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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica delle Palme – anno A – 2020

L'ingresso_di_Gesù_a_Gerusalemme_Codex_Purpureus_Rossanensis(Codex Purpureus Rossanensis – sec. VI – ingresso di Gesù a Gerusalemme)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

‘Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso’

La figura del ‘servo di Jahwè’, a partire da un riferimento ad un’espeirenza singolare racchiude il riferimento alla vicenda dell’intero popolo d’Israele come popolo. Il servo è quindi figura che racchiude in sé la dimensione collettiva: non si pone di fronte alla violenza con una violenza opposta ma si affida a Dio, e confida che Dio sta dalla parte delle vittime e degli oppressi. E’ così messaggero che annuncia la pace (Is 52,7): a costo della sua vita, la sua esperienza è fonte di pace. Il suo agire nonviolento è testimonianza del suo affidarsi A Dio che sconfigge e rende vana la violenza stessa.

Le prime comunità cristiane hanno visto questa figura come modalità per esprimere la vicenda di Gesù. Gesù nella sua passione come giusto sofferente continua e attua l’esperienza dell’intero popolo d’Israele.

Nel racconto della passione secondo Matteo si possono cogliere sette tappe da leggere alla luce delle parole che iniziano il racconto: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza e rivelazione del Dio vicino, che ascolta il grido degli oppressi e scende a liberarli, è il contesto della narrazione ma anche la chiave di lettura. Matteo indica poi il tema della ‘consegna’. Gesù è tradito, consegnato: ma vi è una più profonda consegna da scorgere: Gesù si consegna al Padre e all’umanità: è il servo che giustificherà molti.

L’unzione di Betania, primo momento, è annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e la cena pasquale, seconda scena: Gesù, tradito dai suoi (Mt 26,16.20), offre in libertà la sua vita: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Il terzo momento è al Getsemani. In Gesù si delinea il profilo del giusto nella prova in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: al centro è ancora Gesù che si rifiuta di percorrere la via della violenza che pure ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54).

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): in questa sezione Gesù viene indicato con alcuni titoli che ne suggeriscono l’identità come messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato. La folla di Gerusalemme è strumentalizzata, Pilato si lava le mani e la moglie di lui interviene (Mt 27,19) indicando Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo vi è un altro passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è inerme e condannato, e non salva se stesso: per questo subisce lo scherno: ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: ora è lui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. Le immagini proprie dell’apocalisse stanno ad indicare che la sua morte segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e si attua un moviemnto di liberazione e uscita per tutta l’umanità: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 – le cui prime parole sono pronunciate da Gesù sulla croce – è la preghiera di un giusto sofferente che invoca Dio e a lui si abbandona lasciando a lui l’ultima parola. Sulla croce Gesù nel suo grido manifesta un volto di Dio che soffre insieme ed è vicino nella sofferenza. Dio a cui affidare la vita proprio perché com-patisce fino in fondo.

Il racconto si chiude con la sepoltura e con l’indicazione di due gruppi davanti al sepolcro: le donne che vigilano con amore (Mt 27,61) e le guardie che vigilano in modo diverso, a servizio dei poteri, politico e religioso, che hanno ucciso Gesù (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

Panaro-solidale-per-i-bisognosi-1000x600(Napoli, via santa Chiara, marzo 2020)

Dolore e speranza

La pandemia causata dal virus Covid-19 è giunta in Italia a partire dal mese di febbraio. La percezione della gravità della situazione non è stata subito avvertita. Dagli inizi del mese di marzo il governo ha determinato misure progressive di chiusura di ogni attività eccetto i servizi essenziali.

Il rapido diffondersi dell’epidemia soprattutto in alcune regioni del Nord Italia come la Lombardia ha provocato un numero ingente di morti. Al momento sono più di 12.000 coloro che sono deceduti a causa del virus. Questa pandemia ha innanzitutto portato grande dolore anche nell’impossibilità di accompagnare i defunti stando loro vicini al momento della morte o in un ultimo saluto incontrando le persone care e gli amici.

Lo stato di emergenza ha posto inoltre in risalto le condizioni di sofferenza di molte persone senza casa che non sanno dove trovare rifugio, dei carcerati costretti in ambiti dove le norme di distanza non possono essere rispettate, di molti stranieri profughi senza sostegni, di chi ha dovuto lavorare anche quando era palese il rischio di contagio perché le ragioni del profitto venivano anteposte all’attenzione alla salute.

La chiusura di ogni attività lavorativa sta inoltre generando grande sofferenza nelle famiglie e nella popolazione: molti hanno perso il lavoro, la maggior parte dei lavoratori sono stati messi in cassa integrazione o hanno preso un periodo di ferie. Solo per una parte è stato possibile intraprendere il lavoro in forma telematica (smart working) e molti operai hanno dovuto continuare a recarsi al lavoro senza che vi fossero garantite misure sanitarie.

In questo periodo medici e operatori della sanità hanno manifestato una grande dedizione esponendo le loro vite al rischio del contagio e molti tra di essi hanno perso la vita. A tutti livelli della vita sociale si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà e vicinanza ai più deboli da parte della protezione civile e del volontariato.

Questa situazione suscita riflessioni e invita a pensare come potremo uscire rinnovati da questa crisi.

Innanzitutto la diffusione del virus ha condotto a comprendere la fragilità di un mondo con pretese di onnipotenza in cui prevalevano progetti di dominio e di guerra. Il nemico invisibile ha smascherato la debolezza di un mondo armato – con le armi della finanza e con le armi belliche – ma fragile, un gigante di argilla, che si è dovuto fermare nonostante anche i proclami di leader politici inetti che minimizzavano la gravità dell’epidemia in corso. Non abbiamo nemmeno la grammatica per parlare di questa situazione nuova di fragilità imprevista: si parla di guerra e si usa la terminologia del combattimento, ma l’epidemia è una condizione di contagio che richiede non la guerra ma la cura e fa scorgere l’altro non come nemico, ma come presenza importante a cui la propria vita è legata .

Questa emergenza ha così condotto a maturare una nuova consapevolezza che si era perduta: l’umanità a tutti i livelli è collegata e interrelata in modo inscindibile. Popoli diversi di ogni angolo della Terra vivono una vicenda in cui la possibilità di vita o di morte è strettamente legata agli altri. Abbiamo vissuto in questi ultimi anni una globalizzazione che ha generato ingiustizie ed esclusioni. L’interruzione della corsa al profitto che la pandemia ha prodotto apre ora gli occhi sul fatto che viviamo una medesima vicenda umana. Solamente scoprendosi legati insieme e ponendo attenzione gli uni agli altri si possono generare condizioni di salute e di possibilità di vita per tutti.

Studi scientifici hanno evidenziato come la diffusione del virus sia strettamente collegata al fatto che alcune specie animali portatrici del virus siano state costrette a mutare il loro habitat naturale a causa dell’intervento umano sulle grandi aree verdi e forestali e nella devastazione degli ecosistemi. Questa pandemia rivela che uno squilibrio si è generato a livello del rapporto tra umanità e ambiente e ciò ha generato conseguenze devastanti anche per la vita umana nel pianeta.

L’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe essere motivo per rivedere profondamente il sistema economico e di impostazione delle attività umane che hanno prodotto un così grave squilibrio a livello della vita degli ecosistemi e nell’equilibrio con la vita della Terra.

Infine in questi mesi si può notare come si sia mossa una immensa corrente di dedizione e di solidarietà di fronte al grande dolore. E’ questo un segno di una potenzialità presente nel tessuto della vita sociale ed è motivo per imparare una lezione anche per il futuro che si aprirà, un futuro che vedrà intere fasce di popolazione in condizioni di debolezza e di impoverimento. Si tratta di scoprire come vivere nuovi rapporti improntati alla solidarietà tra le persone e i popoli, nel prendersi cura soprattutto dei più deboli e vulnerabili, nel riconoscimento di tutti: nessun volto umano può mai essere considerato scarto, da eliminare.

La scoperta che tutti siamo sulla stessa barca, che non ci si salva da soli ma solo insieme e facendosi carico dei più deboli, e che questo momento è una occasione per una scelta che determini un possibile futuro diverso per le nostre società è la lezione da apprendere in questo tempo di difficoltà e di tanto dolore.

Alessandro Cortesi op

 

 

II domenica Quaresima – anno B – 2015

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Gen 22,1-18; Sal 115; Rom 8,31-34; Mc 9,2-10

Sacrificio è il termine chiave per entrare nel dramma di Abramo e nel significato della pagina scandalosa della ‘legatura di Isacco’. Al centro sta il profilo di Abramo come uomo di fede, ma il racconto racchiude anche l’indicazione di una rottura e di uno ‘scioglimento della legatura’. Il Dio di Abramo non è una divinità dei sacrifici. Questo testo sorse per indicare le origini di un antico santuario in Israele dove non si praticavano i sacrifici umani come nei culti cananei. Il racconto infatti è quello di un sacrificio mancato, non effettuato: una legatura che alla fine viene sciolta.

La pagina può essere letta come una grande contestazione nei confronti dei sacrifici umani e della logica sottostante all’idea del sacrificio come prestazione umana per placare una divinità adirata e assetata di sangue. Il Dio di Abramo non vuole sacrifici umani: è radicalmente diverso da un’immagine della divinità che pretende di essere temuta e rabbonita con la distruzione della vita umana. E’ il Dio della discendenza ‘come le stelle del cielo e come la sabbia del mare’, Dio della vita e della benedizione. E’ il Dio che benedice perché ‘tu hai obbedito alla mia voce’. Ciò che chiede è l’ascolto del cuore, la disponibilità dell’affidamento radicale alle sue chiamate. Chiede di intendere la vita come dono in cui tutto può essere letto nel suo provenire da un disegno di amore: Dio amante della vita che dà oltre ogni attesa. Dona la vita e non la toglie. Il suo rivolgere la parola è per instaurare una relazione nella fiducia, nell’affidamento. Il sacrificio non attuato di Isacco segna così la fine ed il superamento della logica dei sacrifici.

Al centro del racconto sta l’attitudine della fede di Abramo. Una fede non dei sacrifici ma del cuore, della consegna di sè. Abramo è uomo dell’ascolto: si lascia coinvolgere da una chiamata: tutta la sua esistenza è presa in un dialogo di affidamento totale. Dio è il fedele, ha offerto la sua alleanza e attende una risposta di amore: Abramo è padre della fede perché vive la disponibilità di mettere Dio stesso al primo posto della sua esistenza, in un ascolto radicale della sua parola. E’ l’uomo che accetta di venire spossessato di ogni cosa di cui possa rivendicare la proprietà: in questo senso è libero. Vive la libertà della relazione e accoglie ogni cosa come donata.

C’è poi la presenza di Isacco. Isacco è il figlio restituito: è restituito a Dio perché da Dio, dalla gratuità della sua promessa e del suo dono, proveniva. Ma colui che nel suo nome reca il rinvio al riferimento al sorriso di Dio, viene restituito anche ad Abramo, suo padre, perché il Dio del dono non viene meno alla sua fedeltà. Isacco è quindi figura di una restituzione. Abramo è disposto a restituire a Dio tutto quello che aveva ricevuto. Nella drammaticità del racconto e del dialogo tra Dio e Abramo il figlio diviene il simbolo più alto e profondo del dono di Dio che investe tutta la vita di Abramo. Consegnando, restituendo Isacco, Abramo è disposto a restituire a Dio l’intera sua esistenza. In questo attegiamento di restituzione Abramo vive la sua fede: la sua vita viene riportata a Dio, ricevuta come dono immeritato. In tal modo rinuncia alla logica di un possesso che trattiene, vive la riconoscenza come riconosciemnto di un volto: tutto viene da Lui come Tu amante.

Questa pagina presenta anche il tratto fondamentale del volto del Dio di Abramo. Jahwè è il fedele, presenza che restituisce: ridona ancora Isacco, il figlio della promessa, come affidamento nuovo, a simboleggiare un dare se stesso, un darsi nell’incontro. Un Dio che non trattiene nulla: si rivela così come Dio che si affida. Si possono così scorgere nel procedere del racconto alcune caratteristiche del cammino di fede come incontro: la promessa e il dono di Dio alla radice. Abramo si consegna totalmente e vive così la sua fede spoglia. Dio stesso che si affida e restituisce. Isacco si scopre restituito e coinvolto in un cammino di fiducia. E’ il superamento di una religione dei sacrifici e apertura di percorso nuovo, di una fede nel prendersi carico.

I profeti in Israele avevano colto il pericolo sempre alla porta di intendere il sacrificio come culto che conduce a dimenticare l’alleanza, culto rivolto a un idolo fatto ad immagine dell’uomo e non al Dio dell’alleanza e della promessa: “smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me… Cessate di fare il male imparate a fare il bene ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano difendete la causa della vedova” (Is 1,10-20)

“…se Dio è per noi chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” Paolo ha probabilmente davanti a sé la vicenda di Abramo quando scrive questa pagina della lettera ai Romani. Il consegnarsi del Figlio non va letto secondo lo schema dei sacrifici religiosi. Con i sacrifici sono gli uomini che cercano di propiziarsi una divinità esigente e vendicatrice e per questo ricercano una espiazione. E’ in essi presente una concezione del Dio del sacrificio, bisognoso di appagamento e vendicativo. I profeti insistevano sul ‘vero sacrificio’ non del rito, ma della vita vissuta come disponibilità all’alleanza (Is 58,5-9). Paolo avendo a mente questi riferimenti, dice che Dio ha compiuto un intervento liberatore per mezzo di suo figlio. Non è un movimento umano ad avere il primato: non l’uomo si avvicina a Dio ma “Dio in Cristo ha riconciliato a sé il mondo” (2Cor 5,19). In Gesù si svela il volto del Padre che consegna e si consegna nel Figlio. Gesù si consegna raccontando con la sua vita l’amore del Padre. Il suo darsi è vissuto in piena comunione con il movimento di dono che il Padre da sempre vive, è la più alta obbedienza vissuta come sintonia e accoglienza di quell’amore.

Marco costruisce la pagina dell’evento della trasfigurazione al centro del suo vangelo, ponendola in rapporto al momento del battesimo – lì Gesù aveva ascoltato la voce che diceva ‘Tu sei il mio Figlio, l’eletto…’ – e in rapporto alla croce in cui la voce del centurione riconosce veramente quest’uomo era figlio di Dio… -. Marco presenta un evento di rivelazione, di teofania e tesse il racconto sulla filigrana del capitolo 24 del libro dell’Esodo.

Il volto di Gesù ‘cambiò d’aspetto’, dice Marco, e le sue vesti sono pargonate al biancore degli abiti appena lavati da un lavandaio. In contrasto con la luminosità e insieme ad essa, la nube e la sua ombra. E’ segno della presenza di Dio, avvolge tutti, svela una presenza ma nel contempo la mantiene velata. Paradosso di un farsi vicino che avviene nella concretezza dell’umanità. Il Dio umanissimo si rende vicino nel volto umano di Gesù. Nell’ombra si attua un’esperienza di luce che rinvia all’identità di Gesù. La voce dall’alto, questa volta udita dai presenti, proclama che egli è il Figlio e rinvia all’ascolto: ‘Ascoltatelo’. La sua vita si comprende come esistenza di ‘figlio’ interamente posta nella relazione fondamentale al Padre e agli altri.

Marco ha in mente la festa di Sukkot, festa della luce e festa delle capanne, memoria del cammino dell’esodo. Era questa la festa delle tende che prevedeva anche un rito di intronizzazione del messia. Nel giorno culmine della festa che durava sette giorni Gesù è così presentato con i tratti del Messia. Ma è un messia dal volto nuovo e scandaloso: è il messia debole, che percorre la via del servizio, venuto per servire, fino alla fine facendo della sua vita una esistenza per gli altri. Al termine non videro più nessuno, se non Gesù, solo, con loro. Questo rimanere con Gesù, il seguirlo nel suo cammino umano è l’indicazione che Marco offre anche a noi per poter vivere un incontro che cambia i nostri criteri e li apre alla via di Gesù.

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Alcune considerazioni per noi oggi.

Sacrificio di Isacco rinvia all’uccisione di uomini e donne oggi, vittime di sacrifici. Anche oggi l’uccisione di persone e la distruzione è connessa ad una pretesa purezza religiosa, ad un culto. Le decapitazioni operate dai fondamentalisti del Stato islamico, la distruzione di libri e statue antichissime e reperti storici testimonianze di civiltà sono tragici segni di un modo di intendere la religiosità componendola con la distruzione di ciò che è opera dell’intelligenza umana e con la eleiminazione delle stesse vite umane: l’uccisione come atto di offerta a Dio, come esecuzione di condanne motivate con la fede.

Una logica della religione del sacrificio è presente anche nella retorica dei sacrifici richiesti ad interi popoli per sottostare alle regole del Moloch di un’economia che ha le sue leggi e i suoi centri sacerdotali. A questi nuovi dèi sono sacrificate le sorti di tanti, costretti a mendicare in fila il pasto di un giorno, come accade quotidianamente alle porte della sede della Caritas di Atene in Grecia, o in modo meno visibile ancora, nell’impoverimento di intere popolazioni nei paesi africani, ridotte alla miseria e allo sfruttamento nella condizione di schiavitù, che è una condizione di morte.

A fronte di tali barbarie possiamo chiederci cosa implichi vivere la fede di Abramo come appello ad un affidamento a Dio che non può comporsi in modo assoluto con il sacrificio di esseri umani, che può essere vissuto solamente in un restituire la propria vita riconoscendo la dignità di ogni volto…

Chi condannerà? Domanda Paolo ponendosi di fronte alla consegna di Gesù, che ha fatto della sua vita un servizio per tutti divenendo uomo per gli altri. Chi condannerà? E’ forse questo l’atteggiamento da maturare nel superamento della logica di una religione dei sacrifici, per aprirsi alla testimonianza di Gesù. La sua vita ha annunciato il regno come vicinanza di Dio, compimento di vita umana bella e luminosa: un annuncio per tutti, senza condanne, ma con il fascino dell’indicazione e della testimonianza. Trasfigurazione è grande simbolo di una vita capace di bellezza e intesa nel senso del servizio. Eppure la logica della condanna è ancora abbondantemente presente nella sensibilità ecclesiale ed è segno di incapacità di vivere di seguire Gesù. Quando la chiesa nei suoi diversi soggetti imparerà a liberarsi dalla logica della condanna per porre ogni energia nel testimoniare – accettando la consapevolezza della gradualità e dell’imperfezione – il vangelo?

Alessandro Cortesi op

X domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

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Elia la vedova e il figlio – mosaico – Cappella S.Monica dei padri agostiniani Roma

1Re 17,17-24; Sal 29; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

Tante volte di fronte al dolore e alla morte ci troviamo incapaci di stare vicini a chi soffre e di pronunciare parole giuste e vere. Le letture di oggi recano l’annuncio che sta al cuore della fede: Gesù è testimone della vita che vince la morte. E’ lui il profeta che apre i tempi in cui si rivela un volto di Dio capace di tenerezza e amante della vita e un volto dell’uomo chiamato all’incontro e ad una vita oltre la morte.

Le pagine della prima lettura e del vangelo parlano di eventi di morte. Elia, ospitato nella casa della vedova di Sarepta si trova coinvolto nella vicenda della malattia e della morte del figlio della padrona di casa.

Gesù, nell’episodio narrato da Luca recandosi alla città di Nain, proprio vicino alla porte della città, su quella soglia, si imbatte nel corteo che accompagnava alla tomba “un  morto, unico figlio di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei”.

Elia viene presentato nelle parole della donna come portatore di una minaccia e di un giudizio. Dalle parole della vedova si coglie questa immagine negativa del profeta. Infatti gli dice: “Sei venuto per rinnovare il ricordo della mia colpa e per far morire mio figlio?” Potremmo ritrovare in queste parole una formulazione simile a certe domande che affiorano in occasione della perdita di persone care: “Perché proprio a me?” e “Che cosa ho fatto per ricevere questo?” Sono domande che sottintendono un modo di pensare a Dio in quanto giudice, teso a punire le colpe dell’uomo e responsabile di castighi. La morte stessa viene così letta come punizione, e come evento che manifesta un volto di Dio esecutore di sentenze dure e disumane.

Elia reagisce e risponde con un gesto e con una parola. La sua preghiera è innanzitutto una invocazione rivolta a Dio e nel pregare si manifesta profeta uomo della Parola innanzitutto: “Signore mio Dio vuoi fare del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?”… Elia invocò il Signore e la sua preghiera fa scorgere un altro volto di Dio: non un Dio che opera il male ma un Dio del bene e della vita. Con la sua parola in forma di preghiera e il suo gesto di riportare il respiro vitale nella vita di quel bambino il profeta si fa così annunciatore di un volto di Dio diverso. “lo consegnò alla madre. Elia disse: ‘tuo figlio vive’”. La vita si compie in questo essere consegnati, in una relazione nuova.

E’ importante anche cogliere il contesto in cui il racconto è posto. Elia viene ospitato, nel tempo della carestia, da una vedova povera che consegna a lui la sua vita e quella di suo figlio, condividendo l’ultima farina e l’ultimo olio. Proprio lui, l’ospite straniero si rivela essere profeta che manifesta il volto di Dio amante della vita e porta la visita di Dio che vince la morte. Aveva ricevuto in un gesto di gratuità, dalla donna pagana, l’ultimo pane. Nel gesto della consegna del figlio alla madre annuncia che la vita piena sta nel consegnarsi gli uni gli altri. A questo punto la donna dice: “Ora so che tu sei veramente uomo di Dio….”. Si attua una circolarità di dono e di rivelazione: Elia scopre nel dono del pane un vangelo che lo precede, la donna si apre a scoprire un dono di vita che proviene da Dio presente al cuore della sua esistenza.

Nella pagina del vangelo Gesù si presenta come uomo di Dio. In cammino con i suoi discepoli ed una folla che lo seguiva incrocia il corteo che accompagnava il figlio della vedova di Nain alla tomba. Gesù fu preso da grande compassione. Di fronte alla morte Gesù manifesta innanzitutto la capacità di prendere su di sé il dolore di chi ne è coinvolto. Dice in questo modo che la sua opera è per la vita e non per la morte, e il suo operare è lotta contro tutto ciò che impedisce un vivere in pienezza. Si fa vicino nel condividere il dolore della donna. Le dice: ‘Non piangere’. Gesù con la sua vita annuncia che la morte non è l’ultima parola, ed apre a scorgere, nella tenerezza del suo farsi vicino, i tratti del volto di Dio capace di soffrire insieme e vicino. La sua parola forte ‘Ragazzo dico a te alzati” e il suo gesto di entrare a contatto diretto con la morte e con il male, sono già segni e annunci di risurrezione. “Ed egli lo restituì a sua madre”. Gesù si fa incontrare come profeta, testimone della vicinanza di Dio amante della vita. Tutti dicevano: “Un grande profeta è sorto tra noi” e “Dio ha visitato il suo popolo”.  Annuncia anche che la vittoria sulla morte, dono di Dio, si attua nell’essere restituiti alle relazioni: ‘lo restituì a sua madre’.

Finalità del racconto non sta nel suscitare il senso del prodigioso e nell’alimentare una mentalità miracolistica. Piuttosto tutto va nella direzione di cogliere come Gesù, nel suo passare facendo del bene, ha annunciato la sua risurrezione, ha reso vicino il volto di Dio che vuole condurre tutti ad essere restituiti alle relazioni più profonde.

Il miracolo più autentico è quello della tenerezza di Gesù che muta un corteo di pianto e di lutto in un corteo di riconoscimento che Dio è venuto a visitarci, facendolo divenire corteo che non accompagna più verso una tomba ma segue lui ‘signore della vita’, in un cammino di consegna reciproca.

Apre così a leggere come anche la perdita più dolorosa può divenire esperienza di speranza, di incontro con il Dio della risurrezione, ed anche esperienza umanissima di tenerezza, di scoperta della compassione di Gesù, che continua in ogni gesto di tenerezza  che si fa profezia oggi della compassione di Dio.

Alessandro Cortesi op

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