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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

IMG_5183.JPGSap 9,13-18; Fm 9-10.12-17; Lc 14,25-33

”Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo”.

Essere discepoli, coloro che seguono: in queste parole si gioca l’identità di chi desidera stare con Gesù. Quali le caratteristiche di chi segue Gesù? Quali le esigenze per essere coloro a lui rimangono legati? Gesù ha chiamato tutti in diversi modi a seguirlo e li ha invitati ad intraprendere la sua strada. Ha chiesto questo non solo per un certo tempo ma in modo continuo imparando dall’unico vero maestro.

Sorprende innanzitutto la pretesa di Gesù: pretende che altri lo seguano e seguano lui. Chiede una disponibilità senza riserve e aperta nelle diverse fasi della vita. Per questo seguire non è mai un dato scontato, un punto concluso della carriera, ma implica ogni giorno un ricominciare di nuovo.

Luca indica alcune caratteristiche del cammino di chi intende seguire Gesù.

La prima condizione è presentata in termini duri e ostici: se uno viene a me e non ‘odia’ suo padre, sua madre… Il termine ‘odiare’ contrasta con l’intero insegnamento di Gesù riguardo all’amare non solo i vicini e gli amici ma anche i nemici. Inoltre aveva chiaramente richiamato il dovere di curare i rapporti familiari prima e al di sopra di un culto separato dalla vita (Mt 15,3-6): inoltre aveva manifestato la denuncia contro coloro che nel fare un’offerta al tempio si ritenevano esonerati dall’onorare il padre e la madre e facendo così “annullavano la parola di Dio”. Gesù non chiede di ‘odiare’: l’uso di questo termine così forte proviene dall’assenza nelle lingue semitiche del modo di dire ‘amare di meno’: per esprimere un amore non totalizzante è quindi usato il verbo ‘odiare’.

Gesù chiede a chi lo segue di saper mettere al primo posto ciò che deve stare primo: così richiama alla presenza di Dio a cui riferire tutta la nostra vita a lui, invita a liberarsi anche da quell’idolatria e dal soffocamento che può provenire da legami che si pongono come esaustivi della vita. La sua pretesa è anche di seguire lui stesso oltre ogni altro affetto. Ogni legame e affetto può essere ricompreso nel divenire discepoli di Gesù, nel seguire il suo cammino di amore fino alla fine, di misericordia e di servizio.

C’è una seconda condizione ed è la scelta di andare dietro a lui ‘portando la croce’: la croce è sintesi e cuore dell’intero cammino di Gesù. Non perché strumento di tortura e di sofferenza, ma perché lì sulla croce Gesù ha detto che è possibile rimanere fedeli all’amore fino alla fine trasformando anche il momento della morte in un momento di essere per Dio e per gli altri. La croce è prima di tutto scelta di dono, non via di sofferenza. E’ scelta di condivisione e racchiude anche il riferimento al fallimento umano, della sofferenza e del dolore. Luca aggiunge una precisazione importante: “se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23; cfr Mt 10,38). Si riferisce al quotidiano, all’ordinario in cui si gioca gran parte della nostra esistenza: Seguire Gesù non è questione dei grandi momenti o delle scelte eroiche nella vita: questi possono forse esserci ma il cammino di sequela si attua nelle piccole cose, nelle vicende ordinarie, nelle scelte del quotidiano nella normalità che non fa notizia.

La terza condizione è indicata da due immagini, la torre da costruire e la guerra da preparare: sono immagini tratte dall’esperienza e funzionali al messaggio di fondo. Il comportamento di Gesù è in contrasto con logiche di grandi costruzioni (era piuttosto la politica di Erode quella di costruire grandi palazzi e città) e con la scelta di fare la guerra (ma egli conosceva bene la violenza che dilagava). L’esigenza di Gesù a seguirlo richiede capacità di scelte pensate, cioè discernimento, e coraggio e generosità nel partire. La sua via espone a fatica e opposizioni: richiede di soppesare bene ciò a cui si va incontro. E chiede anche una valutazione non superficiale delle proprie forze. Luca sottolinea come si tratti di un coinvolgimento di tutte le energie e dei beni: la rinuncia ai beni non è fine a se stessa ma è per farsi borse che non invecchiano, per scoprire come l’unica vera ricchezza è il regno di Dio.

Gesù propone di liberarsi da cose che appesantiscono e ingombrano non rendendo liberi, ma soprattutto propone di disfarsi di una mentalità di possesso e di superiorità. Seguirlo è esperienza di scoperta di un cammino che libera la vita per cammini di servizio.

Alessandro Cortesi op

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Tempo del creato, tempo della scuola

“Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato”.

E’ un passaggio del messaggio di papa Francesco per la giornata del creato che si situa nel mese di settembre dedicato a livello ecumenico al pensiero e approfondimento e preghiera per la casa comune, per maturare consapevolezza della custodia del creato. Il grido della terra è anche nel medesimo tempo il grido dei poveri oggi. L’invito ad una conversione ecologica è il modo di accogliere questo duplice e unico grido: si fa sempre più urgente impostare l’esperienza quotidiana vita secondo nuovi criteri, di attenzione, di pazienza, di rispetto, superando una mentalità del consumo e dello sfruttamento che si realizza sia nei confronti delle cose, sia nei confronti delle persone. La cultura della produzione senza limiti di rifiuti, l’indifferenza per le cose si accompagna al disprezzo verso gli altri, alla mancanza di consapevolezza delle ingiustizie che generano diseguaglianze e sofferenze. La questione non è solo per la vita individuale ma esige un orientamento collettivo, politico, l’orientamento a individuare un sistema economico diverso da quello che genera iniquità e distruzione dell’ambiente.

Settembre è anche tempo di inizio della scuola. La scuola è il primo luogo in cui maturare questa sensibilità, in cui investire per far maturare spirito critico, per essere capaci di andare controvento, come ricorda Franco Lorenzoni nel suo utlimo libro dal titolo I bambini ci guardano. Una esperienza educativa controvento (Sellerio 2019) e che in una recente intervista ha indicato la scuola quale luogo di resistenza contro l’alienazione del nostro tempo, con la capacità di sorpresa, perchè la vita è trasmettere ad altri ciò che si è ricevuto da custodire e coltivare perché possa durare:

“Credo siano i primi a capirlo: quella del maestro non è una missione, ma un mestiere come tanti altri, che ha bisogno della sua cassetta degli attrezzi, da ricalibrare di generazione in generazione (…) Lo sa qual è la cosa che non dovrebbe mai sparire in una classe? La capacità di sorprendersi, quel sapersi mettere in gioco, col proprio corpo, senza vergognarci delle nostre emozioni: può essere l’antidoto giusto all’alienazione (…) Ritengo che qualsiasi tipo di educazione debba andare controvento, che è poi guardare le cose di tutti i giorni, con spirito critico», con riferimento all’opera degli architetti, “i quali utilizzano questo termine per indicare i tiranti che reggono un edificio, così come un educatore si augura che ciò che lascia ai propri ragazzi possa durare nel tempo” (Il Corriere della sera 1 marzo 2019).

Alessandro Cortesi op

 

 

XXII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_E0951Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23

“…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?” Nel vangelo di Marco i farisei sono presentati come gruppo in forte polemica con Gesù. Per certi versi Marco opera una caricatura della spiritualità farisaica, legata alla Legge, alla fedeltà quotidiana all’alleanza, ad esprimere la fede in atti concreti e visibili. Per certi aspetti il loro impegno era espressione di coerenza e vicino a quanto Gesù stesso proponeva. Ma Marco nell’indicare i farisei sottolinea un modo di opporsi a Gesù proprio di persone religiose, ma che vivono una religiosità centrata su di sé, escludente e incapace di aprirsi al dono di grazia. Marco scorge che vi è un rifiuto della proposta di Gesù che giunge proprio da persone religiose, che non comprendono il suo annuncio e vi si oppongono perché destabilizza un modo di intendere la religione. I farisei divengono così paradigma di un modo di vivere la religione in termini di esteriorità, di egoismo, di preoccupazione per sé e di indifferenza agli altri. Sono chiusi alle sofferenze del prossimo e per loro le norme stanno al di sopra dell’attenzione alle persone. L’osservanza delle prescrizioni, l’esecuzione dei riti, sono così slegati dall’attenzione agli altri. Vi è al fondo una pretesa di stare nel giusto in rapporto a Dio ed una mentalità di autoaffermazione che esclude e si pone in una condizione di autosufficienza e di superiorità.

I farisei criticano Gesù perché i discepoli prendono cibo senza lavarsi le mani, il che era una prescrizione religiosa e igienica. Gesù risponde a questa critica affrontando la questione del rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni che sono frutto di elaborazione umana. Gesù si oppone decisamente all’ipocrisia: è questo l’atteggiamento raffinato di chi anziché vivere la fedeltà a Dio in rapporti di giustizia pone la sua preoccupazione nell’adempimento di pratiche religiose ritenendo che questo sia tutto. I profeti richiamavano con forza che l’autentico culto doveva essere compiuto nella vita e stare in rapporto ad un impegno concreto di giustizia nei rapporti con gli altri e denunciavano un modo di rapportarsi a Dio che dava spazio al culto, ma senza coinvolgimento del cuore e perdendo di vista il centro della fede come rapporto che coinvolge la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Il cuore nella mentalità ebraica è il centro della persona. “Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso (…) Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vita. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù pone la medesima domanda: dove sta il cuore, ossia il centro delle decisioni della persona? Se il cuore sta presso Dio allora il culto dovrebbe risultare un modo di vivere in cui si attua un nuovo modo di relazione con gli altri, e al primo posto sta lo sguardo alle persone a cui Dio, difensore del povero, dello straniero e della vedova, rinvia. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri. Gesù smaschera la deviazione di ogni tipo di fariseismo religioso, il trasporre tradizioni di uomini quale esigenza divina divenendo indifferenti alle persone, alla loro sete di liberazione e di vita.

“Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: la durezza di queste parole dovrebbe rimanere monito ad ogni tentazione sempre presente di non mantenere il riferimento alla parola di Dio, alla sua richiesta di un culto come giustizia per i poveri, criterio primo e irrinunciabile della nostra esistenza.

C’è un secondo aspetto da cogliere nella risposta di Gesù alla questione sul puro e sull’impuro: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”. Bene e male non stanno nelle cose in se stesse. Le cose in se stesse non sono buone o cattive. E’ invece la persona che decide per il bene o per il male nel modo in cui utilizza le cose. .

Così dicendo Gesù dice che tutte le cose in se stesse sono buone ma possono essere utilizzate in vario modo, per il bene o per il male. In sé non hanno radice di male. Tutto viene da Dio e per questo non può esser cattivo o impuro in sé. E’ chiamata in gioco la responsabilità umana che non può essere delegata ad altri. Gesù critica quindi una religiosità che fa rimanere tranquilli perché si osservano alcune pratiche esteriorie  non s’interroga sull’orientamento del cuore. E indica come il rapporto con Dio sia un dialogo vivente in cui non si è mai concluso di domandare cosa è bene davanti a lui e in rapporto agli altri.

Puro e impuro rinviano allora ad una vita di fedeltà a Dio che trova espressione in una prassi che ha radice in un ‘cuore’ rivolto al Signore. Gesù richiama all’interiorità, a quella sorgente profonda da cui ogni comportamento della vita ha origine. Pone ogni persona davanti nella situazione di responsabilità, nell’esigenza di rispondere a se stessa e agli altri, davanti a Dio. E’ un messaggio di libertà e di fiducia perché apre ad accogliere la presenza di Dio, che solo può liberarci dall’egoismo e da ogni tipo di idolatria.

Alessandro Cortesi op

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C’è un tipo di responsabilità a cui oggi siano chiamati in modo particolare, che unisce insieme il rispondere agli altri, in particolare a chi soffre per l’ingiustizia e l’iniqua distribuzione dei beni della terra e la vita stessa del pianeta: è la responsabilità ecologica che si scopre inscindibilmente legata alla responsabilità sociale. I mutamenti climatici in atto stanno dimostrando come un certo modello di sviluppo che viene presentato come elemento di miglioramento delle condizioni di vita dei popoli incide profondamente sugli equilibri ecologici. Così la devastazione della terra, lo sfruttamento senza limite delle risorse, si riflette nello sfruttamento e nell’impoverimento di popolazioni e persone.

Nel Messaggio per la 13ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato che si terrà il 1° settembre 2018 la commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro insieme alla commissione per l’ecumenismo e il dialogo richiamano a Coltivare l’alleanza con la terra.

Ricorda il simbolo dell’arcobaleno di Gen 9,12. L’arco nel cielo richiama il dono della terra come spazio abitabile: Dio promette un futuro in cui l’umanità e gli altri viventi possano fiorire nella pace

In contrasto a questa visione di alleanza e di pace è richiamata la situazione del nostro presente: “Anche gli ultimi mesi hanno visto diverse aree del paese sconvolte da eventi metereologici estremi, che hanno spezzato vite e famiglie, comunità e culture – e le prime vittime sono spesso i poveri e le persone più fragili. Le stesse storie narrate da tanti migranti, che giungono nel nostro paese chiedendo accoglienza, parlano di fenomeni inediti che colpiscono – in modo spesso anche più drammatico – aree molto distanti del pianeta”.

Di fronte all’ampiezza del degrado può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Il Messaggio richiama ad un’attitudine di attenzione e di prevenzione fatta di pazienza e di un quotidiano operare che investe l’ambito politico e le scelte economiche. E viene sottolineato come la cura del creato sia da collegare ad una cura per gli altri, per il popolo e ad una dimensione spirituale: “…la sfida non interessa solo l’economia e la politica: c’è anche una prospettiva pastorale da ritrovare, nella presa in carico solidale delle fragilità ambientali di fronte agli impatti del mutamento, in una prospettiva di cura integrale. Occorre ritrovare il legame tra la cura dei territori e quella del popolo, anche per orientare a nuovi stili di vita e di consumo responsabile…”

“Ma c’è anche una prospettiva spirituale da coltivare: papa Francesco ricorda che “la pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di stupore che conduce alla profondità della vita” (Laudato Si’, n.225)”.

Tali sfide sono da affrontare con la cura che parte dai comportamenti quotidiani e dalla lucidità nel saper leggere le cause profonde di fenomeni quali il cambiamento climatico e le migrazioni che segnano il nostro presente.

“é importante operare assieme, perché possiamo tornare ad abitare la terra nel segno dell’arcobaleno, illuminati dal “Vangelo della creazione”.

Alessandro Cortesi op

Giornata del creato – 1 settembre 2017

IMG_0755.JPGIn occasione della giornata mondiale di preghiera per il creato per la prima volta è stato emanato da papa Francesco e dal patriarca Bartolomeo un importante messaggio congiunto ecumenico che fa appello “a prestare responsabilmente ascolto al grido della terra e ad attendere ai bisogni di chi è marginalizzato, ma soprattutto a rispondere alla supplica di tanti e a sostenere il consenso globale perché venga risanato il creato ferito”.

Di seguito alcuni passaggi del messaggio:

La Scrittura rivela che “in principio” Dio designò l’umanità a collaborare nella custodia e nella protezione dell’ambiente naturale. (…)

La terra ci venne affidata come dono sublime e come eredità della quale tutti condividiamo la responsabilità finché, “alla fine”, tutte le cose in cielo e in terra saranno ricapitolate in Cristo (cfr Ef 1,10). (…)

Tuttavia, “nel frattempo”, la storia del mondo presenta una situazione molto diversa. Ci rivela uno scenario moralmente decadente, dove i nostri atteggiamenti e comportamenti nei confronti del creato offuscano la vocazione ad essere collaboratori di Dio. (…)

Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. (…)

L’ambiente umano e quello naturale si stanno deteriorando insieme, e tale deterioramento del pianeta grava sulle persone più vulnerabili. L’impatto dei cambiamenti climatici si ripercuote, innanzitutto, su quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo. (…)

Il fine di quanto ci proponiamo è di essere audaci nell’abbracciare nei nostri stili di vita una semplicità e una solidarietà maggiori. (…)

Siamo convinti che non ci possa essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva, senza una responsabilità condivisa e in grado di render conto di quanto operato, senza dare priorità alla solidarietà e al servizio.

Dal Vaticano e dal Fanar, 1° settembre 2017

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XII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

DSCN0400Gb 38,1-8-11; 2Cor 5,14-17; Mc 4,35-40

“Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola scura, quando gli ho fissato un limite?”

La pagina di Giobbe costituisce l’inizio di un lungo discorso, il primo, di Dio a Giobbe. Dalla sua condizione di sofferenza Giobbe aveva sfidato Dio, era giunto a maledire il giorno della sua nascita, e aveva posto una critica radicale al piano di Dio, al disegno della creazione. Gli amici giunti a visitarlo gli avevano presentato tentativi di spiegazione della sua condizione elaborando teologie costruite come ragionamenti con la pretesa di spiegare il suo dramma; ma erano costruzioni di ragione in cui Dio stesso risultava asservito ad un sistema di pensiero. Più che vedere Dio essi desideravano prevedere le sue opere.

A questo punto nel libro di Giobbe prende la parola Dio stesso. Il suo discorso non è una risposta che offre soluzioni o spiegazione al dramma di Giobbe, al suo dolore. E’ piuttosto un accompagnamento ad interrogarsi su se stesso e sulla realtà attorno, a maturare uno sguardo attraverso lo stupore di fronte alla bellezza e grandezza della creazione. Il discorso è una presentazione, passo passo, dei vari elementi, la terra, il mare, la luce, gli abissi e le porte della morte, le tenebre, i fenomeni atmosferici e poi la vita degli animali, in particolare di alcuni tra essi che sfuggono al controllo umano. Una presentazione ricca di poesia di un mondo in cui si può cogliere traccia della grandezza di Dio come creatore di ogni cosa e custode nella cura. Giobbe viene guidato a scoprire di essere piccolo e fragile. E’ un lungo attraversamento fatto di domande.

E il Signore parla a Giobbe nel turbine: si presenta come il Signore di Israele che guida il suo popolo nell’attraversare il mare. Non il Dio lontano distributore di pene e retribuzioni, oggetto inaridito della teologia degli amici di Giobbe, ma il Signore vicino, Colui che non risolve la domanda sul male ma aiuta Giobbe a scoprire un nuovo modo di stare davanti a Lui. L’intero discorso è contrappuntato da una interrogativo ‘dov’eri tu?’ In questa parola sta un incontro con Dio come Tu che si rivolge a Giobbe: è parola che lo cambia. Gli fa scoprire che la sua vita, e la vita dell’umanità stessa, non sta al centro o al di sopra delle altre creature ma va accostata come parte di una realtà più grande, nella sua fragilità e debolezza, piccolo frammento di una creazione tenuta dalla custodia e dalla cura da Dio. Lo fa uscire da una visione in cui l’uomo sta al centro, e lo apre a scorgere che c’è una bellezza ed una libertà nel creato. Il volto stesso di Dio non può essere racchiuso in categorie anguste di un ragionare che tutto pretende esaurire e dominare.

Nella creazione c’è un limite per tutto, anche per le insondabili forze del male. E Dio stesso si pone un limite di fronte alla libertà umana. La consapevolezza di essere piccolo, di non essere a capo e al centro, conduce Giobbe a decentrarsi, a scoprire di dover mettersi in rapporto con Dio in modo nuovo. Non a partire dalla sua imprecazione o dalla sua pretesa di spiegazione, ma accogliendo Dio come presenza nascosta, da ricercare, da riconoscere. Scopre che deve giudicare le cose non dal suo punto di vista ma da un altro punto, inattingibile, che lo supera, e scoprire la sua piccolezza e il suo limite.

Si apre così ad una meraviglia nuova. A Giobbe si manifesta il volto di Dio che non offre soluzioni alle sue domande e non spiega il perché del suo dolore, ma soffre insieme a lui e gli fa scoprire che lui si pone come vicino, in relazione con lui. Si potrà parlare di Dio solamente a partire dalla sofferenza dell’innocente. Giobbe si rende consapevole del suo essere piccolo di fronte a Dio. Scopre così di poter scorgere la sua presenza vicina solamente quando vive il passaggio di accettare di non vedere e di non trattenerlo entro i limiti angusti di un ragionamento umano.

Gustavo Gutierrez individua la linea di fondo del libro di Giobbe nell’apertura all’esperienza di una fede gratuita, nuda, vissuta come affidamento radicale. E’ possibilità che può attuarsi solo mantenendo insieme ribellione e speranza, dolore individuale e compassione per la sofferenza presente nel resto del creato: “Solo sapendo tacere e sapendo compromettersi con la sofferenza dei poveri si potrà parlare loro della speranza. Solo prendendo sul serio il dolore dell’umanità, la sofferenza dell’innocente, e vivendo alla luce pasquale il mistero della croce, in mezzo a questa stessa realtà, sarà possibile evitare che la nostra teologia sia un discorso fatuo. Solo allora non meriteremo, da parte dei poveri di oggi, il rimprovero che Giobbe gettava in faccia ai suoi amici ‘siete tutti consolatori stucchevoli’ (Gb 16,2)” (Gustavo Gutierrez, Parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente. Una riflessione sul libro di Giobbe, ed. Queriniana)

Marco nel racconto della tempesta calmata evoca l’agire di Dio che ha messo un limite alle acque del mare e lo ha racchiuso come in un otre. Dio è presentato nei salmi come colui che sgrida le acque ed esse si acquietano (Sal 104/103,5-9; 106/105,9). Al cuore del brano sta una domanda sull’identità di Gesù. E’ colui che è più forte, a cui il vento e il mare, simboli del male, ma anche gli spiriti impuri obbediscono (cf. il passo che può essere letto in parallelo di Mc 1,24-28). Il brano è percorso da un’allusione all’evento della morte e della risurrezione: sulla barca i discepoli si sentono soli e abbandonati, Gesù ‘dorme’: è un verbo che allude alla sua morte. Ma si risveglia al grido dei suoi e li rimporvera. Si manifesta più potente delle forze scatenatesi dal mare in burrasca: sono le forze della natura ma anche le forze del male.

Gesù non abbandona i suoi, ci dice Marco, e la sua Parola vince la tempesta. La sua presenza è nella barca e risponde alla drammatica invocazione ‘non ti importa che siamo perduti?’. Marco spinge così il lettore ad interrogarsi sull’identità di Gesù ‘Chi è costui?’. Nell’immagine della barca sta il rinvio alla vita di una comunità che nel tempo vive la tempesta, le prove. Ma è chiamata a scoprire che la presenza di Gesù risorto come vicina, più forte di ogni male, che spinge ada vere un affidamento a lui, a non avere paura di ‘passare all’altra riva’, di vivere cambiamenti e aperture e a subire l’opposizione e la persecuzione per causa del suo nome, in fedeltà al vangelo.

11535862_649321331870976_2825218545965594869_nAlcune riflessioni per noi oggi

Limite: è oggi parola chiave per intendere un rapporto con la natura in cui scoprire che le risorse sono limitate ma anche e soprattutto che la presenza dell’umanità ha dei limiti nei confronti della possibilità di utilizzo delle realtà naturali, delle risorse. Di fronte alle possibilità aperte dalle potenzialità della tecnologia è richiesta oggi una responsabilità nuove nell’orizzonte del porre limiti e nell’assumere responsabilità. Si pone oggi sempre più urgente l’interrogativo tra possibilità dell’azione tecnica e di trasformazione e la custodia del creato. Una question posta all’umanità, uomini e donne che vivono la specifica situazione di poter essere consapevoli e responsabili.

A tal riguardo importanti suggerimenti provengono da Simone Morandini in una sua nota dal titolo ‘La lode e la custodia’ su ‘Moralia’ (in preparazione all’enciclica di Francesco ‘Laudato si’): “L’interrogativo morale sarà allora piuttosto come orientare alla sostenibilità e alla custodia la stessa azione tecnica e trasformatrice; come farne espressione di solidarietà e non di desiderio di profitto per pochi; come far sì che essa rafforzi il nostro legame con la terra e non lo estenui. Essenziale diviene qui la categoria di limite, ma essa stessa essenziale a un orizzonte mobile, a una lettura del mondo che ricerchi in essa sempre e di nuovo in esso gli spazi per un agire teso al bene comune, al bene possibile”.

11009909_10206626955543404_6996312186235649658_nprofughi a Ventimiglia (giugno 2015)

La sofferenza di Giobbe si fa vicina in tutti coloro che cercano di gridare in questi giorni al mondo il dramma della loro vita segnata dal dolore e dalla violenza. Se oggi è possibile parlare di Dio solo a partire dalla sofferenza degli innocenti le vicende di coloro che cercano solamente un posto per vivere ma non lo trovano perché ‘non c’era per loro posto nell’albergo’ sono per noi appello.

Oggi potremmo dire che non trovano posto nell’Europa che ha tradito i motivi fondanti del suo sorgere e si è strutturata come compagine di paesi preoccupati dei propri interessi, del dominio della finanza, della società ridotta a mercato. I loro viaggi che evocano l’esodo e la vicenda di Gesù sono un appello per noi.

Appello innanzitutto a non perdere di vista le cause di tali movimenti di popoli, a non dimenticare le guerre, le dittature – come in Eritrea dove la feroce dittatura di Isaias Afewerki ha trasformato il paese in una prigione a cielo aperto – i luoghi dove è quotidiana la violazioni di diritti e la violenza (come in Sud Sudan, Mali, Nigeria, Somalia, Libia)  da cui tante persone cercano di fuggire.

Essere nati e trovarsi a vivere in una terra dove c’è la guerra è una condizione non determinata dalle scelte dei singoli e dovrebbe essere motivo, da parte di chi si trova in condizioni di pace, per sentire più profondamente il senso di solidarietà del fare propria la sofferenza dell’altro e porre in tutti i modi un limite al male. Ci sono guerre – si pensi a quella in Siria giunta al suo quarto anno – che non scaldano più i cuori, ma se ciò avviene è un problema di cuori da cambiare.

La sofferenza di coloro che cercano di varcare i confini segnati da filo spinato della Siria: , la solitudine di chi attende di poter ricongiungersi da profugo ai propri cari già esiliati, la condizione di chi è stato cacciato dalle proprie case nella valle di Mosul, la vita quotidiana delle migliaia di persone ospitate nei campi profughi ai confini tra Siria e Giordania – si calcolano circa quattro milioni di profughi di cui due milioni di bambini, la più grandi crisi umanitaria dopo la seconda guerra mondiale – la sofferenza di chi deve attraversare il deserto nella speranza di fuggire la dittatura e la miseria, sono un appello non per cercare spiegazioni, ma per vivere l’incontro con Dio nel farsi carico di coloor che soffrono.

Uomini e donne come noi che devono essere chiamato con il loro nome ‘compagne e compagni nella medesima umanità’, fratelli sorelle segnati dal dolore. Sono proprio loro, i migranti, i profughi, i rifiutati e respinti da chi vive la paura e il sospetto che ci provocano a comprendere in modo nuovo la nostra esistenza nell’unica direzione che può dare un senso al nostro vivere individuale e sociale: dare ospitalità alla sofferenza dell’altro e lasciarci ospitare e cambiare in questo incontro.

DSCF5780Un’ultima riflessione la trarrei dal riferimento all’immagine della barca. Simbolo di comunità nella tempesta, ma anche simbolo di una umanità che nella storia percorre una navigazione in cui si può distruggere ogni cosa ma si può anche seguire e indirizzare la barca nel corso che lungo il fiume della storia, va verso il mare: è immagine utilizzata da Giorgio La Pira che la utilizzava per sintetizzare la sua visione sulla storia. Scriveva “la storia dei popoli (ed anche, in un certo senso la storia stessa del cosmo) è come un unico fiume che viene da una sorgente e va inevitabilmente (attraverso frequenti e spesso dolorose anse) verso una foce! Tutti i popoli (la storia di ogni popolo) formano con la loro storia – come tanti affluenti – questo fiume unico: si tratta di tante storie particolari che formano insieme – nel corso dei secoli e dei millenni – la storia unica e totale del mondo” (Lettera  Pino Arpioni 14/04/68, in G.La Pira, Il sentiero di Isaia, 367).

E ancora evocando l’espressione ‘I care’ – mi sta a cuore, mi interessa – di don Milani: “.. nessun popolo e nessuna persona può dire : – non mi riguarda e non mi interessa! Non ti riguarda e non ti interessa? Ma come, si tratta del destino della tua esistenza e del tuo inevitabile cammino lungo l’intiero corso della tua vita: come fai a dire ‘non mi interessa’? E’ questa la cosa fondamentale che deve interessare la tua meditazione, la tua preghiera (se sei credente) e la tua azione! Credente o non credente, giovane o anziano, volente o nolente: il fatto esiste: sei imbarcato e la navigazione alla quale, volente o nolente, tu partecipi, interessa l’intiero corso della tua vita! Sei sulla barca ed un colpo di remo lo dai inevitabilmente, anche tu! Sei sulla barca, e se la barca affonda, affondi anche tu; e se la barca giunge in porto, giungi in porto anche tu” (Lettera  a Pio XII, 19/02/58, in G.La Pira, Beatissimo Padre, 226).

Il viaggio di tanti su barconi stracarichi, con nel cuore la speranza di vita e di salvezza, è viaggio che richiama una navigazione di popoli, oggi, sulla barca dell’umanità in cui tutti siamo imbarcati insieme, in cui non si può dire ‘non m’interessa’.

Alessandro Cortesi op

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