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II domenica dopo il Natale – anno C – 2016

DSCF6367.JPGSir 24,1-12; Ef 1,3-18;Gv 1,1-18

“Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: Fissa la tenda in Giacobbe e prendi in eredità Israele… Nella città amata mi ha fatto abitare, ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso”. L’immagine della tenda, e con essa l’idea dell’abitare, della casa, e del porre radici è al centro di questa pagina.

Il cammino della sapienza è visto come di presenza personale, accanto a Dio: è parola che esce da lui per una missione ricevuta da Dio stesso, mandata a percorrere un lungo viaggio attraverso la creazione e a prendere un’eredità affidata. Fino a giungere a piantare la sua tenda in mezzo alla città di Gerusalemme, tra il popolo di Israele. Il creatore la invia: in questo movimento di uscita si delinea un rapporto con la creazione e con la storia del popolo d’Israele. La sapienza pone la sua tenda in mezzo ad un popolo e lì abita. La tenda della sapienza, parola uscita dalla bocca di Dio è l’abitare di una comunicazione di vita e di amore.

Il IV vangelo riprende la medesima immagine: ‘egli pose la sua tenda tra di noi’, in noi. Le parole evocano quel segno della vicinanza di Dio, rappresentato dall’arca della alleanza, la shekinah, che ricordava e nel contempo nascondeva la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Gesù Cristo, nella sua vicenda umana concreta, di carne, è uomo in cui incontrare Dio stesso. Tutto si concentra sulla Parola, il Verbo di Dio. La Parola da sempre vive nella comunione di vita e di amore con il Padre tutto ricevendo da Lui ed è stata inviata come luce. Le tenebre, evocazione di peccato e morte, non l’hanno potuta trattenere. La presenza della Parola che entra nel mondo, viene espressa con l’immagine della luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Venne fra la sua gente…. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

La Parola di Dio pone la sua tenda nella condizione umana prendendo su di sé la ‘carne’, tutta la povertà e la fragilità. L’evento dell’incarnazione reca in sé un tratto del volto e del disegno di Dio. Tutte le dimensioni che compongono la vita umana, senza lasciarne fuori nessuna sono prese e condivise. Il Figlio è presentato con i tratti della sapienza di Dio, parola del Padre: è inviato per salvare prendendo su di sé tutto ciò che è ‘carne’, umanità nelle sue varie espressioni e soprattutto nella sua debolezza. E’ luce vera perché accompagna ad entrare in rapporto Dio come presenza viva che si comunica e ci prende con sé.

La Parola di Dio scende in noi, mette la sua tenda fra le nostre tende, per salvarci, per spalancare alla nostra vita gli orizzonti di una vita di partecipazione a Lui stesso. E’ il medesimo movimento presentato nell’inno di Efesini. Un secondo movimento sorge da questo: a partire da questo discendere, noi stessi chiamati ad accogliere e ad entrare in una conoscenza di Lui che si fa dialogo e incontro. “Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui.”

‘Conoscere’ nel linguaggio biblico non indica un sapere teorico ma esprime il rapporto e l’unione: chi conosce veramente è chi si lega nell’amore. La discesa della Parola di Dio, che ha posto la sua tenda tra noi, è feconda di un movimento di accoglienza e cammino: è lo spostare le tende per entrare nell’incontro con Lui: uno spostare le tende che conduce ad accogliere l’altro.

“Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati”. C’è una chiamata ad accogliere la luce di una presenza per aprirci a scoprire una speranza davanti a noi. Una speranza esigente, fatta di apertura e di far proprio il movimento della Parola: Gesù è già venuto e ha preso su di sé tutta la storia umana, ci rende responsabili di persone da accogliere e del cammino dell’umanità.

 

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Astri e terra

A fine anno alcuni quotidiani lanciano un sondaggio sulla parola più utilizzata nell’anno. La parola dell’anno 2014 fu ‘selfie’: un neologismo per indicare un tipo di foto fatte a se stessi possibile con i nuovi dispositivi di telefoni smartphone. Un termine rivelatore di una attitudine di sguardo autocentrato, di autocompiacimento e di voglia di apparire. Quasi una cifra di un tempo in cui il self, l’attenzione rivolta all’io, ai propri bisogni e al proprio volto è divenuto modalità di intendere la vita, secondo la logica presente nel mito di Narciso. Con la conseguente invasione dilagante sui social network di foto con il faccione in primo piano di chi orgogliosamente si ritrae al centro di panorami esotici, in compagnia dei propri animali domestici o accanto a pietanze, tra architetture avveniristiche o più spesso in mezzo a gruppi di amici con smorfie diverse.

Tra le parole indicate per l’anno del 2015, da Vatileaks a Grexit, ce n’è una che fa invece riferimento ad un impresa aerospaziale che ha attirato l’attenzione popolare. Si tratta della vicenda vissuta dall’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, prima donna inserita negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea. Nel 2015 ha trascorso 200 giorni nello spazio vivendo nel laboratorio spaziale in cui si svolge una collaborazione di ricerca tra diverse nazioni. ‘Astrosamantha’ è così una tra le parole nuove del 2015, almeno in Italia: un orribile neologismo che tuttavia racchiude in sé, proprio per l’attenzione che evidenzia, alcuni messaggi o alcune nostalgie da far emergere nel tempo che viviamo: forse la nostalgia di una sapienza nuova e diversa?

Si potrebbe trovare in questa espressione quasi un rovesciamento della logica del selfie. E’ indice di un passaggio da uno sguardo centrato sull’io ad uno sguardo che fa scorgere altre dimensioni.

Dall’orbita spaziale sulla quale stava svolgendo il suo faticoso lavoro di ricerca e di sperimentazione Samantha Cristoforetti faceva giungere di tanto in tanto alcune foto che rendevano presente la terra vista dalla prospettiva del cielo, da quel ‘lassù’ lontano e remoto e tuttavia mai così vicino attraverso le opportunità di comunicazione. Una prospettiva nuova e insolita. Le immagini riportavano i contorni della terra vista dal cielo, di giorno e di notte: un pianeta che appariva piccolo e limitato, una sfera dispersa nelle immensità dello spazio cosmico. Richiamavano lo stupore di Pascal di fronte alla smisuratezza degli spazi e nella percezione dell’infinitamente piccolo.

Le foto talvolta delineavano da lontano i drammi che segnano la vita sulla terra: nelle foto notturne le luci presenti in regioni segnate dalla guerra apparivano limitatissime ed esigue a differenza di altri luoghi dove l’illuminazione intensa offriva il segnale di un pulsare della vita. Vista dallo spazio oltre l’atmosfera la terra appariva così veramente come un piccolo mondo correlato insieme, in cui forse le cause di disuguaglianze, iniquità, divisioni e conflitti potevano trovare soluzione solamente se il punto di vista si fosse elevato un po’. Pensare all’umanità da quella distanza non poteva non far percepire il senso di una missione comune tra tutti da condividere per far sì che la vita potesse svolgersi in pace, per risolvere i conflitti, per custodire la preziosità di un pianeta fragile.

La prima reazione di Samantha al suo rientro dopo mesi di lontananza è stata fissata nel suo sorriso stupito, espressione di una gioia serena nel poter percepire dopo tanto tempo – come ella stessa ebbe a dire – il profumo dell’erba fresca. La navicella che l’aveva riportata a terra era atterrata tra le steppe del Kazakhstan. L’impressione della terra guardata da lontano come piccola sfera sperduta nell’immensità dei cieli si mescolava ora con l’intensità del profumo della terra, delle sue zolle  dove affondavano ciuffi di erbe che, smosse dal vento della steppa, diffondevano profumi e fragranze.

In questo incrocio di percezioni sta forse la chiave di una esperienza cha ha certo impressionato l’opinione pubblica per la prima volta di una donna italiana nello spazio e per i risvolti tecnici e scientifici, ma che ha offerto la possibilità di uno sguardo insolito: uno sguardo che fa percepire la profondità di una sapienza da coltivare. Non un sapere riservato a pochi, ma quello sgorgante dal contemplare e toccare il piccolo e il grande, la fragilità di una terra che appare nella sua piccolezza di fronte alle ampiezze smisurate del cosmo, la meraviglia di fronte al respirare il profumo dell’erba. Sono esperienze che rinviano ad una sapienza da coltivare oggi.

“La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama a sua gloria…. Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come nube ho ricoperto la terra… ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi… fra tutti questi ho cercato un luogo di riposo, qualcuno nel cui territorio potessi risiedere” (Sir 24,1-5).

Alessandro Cortesi op

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IV domenica di Pasqua – anno B – 2015

DSCN0497At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

“Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata…”. La pietra scartata è immagine biblica che racconta come agisce Dio: Dio va alla ricerca dell’ultimo, guarda il dimenticato, solleva e rovescia la condizione di chi è senza appoggi, si china sulle vittime e su chi non ha altro sostegno. Il suo agire è diverso dall’attitudine diffusa che scarta ed esclude. Lo stile Dio è la tenerezza di chi va alla ricerca del perduto. La sua potenza si rivela nello scendere e risollevare chi è indebolito e vittima senza difese.

Dall’esperienza di Dio che prende la pietra scartata sgorga la lode del salmo: “Ti rendo grazie perché mi hai risposto, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore, una meraviglia agli occhi nostri” (Sal 117).

In rapporto a questo agire di Dio la prima comunità cristiana legge la risurrezione di Gesù: essa riconosce in lui il volto dello sconfitto, dell’umiliato sulla croce. Proprio lui è stato costituito ‘signore’ in virtù della potenza di Dio. Ed è lui pietra scartata, a divenire base della costruzione di un edificio nuovo, della vita di una comunità che in lui trova unico fondamento.

In questo orizzonte è colto un senso profondo della vita, la risposta alla attesa di felicità: non c’è altra salvezza da ricercare in altre soluzioni o progetti. In Gesù – è questa l’esperienza della prima comunità cristiana – si incontra l’azione potente del Padre che accoglie chi è scartato ed eliminato. In Gesù trova speranza la vicenda di tanti poveri che non hanno appoggio umano e si affidano al Dio fedele, capace di rovesciare i potenti dai troni e di innalzare gli umili.

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre… noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato”. Al cuore della prima lettera di Giovanni sta una parola sull’identità del credente: il suo centro sta al di fuori di sé: è qualcuno che ha accolto un amore quale dono del Padre. La sua identità fa riferimento così ad un amore ricevuto, ad un Altro. Da lì proviene la meraviglia per la gratuità di un incontro. Il credere è esperienza di comunione. Dio ha il volto dell’amore: chi sperimenta l’amore, che raggiunge nei gesti umani della vicinanza, dell’accoglienza, della cura, nella concretezza della sua vita, può comprendere qualcosa del volto di Dio.

Il credente scopre così di essere figlio, meglio, partecipe di una comunità di figlie e figli. “Non solo siamo chiamati figli di Dio, ma lo siamo realmente”. ‘Figlio’ è un nome che dice legame: una dipendenza originaria da cui la vita ha tratto il suo inizio. E’ il legame profondo della generazione, un codice scritto nelle profondità dell’essere, nella psiche, nelle cellule del proprio corpo. Ma la condizione di figli non è solo un fatto biologico. Si è figlie e figli in quanto si attuano e si scoprono nell’esistenza legami e relazioni in cui la solitudine è vinta nell’incontro e riempita dalla cura e dalla presenza di qualcuno vicino. Scoprire di essere figli è cammino in un amore ricevuto, è meraviglia per la gratuità che avvolge senza merito, dono che segna la propria esistenza, è l’apertura a trovare radice della propria vita nel dono di altri. Così la vita dei cristiani è esistenza di figli, scoperta di un dono che precede e di uno sguardo appassionato, quello di un padre-madre, Dio come ‘tu amante’, che non dimentica le nostre vite e non è indifferente a nessuno.

La prima lettera di Giovanni ricorda anche che il nostro essere figli si colloca all’interno di una tensione tra il momento presente, con tutte le sue contraddizioni, ed un futuro di compimento. ‘Noi saremo simili a lui’: è una promessa ed anche un invito a scorgere le profondità dell’esistenza. C’è un dono di somiglianza sin d’ora in atto che apre a responsabilità e a scelte libere. Dentro ad esistenze che vivono la fatica e la precarietà c’è una chiamata ad una esperienza dell’amore più profonda e piena: ‘lo vedremo così come egli è’: è la grande promessa e attesa della fede. E’ la promessa di una vita aperta all’esperienza dell’amore che non siamo in grado di esprimere.

“Io conosco il Padre e do la mia vita per le pecore”. Gesù è la pietra scartata che è divenuta testata d’angolo: la sua vita è stata in tutti i suoi momenti testimonianza di amore gratuito e liberante del Padre. Per il modo in cui ha vissuto è stato scartato. La sua vita è stata una discesa nella debolezza dell’amore, fino a perdere la vita stessa per i suoi, le sue pecore.

L’immagine del pastore è cara alla Bibbia: Dio stesso è presentato come pastore e il suo agire contrapposto ai pastori, i capi del popolo, preoccupati dei propri interessi e non della cura delle pecore. Pastore è infatti chi nutre, che alimenta la vita, che avverte la propria esistenza legata e dipendente da quella delle pecore. Tutt’altro dall’idea del pastore come capo e dominatore che vive la superiorità del comandare.

Gesù è indicato come ‘pastore bello’. Nel suo agire nel suo volto si rende visibile il volto di Dio. Nel suo essere pastore si compie secondo il IV vangelo un farsi vedere del volto di Dio come colui che procura vita, che ha cura della vita di tutti.

Per i pastori del tempo di Gesù alcune poche pecore costituivano una piccola proprietà che consentiva loro la sussistenza: erano care come la propria vita. Il pastore conosce le sue pecore e le pecore ‘conoscono me’: conoscere nel IV vangelo verbo con una particolare importanza: esprime una relazione di vita, un’esperienza e parla di reciprocità: c’è un rapporto unico e personale. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono.

Gesù dà la sua vita per i suoi, diviene uno scarto secondo le logiche del potere umano. Ma proprio in questo offrire la vita manifesta il volto di Dio. La debolezza della libertà è il massimo potere sulla vita, nel suo darsi si manifesta l’amore del Padre che dà salvezza, senso e compimento alla vita. Il volto di Dio è lì in una vita donata fino alla fine, nel chinarsi di chi serve, nell’amore che si dona per gli altri.

La pagina apre un’ulteriore approfondimento: ‘ho altre pecore che non provengono da questo recinto; e anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore’. Gesù come ‘pastore’ compie un raduno nel suo donare la sua vita: sta qui il senso più profondo della sua testimonianza, il dono di sé è forza che raccoglie e genera la possibilità di incontro, di superamento della dispersione Lo sguardo di Gesù va oltre ogni recinto che racchiude.

Earth_Day_FestivalAlcune osservazioni per noi oggi

Pietro parla di Gesù come pietra scartata per rispondere alla domanda suscitata dall’aver portato beneficio ad un uomo infermo. Nel nome di Gesù si pone l’azione dei discepoli. Nel nome di Gesù, pietra scartata, Pietro ritrova il criterio di fondo di un agire che guarda a chi è infermo.

In questi giorni ancora abbiamo ancora assistito ad eventi tragici in cui centinaia di uomini donne bambini sono morti nel mare Mediterraneo per il capovolgimento di barconi su cui erano stati caricati come sfruttati e schiavi, quasi al termine del lungo viaggio che li ha condotti dalle regioni interne dell’Africa, la Somalia l’Eritrea, il Mali, il Gambia, sino alle coste della Libia. Cercavano salvezza e hanno trovato la morte. Sono loro oggi le pietre scartate di un mondo in cui l’indifferenza e la preoccupazione per difendere la propria ricchezza impedisce di perseguire scelte di cura e solidarietà tra i popoli. I loro volti sono un appello a pensare il nostro agire nel nome di Gesù pietra scartata, a ritrovare in lui il criterio di scelte che sappiano prolungare il suo ‘passare facendo del bene’. La salvezza passa attraverso un salvare vite umane, le vite da trarre in salvo dai flutti del mare, ma anche le vite da trarre in salvo dall’indifferenza e dall’egoismo…

Tommaso di Francesco, evidenziando le radici della questione di un Occidente responsabile delle guerre e miserie dei Sud del mondo, s’interroga su modi nuovi di fare memoria del 25 aprile come festa di liberazione che investa il presente : “E invece, se di fronte a questo vuoto e disastro politico, facessimo del 25 aprile — attanagliato quest’anno del 70esimo da ritualità e conflitti — anche il 25 aprile della liberazione dei migranti dai muri della Fortezza Europa, dalle nuove guerre e miserie, dalla condizione «clandestina» e dalle stragi amare alle quali sono condannati? Se per ricordare e rivitalizzare la memoria della Resistenza dessimo la parola — e i contenuti sulle nuove oppressioni — ai sopravvissuti dei naufragi e ai tanti immigrati che fanno crescere il nostro Pil e la nostra demografia?” (Il 25 aprile dei migranti, “Il manifesto” 22 aprile 2015)

Toccante la preghiera laica di Erri De Luca pronunciata in riferimento a quanto avvenuto nel canale di Sicilia:

Mare nostro che non sei nei cieli

e abbracci i confini dell’isola e del mondo

sia benedetto il tuo sale e sia benedetto il tuo fondale


accogli le gremite imbarcazioni senza una strada sopra le tue onde

i pescatori usciti nella notte le loro reti

tra le tue creature che tornano al mattino

con la pesca dei naufraghi salvati


Mare nostro che non sei nei cieli

all’alba sei colore del frumento

al tramonto dell’uva di vendemmia

che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste


Mare nostro che non sei nei cieli

tu sei più giusto della terra ferma pure quando sollevi onde a muraglia

poi le riabbassi a tappeto

custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale

fai da autunno per loro da carezza, da abbraccio

da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire.

(Erri De Luca a LA7 Piazza pulita 20 aprile 2015)

Il riferimento al pastore andrebbe spogliato dei riferimenti metaforici e riportato ad una dura concretezza: l’esperienza dei pastori è comunanza di vita con le pecore, fatta di fatica, di tempo, di silenzio, di mani indurite. Il tempo dei pastori è speso totalmente nella cura: il chiamare per nome le singole pecore, il saperle riconoscere una ad una è capacità propria di chi vive la fatica di una vita spesso ingrata. La vita dei pastori è dura. Nel passaggio ad intendere il pastore in senso metaforico come ‘guida’ si è perso il senso profondo della concretezza di un’esperienza che è in primo luogo di condivisione totale di vita e di incontro e si è ingenerata anche l’idea di una comunità-gregge.

Nella vicenda di Israele pastore è Abramo, pastore è Mosè, come Davide era bambino pastore quando fu chiamato dal pascolo. I profeti hanno pagine durissime (Ezechiele in particolare) contro i pastori preoccupati solo di se stessi, dei propri interessi. E’ l’idea ripresa nelle parole di Gesù: ci sono pastori che sono mercenari e non si curano delle pecore.

Forse dovremmo pensare ai pastori come persone preoccupate per alimentare vita, per aprire percorsi di vita per gli altri… capaci di custodia di persone, ma anche capaci di custodia della vita nelle sue espressioni diverse, in un rapporto nuovo con la terra. Ci si aprirebbe a scoprire come pastori non sono una categoria di guide avvolte da un’aurea sacrale. Piuttosto profilo del pastore è nascosto in tutte e tutti coloro che custodiscono la vita di altri, la fanno maturare, non chiudono recinti, ma seguono con pazienza per aprire cammini nuovi, dove ci sia vita, dove ci sia cura, dove ognuna e ognuno si senta riconosciuto come unico. Profeti di una cura della terra in attenzione ai semi di vita, preoccupati di non disprezzare e calpestare il respiro della vita nelel sue diverse forme e di aprire vie di maturazione e condivisione. Pastori capaci di custodia oltre i recinti culturali e religiosi.

Alessandro Cortesi op

V domenica di Pasqua – anno A- 2014

DSCF4994At 6,1-7; 1 Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

Le parole che Gesù certamente disse ai suoi nei momenti prima della passione e nella cena sono rimaste scolpite nei cuori dei suoi amci. Solamente dopo la Pasqua queste parole trovarono modo di riaffiorare, di essere riportate alla memoria, di ritrovare formulazione nuova, nella luce dell’incontro con lui vivente. Di bocca in bocca, di ricordo in ricordo fino ad essere messe per iscritto: nel IV vangelo divengono discorsi, lunghi, occupano quattro interi capitoli. In questo parlare Gesù manifesta ai suoi se stesso, la sua identità e chiede loro di passare dal turbamento all’affidamento, dallo sgomento della morte al credere nella vita: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Credere nel IV vangelo è verbo usato con un senso dinamico, di tensione, apertura: un verbo di movimento e non di stabilità. ‘Credere in’: essere proiettati verso un incontro in cui entrare nel coinvolgimento sempre più profondo. Il movimento del credere ha i tratti di un cammino, da attuare su una via, esperienza mai chiusa. A conclusione del suo scritto Giovanni dice che quei ‘segni’ sono stati scritti ‘perché continuiate a credere…’ (Gv 20,31) e credendo poter trovare il senso profondo della vita. Credere e continuare a credere sono il cammino di chi accoglie il parlare di Gesù.

Nei discorsi di addio si rende presente ciò che Gesù affida ai suoi ed anche ciò che chiede loro nel tempo della sua assenza. E’ un discorso di partenza: Gesù annuncia che se ne va. Ma è un andare che mantiene una relazione con i suoi ed apre ad un modo di presenza nuova. E’ andare che inaugura un’assenza ma anche apre un tempo di attesa e la promessa di ritrovarsi. “Io vado a prepararvi un posto: quando sarò andato e vi avrò preparato un posto ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”

L’andarsene di Gesù, la sua morte, non è un abbandono, ma è promessa di un ‘essere con’, è richiesta di ‘rimanere in lui’, legati a lui per ritrovarsi: il IV vangelo suggerisce in questo modo come l’assenza di Gesù apre ad un nuovo orizzonte di relazione. Il suo andarsene apre un tempo nuovo, abitato dal un preparare un incontro, una comunione: la preparazione di un dimorare insieme. “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti”. Le nostre forme di abitazione sono concepite spesso per garantire la chiusura e l’esclusione, per non lasciare spazi ad altri. Quello di Gesù è un abitare non ristretto né escludente, ma dove gli spazi si allargano. La casa del Padre non è una casa dagli spazi angusti: la metafora rinvia al senso profondo della casa come luogo dell’abitare, della protezione, ma anche della relazione. Vi sono molti posti.

L’andarsene stesso di Gesù non è solitudine ma è rapporto con il Padre. La partenza di Gesù offre uno squarcio sulla casa del Padre. La casa, luogo di vita, di incontro, di relazioni di molte e diverse presenze. E’ una casa con molti posti. E c’è la promessa di un ritorno. La vita che accoglie l’esperienza del credere è movimento aperto verso il futuro: “credete in Dio e credete anche in me” è la richiesta di Gesù ai suoi. E’ una richiesta che colloca in un cammino, in una tensione. La stabilità di esperienza di comunità che si sono accomodate in situazioni stabili, o rinchiuse in nostaglie di passato ed hanno così perduto ogni tensione al futuro nell’organizzare il potere del presente, sono lontane dalla richiesta di Gesù. Ai suoi Gesù chiede di mantenere quel senso di provvisorietà che apre al camminare sempre, la tensione al futuro e l’attesa del suo ritorno: c’è una centralità del rapporto con lui al cuore del credere, nella vita dei credenti. Credere allora è mantenere vivo questo incontro, attendere lui nel suo ritorno, rimanere con lo sguardo fisso in una tensione di cammino, e continuare a camminare.

Da qui sorge la difficoltà di Tommaso: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’. Gesù dice ai suoi che sta andando al Padre: il suo luogo è la vita del Padre. E a Tommaso indica la sua vita come via: ‘Io sono la via, la verità e la vita’. Il suo essere ‘via’ si connota come preoccupazione di chi va a preparare una accoglienza. Il tempo che si apre nella assenza di Gesù è tempo di apertura. La comunità che Gesù sogna è comunione in cui vi sia spazio per l’originalità e la diversità dei molti in un incontro che è risposta alle attese più profonde della vita umana.

Il suo essere ‘via’ sono i suoi gesti, le sue parole, le scelte e lo stile del suo passare. E’ una vita in cui ‘mostra il Padre’. Gesù aveva detto ‘Io sono la porta’ (Gv 10,9). Luogo di passaggio, la porta, per entrare ed uscire, in quell’incontro che è ‘venire al Padre’. Tutto il suo essere è orientato al Padre: nel prologo del IV vangelo si dice che la Parola era ‘rivolta verso il Padre’ (Gv 1,1). Così Gesù, Parola fatta carne, nella sua vicenda umana è luogo di trasparenza del volto del Padre: ‘fa vedere’ nelle sue opere, nei segni della cura e del servizio di una esistenza vissuta come essere uomo-per-gli-altri il volto invisibile del Padre e con la sua vita lo racconta e se ne fa esegeta: “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).

Al centro della vita cristiana sta l’incontro con Dio, che ha il volto del Padre misericordioso. E’ il volto amante di chi conosce i gesti della tenerezza e si consegna fino in fondo a noi. Gesù – è una delle linee centrali del IV vangelo – manifesta il volto del Padre, la sua ‘gloria’ nel suo lasciarsi condurre alla croce. La sua morte è esito di scelte storiche compiute nella linea di un amore che pone al primo posto le persone, preoccupato di un posto per tutti, un amore che si dona e si consegna. Per giungere al Padre la via è quella del dono di sè, del servizio, della fedeltà in un amore esigente e libero percorsa da Gesù.

‘Signore mostraci il Padre e ci basta’: la richiesta di Filippo è eco di una grande attesa del cuore di uomini e donne in ricerca: scorgere la manifestazione percepibile nelle misure umane della Realtà ultima, poter vedere il volto di Dio. E’ un desiderio che attraversa il Primo Testamento questa tensione a scorgere il volto. E’  la domanda di Mosè: ‘Mostrami la tua gloria’ (Es 33,18) ed è il desiderio del credente dei Salmi: ‘Rispondimi presto Signore… non nascondermi il tuo volto’ (Sal 143,7) ‘Fino a quando Signore, mi nasconderai il tuo volto?’ (Sal 13,2). Gesù rinvia al suo essere nel Padre: ‘Non credi che io sono nel Padre?’. E richiama Filippo al suo percorso umano: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre… il Padre che è in me compie le sue opere’. Gesù nella sua vicenda di uomo, nel suo agire, nelle sue parole e nelle sue opere ha raccontato il volto del Padre. Lo ha raccontato come volto di chi raccoglie l’attesa e la ricerca di uomini e donne in camino, di chi rompe divisioni e barriere per far sentire a casa coloro che sono tenuti fuori e distanti. Lo ha raccontato nel distribuire il pane come condivisione, segno di un Padre che soffre per la vita dei suoi figli. Lo ha raccontato nel suo dare la vista a chi non ci vedeva e nel criticare la pretesa di un vedere che non si apre ad uno sguardo più profondo. Lo ha raccontato nel gesto della vita offerta e donata, sino a scendere e lavare i piedi ai suoi nell’ultima cena. Lo ha raccontato affrontando la condanna ingiusta in fedeltà ad una consegna al Padre e agli uomini e donne, all’umanità assetata.

DSCF4846Alcuni spunti di attualizzazione di questa pagina

Un primo elemento su cui riflettere potrebbe essere l’immagine della ‘casa del Padre’: la casa del Padre e le nostre case. Gesù va a preparare un posto e indica la casa del Padre come casa dai molti posti, dove poter dimorare, trovare accoglienza e rifugio. L’esperienza quotidiana del preparare posto è carica di bellezza e attesa: come il preparare un posto quando una nuova nascita si avvicina, ma anche la più ordinaria esperienza dell’ospitalità in cui si prepara dando spazio all’ospite atteso, così per il ritorno di persone care, e per visite non porgrammate che generano l’atmosfera di un veloce riassestamento di tempi, spazi e attenzioni. La casa è luogo in cui preparare posto, ed è forse immagine per la nostra vita chiamata ad essere preparazione di posti perché altri nell’incontro possano trovare casa e sentirsi a casa in quel calore di accoglienza che solo una casa abitata sa offrire. Possiamo trasmettere accoglienza perché noi stessi siamo attesi e accolti nella casa del Padre. Il nostro abitare è spesso segnato dalla paura, dal ripiegamento. E’ un abitare sovente con pochi posti a disposizione e in cui talvolta non si dà il tempo per preparare qualcosa per altri. Il pensiero alla casa può ampliarsi a considerare la casa del cuore, la propria persona come casa di incontro, ma anche la casa come grande metafora di una convivenza di popoli, la ‘casa comune’ che con le nostre scelte costruiamo: una casa di pace o di guerra. ‘Casa comune’ è stata nel passato immagine applicata ad un progeto di costruzione dell’Europa come convivenza di popoli diversi, divisi da secoli di violenza e prevaricazione ma uniti da un ideale di pace, in apertura al mondo non come fortezza isolata. Viviamo oggi le contraddizioni di un presente in cui proprio in Europa crescono tanti egoismi che chiudono spazi all’altro, in cui le paure generano esclusione e chiusura, in cui l’accoglienza, il fare posto all’altro viene dimenticata e prevale la preoccupazione di difendere e allargare i propri spazi.

Gesù invita i suoi ad aprirsi alla via. Il credere non è tranquilla acquisizione ma è cammino. E’ molto bella l’intuizione di Agostino che scorgeva porprio in Gesù la via e la patria, la via da seguire e il porto da raggiungere. “Colui che era lontano da te, assumendo l’umanità si è fatto vicino a te. E’ insieme Dio e uomo: Dio in cui rimanere, uomo per il quale andare. Cristo è insieme la tua strada e la tua meta” (Discorso 261) Questa suggestione del cammino ci riporta ad un’esperienza del credere da intendere con le caratteristiche di ogni cammino. E’ fatta di orientamento, di fatica, di tensione verso una meta e non di pretesa di essere già arrivati. Un cammino è fatto di tanti incontri e così anche il credere avviene solamente nell’incontro.

Gesù è il racconto, la autentica parabola del Padre: come nelle sue parabole Gesù non chiude in una definizione e non offre speculazioni ma racconta e delinea i tratti di un volto nel dinamismo di una vita che coinvolge, così la sua stessa esperienza è racconto, parabola del Padre. Con le sue parole e i suoi gesti narra un volto che solo può essere incontrato nell’entrare in relazione. Conoscere indica una relazione profonda, di intimità, di esperienza. Gesù parla di verità non come una dottrina da conoscere e possedere a livello intellettuale. Piuttosto la verità è vivente: è la sua persona. Non si può possedere, ma solamente accogliere e in lui ‘rimanere’, sperimentando una conoscenza come incontro. Alla domanda ‘quale strada percorrere per trovare il senso più profondo della vita?’ Gesù offre il suo cammino e invita a scoprire la vita continuando il suo stile, i suoi gesti, così come lui ha vissuto. La verità che è persona si fa incontro a noi nelle persone, nelle situazioni e ci chiama ad ascoltare, a dialogare, a stare di fronte ai volti in cui c’è traccia dell’immagine di Dio. C’è un cammino da compiere e da ricominciare sempre da una immagine di Dio costruita a nostra misura e come giustificazione di impianti ideologici e di potere al volto di Dio raccontato da Gesù.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 13,43-52; Sal 99; Ap 7,9-17; Gv 10,27-30

Ascoltare la voce, conoscere, seguire. Sono tre verbi al cuore della pagina del vangelo. Gesù parla di se stesso come pastore che conosce le sue pecore. “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”.

Ma è importante accogliere queste parole di Gesù nel contesto in cui sono poste. Gesù – dice Giovanni poco dopo è nel tempio e sta camminando nel portico di Salomone, in un giorno di festa, la festa della Dedicazione (Gv 10,22-23). Contrappone in modo drastico ladri e briganti a colui che è autentico pastore. Parla di se stesso come di un pastore, che ha tante pecore, anche oltre il suo recinto. “Ed esse ascolteranno la sua voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore” (Gv 10,16). Sono parole che suscitano la reazione dei Giudei (termine che nel IV vangelo viene usato per indicare gli oppositori a Gesù, che non si aprono all’ascolto). Gesù richiede di riconoscere nelle sue opere, nel suo stile un segno del suo essere Figlio, una sola cosa con il Padre. Ma allora ciò significa la rottura di recinti, il richiamo ad un ascolto di Dio che si attua nel seguire Gesù. E il buon pastore è colui che dà la vita per le sue pecore. Questo non è sopportabile per chi è preoccupato di un sistema religioso e non di seguire Gesù sulla via della concretezza della custodia e della cura.

La questione di fondo si accentra sull’ascolto. La voce innanzitutto. Tante voci si affollano attorno a noi ed è importante riconoscere la voce a cui prestare ascolto. Non è cosa scontata: molte sono le voci di ladri e briganti, di chi è solo interessato ad un proprio vantaggio e non accoglie né incontra ma utilizza gli altri. Viviamo nell’esistenza esperienze in cui una voce dice qualcosa di più di un soffio – flatus vocis, soffio che va e si disperde-: Sostare per riconoscere nella confusione una voce familiare, propria, è esperienza che apre il cuore. Nella lontananza ascoltare e riconoscere voci che richiamano alla casa, nel pericolo percepire voci che si avvicinano per offrire soccorso, in un ambiente estraneo improvvisamente udire voci che recano parole comprensibili, voci vicine. La voce è qui molto più che la voce sola. E’ dono di presenza, comunicazione, possibilità di incontro. Lascia tracce profonde nel cuore. Ed è anche esperienza quotidiana il riconoscere nel tono di una voce amica, nelle sue sfumature, i sentimenti che stanno dietro, le ansie o le stanchezze, le speranze o le richieste, il desiderio di comunicazione o la richiesta di aiuto. La voce è sempre voce di qualcuno, di un volto, di una presenza, di un tu che, proprio nella sua voce inconfondibile, si fa appello e getta un ponte. Il suono e il tono di un voce è ben di più di un fenomeno fisico: dice apertura e promessa, possibilità di incontro. La voce di qualcuno non è solo il suo pensiero, la sua parola, ma è esperienza di sensi, possibilità di contatto profondo, intimità e comunicazione di quanto si rivela solo a chi distingue le sfumature di una voce. La voce non è parola fredda ma reca con sé colori unici di sentimento, di moti profondi. La voce, il suo tono, il timbro, l’accentuazione comunicano un’interiorità.

Le voci che occupano le giornate sono tante: nel tempo della sovrabbondanza di voci che si accavallano e non lasciano spazi al silenzio non è facile ascoltare e non è immediato distinguere le parole autentiche, riconoscere le voci importanti.  Colpiti da tante voci, diverse ed anche opposte tra loro ascoltare è arte difficile, che non s’improvvisa. Gesù contrappone diversi tipi di ascolti: nel IV vangelo evoca le pecore che ascoltano la voce mentre attorno opposizione e ostilità stanno crescendo contro di lui. Le voci delle autorità religiose si alzano per ridurre la sua voce al silenzio. E Gesù parla delle pecore che ascoltano la voce del pastore e sanno riconoscere quella voce come indicazione per i loro percorsi. ‘Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono’: forse il suo pensiero andava al gesto dei pastori che dopo aver riunito pecore di diverse greggi in un ovile radunavano le proprie con la voce spingendole verso il pascolo. Riconoscere la voce è per Gesù richiamo a saper distinguere una chiamata che si colloca dentro la propria esistenza, voce dell’unico pastore che ha cura delle pecore che desidera per loro la vita. In Apocalisse (seconda lettura) si parla dell’agnello, immagine di Gesù Cristo morto e risorto, come ‘pastore che guida alle sorgenti della vita’. Gesù evoca l’ascolto della sua voce in contrasto con tante altre voci che pretendono di sovrastare la sua o di sostituirsi. Sono le voci di chi pretende di mettersi al posto di Dio senza rimanere in un ascolto che de-centra e contesta ogni pretesa di potere come dominio e non come servizio.

Ascoltare: è la prima attitudine del credente. Ascolta Israele… Se ascolterete le mie parole… Parla Signore, che il tuo servo ti ascolta…

Ascolto è rimanere in attesa, è attitudine di apertura ad una parola da ricevere, a cui offrire accoglienza e custodia. E’ in fondo riconoscimento di due strutture fondamentali dell’esistenza umana: siamo infatti innanzitutto poveri e  bisognosi di una parola che sia riconoscimento, bisognosi di un volto che parla, come un bambino ha bisogno di potersi riconoscere in un volto e in una parola che lo precede. E siamo esseri di risposta, chiamati a rispondere, a dare ascolto nell’ascolto che ci precede e ci custodisce: la parola accolta è sempre appello, invito, e domanda sospesa ad una risposta e ad un cammino verso l’altro.

Chi ascolta non pretende innanzitutto di prendere spazio e di imporsi, ma ascoltare è attitudine di mitezza. Chi ascolta lascia spazio agli altri e offre attenzione nel convincimento di non aver già tutto chiaro, nell’aver bisogno della verità dell’altro. Così ascoltare Dio passa anche attraverso l’ascolto degli altri. La parola di Dio ci raggiunge anche attraverso le voci, spesso nascoste o soffocate, da riconoscere e accogliere, di chi ne è testimone, anche senza saperlo.

Conoscere: in tutta la Bibbia il significato del ‘conoscere’ rinvia al rapporto intimo, personale. Gesù parla delle pecore che conoscono il pastore e si presenta come unico pastore a cui far riferimento, in contrasto con tanti pretesi pastori che intendono guidare ma secondo i propri interessi. Conoscere è come, l’ascolto, tutto il contrario di un percorso facile, immediato, o frutto di strategie. E’ piuttosto meta di un lento imparare, di un accostarsi  attento e delicato alla vita dell’altro. Conoscere non si esaurisce in un sapere intellettuale o in contatti superficiali, e non giungerà mai alla falsa illusione di saper tutto dell’altro, ma è un lasciarsi abitare dall’altro, sempre nuovo, sempre da ricominciare. E si affina e si compie nello ‘stare davanti’  e nello ‘stare presso’ l’altro. Conoscere è possibile così solamente in chi coltiva un cuore ospitale e  aperto. Il consumo di rapporti, l’idea che si conoscono tanti amici (le centinaia di amici su facebook!)è illusione che impedisce di maturare la pazienza di costruire lentamente e nel silenzio la profondità di rapporti personali.

Conoscere è sinonimo di custodire: la custodia di una intimità che non può mai essere svenduta. Una certa tendenza oggi presente anche nel mondo ecclesiale nel valorizzare testimonianze di persone che mettono in pubblico i propri percorsi interiori, per chi conosce la fatica del ‘conoscere’ fa sorridere al pensiero della superficialità e della vacuità di questi stessi percorsi. C’è un’intimità del conoscere, anche nell’esperienza della fede, da custodire con il senso di preziosità di un tesoro. Esso può solo essere sussurrato in incontri da persona a persona e non esposto nell’ottica del consumo della comunicazione di massa. Conoscere è rinvio all’intimità, ed anche alla concretezza di una consuetudine di incontro che diviene nutrimento reciproco nella vita, abbeverarsi alla presenza dell’altro, avvertire la medesima corrente di vita che passa nelle proprie fibre, così come i tralci si muovono nella linfa che proviene dalla vite. In questo senso conoscere implica uno stare ed un rimanere presso l’altro. “Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto…” (Gv 15,5)

Seguire. Le mie pecore mi ascoltano e mi seguono. Se il conoscere implica uno stare, la vita con Gesù, l’esperienza di fede si connota come cammino, come un andare. L’ascolto di Gesù e il conoscere lui e la sua voce che chiama conduce ad una apertura, ad un andare, ad un ripartire anche nelle situazioni in cui i cieli sono chiusi e non sembra esserci futuro. Gesù parla di pecore che ascoltare il pastore mentre attorno si stringe il cerchio minaccioso dell’ostilità e del rifiuto, mentre raccolgono pietre per lapidare il pastore che dà la vita. La sua via, via dell’amore, è in contrasto con le pretese di tanti pastori che non sanno riconoscere l’unico grande pastore, colui che ha percorso la via della croce, il crocifisso risorto, l’agnello immolato e ritto in piedi.

Seguire è certo un mettersi in movimento, un aprirsi ad un cambiamento che ad ogni età si rinnova come cambiamento interiore, ma è anche il seguire Gesù sulla via che lui ha percorso. Ha poco a che fare con i successi umani e le realizzazioni di carriera, di potere o di affermazione riconosciuta. E’ seguire la via della croce che è via del servizio e di un dono in cui il conoscere, e l’ascolto si declinano nel quotidiano, in rapporto con Lui e nel riconoscerlo tra i volti che ci è dato incontrare: oltre ogni recinto. Nella fiducia che in questo ascolto l’unico pastore fa camminare le sue pecore verso un orizzonte di comunione. “Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno potrà strapparle dalla mano del Padre”. In questo cammino sta la fede di Gesù, ed in esso sta anche la nostra fede.

Alessandro Cortesi op

 

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