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Islam, popoli in movimento, democrazia

E’ appena uscito il volume dal titolo Islam, popoli in movimento, democrazia. Mediterraneo mare di confini, ed. Nerbini 2015.

Raccoglie i contributi del seminario di studi promosso dall’associazione di ricerca sociale Poiein-Lab e dal Centro Espaces ‘Giorgio La Pira’ di Pistoia nel novembre 2014. Tra gli autori Marco Giovannoni, Filippo Buccarelli, Marco Bontempi, Claudio Monge op. L’introduzione al volume curata da Giovanni Paci, rilegge i contributi del seminario alla luce dei recenti avvenimenti dopo la strage di Parigi del gennaio 2015.

E’ un libro che offre materiale per pensare e per leggere il presente. Qui le pagine iniziali dell’introduzione.

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Qui di seguito l’indice del volume 

Si può richiedere copie all’indirizzo espacespistoia@gmail.com

XX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0091Is 56,1-7;  Rm 11,13-15.29-32;  Mt 15,21-28

L’episodio narrato da Matteo è un incontro di Gesù con una donna, definita ‘cananea’. Può essere utile il confronto con il passo parallelo di Marco (7,24-30) che Matteo riprende apportando alcune significative modifiche in rapporto con la sua interpretazione della missione di Gesù e della vita della comunità. Marco aveva indicato quella donna come di origine ‘siro-fenicia’, quindi pagana a e aveva collocato l’incontro direttamente in un territorio a nord di Israele, in terra pagana, impura. Matteo invece dice che Gesù si ritira e si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone, ma non vi giunge mai. E’ invece la donna cananea ad essere presentata nel movimento di attraversare i confini per recarsi ad incontrare Gesù riconoscendo in lui il ‘figlio di Davide’, quindi il messia.

Secondo i profeti il compito del messia era quello di procurare pane per ognuno dei figli di Israele (cfr. 2 Sam 6,19) e la questione che si apre tra la donna e Gesù riguarda la possibilità di partecipare ad un banchetto in cui il pane sia per tutti. Non si deve dimenticare che questo incontro avviene nel quadro della narrazione di Matteo inserito tra la prima moltiplicazione dei pani e la seconda.

L’atteggiamento di Gesù nei confronti della donna pagana, uscita dai confini, che grida verso di lui comunicando la situazione di bisogno di sua figlia, è di silenzio e di insensibilità: “non le rispose neppure una parola”. Per Matteo Gesù è messia inviato innanzitutto alla casa di Israele e rende esplicito questo passaggio nella risposta posta in bocca a Gesù di fronte alla preghiera dei discepoli “congedala perché ci grida dietro”: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Appare come la preoccupazione prima di Gesù sia all’interno di confini segnati dalla appartenenza al popolo dell’alleanza e delle promesse. La donna insiste e Gesù a lei risponde in modo assai duro: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. L’uso del termine vezzeggiativo in riferimento ai ‘cani’ non elimina la durezza di questa visione esclusiva, senza alcuna apertura. I cani nel linguaggio del tempo era l’indicazione per ‘i pagani’, e la visione di Gesù appare uniformarsi a quella di una salvezza riservata ad alcuni in una logica di esclusione degli altri. Nella versione originale di Marco c’era una sottolineatura diversa. Nell’aggiunta: “Lascia prima che si sazino i figli” Gesù poneva una questione di tempi e di precedenza: prima le pecore perdute di Israele e poi i pagani. In Matteo la posizione appare più dura e in un orizzonte di chiusura radicale. Gesù è presentato così in una presa di posizione assimilata a quella di chi interpretava il disegno di Dio in un orizzonte di esclusività, oppure in queste parole si può intravedere una prospettiva teologica – propria di Matteo – secondo cui solamente dopo la risurrezione Gesù aprirà a tutti la sua missione che nella sua vita si era concentrata sui peccatori di Israele (cfr. Mt 28,19).

Ma è a questo punto che si inserisce nella narrazione una novità e un elemento che porta a cambiare prospettiva. La donna infatti insiste, accetta di essere tra coloro che non hanno diritto, come i pagani, e tuttavia richiama una possibilità aperta: le briciole che avanzano, che sono il sovrappiù, possono essere nutrimento per i cagnolini: “è vero Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. E’ un dibattito che pone la questione del dono del regno, della condivisione del pane, compito del messia, nell’apertura a quelli di fuori, oltre i confini, i pagani. La donna in questa assunzione coraggiosa e forte del dialogo apre Gesù a cogliere qualcosa che stava al cuore del suo agire e del suo messaggio, ma che ancora non era stato espresso. La fede della donna si fonda sulla certezza che Dio non lascia nessuno nel bisogno perché il suo volto è quello dell’amore aperto e senza confini. La sua parola e la sua fede è fonte di vita per Gesù stesso che libera la sua forza di amore. “Avvenga per te come desideri”.

Nella prima moltiplicazione dei pani infatti tutti coloro che erano presenti avevano potuto avere nutrimento ed erano state raccolte dodici ceste di pezzi avanzati. Il pane non è misurato, è in abbondanza e ne avanza. Le parole della donna, il suo coraggio, la sua fede sono forte sollecitazione per Gesù stesso a maturare una percezione più profonda del venire del regno. La donna genera un cambiamento in Gesù stesso, lo aiuta a cogliere che il tempo di una partecipazione dei pagani alla mensa del pane anche soltanto per mezzo di briciole, è già venuto.

Ma lo apre anche a scoprire che vanno oltrepassati i confini delle divisioni e delle esclusioni e che il pane, segno della missione del messia, può esserci in abbondanza per tutti. Lei chiede briciole e Gesù si aprirà a vivere un segno che dice abbondanza di pane per tutti, anche per i pagani. Questo è il significato delle sette ceste di pani avanzate nella seconda moltiplicazione (dodici nella prima in rapporto ad una abbondanza nei confronti di Israele, sette nella seconda in riferimento ai pagani). Nel quadro del vangelo di Matteo Gesù non si reca in territorio dei pagani, ed è questa donna che varca i confini che lo provoca al passaggio a considerare anche i lontani, gli esclusi, i pagani, partecipi del banchetto del messia. Gesù riconosce ‘grande è la tua fede’. Questa donna si è avvicinata a Gesù con cuore aperto e Gesù riconosce la grandezza di una fede che di per se stessa è forza di vita nuova “‘Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri’ E da quell’istante sua figlia fu guarita”. Gesù diviene traghettatore della fede di questa donna ma la cananea stessa è riconosciuta come traghettatirce di una apertura del cuore di Gesù e di liberazione di forze di vita nuova.

Matteo presenta poi Gesù salire sul monte: il monte come quello del discorso al cap. 5 è luogo dove si manifesta l’autorità di Gesù. Questa volta non si siede per insegnare, ma per guarire. E guarisce folle che provengono dal territorio pagano, dalla Decapoli, come quella donna che proveniva dalla terra dei cananei, oltre i confini. Nell’unica terra di Israele, la terra delle promesse, c’è posto per tutti, per una condivisione in cui sperimenatre la salvezza come dono di vita, di un Dio che ha cura di tutti i suoi figli, capace di un amore senza confini.

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(immagine di san Cristoforo, l’attraversatore, spesso raffigurato nelle pareti esterne delle chiese in Alto Adige)

Alcune riflessioni per noi oggi

La pagina di Matteo parla di confini che sono varcati (in Marco è Gesù il varcatore di soglie e di confini, in Matteo è un donna che ha il coraggio di trasgredire, di passare oltre). Ci possiamo interrogare su come viviamo oggi i confini, quelli visibili e quelli invisibili che dividono anche all’interno dei territori quotidiani coloro che possono stare al banchetto della vita e quelli che vengono considerati esclusi. Possiamo pensare ai modo di vivere la religione che genera confini di separazione, di esclusione, che alimenta sensi si privilegio e superiorità. Questo modo di vivere il confine è il più profondo tradimento della fede. La fede della donna pagana che porta Gesù a crescere, a cogliere dimensioni nuove della sua missione e della sua presenza è traccia di una fede aperta, capace di riconoscimento dell’altro, capace soprattutto di recarsi incontro e di lasciarsi essa stessa cambiare. Fede di attraversatori, di persone capaci di farsi carico e oltrepassare. I modi fondamentalisti di vivere la religione, che oggi si esprimono drammaticamente nelle forme della violenza, della eliminazione degli altri diversi, sono anche presenti laddove la religione è un fatto di appartenenza culturale, costruito su interessi, lobbies, affari e potere sociale, quando non di armi accumulate.

La donna cananea che varca i confini è una provocazione per noi a vivere l’esperienza di fede con la libertà di vivere l’incontro, di saper accogliere la sfida della diversità. E’ la sfida a vivere cammini di umanizzazione varcando confini e scoprendo il confine come luogo di scuola, di apprendimento. Solo nel riconoscimento del proprio limite (limiti personali e collettivi oggi, anche delle chiese e tradizioni), e nella disponibilità a lasciarsi cambiare dall’altro si può incontrare il Dio che va oltre i confini narrato da Gesù.

Diceva Alexander Langer, profeta attraversatore di confini, viaggiatore leggero, nel 1994 ad Assisi: “Io credo che abbiamo due scelte: una è quella che ultimamente è diventata famosa col termine epurazione etnica, cioè ripulire ogni territorio dagli altri, rendere omogeneo, rendere esclusivo, etnicamente esclusivo un territorio, e quindi dire che chi lì non diventa uguale agli altri, perché vuole coltivare la sua diversità, o chi semplicemente viene cacciato da lì, cioè non gli viene neanche permesso di integrarsi, se ne vada, con le buone o le cattive, fino allo sterminio (…) L’altra possibilità è quella che ci attrezziamo alla convivenza, che sviluppiamo una cultura, una politica, un’attitudine alla convivenza, cioè alla pluralità, al parlarsi, all’ascoltarsi. (…) Credo che oggi uno dei grandi compiti di chiunque abbia voglia di un futuro amico, sia proprio quello di diventare in qualche modo, nel suo piccolo, pontiere, costruttore di ponti del dialogo, della comunicazione interculturale o interetnica”.

Alessandro Cortesi op

 

P.S. a questo link lo scritto di Alexander Langer Lettera a san Cristoforo: “… Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare – grazie alla tua forza fisica eccezionale – i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella “Grande Causa” della quale – capivo – eri assetato…”.

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Num 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-48

“Erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo Spirito si posò su di loro, erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento…”. Fuori della riunione Eldad e Medad sono riempiti del dono dello Spirito e ne diventano portavoce.

E’ una storia affascinante quella di Eldad e Medad, rimasti nell’accampamento e assenti alla convocazione di Mosè. E’ una storia dello Spirito di Dio, cha va a posarsi dove vuole, che scende anche al di fuori delle appartenenze chiare e definite. I due profetizzavano, lontani dalla convocazione di Mosè, dalla tenda: le loro parole e i loro gesti richiamavano  alla chiamata di Dio, alla sua parola, all’alleanza. C’è quindi una presenza dello Spirito che è libera, non è racchiusa all’interno di gruppi e convocazioni riconosciute.

La profezia di Eldad e Medad trova però la reazione di Giosuè: “Mosè, mio signore, impediscili”. E’ la reazione di chi divide il mondo tra ‘i nostri’ e ‘i loro’. E’ l’attitudine della paura che qualcosa avvenga a disturbare un ordine stabilito in strutture umane. E’ anche l’orientamento di chi pensa di sapere cosa lo Spirito di Dio deve fare e come deve attuarlo. E’ un modo di pensare meschino che non si apre ad accolgiere la novità di Dio, sempre più rgande dei nostri piccoli progetti, e ssempre oltre le nostre chiusure. Lo Spirito stesso viene imprigionato dentro a programmi e suddivisioni stabilite da uomini. Ma lo Spirito – vuole indicarci questo racconto – varca i confini, disorienta gli ordinamenti fissati, non si lascia trattenere. Lo Spirito si posa e genera profezia anche al di fuori dei gruppi stabiliti e dei soggetti designati.

Mosè così risponde a Giosuè: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore”… Viene così smascherato il motivo di fondo della reazione di Giosuè: è gelosia. E’ quel sentimento che vuole trattenere anziché lasciare andare, che rinchiude anziché riconoscere una presenza dello Spirito e di bene oltre le proprie pianificazioni. Lo Spirito non può essere tenuto dentro, chiede di essere lasciato andare e di essere seguito nella sua libertà e creatività.

Ma anche Mosè apre ad un nuovo orizzonte: “fossero tutti profeti…” cioè la profezia non è dono riservato. Lo fossero tutti, profeti nel popolo di Dio… Queste parole hanno la carica di una attesa, di una speranza e di un promessa. Ricordare la parola di Dio, richiamare il senso profondo dell’esistenza umana in rapporto ad un Tu amante, lasciarsi fare voce dello Spirito e delle sue chiamate non è dominio esclusivo di qualcuno, è dono diffuso, attraversa il popolo…Fossero tutti profeti è allora un augurio ma anche una promessa, la promessa di un dono che penetra i cuori e li rende capaci di farsi voce anche inconsapevole della forza inesauribile e sempre nuova dello Spirito nella storia e nella creazione.

Anche Gesù si trova a rispondere a chi ragiona secondo la logica dell’appartenenza e dell’esclusione, quella logica di chi, come Giovanni uno degli apostoli, dice: “non è dei nostri, non ci segue”. “Maestro abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”. Gesù scardina questa impostazione ed apre a quello sguardo capace di Dio che non pretende di rinchiudere e di definire confini, laddove Dio apre a comunicazioni e a percorsi nuovi. “Non glielo impedite … chi non è contro di noi è per noi”. Traspare qui il modo di guardare di Gesù, il suo stile di autentica intelligenza delle cose, delle situazioni, delle persone. Il suo saper ‘guardare dentro’, leggendo e trovando il bene, aprendo a cammini di liberazione e di futuro. Gesù legge positivamente ogni gesto che si pone come espressione dello spirito che libera (quell’ “uno” visto da Giovanni scacciava i demoni mentre gli stessi discepoli non riuscivano a compiere gesti di liberazione).

C’è una profezia grande ed una profezia del quotidiano, racchiusa nel tessuto dei gesti ordinari, feriali: “chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico non perderà la sua ricompensa”. Un bicchiere d’acqua dato è luogo di un dono e di una apertura che viene indicata come autentica profezia.

Gesù richiama ad uno sguardo aperto e ad un respiro ampio. Critica chi vuole segnare confini e divisioni, con la pretesa di essere la vera comunità, in qualche modo di possedere la creatività di Dio e del suo Spirito. Poter pronunciare il nome di Gesù, cioè indicare il segreto della sua vita, va oltre i confini di appartenenze stabilite e visibili. Ci sono testimoni del nome di Gesù anche al di fuori delle delimitazioni visibili della comunità di Gesù stesso. E’ liberante questo sguardo e questo invito.

E ancora Gesù richiama i suoi ad una grande apertura ma anche ad una grande vigilanza: a non voler demarcare frontiere tra ‘chi è dei nostri’ e chi è nemico, e nemmeno pretendere che ‘tutti ci seguano’. Invita piuttosto a stare in ascolto dello Spirito che soffia dove vuole, a scorgere e ad accogliere il bene da dovunque proviene riconoscendolo con gratitudine. C’è un’azione segreta e diffusa dello Spirito che guida alla verità tutta intera. Ma anche richiama a stare attenti piuttosto a vivere la radicalità del vangelo, a rispondere in prima persona ad essere profeti, a non essere ostacolo e inciampo nella vita di alcuno. Gesù apre così ad un senso profondo di responsabilità, e ad uno sguardo sereno che non cerchi di trattenere il soffio dello Spirito. E’ questa forse l’indicazione di una attitudine di povertà come attitudine profonda, che coinvolge l’intera esistetnza e non solo la questione del possesso dei beni, a cui richiama la lettera di Giacomo, quela attitudine che sola rende accoglienti, aperti al bene da qualunque parte provenga, partecipi di un respiro di speranza. Per tutti.

Alessandro Cortesi op

 

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