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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVIII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

Es 16,2-4.12-15; Sal 77; Ef 4,17.20-24Gv 6,24-35

“Che cos’è? … non sapevano che cosa fosse”. “Man hu?’’ Da questa domanda sorge il nome della ‘manna’, cibo del deserto, cibo del cammino. Mosè ne spiegò il significato: “E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo”. La manna nel deserto è grande segno nell’uscita dall’Egitto dalla schiavitù, nel momento della prova: in essa sono racchiuse indicazioni essenziali per il cammino dell’esodo. E’ cibo, nutrimento giunto in modo inatteso per saziare fame, per poter andare avanti. Ma è anche pane dato nel momento in cui era emersa la mormorazione e la rivolta contro Dio che aveva fatto uscire dall’Egitto. La manna è donata proprio quando sorge la nostalgia del tempo della schiavitù e la lamentela di fronte alla fatica dell’andare: è pane per proseguire un cammino di libertà, e per scoprire il senso del procedere nel deserto. Non è un percorso per tornare nella condizione degli schiavi, ma è cibo come dono per aprirsi a nuove dimensioni del vivere.

La manna ha quindi la caratteristica di ssere cibo donato: è dato dal Signore, non può essere considerato prodotto della propria attività, né proprietà da trattenere. Sta anche qui la radice dell’indicazione secondo cui il popolo poteva uscire a raccoglierne ogni giorno la quantità necessaria solamente a quel giorno. Non può essere accumulata, messo da parte, accaparrata. E’ sufficiente la razione di un giorno. Va atteso come dono che proviene da altrove, ogni giorno, e che richiede di essere condiviso. E’ cibo che consente di andare avanti solo per quel giorno.

L’atto di accoglierlo mantiene nel senso della precarietà e dell’affidamento. E riconoscere una presenza nascosta del Dio che libera e accompagna. Conduce a non cercare altre sicurezze che sembrano saziare ma sono vane. Al dono della manna è associata la scoperta di un incontro: “saprete che io sono il Signore vostro Dio”. In quel cibo è racchiuso un rinvio ad una presenza, al volto stesso di Dio. E’ un conoscere che passa per la vita. Sta nell’accoglienza del dono ed apre così a un Dio nascosto e che pure si fa vicino nella gratuità. Dio comunica i suoi doni perché si scopra il senso della vita nella libertà del donarsi.

Il dono del cibo si colloca nel momento più duro del cammino del deserto, quando il desiderio di tornare alle piccole sicurezze della schiavitù si fa più forte. Nella schiavitù si mangiava pane a sazietà. Ora, nel cammino dell’esodo, non c’è sazietà. E questa esperienza apre ad uno spazio nuovo, ad intendere la vita in un rapporto profondo vitale con il Dio che guida alla libertà. Non essere sazi implica scoprire il senso profondo della propria esistenza che non può esaurirsi nel far proprio. C’è un mangiare, che non lascia spazio al limite, che porta a dimenticare quella fame profonda di libertà e di senso dell’esistenza nell’incontro.

E’ questo anche il richiamo che Gesù pone nel lungo discorso sul pane: “voi mi cercate perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati… datevi da fare non per il cibo che non dura ma per il cibo che rimane per la vita eterna”.

La domanda si sposta allora: come fare la volontà di Dio? “Questa è l’opera di Dio che crediate in colui che egli ha mandato”. Gesù presenta se stesso come il pane dal cielo. E’ pane donato dal Padre, che dà la vita al mondo. “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà sete, mai”. Quel pane è rinvio all’esistenza stessa di Gesù: la sua vita è come pane donato. L’incontro con lui è nutrimento che fa camminare per vivere come lui ha vissuto, per compiere la volontà del Padre, che è volontà di dono e di libertà.

Gesù indica due orizzonti del vivere: cercare il cibo che non viene meno, è il cibo dell’incontro con lui, il contatto con la sua vita che si è fatta pane spezzato e donato. Suggerisce anche l’opera di Dio. Non si tratta di compiere azioni particolari ma di ‘credere’ in lui. Sta qui l’invito ad un affidamento (credere è affidarsi) che non è compimento di pratiche religiose o osservanza di leggi, ma entrare in un rapporto di vita in cui si affida la propria esistenza a lui e si vive la fiducia in lui. Il quotidiano apparentemente senza Dio diviene luogo in cui Dio si fa incontro e chiede di riconoscerlo e dargli spazio in ogni gesto di condivisione.

Spesso desideriamo saziarci di cose, cerchiamo sicurezze che ci piegano alla schiavitù dei faraoni, degli imperi, di questo mondo. Come lasciare spazio nella nostra vita a riconoscere i doni in cui si fa vicino la presenza dono di Dio stesso non fuori dalla vita ma proprio nel cammino?

Gesù che ha fatto della sua esistenza un pane condiviso: ogni pane che viene spezzato ne diviene segno così come ogni vita sensibile alla fame degli altri. Ha indicato un modo di vivere l’esistenza in cui il mangiare insieme e il condividere divengono orizzonte di fraternità. Come vivere oggi una resistenza verso tutto ciò che è esclusione e accaparramento e la proposta di luoghi di condivisione?

Alessandro Cortesi op

XVII domenica del tempo ordinario anno B – 2012

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

“Venne un uomo che portò pane di primizie…” Eliseo è un uomo di Dio. Il suo invito ‘Dallo da mangiare alla gente’ è sconcertante. Come possono pochi pani d’orzo e grano appena raccolto sfamare tanta gente? Nel suo gesto c’è anche una indicazione del superamento dei privilegi: l’uomo di Dio vive per portare la parola di Dio e per far parte dei doni. Un dono recato a lui dev’essere distribuito a tutti, non può essere trattenuto. Ma in questa indicazione dell’uomo di Dio c’è anche il rinvio ad ogni uomo.

La sua parola poi si pone in contrasto con la logica del calcolo e della programmazione: dare quei pochi pani contrasta con la constatazione dell’insufficienza per tanta gente. Eppure proprio entrare nella logica del dono può aprire a scoperte impensabili. Si tratta poi di primizie, sono pani importanti, i primi pani impastati con l‘orzo che matura presto. La parola dell’uomo di Dio invita a distribuire ciò che si guarderebbe con attenzione e cura prima di darlo via. Eppure l’invito è perentorio: ‘dallo da mangiare’. La sua parola si fonda sulla fiducia nella parola di Dio: ‘poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne faranno avanzare”.

C’è un protagonista silenzioso di questa scena ed è la presenza di Dio. L’ascolto della sua parola genera una vita che può percorrere strade nuove e sconosciute alla mentalità del calcolo, del pensiero chiuso sul proprio io, e chiede un affidamento gratuito.

Eliseo si rende così strumento di un ‘miracolo’ che è segno che rinvia alla Parola di Dio.  La distribuzione di primizie è compiuta sulla base della sua promessa: proprio nel distribuire ne basterà per tutti ed addirittura ne avanzerà. La fede d’Israele è radicata nell’esperienza dell’Esodo, nel dono della manna, il cibo per ciascun giorno che non doveva essere ammassato, trattenuto, ma raccolto giorno per giorno, dono di Dio che provvede ai suoi figli e dà il nutrimento necessario.

Nel racconto di Giovanni è Gesù al centro. Il contesto è quello della Pasqua vicina: è un gesto che trae luce dal riferimento alla Pasqua. Il luogo dove la scena si svolge è l’altra riva del mare. Quell’altra riva lontano dai luoghi in cui Gesù si deve confrontare con la logica meschina e chiusa di chi non comprendeva e non voleva accogliere i suoi gesti di liberazione. Ed è anche un luogo sul monte.

Gesù sa leggere la situazione di coloro che venivano da lui e si preoccupa: ‘Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?’ Filippo vede l’impossibilità di comprare pane per tutta quella gente. Andrea allora presenta un ragazzo con cinque pani e due pesci. Un gesto di gratuità:quello che ha è poco ma lo presenta ugualmente. ‘Che cos’è questo per tanta gente?’. In questo momento di difficoltà Gesù compie due gesti, prende i pani, pronuncia la benedizione e li diede a quelli che erano seduti. E’ un segno che pone al centro il gesto dell’accogliere, del ringraziare e del distribuire. Nel distribuirlo il pane è sufficiente per tutti e non viene meno. La distribuzione è unita al gesto del benedire. E’ un richiamo al gesto dell’Eucaristia che veniva vissuta nelle prime comunità cristiane. Nel gesto di Gesù si ritrova così l’origine e il senso della liturgia eucaristica. Il pane e i pesci che Gesù distribuisce saziano tutti ed anche ne avanzano dodici canestri con i pezzi dei pani d’orzo. Dodici, un numero che rinvia alla totalità del popolo d’Israele: ce n’è per tutti ed è un cibo che raduna un popolo chiamato a comunicare. La pagina si conclude nell’incomprensione: il segno di Gesù rinvia al volto di Dio che dona cibo e sazia la fame dei suoi figli. Le folle lo intendono invece come motivo di soluzione di problemi immediati. Lo cercano per farlo re. Ma Gesù prende le distanze da questo tipo di ricerca: si ritirò sul monte, lui da solo.

La pagina di Giovanni narra un segno di Gesù:  la distribuzione e la condivisione ci apre una fessura per comprendere il nostro presente e per vivere in esso alla luce di questa Parola.

Le nostre vite sono spesso soffocate da una insistenza che è presente attorno a noi ma anche dentro di noi su tutto ciò che è calcolo, previsione, programmazione. Spesso tutto questo è connesso anche al denaro, al punto che la questione centrale del nostro vivere è divenuta la preoccupazione per l’andamento delle finanze e del denaro alla Borsa, da cui dipendono le sorti di interi popoli. Se è legittimo preoccuparsi di ciò che permette di vivere, se stessi e gli altri, è tuttavia una forma di schiavitù e di idolatria mettere il senso della vita solamente nel denaro, nel profitto delle proprie attività, nel calcolo dell’utile che può derivare da ciò che facciamo.

La situazione di crisi che viviamo può farci guardare oltre, a ciò a cui dare valore oltre l’interesse, andando oltre la affannosa ricerca del profitto e dell’utile. Proprio nel tempo della crisi possiamo scoprire il valore di cose che non sono quantificabili in termini di denaro e che pure valgono tanto di più. Possiamo scoprire il valore di ciò che si pone fuori dalle logiche dell’utilità e del calcolo per seguire le vie del gratuito e del sovrappiù. La crisi ci invita ad aver lo sguardo di Gesù che sa vedere le necessità e il bisogno della folla. Può anche essere occasione per scoprire come  distribuire il pane e le risorse facendo nostro il gesto di Gesù, dell’accogliere del ringraziare, del condividere. Solo la condivisione può spezzare i meccanismi di ingiustizia che sembra non possano essere messi in discussione.

Anche noi possiamo offrire primizie di tempo, di competenze, di salute, di vita. Possiamo scoprire che quanto abbiamo, nel momento in cui è dato, trova modo di moltiplicarsi e diviene sufficiente per molti. E potremo anche aprirci al miracolo della sovrabbondanza. Quanto è condiviso a partire da gesti di gratuità e generosità diviene sufficiente per molti e addirittura ne avanza. “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

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