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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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VI domenica di Pasqua – anno B – 2015

Ekta sn(Federico Zuccari, Il sogno di Pietro, Cappela paolina, Vaticano)

At 10,25-27.34-35.44-48; 1Gv 4,7-10; Gv 15,9-17

‘Alzati anch’io sono un uomo’. In queste parole di Pietro è racchiuso un passaggio fondamentale nel cammino di fede di Pietro e di ogni discepolo. E’ una scoperta e l’apertura di un orizzonte di spiritualità. Negli atti degli apostoli la spinta dello Spirito Santo ad uscire e ad entrare nella casa del pagano Cornelio è presentata come un sogno e una visione simbolica. Ma è una mozione del cuore: Pietro scopre così come Dio chiama ad uscire. Supera una spiritualità della distanza e della separazione. E’ invece chiamato ad incontrare, ad oltrepassare barriere, a non considerare nessuno escluso dallo sguardo di Dio. Quando poi entra in quella casa e si trova di fronte a Cornelio vive una seconda grande scoperta: ‘anch’io sono un uomo’. Pietro scopre che il loro cammino è comune: c’è una medesima condizione di umanità. Per questo sono vicini e solidali in nel medesimo cammino umano. E’ un cammino segnato dalla presenza dello Spirito che agisce nei cuori, suscita movimenti nuovi, apre a riconoscere proprio nell’incontro il luogo in cui incontrare la fede in Gesù risorto. Pietro, che avvertiva nella sua vita la responsabilità di testimone di Gesù e del vangelo scopre che lo Spirito agisce precedendo ogni attività umana ed ogni sua iniziativa. Il suo essere testimone si attua nel riconoscere l’agire di Dio che non fa preferenze e di persone. Scopre così che vi è chi segue Gesù perché segue i sentieri della giustizia, scopre che lo sguardo di Dio è molto più ampio di quello degli uomini. Chi nella sua vita è orientato alla ricerca del senso profondo dell’esistenza, chi ascolta la voce della coscienza dove Dio parla ad ogni uomo e dona, chi si lascia illuminare dalla luce della ricerca del bene, della giustizia, chi vive l’amore nei suoi aspetti di dedizione e servizio è accolto da Dio: Dio non fa preferenze. Chi pratica la giustizia nella sua esistenza attua la parola di Gesù anche senza averlo conosciuto. Pietro scopre così che lo Spirito di Gesù opera al di fuori delle frontiere in cui si cerca di definire la comunità. Questa pagina presenta non solo e non tanto la conversione di Cornelio, battezzato lui con tutta la sua famiglia, quanto piuttosto della conversione di Pietro, che si apre alla meravigliosa scoperta che Dio non fa preferenze di persone: il suo disegno di salvezza non è limitato ad un popolo o ad un gruppo.

Si apre un nuovo modo di intendere la missione: Pietro scopre che la missione non è una attività, un fare qualcosa ma la sua vita, la vita della comunità è coinvolta in un movimento che la precede e che l’anima: è la missione dello Spirito che sempre precede e spiazza. essere apostolo, mandato, non è un privilegio, non pone in una condizione di superiorità davanti agli altri. Nell’incontro con Cornelio scopre ‘anch’io sono un uomo’, e dicendo questo riconosce l’importanza di questo incontro per il suo stesso cammino.

tutto ha la sua radice e la sua origine in un dono. ‘Non siamo stati noi ad amare Dio’: è affermazione semplice, scarna, sconvolgente. Di fronte ad essa vengono meno tutte le pretese che la fede – in quanto risposta a questo amore – sia in qualche modo un possesso e un’opera umana. E’ questo il punto di arrivo e di partenza di ogni cammino che si confronti con il vangelo. La possibilità di trasmettere qualcosa di tutto ciò deriva fondamentalmente dalla consapevolezza, di stare dalla parte di chi riceve. E’ un altro modo per dire quanto Pietro nella pagina di Atti disse al centurione: ‘sono soltanto un uomo’.

‘Rimanere’ è idea che percorre tutto il IV vangelo. Al cuore della vita umana sta un desiderio di relazione, in Dio e con gli altri. L’immagine della vite, dove scorra un’unica linfa che unisce i tralci, esprime questa idea. Rimanere nell’amore di Gesù, come i tralci sono inseriti, è chiamata ad un incontro intimo e personale con Gesù: questa immagine suggerisce il tratto di un rapporto personale profondo e rinvia ad una responsabilità personale. C’è un rapporto unico di ogni uomo e donna con Cristo. Questo incontro diviene evento comunitario, di chiesa. Gesù supera ogni tipo di servitù ed usa sono i termini dell’amicizia:, annuncia che tutto quello che potrà essere vissuto rimanendo in lui, è frutto di una vita che viene da altrove e permea la nostra storia, incarnazione che continua. Seguire lui si apre allora ad essere esperienza che fa percorrere i cammini dell’amicizia e della relazione. Osservare i comandamenti si traduce nel rendere testimonianza dell’amicizia che si riceve da lui e diviene chiamata a comunicarsi.

Le due foto, una accanto all’altra che hanno occupato le prime pagine dei giornali nei giorni scorsi, della nuova nata dei reali d’Inghilterra, Charlotte Elizabeth Diana e della bambina nata durante il salvataggio di un gruppo di migranti sui barconi nel Mediterraneo, chiamata Francesca Marina, con rinvio a quel mare dove la mamma l’ha partorita e alle persone che l’hanno aiutata in quelle condizioni, è motivo di riflessione. Dio non fa preferenze di persone. Lo stile di Dio dovrebbe divenire stile di chi su questa terra cerca di prolungare la sua passione, la sua attenzione, il suo sguardo di amore che è per tutti, nessuno escluso. I volti di queste due bambine sono i volti della disparità di condizioni, sono la denuncia anche dell’ingiustizia che è frutto di scelte e di un sistema di iniquità che genera impoveriti. Ma sono anche appello ad una cura a cui i volti di due neonate richiamano perché evidenziano la medesima condizione umana, i medesimi sogni aspettative, promesse racchiuse in una nascita.

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Alcune riflessioni per noi oggi

Oggi, provocati dal pluralismo delle fedi e delle convinzioni, le parole di Pietro hanno una particolare attualità: ci invitano ad essere preoccupati di accogliere le spinte dello Spirito ad incontrare a scorgere nei diversi percorsi religiosi e culturali la presenza dello Spirito, a ricomprendere la stessa testimonianza come dialogo profetico oggi. C’è una accoglienza del vangelo che cresce nel tempo e nell’incontro con l’altro diviene occasione di una conversione insieme, sempre nuovamente da attuare.

Un documento recente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso (22 aprile 2015) indica come oggi più che mai, proprio nel tempo in cui la violenza e la barbarie si coprono di motivazioni religiose, è necessario attuare il dialogo, a partire dal dialogo della vita, possibile per tutti nella quotidianità:

“Gli avvenimenti di questi ultimi tempi fanno sì che molti ci chiedano: “C’è ancora spazio per dialogare con i musulmani?” La risposta è: si, più che mai. Prima di tutto perché la grande maggioranza dei musulmani stessi non si riconosce nella barbarie in atto. Purtroppo oggi la parola “religione” viene spesso associata alla parola “violenza”, mentre i credenti devono dimostrare che le religioni sono chiamate ad essere foriere di pace e non di violenza. Uccidere, invocando una religione, non è soltanto offendere Dio ma è anche una sconfitta dell’umanità. (…)In tale contesto siamo chiamati a rafforzare la fraternità e il dialogo. I credenti costituiscono un formidabile potenziale di pace, se crediamo che l’uomo è stato creato da Dio e che l’umanità è un’unica famiglia e, ancor di più, se crediamo come noi cristiani che Dio è Amore. Continuare a dialogare, anche quando si fa l’esperienza della persecuzione, può diventare un segno di speranza. (…) Dobbiamo avere il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità di insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto. Soprattutto la famiglia e la scuola sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità”.

Così Salvatore Natoli, filosofo, in una lettura laica, offre una chiave per entrare nell’incontro tra Pietro e Cornelio: È cristiano chi pratica giustizia e misericordia – almeno lo dovrebbe – ma lo stesso fa o può fare chi cristiano non è.Vi è, dunque, un sentimento di comune umanità che spinge gli uomini a essere d’ausilio gli uni per gli altri; il cristianesimo non fa altro che portare questa disposizione ad evidenza e la ribadisce a fronte della sua dimenticanza. Riconoscersi peccatori null’altro è che divenire consapevoli della nostra incapacità d’amare. Esiste, allora, un terreno comune che, a prescindere dalle diverse fedi, può permettere agli uomini di vivere gli uni per gli altri nella pace. A quest’esito si può giungere per diverse vie e ognuno può trovarne una sua propria, senza però mai pretendere che sia l’unica e vera. Dice, infatti, Pietro: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (Atti 10, 47). Notare: hanno ricevuto lo Spirito non da noi, ma «al pari di noi»…” (La salvezza è per tutti. E l’apostolo accettò una religione ‘laica’, in “Avvenire” 5 maggio 2015).

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2014

DSCF4933At 10,34-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il discorso di Pietro nella casa di Cornelio è narrazione del primo annuncio di Cristo di fronte ad un pagano, nella casa del centurione. Pietro a Cornelio racconta di Gesù: è presentato nelle tappe della sua esistenza, nel suo rapporto con Giovanni Battista, nell’invio e consacrazione al momento del battesimo, nei suoi gesti e nelle sue parole compiute nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre, egli si è dato ad incontrare a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’. Su questa affermazione: “Dio volle che si manifestasse non a tutto il popolo ma a testimoni, prescelti da Dio, a noi…” si fonda la testimonianza degli apostoli alla radice della fede. Sono questi testimoni ad annunciarlo vivente.

Nella casa del pagano Cornelio, Pietro scopre che questo annuncio è per tutti: ‘ci ha ordinato di annunciare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Porta la bella notizia e la scopre già accolta e viva nel suo attuarsi nella casa di Cornelio come liberazione dal peccato e dalla morte per ognuno che si affida a Cristo crocifisso e risorto. Il riferimento al ‘terzo giorno’ della risurrezione di Gesù non è una indicazione di tempo, ma riprende il motivo biblico del tempo di liberazione e di salvezza: nel terzo giorno Abramo riceve l’indicazione del luogo in cui poi visse l’offerta di Isacco (Gen 22,4). Il terzo giorno è il momento in cui il Signore dà la vita: ‘dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza’ (Os 6,2).

La pagina del vangelo di Giovanni è attraversata da due serie di verbi: un primo gruppo è quello dei verbi di movimento: si recò… corse… uscì… si recarono… correvano… corse più veloce… giunse per primo al sepolcro.

Una seconda serie è data dai verbi di vedere: Maria di Magdala vide che la pietra era stata ribaltata, il discepolo che Gesù amava giunto per primo al sepolcro vide le bende… anche Simon Pietro che lo seguiva entrò nel sepolcro e vide le bende… allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo…e vide e credette.

Questi verbi narrano le vicende del giorno dopo il sabato come se fossero un paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Tutto ruota attorno al tema della ricerca. Maria di Magdala innanzitutto: nel suo smarrimento si rispecchia la situazione dell’intero gruppo delle donne che secondo i sinottici avevano seguito Gesù e nel mattino dopo il sabato si erano insieme recate al sepolcro. La ricerca di Maria inizia nel primo giorno della settimana: allusione al primo giorno della creazione, in cui si sta generando una nuova creazione in un giardino che rinvia al giardino del ‘paradiso’ (giardino) dei racconti di Genesi. E’ una creazione nuova in cui al centro sta l’incontro con Gesù come vivente che chiama per nome. Maria parte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca si svolge in una situazione di buio, ancora legata al passato, laddove il buio non ha accolto la luce, e non si è ancora perta alla presenza di Gesù, luce che illumina ogni uomo (Gv 1,3). E’ una triste ricerca del Gesù prima dei giorni della passione e della morte, del Gesù del ricordo, del Gesù di un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù: non i gesti di devozione nel buio della morte, ma l’incontro con Gesù vivo in modo nuovo esige uno sguardo diverso per incontrarlo (cfr Gv 20,11-18). Solo la voce che pronuncia il suo nome nuovamente, la chiamata che la apre il cuore ad una disponibilità nuova, le dona luce per una nuova esperienza di comunione. Il suo è il primo percorso della fatica della fede. La sua corsa è un annuncio che parla del Signore (è già annuncio di risurrezione) e nel contempo parla di un non sapere: ‘non sappiamo dove l’hanno posto’. Maria raccoglie così i discepoli e suscita un’altra corsa.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto, tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Chi è responsabile dell’autorità nella comunità non ha il dominio del credere, deve lasciarsi guidare da altre presenze vicine: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. C’è qui un sottile riferimento alla tensione ed all’incontro tra l’istituzione – rappresentata da Pietro – ed il ‘carisma’ di chi vive un rapporto intimo e profondo con Gesù, evocato nel profilo del discepolo che Gesù amava, capace dell’intuizione di chi vuole bene prima di tutto. Un riferimento a cammini di chiese diverse eppure accomunate da una medesima testimonianza del Signore? Un riferimento ad una comunità chiamata ad ascoltare il cammino di tutti, per poter incontrare la presenza di Gesù nei segni?

La terza ricerca che il brano presenta è quindi la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava, il suo correre, insieme a Pietro ma anche diversamente da lui, il suo mettersi in movimento nella tensione di una ricerca che assorbe tutte le energie ed è di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’: il suo sguardo si apre ad un vedere dentro e oltre i segni e si compie nel credere. Parte dai segni ma legge dentro di essi un senso profondo con lo sguardo dell’amore. Il discepolo che Gesù amava nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù: Gesù ormai è il risorto e d’ora in poi lo si incontra nell’evento del credere. Non nel sepolcro, ma nei luoghi della vita dove egli è vivente. Egli ancora ci raggiunge attraverso i segni e la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’. Credere è un ‘vedere’ nell’apertura dell’amore nel lasciar coinvolgere la vita, nella consegna della propria esistenza all’altro.

Il brano si chiude con una osservazione che apre ad un percorso nuovo: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture, narrazione dell’esperienza della comunicazione di Dio con l’umanità. E’ rinviato a scoprire che in quella storia di alleanza e vicinanza del Dio fedele si inserisce la Pasqua di Gesù: è rialzamento dalla morte, liberazione e apertura ad una comunione con lui e tra di noi nuova che sin d’ora inizia.

Alessandro Cortesi op

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