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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica delle Palme – anno A – 2020

L'ingresso_di_Gesù_a_Gerusalemme_Codex_Purpureus_Rossanensis(Codex Purpureus Rossanensis – sec. VI – ingresso di Gesù a Gerusalemme)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

‘Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia gli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso’

La figura del ‘servo di Jahwè’, a partire da un riferimento ad un’espeirenza singolare racchiude il riferimento alla vicenda dell’intero popolo d’Israele come popolo. Il servo è quindi figura che racchiude in sé la dimensione collettiva: non si pone di fronte alla violenza con una violenza opposta ma si affida a Dio, e confida che Dio sta dalla parte delle vittime e degli oppressi. E’ così messaggero che annuncia la pace (Is 52,7): a costo della sua vita, la sua esperienza è fonte di pace. Il suo agire nonviolento è testimonianza del suo affidarsi A Dio che sconfigge e rende vana la violenza stessa.

Le prime comunità cristiane hanno visto questa figura come modalità per esprimere la vicenda di Gesù. Gesù nella sua passione come giusto sofferente continua e attua l’esperienza dell’intero popolo d’Israele.

Nel racconto della passione secondo Matteo si possono cogliere sette tappe da leggere alla luce delle parole che iniziano il racconto: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza e rivelazione del Dio vicino, che ascolta il grido degli oppressi e scende a liberarli, è il contesto della narrazione ma anche la chiave di lettura. Matteo indica poi il tema della ‘consegna’. Gesù è tradito, consegnato: ma vi è una più profonda consegna da scorgere: Gesù si consegna al Padre e all’umanità: è il servo che giustificherà molti.

L’unzione di Betania, primo momento, è annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e la cena pasquale, seconda scena: Gesù, tradito dai suoi (Mt 26,16.20), offre in libertà la sua vita: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Il terzo momento è al Getsemani. In Gesù si delinea il profilo del giusto nella prova in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: al centro è ancora Gesù che si rifiuta di percorrere la via della violenza che pure ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54).

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): in questa sezione Gesù viene indicato con alcuni titoli che ne suggeriscono l’identità come messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato. La folla di Gerusalemme è strumentalizzata, Pilato si lava le mani e la moglie di lui interviene (Mt 27,19) indicando Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo vi è un altro passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è inerme e condannato, e non salva se stesso: per questo subisce lo scherno: ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: ora è lui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. Le immagini proprie dell’apocalisse stanno ad indicare che la sua morte segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e si attua un moviemnto di liberazione e uscita per tutta l’umanità: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 – le cui prime parole sono pronunciate da Gesù sulla croce – è la preghiera di un giusto sofferente che invoca Dio e a lui si abbandona lasciando a lui l’ultima parola. Sulla croce Gesù nel suo grido manifesta un volto di Dio che soffre insieme ed è vicino nella sofferenza. Dio a cui affidare la vita proprio perché com-patisce fino in fondo.

Il racconto si chiude con la sepoltura e con l’indicazione di due gruppi davanti al sepolcro: le donne che vigilano con amore (Mt 27,61) e le guardie che vigilano in modo diverso, a servizio dei poteri, politico e religioso, che hanno ucciso Gesù (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

Panaro-solidale-per-i-bisognosi-1000x600(Napoli, via santa Chiara, marzo 2020)

Dolore e speranza

La pandemia causata dal virus Covid-19 è giunta in Italia a partire dal mese di febbraio. La percezione della gravità della situazione non è stata subito avvertita. Dagli inizi del mese di marzo il governo ha determinato misure progressive di chiusura di ogni attività eccetto i servizi essenziali.

Il rapido diffondersi dell’epidemia soprattutto in alcune regioni del Nord Italia come la Lombardia ha provocato un numero ingente di morti. Al momento sono più di 12.000 coloro che sono deceduti a causa del virus. Questa pandemia ha innanzitutto portato grande dolore anche nell’impossibilità di accompagnare i defunti stando loro vicini al momento della morte o in un ultimo saluto incontrando le persone care e gli amici.

Lo stato di emergenza ha posto inoltre in risalto le condizioni di sofferenza di molte persone senza casa che non sanno dove trovare rifugio, dei carcerati costretti in ambiti dove le norme di distanza non possono essere rispettate, di molti stranieri profughi senza sostegni, di chi ha dovuto lavorare anche quando era palese il rischio di contagio perché le ragioni del profitto venivano anteposte all’attenzione alla salute.

La chiusura di ogni attività lavorativa sta inoltre generando grande sofferenza nelle famiglie e nella popolazione: molti hanno perso il lavoro, la maggior parte dei lavoratori sono stati messi in cassa integrazione o hanno preso un periodo di ferie. Solo per una parte è stato possibile intraprendere il lavoro in forma telematica (smart working) e molti operai hanno dovuto continuare a recarsi al lavoro senza che vi fossero garantite misure sanitarie.

In questo periodo medici e operatori della sanità hanno manifestato una grande dedizione esponendo le loro vite al rischio del contagio e molti tra di essi hanno perso la vita. A tutti livelli della vita sociale si sono moltiplicate le iniziative di solidarietà e vicinanza ai più deboli da parte della protezione civile e del volontariato.

Questa situazione suscita riflessioni e invita a pensare come potremo uscire rinnovati da questa crisi.

Innanzitutto la diffusione del virus ha condotto a comprendere la fragilità di un mondo con pretese di onnipotenza in cui prevalevano progetti di dominio e di guerra. Il nemico invisibile ha smascherato la debolezza di un mondo armato – con le armi della finanza e con le armi belliche – ma fragile, un gigante di argilla, che si è dovuto fermare nonostante anche i proclami di leader politici inetti che minimizzavano la gravità dell’epidemia in corso. Non abbiamo nemmeno la grammatica per parlare di questa situazione nuova di fragilità imprevista: si parla di guerra e si usa la terminologia del combattimento, ma l’epidemia è una condizione di contagio che richiede non la guerra ma la cura e fa scorgere l’altro non come nemico, ma come presenza importante a cui la propria vita è legata .

Questa emergenza ha così condotto a maturare una nuova consapevolezza che si era perduta: l’umanità a tutti i livelli è collegata e interrelata in modo inscindibile. Popoli diversi di ogni angolo della Terra vivono una vicenda in cui la possibilità di vita o di morte è strettamente legata agli altri. Abbiamo vissuto in questi ultimi anni una globalizzazione che ha generato ingiustizie ed esclusioni. L’interruzione della corsa al profitto che la pandemia ha prodotto apre ora gli occhi sul fatto che viviamo una medesima vicenda umana. Solamente scoprendosi legati insieme e ponendo attenzione gli uni agli altri si possono generare condizioni di salute e di possibilità di vita per tutti.

Studi scientifici hanno evidenziato come la diffusione del virus sia strettamente collegata al fatto che alcune specie animali portatrici del virus siano state costrette a mutare il loro habitat naturale a causa dell’intervento umano sulle grandi aree verdi e forestali e nella devastazione degli ecosistemi. Questa pandemia rivela che uno squilibrio si è generato a livello del rapporto tra umanità e ambiente e ciò ha generato conseguenze devastanti anche per la vita umana nel pianeta.

L’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe essere motivo per rivedere profondamente il sistema economico e di impostazione delle attività umane che hanno prodotto un così grave squilibrio a livello della vita degli ecosistemi e nell’equilibrio con la vita della Terra.

Infine in questi mesi si può notare come si sia mossa una immensa corrente di dedizione e di solidarietà di fronte al grande dolore. E’ questo un segno di una potenzialità presente nel tessuto della vita sociale ed è motivo per imparare una lezione anche per il futuro che si aprirà, un futuro che vedrà intere fasce di popolazione in condizioni di debolezza e di impoverimento. Si tratta di scoprire come vivere nuovi rapporti improntati alla solidarietà tra le persone e i popoli, nel prendersi cura soprattutto dei più deboli e vulnerabili, nel riconoscimento di tutti: nessun volto umano può mai essere considerato scarto, da eliminare.

La scoperta che tutti siamo sulla stessa barca, che non ci si salva da soli ma solo insieme e facendosi carico dei più deboli, e che questo momento è una occasione per una scelta che determini un possibile futuro diverso per le nostre società è la lezione da apprendere in questo tempo di difficoltà e di tanto dolore.

Alessandro Cortesi op

 

 

III domenica di Quaresima – anno A – 2020

IMG_7095Es 17,3-7; Rom 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

L’Esodo è faticoso cammino del popolo d’Israele che vive la durezza del deserto fino alla rivolta contro Mosè mormorò contro Mosè: ‘Perché ci hai fatti uscire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?’

La mormorazione è una protesta carica di sospetto, si nutre del dubbio che le fatiche del cammino non abbiano un senso. In particolare è rivolta contro Dio che non corrisponde alle attese: aveva promesso liberazione ma c’è solo sofferenza. Il popolo avverte l’attrazione per le facili sicurezze della schiavitù: non valeva la pena tutto questo cammino per venire a morire di sete nel deserto. ‘il Signore è in mezzo a noi sì o no?’. Massa (tentazione) e Meriba (protesta) rimangono nella memoria d’Israele come momento della tentazione nel credere.

Come credere di fronte ad un Dio che non risponde e rimane in silenzio?

La donna di Samaria, come molti dei personaggi del IV vangelo è un esempio di un itinerario di ricerca e di fede: il suo incontro con Gesù si svolge come dialogo. Gesù per primo le si fa incontro. Al suo farsi avanti corrisponde nella donna stupore e ricerca, ma anche incomprensione. Gesù suscita un cammino nel cuore di questa donna e la apre ad interrogarsi sulla sua inquietudine e le sue attese. Il dialogo continua fino al momento in cui Gesù dice: ‘Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice ‘dammi da bere’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. L’acqua è bene essenziale per la vita. Da questa ricerca e da questa sete Gesù guida la donna ad aprirsi ad una attesa profonda: non è un attesa diversa e distante dalla sua quotidianità ma sta al cuore della sua ricerca.

Dall’attesa dell’acqua il dialogo si apre alla questione del luogo dove adorare Dio. Nel conversare si apre anche un manifestarsi a poco a poco del volto di Gesù: non solo un giudeo, forse grande come Giacobbe (4,12), non solo un profeta (4,19) ma il Messia, colui che annunzierà ogni cosa, che fa incontrare il Dio (4,25-26).

Gesù aiuta la donna a compiere un percorso a partire dalle sue ricerche e attese, la aiuta a scendere in profondità (il pozzo) e ad aprirsi ad un credere che diviene incontro. Gesù si rende luogo di incontro con Dio, e Dio si adora non su un monte o su di un altro ma ‘in spirito e verità’, nel coinvolgimento della vita. Il futuro atteso legato all’attesa di un messia ha già avuto inizio: ‘Sono io che ti parlo’ (4,26). Egli stesso è via aperta, luogo di incontro con il Padre.

Il percorso del credere sta dentro la vita, va oltre i luoghi e la fissazione di Dio in costruzioni umane, apre a profondità racchiuse nel quotidiano, nella vita umana. E’ un cammino che coinvolge personalmente ma si apre anche ad altri passando per una testimonianza: “Molti più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (4,41-42).

Alessandro Cortesi op

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Acqua e pozzo

In questi giorni per evitare la diffusione del contagio siamo invitati a restare a casa. E’ un tempo particolare, abitato da preoccupazioni di tipo diverso, per la malattia, per le difficoltà di gestione della vita quotidiana, per le conseguenze economiche. Un tempo sospeso. Non per tutti tuttavia è così: ci sono i malati innanzitutto, ci sono coloro che nel mondo della sanità si stanno prendendo cura di tanti.

Un primo pensiero di questi giorni va certamente alla fragilità del nostro essere umani e alla provocazione che tale momento di fermata ha portato alle nostre vite. Con le parole della poesia Mariangela Gualtieri esprime il messaggio che reca con sé il fermarsi obbligato di queste ore (a questo link la poesia Nove marzo duemilaventi):

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

Luigino Bruni usa l’espressione ‘quaresima del capitalismo’ per descrivere in una parola questi giorni in cui il meccanismo che guida le nostre vite si è per un attimo fermato: “Le grandi crisi ribaltano le vecchie ‘piramidi dei bisogni’. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo reimpari dal dolore di questi giorni (…) Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.” (La quaresima del capitalismo, “Avvenire” 11 marzo 2020)

C’è una attenzione diffusa ad accogliere le indicazioni che suggeriscono tutte le misure di precauzione per difendere se stessi dal contagio ma anche per difendere gli altri, i più vulnerabili. La paura del contagio si accompagna peraltro all’indifferenza e alla superficialità dei tanti, tra cui coloro che, nel momento in cui si è richiamati a solidarietà in un comune sforzo di attenzione, cercano invece il proprio lucro e vantaggio: si pensi a tutte le forme di spensierata indifferenza di molti nelle scorse settimane a fronte di avvisi e preannunci, all’invito ad andare a sciare a prezzi scontati di alcuni centri sciistici proposto nel week-end scorso prima che il decreto governativo dell’8 marzo determinasse la chiusura di tutti gli impianti…

Sono giorni che rivelano come si possa così vivere una duplice attitudine: quella di un egoismo che fa ancora ripiegare maggiormente sul proprio ‘particulare’ in un rallentamento che diventa isolamento e distanza dai rapporti con gli altri, nell’indifferenza egoista. E d’altra parte quella di una attenzione più forte all’altro, all’altro vicino e lontano.

Ce lo può ricordare una storia per bambini, che riprendo da una sollecitazione di Francesca Mannocchi, giornalista: la storia di Pezzettino

“Pezzettino non sa chi è. Pensa di essere il pezzo smarrito di qualcun altro, di qualche altra cosa. E allora inizia la sua ricerca del tutto perduto. Se io sono ciò che manca – pensa Pezzettino nel suo viaggio – a qualcuno, qualcosa mancherà un pezzo. E vaga allora Pezzettino, va alla ricerca della parte che dia senso alla sua ricerca. Sembra che nessuno abbia perso nulla però. Tutti gli dicono: No, Pezzettino. Noi siamo interi, cerca altrove. E Pezzettino, vagando, vagando ad un certo punto cade e si rompe in tanti più piccoli pezzettini. E lì., in quella frattura, in quell’infrangersi, capisce che anche lui come tanti è fatto di pezzi. Che sono i pezzi piccoli, tenuti insieme con grazia e amore, a fare il corpo intero. Siamo caduti, come Pezzettino. Ci siamo rotti in mille pezzi e abbiamo paura. E come Pezzettino scopriremo da incrinati e scomposti quanto conti essere solidi per ricomporsi e tenerci insieme. Proteggere il singolo pezzo per proteggere tutti” (da Instagram)

Come Pezzettino scorgiamo che in questi giorni non possiamo dimenticare chi è lasciato ai margini del mondo, una sotto-umanità privata di cura e attenzione. In questo momento al confine tra Turchia e Grecia si stanno compiendo violazioni inaudite di diritti umani fondamentali. Nei campi del mare Egeo decine di migliaia di migranti (si calcola circa 44 mila profughi) sono costretti in condizioni disumane. Gruppi neonazisti sono stati lasciati liberi di operare in scorrerie per intimidire e respingere i migranti che cercavano di passare dalla Turchia in Grecia. A Lesbo sono insostenibili le condizioni di vita dei campi dove sono richiuse ventimila persone, tra cui settemila bambini, senza possibilità di muoversi in attesa di una risposta alla loro richiesta di asilo.

La sede di una ONG che si dedicava all’istruzione dei bambini è stata data alle fiamme la settimana scorsa. La guardia costiera greca anziché portare soccorso cerca di impedire la navigazione di gommoni con azioni di speronamento e sparando in acqua. (Annalisa Camilli, A Lesbo finisce l’Europa, “Internazionale” 3 marzo 2020). Prigioni segrete sono istituite per radunare i migranti e respingerli senza offrire loro nessuna possibilità di richiesta di protezione. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato la presenza di queste strutture.

In questo tempo in cui è così importante riscoprire la preziosità dell’informazione e della possibilità di conoscere le situazioni di sofferenza di chi è così lontano ma anche così vicino, diviene possibile riscoprire di essere pezzettini di una grande unica umanità. Un appello di 152 organizzazioni tra cui ASGI intitolata Protect our Laws and Humanity indirizzato al Primo Ministro greco Mitsotakis al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al 
Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel
 e alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen chiede all’Unione europea di: “Assumere le loro responsabilità in materia di protezione dei migranti alla luce di una situazione che chiama in causa l’intera Europa e farlo in un modo da dimostrare il rispetto della dignità umana e della legalità. Il diritto di asilo e il rispetto del principio di non respingimento sono elementi fondamentali del diritto europeo e internazionale e per questo le autorità europee devono intraprendere le iniziative necessarie a promuoverne il loro rispetto”.

Mi ha colpito un messaggio ricevuto dalla Caritas di Milano: “Il nostro Arcivescovo Mario Delpini, in un intervento televisivo recente ha voluto iniziare il suo discorso utilizzando un avverbio che lui stesso ha definito “complicato”. “Addirittura”…. “Addirittura a Milano, addirittura in Lombardia…” ma nel suo spiegare l’uso di questa parola ha raccontato che quell’addirittura può essere letto come una determinazione a resistere, a fare del bene, a seminare sorrisi. “Si può addirittura usare il proprio tempo per fare del bene”. Allora il nostro invito è rivolto proprio a questa esortazione: provare a uscire dalla nostra situazione allargando lo sguardo verso chi, in altre parti del mondo soffre“.

Anche coloro che in questo tempo vivono in carcere sono parte di un’umanità ferita e chiedono a tutti di allargare il proprio sguardo.

“il carcere è il perimetro degli spazi angusti, del respiro che manca, del fiato che si fa corto, cortissimo, dei letti a castello, dove chi dorme sulla branda superiore sbatte il capo contro il soffitto. È il luogo dell’asfissia, dell’aria viziata, della tosse, dell’affanno, della saliva e del catarro, degli odori acidi che si fanno spessi e grevi. Chi si trova recluso e apprende, attraverso la tv, i dati della crescita del contagio e dei decessi, vive la terribile sensazione di essere con le spalle al muro, assediato in un lazzaretto, che gli amputa le poche risorse e le scarse facoltà rimastegli. Un isolamento sensoriale che si somma a quello fisico e materiale proprio dell’architettura carceraria e ne esaspera il processo di deresponsabilizzazione, sottraendo totalmente la gestione della profilassi ai suoi destinatari: i detenuti stessi. Si deve ricordare, tuttavia, che il degrado della condizione carceraria, specie negli ultimi due anni, non è questione che riguarda i soli carcerati. La salute di questi è un bene prezioso per noi tutti; ed è la sola garanzia che nei luoghi più chiusi e oscuri non si formino focolai dalle conseguenze inimmaginabili” (Luigi Manconi, I centimetri del carcere, “la Repubblica” 10 marzo 2020)

Sorprendono in questi giorni anche le voci di chi è impegnato in prima fila nel soccorrere altri, i più deboli, i malati. Si scopre quanto prezioso sia il mondo della sanità e tutti coloro che ci lavorano spesso senza alcun riconoscimento, un ambiente così fortemente segnato dalle politiche che hanno depotenziato le capacità di assistenza e di cura. Le testimonianze di operatori sanitari in questi giorni sono importanti. Maria Rita Gismondo, virologa all’Istituto Sacco di Milano ha detto: “Il virus ci ha insegnato una cosa: in un mondo che vuole innalzare muri, la natura ci ha dimostrato che i confini non esistono” (Intervista a La Repubblica 4 marzo 2020). Una infermiera intervistata “si dice «fiera», questo lavoro è così importante, anche quando «entri nella camera del paziente, e cerchi di toccare il minimo indispensabile. Non bisogna scrivere niente, bisogna memorizzare tutto e solo dopo scrivere, anche un foglio contaminato potrebbe permettere al virus di diffondersi, le nostre conoscenze sono ancora limitate». In più, aggiunge che «ogni persona che arriva qui ci regala la sua umanità, la sua bellezza e verità», sembra incredibile ma dice proprio così”. (Alessandra Corica e Brunella Giovara, Coronavirus, gli infermieri in prima linea tra paura e fierezza “Quelle vite nelle nostre mani”; “La Repubblica” 11 marzo 2020).

In questi giorni ci è offerta una possibilità per andare un po’ in profondità, sondare con lo sguardo in giù, nel pozzo della vita e in questo scendere aprirsi ad ascoltare e accogliere una sete, l’attesa di acqua che sta al cuore delle nostre esistenze legate insieme.

Alessandro Cortesi op

 

 

Una riflessione nel tempo di sospensione delle celebrazioni

Riporto qui di seguito la lettera inviata alla comunità che si raccoglie a san Domenico di Pistoia ogni domenica alla s.Messa delle ore 19.00, indicando la sospensione della celebrazione da questa domenica. Nel dpcm 8 marzo 2020 art.2 lettera v sono sospese tutte le cerimonie civili e religiose a partire da oggi. (ac)

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9547b1ab-94e5-425c-b088-3cf914bdda17Care e cari,

in questi giorni in Italia si sta vivendo una situazione di emergenza dovuta al contagio del virus Covid-19. Le voci più autorevoli di medici ed esperti indicano come indispensabile in queste circostanze attuare tutte le precauzioni possibili per evitare il contagio che tocca principalmente le persone più deboli della popolazione. Il governo italiano ha in questi giorni emanato alcune direttive per tutta la popolazione del Paese.

Come comunità cristiana siamo sollecitati a scelte di responsabilità in questo momento attuando quanto richiesto da tali direttive a promuovere con impegno e convintamente tutto ciò che impedisce la diffusione del contagio mettendo in atto comportamenti personali e collettivi.

La comunità cristiana è infatti parte della più ampia comunità civile e intende la sua presenza come servizio alla crescita e al bene di una comunità che non si limita a ristrette cerchie ma si allarga a tutta l’umanità. La salvezza come dono di Dio da accogliere e comunicare si attua a partire dall’impegno per promuovere la salute di quanti incontriamo e ricercare una vita buona e sana per tutti, come ha fatto Gesù nei suoi gesti di cura e di ospitalità. La chiesa vive nel tempo in riferimento al regno di Dio che inizia nella storia e si rende vicino laddove si attuano rapporti nuovi di fraternità, solidarietà, giustizia e pace.

Queste motivazioni spingono anche la comunità dei cristiani a scelte di particolare responsabilità verso tutti nelle attuali circostanze. Poiché la celebrazione della messa, in particolare nella domenica e nei giorni di festa, è momento di raduno che può facilitare contatti e diffusione del virus abbiamo ritenuto opportuno sospendere le celebrazioni nella chiesa di san Domenico per un tempo indeterminato. Tale sospensione è dovuta alla considerazione della gravità del contagio, delle modalità in cui il virus si propaga e al senso di responsabilità per il bene comune a partire dall’attenzione ai più fragili.

Se da un lato tale scelta può essere motivo di dolore dall’altro tale sospensione comporta anche una preziosa occasione per la nostra vita.

E’ infatti un silenzio che ci invita a scoprire il senso più autentico della liturgia eucaristica indicata dal Concilio Vaticano II quale culmine e sorgente della vita cristiana. La celebrazione liturgica trova il suo senso nell’essere connessa ad un impegno di vita che si traduce in prassi di condivisione e rinvia al culto più autentico, il culto dell’esistenza che si attua nel vivere rapporti nuovi di cura e di giustizia:

“Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste;
per me sono un peso,
sono stanco di sopportarli.
15 Quando stendete le mani,
io distolgo gli occhi da voi.
Anche se moltiplicaste le preghiere,
io non ascolterei:
le vostre mani grondano sangue.
16 Lavatevi, purificatevi,
allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni.
Cessate di fare il male,
17 imparate a fare il bene,
cercate la giustizia,
soccorrete l’oppresso,
rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova” (Is 1,14-17)

Per questo vi invitiamo a vivere questo silenzio della liturgia comune come occasione per ascoltare l’invito di Gesù ad ascoltare la sua parola e vivere l‘incontro con il Padre: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. (Mt 6,1).

E’ tempo favorevole per maturare il senso della presenza della chiesa, piccolo gregge, popolo in cammino che si sa coinvolto e responsabile a servizio del cammino di tutta l’umanità in cui è presente la ricerca del senso profondo della vita. E’ tempo favorevole per seguire Gesù, per vivere come lui ha agito, nell’attuare uno stile di vita nel dono e servizio.

Davanti a un virus sconosciuto ci avvertiamo tutti esposti e fragili. Questo tempo è anche tempo favorevole per accogliere la nostra fragilità e per maturare attitudini di compassione verso la fragilità degli altri, soprattutto dei più deboli.

E’ occasione per scoprire come vivere da un lato una consonanza nell’ascolto della Parola di Dio e nella preghiera e dall’altro una responsabilità nel tessere legami di comunità. Possiamo scoprire modi nuovi per essere vicini a chi è più solo e più esposto al timore e al disorientamento – gli anziani per esempio -; possiamo scoprire forme di aiuto a chi in questi giorni di sospensione delle scuole ha problemi per la custodia dei bambini. Possiamo trovare il tempo per piccoli aiuti nella vita quotidiana o anche solo per una visita o telefonata a persone vicine o lontane. Possiamo scorgere come attuare scelte di sobrietà e di solidarietà con chi vive difficoltà economiche quali conseguenze di questo momento.

E’ occasione per maturare gratitudine per tutti coloro che negli ospedali e nell’ambiente sanitario si stanno adoperando per la salute di tutti e per scoprire l’importanza di strutture pubbliche di assistenza e cura.

Questo momento di sospensione e di silenzio può aprire le nostre vite ad un cambiamento profondo per accogliere e vivere l’essenziale del vangelo che ci è stato donato.

In questo periodo potremo mantenere i contatti per diverse vie e per chi desidera è offerta la possibilità di meditare sulle lettura della domenica consultando il blog “la parola cresceva” (https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/).

Vi preghiamo di mantenere i contatti…  Con un caro augurio di vivere con profondità questa Quaresima diversa

fr. Alessandro Cortesi op  –  7 marzo 2020

I domenica di Quaresima – anno A – 2020

wiligelmo_lastra1(Duomo di Modena facciata – Wiligelmo, storie della creazione XI sec)

Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Nel tempo di quaresima di quest’anno (anno A) la prima lettura di ogni domenica accompagna a ripercorrere le tappe principali della storia della salvezza. Dalla creazione alla Pasqua. Quasi una lunga preparazione alla Pasqua come orizzonte ultimo di questo cammino. E tale percorso si rivivrà nella liturgia della parola della veglia pasquale della notte.

Il racconto dei primi capitoli di Genesi presenta in termini mitici una grande riflessione sulla condizione dell’umanità e del cosmo. Il Dio liberatore dell’esodo è il medesimo creatore dell’umanità e del cosmo. E’ unico Dio sorgente di bene. La stessa creazione è evento di dono. All’uomo (adam), plasmato dalla terra (adamah) è donato un respiro di vita. Tuttavia nell’esperienza umana è presente anche un lato oscuro, l’esperienza del male. Dio sorgente di ogni cosa è Dio amante della vita. Il male è forza che gli si oppone, ma non è più grade di Lui, ed è conseguenza di scelte che hanno radice nella libertà dell’uomo. Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di una lotta contro il male e il peccato.

Il capitolo 3 di Genesi in particolare presenta l’attuarsi di diverse fratture: tra l’uomo e la donna, tra gli umani e il creato, tra l’umanità e Dio stesso (‘scoprirono di essere nudi’). La situazione del peccato viene così tratteggiata come rottura di amicizia. Nella sua radice tale processo si connota come mancanza di affidamento. La grande tentazione è porsi davanti a Dio, agli altri, alle cose come antagonisti, come nemici. Dalla pretesa di essere senza limiti sgorga una corrente di incomprensione e di inganno. La radice di ogni male è indicata nel non accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Nella lettera ai Romani Paolo annuncia che in Gesù Cristo si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche nell’umanità stessa. In Cristo ha inizio una nuova creazione che riprende e rinnova la condizione di Adamo: Gesù con la sua Pasqua rinnova l’essere umano e vince il peccato. In Adamo la disobbedienza, in Cristo l’ascolto pieno del Padre. La nostra condizione è posta in una nuova solidarietà. Solidali in Adamo, ora solidali Cristo. La situazione di Adamo, segnata da miseria e peccato, è definitivamente vinta dalla morte di Gesù Cristo e dalla sua risurrezione che hanno vinto il peccato. Paolo parte da Cristo: “molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti”. Chi accoglie la grazia di Cristo può comprendere la situazione di chiusura propria del peccato e capire quale apertura e liberazione è dono di Gesù e per questo camminare in una vita nuova: è la giustificazione che dà vita. In Gesù Cristo una nuova situazione è donata in una nuova solidarietà.

L’episodio delle tentazioni di Gesù ha una particolare presentazione in Matteo. Per Gesù la prova non fu un momento limitato ma una dimensione della sua vita. Nel suo vangelo Matteo lo ricorda quando ricorda la richiesta di compiere miracoli per far stupire: ‘vogliamo che tu ci faccia vedere un segno miracoloso’ (Mt 12,38), oppure nelle richieste di un ‘messia’ forte come capo politico; si presenta anche in coloro – i più vicini – che cercano di distoglierlo dall’andare verso Gerusalemme dove avrebbe incontrato il rifiuto e la sofferenza (Mt 16,21-23). Gesù si rivolge allora a Pietro dicendo ‘via da me satana, perché non pensi come Dio ma come gli uomini’ (Mt 16,23).

Nel racconto del cap. 4 Gesù è presentato davanti a ‘satana’ il ‘divisore’, figura simbolica di ogni forza che tiene lontano dal progetto di Dio. Le provocazioni riguardano il modo in cui Gesù può intendere i suo essere ‘messia’, inviato mandato da Dio. Vi è la proposta di una religione che risponde solamente al desiderio di benessere immediato, c’è poi la proposta di una religione dei miracoli o del successo. Infine la linea di una religione ricerca del potere e dominio politico. ‘Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto’. Ha i tratti di Mosè che guida verso un esodo nuovo. Vi sono rimandi alle prove di Israele (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Là dove Israele ha peccato Gesù si mantiene fedele. Unica sua preoccupazione è l’affidarsi totalmente al Padre, in una obbedienza che è fiducia radicale. E’ un messia che rifiuta le vie del successo del potere e della violenza. Sceglie la via del servizio e della condivisione.

La quaresima è occasione per agire nella linea di una conversione personale, ma anche di una conversione pastorale e missionaria così urgente per le nostre chiese per vivere oggi fedeltà al vangelo ed essere segno capace di indicare Gesù in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

0005572D-sfollati-da-idlib(sfollati da Idlib – febbraio 2020)

Conversione

“La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo » (Esort. ap. Christus vivit,117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di darela vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.” Così scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno 2020.

Nel Messaggio si legge anche un richiama ad una concretezza per oggi della conversione: “Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia”.

In questo periodo il diffondersi dell’epidemia del coronavirus, partita dalla Cina e giunta velocemente in altri continenti e in Italia, sta generando preoccupazioni e paure. Le nostra società è scossa in modo profondo e questa ansia che determina anche fenomeni di psicosi collettiva si espone ad una lettura attenta. Si possono proporre alcune considerazioni. Una prima considerazione riguarda la capacità di presa della paura: forse a tal proposito si dovrebbe cogliere come certamente i virus delle malattie sono contagiosi, ma anche altri virus che hanno avuto diffusione nel tessuto sociale sono altrettanto pericolosi: il virus dell’odio, della indifferenza, dell’assuefazione alle tragedie che si svolgono a pochi passi da noi. E’ impressionante a tal proposito la sproporzione tra la presenza a livello mediatico delle notizie sul coronavirus rispetto alla tragedia umanitaria che si sta consumando in questi giorni nei pressi di Idlib in Siria settentrionale. Fonti dell’ONU riferiscono che circa 900mila persone, stanno fuggendo dalle loro case di fronte ad un’offensiva portata dall’esercito di Bashar al Assad con il sostegno russo. Le immagini giunte sugli schermi dei nostri computer di un papà che convince la sua bambina a pensare che gli scoppi delle bombe sono fuochi d’artificio di cui ridere e non ordigni devastanti fa riflettere sull’impatto di questa guerra sui bambini e sui tanti bambini che fanno parte delle carovane di profughi. La crisi umanitaria in atto in quella regione giunge dopo nove anni di guerra in Siria. In questa fuga di massa chi sta abbandonando le proprie case non ha peraltro un luogo dove rifugiarsi perché alle spalle c’è l’aviazione russa e l’esercito di Assad e davanti si trova il rifiuto dell’esercito turco di Erdogan che impedisce ingressi alla frontiera. (Pierre Haski, A Idlib è in coso la peggior tragedia umanitaria del secolo, “Internazionale” 19 febbraio 2020).

Un seconda considerazione può sorgere dall’emergenza del coronavirus. A fronte di una tendenza presente nelle nostre società ad un individualismo senza limiti che illude di poter vivere una nuova onnipotenza data dai mezzi della tecnologia, si scopre improvvisamente il legame ineludibile che collega la vicenda dell’umanità in una unica comunità di destino. Ad un’epidemia si può far fronte solamente con atteggiamenti responsabili e attenti che coltivano la dimensione del noi e conducono ad una cura per gli altri, a valorizzare le competenze, a vivere anche il limite coltivando la virtù di prudenza, a scoprire la vita propria connessa a quella di tutti gli altri, in dimensioni globali.

Come osserva Caterina Soffici: “…il coronavirus è il muro contro cui il culto dell’ego dell’uomo moderno si va a schiantare. Ci fa capire che ognuno di noi, preso singolarmente, può soccombere di fronte a un nemico tanto piccolo da essere invisibile. Ci fa capire che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità e accettare dei limiti, nel nome del “noi”, parola piuttosto desueta e sconosciuta ai più, ma che grazie al pericolo del contagio siamo costretti a far tornare di moda. L’epidemia è uno di quei casi dove l’interesse del singolo non può essere protetto altro che proteggendo l’intera comunità. E quindi il singolo, anche il più egoista dei singoli, se vuole proteggere se stesso e la propria cerchia di affetti, è costretto a comportarsi in maniera sociale. Prendersi le proprie responsabilità significa per esempio capire che ci sono dei limiti alla propria libertà per proteggere gli altri dal contagio. Capire che non siamo onnipotenti, che talvolta è necessario fermarsi, che non possiamo controllare tutto. E soprattutto che l’unione fa la forza”. (Caterina Soffici, La paura dell’invisibile ci spinge a riscoprire l’importanza del “noi”, “La Stampa” 25 febbraio 2020).

Un’ultima osservazione: in tante diocesi italiane si stanno diramando comunicati che invitano a limitare se non ad annullare celebrazioni comunitarie e liturgiche per evitare occasioni di contagio, e a coltivare la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio nella dimensione domestica. E’ forse occasione questa per una riscoperta del significato profondo dell’eucaristia che rinvia sempre alla vita, al fare dei gesti e delle scelte  di tutti giorni un pane spezzato e vino versato per gli altri. Questo tipo inatteso di ‘digiuno’ e questo genere di quarantena potrebbe essere motivo per scoprire la nostalgia di una comunità che diviene tale nel riferirsi al Signore Gesù nel quotidiano e nei luoghi della vita aprendosi a condividere e ad accogliere le ricerche di bene e di senso presenti nei cuori.

Questa attenzione al di fuori di noi e la cura per coltivare un noi nella vita ordinaria sono frontiere in cui vivere la conversione a cui la quaresima richiama.

Alessandro Cortesi op

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