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Corpo e sangue del Signore – anno C – 2013

DSCF0441Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26Lc 9,11b-17

Un gesto, una parola, un ricordo vivo. Tre raggi di luce da accogliere nelle letture di questa domenica per entrare nel significato di questa festa del corpo e sangue del Signore.

Un gesto: “Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole…”. Melchisedek è sacerdote del popolo gebuseo, rappresentante di una religione pagana presente in Canaan, e nei racconti di Genesi improvvisamente appare ad incrociare il cammino di Abramo non in modo minaccioso e ostile, ma con un gesto di benedizione. Il suo gesto racchiude un significato che provoca profondamente nel rapporto con altre religioni e tradizioni. Offre infatti pane e vino e benedice Abram. Non è infatti Abram, il profeta di Dio, il padre dei credenti, a benedire, ma Abram viene benedetto da un uomo del culto pagano. E Melchisedek gli offre pane e vino, elementi essenziali alla vita. Quei segni racchiudono il senso di ciò che è necessario e quanto è sovrabbondante e dà gioia, elementi fondamentali della vita nel contesto mediterraneo, il pane proveniente dal grano, cultura essenziale al nutrimento, e il vino che dà gioia nella convivialità. Recano in se stessi l’annuncio di una  benedizione presente nella vita stessa, presente in tutte le forme religiose del vivere umano che si aprono ad un ‘oltre’ presente nella realtà. Nel profilo di Melchisedek si intravede un enigma ed una apertura: i suoi gesti evocano la dimensione religiosa insita nel cuore dell’uomo. E questo incontro ci dice che quanto proviene dal cammino religioso umano, e quanto proviene dalla vita stessa, dal pane e dal vino, sono benedizione, sono tracce di una presenza di Dio che è presenza che dice e fa il bene.

Non posso non accostare in questo tempo questa immagine di Melchisedek a quella che qualche commentatore ha indicato – nelle liturgie papali – come la ‘nuova liturgia dell’inchino’. Si tratta di un gesto significativo, che potrebbe aprire vie nuove di comprensione del servizio di chi presiede non per dominare ma per servire. E’ stato introdotto da Francesco, presentatosi come nuovo ‘vescovo di Roma’, sin dal momento del suo primo saluto: si è inchinato, lui il papa, per lasciarsi benedire, prima di offrire la sua benedizione, capovolgendo rituali secolari. Un gesto semplice ma dalle enormi potenzialità di cambiamento di stile. Francesco si è inchinato per ricevere una benedizione proveniente dalla preghiera e dalla vita dei presenti. Si è posto nell’attitudine di ricevere una benedizione proveniente dalla fatica, dal dolore, dalla speranza, dalla quotidianità e da tutti i fili che compongono il tessuto delle vite umane. In un altro incontro ha fatto poi silenzio di fronte ai giornalisti di diverse convinzioni e tradizioni religiose per dire, proprio nel silenzio, una benedizione (reciproca) che passa attraverso la vita. Un silenzio che apriva allo stupore di fronte al bene che insieme si riceve e si dona in ogni incontro dove l’altro non è percepito come nemico ma ospite da cui ricevere un dono e a cui offrire benevolenza. Non dovrebbe questo essere lo stile di ‘imparare a ricevere e dire il bene’ – uno stile evangelico – da testimoniare oggi nel tempo del pluralismo e delle preoccupazioni identitarie? La testimonianza mite di accogliere la benedizione proveniente da ogni cammino e di scoprirne traccia nelle cose portatrici di una parola di bene?

Il gesto di Melchisedek, gesto magnifico di ospitalità, ci parla di un modo di intendere proprio le cose, gli elementi del vivere quotidiano, come segni di benedizione: pane e vino sono rinvio a cogliere in ciò che offre sostentamento ogni giorno, nella materialità delle cose, la traccia di una benedizione che viene dal Dio dell’alleanza e della creazione. E il suo gesto di sacerdote pagano, può essere indicazione di come in tutti i cammini religiosi, nelle tradizioni e nelle sapienze aperte all’altro e all’oltre, sia da accogliere una benedizione che conduce ad incontrare il Dio della creazione e dei cammini umani, presente con il soffio del suo Spirito come benedizione nei percorsi religiosi dell’umanità.

Una parola: “Voi stessi date loro da mangiare”. E’ la parola di Gesù nell’episodio della condivisione dei pani. Gesù risponde ai dodici che gli dicono: “congeda la folla… per trovare cibo, qui siamo in una zona deserta”. Nel deserto Gesù parlava del regno di Dio e guariva – dice Luca. E in quel deserto si fa portare i pochi pani e pesci, “recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”.  Li dava perché essi li distribuissero. Coinvolge i suoi in una distribuzione in cui comprendere la responsabilità nel dare da mangiare nonostante la pochezza di ciò che si ha, e per scoprire la fecondità della condivisione. Gesù invita i suoi a dare essi stessi da mangiare, a farsi responsabili di una distribuzione che non è esito di una grande organizzazione o di manifestazione di efficienza basata sul denaro che tutto può comprare. Si basa piuttosto sulla povertà, sul coraggio di distribuire ciò che si ha: i cinque pani e due pesci. Proprio nella loro povertà e mancanza di mezzi Gesù scorge la fessura attraverso la quale si può generare un dono, un percorso di gratuità.

I quattro verbi usati da Luca – prese, li benedisse, li spezzò, li diede… – sono passaggi importanti perché sono i medesimi che ritornano quando viene narrato da Luca il gesto di Gesù nell’ultima cena. La comunità primitiva vi scorge così l’annuncio dell’eucaristia. Il pane spezzato è annuncio di una presenza che si dona, nella concretezza e nella totalità dell’esistenza perché si possa partecipare della sua vita. Così ancora il gesto dello spezzare il pane sarà momento di rivelazione per i due di Emmaus nel loro cammino: lo riconobbero nello spezzare il pane. Non è un gesto chiuso in una sfera cultuale, ma gesto della quotidianità: rinvia alla vita e alla possibilità di incontrare il Risorto lì dove si spezza il pane dell’esistenza, dell’impegno, della solidarietà. Dentro a questo gesto sta anche un messaggio sullo sguardo di Gesù: la sua prima preoccupazione era l’annuncio del ‘regno di Dio’, ma nel suo agire il regno di Dio si rende vicino in una attenzione concreta alle persone, alle necessità concrete, nella completezza della loro vita. Il bisogno di cura, il pane, la possibilità di vita. Non solo una dimensione della vita, ma tutto, a partire dalle cose immediate. Per Gesù è importante la vita in tutte le sue dimensioni, non rifugge la corporeità. Il suo dono è il suo corpo, per comunicare una vita che prende con sé tutto l’umano.

Infine un ricordo: “Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: Il Signore Gesù, nelal notte in cui veniva tradito prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse:…”. La testimonianza di Paolo nella prima lettera ai Corinzi è il testo più antico che riporta le parole di Gesù nell’ultima cena e con esse il ricordo di quell’ultimo gesto con i suoi nel quadro della cena pasquale. Paolo richiama questa ‘memoria’ per dire il suo rimprovero ad una comunità in cui le differenze sociali portavano a non attendersi gli uni gli altri per mangiare insieme e per ripetere il gesto di Gesù. Paolo richiama ad un atteggiamento che sgorga dall’eucaristia e deve segnare la vita comune: ‘Aspettatevi gli uni gli altri’. Ogni momento che ricorda l’ultima cena, ogni eucaristia non può svolgersi come momento di esclusione, ma deve ritornare sempre a quella cena, a quel momento in cui tutti furono accolti fino alla fine. Lo spezzare il pane e bere insieme il calice era stato vissuto da Gesù in riferimento a tutta la sua persona, alla sua vita e indicava una strada. Non un nuovo rituale, ma un gesto che rinviava alla vita stessa come liturgia. Lì si attua una rottura radicale della logica della violenza e della vittima sacrificale: Gesù offe il suo corpo, la sua vita liberamente in fedeltà ad un amore che non viene meno di fronte al rifiuto e alla condanna. E’ scelta che apre ad un culto nuovo in cui l’esistenza stessa diviene luogo dell’incontro con Dio.

Il rischio che viviamo oggi è ridurre il ricordo del corpo e sangue di Cristo ad una dimensione cultuale, talvolta magica, il rischio di considerare l’eucaristia quale oggetto di venerazione, quasi fosse una ‘cosa’, sganciata dalla vita di Gesù e dalla sua chiamata a seguirlo, senza coglierne la portata di comunicazione e coinvolgimento per la nostra vita. Il ricordo della cena richiama all’accoglienza che si attua o meno nel mangiare insieme o nell’escludere dalla tavola. Per la tavola dove sono seduti o esclusi interi popoli della terra, così come per le nostre tavole l’eucaristia rimane sfida e provocazione. Fa uscire da una religiosità disincarnata e richiama ad una fede vissuta nel coinvolgimento di un corpo, cioè di una vita in relazione, che si comprende come dono.

Alessandro Cortesi op

Solennità del corpo e sangue del Signore – 2012

La scultura di questo crocifisso tratto dalla radice di un albero di olivo è opera di Ugo Fanti, amico di Pistoia.

E’ un’opera artistica che conduce a guardare il corpo di Gesù sulla croce. Apre a considerare il corpo di Cristo come convocazione di tutti coloro che accolgono la chiamata ad essere in Lui e a formare in Lui un solo corpo. Si fa così  invito a scorgere i tratti del suo corpo proprio nei corpi crocifissi della storia, lasciando coinvolgere la nostra vita nella sua, seguendo la sua via. La sua è stata via del dono e del servizio: noi possiamo dare il nostro corpo, le nostre mani, le nostre braccia, i nostri piedi, le nostre forze a lui, sulla strada che Lui ha percorso.

Mi ha così ricordato la preghiera di Mario Pomilio:

Cristo non ha più mani,
ha soltanto le nostre mani
per fare le sue opere.

Cristo non ha più piedi,
ha soltanto i nostri piedi
per andare oggi agli uomini.

Cristo non ha più voce,
ha soltanto la nostra voce
per parlare oggi di sé.

Cristo non ha più forze,
ha soltanto le nostre forze
per guidare gli uomini a sé.

Cristo non ha più Vangeli
che essi leggano ancora.

Ma ciò che facciamo in parole e opere
è l’evangelio che si sta scrivendo.

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Es 24,3-8;Sal 115,12-18;
Eb 9,11-15;
Mc 14,12-16.22-26

Alleanza è parola chiave di queste letture. Alleanza simboleggiata in un rito, alleanza vissuta in un dono di esistenza.  Al cuore della prima lettura c’è la descrizione di un rito: rito del sangue di animali asperso, versato, sull’altare e poi sul popolo. Un rito che va letto nel contesto della mentalità del culto per mezzo dei sacrifici di animali. Non è però un rito finalizzato a placare una divinità assetata di sangue, ma intende essere segno di una grande scoperta propria della fede ebraica. Indica un incontro: simboleggia infatti che una medesima vita – il sangue è simbolo della forza vitale – unisce Dio e il popolo. E’ memoria attraverso un gesto per riscoprire che Dio stabilisce un rapporto, una comunicazione vivente, pulsante come il sangue. E0 memoria di fedeltà all’alleanza che viene da una iniziativa di Dio. E’ anche gesto che accompagna e vuole indicare una parola ascoltata e ricevuta. ‘Quanto ha il Signore lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. C’è un rapporto dietro a questo segno, una relazione vivente tra Dio che si comunica e un popolo che ascolta. E’ sangue non di morte, ma segno che fa vivere.

Il cammino ha un suo punto d’inizio nell’ascolto. Dio non è lontano e indifferente, ma vicino e ‘parla’. Ascoltarlo non è questione puramente intellettuale. E’ invece dinamismo di coinvolgimento della vita. La parola data impegna Dio che ascolta il grido dell’oppresso e scende a liberare. Ed è anche parola che impegna il popolo in un cambiamento profondo: ‘noi lo eseguiremo e vi presteremo ascolto’. Solamente se  si attua un coinvolgimento l’ascolto è possibile. E’ un ascolto ben lontano dal distacco e della neutralità, si attua invece nel lasciarsi cambiare e nell’operare scelte nuove. L’eseguire conduce ad ascoltare e la parola ascoltata opera cambiamento nella vita. Così il segno del sangue rinvia alla vita, a quello scorrere di energia vitale che innerva e rende vive le forme dell’esistere dell’uomo. Il sangue simbolo della vita, versato sull’altare e sul popolo, diviene simbolo di una medesima corrente di vita che unisce. Alleanza nel sangue.

Gesù nella sua vita terrena, nel suo passare sulle strade ha testimoniato una vita tutta presa da questo ascolto e da questo coinvolgimento. Fino al punto che nell’ultima cena con i suoi, prima dei giorni dell’arresto, del processo, della condanna, vive liberamente un gesto che dice il modo in cui egli ha interpretato e ha dato senso alla sua vita ed alla sua stessa morte. Non fu una morte subita in modo inconsapevole ma l’esito di un cammino di fedeltà nel dono. Un esito non cercato, perché Gesù mai ebbe l’attitudine dell’eroe che sfida i nemici e la stessa morte. Anzi davanti alla sua morte – e Marco lo sottolinea con forza nel suo vangelo – egli provò angoscia e paura. Tuttavia di fronte alle ostilità per il suo messaggio e il suo agire che destabilizzavano il sistema religioso e politico Gesù rimase fedele all’annuncio del regno.

Nella cena, vissuta con i suoi nei giorni della Pasqua, pronunciò parole giunte a noi in due grandi tradizioni, quella di Marco e Matteo e quella riportata da Luca e Paolo. Le parole che Marco ci ha riportato nel suo vangelo rinviano al rito dell’alleanza, al rito del sangue. “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”.

In questo momento così drammatico Gesù richiama il rito dell’alleanza (cfr. Es 24, 3-8), insieme al riferimento al significato della Pasqua ebraica. Offre così una luce nella quale leggere tutto il suo cammino. Il sangue – segno dell’antico rito di alleanza – parla  una medesima vita che unisce il Dio liberatore degli oppressi e il popolo. Gesù di fronte alla sua morte manifesta uno dei tratti più profondi del suo volto, il suo essere uomo libero, libero nel mantenersi fedele a fare della sua vita un dono, nella fedeltà al Padre e al regno che aveva annunciato. La sua è una vita perduta… è sangue versato. E non è sangue di animali offerti, ma è la sua stessa vita. Il luogo di incontro tra Dio e uomo è la sua esistenza ‘sprecata’ come dono. Il sangue dell’alleanza è a questo punto non più quello dei sacrifici ma il sangue suo, la sua stessa esistenza. Nel suo donarsi si attua l’incontro e la comunione con Dio. Pone così  fine a tutta la logica dei sacrifici e del culto e annuncia che l’incontro con Dio si attua nel fare della propria esistenza un dono, una consegna sino alla fine a Dio e agli altri.

Indica così in quei segni, il pane  e il vino, tutta la sua vita e la sua speranza che non viene meno anche di fronte alla morte. La sua vita è nell’orizzonte dell’alleanza ‘per i molti’, ‘per le moltitudini’. Questa espressione rinvia alla figura del servo di Jahwè (Is 53,11-12) di cui si dice che ‘giusticherà le moltitudini’: indica non una parte o qualcuno in particolare, ma l’umanità  nell’apertura a tutti, senza confini. E’ sangue donato, e donato per tutti: è vita donata con lo sguardo rivolto a tutti senza nessuna esclusione. Una esistenza che si fa pro-esistenza, vita aperta nel divenire dono.

La morte non è così l’ultima parola: lo sguardo di Gesù va alla fedeltà di Dio, al venire del regno nonostante le contraddizioni. E promette ‘lo berrò nuovo nel regno di Dio’.  Gesù fonda la sua esistenza sulla fedeltà del Padre e guarda ad un futuro in cui nonostante ogni contraddizione il regno si compie. Apre così la comunità dei suoi a vivere quel gesto che ci ha lasciato come memoria della sua vita nell’attesa di un tempo ultimo.

Il ‘regno di Dio’ era stato il cuore del suo annuncio: presentato nelle sue parole che liberavano, nei gesti della sua accoglienza verso tutti coloro che erano tenuti fuori, verso chi viveva in situazioni segnate dal male, per liberarli. I gesti della sua vita concreta, le sue scelte, il suo modo di incontrare le persone, il modo in cui ha vissuto il suo cammino umano sono stati dono di liberazione, uscita dalla logica della violenza, della sopraffazione, liberazione dalla visione sacrale, offerta di un rapporto con Dio presentato come l’Amante. La sua vita, nel suo essere essere-per-gli-altri è racconto del volto di Dio come amore che si perde e libera. Gesù ha raccontato questo facendosi piccolo e povero e per questo scegliendo i piccoli e  i poveri.

Il suo corpo è la sua vita umana luogo di dono e di incontro tra Dio e la nostra umanità. I discepoli a quella cena sono invitati a prendere parte: ‘prendete, mangiate’. Ripetere il gesto di Gesù dell’ultima cena, fare questo ‘in memoria di lui’ è occasione di tornare al suo cammino: mantenere lo stupore di scoprire come ha vissuto la sua esistenza umana, lasciarsi cambiare dalla sua vita.

Vivere l’Eucaristia rinvia a questo: corpo di Cristo è la sua vita donata. Corpo di Cristo è la convocazione di tutti coloro che accolgono questa Parola di vita e la traducono in esistenza. E così si uniscono a lui. Corpo di Cristo è il segno del pane spezzato, del vino versato,  lasciato da Gesù, per poter imparare a scoprire il corpo di Cristo nei volti di tutti coloro in cui Gesù si identifica: il corpo, la vita delle vittime, dei dimenticati, dei poveri. Vivere l’esistenza facendone luogo di consegna e condivisione è fare eucaristia, è il culto autentico. Vivere lasciando spazio al crescere del regno, regno per i piccoli e i poveri è accogliere già il dono di Gesù e apre a scoprire il senso della sua vita vissuta come dono e servizio.

Alessandro Cortesi op

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