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I domenica di Quaresima – anno A – 2020

wiligelmo_lastra1(Duomo di Modena facciata – Wiligelmo, storie della creazione XI sec)

Gen 2,7-9;3,1-7; Rom 5,12-19; Mt 4,1-11

Nel tempo di quaresima di quest’anno (anno A) la prima lettura di ogni domenica accompagna a ripercorrere le tappe principali della storia della salvezza. Dalla creazione alla Pasqua. Quasi una lunga preparazione alla Pasqua come orizzonte ultimo di questo cammino. E tale percorso si rivivrà nella liturgia della parola della veglia pasquale della notte.

Il racconto dei primi capitoli di Genesi presenta in termini mitici una grande riflessione sulla condizione dell’umanità e del cosmo. Il Dio liberatore dell’esodo è il medesimo creatore dell’umanità e del cosmo. E’ unico Dio sorgente di bene. La stessa creazione è evento di dono. All’uomo (adam), plasmato dalla terra (adamah) è donato un respiro di vita. Tuttavia nell’esperienza umana è presente anche un lato oscuro, l’esperienza del male. Dio sorgente di ogni cosa è Dio amante della vita. Il male è forza che gli si oppone, ma non è più grade di Lui, ed è conseguenza di scelte che hanno radice nella libertà dell’uomo. Dio non vuole il male. Da qui l’esigenza di una lotta contro il male e il peccato.

Il capitolo 3 di Genesi in particolare presenta l’attuarsi di diverse fratture: tra l’uomo e la donna, tra gli umani e il creato, tra l’umanità e Dio stesso (‘scoprirono di essere nudi’). La situazione del peccato viene così tratteggiata come rottura di amicizia. Nella sua radice tale processo si connota come mancanza di affidamento. La grande tentazione è porsi davanti a Dio, agli altri, alle cose come antagonisti, come nemici. Dalla pretesa di essere senza limiti sgorga una corrente di incomprensione e di inganno. La radice di ogni male è indicata nel non accogliere il volto di un Dio che crea per comunicare il suo amore.

Nella lettera ai Romani Paolo annuncia che in Gesù Cristo si attua un legame nuovo non solo con Dio ma anche nell’umanità stessa. In Cristo ha inizio una nuova creazione che riprende e rinnova la condizione di Adamo: Gesù con la sua Pasqua rinnova l’essere umano e vince il peccato. In Adamo la disobbedienza, in Cristo l’ascolto pieno del Padre. La nostra condizione è posta in una nuova solidarietà. Solidali in Adamo, ora solidali Cristo. La situazione di Adamo, segnata da miseria e peccato, è definitivamente vinta dalla morte di Gesù Cristo e dalla sua risurrezione che hanno vinto il peccato. Paolo parte da Cristo: “molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo si sono riversati in abbondanza su tutti”. Chi accoglie la grazia di Cristo può comprendere la situazione di chiusura propria del peccato e capire quale apertura e liberazione è dono di Gesù e per questo camminare in una vita nuova: è la giustificazione che dà vita. In Gesù Cristo una nuova situazione è donata in una nuova solidarietà.

L’episodio delle tentazioni di Gesù ha una particolare presentazione in Matteo. Per Gesù la prova non fu un momento limitato ma una dimensione della sua vita. Nel suo vangelo Matteo lo ricorda quando ricorda la richiesta di compiere miracoli per far stupire: ‘vogliamo che tu ci faccia vedere un segno miracoloso’ (Mt 12,38), oppure nelle richieste di un ‘messia’ forte come capo politico; si presenta anche in coloro – i più vicini – che cercano di distoglierlo dall’andare verso Gerusalemme dove avrebbe incontrato il rifiuto e la sofferenza (Mt 16,21-23). Gesù si rivolge allora a Pietro dicendo ‘via da me satana, perché non pensi come Dio ma come gli uomini’ (Mt 16,23).

Nel racconto del cap. 4 Gesù è presentato davanti a ‘satana’ il ‘divisore’, figura simbolica di ogni forza che tiene lontano dal progetto di Dio. Le provocazioni riguardano il modo in cui Gesù può intendere i suo essere ‘messia’, inviato mandato da Dio. Vi è la proposta di una religione che risponde solamente al desiderio di benessere immediato, c’è poi la proposta di una religione dei miracoli o del successo. Infine la linea di una religione ricerca del potere e dominio politico. ‘Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto’. Ha i tratti di Mosè che guida verso un esodo nuovo. Vi sono rimandi alle prove di Israele (Dt 8,3; 6,16; 6,13). Là dove Israele ha peccato Gesù si mantiene fedele. Unica sua preoccupazione è l’affidarsi totalmente al Padre, in una obbedienza che è fiducia radicale. E’ un messia che rifiuta le vie del successo del potere e della violenza. Sceglie la via del servizio e della condivisione.

La quaresima è occasione per agire nella linea di una conversione personale, ma anche di una conversione pastorale e missionaria così urgente per le nostre chiese per vivere oggi fedeltà al vangelo ed essere segno capace di indicare Gesù in questo tempo.

Alessandro Cortesi op

0005572D-sfollati-da-idlib(sfollati da Idlib – febbraio 2020)

Conversione

“La gioia del cristiano scaturisce dall’ascolto e dall’accoglienza della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: il kerygma. Esso riassume il Mistero di un amore «così reale, così vero, così concreto, che ci offre una relazione piena di dialogo sincero e fecondo » (Esort. ap. Christus vivit,117). Chi crede in questo annuncio respinge la menzogna secondo cui la nostra vita sarebbe originata da noi stessi, mentre in realtà essa nasce dall’amore di Dio Padre, dalla sua volontà di darela vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Se invece si presta ascolto alla voce suadente del “padre della menzogna” (cfr Gv 8,45) si rischia di sprofondare nel baratro del nonsenso, sperimentando l’inferno già qui sulla terra, come testimoniano purtroppo molti eventi drammatici dell’esperienza umana personale e collettiva.” Così scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno 2020.

Nel Messaggio si legge anche un richiama ad una concretezza per oggi della conversione: “Anche oggi è importante richiamare gli uomini e le donne di buona volontà alla condivisione dei propri beni con i più bisognosi attraverso l’elemosina, come forma di partecipazione personale all’edificazione di un mondo più equo. La condivisione nella carità rende l’uomo più umano; l’accumulare rischia di abbrutirlo, chiudendolo nel proprio egoismo. Possiamo e dobbiamo spingerci anche oltre, considerando le dimensioni strutturali dell’economia”.

In questo periodo il diffondersi dell’epidemia del coronavirus, partita dalla Cina e giunta velocemente in altri continenti e in Italia, sta generando preoccupazioni e paure. Le nostra società è scossa in modo profondo e questa ansia che determina anche fenomeni di psicosi collettiva si espone ad una lettura attenta. Si possono proporre alcune considerazioni. Una prima considerazione riguarda la capacità di presa della paura: forse a tal proposito si dovrebbe cogliere come certamente i virus delle malattie sono contagiosi, ma anche altri virus che hanno avuto diffusione nel tessuto sociale sono altrettanto pericolosi: il virus dell’odio, della indifferenza, dell’assuefazione alle tragedie che si svolgono a pochi passi da noi. E’ impressionante a tal proposito la sproporzione tra la presenza a livello mediatico delle notizie sul coronavirus rispetto alla tragedia umanitaria che si sta consumando in questi giorni nei pressi di Idlib in Siria settentrionale. Fonti dell’ONU riferiscono che circa 900mila persone, stanno fuggendo dalle loro case di fronte ad un’offensiva portata dall’esercito di Bashar al Assad con il sostegno russo. Le immagini giunte sugli schermi dei nostri computer di un papà che convince la sua bambina a pensare che gli scoppi delle bombe sono fuochi d’artificio di cui ridere e non ordigni devastanti fa riflettere sull’impatto di questa guerra sui bambini e sui tanti bambini che fanno parte delle carovane di profughi. La crisi umanitaria in atto in quella regione giunge dopo nove anni di guerra in Siria. In questa fuga di massa chi sta abbandonando le proprie case non ha peraltro un luogo dove rifugiarsi perché alle spalle c’è l’aviazione russa e l’esercito di Assad e davanti si trova il rifiuto dell’esercito turco di Erdogan che impedisce ingressi alla frontiera. (Pierre Haski, A Idlib è in coso la peggior tragedia umanitaria del secolo, “Internazionale” 19 febbraio 2020).

Un seconda considerazione può sorgere dall’emergenza del coronavirus. A fronte di una tendenza presente nelle nostre società ad un individualismo senza limiti che illude di poter vivere una nuova onnipotenza data dai mezzi della tecnologia, si scopre improvvisamente il legame ineludibile che collega la vicenda dell’umanità in una unica comunità di destino. Ad un’epidemia si può far fronte solamente con atteggiamenti responsabili e attenti che coltivano la dimensione del noi e conducono ad una cura per gli altri, a valorizzare le competenze, a vivere anche il limite coltivando la virtù di prudenza, a scoprire la vita propria connessa a quella di tutti gli altri, in dimensioni globali.

Come osserva Caterina Soffici: “…il coronavirus è il muro contro cui il culto dell’ego dell’uomo moderno si va a schiantare. Ci fa capire che ognuno di noi, preso singolarmente, può soccombere di fronte a un nemico tanto piccolo da essere invisibile. Ci fa capire che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità e accettare dei limiti, nel nome del “noi”, parola piuttosto desueta e sconosciuta ai più, ma che grazie al pericolo del contagio siamo costretti a far tornare di moda. L’epidemia è uno di quei casi dove l’interesse del singolo non può essere protetto altro che proteggendo l’intera comunità. E quindi il singolo, anche il più egoista dei singoli, se vuole proteggere se stesso e la propria cerchia di affetti, è costretto a comportarsi in maniera sociale. Prendersi le proprie responsabilità significa per esempio capire che ci sono dei limiti alla propria libertà per proteggere gli altri dal contagio. Capire che non siamo onnipotenti, che talvolta è necessario fermarsi, che non possiamo controllare tutto. E soprattutto che l’unione fa la forza”. (Caterina Soffici, La paura dell’invisibile ci spinge a riscoprire l’importanza del “noi”, “La Stampa” 25 febbraio 2020).

Un’ultima osservazione: in tante diocesi italiane si stanno diramando comunicati che invitano a limitare se non ad annullare celebrazioni comunitarie e liturgiche per evitare occasioni di contagio, e a coltivare la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio nella dimensione domestica. E’ forse occasione questa per una riscoperta del significato profondo dell’eucaristia che rinvia sempre alla vita, al fare dei gesti e delle scelte  di tutti giorni un pane spezzato e vino versato per gli altri. Questo tipo inatteso di ‘digiuno’ e questo genere di quarantena potrebbe essere motivo per scoprire la nostalgia di una comunità che diviene tale nel riferirsi al Signore Gesù nel quotidiano e nei luoghi della vita aprendosi a condividere e ad accogliere le ricerche di bene e di senso presenti nei cuori.

Questa attenzione al di fuori di noi e la cura per coltivare un noi nella vita ordinaria sono frontiere in cui vivere la conversione a cui la quaresima richiama.

Alessandro Cortesi op

Centrafrica, un dramma dimenticato: un appello a sapere

195350489-3e828864-f317-4e30-b129-a205e7dd98f9Le notizie che giungono dalla Repubblica Centrafricana sono allarmanti e tragiche. Un rapporto di Amnesty International di fine dicembre 2013, dopo l’invio di una delegazione per una indagine di due settimane, ha parlato di crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da tutte le parti in conflitto. Il 10 gennaio u.s. il presidente Djotodia ha consegnato le dimissioni:

“È forse giunta a una svolta la drammatica situazione che da oltre un anno stanno vivendo le popolazioni della Repubblica Centrafricana. Il Paese è nella morsa feroce dei guerriglieri che si contendono il controllo delle immense ricchezze del sottosuolo. Oggi il presidente Djotodia, accusato dalla comunità internazionale di estrema passività nella gestione della crisi militare, si è dimesso, insieme al primo ministro Tiangaye.

Ma, nelle stesse ore in cui migliaia di abitanti scendevano per le strade della capitale Bangui per festeggiare, continua senza soluzione di continuità nel Paese la devastazione e, soprattutto, l’emergenza umanitaria. (…) Secondo i dati delle agenzie internazionali, i profughi della guerra in Repubblica Centrafricana sono ormai quasi un milione su una popolazione totale di 4 milioni e seicentomila persone. Molti hanno trovato rifugio nei campi sorti intorno a Bangui; alcuni, soprattutto gli stranieri, stanno invece cercando di lasciare il Paese”.
(da ‘La Repubblica’ 10 gennaio 2014)

“Nella Repubblica Centrafricana, dove dal marzo scorso è in corso un conflitto settario, “senza dubbio ci sono tutti gli elementi” per parlare di “un genocidio”, così com’è stato fatto per “il Ruanda e la Bosnia”. Lo ha detto il capo delle operazioni umanitarie delle Nazioni unite, John Ging, chiedendo che nel paese venga ripristinata la stabilità politica.
Sono stati almeno sette i morti negli scontri della scorsa notte nella capitale Bangui, teatro di un’ondata di violenze senza precedenti dopo le dimissioni del presidente Michel Djotodia. Tre persone, incluso un bambino, sono state raggiunte da proiettili in una moschea, mentre altre 4 sono state uccise a colpi di machete” (da ‘La Repubblica’ 16 gennaio 2014).

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Riprendo e rilancio un appello dal Centrafrica di due missionari che vivono in loco, don Sandro Canton e don Mauro Milani, canonici Lateranensi, in missione a Safa in Centrafrica da circa dieci anni.

Appello dal Centrafrica
Amici, dopodomani, lunedì 20 gennaio, a Bruxelles si deciderà se dare aiuti militari e altro alla repubblica centrafricana. Bisogna a mio parere, per chi ne ha le capacità e le possibilità, infiammare l’Italia con questa notizia se non vogliamo ritrovarci immersi in un altro genocidio, o guerra dimenticata. Due anni di violenze, stupri, saccheggi, devastazioni, soprusi, uno stato inesistente, un milione di rifugiati interni ed esterni, su 4,5 mill di abitanti, tutto è stato distrutto, armi a tonnellate che girano dappertutto, sonnolenza internazionale, ONU incapace di richiamare gli stati alla responsabilità di difendere la dignità umana….Bisogna cominciare a far sapere…FAR SAPERE…. L’Italia è uno degli stati che ora profitta dell’instabilità per il contrabbando di diamanti. Siamo in un certo modo responsabili di tutto ciò. E cosa sarà poi se il conflitto interreligioso scoppierà? Un altro Mali, un altro Egitto, un’altra Siria…Terrorismo? Infiltrazioni di gruppi fondamentalisti? Tutto ciò non toccherà anche l’Europa? NO? altre immigrazioni verso l’Italia? e poi discuteremo se ne hanno diritto o non? E noi abbiamo il diritto di piangere se l’euro va in crisi? Quale diritto?
Bisogna far conoscere, diffondere con tutti i mezzi disponibili. Cosa faranno l’Italia e l’Europa lunedì? Orecchie da mercanti? Come d’abitudine? Poi la Rai, o Canale 5 etc. ci metteranno gli annunzi di adozioni a distanza? Questo ci rende buoni e ci scusa?
Dobbiamo agire, far conoscere, diffondere, chiamare all’appello tutti e mettere gli occhi sui bambini che non sono i nostri.
Conoscere e dire significa molto. Le Chiese devono aprire i loro finestroni colorati, che impediscono di vedere al di fuori, perché fissare il SS Sacramento senza percepire il dolore dell’umanità è da bigotti. Gridiamo che tutto ciò deve smettere e deve interessarci!!
GRAZIE don Mauro e don Sandro
Safa, 18 gennaio 2013
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Riporto di seguito una analisi di Mario Menin, saveriano di Brescia direttore di ‘Missione oggi’ che presenta la situazione drammatica nella regione.

Centrafrica trafitto
I vescovi del continente africano, riuniti per l’assemblea plenaria del Simposio delle Conferenze episcopali dell’Africa e Madagascar (Secam), a Kinshasa dal 9 al 14 luglio, hanno lanciato un accorato appello per la pace in Repubblica Centrafricana. Sono ormai migliaia le vittime e decine di migliaia le persone in fuga a seguito del colpo di Stato da parte dei guerriglieri Seleka del marzo 2013. Anche i vescovi del Centrafrica hanno denunciato, nella loro lettera ‘Mai più così’, la spaventosa situazione del paese: “Dovunque sono arrivate le milizie Seleka regnano terrore, torture, stupri, ruberie. Le popolazioni fuggono, sono prive di tutto, di cibo e medicinali. Il Centrafrica è diventato uno Stato fantasma e le grida e le lacrime della nostra popolazione ci trafiggono il cuore”.

Le Caritas africane, dal canto loro, si sono appellate a tutte le persone di buona volontà, ai governi europei e alla comunità internazionale, affinché non rimangano indifferenti a questa tragedia e intervengano rapidamente con ogni mezzo diplomatico, politico e di aiuto alla popolazione. Molti missionari e missionarie si chiedono il perché di tanta degenerazione, che li ha colpiti anche personalmente, in un paese dove i fedeli di credo diverso – su circa 4,6 milioni di abitanti, il 50% sono cristiani, il 15% musulmani, il resto segue le religioni tradizionali africane – coesistevano senza conflitti ed avevano avviato da tempo incontri interreligiosi per garantire una pacifica convivenza civile.

Come mai continuano a sussistere le milizie Seleka, se il presidente Michel Djotodia le ha sciolte? Perché la Missione internazionale per la stabilizzazione del Centrafrica (Misca) dell’Unione Africana (Ua) non è intervenuta a dovere? Come si spiega il salto di qualità dei gruppi di autodifesa? Chi c’è dietro? Chi li arma? Insomma l’impressione è che in Centrafrica si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo. Una partita che vede coinvolte sia potenze come la Francia, che aveva scaricato il presidente Francois Bozizé, al potere dal 2003, e dato via libera a Seleka per prendere il potere, sia forze dell’integralismo islamico – per la prima volta c’è un presidente, Djotodia, musulmano -, ma anche gli interessi delle potenze regionali come il Sudan e il Ciad che hanno fornito miliziani a Seleka.

Ma non c’entrano forse anche gli interessi delle potenze emergenti asiatiche e di quella continentale, cioè il Sudafrica che conta su un paese ricco di materie prime come il Centrafrica? Niente di nuovo sotto il sole per l’Africa dove le guerre di solito si fanno per procura e le forze locali sono solo comparse. I vescovi, seppure preoccupati degli effetti che questa terribile situazione ha sui rapporti interreligiosi, sottolineano che la crisi è politica e non religiosa e occorre evitare che il conflitto si connoti in questo senso. Per questo hanno fatto pressione sull’Onu e sull’Ua affinché procedano al disarmo degli uomini di Seleka e dei civili sia cristiani sia musulmani. Il lavoro più importante e delicato è quello di riconciliare gli animi, promuovere il perdono e la tolleranza.

Nel frattempo le Chiese cattolica e protestante del paese hanno firmato L’Appello di Bangui, con il quale si invitano i fedeli cristiani alla pace e alla riconciliazione con i musulmani e si chiede alla comunità internazionale di intervenire per far uscire il paese dalla crisi. Quanto tempo dovrà passare prima che si prenda qualche misura concreta a livello internazionale per favorire la fine di quest’ennesima carneficina dimenticata?” (tratto da “Missione oggi” – novembre 2013)

(a.c.)

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