la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XII domenica tempo ordinario – anno A – 2020

img_8355Ger 20,10-13; Rom 5,12-15; Mt 10,26-33

Il testo di Geremia risuona di echi personali. E’ una confessione del profeta che parla di se stesso. La sua storia è stata segnata da una chiamata dalla parola di Jahwè che si è posata sulle sue labbra.

Questo incontro l’ha spinto a vivere situazioni che mai avrebbe immaginato. Strappato ad una condizione di tranquillità ha dovuto affrontare pericoli minacce, conflitti e crisi. Più volte confessa di aver pensato di abbandonare tutto e non pensare più all’impegno di testimoniare la parola di Dio.

Tuttavia continua a sentire nel suo cuore un fuoco ardente. Nonostante la minaccia e l’oppressione dei nemici sa che Dio è al suo fianco come presenza che gli dà forza e i nemici non potranno prevalere. E’ un testo di profonda fiducia pur in una situazione di prova.

Il Signore scruta i cuori e il profeta gli ha affidato la vita: “cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori”. Non nasconde la crisi, anche la sua rivolta interiore, ma sa che la sua vita è segno vivente dell’incontro con il Dio fedele e liberatore.

Matteo raccoglie gli insegnamenti di Gesù sulla missione in alcune pagine del suo vangelo (capp. 9-10). Il filo rosso è l’invito alla fiducia e all’abbandono. Gesù parla dei passeri, che si potevano mangiare ed erano venduti per uno spicciolo di rame. E parla di Dio, il Padre come di qualcuno attento alle piccole cose, a ciò che non ha valore riconosciuto, ai passeri appunto. Gesù racconta il volto di un Dio attento alle pieghe nascoste e ai particolari a cui non si dà peso, che si prende cura dei suoi figli, anche e soprattutto di coloro che non sono considerati, degli invisibili e dei dimenticati. E’ preoccupato dei volti, delle relazioni.

“non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Questa fiducia serena in Dio vicino non sottrae ai discepoli la fatica della testimonianza. Nella prova si dovrà ricordare la testimonianza stessa di Gesù: il discepolo è chiamato a percorrere la medesima strada del maestro, non le vie del successo e del potere.

Gesù non propone ai suoi una prospettiva di affermazioni e di gloria e non nasconde che il suo cammino sarà anche quello dei discepoli. La vita del discepolo è segnata dal legame con Cristo e dal sereno affidamento alla cura del Padre: ‘non temete voi valete più di molti passeri’.

Alessandro Cortesi op

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Proposta di preghiera

E’ veramente bello, dà senso alla nostra vita

dire il nostro grazie

a Te Dio padre e madre, sorgente dell’amore

in ogni situazione gioiosa o triste

dei nostri giorni

a Te che sei il Dio dei passeri

che non lasci che nulla vada perduto.

Abbiamo visto il riflesso del tuo volto

nei gesti e nelle parole di Gesù tuo Figlio

che ha preso su di sé la nostra fragilità.

E’ lui l’Adamo ultimo, tratto dalla terra

che ci ha manifestato un modo di vivere

nel dono, nell’ospitalità, nel servizio, costruendo pace.

In Lui scopriamo che la nostra vita

come fiore sboccia

ad una speranza nuova

aperta a tutti.

La speranza di un mondo nella fraternità e nella pace

in cui vi è attenzione per i più piccoli e deboli.

Come gli uccelli del cielo quando cantano

sono voce di dialogo e armonia

così anche le nostre voci si uniscono

al respiro di tutto il creato per cantare la tua gloria…

Alessandro Cortesi op

 

 

Domenica II di Pasqua – anno A – 2020

Ev9mmF8DhH_McZ5lakaQtAahGZm0AsSeQy6Jj9ZZ-4awEtxkiaqFQR1ixhMrOb3oIZ8SfR45Iqt99vucPNxrOo3adhs6iX7LehtOvkEFzDp4LuSqVvrd1Bk_I0YvrPdpO8JyyCL82AV8v8LcMiniatura dal codex aureus – Echternach (ca. 1030-50)

At 2,42-47; Sal 117; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

I racconti di incontro con Gesù dopo la Pasqua esigono di essere letti non come  resoconti cronachistici, ma come narrazioni che esprimono in termini narrativi l’esperienza pasquale dei discepoli, un’esperienza che sorge da un’irruzione inattesa e insperata (il darsi ad incontrare di Gesù) e che peraltro coinvolge in un cammino ineriore personale e collettivo di cambiamento e trasformazione nella fede.

Gesù viene in mezzo ai suoi discepoli ed è riconosciuto come il vivente. E’ sera. Il luogo è la sala in cui i discepoli hanno condiviso con Gesù la cena prima della sua passione. Sono elementi importanti e simbolici: la sera rinvia al buio che accompagna la passione, così pure alla sera della cena, alla memoria vicina del mangiare insieme e dei gesti di Gesù. Ora non c’è più l’intimità e l’amicizia ma la paura e la chiusura delle porte e dei cuori. Il luogo è chiuso e i cuori dei discepoli sono bloccati nel loro disorientamento.

In questo contesto – che parla di una condizione di assenza di prospettiva, di impreparazione e di impotenza – ‘Gesù venne’. Gesù risorto oltrepassa le porte e i cuori chiusi e irrompe inatteso, presenza che si fa vicina in modo totalmente nuovo, inedito, soprendente. Ogni motivo di paura è vinto. Anche la morte non ha più potere. In tutti i racconti di incontro con Gesù dopo la sua morte il suo venire è inatteso e l’iniziativa è sua. La sua presenza non è preparata né programmata. Il suo venire non è costruzione interiore di chi ha elaborato la sua morte, ma è un irrompere fonte di stupore e insieme nuovo percorso esistenziale che coinvolge la fede. Gesù venne e si fermò: il suo ‘venire’ particolare, oltre le barriere. Sta qui un richiamo alla Pasqua ebraica, che secondo la tradizione dell’Esodo fu celebrata dietro le porte segnate dal sangue degli agnelli.

Il suo primo saluto di Gesù è un saluto di pace. E’ il primo dono della Pasqua in stretto legame con le piaghe delle mani e del costato mostrate ai discepoli. Chi ‘venne’ non è un altro: è il crocifisso risorto, con i segni delle ferite nel suo corpo. Offrendo la pace fa un gesto di rivelazione: ‘mostra’ loro le ferite. Nel IV vangelo la pace è connessa alla passione e risurrezione di Gesù (14,27; 16,33; 20,19-26). Non è la pace del mondo, non elimina la morte e la sofferenza. E’ pace dono di Gesù: ‘Io ho vinto il mondo’ (Gv 16,33).

I discepoli ‘gioirono’. Il secondo dono della Pasqua di Gesù è la gioia. E’ una gioia che non dimentica la croce, ma che proprio nella croce legge il manifestarsi di un volto di Dio come amore che si dona. In questo sta la ‘gloria’ di Dio che si comunica sulla croce. Là dove c’è pace e gioia sono presenti i segni del Risorto e vi sono tracce per poterlo incontrare.

Gesù invia i suoi, li rende partecipi di una missione “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi… alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi”. I discepoli sono inviati a continuare l’opera di Gesù, il motivo della sua vita. Gesù dona lo Spirito: la prima comunità è trasformata: è accompagnata a superare la chiusura per portare il perdono di Cristo, dono dello Spirito. Gesù chiede ai suoi, a tutti insieme non solo a qualcuno, di continuare la sua missione, di essere presenza di riconciliazione. E’ lo Spirito il grande protagonista dell’esperienza della fede e della testimonianza che da Pasqua inizia.

Ciò apre a noi una visione di speranza e di fiducia: in ogni percorso umano in cui la pace è ricercata per superare conflitti, laddove c’è gioia che vince chiusure e distanze, laddove c’è opera di riconciliazione lì vi sono tracce della presenza del Risorto che ha consegnato il suo Spirito.

Alessandro Cortesi op

Taddeo Gaddi, armadio di s.croce,1335-40

Taddeo Gaddi, armadio della sacrestia di s.Croce, Galleria dell’Accademia Firenze 1335-40

Ricostruire comunità

Gesù stette in mezzo… La prima esperienza della Pasqua per i discepoli fu quella di una ricostituzione della comunità insieme attorno ad una presenza che raduna, raccoglie e genera comunione laddove c’era stata dispersione, paura, disorientamento, chiusura.

Ci si può chiedere se questa esperienza non possa essere luce per ciò che stiamo vivendo nella crisi globale della pandemia: la domanda che si pone nel momento in cui si affaccia la possibilità sperata di un ripartire dovrebbe far riflettere sul fatto che non si può ripartire come se nulla fosse accaduto. E sarebbe prezioso far tesoro di quanto tale emergenza ci sta insegnando.

Il futuro dovrà vedere un comune impegno per una ricostruzione di un con-vivere universale che abbia chiara la consapevolezza della dimensione comunitaria del nostro vivere. Il mondo si è rivelato in questo frangente come un mondo collegato: persone e popoli diversi siamo interrelati, tutte e tutti partecipi di una medesima vicenda dell’unica famiglia umana. Ed insieme parte dell’unica casa comune dell’ambiente naturale.

Questa epidemia si è caratterizzata nella sua aggressività e letalità per il fatto di essere una malattia collettiva. E questo dato, nella sua evidenza quasi elementare tuttavia ha posto in discussione le modalità in cui è stata impostata la stessa struttura della sanità. Una sanità pensata in modo individualizzato per operare di fronte alla malattia pensata come condizione individuale si è trovata in grave difficoltà laddove la malattia ha invece presentato i connotati di un evento pubblico e collettivo. E’ stata questa la differenza di reazione nei modelli di sanità dei diversi Paesi ed anche in diverse regioni italiane. Una struttura concepita in modo privatistico non solo per il taglio delle risorse alla struttura pubblica e al privilegio offerto negli anni alla dimensione privata ma anche per la modalità di approccio alla malattia stessa si è trovata pur con il suo alto livello di qualità di fronte ad un’incapacità e ad un limite (in particolare nel rapporto tra assistenza ospedaliera, cura sul territorio e strutture di assistenza sanitaria non ospedaliere). Pensare la salute nei termini collettivi e di interrelazione implica una considerazione e scelte conseguenti sul piano della costruzione di una sanità orientata non al singolo ma alla comunità senza discriminazioni, privilegi ed esclusioni. Questa è una sfida aperta a diversi livelli per un possibile futuro.

Quattro proposte concrete in questi giorni sono state sollevate nella prospettiva di pensare ad un futuro nei termini di una tessitura di più profondi legami di comunità tra le persone.

La prima viene dal card. Tagle che ha proposto l’annullamento del debito dei paesi poveri. Il tempo che viviamo richiede una soluzione straordinaria di fronte alla condizione dei popoli più poveri del pianeta. Così ha detto in una sua omelia del 29 marzo u.s. commentando il brano evangelico della risurrezione di Lazzaro e prendendo spunto dalle parole di Gesù che inviata slegare e liberare Lazzaro facendolo uscire dalla tomba:

“Facciamo appello ai paesi ricchi: in questo momento potete rimettere i debiti dei paesi poveri, perché possano usare le loro scarse risorse per sostenere le loro comunità, invece che pagare gli interessi che voi imponete ai paesi poveri? Potrebbe la crisi del coronavirus portare a un giubileo, alla remissione del debito, perché quanti si trovano nelle tombe dell’indebitamento possano trovare vita? Slegateli, liberateli. Un’altra tomba: molti paesi spendono tanto in armamenti, in armi, per la sicurezza nazionale. Possiamo fermare le guerre? Possiamo smettere di produrre armi? Possiamo uscire da queste tombe e spendere questo denaro per una vera sicurezza? Ora ci rendiamo conto che non abbiamo abbastanza maschere, mentre ci sono pallottole in abbondanza. Non abbiamo abbastanza ventilatori, ma abbiamo milioni di pesos, dollari, euro spesi in un solo aeroplano per attaccare. Possiamo avere un cessate il fuoco permanente, e nel nome dei poveri, liberare risorse per la vera sicurezza, l’educazione, l’abitazione, l’alimentazione?”

La seconda proposta viene da papa Francesco in una sua lettera indirizzata ai movimenti popolari del 12 aprile 2020. Così egli scrive: “So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze. Ciononostante ne dovete subire sempre i danni. I mali che affliggono tutti, vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono alla giornata, senza alcun tipo di tutela legale a proteggervi. I venditori ambulanti, i riciclatori, i giostrai, i piccoli agricoltori, gli operai, i sarti, quanti svolgono attività di assistenza. Voi, lavoratori informali, indipendenti o dell’economia popolare, non avete un salario stabile per far fronte a questo momento… E le quarantene sono per voi insostenibili. Forse è giunto il momento di pensare a un salario universale che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili lavori che svolgete; capace di garantire e trasformare in realtà questa parola d’ordine tanto umana e tanto cristiana: nessun lavoratore senza diritti. Vorrei anche invitarvi a pensare al “poi”, perché questa tormenta finirà e le sue gravi conseguenze già si sentono. Non siete degli sprovveduti, avete la cultura, la metodologia, ma soprattutto la saggezza che s’impasta con il lievito di sentire il dolore dell’altro come proprio. Pensiamo al progetto di sviluppo umano a cui aneliamo, incentrato sul protagonismo dei Popoli in tutta la loro diversità e sull’accesso universale a quelle tre T che voi difendete: tierra, techo y trabajo, terra, tetto e lavoro”.

Il papa propone in questo frangente una misura concreta quale un reddito universale che sia riconoscimento per chi lavora in tante forme che non consentono uno stipendio e che non ha riconosciuti diritti fondamentali nell’ottica che sia garantito per tutti accesso alla terra, ad una casa e al lavoro.

La terza proposta è la regolarizzazione di tutti gli immigrati che lavorano in Italia ma non hanno una situazione regolare. E’ idea sostenuta in questi giorni da Tito Boeri: “ora se vogliamo davvero liberarci di questo maledetto virus, dobbiamo, volenti o nolenti, regolarizzare gli immigrati illegali che vivono nel nostro Paese. Tutti. Non solo quelli che devono lavorare in agricoltura. E non per ragioni umanitarie, ma per una pura e semplice questione di controllo del territorio e di sopravvivenza (…) Gli immigrati irregolari sono ormai più di 650 mila dato che prima la paura dei populisti e poi i populisti in carne e ossa hanno impedito per più di 10 anni che arrivassero regolarmente le persone di cui le famiglie e le imprese italiane avevano bisogno” (Tito Boeri, Per liberarci dal virus dobbiamo regolarizzare gli immigrati, “La Repubblica” 16 arile 2020).

La quarta è una proposta a livello italiano promossa da un gruppo di personalità il 7 aprile u.s. e ripresa da Livia Turco, già ministra e parlametare, che individua la possibilità di istituire un servizio civile pubblico di cura obbligatorio per essere preparati a fronte di emergenze che toccano così profondamente la vita sociale e di fronte alle quali nulla serve un approccio di tipo militaristico, ma in cui risulterebbe assai proficua una preparazione di tipo civile.

“La pandemia ha dimostrato la necessità di grandi competenze per il bene comune. Di qui la proposta di rilanciare e ripensare il Servizio Civile come una forza nazionale giovanile con la missione di aiutare le fasce deboli della popolazione a fianco della Protezione Civile e di altre organizzazioni. Una forza dotata di una adeguata formazione. E costruita pensando anche alla fragilità del pianeta. In futuro altre emergenze economiche, ambientali e sanitarie saranno inevitabili. (…)non basta attribuire al meraviglioso volontariato, alla capacità di dedizione dei cittadini, alle organizzazioni del Terzo settore il compito di sollecitare in tale direzione. Bisogna mettere in discussione, scardinare, anche attraverso un dibattito pubblico, la scansione del tempo che caratterizza la nostra società e la considerazione pubblica riconosciuta ai vari lavori e alle forme di impegno sociale. Oggi abbiamo una scansione del tempo che considera la cura delle persone un tempo privato, il lavoro retribuito il tempo pubblico che fonda diritti e cittadinanza ed alimenta la nostra democrazia, il tempo della gratuità e del dono come tempo onorato e anche riconosciuto nella Costituzione nella sua funzione di sussidiarietà rispetto al pubblico e in talune leggi e politiche (La legge 328/2000 sulle politiche sociali con la pratica della co-progettazione e le recente riforma del Terzo Settore), ma confinato in un cono d’ombra affidato al buon cuore dei cittadini. Se, dunque, il tema cruciale oggi è promuovere la ‘comunità competente’ per la realizzazione dei beni comuni, il tempo della cura delle persone, il prendersi cura delle persone deve essere riconosciuto anche come tempo pubblico, ingrediente della democrazia e motore della cittadinanza. (…) Il Servizio Civile Universale e obbligatorio sarebbe una grande politica che aiuta la promozione delle competenze dei giovani nei beni comuni, a costruire concretamente la comunità e il welfare universalistico e comunitario”. (Livia Turco, Costruire la “comunità competente”. Sì all’obbligatorietà del servizio civile, “Avvenire” 16 aprile 2020).

Costruire comunità solidali è un orizzonte che ora più che mai si rende presente come chiamata di questo tempo.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2020

img_7779At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Maria di Magdala è smarrita. Il suo uscire e partire avviene ancora nella notte ‘mentre era ancora buio’: la sua ricerca è un movimento di affetto e di nostalgia. E’ legata al passato e il buio assume una valenza simbolica come spesso nel IV vangelo. La luce può prendere il posto e chiede di essere accolta come l’alba al mattino. La sua è una ricerca addolorata del Gesù di prima. Maria rincorre il Gesù del passato e del ricordo. Solo la voce che la raggiunge pronunciando il suo nome la aprirà ad un nuovo inizio. Potrà incontrare Gesù non con i gesti di devozione nel luogo della morte, ma in una relazione vivente. Quando sente pronunciare il suo nome, quella voce conosciuta le dona luce nuova. Un nuovo giorno è iniziato. Il suo è il primo percorso del sorgere della fede. E’ lei la prima testimone.

C’è poi la corsa di Simon Pietro, il primo tra gli apostoli: anche lui corre, ma viene preceduto dal discepolo altro. Questi lo attende e per primo così Pietro entra nel sepolcro dove i segni parlano di una assenza. Vede i segni ma si ferma lì, non va oltre. I segni – suggerisce così il IV vangelo – non sono di per se stessi sufficienti per la fede. Pietro, responsabile nella comunità, è il primo ma il suo cammino nel credere è faticoso e il suo seguire Gesù è fatto di cadute, infedeltà e ritardi. Deve lasciarsi guidare da altri. C’è chi ha uno sguardo nutrito dall’amore, l’altro discepolo, che giunge prima ha uno sguardo che va oltre: il vedere dell’amore ha una precedenza e un’autorità unica che fa crescere tutti.

La terza ricerca è la ricerca stessa del discepolo che Gesù amava. Corre insieme a Pietro ma anche in modo diverso. E’ una ricerca che assorbe tutte le energie. Va di fretta. Di lui si dice ‘e vide e credette’. Anche lui che la testimonianza e sa attendere è il primo: il primo a vedere e credere. Parte dai segni ma non si ferma ad essi. Nei segni legge che quel luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. Quei segni, i teli posati e il sudario piegato, sono da leggere in rapporto all’episodio di Lazzaro. Qui la pietra è tolta e i teli non avvolgono Gesù. Essi dicono che Gesù è uscito da solo dal luogo della morte. Gesù è il vivente e d’ora in poi lo si deve ricercare altrove, o meglio attendere il suo venire, nella vita, nell’amore. Lui stesso ci raggiunge attraverso la testimonianza: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’.

Due serie di verbi in questa pagina indicano due movimenti della Pasqua: sono i verbi del movimento e quelli del vedere. Il giorno dopo il sabato viene ad essere così paradigma del cammino di incontro con il Cristo risorto nel movimento, nella fatica e nel dubbio che ogni credente vive.

Il racconto si conclude con un invito a ritornare alle Scritture, per scoprire lì, nella sua Parola, il farsi vicino del Dio dell’alleanza. Il suo agire è in  vista di liberare e rialzare dalla morte. La sua promessa apre ad una comunione nuova, ad una trasformazione della vita che sin d’ora ha inizio.

Alessandro Cortesi op

XXVII domenica tempo ordinario – anno C – 2019

granello-senapaAb 1,2-3; 2,2-4; 2Tim 1,6-14; Lc 17,5-10

“Fino a quando Signore implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido ‘Violenza!’ e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?”

La domanda del profeta: ‘Fino a quando?’ è denuncia dell’ingiustizia e della condizione di oppressione e violenza. Ed è anche implorazione a Dio. Domanda che rimane sospesa. “Fino a quando Signore?” È la preghiera anche dei salmi che rivolgendosi a Dio non possono non guardare allo scandalo del male e dell’ingiustizia. “Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?… Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. L’empio infatti raggira il giusto e il giudizio ne esce stravolto”.

La triste esperienza della legge stravolta, dei giudizi tramutati in esaltazione della truffa, l’arroganza dei disonesti che schiacciano i deboli e la corruzione del giudizio, fa sorgere la drammatica domanda che investe la stessa fede e la spoglia di ogni presunzione e sicurezza.

Abacuc guarda non solo alle sofferenze di un singolo ma pone una domanda che tocca una realtà più ampia. Come può Dio, il santo, colui che ha occhi troppo puri per vedere il male, permettere che sia un popolo barbaro a compiere vendetta e che popoli malvagi vengano offesi da popoli ancora più malvagi? La sua domanda si pone nella linea della provocazione di Giobbe: disorienta le teologie che intendono tutto spiegare. La sua pagina è esemplare del coraggio del profeta che apre domande difficili e le rivolge a Dio stesso. Nell’annuncio della risposta di Dio viene indicato un termine: l’ingiustizia e la violenza non sono l’ultima parola. Ma è richiesto di attendere, di sperimentare una radicale fiducia in Dio.

Come tenere insieme la fiducia nel Dio buono e giusto e le tragedie storiche d’ingiustizia e oppressione? Abacuc invita ad avere il coraggio di lanciare verso Dio il grido che sorge dal dolore, a vivere l’attesa.

E’ la domanda che risuona nel grido di ogni credente che non volge le spalle ad Auschwitz. Ed è ancora e sempre la domanda che si leva come grido silenzioso di fronte alla barbarie, all’orrore, alla violenza.

Abacuc nel suo breve libro richiama l’atteggiamento del giusto: ‘soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede’. Il giusto è colui che, senza scorciatoie, senza facili risposte al male, mantiene la sua fedeltà rivolta al Dio della vita. Trova la sua stabilità in tale affidamento.

La sfida del credere è vivere il presente, con il cuore rivolto a Dio senza far venir meno la domanda ‘fino a quando?’ Credere non è quindi percorso senza problemi. La fatica interiore del credente proviene dallo scorgere le contraddizioni della storia.

La fede rimane sospesa alla fedeltà di colui che non verrà meno alle sue promesse, che chiama a solidarietà con le vittime dell’ingiustizia.

Il vangelo richiama lo stile del credere: credere non è adesione ad una serie di dottrine, è invece incontro e cammino, coinvolgimento della vita in una relazione con Dio.  E’ affidamento. ‘Accresci la nostra fede’ è espressione di un cammino che sempre mantiene la ricerca. Non sono facilmente eliminati i problemi e le difficoltà del pensare, del confronto con la storia e la vita. Non sono eliminate le fatiche di vedere il suo cammino come una sorta di illusione inutile. Il credente è presentato nel vangelo di Luca come colui che non trova in sé la forza per affidarsi a colui che salva.

Per parlare della fede Gesù indica un granellino di senapa, il più piccolo di tutti i semi. La vita della fede non è opera umana, non è realtà che s’impone e nemmeno qualcosa di grande, è piuttosto lasciare spazio all’azione di Dio. Per questo la preghiera del credente è richiesta di cammino: “Accresci in noi la fede”. Chi crede è – dice Luca – come colui che risponde ad un incarico affidatogli. Sta qui il messaggio al centro della parabola del servo. Il senso della sua vita sta nella relazione con qualcuno che attende e a cui rispondere. Non è questione di diritti e pretese, ma riconosce di essere ‘semplice servo’ (non ‘inutile’, ma unicamente servo).

Nel rapporto con Dio il grande dono è poter assumere l’attitudine di Gesù che è stata quella del servo: e rimanere come lui. Nell’immagine qui utilizzata del servo, che agisce e attende, l’accento non sta sul rapporto servo-padrone quasi che l’atto di fede sia riconducibile ad un rapporto schiavistico e oppressivo della libertà. Piuttosto chi crede scopre come tutto ciò che è ed ha proviene da un dono e va messo a servizio di altri. Come Gesù che si è chinato per lavare i piedi dei suoi discepoli assumendo la condizione del servo. E indicando ai suoi: anche voi fate così.

Alessandro Cortesi op

 

foglie colori diversiCredere e giovani

“Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza”.

Con questa osservazione Franco Garelli* indica il punto di partenza di una sua ricerca condotta in Italia sul tema del rapporto tra giovani e religione: F. Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino, Bologna 2016.

Come anche il titolo dell’indagine indica, la domanda di partenza che guida la ricerca è se veramente ci si trovi di fronte ad una situazione di una ‘generazione incredula’ – come qualcuno afferma – o piuttosto siano da scorgere altri elementi in base ad una lettura più approfondita e maturare diverse sensibilità a fronte dell’esperienza dei giovani oggi in rapporto al credere. Facendo di tale indagine motivo per ripensare linguaggi e modalità di approccio all’esperienza del credere.

Circa il 30% dei giovani in Italia tra i 18 e i 29 anni si dicono ‘senza Dio’ e ‘senza religione’. E’ rilevata quindi la presenza di un’area dell’ateismo: “Quella dell’ateismo (anche a livello giovanile) si presenta comunque come una realtà variegata al proprio interno, comprendendo soggetti ‘non credenti’ di diversa natura e sensibilità”.

Tra questi vi sono coloro che “ritengono che «non occorra scomodare Dio per condurre una vita sensata»; che «è difficile credere o aver fede in precetti considerati poco plausibili o senza alcun fondamento scientifico»; che «con le conoscenze scientifiche che abbiamo adesso è davvero arduo credere nell’esistenza di un potere superiore che regoli tutto»; che «oggi, dopo tanti anni di evoluzione, di scienza, tecnologia e anche, perché no, di delusioni, è davvero complicato dire che esiste un Dio e che ci crediamo».”

Vi sono altri che considerano come fede e cultura contemporanea siano incompatibili. Altri ancora condividono un atteggiamento di negazione di Dio più per condizionamento e uniformità con il proprio ambiente che per maturate convinzioni personali. Una parte vive una reazione di ostilità spesso orientata nei confronti della chiesa dovuta ad esperienze negative vissute.

Ai volti diversi della non credenza si affiancano i volti assai variegati del credere che Garelli descrive riprendendo la metafora utilizzata dal card.Martini: «Accanto ai cristiani della linfa, vi sono quelli del tronco, della corteccia e infine coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero».

Osserva il sociologo torinese: “Proprio la religiosità del ‘muschio’, e in parte della ‘corteccia’, sembra avere un buon seguito nelle attuali giovani generazioni, alla stessa stregua di quanto avviene nella popolazione adulta. Oltre un terzo degli italiani di età compresa tra i 18 e i 29 anni presentano infatti un profilo religioso sorprendente e curioso, tipico di quanti mantengono un’identità cristiana più per motivi culturali o etnici che spirituali, ritrovando a questo livello un riferimento che offre sicurezza in una società sempre più precaria. (…) Si tratta di giovani che si ritengono – per citare alcuni brani di intervista – «culturalmente cristiani, ma non praticanti né osservanti». Si tratta di una appartenenza più di tipo culturale e non derivante da scelte di tipo religioso.

Ciò che sorprende in questa area è che tale atteggiamento contrasta con la percezione che le scelte dei giovani siano maggiormente ispirate a criteri di autenticità e di libertà. Appare invece la tendenza ad un allinearsi in ambito religioso su linee tracciate dalla tradizione senza attitudine critica.

Un’altra fascia di giovani italiani, circa un sesto, è quella di coloro che sono impegnati in ambienti ecclesiali e di volontariato e che spesso hanno avuto esperienze positive di fede in famiglia e in ambienti formativi.

A conclusione della descrizione del panorama così evidenziato si può concudere che “la varietà religiosa non emerge solo dalle statistiche, ma appare sempre più un tratto che attraversa la cultura e le interazioni quotidiane dei giovani”. La percezione dei giovani è quella della normalità di vivere in un contesto religioso plurale, in cui le scelte dei singoli in questo ambito siano da rispettare senza che esse divengano motivo di ostacolo a percorsi di amicizia e relazione. E’ anche da rilevare un terreno di dialogo che appare presente: chi ha posizioni di negazione di Dio e della religione spesso si manifesta aperto a riconoscere la plausibilità di altre posizioni di chi vive la propria fede in modo convinto e pensa che sia possibile anche nella situazione della cultura attuale.

“L’apertura di parte dei non credenti nei confronti di una fede religiosa sembra comunque condizionata alla qualità della fede stessa. Qui emerge la particolare allergia dei giovani nei confronti di espressioni religiose ritenute perlopiù ambigue o incoerenti, che non sembrano rappresentare per il soggetto un principio vitale, apparendo più frutto di convenzioni sociali che di riflessione. È la religiosità fredda e asettica, che non smuove gli affetti, non interpella la coscienza contemporanea, più imposta dalla famiglia o dall’ambiente che fatta propria dal singolo… il vero bersaglio di molti giovani, siano essi credenti o meno. Mentre, per contro, la fede ritenuta plausibile è quella al centro di una scelta consapevole, che si esprime in un iter di ricerca senza confini di cui il soggetto si sente protagonista”.

La ricerca sociologica di Garelli manifesta come in Italia ciò che sta avvenendo sia da un lato una interruzione di canali di trasmissione dell’esperienza religiosa che ha generato una rottura. Ciò si accompagna ad una marcata diffidenza nei confronti della chiesa come istituzione. E questo dovrebbe essere motivo di riflessione considerazione a livello ecclesiale dell’aspetto di contro-testimonianza della fede e di inadeguatezza di una proposta che non incontra le inquietudini e domande dei giovani. D’altra parte si rileva come si manifesta una ricerca variegata di spiritualità: “la nozione di spiritualità divide l’insieme dei giovani. Una parte di essi sembra attenta a questa dimensione dell’esistenza, altri la interpretano come una risorsa per essere più armonici e solidali nella vita, altri ancora come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso”.

Si pone l’urgenza di guardare alla situazione dei giovani non secondo criteri del passato o nella considerazione di un mondo passato visto come l’età dell’oro. Oggi l’esperienza del credere non è più dovuta a pressioni sociali ma si pone come una opzione tra le tante e ciò richiederebbe un nuovo linguaggio nella comunicazione della fede ed un ascolto alle richieste di senso pur presenti spesso in forme implicite al cuore della vita dei giovani.

“Insomma, c’è una grande domanda di significato (talvolta più implicita che esplicita) che occorre saper riconoscere e interpretare. Una domanda che sembra attivarsi in particolari situazioni, a fronte di eventi che interpellano nel profondo le persone o di figure pubbliche dotate di un particolare spessore umano, etico e spirituale”.

L’attenzione che viene rivolta sia da credenti sia da non credenti ad alcune figure di testimoni credibili è motivo per pensare che oggi la comunicazione della fede è interpellata soprattutto sul piano della prassi e di una comunicazione che viva della testimonianza, fatta di accoglienza, capacità di vicinanza e di disponibilità ad accompagnare cammini.

* F.Garelli, E’ plausibile per i giovani d’oggi credere in Dio? in Francisco Sánchez Leyva, Credere e non credere a confronto. Per un’«apologetica originale, LAS 2019, 181-198; consultabile in “Note di pastorale giovanile”

Alessandro Cortesi op

 

 

II domenica di Pasqua – anno C – 2019

IMG_3937At 5,12-16; Ap 1,9-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Il libro dell’Apocalisse vuole testimoniare una rivelazione: cerca di interpretare la storia a partire dalla chiave di lettura che è Gesù Cristo risorto. Egli è colui che si è rialzato, il risorto, il primo e l’ultimo: non è stato tenuto prigioniero della morte ed ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

Gesù Cristo risorto dice: ‘io sono il vivente’: è questa una delle forme dell’annuncio pasquale ed è apertura di speranza. Se lui è il vivente, il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono.

Negli Atti degli apostoli Luca offre alcuni quadri che sintetizzano le caratteristiche principali della vita della comunità cristiana dopo la Pasqua. In questi brevi quadri riassuntivi pone attenzione ad una comunità convocata (compare il termine ‘chiesa’) dalla parola del Signore, all’importanza dello stare insieme, al senso di ammirazione e gioia che permeava la loro vita. E’ anche posta in luce la diversa attitudine nei confronti dei sofferenti e dei malati: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’.

Coloro che solitamente erano nascosti allo sguardo sono posti al centro ed è espressa la forza di guarigione propria della vita di una comunità di testimoni di Gesù. Il rapporto con la sofferenza può avere un mutamento: non è l’ultima parola della vita umana, c’è una forza nuova di salvezza che porta la comunità a farsi carico delle sofferenze, a non evitare le persone malate a non tenerle in disparte o escluderle: sono accolte e poste al centro.

Nelle guarigioni Luca scorge gli effetti della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti. Vi è un accorrere di folle quale movimento che coinvolge persone provenienti da diverse direzioni. La forza di colui che è vivente apre prospettive di vita nuova, di relazioni nuove.

Il IV vangelo ha un’insistenza particolare sul rapporto tra vedere e credere. Tommaso dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’. Gesù aveva sottolineato la difficoltà di chi cercava segni: ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48). L’intero capitolo 20 è così narrazione di un lento e progressivo percorso del credere. Dai segni, oltre i segni. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e c’è tutto un cammino da compiere anche di crisi della fede per aprirsi ad una nuova esperienza del credere.

Nella comunità c’è posto per chi fa fatica, ed anche per tutti coloro che vivono il faticoso passaggio dal credere perché sono alla ricerca di segni, al credere ‘senza avere visto’.

C’è una insistenza così sul vedere: ‘i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Il cammino di Tommaso viene presentato come un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù, e nel contempo il suo vedere è rapportato al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole stesse del risorto sono tutte concentrate su questo rapporto tra il vedere e il credere: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente’, fino all’espressione della beatitudine: ‘perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’ (v.28).

Tommaso stesso si apre alla resa del credere di fronte a Gesù che gli pone davanti i segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è un cammino, esige una faticosa ricerca, ha bisogno di essere accompagnato da Gesù stesso che conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire dei segni: sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. E’ il crocifisso che è risorto. I segni da rintracciare sono allora quelli della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. Lì, in quei segni si scorge una via… Tommaso si apre così ad un riconoscimento di fede dicendo ‘Mio Signore e mio Dio’ Ma Gesù rivolge ai suoi l’indicazione di un’altra beatitudine: quella del credere senza vedere. Sarete felici se vivrete questo: è possibile incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo, oltre i segni, non cercando appoggi ma nell’accogliere la testimonianza e nel lasciarsi coinvolgere nella sua parola e nella sua promessa.

Il vangelo stesso è stato scritto per questo: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto riferito ad un percorso del credere che conduca ad avere vita in pienezza.

Alessandro Cortesi op

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Vedere e agire

Quando aveva undici anni Greta Thunberg rimase profondamente colpita dal vedere l’isola di plastica che galleggia nell’oceano Pacifico meridionale prodotta dai rifiuti che inquinano i mari. Un’isola sconfinata dalle dimensioni più grandi del territorio del Messico. Il suo vedere non è stato passeggero ha toccato il suo cuore, ha cambiato la sua vita. Non solo ha visto ma ha si è soffermata a scorgere quello che noi non osserviamo e non vogliamo nemmeno guardare. Questo suo vedere si è allargato ad individuare le varie forme di inquinamento che stanno rovinando l’ambiente e che le fanno dire con insistenza che viviamo in una casa in fiamme in cui correre presto ai ripari perché tutto non venga divorato e il futuro stesso tolto a chi oggi è giovane e a chi verrà.

“Qualcuno dice che invece di scioperare dovrei andare a scuola. Qualcuno dice che dovrei studiare per diventare una climatologa, così potrò risolvere la ‘crisi climatica’. Ma la crisi climatica è già stata risolta. Conosciamo già tutti i dati e abbiamo tutte le soluzioni. L’unica cosa che ci resta da fare è svegliarci e cambiare. A cosa serve imparare nozioni nel sistema scolastico, quando i fatti elencati dalla scienza promossa da questo stesso sistema vengono ignorati dai nostri politici e dalla nostra società?” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme)

Come osserva il maestro Franco Lorenzoni nel suo articolo su “Internazionale” (19 aprile 2019) La sfida di Greta Thunberg alla scuola e a tutti noi, Greta con le sue affermazioni limpide, decise, lineari è venuta a scuotere una impalcatura che sostiene una grande incoerenza della scuola:

“Che senso ha, infatti, sostenere che la scuola debba costruire competenze, cioè permettere a ragazze e ragazzi di incontrare, elaborare e costruire saperi che valgano anche fuori, nella società e nella vita, quando le conoscenze essenziali, che hanno a che vedere con il mantenimento degli equilibri del nostro pianeta, sono ignorate e perfino derise dai potenti della Terra? Che senso ha accumulare conoscenze quando gli allarmi sostenuti da rigorose analisi scientifiche, illustrate fin nei dettagli da centinaia di scienziati e fatte proprie – almeno sul piano formale – da conferenze e riunioni internazionali, riescono solo in minima parte a orientare l’agenda politica e l’elaborazione di nuove leggi nei diversi paesi? Che senso ha studiare se non riusciamo a trasformare e riorientare le abitudini e i comportamenti distruttivi della maggioranza di noi abitanti della Terra? Non si tratta di aggiungere qualche nuovo contenuto di studio, ma di mutare il paradigma e criticare alla radice il bugiardo ossimoro dello sviluppo sostenibile. Capire è cambiare – ci ricorda la ragazza svedese – altrimenti è pura finzione.”

Greta Thunberg esprime insieme un grido di aiuto e una provocazione a scorgere nuovi orizzonti per la scuola e per il sapere: “Per quelli che, come me, ricadono nello spettro autistico, le cose sono sempre bianche o nere. (…) Se le emissioni devono essere fermate, dobbiamo fermarle. Per me questo è bianco o nero. Non ci sono zone grigie quando si parla di sopravvivenza.(…) Da molti punti di vista noi autistici siamo quelli normali, e quelli strani siete voi. (…) Il nostro sciopero della scuola non ha niente a che fare con la politica di un partito. Al clima e alla biosfera non importa niente della politica e delle nostre parole vuote, neanche per un secondo. A loro importa solo cosa facciamo nella pratica. Questo è un grido di aiuto” (Greta Thunberg, La nostra casa è in fiamme).

Lorenzoni osserva: “Lo sguardo e la testimonianza di Greta pongono con forza una questione educativa di fondo, riguardo alla nostra relazione con la conoscenza. All’origine della nostra cultura, nelle prime scuole filosofiche dell’antica Grecia, chi insegnava e studiava non si limitava a elaborare e trasmettere conoscenze, ma cercava di sperimentarle su di sé. Prima che studio, la filosofia era esercizio, pratica. Ed è esattamente di questo che parla oggi Greta”.

La richiesta che proviene dagli scioperi di Greta e dalle sue parole pronunciate davanti ai parlamentari dell’Europa e recentemente anche nel Senato italiano è una richiesta alla radice di ripensamento dell’educazione e della funzione della scuola ed anche del rapporto tra scuola e vivere sociale. Sarebbe importante non perdere queste occasioni di ripensamento e di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

Solennità della Ss. Trinità – anno B – 2018

Spirito-Santo(Dina Figueiredo – Spirito Santo)

Dt 4,32-34.39-40; Rom 8,14-17; Mt 28,16-20

“Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore Dio è lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro”.

Nell’esperienza della fede di Israele Dio è presenza nascosta e vicina: non è una tra le creature della terra, sta infatti ‘lassù’, luogo del divino, nelle altezze dei cieli, metafora di una dimensione non racchiudibile entro i confini del creato. Nel medesimo tempo si fa vicino ed irrompe nel ‘quaggiù’, nei luoghi della vicenda umana, sulla terra.

Il Dio unico e vicino, è il non dominabile, non racchiudibile. Non sta nelle mani dell’uomo, non è uno tra gli elementi del cosmo. Per questo tutto nel creato viene così sdivinizzato e il mondo è restituito ad essere mondo dell’uomo. Nessuna manifestazione naturale, nessun essere per quanto meraviglioso, nessun uomo o donna possono prendere il posto di Dio. Dio è altro.

Ma il Dio che sta lassù è anche il vicinissimo, E’ presenza che soffia non sopra ma dentro le cose, con il suo spirito che è respiro di vita donata. ascolta il grido del popolo che soffre e scende a liberarlo. è coinvolto nella vita del popolo. Abramo padre dei credenti è l’esempio di chi ha ascoltato una parola interiore, una chiamata di Dio. E così Mosè. Quest’esperienza del cuore, non di uno solo ma di popolo, viene espressa con l’immagine del fuoco che avvolge il roveto e non lo consuma. Un fuoco che arde e non dà morte ma porta vita.

Da lì sorge una storia di incontro che si delinea come amore impegnativo e di relazione. Israele lo esprime nei termini dell’alleanza, un patto di dono e fedeltà: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?”.

I testi biblici non offrono una definizione di Dio ma raccontano l’esperienza di un popolo nell’incontro della fede. Il suo volto si delinea solo in una storia. E’ una storia sospesa, fondata sull’affidamento: la fede è espressa con l’immagine di appoggiarsi su un piccolo appiglio di roccia, una parola accolta nel cuore, una promessa custodita e trasmessa, una stabilità fragile. Israele scopre l’agire di Dio negli eventi della storia. La sua è esperienza non tanto della ricerca umana di Dio, quanto del venire di Dio in cerca dell’uomo. E’ un venire, il suo, che continuamente si ripropone in modi nuovi, e passa per la chiamata di persone che si fanno voce della sua Parola, che annunciano la sua fedeltà, che allargano i confini di un raduno.

Nei vangeli un dato fondamentale del profilo di Gesù è indicato nel suo rapporto con l’Abbà, Dio il padre. Partecipe della fede del suo popolo Gesù, come ebreo vive la fede dei padri. Nella sua vita manifesta la coscienza di un rapporto particolare con l’Abbà: a lui si affida senza riserve. Nella sua preghiera sta la profondità del suo rapporto con Dio. All’Abbà si rivolge nella solitudine e soprattutto nei momenti di scelta e di prova. Si affida a Dio di cui annuncia il regno, come vicinanza che apre senso della vita e salvezza per chi non ha speranza. La sua preghiera respira di una confidenza unica fino al grido sulla croce in cui affida a Dio il suo grido che esprime l’esperienza dell’abbandono. Marco riporta che il centurione vedendolo morire a quel modo, sotto la croce, disse ‘Veramente quest’uomo è Figlio di Dio’. Dopo la Pasqua la comunità riconosce a Gesù i titoli di ‘Figlio’ e Signore.

L’esperienza della prima comunità dopo la pasqua, si può sintetizzare nell’esperienza dello Spirito che fa sentire accolti, figlie e figli: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno Spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo Abbà, Padre. Lo Spirito stesso attesta al nostro Spirito che siamo figli di Dio”.

Dire Abbà non è esito di sforzo umano: è in radice un dono, opera dello Spirito, dono della Pasqua (cfr Gv 20,22). Nello Spirito, lasciando spazio a lui, colui che ricorda tutto quello che Gesù ha detto (cfr. Gv 14,26) e consola (Gv 14,15), la comunità vive l’esperienza di essere coinvolta in un evento di comunione: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… in quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).

Se il volto di Dio è comunione il volto autentico di ogni persona e dell’umanità stessa è nell’orizzonte della comunione. La comunità di Gesù dovrebbe essere segno e strumento, profezia e annuncio, di tale comunione nel cammino della storia. L’esperienza di vita nelle famiglie, delle comunità umane, dei rapporti tra i popoli, può trovare nel volto di Dio Trinità, una promessa, una chiamata ed un orizzonte di speranza.

Alessandro Cortesi op

Versione 2Dubitare

Pagano: Ti prego, fratello, guidami a capirti quando parli del tuo Dio. Dimmi: che cosa sai del Dio che adori?
        Cristiano: So che tutto ciò che so, non è Dio, e che tutto ciò che concepisco, non gli è somigliante, ma che egli è al di sopra di tutto”.

E’ questo un rapido scambio di battute tra il pagano e il cristiano, protagonisti dell’opera Dialogo tra un pagano e un cristiano di Niccolò Cusano. Filosofo, teologo, vescovo del XV secolo, Cusano, in questo intenso dialogo fa emergere profonde domande ed apre nuovi orizzonti nel pensare Dio stesso. Presenta soprattutto il pericolo insito in ogni pretesa umana di dire Dio e di nominarlo. E’ continuo il rischio di rinchiuderlo in una gabbia che non lascia spazio al suo essere Altro. Il ‘dare il nome’ è sempre indirizzato a piccole cose e di fronte a Dio ogni nome è incapace a disegnarne il profilo. Così Cusano parla di un non sapere riguardo a Dio che tuttavia costituisce la grande e autentica saggezza: è una dotta ignoranza.

“È piccola cosa quella che è nominata. La grandezza di ciò che non può essere concepito, rimane ineffabile”.
 Ineffabile, ma anche sopra ogni nome, oltre.

La grandezza di certi testimoni della fede e del pensiero sta nell’introdurre a domande inquietanti: essi spingono ad uscire da comode certezze e da situazioni acquisite. L’avventura della vita umana forse troppo spesso non ha il coraggio di affacciarsi sugli strapiombi dei grandi interrogativi che fanno percepire la fragilità, l’incertezza, il dubbio. C’è un sottile crinale che non si delinea fuori dei cuori ma li attraversa all’interno, in modi che difficilmente sono giudicabili. Tra questi soprattutto il crinale tra credere e non credere: ognuno reca in sé stesso un non credente e un credente che tra loro si parlano e s’interrogano in un ininterrotto dialogo interiore. E domande inquietanti sorgono. “Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa» (Carlo Maria Martini).

E’ questa l’attitudine che si ritrova nei cercatori e camminatori su vie di confine, laddove l’ascolto dell’altro pone in questione dati acquisiti:

“La mia fede in Dio è tutta intrisa di dubbi e sento che non potrebbe essere altrimenti, perché credere è affidarsi a ciò che è oltre i propri orizzonti. Trovo spiritualmente esaltante questo affidarmi all’oltre i miei orizzonti, dove le mie certezze si indubbiano e da quelle crepe intravedo l’oltre in cui esisto. Io, dalla fede intrisa di dubbi, provo prossimità con l’ateo dall’ateismo intriso di dubbi. I re magi dovevano proprio essere personaggi così: non riuscivano a negare che quella stella mai vista avesse un senso; d’altra parte non sapevano dove li avrebbe condotti qualora l’avessero seguita”.

Così parla di ‘una fede intrisa di dubbi’ p.Luciano Mazzocchi, sensibile all’incontro di fedi e culture, testimone del dialogo tra vangelo e zen. E così continua suggerendo il movimento del credere come un volare in un cielo che qualsiasi volo non può rinchiudere o comprendere e che pure lo custodisce: “L’uccello gusta di volare dentro il cielo che rimane sempre più ampio del suo volo; lo preferisce a un qualsiasi spazio recintato tutto suo. La fede è gusto religioso del dubbio, vissuto con fiducia, senza indietreggiare. Ma tutto svanisce se il dubbio viene eretto a criterio assoluto: non è più dubbio. Si può fare la farsa di dubitare, mentre non ci si vuole minimamente spostare dal tepore del dubbio. Non ci si vuole mettere in cammino. Perché chi sa dove si può andare a finire! La fede è gaudio esistenziale di esistere “finito” dentro l’”infinito”. Di essere sempre ambedue gli aspetti, senza che uno assorba l’altro. Se il finito assorbe l’infinito, l’infinito cessa di essere infinito mancandogli il finito; e viceversa. L’uccello vola sospeso dentro il vuoto del cielo; il credente cammina immerso nel mistero della vita”.

E’ forse bene ricordare che al dubbio non si oppone il credere, ma la certezza, il sapere. E il credere stesso è popolato di domande, di inquietudini in cui grande è la consapevolezza del non sapere. Il credere non si confonde con una via intellettuale di conoscenza, ma vive di fiducia, nel ‘dire sì’ consegnandosi, di un sapere anche, ma particolare, che proviene dallo sguardo dell’amore. Per questo si mantiene solo nel cammino. Traccia ne è l’esperienza del dono, della cura, dell’amore.

Tiene insieme inquietudine, la fatica del dubbio, come uno stare al bivio, e cammino che si affida continuando a superare l’immobilità. Non si nutre di evidenze ma di intuizione profonda che indica una direzione. Non vive di spiegazioni ma di testimonianza accolta e di promessa. E’ continuamente cercato e atteso nel lasciarsi coinvolgere. E proprio il percorso umano fatto di incontri, di parole scambiate, di silenzi, nell’incapacità di esprimere il segreto delle cose o di trovare parole per dire se stessi, lì è luogo di una ricerca che, affidandosi, rimane sospesa… “Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono…”

Alessandro cortesi op

 

 

Pentecoste – anno A – 2017

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua, una delle feste principali per Israele (Deut 16,16), tra quelle del pellegrinaggio detta festa delle settimane: “Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane; poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò che il Signore tuo Dio ti avrà benedetto” (Deut 16,9-10; cfr. Num 28,26). Festa gioia nella luce dell’estate mentre si lavora alla mietitura.

In tale sfondo per Israele la festa assume il carattere di memoria della Torah, grande dono di Dio. Per questo è strettamente legata alla Pasqua. Il cammino di libertà che la Pasqua celebra si fa quotidiana fedeltà nell’accogliere la legge, la parola di Dio nella vita. Tutto è orientato al servizio al Signore: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte” (Es 3,12).

Per questo nella tradizione ebraica la festa di pentecoste non è stabilita in una data precisa ma richiede il conto dei giorni, a partire da Pasqua: e proprio il contare i giorni reca in sè il rinvio all’attesa e ad esperire il presente nel segno della precarietà.

Il IV vangelo parla della discesa dello Spirito la sera del medesimo giorno di Pasqua. E’ dono di Gesù risorto in mezzo ai suoi. Gesù in mezzo ai discepoli ‘alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo’ (Gv 20,22). Il momento della morte di Gesù era stato presentato come l’ora in cui Gesù dopo aver amato i suoi fino alla fine consegna lo spirito (Gv 19,30). Il dono dello Spirito è così letto come dono dell’ora e dei quella morte che il IV vangelo fa scorgere come manifestazione della gloria di Dio. Paradossalmente è momento di umiliazione ma là si manifesta il volto di Dio che ama sino alla fine. La sera di quello stesso giorno – è il giorno della Pasqua – il dono si rende presente per la comunità riunita.

Lo Spirito è il soffio di vita e di presenza. Forza di rigenerazione, di apertura, di libertà. A Nicodemo Gesù aveva detto: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8) Al maestro d’Israele aveva posto un orizzonte di rinascita: “se uno non rinasce dall’alto non può entrare nel regno di Dio… se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio” (Gv 3,3.5).

Il dono della Legge era per Israele parola di vita, chiamata che radunava il popolo nell’ascolto. Gesù nella sera di Pasqua alita sui suoi. Rinnova così il soffio della creazione, fa rinascere una comunità: è una ri-creazione in una corrente di vita che sarà quella del ‘rimanare’ in lui: “rimanete nel mio amore…”. Nella primavera di quel giardino luogo di un ‘sepolcro nuovo’ Gesù comunica il soffio di una vita nuova nella libertà dal male e dal peccato. E’ soffio che spinge ad andare e si fa invio a tutta la comunità a portare e tessere riconciliazione: ‘a chi rimetterete i peccati saranno rimessi’ (Gv 20,23). Al soffio della creazione si affianca il soffio della parola di perdono.

Gesù infrange le barriere della paura e dona il coraggio alla comunità dei discepoli per aprire le porte ed uscire. Il dono del soffio è dono di una legge nel cuore (Ger 31,31), presenza interiore che fa vivere con questa forza. E’ anche invio di una comunità. Non solo alcuni ma tutti nella comunità sono investiti di forza in riferimento alla speranza di Mosè: “fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore dare loro il suo Spirito” (Num 11,29).

A Pentecoste lo Spirito è presenza che dona forza, rende capaci di annunciare e testimoniare l’opera di Dio e de-centra la nostra vita.

Alessandro Cortesi op

Spirito

Jean-Pierre Jossua (1930), teologo francese, direttore della rivista ‘Concilium’ dal 1970 al 1996, in un breve e denso libro autobiografico (Se il tuo cuore crede… Il cammino di una fede, Il pozzo di Giacobbe 2010) racconta la sua esperienza di credente. Non un credente tranquillo e senza interrogativi, neppure un credente irreggimentato in un’appartenenza irresponsabile e acritica. Piuttosto un credente in esilio, consapevole che fede sia esperienza personale generata nell’interscambio di un atto proprio di un io e di un noi insieme, e peraltro pienamente conscio del disincanto della modernità e dei limiti storici di una chiesa ancor troppo centrata su di sé.

Parla del suo percorso come di una progressiva scoperta a partire da un ‘sentimento di presenza’ che l’ha aperto progressivamente alla scoperta della portata dell’incarnazione come “prossimità di Dio in un’esistenza umana, ma anche come regime integralmente umano dei doni di Dio”.

Al sorgere dell’esperienza del credere in tale senso è seguita la scoperta di Gesù, esito di una lettura continua e approfondita dei vangeli condotta insieme ad altri . Ma questa scoperta si connota in modo particolare e viene sperimentata in una condizione di assenza e di interiorità.

Raccontando di questo passaggio Jossua giunge a parlare dello ‘Spirito di Dio’: “Tuttavia non ho ancora detto tutto. Gesù è presente nella mia ‘memoria’ come un riferimento o meglio: come una fonte permanente. Lo credo presente nell’atto con cui si fa comunitariamente ‘memoria’ di lui. Ma non ho una relazione attuale – immaginativa dialogica – con la sua persona. Perché questa relazione non struttura la mia fede?…. perché faccio esperienza di Gesù come di uno che è partito, che è assente. Una partenza, un’assenza indispensabili per instaurare il regime che corrisponde veramente alle promesse: quello della prossimità di Dio non più nell’ordine della visibilità, ma dell’interiorità. Il solo ordine che può assicurare la totale libertà del credente. (…) In lui, ciò che io credo e a cui mi appello è lo ‘Spirito’ di Dio, profondamente presente nella mia preghiera, nelle mie azioni, nel mio essere, più di qualsivoglia presenza esplicita. Perché io non ho un’esperienza vissuta dello Spirito, che mi consenta di identificarlo, ma la mia fede consiste nell’attribuire a lui, in una maniera diversa che a Gesù, tutto quello che ho detto finora e nell’abbandonarmi al movimento con cui credo che egli mi conduca…” (p.30).

C’è un segreto dello Spirito da scorgere nell’esistenza umana: è la sua prossimità interiore nell’assenza di Gesù. Il cammino credente vive di questa mancanza e di questa ferita. E’ dolore e ferita che rinvia a tutti i posti vuoti nella vita. Sono i posti di ognune e ognuno che ci manca perché ci ha lasciato, perché è andato avanti o anche perché, pur nel suo esser vicino, è sempre inaccessibile nella profondità della sua esistenza inattingibile. Questa ferita che segna l’umano è piena di nostalgia e di desiderio, movimenti insieme verso il passato e verso il futuro, tensione e attesa. E tutto ciò genera sguardo pensoso a scorgere tracce, memorie, rinvii ad una presenza che si fa interiore e coinvolgente, verso una sorgente nascosta.

Ancora Jossua osserva: “Essendo nato nel XX secolo non posso sentire né concepire la natura come una strada verso Dio… amando appassionatamente l’idea che il servizio del prossimo ha un valore assoluto, non ho mai sperimentato un atto di accoglienza come qualcosa che mi colleghi a Dio. Abito in un mondo profano ed è per questo che l’autonomia morale e l’agnosticismo religioso non mi sorprendono. Tuttavia, a partire dalla mia fede, ogni bellezza scoperta in un istante dell’universo o in una creazione umana, ogni scintilla di libertà o di bontà riconosciuta in un essere, ogni avvenimento felice e in particolare l’incontro con una persona, sono vissuti da me – senza essere alterati nella loro emozione e nel loro significato proprio, e rimanendo condivisibili con tutti – come altrettanti doni e segni posti nel cuore della mia relazione con Dio e che suscitano un’immensa gratitudine. E’ questa forma di relazione che posso chiamare Creazione e che collego al mi sentimento iniziale di una onnipresenza (…) Essa potrebbe essere paragonata a quella del poeta che ritrova, attraverso un contatto col reale nella sua semplicità, il cammino dell’unità e una parola vera, senza abolire una distanza ormai ineluttabile, anzitutto quella della vita ordinaria e della scienza. Ma percorrendo un cammino inverso: il cammino della fede che si accorda alla Sorgente nascosta per ritrovare il mondo” (pp. 16-17).

L’apertura del cuore in questo parlare della propria esperienza dello spirito, prossimità interiore di Dio, è ricca di motivi per pensare, soprattutto quando sottolinea che il cammino di fede nella sua esperienza si è alimentato e trova continuo nutrimento  proprio nel rapporto con tutto ciò che è lontano, diverso, anche talvolta contrastante, ben lungi da una cultura chiusa e paga di se stessa. Sono osservazioni che provengono da un teologo che si è dedicato a sondare la letteratura quale luogo della teologia e che, pioniere della ‘teologia letteraria’, ha aperto la via a scorgere come la letteratura offra grammatica e linguaggi per una meditazione della fede oltre i confini stabiliti.

Si è lascianto interrogare dalla ricerca presente in autori con convinzioni diverse, dall’inquietudine dell’assoluto presente nel cuore di credenti e agnostici, dalle parole pregne della vita dell’altro. E’ la fecondità dell’irruzione dello straniero nella vita: “La mia fede si nutre di ciò che le è straniero. Niente di peggio per lei di una cultura clericale bloccata sull’identico. Sul versante critico della teologia letteraria, gli scrittori e i poeti non cristiani (o cristiani altrimenti) mi hanno dato molto. Al di là del piacere della lettura, della lezione di scrittura, del risveglio dell’immaginazione e della capacità di sognare, nonché di una conoscenza crescente dell’uomo in sinergia con l’esperienza della vita – dono di ogni opera letteraria a coloro che veramente la amano – essi mi hanno offerto in maniera insostituibile un insegnamento sulla diversità dell’altro, compreso, amato e rispettato per quello che è” (pp.50-51).

A conclusione del suo breve scritto Jossua cerca di offrire pagine di preghiera tirando fuori dal profondo quello che ha da dire a Dio. Un aiuto a pronunciare parole sincere, ad esprimere un cammino del credere vacillante a fronte di tanta superficialità che attornia e pervade, un aiuto a lasciare lo spirito che respira nell’interiorità, invocare e far parlare la vita:

“Vorrei guardare con te mio Dio, i percorsi infinitamente complicati degli esseri, leggere come te le loro vite dall’interno. Non per curiosità ma per rendere loro giustizia. Sentire le ferite che hanno deviato il corso delle loro esistenze verso l’ottusità o la malvagità, le ragioni per cui alcuni sono stati fuorviati dall’assoluto e dal bene, o per cui altri, con tutti i doni, saranno votati allo scacco. (…) Io non aspiro al carisma di leggere nei cuori, spesso attribuito ai profeti e ai santi. Le poche intuizioni – psicologiche? spirituali? – che mi sono state donate non mi sembrano altro che dei risultati mediamente felici. Il sogno che ti dedico è piuttosto di raggiungere, per poco che sia, il tuo sguardo di misericordia” (pp. 116-117).

Alessandro Cortesi op

II domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La prima lettera di Pietro parla della Pasqua nel rapporto con la vita dei credenti e suggerisce aspetti fondamentali della fede cristiana. Al centro sta lo sguardo all’opera di Dio. “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo: nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce”.

Il Padre ha pronunciato l’ultima parola sulla vita di Gesù, ha risollevato la vita del crocifisso e gli ha dato un ‘nome al di sopra di ogni altro nome’. Nella risurrezione ha costituito Gesù come signore. Ha così pronunciato il suo sì definitivo alla vita e alla morte di Gesù vissute nello ‘spendersi fino alla fine’, nell’amare fino al segno supremo.

Al centro della fede sta questo dono per tutti. Nel ‘rialzare’ Gesù dalla morte il Padre ha offerto un dono di rigenerazione per l’umanità. Nella risurrezione di Cristo è donata una vita nuova, opera del Padre. Da qui si apre la speranza dei credenti: è speranza viva, eredità che non si consuma. E’ eredità di incontro che diventa modo nuovo di intendere la vita, i rapporti, ogni cosa sin d’ora.

Da qui l’invito a scorgere questa condizione nuova: una vita rigenerata, nella custodia da parte di Dio che vince le forze di male. La vita e la morte stessa acquistano un senso nuovo dalla parola/azione definitiva della risurrezione. Questa eredità è conservata nei cieli, per chi ‘dalla potenza di Dio è custodito mediante la fede’.

Fede è così fissare lo sguardo su quanto il Padre ha compiuto, è ritrovare la propria eredità più preziosa in questo incontro. E’ anche inizio di una speranza per vivere seguendo Gesù nel cammino da lui percorso. I cristiani vivono – o dovrebbero vivere! – per questo nella provvisorietà, nella dispersione, come stranieri, in condizione di cammino. Non sono ancora giunti a casa, ma sanno che Dio li custodisce: ‘dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede’.

Nella pagina degli Atti degli apostoli l’evento della risurrezione è letto come spartiacque del tempo. Luca nel vangelo aveva narrato il cammino di Gesù fino a Gerusalemme. Ora la bella notizia della risurrezione è annunciata sino agli estremi confini della terra. In brevi sommari sono delineati tratti essenziali della testimonianza delle prime comunità: sono memoria ma anche richiamo ad un ideale da coltivare sempre.

Il primo tratto è la fedeltà all’insegnamento degli apostoli: al centro sta la memoria della vita di Gesù consegnata agli apostoli, il ricordo delle sue parole e gesti. E’ memoria che suscita scelte e impegno nuovi.

Il secondo tratto è la frazione del pane: la vita della comunità trae forza dal ripetere il gesto di Gesù nella cena e attuarlo nella vita. Spezzare il pane è riandare alla sua vita come dono per tutti per vivere scelte di condivisione e accoglienza.

Il terzo tratto è la preghiera: i discepoli di Gesù continuano a vivere la preghiera di Israele. Salgono al tempio, continuano l’invocazione dei salmi e la memoria dell’alleanza di Dio.

Il quarto tratto è la comunione: è innanzitutto dono che sgorga dalla vita di Dio. E’ poi chiamata a condividere i beni, a distribuire a ciascuno secondo il bisogno. Seguire Gesù è movimento che conduce a spostare la domanda: non ‘chi sono io?’ ma ‘per chi sono io?’. Rende responsabili degli altri e chiede scelte concrete.

Alessandro Cortesi op

Spezzare il pane

Sono quasi 9000 i migranti salvati nei giorni della Pasqua di quest’anno. Nel Mediterraneo hanno collaborato la Guardia costiera con dieci unità navali, altrettante quelle delle ONG , due di Frontex, una dell’operazione Sofia. E non sono state sufficienti: vi è stata la richiesta dell’aiuto di più di dieci navi mercantili presenti nelle aree dei salvataggi.

Carlotta Sami, portavoce dell’l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di fronte a questa situazione ripete: “È essenziale che l’Europa si attivi per aprire corridoi umanitari, rafforzando il dialogo tra le nazioni per avviare una concreta strategia dell’inclusione, o quest’estate i problemi saranno moltiplicati’’ (Giuseppe Lo Bianco, Italia-Libia, così non va. Non è illegale cercare asilo. Intervista a Carlotta Sami, “il Fatto Quotidiano” 19 aprile 2017). La portavoce UNHCR ricorda le statistiche che indicano come vi sia un aumento di arrivi di eritrei, sudanesi, maliani. Sono provenienze da Paesi dilaniati da guerre, o pesantemente segnati dalle carestie, come la Somalia e il Sud Sudan. Carlotta Sami ricorda inoltre che Paesi tra i più poveri del mondo accolgono al loro interno milioni di rifugiati, molti più di quanti siano accolti in Europa: tra di essi l’Etiopia, il Sudan, il Niger. In Libia è in atto una crisi umanitaria devastante. Vi sono centri di detenzione di massa che trattengono centinaia di migliaia di persone. Violenze, torture, abusi sono pratiche ordinarie e non contrastate. La maggior parte delle donne subisce violenze e stupri ripetuti.

In tale quadro il recente accordo Italia-Libia dimostra la sua inadeguatezza e la presenza di elementi inquietanti che contrastano con l’attenzione ai diritti fondamentali. Giancarlo Perego, della Fondazione Migrantes della Caritas – da pochi giorni nominato vescovo di Ferrara – ha posto in luce come tale accordo indebolisca la tutela del diritto d’asilo: «Si è siglato un accordo con un Paese, la Libia, che è al di fuori del contesto europeo come in qualche modo poteva essere la Turchia; che non dà garanzie; che potrebbe semplicemente spostare gli sbarchi da Tripoli a Bengasi, territorio che non è sotto il controllo di Al Sarraj … indebolisce la tutela del diritto d’asilo e scarica ancora una volta la responsabilità nei confronti di persone che sono in fuga da guerre, violenze, fame, povertà e terrorismo» (Daniela Fassini, Caritas: non accettiamo questa politica dello scaricabarile, “Avvenire” 4 febbraio 2017)

Il giornalista e regista Gabriele Del Grande – che sta vivendo momenti drammatici nei giorni scorsi arrestato senza alcuna ragione al confine della Turchia e lì trattenuto – con la consapevolezza di chi da anni ha seguito le vicende dei viaggi dei migranti nel Mediterraneo contando i morti su queste rotte ha postato agli inizi di febbraio una lettera aperta al presidente del consiglio chiedendo per una volta ascolto di voci diverse da quelle della paura o dei sondaggi: “mi permetto di darle un consiglio non richiesto. La rotta va chiusa, concordo. Basta morti, basta miliardi alle mafie libiche e basta miliardi all’assistenzialismo. Tuttavia state andando nella direzione sbagliata…. Riscrivete le regole dei visti Schengen. Allentate le maglie. Fatelo gradualmente. Partite con un pacchetto di cinquanta-centomila visti UE all’anno per l’Africa. (…) Chi oggi investe tre-quattromila euro per il viaggio Lagos-Tripoli-Lampedusa, investirebbe gli stessi soldi per comprare un biglietto aereo, affittarsi una camera e cercare un lavoro. E se non lo trovasse, tornerebbe in patria sapendo che potrebbe ritentare l’anno successivo. (…) Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. (…) Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali”.

Tra le voci che ricordano le contraddizioni di scelte politiche che generano illegalità vi è quella di Camillo Ripamonti, , presidente del Centro Astalli di Roma (l’Huffington Post” 5 gennaio 2017 ) “A oggi l’unico modo per giungere nel nostro Paese è farlo senza documenti, senza permesso. A rendere illegali i migranti siamo noi e le leggi sull’immigrazione in vigore: vecchie e non più in grado di regolamentare un fenomeno profondamente diverso dai tempi della Legge Turco-Napolitano e dalla legge Bossi-Fini che da 20 anni sono le uniche norme in vigore”.

Accanto a queste voci le buone pratiche diffuse e non considerate. Una ringhiera con i colori di tante bandiere è il benvenuto con cui si presenta Sant’Alessio d’Aspromonte, comune che conta circa 400 abitanti nella vallata del Gallico (Marzio Cencioni, Sant’Alessio, il paese che rinasce grazie ai migranti, “L’Unità” 19 aprile 2017).

Il giovane sindaco Stefano Ioli Calabrò è animatore di un progetto insieme a Luigi De Filippis, un medico che si è dedicato all’attenzione ai migranti con attenzione precipua ai più vulnerabili. Quest’ultimo presenta le linee di un progetto che potrebbe costituire un orizzonte di impegno a più ampio raggio nelle politiche dell’immigrazione: “Parliamo di soggetti che vivono, nel dramma del loro viaggio verso una vita migliore, particolari condizioni personali, donne, soprattutto singole, in stato di gravidanza, genitori singoli con figli minori, persone sottoposte a torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Ma anche soggetti che necessitano di assistenza sanitaria e domiciliare specialistica più o meno prolungata e coloro che presentano una disabilità anche temporanea, e, infine, le famiglie con minori. Il nostro è un progetto che prevede un processo programmato di inserimento nel tessuto sociale. Punto centrale di questa integrazione, che avviene per gradi, non invasiva per la comunità locale, è la reciproca convenienza e sulle opportunità economiche che questa presenza offre al Paese. Obiettivo è riportare queste persone all’autonomia, fornendo loro strumenti e competenze per farle diventare parte attiva della società italiana”.

Il sindaco osserva che “alcuni migranti sono stati inseriti in servizi di pulizia delle aiuole, recupero floreale, ed altri, impegnati nei laboratori di falegnameria, stanno recuperando le panchine in legno degli spazi pubblici». Il Progetto ha portato nuova vita ad un paese che viveva il processo di spopolamento e di mancanza di lavoro per i giovani. Ha portato anche occasioni nuove per i giovani per mettere a frutto le loro competenze professionali.

Spezzare il pane oggi si concretizza in scelte di giustizia e di ospitalità che aprono a scorgere nuovi orizzonti di senso anche per la vita di paesi, città. Per una convivenza giusta e umana.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno A – 2017

At 10,34.37-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Il lungo discorso di Pietro nella casa del pagano Cornelio è una sintesi della prima predicazione cristiana ed espressione di una apertura nuova: ‘sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone’. Al centro sta Gesù e la sua vita, annuncio di pace per tutti. Di lui si ricordano i momenti del suo passare: il rapporto con Giovanni Battista, il battesimo, i suoi gesti nella forza dello Spirito. ‘Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio’. Crocifisso dagli uomini ma risuscitato da Dio, il Padre. Gesù si è dato ad incontrare, vivente, a testimoni ‘che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione’.

Da questa testimonianza sorge la fede: con la sua morte si è aperta una nuova storia, una speranza di vita nuova. Incontrando il pagano Cornelio, Pietro impara ancora qualcosa di nuovo per lui. Il dono di Dio non è riservato ad alcuni ma è per tutti: ‘ci ha ordinato di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio’. Pietro porta la bella notizia, ma in modo inaspettato è lui ad essere evangelizzato: scopre quella bella notizia in atto nella casa di Cornelio. E’ liberazione dal peccato e dalla morte per chiunque si affidi al condannato della croce, per chiunque vive nella sua esistenza ciò che Gesù ha vissuto.

Due serie di verbi attraversano la pagina del IV vangelo: sono verbi di movimento – recarsi, correre, uscire – e verbi di vedere – vide che la pietra…, …vide le bende… vide e credette. Andare, correre, vedere sono le azioni del giorno dopo il sabato, ma sono anche espressione di ogni cammino dell’incontro con Cristo risorto. Questo si attua nell’uscire, nel ricercare, nel vedere.

Maria di Magdala si reca al sepolcro al mattino ‘quando era ancora buio’: la sua ricerca inizia nell’oscurità esteriore e interiore. E’ legata al passato, non c’è luce nel suo cuore. La sua è una triste ricerca del Gesù ricordato prima della passione, in un passato ormai chiuso. Il suo percorso dovrà aprirsi ad una apertura nuova del vedere ‘vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro’. Inizia una corsa ‘andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo quello che Gesù amava e disse: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto…”. Il suo vedere si ferma alla constatazione. Il suo cammino si aprirà solo quando si sentirà chiamata per nome: solo allora apre il cuore ad una disponibilità nuova, la luce vince il buio del suo animo (cfr Gv 20,11-18).

Simon Pietro, il primo tra gli apostoli è ritratto nel suo uscire e correre: uscì insieme all’altro discepolo… correvano insieme. Ma nella corsa viene preceduto. Tuttavia è atteso e per primo entra nel sepolcro. Vede ma non sa interpretare i segni. I segni – dice il IV vangelo – non sono sufficienti per la fede. Pietro, il primo, deve lasciarsi guidare anche lui: c’è chi giunge prima e sa vedere oltre. E’ il vedere dell’altro discepolo, il discepolo che Gesù amava. Non ‘il prediletto’ ma colui che è consapevole di un amore unico e grande. Il suo vedere è il vedere dell’amore.

Il discepolo che Gesù amava corre così, insieme a Pietro, ma anche diversamente da lui. Lo attende, lo fa entrare per primo ma il suo vedere precede e apre orizzonti nuovi. Di lui si dice ‘ e vide e credette’: il suo sguardo è un vedere dentro e oltre i segni. E’ il vedere del credere. Parte dai segni ma va oltre nell’amore. Vede i teli ma il sepolcro luogo di morte ormai non è il posto di Gesù. La sua presenza è da cercare e incontrare nella vita.

Il brano si chiude con una osservazione: ‘non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti’. Chi ascolta questa pagina è condotto a tornare alle Scritture. Il IV vangelo si chiuderà con una indicazione di cammino: ‘beati coloro che pur senza aver visto crederanno’.

Alessandro Cortesi op

Vedere

Il 12 aprile 1963 in un telegramma inviato a mons. Angelo Dell’Acqua, segretario di Stato, Giorgio La Pira, allora sindaco di Firenze, così scriveva: “Abbia bontà trasmettere Santo Padre questo messaggio. Grazie beatissimo Padre, a nome del popolo fiorentino e vorrei anche dire a nome di tutti i popoli della terra. Avete davvero, come l’Angelo dell’Apocalisse, incatenato e gettato nell’abisso il demone della guerra ed avete fatto fiorire per sempre sulla terra l’ulivo della pace. I secoli che verranno e le generazioni che verranno ricorderanno come inizio dell’era nuova del mondo questo giovedì santo 1963 nel quale Giovanni XXIII proclamò e quasi decretò la pace perpetua e l’unità fraterna dei popoli. Questa non è retorica o poesia. E’ la constatazione di un altro segno dei tempi che indica l’introduzione del genere umano nella stagione storica nuova della primavera e della mietitura. Il grano della grazia sta per diventare in tutto il mondo campo ricco di spighe che già biondeggiano…”(G.La Pira, Lettere a Giovanni XXIII. Il sogno di un tempo nuovo, ed. san Paolo 2009, 404).

Fa impressione leggere queste espressioni a distanza di più di cinquant’anni da quel 11 aprile 1963 data di pubblicazione dell’enciclica Pacem in terris in cui Giovanni XXIII parlava della guerra come ‘follia’ e indicava orizzonti per un cammino di pace dei popoli. Le parole di La Pira cozzano contro la contraddizione delle devastazioni e delle violenze che abbiamo vissuto in questo mezzo secolo contrappuntato da guerre e genocidi sino ai nostri giorni nel dramma della Siria, un meraviglioso paese distrutto.

Sembrano parole di un sognatore. Eppure egli coglieva lì, in quel  testo che interrompeva secoli di giustificazione della guerra, un seme di grazia, gettato sulla terra, capace di fecondità nella storia umana. E’ parola di profezia, non di poesia come retorica, ma poesia quale parola creatrice di novità.

Oggi siamo più disincantati, più consapevoli della tragicità del presente e della distruzione attuata e possibile da parte degli esseri umani. Ciò che non può venir meno è il vedere fine dei profeti, il richiamo dei poeti, come ricorda Franco Arminio:

“E’ molto grave che il mondo abbia dichiarato un vero e proprio embargo verso i poeti. Il mondo dei disperati che vogliono distrarsi odia i disperati che invece cantano la loro disperazione. Fra le tante guerre in corso, strisciante e non dichiarata, c’è quella che vede i poeti come vittime. (…) Gli uomini non possono tollerare che esistano creature che hanno gli occhi, il cuore e le parole, ma che nulla hanno da spartire con loro”. (F.Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere 2017, 143).

Con lo sguardo rivolto a orizzonti che coinvolgono l’intera umanità siamo rinviati ad interrogarci personalmente su come vivere il nostro uscire, andare, vedere. La poesia può essere guida:

“Abbiamo bisogno di contadini,

poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza”

(F.Arminio, Cedi la strada agli alberi, 12)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV domenica di Quaresima – anno A – 2017

(Dipinto sulle pareti della Chiesa di Cristo salvatore – Brindisi – inaugurata nel 2016)

1Sam 16,1-13; Efes 5,8-14; Gv 9,1-41

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta’ (Gv 1,5.9). Il IV vangelo è segnato da una contrapposizione radicale tra il buio e la luce, simbolo della rivelazione. L’incontro di Gesù con il cieco nato, che dal buio passa a vedere, è uno dei sette ‘segni’ della prima parte del vangelo, che preparano il grande segno della morte e risurrezione. E’ ‘segno’ che rinvia oltre.

Tutto avviene in un sabato, che coincide con la festa ebraica delle capanne al principio dell’autunno, una festa di memoria del cammino nel deserto: il sommo sacerdote si recava alla piscina di Siloe ad attingere acqua per poi versarla sull’altare degli olocausti. Le mura di Gerusalemme erano illuminate con torce che squarciavano il buio della notte creando uno spettacolo suggestivo.

Le acque di Siloe erano ricordate nei testi di Isaia. Il profeta le aveva contrapposte quale simbolo di fede in Dio a quelle dell’Eufrate segno dell’impero assiro in cui il re d’Israele riponeva la sua fiducia per alleanze militari: ‘Questo popolo ha rigettato le acque di Siloe che scorrono tranquille… Per questo il Signore gonfierà contro di loro le acque dell’Eufrate, impetuose e abbondanti’ (Is 8,5-7).

Nel confronto Gesù si trova opposto ai ‘i Giudei’, preoccupati solo di un disegno di potere, esempio di mentalità chiusa in cui la legge religiosa è motivo di esclusione. Gesù prende le distanze dall’idea che la malattia provenga da Dio, quale punizione o retribuzione. La cecità è male da debellare, non punizione divina. Gesù si oppone anche ad una concezione fatalistica di fronte al male. Il suo agire è in contrasto con il male che opprime le persone e non le rende libere.

Gesù rivela in questo qualcosa di sé: è venuto per compiere le opere del Padre che lo ha mandato. La sua presenza è luce che si oppone al buio. La malattia diviene luogo per attuare vicinanza, solidarietà, gesti di liberazione. Sono queste le opere di Dio: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio. Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare. Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo” (Gv 9,3-5)

La guarigione del cieco è presentata come un’azione laboriosa. Avviene di sabato: è interpretata dai ‘giudei’ come infrazione della legge ma di fatto è compimento di liberazione, senso profondo del sabato stesso. Il cieco è accompagnato a recuperare il vedere fisico ma in questo cammino vive un’apertura ad nuovo modo di vedere interiore, della fede. Il IV vangelo lo presenta così quale esempio di un nascere a nuova vita: gli occhi gli sono aperti per opera di Gesù. Al centro sta l’incontro con lui.

Il cieco viene poi sottoposto ad un interrogatorio insistente mentre i Giudei si ostinano nella loro chiusura ed ottusità. Il cieco afferma che i suoi occhi ‘sono stati aperti’. Dapprima riconosce Gesù come uomo, poi lo indica come qualcuno che viene da Dio, infine scorge in lui il profeta. ‘ma i Giudei non vollero credere….’ (Gv 9,18). Nonostante le minacce di venire escluso dalla comunità, giunge a professare la sua fiducia: ‘proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi’ (Gv 9,30). La domanda su da dove proviene Gesù è un grande tema del IV vangelo (tornerà nel dialogo con Pilato). Il cieco  scorge in Gesù un provenire da Dio. Per questo viene cacciato.

Ma Gesù gli si fa accanto: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo? Egli rispose: e chi è Signore, perché io creda in lui? Gli disse Gesù: tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui. Ed egli disse: Io credo Signore’ (Gv 9,35-37). Solo alla fine si rivolge a lui chiamandolo ‘Signore’ (Kyrios) che è il titolo del risorto e della Pasqua.

L’itinerario del cieco è un lento progredire nell’incontro: al principio sta un dono. E’ passaggio dal buio ad una luce che prende tutta la sua vita. L’incontro con Gesù gli apre un vedere Dio in modo nuovo e da qui apertura ad intendere la sua stessa vita in relazione a Gesù. Il cieco ‘cacciato fuori’ dai detentori dell’ortodossia religiosa è ‘aperto’ al vedere che indica un affidamento, il credere. La luce per lui è l’incontro con Gesù al quale egli affida la sua vita: ‘Io credo in te Signore’.

Alessandro Cortesi op

Occhi aperti

“… la lotta alle mafia riguarda tutti, e nessuno può chiamarsene fuori”. E’ stata questa la conclusione del discorso del presidente Sergio Mattarella alla “XXII giornata di memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” svoltasi a Locri il 20 marzo con la presenza anche di don Luigi Ciotti.

Come tutti i suoi interventi anche questo non è stato un discorso di circostanza: le sue osservazioni sono state puntuali, dolenti, acute nel presentare le radici del fenomeno mafioso che attraversa non solamente alcune delle regioni italiane ma è ormai presenza capillare, diffusa, pervasiva che giunge a toccare tutti gli ambiti della società.

Le sue parole, frutto della sofferenza personale e della memoria del fratello Piersanti ucciso in un attentato di mafia per il suo impegno politico, sono state una freccia scoccata al centro della questione. E la reazione non si è fatta attendere: il giorno dopo sui muri della città di Locri in più punti sono comparse le scritte: ‘don Ciotti sbirro’… ‘meno sbirri…’.

Mattarella aveva infatti puntato l’attenzione su quella zona grigia di compromeso tra mafia e politica da azzerare. La ‘zona grigia’ è composta da tutte quelle aree in cui la criminalità – organizzata e non – si raccorda con ambienti politici. E’ la terra di mezzo di intrecci tra malaffare e politici consenzienti e di accordi che imbrigliano la pubblica amministrazione, la riducono al servizio di progetti mafiosi e tolgono così ossigeno alla vita quotidiana dei cittadini. La ‘zona grigia’ coinvolge tutti, anche chi non ha responsabilità politiche e non è criminale, ma asseconda comportamenti di corruzione, ingiustizie quotidiane, illegalità minuta, e soprattutto coltiva l’indifferenza di fronte a minacce, soprusi e malaffare. Questa non è solo la realtà delle regioni più segnate dalla presenza delle cosche mafiose ma ormai dell’intero Paese, di diverse regioni che in modo subdolo sono pervase da infiltrazioni mafiose.

Ma questo discorso vale anche per la chiesa, e dovrebbe far sorgere una domanda se al suo interno vengano o meno favorite scelte concrete di giustizia e comportamenti coerenti soprattutto nell’uso onesto del denaro, nella trasparenza dei bilanci, nella retribuzione equa del lavoro, nell’uso solidale dei beni, nel pagamento delle tasse.

Il teologo tedesco Johann Baptist Metz, poneva la domanda se il cristianesimo non avesse vissuto al suo interno una trasformazione nel far venire meno l’esigenza di Gesù nei confronti dei sofferenti innocenti per spostare l’attenzione sulla questione dei peccatori redenti e richiamava a volgersi a coltivare una ‘spiritualità degli occhi aperti’.

“per chi crede nel Dio biblico di Gesù, – scriveva Metz – credere significa sempre ‘vegliare’, ‘essere vigili’, ‘essere responsabili’ di fronte alle situazioni di volta in volta attuali del suo mondo. (…) il discorso cristiano di Dio può essere universale e non solo un problema di Chiesa, può diventare anche un problema dell’umanità solo quando è nella sua essenza un discorso che, sensibile alla sofferenza del diverso, alla ‘sofferenza degli altri’, è orientato alla giustizia e alla ricerca di essa. (…)

La dottrina cristiana della redenzione ha drammatizzato nel cristianesimo la questione della colpa ed ha alleggerito la questione della sofferenza. Ma ciò non ha paralizzato la sensibilità più elementare verso la sofferenza degli altri e non ha oscurato la visione biblica della grande giustizia di Dio, che tuttavia, ancora secondo Gesù, avrebbe dovuto estinguerne la fame e la sete? I cristiani non si sono allontanati troppo velocemente e troppo presto dalla provocazione biblica della questione della giustizia? (J.B.Metz, Mistica degli occhi aperti, Per una spiritualità concreta e responsabile, ed. Queriniana 2013, 17-20).

“L’esperienza cristiana di Dio è legata alla percezione del destino degli altri. Pertanto anche la mistica, nel suo nucleo centrale, non è una mistica degli occhi chiusi, ma degli occhi aperti sul dolore. Essa esige un particolare esercizio del vedere, un superamento delle nostre congenite difficoltà e dei nostri narcisismi creaturali. Chi dice ‘Dio’, si accolla la ferita della propria coscienza prodotta dall’infelicità degli altri”. (ibid.63)

Il presidente Mattarella a Locri ha parlato di ‘denaro, potere e impunità’ che alimentano la ‘zona grigia’ in cui le mafie si incrociano con la politica. Don Luigi Ciotti ha ribadito: “La mafia si annida nell’indifferenza, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza far nulla perché vuol dire venir meno ad un senso di responsabilità. Coraggio e umiltà non richiedono ‘eroismi’ ma generosità e responsabilità, consapevolezza e responsabilità. Dobbiamo ribellarci tutti all’impotenza”. Queste parole, insieme alla manifestazione promossa da ‘Libera-contro le mafie’, suscitando la rabbiosa reazione dei potentati malavitosi locali, hanno dimostrato di aver colto nel segno. E’ sempre più urgente oggi aprire gli occhi sulla malattia mortale rappresentata dal potere mafioso nella vita civile, ma anche essere vigili all’interno delle chiese per mantenere viva la memoria della sofferenza degli altri e l’esigenza di assumere la questione della giustizia come ‘memoria pericolosa’ nel presente e spinta di cambiamento.

Alessandro Cortesi op

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