo nuovo da maturare sulla vita e sugli altri. Contrariamente ad un modo di valutare le persone in base a quello che hanno, ai loro beni o alle loro ricchezza di ogni tipo, Gesù indica un nuovo sguardo possibile che riconosce dignità e valore a tutti, in particolare a chi è privo di beni. E fa scorgere come ciò che si oppone all’accumulo e al dipendere dai beni è la scelta della condivisione, il porre al primo posto le relazioni e non le cose, l’impegno a condividere con chi non ha beni sufficienti per vivere.

Nella parabola che segue il ricco è testimone di una stoltezza che non valuta il senso del tempo e la fragilità della vita. In Siracide si può già trovare una descrizione del ricco preoccupato ad immagazzinare beni e ignaro di tutto: “C’è chi è ricco a forza di attenzione e di risparmio; ed ecco la parte della sua ricompensa: mentre dice: ‘Ho trovato riposo; ora mi godrò i miei beni’ non sa quanto tempo ancora trascorrerà; lascerà tutto ad altri e morirà” (Sir 11,18-19). Tale riferimento della tradizione sapienziale viene ripreso nella parabola di Gesù. Quel ricco è indicato come stolto perché non sa scorgere nel tempo un’occasione per rispondere alla chiamata del regno di Dio. E’ la stoltezza che fa gravitare la vita attorno ai beni – accumulare tesori per sé – e nell’indifferenza verso gli altri ed impedisce di arricchire presso Dio: è questo il grande rischio a cui Gesù chiede di porre attenzione per orientare la vita sulle vie della condivisione. 

Alessandro Cortesi op

Denaro in testa

‘Il denaro in testa’ è il titolo di un libro scritto dallo psichiatra Vittorino Andreoli qualche anno fa (Rizzoli, 2012).  La trattazione traeva spunto dall’osservazione che il denaro ha  un influsso rilevante sul comportamento umano. E d’altra parte evidenziava la strabordante importanza assunta dal denaro nella vita contemporanea nel suo divenire una entità di tipo sacrale da cui far dipendere tutto e a cui assoggettare ogni aspetto della vita. Tale dominio del denaro sulla vita delle persone fa sì che ogni cosa e persona siano ridotte ad un valore di tipo commerciale nell’illusione che tutto si possa comprare. E d’altra parte si accresce l’angoscia per raggiungere un possesso di beni da cui tutta la vita viene fatta dipendere:  “Il problema sta nella misura di tutte le cose. In questa società è il denaro, ma dovrebbe essere l’uomo: l’uomo nudo si potrebbe dire, senza portafoglio, liberato dal denaro, un oggetto che appartiene al mondo, alla società, non al singolo. E nulla di ciò che è fuori di noi può dare una gratificazione al nostro Io interiore” (p.69).

Altre analisi hanno posto in luce come il mondo contemporaneo sia sottoposto ad un fenomeno di riduzione di tutto al mercato, che si connota non come il mercato in cui ognuno scambia le merci che sono esito del proprio lavoro, ma un mercato dominato dal potere della finanza e dei pochi centri che manovrano i grandi capitali. 

La concentrazione delle grandi ricchezze in settori sempre più ristretti delle società, i fenomeni della privatizzazione di tutti i beni, in particolare dei beni comuni, ma anche di molti settori della vita sociale, come la sanità e la scuola stesse, l’impoverimento diffuso di intere generazione come quella dei giovani costretti ad una precarizzazione della vita, sono processi in atto che corrispondono a tale dominio del denaro divenuto una sorta di idolo del tempo. Anche l’economia delle guerre è determinata dagli interessi di detentori di grandi capitali che hanno interesse a promuovere la produzione e l’uso delle armi…

Le vie per resistere sono difficili da percorrere ma la prima forma di opposizione a tale forma di dominio può essere proprio aprire gli occhi sul bisogno fondamentale della nostra vita non solo di possesso ma di felicità nei termini di una vita buona nella condivisione con gli altri. Il senso della vita non può essere trovato al di fuori in cose o in possessi ma nelle relazioni, in una rinnovata fiducia nell’umano e nel coltivare luoghi di relazioni che pongano al centro non la produzione o il possesso del denaro, ma la ricchezza delle relazioni viventi, la cura, l’accoglienza, la condivisione di ciò che si ha in termini di beni materiali e immateriali, la custodia dei beni comuni.

Alessandro Cortesi op   

III domenica di Pasqua – anno C – 2022

Preparazione delle uova di Pasqua in un rifugio sotterraneo in Ucraina – foto ANSA

At 5,27-32.40-41; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Pietro davanti al sommo sacerdote testimonia la fede pasquale: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono»

Pietro indica il Dio dei padri che ha risuscitato Gesù capo e salvatore: la risurrezione è continuità di vita. Colui che è stato incontrato vivente dopo la morte non è un fantasma ma è il medesimo Gesù che ha annunciato la venuta del regno. La sua missione è stata in fedeltà al disegno di salvezza del Dio dei padri per Israele e per tutti i popoli.

Pietro utilizza il linguaggio del ‘rialzarsi’ ma parla anche di innalzamento per indicare la vita di Cristo accanto al Padre. “Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore”. Si tratta di forme linguistiche diverse per indicare che Gesù Cristo è vivente in una dimensione ‘altra’ da quella terrena. I cieli in alto si contrappongono alla terra in basso e Cristo ora appartiene ad una sfera di vita nuova e diversa da quella sperimentabile sulla terra. Parlare dell’esperienza della risurrezione è arduo: non è esperienza deducibile dalla sfera delle esperienza umane. E’ irruzione dell’Ultimo di Dio nella storia. Per questo sono utilizzate immagini e metafore. Pietro indica come Gesù di Nazareth colui che è stato incontrato è ora innalzato, vive alla destra del Padre come l’erede al trono sedeva alla destra. La sua presenza può essere incontrata in modo nuovo, nell’esperienza del credere.

La pagina del quarto vangelo narra una delle apparizioni di Gesù dopo la Pasqua: la scena si svolge in tre momenti. All’inizio l’invito di Pietro ‘io vado a pescare’ seguito dagli altri discepoli La scena è posta in un’atmosfera quotidiana con la presenza di sette discepoli indicati uno ad uno con i loro nomi: Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due. Sono colti nel momento in cui salgono sulla barca e nella delusione per il fallimento della pesca di quella notte. A questo punto Gesù si manifesta. Gesù si presenta loro sulla riva e li invita a gettare le reti dalla parte destra ma la sua presenza non è riconosciuta. Di fronte alla meraviglia di una pesca abbondante il discepolo che Gesù amava, lui per primo, con quel vedere proprio dell’amore, riconosce la presenza del maestro: ‘E’ il Signore’. E Simon Pietro si getta in mare. Si attua un riconoscimento e sorge nei discepoli un modo diverso di vedere: Gesù ora va incontrato con gli occhi della fede e dell’amore. Così la barca e la rete che non si spezza sono simboli della chiesa che segue il suo Signore.

Il secondo momento del racconto è la condivisione: è il momento in cui mangiano insieme sulla riva richiama alla comunione. Gesù chiede che i pesci siano portati e posti insieme a quello già preparato insieme al pane sul fuoco. E ripete i gesti del dare e distribuire il pane, sintesi della sa esistenza: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”. Gesù si fa vicino, e distribuisce i segni che racchiudono il senso profondo della sua vita.

Il terzo momento è costituito dal dialogo tra Gesù e Pietro. Per tre volte Gesù ripete la domanda “mi ami?”. E’ quasi un lento ritornare sul triplice rinnegamento di Pietro durante la passione. Pietro risponde “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. La missione di Pietro come guida sarà quella di seguire Gesù, accogliendo in dono del suo amore.

Alessandro Cortesi op

Anelare la pace in un mondo di guerre

L’Istituto Sipri di Stoccolma (Stockholm Internatinal Peace Research Institute) in un suo recente studio ha calcolato che l’investimento nel mondo durate il 2021 per le armi è ammontato a più di due  miliardi di dollari totali. Con una crescita dello 0,7% che conferma una linea in atto dal 2016.

Gli Stati hanno impiegato quasi il 6% dei propri bilanci destinandoli ad attività e strutture militari. Al primo posto gli stati Uniti con il 38 % mondiale, poi la Cina per il 14 %: Seguono  India Rgeno Unito e Russia. L’Italia ha investito 32 miliardi di dollari e  si colloca all’undicesimo posto di questa classifica. E le previsioni per il 2022 indicano una ulteriore crescita  di investimenti.

Nel 2021 la spesa per armi ed eserciti da parte della Nato in proporzione supera le diciassette volte e mezzo il bilancio della Russia che ha registrato continua crescita. I Paesi dell’Unione europea spendono tre volte e mezzo quanto spende la Russia.

Nel futuro, in considerazione della situazione di guerra in Ucraina e della realtà mondiale si prevedono aumenti ulteriori soprattutto per nuove armi. La Campagna Globale sulle spese Militari ha pubblicato un appello. In esso si ricorda  che «i Paesi che cercano di superarsi l’un l’altro comprando armi di tutte le dimensioni non stanno seguendo una corretta strategia di difesa e sicurezza. Non ha funzionato in passato e non funzionerà mai» ricordando inoltre che «la dipendenza globale dalla militarizzazione distrugge la fiducia tra popolazioni e mina gli sforzi di cooperazione tra i Paesi». Viene proposto quindi di «ridurre le spese militari impegnando i fondi per una sicurezza comune e umana, investendo nei veri bisogni delle persone e del pianeta al fine di costruire una pace giusta e sostenibile. Per darle una possibilità, dobbiamo dare fondi alla pace». Le proposte concrete sono tra altre quelle di una moratoria di almeno un anno sull’acquisto di sistemi d’arma, di spostare le risorse risparmiate su welfare, scuola, sanità e la costituzione e finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata.

E’ da ricordare che questa situazione di investimento per le armi si colloca in una situazione internazionale segnata dalla presenza di molteplici guerre: quella in Ucraina dimostra la barbarie che la devastazione che la guerra porta. Ma vi sono altre guerre dimenticate e che andrebbero ricordate. Un articolo di Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina, 26 Aprile 2022 nel sito di Euripes ce le ricorda.

Una è la guerra in Tigrai, scatenata da Addis Abeba contro il governo regionale di Macalle il conflitto iniziato nel novembre 2020, ha provocato morte e sofferenze: più di due milioni di sfollati (su una popolazione di 6 milioni), circa 75mila profughi fugiti in Sudan. Il numero dei morti considerando anche le vittime per mancanza di cibo, conseguenza dei combattimenti, giunge a ad almeno 400mila morti. La guerra ha distrutto ospedali e ambulatori di villaggio. Fame e carestia sono state usate come strumenti per piegare la popolazione.  E’ da poco in atto una tregua per motivi umanitari ma è fragilissima.

In Yemen la guerra è iniziata in modo palese nel 2015, ma sin dal 2011 il paese era piombato nel disordine quando il presidente Ali Abdullah Saleh fu costretto a lasciare il posto al suo vice, Mansour Hadi a seguito delle rivolte della primavere arabe. Da lì è iniziato un aggravarsi della situazione: i fenomeni della siccità e di una conseguente carestia sono sopraggiunti, una terribile epidemia di colera e una di difterite a cui è poi seguito il Covid. Per due anni l’invasione di locuste ha distrutto le piantagioni. Da sette anni la situazione ès egnata da questi disastri e la popolazione sta soffrendo le conseguenze. I morti sono circa 380mila: di essi 100mila a causa dei combattimenti, gli altri a causa della fame e delle malattie. Oltre 20 milioni di persone (due terzi della popolazione) non hanno possibilità di nutrimento a sufficienza. Alla vigilia del Ramadan, su proposta dell’Onu, le due parti in lotta hanno accettato una tregua di due mesi. Ma anche qui la tregua è un piccolo spiraglio di speranza in una situazione drammatica.

In Siria da undici anni continua una guerra che ha portato alla distruzione del Paese. Il movimento popolare sorto al tempo delle primavere è stato represso nel sangue con la ferocia delle uccisioni e della tortura, dal dittatore  Bashir Assad. La guerra civile sviluppata ha visto l’intervento delle potenze mondiali. In Siria è cresciuto e sviluppato l’Isis. Nel Paese si è generata una crisi umanitaria senza precedenti con un esodo di profughi drammatico. Si calcola che 13,5 milioni di persone su una popolazione di 21 milioni di abitanti siano state costrette alla fuga; 5,6 milioni sono le persone rifugiate al di fuori del Paese. Almeno 500mila sono le vittime di questa guerra che ancora continua mentre circa il 60% della popolazione soffre la fame.

Un’altra guerra dimenticata è quella in atto in Mali che vede i suoi inizi in un rivolta  nel febbraio 2012 che rivendicava una autonomia delle regioni sahariane del Nord con maggioranza di tuareg e berberi. Sulla ribellione si è innestata l’azione di gruppi jihadisti appartenenti ad Al Qaeda e all’Isis. Questa ha portato alla destituzione del governo e del presidente Amadou Toumani Touré, deposto dal suo stesso esercito. Nel 2013 la Francia ha intrapreso un intervento militare nella ex colonia per contrastare l’espansione dei gruppi jihadisti ed altre forze militari. da altri Paesi si sono aggiunte. Ma ciò ha generato una situazione di guerriglia su cui si sono innestate lotte di gruppi etnici. L’intervento francese è stato visto come tentativo di controllo dei propri interessi in quel territorio. La situazione di disordini ha favorito la crescita dell’Isis che ha costituito lo Stato islamico del Grande Sahel nella regione tra Mali, Ciad, Niger e Burkina Faso. Due colpi di stato si sono succeduti e oltre 2 milioni sono gli sfollati, con più di quindicimila morti, tra di essi 260 caschi blu dell’Onu. A seguito del colpo di stato del 2021 una giunta militare ha preso il potere: vi è stato un allontanamento dalla Francia che ha ritirato le sue truppe contemproaneamente al ritiro di altri contingenti europei. E’ subentrata poi la presenza russa del gruppo Wagner e si è accresciuta la minaccia dei gruppi terroristici.

“C’è da chiedersi come mai guerre atroci e lunghissime come quelle nel Tigrai, nello Yemen, in Siria, in Mali, non abbiano ascolto nella politica italiana ed europea e come mai trovino poco spazio nei media. Perché non sconvolgano la sensibilità delle persone. Lo stesso vale, del resto, per altre crisi estreme che provocano migliaia di morti e schiere enormi di profughi. In Afghanistan, ad esempio, dove la fuga precipitosa degli eserciti occidentali nello scorso agosto ha posto fine ad un conflitto durato vent’anni, ma dove non è certo finita la terribile emergenza umanitaria creata proprio dalla guerra” (Emilio Drudi, Marco Omizzolo, Le guerre dimenticate, non meno feroci di quella in Ucraina).

In questa situazione del mondo appare improtante richiamare le parole di papa Francesco – peraltro ignorate dai media – che recentemente in un indirizzo di saluto al CIF il 24 marzo us ha rinnovato il suo appello contro la follia del riarmo e della logica della guerra:

“La storia degli ultimi settant’anni lo dimostra: guerre regionali non sono mai mancate; per questo io ho detto che eravamo nella terza guerra mondiale a pezzetti, un po’ dappertutto; fino ad arrivare a questa, che ha una dimensione maggiore e minaccia il mondo intero. Ma il problema di base è lo stesso: si continua a governare il mondo come uno “scacchiere”, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri. La vera risposta dunque non sono altre armi, altre sanzioni. Io mi sono vergognato quando ho letto che non so, un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento, credo, o il due per mille del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta, come ho detto, non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”.

In spe contra spem.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2021

Nm 11,25-29; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Nel deserto, nel cammino dell’Esodo Mosè sceglie settanta fra gli anziani di Israele quale aiuto per guidare il popolo. Ricevono il dono dello spirito di profezia. Ma improvvisamente Eldad e Medad, che non erano tra quelli prescelti ed erano rimasto nell’accampamento furono investiti dallo spirito e ‘si misero a profetizzare’. Tale evento suscita sorpresa e disorienta perché qualcuno esterno al gruppo istituito ha ricevuto un dono particolare e si fa portatore della parola di Dio – vive il compito di profeta – senza essere istituito tale. Mosè a fronte delle rimostranze risponde: “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Queste parole manifestano lo sguardo lungo di Mosè, il suo essere uomo di Dio, capace di scorgere che Dio va al di là delle gabbie religiose in cui l’istituzione racchiude la sua parola e il suo dono. Invita ad accogliere la libertà dello Spirito che non può essere racchiuso nei progetti e nelle strutture umane. Mosè suggerisce di accogliere con disponibilità quanto lo Spirito suscita anche al di fuori delle appartenenze costituite. E indica anche un orizzonte di promessa: è il sogno che tutti siano profeti nel popolo del Signore, testimoni del suo agire. Nella profezia di Eldad e Medad si rende presente l’azione dello Spirito che soffia dove vuole. C’è una profezia da ascoltare e accogliere al di fuori e oltre ogni barriera e sistema religioso. Sta in questa apertura il segreto che rende disponibili

La pagina del vangelo raccoglie alcuni brevi insegnamenti di Gesù che rinviano al suo stile. Di fronte a qualcuno fuori del gruppo dei discepoli che opera miracoli come segni di liberazione i discepoli reagiscono dicendo che non è ‘uno dei nostri’. Ancora si manifesta la mentalità di chiusura e di incapacità a scorgere il soffio di Dio al di fuori dei confini stabiliti. Gesù per contro invita a riconoscere i segni della presenza dello Spirito e non vivere nella chiusura, nell’autoreferenzialità e nell’atteggiamento di chi sempre vede negli altri un pericolo. “non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”.

La vita al seguito di Gesù si riconosce non per atti di religiosità e di culto, ma per un operare quotidiano nei gesti più semplici: sono i gesti della accoglienza della cura, del conforto. “Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa”.

Anche un bicchiere d’acqua offerto, un gesto quotidiano e quasi insignificante, è invece importante agli occhi di Gesù e lui indica che non andrà perduto. In ogni gesto che esprime un dono si rende presente la comunicazione di Dio stesso che è Dio della gratuità e della misericordia. Le parole di Gesù sono dure a fronte di chi offende i piccoli: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Segue un forte invito a tagliare tutto ciò che può essere di impedimento e di inciampo (scandalo) a chi è più debole nella fede. Rompere con ogni occasione di male e di peccato è esigenza chiara di Gesù a chi desidera seguirlo. In queste parole emerge un forte appello a considerare il proprio cammino sempre in rapporto agli altri e a vivere un impegno di responsabilità che coinvolge tutta l’esistenza rifuggendo senza riserve ogni ipocrisia e doppiezza.  Le dure parole della lettera di Giacomo rivolte ai ricchi che opprimono il giusto si pongono in questa linea: non si può vivere rimanendo indifferenti alla sofferenza degli altri. Ogni tesoro diverrà ruggine, cioè rivelerà la propria inconsistenza e giungerà alla rovina se non è inteso secondo la logica della condivisione con i poveri. Nell’uso dei beni si attua una scelta di accoglienza o rifiuto del volto stesso di Dio.

Alessandro Cortesi

Responsabilità

“La vera emergenza migranti non è quella di cui parla la propaganda populista, ma quella che potrebbe abbattersi sull’Europa se non verranno governati gli sconvolgimenti meteo-climatici che già oggi attraversano il pianeta. E che domani rischiano di capovolgere gli equilibri geopolitici della comunità internazionale e i rapporti sociali ed economici dei Paesi occidentali. Stando ai dati presentati nell’ultimo rapporto della Banca Mondiale Growndshell entro il 2050 almeno 216 milioni di persone saranno costrette a migrare a causa del cambiamento climatico e delle sue conseguenze” (Francesca Santolini, La Stampa 23 settembre 2021).

Nella giornata mondiale del migrante e del rifugiato in questo tempo segnato dal perdurare della pandemia e dal maturare della consapevolezza dei danni arrecato dall’agire umano sull’ambiente si pone sempre più urgente la questione di tenere unita la considerazione della crisi ecologica e della questione climatica con la questione sociale. Il periodo della pandemia ha visto lo spropositato arricchirsi di pochi miliardari e l’impoverimento di intere popolazioni sul pianeta. Nel suo primo discorso al Congresso degli USA nell’aprile scorso Joe Biden ha indicato come 650 miliardari americani hanno aumentato il loro patrimonio netto di tremila miliardi di dollari in questo periodo. Mentre nel frattempo solamente negli USA venti milioni di persone perdevano il lavoro.

Alcuni esempi possono essere significativi: secondo la rivista Forbes Jeff Bezos risulta essere la persona più ricca del mondo nel 2021 con un patrimonio di 177 miliardi di dollari, con un incremento di 64 miliardi rispetto allo scorso anno per la crescita delle azioni di Amazon. Elon Musk è al secondo posto con 151 miliardi di dollari: ha aumentato il suo patrimonio di 126,4 miliardi in un anno dovuto all’aumento delle azioni di Tesla del 705%. Il francese Bernard Arnault ha quasi raddoppiato la sua fortuna, da 76 a 150 miliardi di dollari per l’aumento delle azioni di marchi come Louis Vuitton e Christian Dior. Seguono Bill Gates e Mark Zuckerberg con una crescita dell’80% delle azioni di Facebook.

Questi dati  lasciano senza parole pensando alla condizione di impoverimento che la pandemia ha aggravato per gran parte dell’umanità nel mondo: a titolo di esempio, e per richimaare attenzione nel disinteresse generale, si può menzionare la situazione del Libano in cui vi è mancanza di combustibile per le auto, la fornitura di energia elettrica è limitata e razionata durante il giorno impedendo le normali attività di ospedali e aziende, e gli stessi medicinali sono di difficile reperibilità nelle farmacie. E’ sconvolgente la situazione di ingiustizia globale che vede l’arricchimento dei super-ricchi mentre i poveri sendono sempre più in condizioni di indigenza. E tale arricchimento si attua in un fondamentale disinteresse verso la condizione globale del clima e dell’ambiente: si tocca quindi con mano l’insipienza del ricco che non si rende conto che i beni che possiede hanno un riferimento sociale ineludibile e che pensa di poter godere da solo la propria ricchezza disinteressandosi di una casa comune. L’impatto della crisi climatica non colpisce solamente le aree più povere del pianeta ma si sta già rendendo visibile nei suoi effetti disastrosi e nel generare spostamenti di popolazioni per fuggire dalle zone colpite da eventi estremi e calamità naturali e dal progressivo innalzamento delle acque.

In Fratelli tutti (2020) Francesco ha scritto: “in ogni caso, queste capacità degli imprenditori, che sono un dono di Dio, dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate. Sempre, insieme al diritto di proprietà privata, c’è il prioritario e precedente diritto della subordinazione di ogni proprietà privata alla destinazione universale dei beni della terra e, pertanto, il diritto di tutti al loro uso” (FT 123) E in Laudato sì (2015) ha ricordato che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata» (LS 93).

Una redistribuzione delle ricchezze attraverso una tassazione dei patrimoni e un deciso orientamento a impiegare risorse in scelte economiche di sincero rispetto dell’ambiente sono due sfide che l’attuale momento storico pone all’umanità intera.

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

IMG_8704Is 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente…

Acqua vino e latte sono insieme simboli di nutrimento, ma anche di gioia e di serenità. La terra a cui Israele ritorna dopo l’esilio offre non solo la possibilità di nutrirsi, segno della provvidenza di Dio, ma anche la libertà che apre ad un nuovo inizio in cui si sperimenta da ora il contenuto della promessa. La speranza d’Israele vede nel segno del banchetto la pienezza di vita che vi sarà alla fine nell’incontro con Dio. “Il Signore… preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande” (Is 25,6). Il nutrimento diviene simbolo di accoglienza e di incontro, e racchiude in sé il rinvio alla fine della storia, che sarà un incontro dei popoli, e un condividere l’abbondanza di vita dono di Dio.

Matteo nel suo vangelo narra il gesto di Gesù che ha dato da mangiare alle folle, un gesto ricordato in tutti i vangeli. E’ un gesto che parla di attenzione alle attese concrete e dice la compassione di Gesù. E’ poi un gesto carico di simboli: il pane ricorda il percorso dell’esodo, e rinvia all’esperienza d’Israele quando nel deserto accolse la manna come cibo donato da Dio. La manna non poteva essere accumulata, tutti potevano raccoglierla ed era sufficiente per un giorno. Un segno nel cammino verso la libertà che annuncia il banchetto promesso come segno dei tempi ultimi, dell’incontro con il messia.

In particolare Matteo narra il gesto di Gesù, che offre il pane alla folla che aveva fame, facendo riferimento alle parole e ai gesti dell’ultima cena: ‘dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati’.

Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i gesti di quella cena in cui Gesù donò il pane ai suoi come segno della sua vita donata e spezzata. Matteo riprende qui il riferimento a quei gesti che la sua comunità ripeteva nella memoria di Gesù ed è attento a sottolineare come il dono di Gesù è comunicato attraverso la comunità: ai discepoli infatti vengono dati i pani ed essi sono coinvolti in un gesti di distribuzione e condivisione: devono loro stessi distribuirli alla folla.

La distribuzione dei pani si connota così come gesto carico di significati. Innanzitutto è un gesto che viene incontro alla fame e ad una situazione di sofferenza. Rivela la cura di un Dio che ascolta il desiderio e la sofferenza dei suoi figli. E’ segno della compassione e del guarire i malati, che sono i tratti dell’agire di Gesù in cui si rispecchia l’agire di Dio stesso.

Il disegno di Dio è un mondo in cui il pane venga condiviso e vi sia attenzione per la vita di chi soffre. La lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani indica anche un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli e figlie: non c’è distinzione tra coloro che erano accorsi ad ascoltare Gesù. Al centro della preoccupazione di Gesù sta l’attenzione a che abbiano da mangiare tutti. La testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti la profezia di un mondo di condivisione. L’impegno a fare partecipare ogni persona e ogni popolo al banchetto della vita è traduzione concreta di questa certezza della fede.

Questo racconto manifesta anche che nella comunità di Matteo si rende chiaro come il ripetere i gesti di Gesù nell’ultima cena, cioè celebrare l’eucaristia non può essere un gesto avulso da un’opera concreta di condivisione e distribuzione del pane. In questo agire trova la sua più piena realizzazione il fare memoria del gesto di Gesù e divenire suoi discepoli. Nel segno del pane Gesù ha indicato il senso della sua vita. Accogliere la chiamata a distribuire e condividere la sua vita significa continuare nella propria vita i gesti di lui, impegnarsi perché il pane sia condiviso tra i popoli della terra.

Alessandro Cortesi op

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Fame

A metà luglio la FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricol-tura ha pubblicato un rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI). Da esso risulta che quasi 690 milioni di persone durante il 2019 sono state colpite dalla mancanza di cibo e le previsioni sono che nel 2020 d circa 80 milioni di persone a più 130 milioni, potrebbero soffrire la fame per le conseguenze della pandemia sulla vita economica. Questi numeri segnalano come l’obiettivo fame zero, stabilito dall’ONU nel 2030, è messo a rischio e si sta allontanando.

Le cifre indicate nel rapporto indicano peraltro che vi è un aumento di persone che soffrono la fame negli ultimi anni. Vi è poi da considerare tutti coloro che non si possono permettere una dieta sana e adeguata a causa della condizione di povertà divenendo così esposti a soffrire malattie, ad avere una qualità di vita assai fragile e una aspettativa di vita molto limitata.

Il più alto numero di persone che soffre la fame è in Asia (circa 381 milioni), poi in Africa (250 milioni) e in America Latina e Caraibi (48 milioni). Dal 2014 anziché esservi una diminuzione della sottonutrizione si registra un aumento costante, che segue parallelamente l’aumento della popolazione mondiale.

La sottoalimentazione e la mancanza di una alimentazione sana sono i due ambiti in cui si renderebbe urgente una serie di scelte politiche ben diverse da quelle in atto. I cam-biamenti richiesti per garantire una alimentazione sufficiente e sana andrebbero a limitare molto le spese sanitarie che attualmente sono dedicate alle conseguenze negative della sottoalimentazione.

Se guardiamo alla situazione italiana un approfondimento del Censis per Confcooperative offre alcuni dati su cui riflettere: a causa della pandemia 3,3 milioni di lavoratori irregolari e 2,9 milioni di working poor sono stati posti sulla soglia della povertà. Oltre a questo altre 2,1 milioni di famiglie che in Italia sono sul baratro della povertà: sono le famiglie in cu si mangia perché qualcuno pratica lavori irregolari. Il periodo della chiusura delle attività ha infatti avuto pesanti conseguenze soprattutto sulle persone che si mantenevano con lavori precari, sfruttati o mal pagati.

Persone che fino a qualche mese fa riuscivano a sostenere le spese indispensabili oggi si vedono costrette a rivolgersi alle mense o alla distribuzione dei pacchi alimentari. Colpisce il titolo di una recente inchiesta di Francesca Mannocchi: ‘Anche nella ricca Milano la gente ha fame’ (L’Espresso, 3 luglio 2020). E’ questo un titolo che fotografa la situazione di un mondo ricco in cui è tuttavia presente, e non senza responsabilità, lo spettro della fame. E la fame è condizione di vulnerabilità che da un lato implora solidarietà, dall’altro apre a tutte le vie per uscire da questo tunnel. “La disperazione della fame può rovesciare le logiche del buon senso e i volontari delle organizzazioni caritatevoli oggi sono chiamati anche a questo: arginare la vulnerabilità prima che diventi devianza” (ibid.).

Questo stato di cose richiederebbe una trasformazione delle scelte politiche globali. I dati rivelano il fallimento di un sistema economico che mantiene i ricchi sempre più ricchi e aumenta le condizioni della povertà globale. Ma questo dovrebbe interpellare profondamente le comunità cristiane. E’ vero che ci sono tante iniziative e tanti gesti di solidarietà ma appare anche una certa assuefazione ad un mondo dominato da una logica di potere che mantiene queste dinamiche di impoverimento, di ingiustizia, di fame. La domanda che emerge infatti è: che cosa i cristiani dovrebbero oggi testimoniare in tale situazione in cui grande parte della popolazione mondiale non ha neppure da mangiare?

Accosterei così alcune osservazioni di José Castillo in questo tempo di pandemia relative alla chiesa. Egli osserva “c’è un fatto indiscutibile: i problemi che ci minacciano e ci opprimono sono in aumento, fino al punto di vedere il futuro dell’umanità, della terra e della vita ogni giorno più incerto e opprimente. Stando così le cose, qual è l’apporto della religione e degli uomini di religione in risposta alle molte domande che le persone sentono nella loro vita ed alle quali non trovano soluzione?” E richiama ad una situazione per cui

“La confusione è consistita nel fatto che ha mescolato e fuso il Vangelo di Gesù con la religione che proveniva dal giudaismo e come si viveva nell’impero. Ebbene, questa fusione di ‘religione’ e di ‘Vangelo’ non è stata ancora risolta. Ecco perché la Chiesa in modo del tutto naturale vive un gran numero di cose che sono fondamentali. E sono cose che contraddicono ciò che Gesù, la Parola di Dio e il Figlio di Dio, ha detto e fatto. Dando loro tanta importanza – a queste cose – da costargli la vita. A cosa sto facendo riferimento? Al “potere” ed alla sua maniera concreta di esercitarlo. Al “denaro” e ai rapporti oscuri che la Chiesa ha con questa questione capitale. E alle “relazioni umane” che la Chiesa consente e mantiene, che non sono proprio relazioni di “uguaglianza” e “bontà” nell’amore reciproco, e che la Chiesa non risolve.

Prima delle decisioni ecclesiastiche c’è il Vangelo, nel quale Dio si è rivelato a noi. Finché la Chiesa non porrà il Vangelo al centro della vita, il cristianesimo non sarà in grado di fornire la soluzione di cui questo mondo e in questo momento ha bisogno” (José María Castillo, Il disinteresse per l’elemento religioso, “Religión Digital (www.religiondigital.com) 25 luglio 2020).

Alessandro Cortesi op

 

 

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

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Rembrandt, La parabola del ricco stolto o il cambiavalute – 1627 (part.)

Qoh 1,2;2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

Qohelet è ‘il predicatore’, un sapiente, che inquieta. Di solito gli scritti sapienziali presentano uno sguardo alla realtà concreta del vivere, in termini positivi come spazio in cui entrare in contatto con Dio creatore.

Qohelet invece non si offre indicazioni di una tranquilla saggezza e di giusta valutazione dei beni e delle esperienze. Al contrario di Giobbe, la sua vita è ricca e tranquilla. Ha assaporato la ricchezza, la saggezza, il piacere e il successo (1,12-2,26). Eppure la sua constatazione finale è che tutto questo è ‘vanità’. Tutto è per lui ‘hebel/habel’, termine ebraico che evoca la nebbia, il vapore che si dissolve, la schiuma sulle onde. Qohelet non è fiducioso e ottimista; conosce le esperienze umane, ma ne fa oggetto di coraggiosa e spietata osservazione: in ogni situazione individua contraddizioni, evidenzia l’ipocrisia, la finzione, e la ‘vanità’.

Qohelet smaschera la realtà di una condizione umana penosa che non fa riposare. Denuncia l’attitudine dell’affannarsi all’inseguimento di cose che non appagano le sue attese e lo mantengono continuamente senza riposo e senza pace: “quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

Gesù ha scelto la condizione di povero, vivendo di ciò che è necessario, non preoccupato solo di sé, attento alla condivisione, vicino ai poveri per liberarli da una condizione di asservimento e disumanità. Ha vissuto come povero per portare ai poveri la bella notizia di un nuovo tipo di rapporti in cui ci si possa scoprire fratelli, solidali nel bisogno, in cui nessuno sia sfruttato o lasciato da solo con i suoi problemi nella condizione di una povertà come esclusione. Dio sta dalla parte dei poveri non perché esclude qualcuno dal suo sguardo ma perché i primi a cui Dio rivolge la sua cura sono le vittime, gli impoveriti, quanti sono non considerati da chi sta al sicuro e lasciati ai margini.

Luca nel suo vangelo presenta alcuni episodi in cui fa emergere come l’inseguimento dei beni costituisce una vera e propria religione, una idolatria. E’ inoltre un luogo di conflitto in cui si viene meno a considerare l’altro fartello se tutto diviene oggetto di bramosia e di ricerca di possesso. a logica di un accumulo di beni cieco ed egoista contrasti con il vangelo. La vita del discepolo sta nell’attesa e nella tensione ad un incontro con il Signore che si è fatto povero. L’incontro comincia sin da qui. “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia… la vita non dipende dai beni”.

La vicenda del ricco stolto che fa progetti legati all’accumulo anziché pensare che da un momento all’altro può lasciare tutto, è paradigmatica dell’uomo che non comprende più la sua condizione. La possibilità di beni, le ricchezze – sembra dire Luca – recano con sé una sorta di forza magnetica che fa perdere di vista il senso profondo della vita, rende ciechi di fronte alla sofferenza degli altri, non fa capire cosa significa ‘arricchire davanti a Dio’.

Nella parabola presentata da Luca il ricco è stolto perché non valuta il senso del tempo, non coglie la vanità, il limite della vita umana. Il possidente preoccupato di ammassare ed ignaro del tempo che gli è concesso di vivere è additato da Luca ad esempio di quella durezza del cuore e leggerezza che non comprende e vive di illusioni. “Voi dite: oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni. E invece non sapete che cosa sarà domani! Ma che è mai la vostra vita? Siete come vapore che appare per un istante e poi scompare” (Gc 4,13.14). Quel ricco è stolto. E stoltezza è l’atteggiamento di chi non tiene conto di Dio (Sal 14,1). Contro questo tipo di stoltezza Gesù propone di valutare il tempo e di pensare che la vita non dipende dai beni.

Alessandro Cortesi op

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Durabilità

E’ scaduto da pochi giorni, il 29 luglio, l’Overshoot Day, il giorno dell’anno in cui si calcola che l’umanità abbia consumato le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Oggi la questione dell’uso dei beni e il rapporto con la ricchezza rinvia al rapporto con l’intero ecosistema, col mondo in cui viviamo e di cui siamo parte. Ci sono modi di produrre ricchezza che generano impoverimento. Un impoverimento che presenta contemporaneamente due facce: il versante dell’esclusione di milioni di persone nel mondo dalla possibilità di avere i minimi requisiti per un vita dignitosa e il versante dell’offesa dell’ambiente che viene consumato e devastato da modi di produzione che conducono all’esaurimento delle risorse, a conseguenze di devastazione sulla vita dell’intero ecosistema e dell’umanità.

In un’intervista il gastronomo e sociologo Carlo Petrini (Sostenibilità non si parola vuota, Intervista di G. Fazzini a Carlo Petrini, Avvenire 1 agosto 2019) offre una interessante critica al concetto di sostenibilità: “Preferisco parlare di “durabilità”. Il paradigma oggi vincente teorizza la produzione di beni che deperiscano nel più breve tempo possibile. Questo appartiene ad un’economia che uccide, come dice papa Francesco, perché lascia spazio allo spreco e allo scarto. Ora: le risorse del pianeta non sono finite e noi stiamo andando in sofferenza. Per questo la società civile comincia a chiedere risposte alla politica e all’economia…”

L’osservazione non si ferma alla critica del concetto di sostenibilità ma si fa suggerimento di un passaggio ineludibile oggi a fronte di un sistema economico che sta portando a devastazione delle risorse e aumento delle diseguaglianze, e peraltro alimentando il fenomeno delle migrazioni di mass dovute a conflitti, a catastrofi climatiche e a disparità sociali. Il discorso quindi si concentra sull’urgenza di un nuovo paradigma economico. I riferimenti indicati pur da una posizione laica, sono le linee tracciate nella lettura di Laudato sì e il Sinodo sull’Amazzonia nel prossimo ottobre in cui emergerà fortemente il legame tra sfruttamento della terra e oppressione dei popoli indigeni.

Carlo Petrini indica il valore di alcune voci nell’ambito italiano che propongono una economia di tipo diverso e aggiunge una notazione sul panorama politico: “Non vedo altre strade: se, infatti, da sinistra, la proposta è una versione un po’ più democratica del neoliberismo, non cambierà niente! Abbiamo bisogno di un’economia di comunità, che abbia come interesse principale il riconoscimento della prossimità e la valorizzazione dei territori”.

Comunità, territorio, relazionalità, beni che possano durare nel tempo per essere condivisi: la parabola del ricco che progetta di allargare i suoi granai è quasi il ritratto di un mondo in cui grandi forze stanno progettando ampliamento di guadagni, continuazione di forme di economia di scarto e di impoverimento, non pensando che si avvicina un momento di crisi che comporterà forse la fine di un tipo di presenza umana sulla terra e che richiederebbe un po’ di lungimiranza e impegno in azioni concrete per pensare e preparare un altro futuro possibile.

Alessandro Cortesi op

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

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1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un delicato gesto di ospitalità è narrato nel capitolo 17 del primo libro dei Re. Il racconto è situato nel Nord d’Israele, territorio ai confini, abitato da popoli pagani. Una vedova si affretta per rispondere alla richiesta di un po’ d’acqua da parte del profeta Elia lì giunto inatteso; quando poi le chiede anche un pezzo di pane la donna risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. In questi rapidi accenni sta il riferimento ad una situazione di grave penuria. E’ ricordo di un tempo di siccità e carestia dopo la divisione dei regni di Giuda e di Israele (2Re 6,25-29). L’invito del profeta è a confidare in Dio. Elia le disse “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Il profeta e la vedova si pongono in ascolto della Parola del Signore. Il profeta è spinto a chiedere aiuto e cibo: il Signore parla nella vita dei suoi servi, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola che si rende disponibile nell’ascolto. Anche la vedova compie la Parola del Signore. E’ una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, è una pagana, ma il suo gesto di ospitalità è manifestazione dell’agire di Dio, oltre ogni confine, rivela un ascolto di una parola che sta dentro di lei e suscita i suoi gesti.

Elia vive un momento drammatico della sua vita. Aveva contestato l’idolatria e il re (1Re 16,30) e, perseguitato, deve fuggire. In questo cammino, seguendo la ‘parola del Signore’ scopre la vicinanza di Dio nel gesto della donna povera. Mentre il re d’Israele sceglieva le vie della potenza e dell’idolatria il profeta incontra la presenza di Dio nel gesto di una donna vedova e straniera, e nell’ospitalità offerta scopre la fecondità della Parola di Dio: “La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia” (1Re 17,16). Quel gesto dell’ospitalità è fessura di luce che rivela il Dio vicino che accoglie e si prende cura. Anche Gesù fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta nel discorso nella sinagoga di Nazaret riportato da Luca (Lc 4,25-26): il gesto della straniera è indicato come segno della salvezza di Dio per tutti i popoli.

Una vedova povera è al centro anche di una breve scena risportata da Marco. E’ indicata da Gesù nel cuore del tempio. Mentre molti passano gettando offerte nel tesoro e lo fanno con ostentazione e desiderio di visibilità la donna povera getta nel tesoro “due monetine, che fanno un soldo”. Non ne tiene nemmeno una per sè: e quelle due monetine insieme facevano la più piccola somma di denaro. Non dà qualcosa di superfluo, ma “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Gesù la nota in mezzo ai tanti e non si lascia attirare da altri gesti se non da quello. La indica ai suoi. Quella donna povera, come la vedova di Zarepta, affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Gesù ai suoi indica di guardarsi bene da una religione del potere che si accompagna all’indifferenza per chi soffre: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere”. Richiama poi al gesto della vedova, povera. In quel suo offrire sta racchiusa la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù legge in quel gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande. L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri; Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui fare attenzione. Scorge in essi l’affidamento e un modo di intendere tutta la vita, non secondo la linea del possesso o della ricerca della propria grandezza ma nella consegna di sè: ed è questo essenziale per un incontro autentico con il Dio dei piccoli e dei poveri.

Alessandro Cortesi op

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Gesti

«Tenuto conto della gratitudine per l’ospitalità e la benevolenza che il popolo italiano ha mostrato nei nostri confronti e consapevoli, più di altri della sofferenza che l’abbandono e la solitudine provocano di fronte alle disgrazie della vita, i sottoscritti richiedenti asilo, ospiti delle varie strutture operanti nel territorio vercellese, si dichiarano disponibili a fornire qualunque forma di aiuto e sostentamento alle popolazioni così duramente colpite».

Così si legge in una lettera scritta da un gruppo di richiedenti asilo attualmente residenti a Vercelli. Sono rimasti colpiti nel venire a conoscenza delle situazioni di devastazione causate dal maltempo dell’ultimo periodo nel Nord e nel Sud Italia e hanno scritto al Prefetto per dire la loro disponibilità a fornire in qualche modo il loro aiuto: «A casa nostra saremmo già lì a dare una mano». Sono ragazzi provenienti da Paesi dell’Africa occidentale, e fanno parte dell’associazione ‘Noi von voi’ di Vercelli. Uno di loro ha detto: «ciò che è accaduto a tante persone in Italia mi ha toccato il cuore. So cosa significa perdere tutto, non avere più nulla. Io, come tanti altri immigrati, desidero aiutare chi sta soffrendo. Siamo pronti a partire per i luoghi disastrati e a coinvolgere chi ci sta accanto».

Sono questi i gesti, rintracciabili in brevi trafiletti a margine delle pagine di qualche giornale quotidiano (Chiara Genisio, I richiedenti asilo: possiamo dare una mano? “Avvenire” 6 novembre 2018), che fanno pensare perché aprono improvvisamente gli  occhi su modi di vivere l’attenzione all’altro alternativi rispetto alle chiusure e agli egoismi dilaganti.  Fanno scorgere raggi di luce in questo tempo segnato dal razzismo e dalla volgarità diffusa nel disprezzo dell’altro. Sono gesti che soprendono perché rivelano una sensibilità che sembra essere merce rara nel tempo della chiusura del ‘prima i nostri’ del ‘noi senza voi’, dell’ ‘io senza te’… Il nome della loro associazione è un programma. Si intitola infatti ‘Noi con voi’. Ma anche il loro gesto ripropone lo stile della vedova del vangelo: dà quello che ha per vivere… perché ha fatto esperienza di ciò che è essenziale nella vita. E per questo sa anche condividere e di fronte al dolore dell’altro sa mettere davanti ad ogni altra preoccupazione la cura per chi soffre e offre semplicemente la disponibilità nello stare accanto ed ‘esser lì a dare una  mano’.

Alessandro Cortesi op

 

XIX domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_06111 Re 19,4-8; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51

“Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi… si inoltrò nel deserto per una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire disse: ‘ora basta, Signore! Prendi la mia vita…”

Il profeta Elia vive un momento drammatico nella sua vita: ha risposto alla chiamata di Dio nella sua vita, è giunto ad affrontare il potere e i sacerdoti di Baal prom0tori di un culto di idoli (cfr. 1Re 18,40). La regina decide di vendicarsi su di lui e di farlo ricercare per ucciderlo. A chi domina serve una religione che assecondi i progetti di sottomissione e di controllo. E chi vive la religione in vista di una affermazione di potere è quanto mai utile la benevolenza dei monarchi.

Elia è così costretto a fuggire nel deserto. Si trova solo fino al punto di dire ‘basta Signore, ora è troppo’. In questo condivide l’esperienza di ogni credente che ha impegnato la sua esistenza per il Signore e si trova ad affrontare opposizioni, fallimenti e prove. Il cammino di Elia verso l’Oreb, monte di Dio, è il medesimo di Mosè che aveva guidato il popolo. Anche lui aveva compiuto un esodo personale nel deserto. Poi alla guida del popolo aveva attraversato ancora il deserto. Elia ripercorre i passi di quel cammino. Senza retorica e senza infingimenti perché cerca di salvarsi e non ce la fa più.

Ma proprio in questo momento di solitudine ed abbandono scopre che qualcuno, un messaggero di Dio, gli procura pane e acqua. Sono segni della vicinanza di Dio che non abbandona mai. Sono anche nutrimento per andare avanti. Elia vive così ancora una volta un incontro con Dio che si fa vicino e lo solleva. Quel pane e quell’acqua sono segni di una presenza di Dio in modo nuovo. Dio non è presente la dove c’è il frastuono del potere ma nella ‘voce di un delicato silenzio’. Elia potrà continuare a camminare solamente con la forza di quel pane come dono.

“perchè aveva detto: io sono il pane disceso dal cielo. E dicevano: ‘costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: sono disceso dal cielo?'” Di fronte al segno del pane compiuto da Gesù vi è chi mormora: è la reazione del sospetto opposta a quanto Gesù chiede, invitando a credere: ‘nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato’.

Nel vangelo di Giovanni ‘i Giudei’ sono categoria-simbolo ad indicare tutti coloro che si pongono in attitudine di sospetto e di rifiuto davanti a Gesù: loro problema è il rifiuto ad accettare che Dio possa farsi vicino, e possa condividere la vita umana fino in fondo. Gesù propone un’attitudine diversa: l’affidarsi, il lasciarsi fare, il rendersi disponibili. Solamente il Padre ha forza di attrazione. A lui si può solo offrire un cuore disponibile. Tutto ciò disorienta un modo di vedere in cui tutto viene fondato sulle proprie capacità e forze. “Io sono il pane vivo”: pane vivente è un’esistenza spezzata e condivisa. La vita di Gesù esprime e rende vicina la vita di Dio. Nel segno del pane ha offerto un segno per indicare la sua stessa vita. “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Il termine ‘carne’ (sarx) indica la concretezza e la fragilità dell’esistenza. Nel IV vangelo questo termine è importante. Presente sin dal prologo: ‘e il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi’. Dio si rende vicino in tutti gli ambiti della vita. Il Dio di Gesù è Dio fragile che si lascia incontrare in chi è più piccolo. Gesù, uomo per gli altri, ha fatto della sua vita un dono ‘per la vita del mondo’, cioè di tutti.

Alessandro Cortesi op

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Esperienza

In una pagina de Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern è narrata un’esperienza vissuta da soldati italiani durante la ritirata di Russia, una scena situata tra il gelo e l’immoto biancore della neve che copriva la steppa e il caldo interno di una isba individuata in lontananza mentre la fame faceva stringere lo stomaco. Entrati in quella stanza i soldati si incontrarono improvvisamente e inaspettatamente di fronte ad altri soldati, con le insegne nemiche, russi che stavano mangiando, seduti a tavola, accolti dalla famiglia che lì abitava, le armi appoggiate in un angolo.

Mario Rigoni Stern ricorda e racconta quell’attimo di impreparazione, imbarazzo e stupore: poteva essere il tragico ulteriore momento di una guerra che ripeteva i suoi riti di morte e violenza. Fu invece un momento in cui la storia prese, come un colpo d’ala, un’altra piega. Il gesto senza parole di una donna che porse ai militari affacciatisi alla porta, scodelle colme di minestra calda e fumante, diede inizio ad un nuovo tempo, un tempo sospeso. Un tempo di silenzio, in cui risuonò solamente all’interno dell’isba il rumore dei cucchiai che raccoglievano quel pasto caldo, dono inatteso, spezzando il pane da inzuppare nel brodo.

Quel momento si prolungò fino a conclusione del desinare e si chiuse con un saluto, e con un cenno del capo, gelidi come il freddo che aggrediva le spalle nell’uscire scostando la porta di legno. In quello spazio e in quel tempo abitato solamente dalla ‘voce di uno svuotato silenzio’, si era attuato un evento minimo, contrastante con il movimento in atto nel mondo, un momento di mangiare insieme, accolti come uomini, al di fuori di ruoli e divise, con le armi abbandonate, appoggiate agli stipiti delle porte, rese inutili da un gesto di ospitalità. In quell’isba di fronte a quella scena a Mario rimasero impressi nel cuore gli occhi dei bambini… Finche saremo vivi ci ricorderemo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere (Il Sergente nella neve, Einaudi, 2008)

Sono queste le esperienze che dicono la possibilità di spezzare il pane come luogo di riconoscimento dell’altro, esperienza di pane vivo che rende possibile la vita umana. Abbiamo bisogno di silenzi abitati da gesti che offrano pane da condividere, abbiamo bisogno oggi di esperienze che oltre le parole sappiano offrire la possibilità di scoprire orizzonti nuovi alla vita. E’ un’esperienza di incontro e di riconoscimento la proposta che Eraldo Affinati suggerisce anche per alcuni ragazzi tredicenni che in questi giorni hanno sparato con una pistola scacciacani gridando frasi offensive ad un ragazzo nero che stava facendo jogging a Pistoia. L’hanno definita una ‘goliardata’, ma tale non è: questo gesto è il frutto di una seminagione di parole e di atteggiamenti di disprezzo e di esclusione dell’altro, è esito di una pseudo cultura della superiorità di alcuni su altri, di quel razzismo quotidiano e diffuso, di sentimenti di ostilità verso chi è divesro e più debole. Un grave segno della chiusura a pensare la vita come spazio e tempo in cui condividere il pane dell’esistenza nella comune umanità. A fronte di tutto questo un lungo tempo sospeso di educazione all’incontro è la sfida che sta davanti a noi in questi difficili giorni. Da qui la proposta di Eraldo Affinati:

“Mi spiego. Io i due pistoiesi li accompagnerei in Gambia, nazione di provenienza del migrante offeso, in uno sperduto villaggio ai confini col Senegal, Sare Gubu; gli presenterei un ragazzino che porta il mio nome. Tredici anni loro. Tredici anni lui. Si conoscerebbero. Giocherebbero a pallone. Farebbero amicizia. Tutti e tre capirebbero tante cose. I giovani italiani non gli direbbero sporco negro bastardo, come hanno apostrofato il profugo senza sapere chi era. Diventerebbero grandi insieme. E Alì Bubacar Eraldo Affinati magari, in cambio della promessa di poter un giorno venire da noi, sarebbe disposto a dare loro perfino la maglietta di Lionel Messi. Lo so: è soltanto un sogno. Ma proprio di questo avrebbero bisogno i ragazzi: esperienze vere, non parole vuote” (Eraldo Affinati, Basta vuote parole. Cosa dare e chiedere ai ragazzi, “Avvenire” 10 agosto 2018).

Alessandro Cortesi op

XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_0382.JPG2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il segno del pane è al centro della prima lettura: è narrata una distribuzione dei pani, per opera del profeta: Eliseo invita un uomo che si è recato a lui riconoscendolo profeta con primizie a distribuire i pani alla gente. “Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore. Ne mangeranno e ne avanzerà anche.’ Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore”.

I venti pani d’orzo e farro, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è abbastanza: non solo tutti ne mangiarono ma anche ne avanzarono. E questo compie la parola del Signore. Con pochi pani il profeta sfama tanta gente.

Gesù ebbe compassione delle folle ‘perché erano come pecore senza pastore’, Marco testimonia lo sguardo di Gesù e subito dopo racconta l’episodio della moltiplicazione dei pani. Il segno del pane sta al centro della sezione che da qui ha inizio (Mc 6,6-8,26). E’ la memoria di un pasto che Gesù visse con i suoi, aperto ad altri, che diviene racconto di miracolo: si rievoca così il gesto dell’ultima cena e il miracolo del pane di Elia.

La liturgia per cinque domeniche fa sostare sul segno dei pani e sospende la lettura di Marco per seguire il capitolo 6 del IV vangelo che riprende il segno del pane fa seguire il lungo discorso di Gesù sul ‘pane di vita’.

Davanti a tante persone che attendono di mangiare Filippo osserva che il denaro non può bastare, nemmeno per procurare solamente un pezzetto di pane a testa. Anche Andrea l’altro discepolo nota quanto pochi siano i pani e i pesci a fronte di tante persone. I cinque pani d’orzo e due pesci sono presi e distribuiti da Gesù e ce n’è per tutti.

Il IV vangelo conduce così a ricordare il gesto di Eliseo e fa riferimento anche alla manna e alle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11). L’attesa giudaica guardava a Mosè che venendo avrebbe rinnovato il miracolo della manna. L’episodio dei pani avviene nel vangelo di Giovanni in un luogo distante deserto e in riferimento alla Pasqua vicina. Le persone sfamate sono moltissime: cinquemila. Gesù stesso distribuisce il pane e alla fine chiese di raccogliere gli avanzi perché nulla vada perduto.

La manna deperiva se era raccolta in quantità superiore al bisogno. I pani invece sono abbondanti e ne avanzano. I dodici canestri in cui i pani sono raccolti diventano simbolo del popolo d’Israele che si allarga a comprendere l’intera umanità. Il IV vangelo accentua inoltre alcuni riferimenti all’eucaristia: Giovanni non riporta infatti le parole di Gesù nell’ultima cena, ma qui al capitolo 6 offre una catechesi sull’Eucaristia. In particolare con la sottolineatura del verbo ‘rendere grazie’ che esprime il gesto di Gesù “Allora Gesù prese i pani e dopo aver reso grazie (eucharistesas), li distribuì a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero”.

Giovanni vede in questo uno dei ‘segni’, che determinano la prima parte del suo vangelo: tuttavia le folle non comprendono. Ne sorge un equivoco. Riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re ma Gesù prende le distanze da tale ricerca: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”.

Gesù fugge coloro che lo seguono solo per essere saziati: non corrisponde alla ricerca di un messia che asseconda i bisogni ed offre soluzioni ai problemi immediati. Il segno dei pani per Gesù invece è indicazione di un modo diverso di intendere il rapporto con Dio e chiede un coinvolgimento della vita: Gesù stesso distribuisce i pani.

Si sta così attuando una rivelazione della sua persona e della sua identità, espressa nei termini del pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. E’ lui colui che invita al convivio annunciato dai gesti di Elia e di Eliseo, banchetto della fine dei tempi aperto a tutti, e sollecita tutti ad aprirsi ad un nuovo modo di intendere l’esistenza. C’è un riferimento nel racconto alla vicinanza della Pasqua: un rapido accenno ma significativo. Esso indica che l’intera vita di Gesù sta nel segno della Pasqua.

Il segno del pane raccoglie in sé tutta la vita di Gesù, e spinge ad intendere la nostra vita come pane da spezzare. Condividere il pane, distribuire il pane riceviamo come dono della presenza di Gesù. La sua vita pane spezzato è riferimento per porre i passi della nostra vita sul suo cammino. Nella condivisione si può vivere l’esperienza dell’incontro con Gesù vivente.

Alessandro Cortesi op

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Condividere il canto

Questa storia è riportata sulla pagina facebook dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati UNHCR ed è intitolata ‘viaggio di un quaderno’.

“L’ho pagato 5 dinari libici, me lo hanno dato assieme ad una biro. Avevo con me una memory card, comprata in un negozio di musica in Etiopia: l’idea era trasferire i salmi sul quaderno. Ma non avevo il cellulare e quindi ne ho trascritti pochi alla volta, quando incontravo qualcuno con il cellulare, a cui chiedevo di inserire la card per copiare un salmo, o alcune frasi. Sono stata nove mesi nelle prigioni dei trafficanti in Libia. Mi spostavano di continuo. In alcuni posti ci facevano cantare anche se piano, in altri invece ogni cosa era proibita. Le melodie le ho imparate dagli altri, le cantavamo insieme nei momenti in cui volevamo farci forza a vicenda. Alcuni mi chiedevano il libro dei canti per pregare da soli, poi me lo restituivano. Prima di imbarcarci, l’ho coperto con della plastica e me lo sono nascosto dietro la schiena, per non farmelo sequestrare. Ma in mare non ho cantato fino a quando non ho visto la nave dei soccorsi avvicinarsi: prima di allora ero impietrita dalla paura e non solo non cantavo, ma non riuscivo neanche a guardare l’acqua del mare”.

E’ la testimonianza di una ragazza di 16 anni, fuggita dall’Eritrea da sola, quando ne aveva 13. Il suo viaggio è stato segnato dal canto di salmi ricopiati in un canzoniere per trattenere quelle parole che sono risuonate e condivise negli spostamenti e nel buio dei luoghi di detenzione in Libia. La storia dell’esodo, cammino di liberazione, è vicina.

E’ storia che continua e come il canto di Maria dopo l’attraversamento del mare (Es 15) anche il canto di I. sulla riva di Pozzallo con lo sguardo rivolto finalmente alle acque del Mediterraneo è ancora memoria di attese di liberazione, di un doloroso passaggio, di lode nonostante tutto. Ed è anche denuncia di ogni ingiustizia, delle chiusure egoistiche e della disumanità di chi non sa ascoltare il canto di melodie lontane e la parola di Dio che si rende vicina nella diversità di armonie di lingue altre.

Condividere il libro che raccoglieva i salmi trattenuti come teosro prezioso, appiglio prezioso per continuare a resistere, è stato motivo di vita per continuare il cammino, anche nel buio della disperazione. Segno di condivisione di quel poco che nutre e fa andare avanti, e fa respirare la vita di un cibo che non perisce. Condividere quel poco (cinque pani due pesci… un canzoniere per cantare i salmi) che appare inutile e insufficiente per sfamare è gesto possibile nelle mani aperte dei poveri.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0210.JPGIs 55,1-3; Rom 8,35.37-39; Mt 14,13-21

“O voi assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente”. Sono parole cariche di quell’utopia che fa marciare la storia: gli assetati anche senza denaro possano trovare acqua per dissetarsi. E’ il delinearsi di un mondo alternativo in cui Dio stesso è provvidenza per tutte le creature: ‘la tenerezza del Signore si espande su tutte le creature. Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. Tu apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente’.

Acqua vino e latte sono simboli di libertà. La terra riconsegnata è ricca di nuova fertilità: una abbondanza di vita e di incontro pervade questa pagina. Dio è rimasto fedele al suo popolo e lo conduce ad un nuovo inizio. Egli stesso preparerà un banchetto e per tutti ci sarà posto: “…preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti e di bevande raffinate” (Is 25,6). Nutrimento, accoglienza, incontro nella pace: è desiderio al cuore di ogni esistenza ed è anche il realismo dell’utopia che genera storia nuova dove si accetta di rischiare in questa direzione.

Gesù accolse nella sua vita questo sogno: lo guidava nei suoi gesti. I pani distribuiti sono il segno di un modo nuovo di intendere l’esistenza. Non come accaparramento ma come condivisione. Ricordano il percorso dell’esodo, la sorpresa di scoprire che Dio provvede per tutto il popolo un cibo che non può essere trattenuto e accumulato, ma va raccolto e sufficiente per un giorno. Quei pani ricordano anche la promessa del banchetto promesso nei tempi ultimi, il grande incontro di popoli attorno ad una mensa dove per tutti c’è posto.

Matteo nel riportare i gesti di Gesù riporta anche quelli che la sua comunità vive nella memoria del risorto. Alzare gli occhi la cielo, pronunziare la benedizione, spezzare i pani sono i momenti un evento divenuto celebrazione. In questo modo la comunità di Matteo faceva memoria di Gesù e ripeteva il suo gesto di spezzare i pani per darli. E c’è una sottolineatura particolare: ai discepoli sono dati i pani perché essi stessi li distribuissero.

Non è un miracolo strepitoso, legato al desiderio di meraviglia e di eccezionalità propri di tanta sensibilità religiosa. E’ invece indicazione che nel quotidiano sono da scorgere miracoli che si attuano nell’indifferenza dei più. Il moltiplicare il cibo è frutto del distribuire. E’ un miracolo che si può ripetere nella quotidianità quando la vita e i beni vengono condivisi. E’ gesto che ricorda che Dio sogna un mondo in cui non vi sia chi soffre la fame e la sete. ‘Tutti mangiarono e furono saziati’.

La solidarietà nella lotta per l’equa distribuzione dei beni della terra è in questo senso opera eucaristica che dovrebbe impegnare la comunità cristiana proprio a partire dall’ascolto della parola nel presente della nostra storia. La distribuzione dei pani è anche rinvio ad un volto di Dio che ha cura di tutti i suoi figli: la testimonianza della comunità cristiana a questo dovrebbe mirare, a rendere visibile nei suoi gesti e nelle sue scelte la profezia di un mondo di condivisione.

Alessandro Cortesi op

 

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Pane

Ne Il sentiero dei nidi di ragno, di Italo Calvino ambientato nel ponente ligure nel tempo della seconda guerra mondiale, la resistenza è letta con gli occhi di un bambino. Pin, rimasto orfano, vive con la sorella, di nome Nera, che fa la prostituta in via del Carrugio lungo. Pin è una figura solitaria, alla ricerca di qualcuno che lo sappia comprendere e accogliere, lui che vivendo tra adulti non è più bambino e che tuttavia è tenuto a distanza dagli adulti che lo allontanano.

Viene arrestato e messo in carcere per aver rubato una pistola ad un soldato tedesco, e lì incontra Lupo rosso, combattente di un gruppo della Resistenza che lo aiuterà a fuggire insieme a lui. Ma anche Lupo rosso ad un certo punto lo abbandona. Ad un certo punto incontra un partigiano e sente la paura che lo afferra e lo porta a piangere:

““Chi va là!” dice l’uomo.
Pin non sa cosa rispondere, ha le lacrime che urgono, e ripiomba in un pianto totale, disperato.
L’uomo s’avvicina: è grande e grosso, vestito in borghese e armato di mitra, con una mantellina arrotolata a tracolla.
Dì, perché piangi?” dice.
Pin lo guarda: è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca.
“Che cosa fai qui, a quest’ora?” dice l’uomo “ti sei perso?” 
(…)

“Lo conosci Lupo Rosso?” chiede Pin.
“Perdio, se lo conosco; Lupo Rosso è uno del Biondo. Io sono uno del Dritto. E tu come lo conosci?”
Ero con lui, con Lupo Rosso, e l’ho perduto. Siamo scappati di prigione. Abbiamo messo l’elmo alla sentinella. A me prima m’hanno frustato con la cinghia della pistola. Perché l’ho rubata al marinaio di mia sorella. Mia sorella è la Nera di Carrugio Lungo.”
L’omone in berrettino di lana si passa un dito sui baffi: “Già già già già… dice, nello sforzo di capire la storia tutta in una volta.. E adesso dove vuoi andare?”
“Non lo so”, dice Pin. “Tu dove vai?”
“Io vado all’accampamento.”
“Mi ci porti?” dice Pin.
“Vieni. Hai mangiato?”
“Ciliege” dice Pin.
“Ben. Tieni del pane”, e tira fuori di tasca il pane e glielo dà.
Ora camminano per un campo d’olivi. Pin morde il pane: ancora qualche lacrima gli cola per le guance e lui la inghiotte assieme al pane masticato. L’uomo lo ha preso per mano: è una mano grandissima, calda e soffice, sembra fatta di pane.

Quell’omone incontrato nel bosco, combattente partigiano, fa parte di un gruppo della resistenza e lo chiamano Cugino: in lui Pin incontra una presenza forte che non si delinea come figura eccezionale, anzi per ceri aspetti rischia di deluderlo come tutti gli altri adulti incontrati. Ma Cugino condivide con lui del pane, gli dà da mangiare e soprattutto lo tiene per mano e Pin sente in quella mano calda qualcosa come il pane.

Pin scopre nel Cugino un amico. Il pane che gli aveva dato è il pane dell’amicizia che suggella anche l’ultima pagina del romanzo nella scena in cui Pin e Cugino se ne vanno nel buio, tra le lucciole, tenendosi per mano.

Pin è tutto contento. È davvero il Grande Amico, il Cugino.
Il Cugino si rimette il mitra in spalla e restituisce la pistola a Pin. Ora camminano per la campagna e Pin tiene la sua mano in quella soffice e calma del Cugino, in quella gran mano di pane.
Il buio è punteggiato di piccoli chiarori: ci sono grandi voli di lucciole intorno alle siepi. (…)

“C’è pieno di lucciole”, dice il Cugino.
“A vederle da vicino, le lucciole”, dice Pin, “sono bestie schifose anche loro, rossicce.
“Sì”, dice il Cugino, “ma viste così sono belle.”
E continuano a camminare, l’omone e il bambino, nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.
 

Alessandro Cortesi op

 

 

 

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