la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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Domenica delle Palme – anno A – 2017

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo suddivide in sette momenti la narrazione della passione di Gesù. All’inizio indica due riferimenti chiave: alla pasqua e alla morte di Gesù come consegna: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica è evento di alleanza. Nella liberazione dalla schiavitù, ricordata nella festa ogni anno, la memoria si accentra sull’operare di Dio che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli. A questo sfondo Matteo aggiunge il tema della ‘consegna’: Gesù viene tradito da qualcuno dei suoi. Una lettura degli eventi nella fede coglie come in quelle vicende Gesù attua fino in fondo una consegna di sé al Padre e agli altri: è lui il servo che giustificherà molti.

Il primo momento è l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale. Nel contesto della cena insieme ai suoi Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti’ (Mt 26,28).

Terzo momento è all’orto del Getsemani: Gesù è presentato con i tratti del giusto che subisce la prova e si nota una sottolineatura propria di Matteo al rapporto con la comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38).

Segue la scena l’arresto: Gesù rifiuta la violenza la logica della spada che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): Matteo invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’.

Segue il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre contemporaneamente Pietro è colto nel suo rinnegare Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione densa di riferimenti all’identità di Gesù. Davanti al sommo sacerdote risponde: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ citazione di un testo di Daniele (Dan 7,13) in cui si accenna ad una figura degli ultimi tempi, che giunge come giudice della storia con una signoria nuova.

La sesta scena è il momento del processo romano, davanti a Pilato. E’ qui sottolineata da Matteo la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme da parte dei capi religiosi, l’indifferenza di Pilato rappresentante del potere politico, che si lava le mani, l’espressione di interrogativo da parte pagana espresso dalla moglie di Pilato (Mt 27,19) che indica Gesù come ‘giusto’. A conclusione del processo ancora una consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione la crocifissione: Gesù è presentato nella sua vulnerabilità e nell’arrendersi alla violenza del potere: è inerme. Lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Gesù accetta la morte senza salvare se stesso: è lui stesso che si consegna. Ma proprio quel momento di buio e fallimento è presentato da Matteo come una rivelazione di Dio. Usa infatti il linguaggio delle teofanie bibliche. Il simbolismo di eventi strabilianti in cielo e in terra sta ad indicare che la morte di Gesù è evento decisivo per tutta la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad un nuovo sguardo come il centurione pagano. L’allusione ai morti che escono dai sepolcri indica che questo evento è liberazione per tutta l’umanità. Matteo riporta alcune parole pronunciate da Gesù sulla croce: sono parte del salmo 22, preghiera di un giusto sofferente che chiede di essere scampato dalla spada e si abbandona a Dio. Nella sua desolazione si affida e esprime la sua speranza in rapporto al regno di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. Si può cogliere un riferimento interno alla narrazione del vangelo al momento del battesimo come manifestazione del volto di Dio (cfr. Mt 3,13-17). Qui ‘accade la pasqua’.

Segue il momento della sepoltura accompagnata da un duplice ‘vigilare’. Vi sono le guardie che attuano la vigilanza colma di paura e violenza, il controllo del potere (Mt 27,64-65). E ci sono per contro le donne (Mt 27,61) che hanno seguito Gesù fino a lì. Matteo presenta Gesù con il volto del giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

Alessandro Cortesi op

 

Al cuore della fede

Quest’anno le meditazioni della via crucis al Colosseo il venerdì santo sono state affidate ad una biblista francese Anne Marie Pelletier. Intervistata da Laura Badaracchi per “Avvenire” (Pelletier: nella mia Via Crucis risuona il dolore del mondo, “Avvenire” 2 aprile 2017) ha ricordato alcuni tratti di questa sua riflessione:

«Nel nostro presente, un numero sempre maggiore di Paesi scivola verso un autoritarismo molto maschilista; va di moda esaltare la virilità da conquistatore. Invece la Chiesa fa un gesto, mi sembra, che sta andando nella direzione opposta: si ricorda e ricorda che furono le donne a essere le ultime accanto a Gesù nella sua Passione e le prime a ricevere l’annuncio della Risurrezione». Pelletier ha anche osservato: “La morte di Gesù sulla croce rimanda al cuore della fede. Perché affronta il paradosso assoluto: Dio subisce la violenza degli uomini, entrandoci dentro per vincerla con l’amore e il perdono”. «Quel momento storico in cui il male sembra trionfare e la morte ha l’ultima parola, in cui tutta l’umanità – simboleggiata nella Bibbia attraverso l’espressione ‘ebrei e greci’ – si ritrova unita contro l’innocente, è simultaneamente il momento in cui la vita di Dio trionfa ed è più potente del male. Quindi il Venerdì Santo è inseparabile dalla mattina di Pasqua, della Risurrezione».

Ricorda inoltre il rapporto ineludibile tra riflessione sulla passione e morte di Gesù e l’esistenza umana: “forse anzitutto, ho voluto che nelle mie parole risuonasse la vita del mondo contemporaneo, con tutte le sue tragedie e attese, dai migranti alle

vittime dei conflitti e delle violenze. Il mondo è in preda al dolore. Cosa sarebbe una fede pasquale che prendesse le distanze da queste realtà?”.

Queste sollecitazioni rinviano ad un ricordare e ricordarsi quanto sia deleterio inseguire forme di autoritarismo e clericalismo, peraltro così diffuse e pervasive nella vita ecclesiale, e che oggi ritornano in nuove modalità e nostalgie. Si pone l’urgenza di compiere scelte nel ripensare questioni ormai ineludibili nell’ambito dei ministeri e del ruolo delle donne nelle comunità ecclesiali. Più in radice è proprio l’insensibilità alla sofferenza e la mentalità gerarchica di superiorità di alcuni e di chiusura autoritaria che andrebbe superata nel mettere al centro il vangelo e la croce di Gesù.

Per vivere una testimonianza pasquale nutrita di compassione verso chi nel mondo soffre ed è oggi oppresso.

Alessandro Cortesi op

 

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XII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

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(Berlino, maggio 2016)

Zac 2,10-11; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

“mentre si trovava assieme ai suoi discepoli in un luogo appartato a pregare…” Nel vangelo di Luca l’attenzione alla preghiera di Gesù è tratto tipico. E’ un invito a rimanere sulla soglia di questa esperienza che segnava le sue giornate, ma in fondo avvolgeva la sua persona stessa. Pregare per Gesù è segno del suo stare in una relazione fondante di vita, con il Padre suo. Pregare è luogo di domanda sulla sua identità, e di apertura ad incontrare ad aprirsi ad ogni altra relazione.

Molte curiosità sulla sua preghiera restano deluse dalla lettura dei vangeli: piuttosto si è introdotti in un cammino. Gesù è presentato in preghiera nei momenti decisivi della sua vita, al battesimo (Lc 3,21), prima della scelta dei dodici (Lc 6,12) e poi nella passione (Lc 22,41). In rapporto al suo pregare ritorna la domanda: ‘Chi è dunque costui?’ (Lc 8,25): è l’interrogativo che inquietava il re Erode (Lc 9,7-9) ed è al centro del vangelo. La grande questione della preghiera è quella dell’incontro. Ma è questa domanda che reca nel cuore e che attende un aiuto dai suoi: ‘Secondo voi, chi sono io?’.

“Chi sono io secondo l’opinione della gente?” Questa domanda è parola preceduta da un silenzio. Nel luogo in disparte la preghiera si apre e diviene colloquio con i discepoli. Le risposte presentate offrono luce su alcuni aspetti dell’identità di Gesù: per la gente Gesù ha il volto di Giovanni Battista, o di Elia, o di un ‘profeta’. Luca stesso aveva presentato Gesù con i tratti del profeta. nella sinagoga di Nazaret aveva parlato del grande profeta Elia (Lc 4,25-27). Secondo i discepoli – è la risposta di Pietro – Gesù è ‘il Cristo, il messia di Dio’. ‘Messia’ è ‘colui che è stato unto’ per una ‘missione’ da parte di Dio uomo scelto da Dio per portare salvezza.

Gesù non sembra dire quale sia la risposta giusta o sbagliata. Dopo queste reazioni parla di sé come ‘figlio dell’uomo’ e del suo cammino: ‘il figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dai notabili, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ed essere ucciso e risorgere il terzo giorno’. La figura enigmatica del ‘figlio dell’uomo’ rinvia al libro di Daniele al cap.7 dove si presenta una visione degli ‘ultimi tempi’, alla fine della storia. Il figlio dell’uomo viene tra le nubi e ha la funzione di giudice di tutta la storia (Dan 7,9-14): è indicazione di una figura trascendente. Ma anche figlio dell’uomo esprime il suo cammino di uomo, nel compiere una umanità fragile.

Nei vangeli ‘figlio dell’uomo’ è espressione utilizzata quando si parla della sofferenza che Cristo subì. Colpisce l’insistenza con cui Luca nel suo vangelo afferma che il messia ‘deve’ soffrire (cfr. Lc 13,33; 17,25; 22,37; 24,7.26.44). Non si tratta di una determinazione fatalistica. Nemmeno è indicazione che il Padre vuole la sofferenza del Figlio come necessaria. Le parole con cui Gesù descrive la sua missione, il suo passare attraverso la sofferenza e la morte sono un’interpretazione della sua vita alla luce del disegno di salvezza. Il Dio che si comunica ad Israele è il Dio amante della vita, che salva e rimane fedele alle sue promesse.

La morte di Gesù non è da lui voluta e cercata e non è nemmeno un incidente nel suo cammino. A suoi Gesù dice che la sua vita non sta nella direzione del dominio e della violenza, secondo le attese di un messia trionfatore e potente, ma nella via della dono e del servizio: in questo senso si pone come un cammino di umanità piena che compie le dimensioni più profonde del cuore umano. Vivendo in tal modo Gesù sa di esporsi ad un rifiuto. La sua stessa morte assume un significato di salvezza se letta in rapporto all’agire di Dio. Dio attua nella storia una pedagogia di incontro non con la violenza ma introducendo alla scoperta del suo volto quale inermità dell’amore. Solo l’amore può vincere la morte: anche nello scandalo della morte Dio si rivela come più forte della morte e salvatore.

Il ‘terzo giorno’ è tempo della liberazione, dell’intervento di Dio che viene in aiuto nel momento della prova: è giorno del risorgere. La fedeltà di Gesù al Padre, costituisce la via per la quale si attua la salvezza: in questo senso il ‘figlio dell’uomo deve molto soffrire’.

Infine il percorso di Gesù non è cammino solitario: si apre a coinvolgere tutti coloro che accolgono la sua proposta nell’intendere una vita de-centrata da se stessi, secondo la via del servizio. Gesù chiede di seguirlo non per vie di eccezionalità, non con gesti spettacolari e straordinari. Chiede invece di ‘prendere la croce ogni giorno’. ‘Prendere la croce’ è espressione spesso usata come sinonimo di rassegnazione ad una sofferenza subita, talvolta ingiusta. Ma prendere la croce per Gesù indica seguire la sua via: non è un richiamo alla sofferenza, ma ad assumere quel modo di intendere la vita nella direzione dell’amore che giunge sino alla fine, nel dono di sé, nel rendere ogni percorso anche l’assurdità del rifiuto e della violenza, luogo in cui si manifesta la gratuità dell’amore. La croce è segno non di dolore ma di una vita spesa per gli altri. Questo per Luca è uno stile che deve segnare il quotidiano: alla comunità che legge il suo vangelo, tentata dalla stanchezza, desiderosa dei grandi segni, impaziente, Luca dice che nell’ordinario di ogni giorno, nelle scelte nascoste si attua la condivisione con Gesù ed il seguirlo. Non in un orizzonte buio di sofferenza ma nella gioia per risorgere con lui. In questo senso ‘perdere la vita’, intendere la vita non nella prospettiva della paura e dell’accumulo, ma nella libertà che si dona, significa salvarla.

“Cosa ci sarebbe di più dirompente di una comunità di uomini e donne che realmente vivono volendosi bene, prendendo sul serio anche i conflitti, mostrando come ci si prende cura dei legami, di accogliere i bambini, di accudire i vecchi, sostenere i giovani, onorare in modo esemplare la legge, creando reti di protezione per i più fragili, mettendo intelligenza nelle questioni della vita civile, mostrando disinteresse per vantaggi esclusivamente personali, adottando uno stile di vita sobrio, prendendo sul serio il potente slancio della povertà attraverso l’attento discernimento delle risorse economiche, lavorando senza mire corporativistiche al bene comune, alla costruzione della città di tutti, e via di seguito, ritenendo che tutto questo sia realmente essere uomini e donne come Dio comanda?” (G.Zanchi, L’arte di accendere la luce. Ripensare la chiesa pensando al mondo, Vita e pensiero, 2015)

Alessandro Cortesi op

 

bruno_10x15-2.jpg (Bruno Hussar)

Abbattere muri

I muri delle religioni

Ci sono persone che recano in se stesse la storia della divisione, il dramma della opposizione, la separazione dei muri. Sono le persone che portano nel proprio DNA diverse radici, persone che appartengono a popoli diversi. Forse da persone come queste è da ascoltare la profezia di un superamento di muri. Una di esse è Bruno Hussar. Nel  presentarsi scelse questa indicazione della sua identità: “Lasciate che mi presenti: sono un prete cattolico, sono ebreo. Cittadino israeliano, sono nato in Egitto, dove ho vissuto 18 anni. Porto quindi in me quattro identità: sono veramente cristiano e prete, veramente ebreo, veramente israeliano, e mi sento pure, se non proprio egiziano, almeno assai vicino agli arabi, che conosco e che amo” (Bruno Hussar, New York, 1967) (cfr. G.Merlatti, Bruno Hussar. Profeta del dialogo, Ancora 2001).

Nato in Egitto nel 1911 da padre ungherese e madre francese, si trasferì per gli studi in Francia. In quanto ebreo fuggì durante l’occupazione tedesca. Sopravvissuto alla Shoah, entra nell’Ordine domenicano in Francia e viene richiesto di fondare un centro di studi sull’ebraismo a Gerusalemme. Scopre lentamente una chiamata che recava in se stesso, nel tentare di “allacciare ponti fra gli uomini” con “l’impressione di aver camminato fino a quel momento sulle uova cercando di non romperle: uova rabbiniche e uova ecclesiastiche”. Si muove in una terra di conflitti “C’è il conflitto principale tra ebrei e arabi poi innumerevoli conflitti, tra ebrei e cristiani, musulmani arabi e cristiani arabi, tra cristiani e cristiani, tra ebrei ed ebrei […]. Non vedono il volto dell’altro, non sono interessati al volto dell’altro” (Bruno Hussar, “Ho sentito parlare di un sogno…”, EMI 1992,27).

Negli anni del Concilio accosta il card. Bea nella redazione del testo della ‘Nostra aetate’ che segna una svolta chiudendo con la cultura del disprezzo cattolico nei confronti del popolo ebraico e con l’attitudine antisemita. Comincia a sognare un villaggio “Nevé Shalom / Wahat as-Salam (Oasi di Pace)” nel quale ebrei e arabi palestinesi vivano nell’uguaglianza, nella pace, nella collaborazione e nell’amicizia. Fondata nel 1974, il sogno di Bruno Hussar giunge a realizzarsi…

Raccolse la sua testimoninaza in un libro (Bruno Hussar, Quando la nube si alzava. La pace è possibile, Marietti 1996) “Quando la nube si alzava” è rinvio al testo biblico dei Numeri: “Tutte le volte che la nube si alzava sopra la tenda, gli Israeliti si mettevano in cammino; dove la nuvola si fermava, in quel luogo gli Israeliti si accampavano”

Così si espresse nel suo testamento: “Qui a Neve Shalom/ Wahat al-Salam abbiamo un solo scopo: la riconciliazione pacifica tra i nostri due popoli. Al fine di lavorare con frutto a tale fine dobbiamo avere una comprensione reciproca e considerazione di ognuno. Questo significa amare. Desidero veramente che quanto facciamo insieme sia fatto come un atto di amore, di riconciliazione e di pace tra tutti i membri di Neve Shalom / Wahat al-Salam. (…) Un uomo saggio ha detto una volta: ‘In un posto dove non c’è amore, semina amore e raccoglierai amore”. Può accadere che chi ha seminato amore non lo raccolga lui stesso, ma solamente qualcuno che lo segue dopo di lui. Ma non vi è dubbio, ogni seme di autentico amore darà – oggi, domani o dopodomani – il frutto dell’amore” (dal testamento registrato in una cassetta e ritrovato da Anne una settimana dopo la sua morte). Bruno Hussar è morto vent’anni fa, l’8 febbraio 1996.

I muri delle diversità

A Creta 2016. Dopo una attesa di secoli il concilio delle chiese ortodosse (panortodosso) si sta per aprire a Creta a partire dal 19 giugno. Non mancano dissensi, problemi e defezioni annunciate alla vigilia della convocazione. Vi sarà infatti l’assenza di quattro delle quattordici Chiese della comunione ortodossa tra cui la chiesa ortodossa russa.

Bartolomeo patriarca di Costantinopoli, è già giunto a Creta: ha espresso la gioia di questo momento pur tra le ombre per la decisione di alcune Chiese di non partecipare «Il santo grande concilio è la nostra sacra missione… dovevamo venire a Creta in giugno per realizzare questa visione perseguita nel corso di molti anni: tutte le nostre Chiese desiderano, dichiarano e proclamano l’unità della nostra Chiesa ortodossa. E vogliono esaminare i problemi che riguardano il mondo ortodosso per risolverli insieme».

Un evento di chiese che si incontrano in stato conciliare si pone come segno storico di unità faticosamente ricercata. Uno tra i testi che sarà sottoposto alla discussione prevede le seguenti espressioni: “La Chiesa di Cristo condanna la guerra in quanto tale, giudicandola un frutto del male e del peccato che esiste nel mondo. Ogni guerra minaccia di distruggere la creazione voluta da Dio e la vita. E questo vale in maniera particolare per le guerre con armi di distruzioni di massa, che hanno conseguenze terribili anche sulle future generazioni.”

I muri dell’invisibilità

Ci sono muri di invisibilità che rendono alcune persone estranee allo sguardo, non comprese neppure nei momenti tragici del dolore. Un cittadino americano figlio di rifugiati afghani ha compiuto una strage nei giorni scorsi in un locale gay il Pulse di Orlando uno dei più frequentati in Florida, entrato armato con un fucile d’assalto e provocando l’uccisione di 50 persone, e il ferimento di altri 53.

James Martin, gesuita, redattore rivista “America. The National Catholic Review”, in un messaggio video ha espresso la sua posizione a fronte del messaggio di condoglianze dei vescovi USA che nella loro comunicazione di solidarietà con le vittime non hanno nominato la comunità LGBT:

“Tutto questo rivela qualcosa. Rivela come la comunità LGBT sia invisibile a gran parte della chiesa. Anche nella morte sono invisibili. Per troppo tempo i cattolici hanno trattato la comunità LGBT come ‘altri’. Ma per i cristiani non c’è ‘altro’. Non ci sono ‘loro’. C’è solo ‘noi’. Questo è un momento in cui farla finita con questo ‘noi’ e ‘loro’. Proprio perché non c’è ‘loro’ nella chiesa, perché per Gesù non c’era ‘loro’. Lui raggiunge sempre coloro che sono ai margini e include tutti. Coloro che sono invisibili alla comunità sono visti da Gesù. Nel vederli, nel dar loro il benvenuto, nell’amarli, egli fa sì che il ‘loro’ divenga un ‘noi’. I cattolici sono invitati a far sì che ogni persona si senta valorizzata e visibile, soprattutto nel tempo del lutto. Gesù ci chiede di fare così. La chiesa deve stare in solidarietà con tutti i ‘noi’ a Orlando”.

“Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa” (Gal 2,28-29).

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pasqua – anno C – 2016

resurr.jpgHe Qi – Resurrection

At 10,34-43; Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Secondo il IV vangelo già la morte di Gesù, il suo essere innalzato sulla croce è luogo in cui si manifesta la gloria di Dio. Nella croce si scorge già la risurrezione, il dono di salvezza nel soffio di vita che Gesù consegna nel morire. E questa vita continua nell’affidamento di una comunità che nel soffio dello Spirito ha inizio sotto la croce.Il IV vangelo presentando così a risurrezione non dovrebbe far attendere un racconto ulteriore sulla risurrezione. Ma Giovanni riprende un elemento forte della tradizione e riporta un racconto della visita alla tomba al mattino di Pasqua in cui la tomba è trovata vuota. E poi il racconto di un incontro in cui il Risorto si dà a vedere a Maria Maddalena, e due volte ai discepoli, la seconda con Tommaso che desidera vedere. La scoperta del sepolcro vuoto e l’inizio del credere della prima comunità riveste un’importanza particolare nel quarto vangelo: la fede nel Risorto non sorge perché ci sono evidenze oggettive o apparizioni, e neppure perché la tomba è vuota. Ma perché ci si apre ad un vedere nuovo; un vedere che legge le Scritture a partire da un incontro nuovo con Gesù vivente. E’ il medesimo crocifisso ma con una presenza nuova.

Nelle Scritture si parla dell’inviato di Dio che non viene abbandonato da Dio e la sua sofferenza è testimonianza della gloria di Dio. Si delinea una ricerca, una lettura di segni e da questi la scoperta che la gloria di Dio è radicalmente diversa da ciò che chiamiamo gloria in modo umano. La gloria umana proviene dal dominio, dalla sopraffazione, dal dividere le persone. La gloria di Dio sta nel percorso di Gesù che ha fatto sua l’identità del servo, che si è chinato, ha lavato i piedi. Si è identificato con gli ultimi per introdurre in una vita che la morte non può ostacolare.

Maria di Magdala è la prima testimone: il IV vangelo la indica come la prima che “il primo giorno della settimana si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio”

Il suo muoversi inizia quando era ancora buio: è una notazione non solo cronologica, con riferimento al suo partire prima dell’alba, ma il IV vangelo suggerisce di scorgere in questo buio la tenebra che ha attraversato la vicenda di Gesù. Gesù è passato dentro il buio di una vicenda che l’ha visto ingiustamente condannato, messo nelle mani dei violenti, condotto ad una morte infamante. Maria si muove in questo contesto di buio non solo della notte, ma della ingiustizia e della violenza che segnano la vicenda umana e la passione di Gesù. Ma è anche il buio dell’incomprensione, del senso di fallimento e di fine. A questo buio lei, donna tra quelle che avevano seguito Gesù, reagisce con il suo andare.

“e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”. La pietra scostata è un segno di vita nel luogo della morte. E’ apertura in una realtà chiusa e sigillata. La pietra, il sepolcro e poi i teli, richiamano la narrazione della risurrezione di Lazzaro. Gesù in quell’evento aveva presentato un annuncio sulla vita più forte della morte. Di fronte alla tomba dell’amico Lazzaro Gesù aveva detto la sua fede nel Padre che sempre dà ascolto (Gv 11,42) e invita Marta ad aprirsi ad un affidamento nuovo: “Non ti ho detto che , se crederai, vedrai la gloria di Dio?’ (Gv 11,40).

“Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava…”

Nel correre di Maria che apre una serie di corse e rincorse nel narrare del IV vangelo si può scorgere un altro messaggio. La comunità che inizia la sua vita a partire dall’annuncio della pasqua è comunità che deve porsi in ricerca, che si getta in una corsa che non fa stare fermi, chiusi, immobili.

“e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!»”

La fede che inizia a pasqua è un credere che sorge da un vuoto: Maria si mette a correre e pone una domanda. La fede di pasqua sorge da una domanda di profezia che proviene da parole di donna: la fede sorge da un non sapere.

“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.”

Quello di Pietro e dell’altro discepolo è un correre per cercare. Nel loro correre si pone il problema di riconoscere segni. Il vuoto da cui sorge la prima comunità non è una assenza e nemmeno la fine di un incontro. E’ piuttosto una chiamata a lasciarsi cambiare. La comunità, identificata nei volti di Maria, di Pietro e del discepolo che Gesù amava, scopre una chiamata a lasciarsi convertire il modo di vedere, ad aprirsi a sguardo nuovo, nel leggere i segni. In qualche modo già si attua la promessa di Gesù: “Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21).

“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte”.

Il sepolcro vuoto è punto di arrivo di una corsa che vede due figure a rappresentare due componenti della comunità stessa. Pietro è il responsabile, la guida, che nella passione ha negato di essere con Gesù, uno dei suoi discepoli, che ha vissuto il tradimento di Gesù; il discepolo che Gesù amava è legato a Gesù dall’affetto, dalla sintonia propria di chi ama. E’ il discepolo altro: ci sono possibilità e modi diversi di essere discepoli, di seguire Gesù. C’è un correre che può essere vissuto insieme nell’attendersi reciprocamente. Il discepolo che ama corre più veloce: l’amore precede e giunge prima. Ma si ferma e attende l’arrivo di Pietro. E ci sono segni, i teli posati. Segni non di disordine e di violazione, ma segni di cura di chi se n’è andato lasciando tutto in ordine.

“Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”. C’è un vedere proprio di chi ama che sa leggere dietro e dentro ai segni.

Il credere – suggerisce il IV evangelista – è questione di un vedere nuovo. E’ vivere nell’assenza in un andare in un uscire in cui ricercare i segni, e saper scorgere nei segni la traccia di una presenza.

La comunità sorge in un movimento di rincorse in cui imparare a riconoscere i segni di Gesù. Il segno della sua vita è stato il segno innalzato, il suo morire sulla croce. Al centro del credere sta il riferimento a Gesù, a come lui ha amato.

Non avevano ancora compreso le Scritture: le Scritture non sono solamente un libro da conoscere. Sono il racconto di un incontro. Dio si rende vicino, nella storia di un popolo, per una liberazione che coinvolge tutti popoli della terra. Le Scritture non sono allora un libro chiuso, ma la vita, libro aperto: la storia, la parola nascosta nel cosmo e nella natura, le situazioni quotidiane, i voli delle persone. Leggere le Scritture è imparare a riconoscere i segni del farsi vicino di Dio nelle persone, negli avvenimenti, nel ritornare a Gesù.

Questo vedere nuovo sarà anche il vedere di Maria che nell’incontro con quello che pensava fosse il giardiniere avverte la domanda : chi cerchi?. E’ condotta a cercare in modo nuovo, non più rivolto al passato con un amore di nostalgia e rimpianti, ma in un orizzonte nuovo in rapporto a qualcuno, un ‘chi’ da scorgere e vedere. E anche lei si apre ad un vedere e dirà ai discepoli: «Ho visto il Signore», il Risorto (Gv 20,18).

Alessandro Cortesi op

150941909-92b853a2-0dfd-4b31-9d09-ebe0ab7e688f.jpgBruxelles, Place de la Bourse – 22 marzo 2016 – dopo gli attentati

Di fronte alla violenza

Amal è il protagonista di un romanzo di Giuseppe Catozzella (Il grande futuro, Feltrinelli 2016). Un testo letterario che sorge tuttavia dall’ascolto di terre lontane dove matura la piaga del terrorismo, della violenza. Amal nasce su un’isola africana dove c’è la guerra tra esercito regolare e neri.

I neri sono soldati che praticano la lotta armata contro truppe regolari, arruolando adulti impregnati di desiderio religioso e bambini, iniziandoli ad una dedizione ad una causa in cui elemento religioso e desiderio di riscatto si intrecciano. Amal proviene da una famiglia povera. Suo padre è un servo di un ricco padrone, signore del villaggio. Ma Amal è amico di Ahmed figlio del signore. Amal ha sul suo corpo i segni della violenza: da piccolo è saltato su una mina e ha subito un intervento al cuore. Nella loro sincerità di adolescenti Amal e Ahmed vivono un’amicizia intensa fatta di complicità, di scorribande sulla barca a pescare, di avventure.

Ma quando i neri giungono vicini al villaggio la loro amicizia si rompe. Improvvisamente il padre di Amal, il pescatore Hassim, lascia il villaggio, recando con sé un segreto. Ahmed stesso lo abbandona e lascia il villaggio per arruolarsi con i regolari. Amal profondamente legato al mare trova dal mare l’indicazione a partire e recarsi alla grande moschea del deserto per ricevere istruzione religiosa. Lì in lunghi anni di studio, di ascesi e preghiera si trasforma. La sua vita è permeata di preghiera e Islam. Ma in questo ambiente incontra chi lo invita a farsi reclutare tra i neri. Resiste a diverse lusinghe e proposte sinché un incontro enigmatico con una figura che risulta essere il padre improvvisamente uscito dalla sua vita lo spinge ad arruolarsi.

Di qui l’inserimento in un mondo di educazione alla violenza, l’ingresso progressivo nella pratica delle armi e dell’indifferenza rispetto al nemico. Diventa un guerriero temuto. Secondo i dettami del campo gli è concessa una giovane donna da usare come schiava e per procreare guerrieri per il futuro: ma l’incontro con Marya lo apre ad un’esperienza che lo disorienta rispetto alla violenza che assorbe tutta al sua vita. La forza di questo amore lo conduce, in modi drammatici, alla scoperta che vivere per annullare il nemico, per rinunciare alla propria umanità di fronte all’altro non può esaurire la sua vita. Si apre un nuovo cammino di ritorno al suo villaggio, di scoperta della storia di quanto sua madre ha fatto per lui, dell’amore quale esile luce nel buio della sopraffazione e del dominio. Gli si apre un futuro nuovo. Da qui il titolo del romanzo: un grande futuro.

Giuseppe Cattozzella nel suo libro tocca molti aspetti che rinviano alle questioni della violenza, delle ingiustizia che segnano mondi lontani e vicini. La sua ricerca sul campo gliha offerto elementi per comprendere ciò che avviene nel mondo dove popoli interi vivono in condizioni di oppressione e ingiustizia, gli ha fatto maturare uno sguardo disincantato ma profondo. Soprattutto richiama ad un’esigenza per i paesi occidentali di “cominciare a farci carico delle responsabilità storiche che l’Occidente stesso ha maturato in Africa e in Medio Oriente”. Di fronte ai recenti fatti di Bruxelles così ha risposto in una intervista («Fondamentalismi come le cosche va sconfitta la logica dell’alveare» intervista a Giuseppe Catozzella, a cura di Alessandro Zaccuri “Avvenire” 23 marzo 2016)

“… Catozzella ha spostato lo sguardo verso il lato d’ombra del Mediterraneo. «Ma gli alveari – commenta – esistono anche lì».

In che senso?

La logica delle organizzazioni armate criminali è la stessa in tutto il mondo, dal Sudamerica alla Russia. E il terrorismo fondamentalista non fa eccezione. Basta concentrarsi sulla dinamica dei reclutamenti, che fanno sempre leva sul malcontento, sulla frustrazione diffusa negli strati più umili e disagiati della società. La potenza dei terroristi, come quella dei mafiosi, deriva da qui, da questo esercito pressoché illimitato sul quale si esercita un ascendente ammantato da motivazioni di volta in volta ideologiche, religiose o semplicemente di ribellione.

L’omertà è un altro tratto comune?

Certamente, solo che in questo caso specifico il ruolo che altrove è assegnato alla famiglia (nascondere, proteggere, camuffare) viene esteso a quella che possiamo considerare come una versione perversa della umma, ovvero la comunità dei musulmani. Ancora una volta, però, la condivisione della stessa fede è un elemento del tutto superficiale. Ad accomunare davvero sono le frustrazioni, è il sentimento di rivalsa e di vendetta.

Perché insiste così tanto sull’aspetto religioso?

Perché è irrinunciabile, in un frangente tanto delicato, preservare la differenza tra l’islam autentico e le deviazioni fondamentaliste. Prendiamo la questione, molto discussa in questo momento, della “sottomissione”, che per l’islam ha come meta ultima non la sopraffazione dell’altro, ma l’affermazione della pace interiore ed esteriore. Il fondamentalismo, oggi come oggi, è fomentato da qualche migliaio di persone in tutto il mondo, mentre l’umma musulmana comprende un miliardo e 600 milioni di credenti. Le proporzioni sono queste. Quello che dobbiamo impedire è che le migliaia si trasformino in milioni.

Come?

È la domanda più difficile, per la quale non ci sono risposte immediate. Personalmente credo che sia importante non dichiararsi sconfitti sul piano culturale. Anche nelle società più colpite, a partire dal Belgio, esistono esperienze reali di integrazione: scuole, corsi di lingue, percorsi di professionalizzazione. Proclamare la resa significherebbe lasciare campo aperto alla ferocia della banlieue, dove l’integralismo nasce appunto dal rifiuto dell’integrazione, come ho avuto modo di comprendere parlando con diversi ex fondamentalisti. Per loro quella che si sta combattendo è una guerra, e una guerra di liberazione.

Ma questo non comporta una reazione anche sul piano militare?

Siamo un crinale sottilissimo, ma bisogna avere il coraggio di ammettere che l’Occidente non può continuare a perseguire la politica adottata a partire dall’11 settembre 2001. In generale, prima ancora di mettere in sicurezza i nostri Paesi, dovremmo cominciare a farci carico delle responsabilità storiche che l’Occidente stesso ha maturato in Africa e in Medio Oriente.

Quindi dobbiamo esportare democrazia?

No, dobbiamo permettere che la democrazia si sviluppi con regole proprie nei Paesi oggi esposti al fondamentalismo. Un piano Marshall per il mondo arabo, ecco di cosa ci sarebbe bisogno.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Quaresima – anno C – 2016

0002.jpgGen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28b-36

“Venne la parola di Adonai ad Abramo nella visione”. La traduzione letterale del testo può aiutare a cogliere l’esperienza di Abramo. I profeti non solo ascoltano ma in qualche modo ‘vedono’ la Parola efficace di Dio venire incontro a loro, sono perciò veggenti  della Parola (cfr. 1Sam 9,11; 2Sam 24,11; 2Re 17,13): vedono perché coinvolti in un movimento di comunicazione che li prende e trasforma il loro sguardo. Dio stesso è il protagonista. Abramo, chiamato profeta (Gen 20,7) vive questa esperienza di incontro: senza figli chiede a Dio che cosa gli darà e vive la fatica di accogliere la promessa di Dio nella sua vita, la promessa della discendenza.

A questo punto Dio lo condusse fuori: Adonai è il Dio dell’esodo che trae fuori. Conduce Abramo a guardare le stelle. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia. Abramo vive un affidamento a Dio nella prova: per questo è il padre dei credenti (cfr. Rm 4,13.16-25). Credere per Abramo è porre in Dio la sua sicurezza, fidarsi di lui lasciando che sia Lui a disporre della sua vita.

Nel secondo racconto di questa pagina ancora Dio è presentato come colui che fa uscire: Ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese. Dio dona la terra ad Abramo: in questo sta  il segno di liberazione. Chi dona la terra è colui che riscatta dalla schiavitù. È la prima volta che la vocazione di Abramo è strettamente legata al possesso della terra, ma anche alla vicinanza di Dio come quella del parente più vicino.

Al tramonto Abramo è chiamato a porre animali squartati sulla terra, secondo un rito di alleanza tra popoli che stringono un patto. Il gesto di disporre gli animali divisi era seguito dal percorso dei contraenti che dovevano passare in mezzo agli animali. Esprimeva così una sorta di minaccia di ciò che poteva accadere in caso di infedeltà al patto stabilito (Ger 34,17-20). Ma quella notte solamente un forno di fuoco passa in mezzo agli animali. Nell’immagine del braciere fumante e della fiaccola fumante compare un riferimento all’alleanza del Sinai, quando il monte stesso divenne infuocato per la presenza di Dio (Es 19,16; 20,18; 24,17). Il fuoco è simbolo della presenza di Dio, inafferrabile come forza imprendibile e trascendente. Il rito esprime la relazione personale tra chi contrae alleanza. Abramo obbedisce e assiste in silenzio al passare di Adonai. Solamente Dio passa, Abramo sta solo a guardare. Nel fuoco è la presenza di Dio che passa: Dio solo si impegna a rimanere fedele all’alleanza non verrà meno. Per Abramo quella notte fu inizio dell’esperienza della fede come fuoco che brucia e investe nella gratuità la sua vita. La fede è relazione personale, incontro di vita in riferimento alla presenza del Dio della promessa che apre al futuro di una terra verso cui andare. Il Signore concluse questa alleanza con Abramo…alla tua discendenza io do questa terra dal fiume d’Egitto…al fiume Eufrate.

Luca pone il racconto della trasfigurazione dopo la professione di fede di Pietro che risponde alla domanda di Gesù Voi chi dite che io sia? (Lc 9, 20-21). A questo punto, e per la prima volta, è presentata la prospettiva della passione: Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno (Lc 9, 22).

Gesù si rivolge a tutti: Poi, a tutti, diceva: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9, 23). Luca sta forse pensando alla sua comunità che vive la fatica della fedeltà nel tempo al vangelo. Prendere la croce non è ricerca di sofferenza, ma sequela della via seguita da Gesù, condivisione del suo passare come colui che guarisce e risana. Si tratta di prendere la croce ‘ogni giorno’: è cammino che implica la durata e il saper ogni giorno ricominciare. Non solo i grandi momenti eroici, piuttosto la quotidianità, talvolta monotona e non eclatante dell’esistenza. La pagina della trasfigurazione va quindi letta come annuncio della passione di Gesù, e nel contempo annuncio anche della strada che i discepoli sono chiamati a seguire ogni giorno.

La croce di Gesù non è ricerca della sofferenza. E’ piuttosto via di fedeltà all’amore nel dono di sé. Gesù accetta di andare incontro all’ostilità e alla condanna, contestando l’ingiustizia e la violenza degli uomini in coerenza con tutte le scelte della sua vita. La sua stessa morte può essere letta come fedeltà al disegno di bene e di vita che Dio ha sulla storia.

Dinanzi al rifiuto Gesù decide di continuare il suo cammino nella consegna al Padre e agli altri: una vita spesa per gli altri, un pro-esistere. In una fiducia totale di attuare così la chiamata del Padre, il senso della sua vita: Nelle tue mani affido il mio spirito. La croce è così esito di una scelta di coerenza in un darsi che oltrepassa confini e divisioni di tipo politico e religioso. Luca presenta Gesù nella passione come il testimone, che subisce ingiustizia ma rimane fedele con uno sguardo di bene rivolto a tutti, anche ai nemici. Ha parole di perdono, non salva se stesso ma salva gli altri; dona speranza e salvezza a chi si rivolge a lui con fiducia: ‘oggi sarai con me nel paradiso’. In questo senso Luva presenta in gesù il volto di Dio come misericordia.

La trasfigurazione parla della passione ed insieme della risurrezione: è evento luminoso, esperienza di trasparenza. Mosè aveva il volto trasformato dalla luce nei momenti in cui aveva parlato con Dio faccia a faccia (Es 33,11); di lui si parla come del profeta che parlò con Dio ‘bocca a bocca’ (Num 12,7-8). Così pure Elia aveva incontrato Dio sul monte Oreb (1Re 19). Nello stesso modo si parla qui di Gesù nel suo rapporto con Dio, il Padre: il suo volto è trasfigurato.

Mosè Gesù e Elia, parlano del suo ‘esodo’: la morte di Gesù è evocata come ‘esodo’. Tutta la storia d’Israele sta sotto il segno dell’esodo: nel passaggio dalla schiavitù alla libertà, Israele scopre il volto di Dio come liberatore che fa alleanza. L’esodo di Gesù si innesta nell’esodo del popolo d’Israele e dell’umanità e apre alla vita della chiesa come cammino. Pietro che aveva riconosciuto Gesù il Cristo di Dio (Lc 9,20) è tra i testimoni chiamati a far suo questo cammino: li prese con sé e salì sul monte a pregare…. Sta qui il senso del cammino dei discepoli. Gesù li prende con sé perché si aprano ad incontrarlo in un modo nuovo di intendere la vita. La comunità dei discepoli non sarà un gruppo di potere teso a portare una visione politica e sociale da applicare alla storia ma una comunità di testimoni disponibili a lasciarsi trasfigurare da Lui, a guardare Lui solo che si fa incontrare nell’umanità e nella storia, a seguire la strada di servizio che Lui ha percorso.

Alessandro Cortesi op

 

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La notte di fuoco

Eric-Emmanuel Schmitt è un letterato, drammaturgo, autore di varie opere che hanno avuto un successo non solo letterario e teatrale – e rappresentate in più di cinquanta paesi – ma anche nella loro trasposizione cinematografica: si pensi tra le altre alla deliziosa storia di Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Più recentemente ha scritto un romanzo dal titolo Il vangelo di Pilato (2000) in cui ripercorre la vicenda di Gesù e gli interrogativi del prefetto romano  rappresentante dell’impero nella Palestina degli anni 20 e 30 del I secolo.

In questi giorni esce l’ultimo suo libro che non è un romanzo ma si connota per essere un testo autobiografico, una narrazione personale e intima del suo percorso di incontro prima con il divino e poi della sua scoperta dei vangeli e di Gesù (Eric-Emmanuel Schmitt, La notte di fuoco, edizioni e/o, 2016).

La narrazione è accattivante perché parte dalla situazione in cui Schmitt viveva, nutrito di studi di filosofia e lontano dall’interrogarsi sul cristianesimo, come egli stesso testimonia: «Ho impiegato molto tempo a pormi il problema del cristianesimo sia perché sono nato alla fine di un secolo che ha accumulato tante guerre e genocidi da proibire ai suoi figli lucidi di credere ancora al bene, sia perché sono cresciuto ateo in una famiglia atea e sia perché ho fatto i miei studi di filosofia in una Parigi divenuta completamente materialista. Non avevo pertanto prestato attenzione alcuna a questa strana storia di un falegname, morto su una croce, costruita da un altro falegname.”

La storia richiama un tempo, il 1989 e un viaggio nelle terre di Algeria. Schmiti partecipa insieme ad un gruppo più vasto del progetto di recarsi nelle terre del massiccio dell’Hoggar in Africa, sulle tracce di Charles de Foucauld (1858-1916) con l’intento di girare un documentario sulla vicenda di questo grande testimone del vangelo che fece del deserto in terra di presenza musulmana il luogo del suo seguire Gesù in una scelta di essenzialità e povertà.

La magia del deserto coinvolge e attrae: “il deserto ci elevava fino ai cieli. Le stelle scintillavano così vicino che avrei potuto coglierle. Pendevano come grosse mele brillanti a portata di mano su quel frutteto chiamato Hoggar. Di notte il Sahara assume un’aria di festa. Mentre sotto il sole infligge l’ascesi, col buio diventa ricco, profuso, generoso, orientale, prodigo di un’orgia di gioielli realizzati dal più pazzo dei gioiellieri, collane, spille, diademi di diamanti, catene d’oro e braccialetti di scintille. Migliaia di stelle ornano lo scrigno di velluto color bistro, e l’argentea luna sovrana, come la regina del ballo, spande tutto intorno la sua imperiosa chiarezza. Ci eravamo allontanati dal fuoco per abituare le pupille alla luminosità degli astri. La terra lugubre amalgamava pianure, dune e rocce in uno stesso crogiolo cinereo. In mezzo ai quei pellegrini avvolti nelle coperte Jean-Pierre, in piedi, ci dava una lezione d’astronomia. Da scienziato all’osservatorio di Tolosa e docente all’università, insegnare in quell’aula stravagante lo faceva vibrare di emozione. Per la prima volta in vita sua poteva indicare una determinata stella con la coda dell’occhio o tracciare col dito sulla lavagna del cielo le linee che formavano una costellazione. Mai Orione, l’Orsa Minore o l’Orsa Maggiore avevano avuto quella consistenza e quella prossimità. In assenza di qualsiasi inquinamento luminoso dovuto alla civiltà il cosmo concedeva i suoi splendori. A me sarebbe bastato contemplarli…”

Tuttavia nello svolgersi di quel viaggio e nel procedere del lavoro avviene l’imprevedibile: Schmitt, allora ventinovenne, perde contatto con il gruppo e si ritrova solo a vagare disperso in un deserto che gli si rivela nei suoi aspetti più inospitali e drammatici. Si trova di fronte al rischio di perdere la vita, nella solitudine. Si scava una buca nel terreno e vi trascorre la notte. Così egli stesso ne narra: “Un giorno, discendendo da una montagna, mi sono messo alla testa della comitiva, impaziente e veloce, senza mai voltarmi indietro, incurante di verificare il tragitto. È capitato quanto, senza dubbio, cercavo: mi sono perduto. Alle sette di sera è piombata la notte, si è alzato il vento, il freddo ha riempito lo spazio, e mi sono trovato solo, a varie centinaia di chilometri dal vicino villaggio, senza né acqua né cibo, consegnato all’angoscia, promesso presto alla morte e agli avvoltoi. Invece di cadere nella paura, ho avvertito, distendendomi sotto un cielo carico di stelle, grandi come mele, il contrario della paura: la fiducia. Durante questa notte di fuoco, ho vissuto un’esperienza mistica, l’incontro con un Dio trascendente che mi placava, mi istruiva e mi dotava di una forza che non poteva provenire da me. Al mattino, come una traccia, in impronta, deposta nel più intimo di me, c’era la fede. Dono. Grazia. Meraviglia. Potevo morire con la fede o vivere con la fede”.

Il giovane drammaturgo conspevole delle sue capacità di pensiero e di scrittura si ritrova meravigliato e trasfigurato, lo sguardo immerso nelle stelle, la sua vita avvolta nel buio della notte nel deserto, nel suo silenzio che non lo impaurisce più come assenza, ma quale atmosfrea che reca il calore di una presenza.

Quella notte si trasforma per lui in una notte di fuoco. In quella notte sotto le stelle che costituiscono il panorama luccicante del deserto, vive l’incontro con l’assoluto che lo immette in una ricerca nuova. Riesce a ricongiungersi con il gruppo nei giorni successivi ma la sua vita è cambiata, segnata da un incontro. Ha vissuto la sua notte di fuoco e come Pascal riconosce il divino che brucia al di là di ogni percorso di ragionamento e di sapere. Blaise Pascal appuntò quel momento del 1654 facendosi cucire nella fodera della giacca quel foglietto memoriale della notte di fuoco, della sua scoperta del Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe, Dio dei viventi che solo alla sua morte fu ritrovato.

In questo percorso Schmitt è spinto a fare della sua attività di scrittore il luogo in cui lasciar scorrere una parola che lo attraversa dentro, facendogli maturare una fede che lo poneva in rapporto con i cammini dell’umanità. In qualche modo anche Schmitt mantiene questa esperienza celata in una ricerca che da quel momento lo conduce a divenire curioso dei percorsi religiosi dell’umanità, fino ad accompagnarlo a leggere e rileggere i vangeli e a riconoscere in quell’esperienza del trascendente la presenza del Dio di Gesù.

“A lungo ho tenuto segreta la mia fede. Mi modificava in sordina. Mentre si scavava il suo alveo, la mia percezione del mondo si arricchiva: leggevo libri che spingevano alla spiritualità, sia orientale che occidentale, entravo nel giardino delle religioni dalla porticina di fondo, quella discreta, la porta dei poeti mistici, uomini ritrosi, lontani dai dogmi e dalle istituzioni, che sentono anziché prescrivere. Allo sguardo umanista con cui vedevo le credenze dei popoli si aggiungeva la fiamma interiore, quella che condividevo con individui di tutte le epoche e tutte le latitudini. Si tessevano fratellanze.

L’universo si ingrandiva. Tornato dallo Hoggar, lo scrittore embrionale che sonnecchiava in me da sempre si è seduto al tavolo ed è diventato lo scriba delle storie che lo attraversano. Sono nato due volte: la prima a Lione, nel 1960, e la seconda nel Sahara, nel 1989. Da allora si sono susseguiti romanzi, opere teatrali, novelle e racconti tracciati dalla mia penna sotto un cielo sereno, a volte con difficoltà, spesso con facilità, sempre con passione.

La notte ispirata mi aveva reso armonico: anziché andare ognuno per conto proprio, corpo, cuore e intelligenza vibravano di concerto. L’esperienza mi aveva conferito soprattutto una legittimità. Un talento rimane fatuo se si mette al servizio di se stesso, senza altro scopo che farsi riconoscere, ammirare o applaudire. Un autentico talento deve trasmettere valori che lo veicolano e lo superano. Dato che una sera ero stato il destinatario di una rivelazione, a mio modo di vedere avevo il diritto di prendere la parola…”

Finchè un giorno, nel dialogo con una giornalista, si sente provocato da una domanda che lo raggiunge e suscita in lui una risposta sincera improvvisamente gli fa trovare la forza di di riconoscere ed esprimere la radice della sua ricerca e del suo scrivere:

“«Come mai nelle cose che lei scrive risplendono tanto amore per la vita e tanta pace del cuore?» continuava a ripetere. «Per quale miracolo è capace di affrontare argomenti tragici senza compiacimento né pathos né disperazione?». La conoscevo, la apprezzavo, sapevo che era protestante, e di fronte alla sua insistente lucidità le ho confessato che avevo conosciuto Dio ai piedi del monte Tahat. «Ci ritornerebbe?» mi ha chiesto. «Ritornarci… Perché?». Una volta è sufficiente. Anche una fede è sufficiente. Quando uno si imbatte nella sollecitazione dell’invisibile bisogna che se la cavi con quel che gli è stato regalato. La cosa sorprendente di una rivelazione è che, malgrado la prova provata, si continua a essere liberi. Liberi di non vedere quello che è successo. Liberi di darne una lettura riduttiva. Liberi di allontanarsene. Liberi di dimenticarla. Non mi sono mai sentito così libero come dopo aver incontrato Dio, perché possiedo ancora il potere di negarlo.

Non mi sono mai sentito così libero come dopo essere stato manipolato dal destino, perché posso sempre rifugiarmi nella superstizione del caso. Un’esperienza mistica si rivela un’esperienza paradossale: la forza di Dio non annienta la mia, il contatto tra l’io e l’Assoluto non impedisce che poi l’io torni al primo posto, l’intensità perentoria del sentimento non sopprime affatto le deliberazioni dell’intelletto. «Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo». Sennonché spontaneamente la ragione non ha la minima umiltà, bisogna scuoterla. Pascal, razionalista supremo, filosofo, matematico e virtuoso dell’intelligenza, il 23 novembre del 1654 era stato costretto ad arrendersi: verso mezzanotte Dio l’aveva folgorato. Per tutta la vita, di cui ormai aveva scoperto il significato, aveva portato su di sé, nascosto nella fodera della giacca, il racconto sibillino di quella notte, che lui chiamava la notte di fuoco. «La fede è diversa dalla prova. La prima è umana, la seconda è un dono di Dio. Il cuore, non la ragione, sente Dio. E questa è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione ». Durante la mia notte nel Sahara non ho imparato niente, ho creduto”.”

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme e della Passione del Signore, anno B – 2015

agony in the garden 1465 National Gallery(Giovanni Bellini, agonia di Gesù nel giardino, 1459-1465, National Gallery)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47

Nel suo racconto della passione Marco s’interroga in particolare sull’identità di Gesù, filo rosso dell’intero vangelo: vangelo è infatti la bella notizia di Gesù il suo annuncio del regno. Ma bella notizia è Gesù stesso, come viene suggerito sin dalle prime righe: “Principio del vangelo di Gesù Cristo figlio di Dio”. Gesù è presentato da subito con il profilo del messia: ‘figlio di Dio’ è titolo del re messia (ad esempio nel Salmo 2,7). Tuttavia nel corso del vangelo Marco è attento a precisare che quando qualcuno esprime un aspetto dell’identità di Gesù, viene messo a tacere: l’intimazione a tacere è rivolta ai demoni (1,24; 3,11), a persone guarite (Mc 1,44), agli apostoli (Mc 9,7.9). Marco è consapevole della possibilità di costruire un’immagine falsata di Gesù: sa che Gesù può essere confuso con attese di un messia ben diverso. Nel racconto della passione Marco è attento a presentare il volto di Gesù che porta a compimento la sua strada e manifesta quale tipo di messia compie con la sua esistenza.

Marco ritrae Gesù prima di essere arrestato nel momento della paura e dell’angoscia, in preda allo sfinimento ed alla debolezza umana. Lo descrive inoltre sempre più solo: anche gli apostoli lo lasciarono “Tutti allora abbandonatolo, fuggirono” (14,50). Nel momento drammatico nell’orto degli ulivi Marco ricorda la preghiera di Gesù: “Abbà Padre, allontana da me questo calice”. Lo fissa ancora in un silenzio che si fa più profondo di fronte al sommo sacerdote: “Non rispondi nulla?… Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (14,60), e poi di fronte a Pilato (14,5). Ancora lo presenta nella sua incapacità a portare il patibulum della croce che veniva caricata sulle spalle ai condannati tanto che un certo Simone di Cirene fu costretto a portarlo (14,21). Infine Marco riporta le parole di sfida a lui rivolte sotto la croce: dicevano “ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo” (14,32-33). Il credere è qui inteso come risposta alle opere di potenza. E Marco lo contrappone ad un credere che nasce dalla croce: Gesù è messia che percorre la via della croce, che rimane fedele nella linea del servire e del dare la vita per… solo la via della croce è la via della risurrezione e della vita.

Gesù nel racconto della passione di Marco si mostra nel volto di messia che non scende dalla croce. Nel momento della morte si rivolge al Padre con le parole iniziali del salmo 22,2: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”. E’ una preghiera drammatica, che dà voce alla solitudine e all’abbandono del giusto che soffre. Sono le prime parole di un salmo di lamento che tuttavia si conclude con le parole di un affidamento senza limiti a Dio, colui che esaudisce il grido del perseguitato e non gli nasconde il suo volto. Gesù è messia che prende su di sé la debolezza e vive la sua via come dono di sé fino alla fine.

Secondo il modo di pensare umano la potenza e la violenza di ogni potere hanno ragione; in modo paradossale Gesù inerme davanti al sommo sacerdote afferma la sua pretesa di essere lui il Figlio dell’uomo, figura del giudice degli ultimi tempi (cfr. Dan 7), colui che giudicherà il mondo e la storia (14,62).

Proprio nel momento della morte di Gesù, Marco annota due particolari: per la prima volta nel vangelo risuona una professione di fede senza che sia imposto il silenzio. Il centurione, un pagano, soldato dell’impero dice: “veramente quest’uomo era figlio di Dio”. E’ riconoscimento del volto del messia nel crocifisso venuto non per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per tutti. E’ parola che interpreta il senso di tutta la vita di Gesù e la sua stessa morte, così come Gesù aveva indicato ai suoi: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti” (14,24).

La sua morte è stata esito di complotto dei poteri politico e religioso, impauriti e inquieti di fronte a Gesù. Più profondamente la sua morte è momento ultimo della fedeltà radicale al suo essere messia venuto per servire (cfr. Mc 10,45).

Nel momento della sua morte – scrive Marco – ‘il velo del tempio si squarciò in due dall’alto in basso’. E’ un’indicazione simbolica, che corrisponde allo squarcio dei cieli, presentato al momento del battesimo di Gesù. La presenza di Dio non è separata, lontana, chiusa da barriere, ma l’incontro con Dio è possibile nel coinvolgimento sulla strada di Gesù, nell’incontro con la sua umanità. Di fronte al sommo sacerdote Gesù aveva contrapposto il ‘tempio fatto da mani d’uomo’ e il ‘tempio non fatto da mani d’uomo’ (14,58): Marco presenta il Cristo, nel momento della morte, come nuovo tempio, luogo vivente dell’incontro con Dio. Si può incontrare Dio e aprirsi al senso profondo della propria vita oltre ogni barriera. A tutti, a partire dal centurione pagano, è possibile proclamare quanto nel vangelo solamente la voce di Dio aveva annunciato: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato’ (cfr Mc 1,11; 9,7). La morte di Gesù è fecondità di un incontro nuovo con Dio stesso, aperto a tutti.

Quel giovinetto che l’aveva seguito vestito solo di un lenzuolo perché voleva vedere le vicende della passione ed era fuggito via nudo (Mc 14,51-52), sarà il giovinetto seduto sulla destra del sepolcro, vestito d’una veste bianca che annuncia: ‘E’ risorto non è qui… vi precede in Galilea…là lo vedrete…’ (Mc 16,5).

2745957850Alcune riflessioni per noi oggi

Non si può ascoltare in questi giorni il racconto della passione senza andare con il pensiero alle vittime del volo Barcellona-Düsseldorf del 24 marzo u.s., schiantatosi sulle Alpi francesi, e ai familiari e amici. Un evento che ha sconvolto in questi giorni a livello diffuso, portando a identificarsi con coloro che improvvisamente hanno avuto la loro vita interrotta in modo così tragico e a considerare come i destini dei popoli, delle famiglie e delle persone sono inscindibilmente legati. Lo schianto dell’aereo A320 costituisce una tragedia europea che accomuna nel dolore e apre a quel senso profondo di solidarietà che scatta quando si avverte con più evidenza la medesima condizione umana e fragile e che dovrebbe essere presente anche in tutti gli altri momenti dell’esistenza. Ha portato anche a confrontarsi brutalmente con l’esperienza della morte quale evento che genera domande e rimane grande scandalo della vita umana. Con i primi chiarimenti su ciò che ha originato tale tragedia si è anche presentato l’interrogativo sulla morte causata dalla scelta umana maturata nel buio di una mente segnata dalla malattia e dalla depressione.

Non si può leggere il racconto della passione senza sentirsi partecipi dell’abisso del dolore che segna le vite di tutti coloro che si sono trovati improvvisamente a perdere i loro cari. Un’immagine di questi giorni può essere di aiuto a cogliere l’importanza di ascoltare il racconto della passione e di trovare in esso un annuncio di speranza: è l’immagine del volto sconvolto di Ulrich Wessel, preside del Joseph-König-Gymnasiums di Haltern am See, cittadina del Rheinland-Pfalz.

Germanwings A320 abgestürzt - Haltern am SeePer primo si è trovato nella drammatica situazione di dover comunicare la notizia della morte di sedici alunni e di due insegnanti della sua scuola alle loro famiglie. Caricato di una responsabilità e di un peso insopportabile nell’incontrare il dolore e la disperazione di genitori e congiunti. Richiesto di riferire sulla situazione della scuola nella conferenza stampa tenuta nella cittadina di Haltern è intervenuto, tra il sindaco e la ministra della scuola, circondato da microfoni di fronte ai giornalisti, al centro di una sala del Municipio in cui era attesa una sua parola. Ben poco aveva da dire: solo i sui occhi lucidi, il volto disfatto, tirato e i capelli scomposti, parlavano. Dietro di lui, sulla parete, immobile, stava la scultura di un crocifisso, immagine illuminata del corpo di Gesù, le braccia aperte, i piedi inchiodati in parallelo e distesi, il capo inclinato sopra a tutto quel dolore. Quel crocifisso, immagine silenziosa sotto le capriate di legno della sala del Comune era una memoria: Gesù è entrato negli abissi umanamente incomprensibili della morte. La salvezza che ci ha portato non è avvenuta ‘nonostante la morte’, ma egli stesso è passato attraverso il buio e l’assurdità di una morte causata da scelte umane di violenza, di incomprensione, di ostilità, di irresponsabilità, di inconsapevolezza (‘… non sanno quello che fanno…’) e dentro a tale morte ha portato il seme di una fecondità nuova. Chi vive nel dolore della morte non rimane solo. La testimonianza di coloro che seguono Gesù è chiamata a seguirlo, ad essere vicini a chi sta nell’ombra di morte, a scorgere che anche l’abisso dell’assurdità del dolore è stato attraversato dalla presenza di Gesù che ha raccontato nella sua vita il volto di Dio che raccoglie il dolore e ogni pianto, non lo lascia nella solitudine e non lo dimentica. Nell’abisso della morte Gesù ha posto il seme di vita nuova.

Alessandro Cortesi op

V domenica Quaresima – anno B – 2015

DSCN0725Ger 21,31-34; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Il cammino di quaresima ci orienta verso l’ora di Gesù, l’ora della sua passione. E’ questa l’ora della alleanza. La lettura dal libro della consolazione di Geremia contiene la promessa di una alleanza nuova scritta nel profondo del cuore, una alleanza che compirà la parola di Jahwè ‘Io sono il Signore tuo Dio’ (Es 20,1): “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo”. Quella reciproca appartenenza, nucleo profondo dell’alleanza, sarà una realtà nuova interiore che investirà e trasformerà l’intimo dei cuori.

La pagina della lettera agli Ebrei, conduce a fissare l’attenzione su Cristo il Figlio che imparò l’obbedienza come ascolto radicale dalle cose che patì. Indica come in lui si compie l’alleanza promessa: “reso perfetto divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono.” Cristo una volta per tutte si è offerto con un amore capace di giungere fino alla fine per la salvezza. In lui si compie l’alleanza definitiva. Il suo essere sacerdote, figura di mediazione tra Dio e l’umanità, è di tipo nuovo rispetto al sacerdozio ebraico. Anzi ne costituisce un radicale superamento: Gesù è sacerdote di tipo nuovo non perché compie riti particolari, o perché appartiene ad una élite connessa al culto o alla guida della comunità, ma perché ha fatto della sua vita un dono, ha vissuto un orientamento al Padre, una obbedienza a lui in tutta la sua esistenza, in solidarietà con ogni uomo e donna. Il culto diviene il dono di sé, si rapporta alla vita e si compie nella compassione e nella giustizia.

Nella passione Gesù ‘offrì preghiere con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà’. Si può leggere questo drammatico versetto vedendo in esso l’indicazione della via seguita da Cristo, la sua fedeltà al Padre. Ed il Padre l’ha esaudito non perchè l’ha liberato dalla morte ma perché lo ha sostenuto nella fedeltà alla testimonianza dell’amore: il mistero di Dio è infatti l’amore debole e inerme che si dà fino alla fine. La salvezza per noi ha la sua origine nel dono di amore di Gesù.

Nella pagina del IV vangelo alcuni greci presenti a Gerusalemme cercano Filippo, uno dei discepoli di Gesù, con un nome di origine greca originario di Betsaida, e chiedono: ‘Vogliamo vedere Gesù’: il termine ‘vedere’ nel IV vangelo indica la tensione a cogliere la dimensione profonda degli eventi ed il loro significato. E’ domanda della comunità giovannea che esprime la tensione a cogliere il mistero profondo dell’identità di Gesù. Filippo si reca da Andrea e poi con lui da Gesù. Da qui si sviluppa un discorso di Gesù che parla della sua ‘ora’ e indica il suo cammino usando il paragone con il seme di grano che, se non cade in terra e non muore, rimane solo, ma se muore genera molto frutto. Gesù parla di sé e del mistero della sua vita, mistero di glorificazione e di morte nel contempo: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto per terra non muore rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”

Appaiono parole chiave del IV vangelo: l’ora, la glorificazione, il morire, il perdere la vita, il servire, la vita eterna. Gesù riferendosi all’ora conduce a cogliere il senso della sua esistenza: l’ora della sua vita è il momento della sua morte. In quell’ora si consegna al Padre e si da’ per tutti, come colui che scende e serve. Consegnato nel tradimento, è in realtà egli stesso che, in libertà piena, si consegna per noi. La sua ora è ora di morte e tuttavia per il IV vangelo è un’ora di glorificazione, perché proprio lì, in quella morte, si manifesta il volto di Dio come amore.

Gesù intende la sua vita come una semina, e indica la sua morte come il momento di un perdersi che genera vita: “per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo Nome”. Nel perdere la vita Gesù manifesta la vita di Dio, il suo volto come vita che si dona e sa che solo così si genera una vita abbondante: quell’ora apre ad una vita feconda, la vita eterna. La gloria di Gesù si rivela nel dono della sua vita e nell’amore sulla croce.

Quell’ora che a Cana non era ancora arrivata, che ‘sta venendo’ nell’incontro di Gesù con la donna di Samaria, adesso è giunta: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. Per il IV vangelo l’ora di Gesù è la grande trama su cui è tessuto l’intero scritto: tutto sta in tensione verso quell’ora. E’ l’ora della croce che si prolunga e comprende la passione la morte la risurrezione e l’ascensione di Gesù, la sua glorificazione. E’ l’ora in cui tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto; è anche l’ora in cui, quando sarà innalzato da terra, Gesù attirerà tutti a sé.

Alla domanda dei greci, che desideravano vedere Gesù, Gesù indica la croce come momento in cui tutti lo potranno vedere: sia i figli e discendenti di Abramo, sia i greci, i pagani, possono vedere in lui la gloria stessa di Dio, il volto di Dio come amore visibile nel profilo dell’innalzato.

L’ora di Gesù non è solo un momento cronologico nel corso della sua vita, ma si connota come un tempo che anticipa ogni futuro e indica l’orientamento di tutta la storia: l’ora di Gesù è tempo finale che irrompe nel presente e rende vicino la profondità dell’amore di Dio per l’umanità.

E’ l’ora della compagnia in cui Gesù apre la strada a coloro che lo hanno seguito e sono suoi servi. Quest’ora è avvertita in modo drammatico: Gesù vive paura ed angoscia di fronte a quest’ora ed invoca ‘Padre glorifica il tuo nome’. Il Padre è coinvolto e presente nell’ora di Gesù, e conferma la via che Gesù sta seguendo. Nel momento in cui è trafitto inizia quel movimento di attrazione e di coinvolgimento che si allarga: coloro che hanno visto la sua ‘gloria’ possono ‘vedere’ la sua vita e comprendere in modo nuovo la propria esistenza.

DSCF5546Alcune riflessioni per noi oggi

Come il seme di grano, se non muore rimane solo… Ascoltiamo queste lettura mentre siamo colpiti da notizie di attentati e atti terroristici: ultimi in ordine di tempo l’attentato contro cristiani radunati nell’Eucaristia domenicale a Lahore, e quello conclusosi con l’uccisione di molti turisti provenienti da ogni parte del mondo mentre si recavano a visitare il museo del Bardo a Tunisi.

Sono episodi e scelte di morte che si susseguono in questo tempo segnato da intolleranza, violenza, fondamentalismi. Sono momenti che evidenziano una guerra intestina al mondo islamico per guadagnare posizioni di dominio e controllo tra correnti di potere diverse che non si fanno scrupolo nell’utilizzo del fattore religioso per giustificare i loro atti criminali e mirano a suscitare quello scontro di civiltà su cui gruppi di potere e violenti possono lucrare. Sono momenti che suscitano le reazioni scomposte di chi alla violenza non sa fare altro che opporre la logica della guerra e dell’intolleranza, senza riflettere sull’inutilità di seminagioni di morte.

Ad una lettura forse più profonda tutti questi eventi segnalano l’emergere di scelte di morte che sono frutti velenosi di tanti semi di violenza e di guerra gettati a piene mani nella storia degli ultimi decenni in particolare. Decenni di bombardamenti in Afghanistan, l’illusione di esportare la democrazia senza interagire con culture diverse con l’uso delle armi e della guerra in Irak, il lungo sostegno e appoggio prima e il rapido abbandono poi di dittatori che avevano governato in molti paesi del Nordafrica, soprattutto il commercio di armi che ha alimentato e continua ad alimentare in modo criminale le strategie di chi le utilizza: sono tutti semi di morte gettati con abbondanza e senza scrupoli di sorta da parte occidentale, che prima o poi generano mostri.

E quando i mostri si avvicinano con le loro ombre e appaiono incombenti invadendo il nostro quotidiano ritenuto tranquillo e distante dai luoghi della violenza, non possiamo dimostrarci sorpresi o sconcertati. L’indifferenza e l’assenza di scelte politiche di fronte al fenomeno delle migrazioni dal sud del Mediterraneo, la tranquilla assuefazione alla produzione e al commercio delle armi sono altri aspetti delle gravi responsabilità dell’Occidente in genere e dei paesi europei, centrati sui propri interessi e ripiegati nell’alimentare un sistema economico che uccide. Sta qui il punto di un cambiamento radicale necessario e urgente.

Semi di morte contrapposti al seme di grano che solo se muore produce frutto. Il richiamo a pensare la vita come seme di grano che chiede di essere seminato, di andare perduto per generare fecondità nuova è una direzione diversa: è prospettiva di solidarietà e condivisione. In questo perdersi, nel considerare la propria vita legata ad altri e nella linea del servizio per tutta l’umanità, solamente può esserci un ritrovarsi. Nel concepire l’esistenza come consegna al Padre e agli altri sta una fecondità che non viene da nostre capacità ma da chi è la fonte della vita.

“Porrò l’alleanza nei cuori…” Viviamo oggi un senso più profondo della responsabilità personale, della autonomia nelle scelte, della rilevanza delle scelte derivanti dalla coscienza in tutto ciò che facciamo. Tuttavia assistiamo attorno a noi a continue manifestazioni di percorsi in cui è assente la consapevolezza di responsabilità nei confronti degli altri: i casi di corruzione emersi a più riprese negli ultimi tempi ed anche in questi ultimi giorni ne sono un sintomo.

Come osserva Alberto Vannucci, docente di Scienza Politica all’Università di Pisa: “A fronte di una politica in via di liquefazione, ben strutturate appaiono invece le reti di una corruzione spesso eletta a sistema e metodo di governo. Coerentemente col paradigma neoliberista, infatti, nei vari e assortiti comitati d’affari si realizza una privatizzazione del bene comune, convertito in potere d’acquisto e spartito tra i pochissimi partecipanti al gioco della corruzione”.

Tale osservazione dovrebbe rendere vigili e stare in guardia di fronte a linee di tendenza dell’attuale momento politico: “Dovrebbe poi destare qualche preoccupazione in più il fatto che il modello di ‘catena di comando’ che l’agenda politica delle riforme a tappe forzate prevede di applicare ad ogni livello – da quello di governo, a quello ‘manageriale’ della dirigenza amministrativa, fino alla Rai e alle scuole – ricalchi il modello-Incalza, che poi è analogo a quello della ‘cricca della Protezione civile’, fino agli scandali incensata come paradigma efficientista da imitare e replicare. Un ‘dominus’ sciolto da vincoli e impacci, forte di un’investitura politica – dall’alto o dal basso, a seconda del ruolo – cui si attribuiscono grandi poteri in assenza di contrappesi e strumenti efficaci di controllo” (da http://www.libertaegiustizia.it 18 marzo 2015).

Così ancora annota Roberta De Monticelli: “La corruzione della legge, il suo appiattimento sul fatto. La sola direzione nel rapporto fra l’ideale e il reale che chi è al potere conosca, in Italia, da troppo tempo, ma con un’accentuazione e un’accelerazione parossistica negli ultimi tempi. Che l’ideale si riduca al reale, che il diritto si schiacci sul potere e il dovere sulla forza di chi ce l’ha. Speriamo che non avvenga ancora . In ogni caso, l’autorità dell’Autorità anticorruzione ha una sola fonte: noi cittadini. Cosa avverrebbe se – Cantone non voglia – passasse invece la proposta di appiattire sulla realtà perfino uno straccio di ideale come quello, minimo, che chi a giudizio dei tribunali ha abusato del potere, debba lasciarlo almeno fino a prova contraria? Forse è bene almeno prenderne atto: sono le nostre coscienze, l’ultima barriera. Quando cederanno anche quelle, la differenza fra uno Stato e una combriccola di briganti non esisterà più. Forse non siamo mai stati così vicini a questo limite” (Abuso d’ufficio, niente scorciatoie, “Il Fatto quotidiano” 18 marzo 2015).

Il richiamo alla responsabilità personale e all’ascolto della coscienza, laddove Dio parla nella profondità del cuore, dovrebbe essere forse oggi uno degli appelli che emergono dall’ascolto del vangelo, di cui farsi voce e testimoni.

Alessandro Cortesi op

III domenica Quaresima anno B – 2015

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Es 20,1-17; 1Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Le dieci parole acquistano il loro profondo significato dalla prima parola che sta all’inizio: “Io sono il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù”. E’ parola di alleanza e di relazione. E’ il nome di Dio come Tu amante e liberatore che per primo offre all’uomo la possibilità di entrare in un rapporto in cui il suo volto è prezioso. Parola di un Dio amante, che rivolge la prima parola e chiede di farsi dire ‘tu’, che si china sull’uomo piegato e sfigurato. E’ parola di Dio che guarda e si prende cura di chi vive nella condizione di schiavitù: ‘Io sono tuo… ci sono per liberarti’. Le dieci parole allora possono essere lette come traduzione nel quotidiano di quest’unica e prima parola di Dio. Incontrare il Dio dell’alleanza è lasciarsi prendere dalla sua parola, nella corrente di una relazione vivente. Al principio sta un dono e un incontro. Questa parola di Dio vuole libertà e trae fuori dalla schiavitù, ed insieme orienta anche la vita di chi ascolta. Le dieci parole indicano un dono e nel contempo aprono una strada. Chi ascolta è chiamato a comprendersi in due direzioni: nell’incontro con Dio stesso, la prospettiva delle prime tre parole, e nell’incontro con gli altri, l’orizzonte delle altre sette parole. La relazione è al centro: le dieci parole aprono una spiritualità dell’incontro. Su questa via Israele viene posto portavoce di una parola di Dio per tutta l’umanità e introdotto in un cammino di liberazione. Nel lasciare spazio per il Dio vicinissimo che si comunica in una storia e nel rapporto con gli altri sta la via per un compimento della propria esistenza.

Paolo, nel suo cammino di ebreo osservante della Legge visse l’esperienza inattesa di essere afferrato da Dio stesso, il Dio dei padri. Descrive questo passaggio come un evento di incontro, il rivelarsi di una presenza, del Figlio, Gesù Cristo. Paolo scopre da quel momento che la parola definitiva nella sua vita è Gesù, e questi crocifisso: il volto di Dio si manifesta nello svuotamento di Gesù, nella sua croce. Per Paolo è questo un ribaltamento dell’idea di un Dio onnipotente e della legge. Questa sua scoperta è quanto comunica ancora nella sua prima lettera alla comunità di Corinto, dove già aveva predicato agli inizi degli anni ’50. La vicenda di Gesù con al centro la morte di croce è parola definitiva di Dio: nel cammino di dono della sua vita per gli altri Gesù è rivelazione del volto di Dio stesso. Nel rapporto con lui si può trovare il senso dell’esistenza. Ogni ricerca di potenza, ogni ricerca di sapienza è vuota. Paolo propone alla comunità di Corinto ciò che per primo ha vissuto. La vicenda di Gesù è sapienza diversa da ogni sapere umano e la sua debolezza manifesta una forza nuova e paradossale: il Dio di Gesù Cristo si rende vicino nella debolezza, nel darsi fino alla fine, nel fare della sua vita una consegna radicale nell’ascolto al Padre fino alla morte e alla morte di croce. Al cuore del suo vangelo, bella notizia che apre un senso nuovo e profondo alla vita, Paolo propone il paradosso cristiano, la ‘stoltezza’ e la ‘debolezza’ della croce che ha vinto la morte e ha generato una vita nuova per tutti.

Il brano del IV vangelo insiste sul riferimento alla Pasqua: “Si avvicinava intanto la pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme” (Gv 2,13), “ Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua…”. Giovanni pone l’episodio della cacciata dei venditori dal tempio proprio all’inizio della attività pubblica di Gesù, nei giorni della festa di Pasqua. Il gesto di Gesù sulla spianata del tempio di Gerusalemme è attestata in modo diverso dal IV vangelo (Gv 2,14-16) e dal vangelo di Marco (11,15-19) – poi ripreso da Matteo (21,12-13.17) e Luca (19,45-48) – che in modo forse più plausibile dal punto di vista storico, situa questo gesto in giorni vicini all’ultima Pasqua. Marco parla di cacciata dal tempio di coloro che vendevano e compravano. Giovanni precisa che vennero cacciati anche buoi e pecore per i sacrifici e che Gesù si fece una frusta. A spiegazione del gesto, pone poi una parola che unifica insieme due testi, uno del secondo-Isaia: “La mia casa – dice il Signore – è casa di preghiera per tutti i gentili” (Is 56,7). Si tratta di un testo che presenta un’apertura universale. Il secondo di Geremia: “Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri” (Ger 7,11). Questi testi sono indicazione che qui non si tratta di una contrapposizione né al culto né al tempio, piuttosto il riferimento va a quanto avveniva nel cortile dei gentili dove erano collocati i venditori di animali per i sacrifici e i cambiavalute che davano le monete di Tiro necessarie per pagare la tassa del tempio. Il gesto assume quindi i contorni di un gesto profetico, contro la commercializzazione presente che porta a guadagni per la classe sacerdotale, e contro la concezione del tempio come luogo di sfoggio di potenza e ricchezza, soprattutto dopo l’operazione di Erode il grande che aveva ampliato il tempio in modo imponente. Gesù parla così della preghiera, possibile senza spese, mentre i sacrifici esigevano che i poveri acquistassero colombe e, i ricchi, pecore e buoi. Il messaggio di Gesù si delinea come profezia che annuncia l’inutilità dell’istituzione stessa del tempio: l’incontro con Dio già è possibile nel presente e sta avvenendo fuori degli spazi sacri, sulle vie della Galilea nell’ascolto del messaggio di Gesù, nei gesti di accoglienza e liberazione. Già si rende presente ciò che nel suo linguaggio egli esprimeva nei termini di ‘regno di Dio’: la vicinanza di Dio che apre la possibilità di un incontro per tutti, anche per i pagani, esclusi dalla salvezza. Il IV vangelo sottolinea che Gesù parlava del ‘tempio del suo corpo’, distrutto nella morte ma risuscitato da Dio con accenno al tempio utilizzato come metafora. Per Giovanni infatti il tempio in cui è presente la dimora di Dio non è tempio costruito su di un monte ma è la presenza di Cristo e il suo corpo. L’incontro con Dio passa attraverso l’umanità che il Figlio ha preso pienamente. La Parola di Dio, per il IV vangelo nel suo farsi carne, ha indicato che l’incontro con Dio passa per l’incontro con l’umanità di Gesù e con la vita umana nella sua povertà e precarietà, con cui si è fatto solidale.

0x768141883420878915Alcune riflessioni per noi oggi.

Le due puntate di Roberto Benigni sui dieci comandamenti in TV ha avuto un enorme successo lo scorso dicembre. Ci si può chiedere il motivo di questo: forse una delle chiavi di lettura sta nella passione con cui un grande attore ha presentato una pagina nota ma non ascoltata nelle sue profondità. Ma forse soprattutto una ragione sta nel fatto che Benigni ha messo in evidenza il cuore di queste parole come declinazione dell’unica parola che apre una vita in relazione, toccando le corde sensibili dell’umano e rincorrendo parole quotidiane. Ha così intercettato le aspirazioni più profonde delle persone mettendosi di fronte ad una parola di Dio in modo nudo, alla ricerca di autenticità. L’ascolto di questa pagina in collegamento all’esistenza umana diviene allora non il confronto con una serie di comandamenti provenienti da una divinità lontana e autoritaria, ma una parola dell’amore offerta. Una parole capace di dare voce ai desideri più profondi presenti nella vita stessa e capace di parlare per la vita: e solo le parole dell’amore e i gesti dell’amore, solo i movimenti che partono dall’interno della vita possono muovere e cambiare l’esistenza. La provocazione di un tale commento che diviene improvvisamente non solo udibile, ma anche affascinante, è una grande sfida per il modo in cui accostiamo le pagine della Scrittura. Solo un ascolto connesso alla vita sensibile alle esperienze dell’umanità, aperto a porsi in contatto con le domande della vita può aprire significati e orizzonti nuovi e inediti per tutti.

Paolo sottolinea come Gesù rivela un Dio debole, un’esistenza che si svuota… Se l’esistenza di Gesù è stata nel segno dello svuotamento (kenosis) anche l’ascolto dei credenti e la loro testimonianza vanno posti in questa linea. Cosa può significare oggi vivere un’esperienza comunitaria che si ponga su questa linea? Potrebbe significare uscire da tutte le forme del clericalismo e dalle ricerche di grandezza e onnipotenza, legate ad una visione di Dio onnipotente e lontano. Potrebbe anche cercare di vivere essnzialità e spogliamento di tutte quelle forme esteriori o di grandezza che nascondono il volto del crocifisso. Potrebbe anche e più profondamente essere scoperta che Gesù Cristo che si è svuotato rivelandoci il volto di un dio debole, è vuotato dentro questa storia e dentro questa vienda umana. Allora la storia e i cammini umani sono luoghi in cui Dio è già presente e siamo chiamati ad ascoltare e imparare da tale svuotamento a leggere le chiamate di Dio, il suo comunicarsi continuo nella storia, nei segni dei tempi, nei segni del nostro tempo.

Parlava del tempio del suo corpo… Corpo di Cristo e corpi nostri. Corpi di coloro che sono oggi crocifissi e resi schiavi e condannati. Nel film ‘Jesus de Montréal’ (diretto da Denys Arcand, 1989, vincitore del premio giuria al festival di Cannes 1989) una suggestiva trasposizione del gesto di Gesù nel tempio che rovescia i tavoli del mercato, è reso nel gesto irato del protagonista (che nel film ricopre il ruolo di Gesù), che si ribella allo sfruttamento del corpo delle donne da parte dei dirigenti di una compagnia cinematografica che fanno sfilare alcune ragazze durante un provino e si scaglia contro le macchine da presa e le attrezzature fotografiche con cui i loro corpi sono sfruttati. Oggi 8 marzo è festa della donna, giorno che ricorda oppressioni e lotte: momento per riflettere sulle diverse modalità d’ingiustizia e di sfruttamento nei confronti delle donne, nel mondo del lavoro, nella tratta a scopo di prostituzione, nello sfruttamento, nel non riconoscimento della dignità di donne ridotte a cose e sottomesse al potere.

Nella mentalità biblica il corpo non è solamente una parte materiale senza importanza o sede di negatività, uno strumento separato dalla dimensione dello spirito. E’ piuttosto indicazione di una totalità complessa dell’identità umana e dell’esistenza in relazione. Comunichiamo con gli altri nella nostra corporeità che in sé vive del respiro dello spirito. L’interiorità stessa si comunica solamente nel e per mezzo di un corpo. Per questo non abbiamo un corpo ma siamo un corpo. L’attenzione al corpo, alla salute, allo stare bene è esperienza del nostro tempo, talvolta essa racchiude ancora tracce di una antica separazione, del dualismo che separa concretezza e idealità: si tende ad un corpo ideale e non si prende atto delle condizioni concrete e limitate del nostro stare al mondo. L’attenzione alle persone, nella concretezza di una corporeità situata, rinvia a tutte le dimensioni della vita, è via per scoprire il corpo come vita e relazione e per vivere il rispetto, per non ridurre il tempio di Dio ad un mercato.

Alessandro Cortesi op

XXIV domenica tempo ordinario – 2014 – Festa dell’esaltazione della croce

640px-Giunta_pisano,_crocifisso_di_san_ranieri(Giunta Pisano – crocifisso di san Ranierino – Pisa 1250 ca.)

Num 21,4-9; Fil 2,6-11; Gv 3,13-17

Nel IV secolo a Gerusalemme sorse la festa della croce di Gesù che oggi viene celebrata dalla chiesa cattolica e ortodossa. E’ una festa che pone in risalto una dimensione fondamentale della fede in rapporto alla croce e parla di ‘esaltazione’, termine che si potrebbe intendere come ‘gloria’.

La croce è strumento di tortura, supplizio e segno della condanna riservata agli schiavi, segno di umiliazione, ed è lo strumento orribile di oppressione con cui è stato condotto a morte Gesù. E’ così un simbolo di tutte le forme di violazione della dignità umana e di sofferenza portata sulle vittime. Come tale la croce è un ricordo doloroso quale segno della malvagità umana che conduce a supplizi atroci e ha costruito e utilizza strumenti di tortura e di umiliazione.

Non c’è nulla da esaltare riguardo alla croce come strumento di morte. Ciò che sta al cuore di questa festa è il fatto che Gesù, andando incontro alla sua condanna, ad opera del potere religioso e politico, ha vissuto fino alla fine un amore indifeso e aperto a tutti fin sulla croce, luogo del suo supplizio. Proprio il suo cammino verso la morte e il suo stare sulla croce sono stati manifestazione del ‘peso’ dell’amore di Dio. La croce non è innanzitutto luogo del dolore come certa pietà della sofferenza ha portato ad intendere, ma luogo in cui si è reso visibile fino a che punto giunge l’amore di Dio: Gesù nella sua vita vissuta sino alla fine come dono di sé e servizio in un amore che giunge a darsi anche ai persecutori ha manifestato il modo di amare di Dio.

In ebraico il termine gloria (kabod) esprime il peso, lo spessore della vita divina. Sulla croce Gesù ha manifestato il peso della vita divina nella storia facendo toccare le dimensioni sconfinate dell’amore. In tal senso si sviluppa la lettura dell’evento della crocifissione di Gesù da parte del IV vangelo. In questo scritto infatti si può rintarcciare una lettura che va oltre un livelo immediato di sguardo ed apre a scorgere proprio nell’evento della croce un momento di rivelazione, il manifestarsi di Dio nella comunione del Padre Figlio e Spirito. Il IV vangelo pone in risalto come la croce, strumento del supplizio disumano, sia stato luogo di manifestazione dell’amore. In questa prospettiva viene colto un messaggio paradossale: sulla croce luogo dell’abbassamento si attua un innalzamento: è il medesimo movimento di discesa e ascesa che un antico inno delle prime comunità ripreso da Paolo evidenzia (Fil 2,6-11). IL Iv vangelo sottolinea che Gesù è posto in alto dove manifesta la gloria dell’amore. Sulla croce Gesù si rivela come re e la sua identità viene paradossalmente sottolineata nella scritta apposta sopra la croce, come pure nelle parole di chi assisteva (Gv 19,19). Alla vista degli uomini Gesù è umiliato, ma ad un livello profondo il suo essere posto in alto è segno della grandezza e della gloria dell’amore.

Nel dialogo con Nicodemo Gesù è presentato come colui che sale al cielo in quanto è l’unico che è disceso dal cielo (3,13 con riferimento al prologo Gv 1,4). Sulla croce si compie così un innalzamento che comporta anche un raduno, che comprende tutta l’umanità edè raduno di per la vita e non per la morte: “Quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Un accostamento viene così suggerito tra il gesto di Mosè nel deserto che innalzò il serpente di bronzo nel deserto (Num 21,4-9) e l’innalzamento di Gesù, figlio dell’uomo: “E come Mosè innalzò un serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Il segno del serpente issato era segno di guarigione che liberava dalla malattia coloro che rivolgevano lo sguardo. La croce è vista come momento della glorificazione perché proprio nel luogo più buio e di supplizio, nel momento in cui si manifesta il male frutto delle scelte umane, Gesù ha mostrato come ama Dio e rivela il suo darsi al Padre e a tutta l’umanità: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto” (Gv 3,16).

Il segno della croce diviene allora il segno di un dono che si allarga a dimensioni universali, di una vita che nella nonviolenza dell’amore passa attraverso la morte e vive la stessa morte come momento di fedeltà al Padre e solidarietà all’umanità. Così la croce, pur nel rimanere un segno di morte, assume una luce nuova: è segno di vita comunicata, diviene memoria che la consegna inerme nell’amore è più forte della morte. La memoria di Gesù nella comunità cristiana sarà sempre quella del crocifsso risorto: la sua gloria si è manifestata nella debolezza dell’amore crocifisso.

Nell croci dipinte di età medioevale questo motivo teologico viene espresso in particolare in due elementi (visibili nell’immagine della croce di Giunta Pisano quale esempio): il primo è l’aureola, con inscritta una croce, che circonda il capo reclinato di Gesù nella sua morte: è segno di glorificazione e di onore che fa scorgere nel crocifisso colui che vive un amore capace di vincere la morte. Il secondo elemento è la raffigurazione del busto di Gesù vivente, nella condizione di Signore risorto, in atto di benedire, nel clipeo sulla parte superiore del crocifisso. Il medesimo Gesù che ha vissuto il cammino della croce è il Signore vivente del tempo e della storia.

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Alcune riflessioni possono accompagnarci a cogliere il messaggio di questa festa per la nostra vita.

In questi giorni la notizia di tre suore saveriane, Olga Lucia Bernardetta, uccise a Bujumbura in Burundi, ha riportato all’attenzione il dramma della violenza scatenata contro gli innocenti. Di fronte alla loro vicenda il ricordo va ad Annalena Tonelli, e insieme a lei a tanti missionari, medici, volontari, giornalisti che, presenti in luoghi di sofferenza e di povertà, per testimoniare solidarietà incontrano mani e menti assassine. Una violenza tanto più assurda quando è perpetrata verso persone che hanno dedicato la loro vita all’accoglienza e alla cura, nel testimoniare come è possibile la fraternità anche laddove la guerra, i conflitti etnici, la miseria, la sopraffazione hanno devastato i cuori.

Marco Politi (La tragica normalità di tre donne di Dio, “Il Fatto quotidiano” 10 settembre 2014) ha sottolineato la dimensione ‘normale’ dei loro volti: “Volti umani, non ‘fotogenici’. Tre donne tra i settantacinque e i settantanove anni. Dunque da rottamare secondo la retorica della nuova casta. Tre italiane che hanno scelto di andare tra i dannati della terra, a vivere nella periferia di Bujumbara. Facendo mestieri che non sono glamour. Una insegnava, l’altra seguiva le ragazze perché imparassero taglio e cucito, la terza era ostetrica. Vite normali come quelle di decine di milioni di italiane e italiani. Vite particolari, perché volute vivere in condizioni difficili, in mezzo alla miseria vera, dedicate al riscatto di persone sconosciute sentite come fratelli e sorelle. E così probabilmente consideravano, se già lo frequentavano, il killer fermato ieri. Guardiamole quelle tre facce nelle foto sui giornali o alla televisione. Sono suore, per scelta senza divisa, hanno seguito la propria vocazione. Ma sono anche il volto di quell’Italia di tutte le età, di tutti i mestieri, di tutte le convinzioni – che fa il suo lavoro, che non disprezza né invidia gli altri, e anzi è pronta a spendersi per la comunità. In un ufficio, in un’azienda, in un ministero, in una parrocchia, in uno dei tanti segmenti della società”.

La loro morte può far riflettere sul messaggio della loro intera vita, al seguito di Gesù, colui che ha dato la sua vita per gli altri. Questo atto di violenza non deve essere occasione di parole di odio, di vendetta e di ritorsioni. Può invece essere motivo di ritrovare fedeltà alla strada su cui quelle suore hanno camminato nella loro vita: la sequela di un amore che si dona in modo nonviolento, la passione per l’umanità che stava al cuore del cammino di Gesù. Per loro la croce è stata motivo di condivisione di umanità, di servizio, vissuto nella normalità di ogni giorno. Può essere motivo di impegno e speranza per tutti i volti anonimi, per vivere questo tempo di crisi scoprendo l’essenziale.

Alessandro Cortesi op

Domenica delle Palme – anno A – 2014

 

Ingresso Gerusalemme-1Ingresso di Gesù a Gerusalemme – mosaico XII-XIII secolo – Monreale (Pa)

Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Matteo nel suo vangelo suddivide in sette tappe il racconto della passione di Gesù. Il succedersi di questi momenti è da leggere in un orizzonte suggerito sin dall’inizio: ‘Voi sapete che fra due giorni è pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso’ (Mt 26,2).

La Pasqua ebraica, evento di alleanza, di rivelazione di Dio vicino, che ascolta il grido dei poveri e scende a liberarli, è il quadro di riferimento nel quale leggere i vari momenti della passione di Gesù. Matteo offre anche un’altra chiave interpretativa suggerendo sin d’ora il tema della ‘consegna’. Gesù viene tradito, consegnato: questo è un primo livello dell’approccio alla vicenda della passione: tale tradimento, inizio della vicenda del processo e della condanna, si pone sul piano storico. Gesù viene messo nelle mani dei suoi uccisori, e d’altra parte appare come Gesù rimanga libero nell’affrontare questa consegna e lui stesso si dà vivnedo una lucida comsapevolezza del suo percorso: ‘Il mio tempo è vicino’ Mt 26,18). Ad una lettura nella fede, teologica della vicenda storica di Gesù, Matteo evidenzia che si sta portando a compimento in questi eventi una più profonda consegna di Gesù stesso, consegna di sé al Padre e consegna della sua vita nel dono per tutta l’umanità: è lui il servo che giustificherà molti.

Il racconto pasquale inizia con l’unzione di Betania, annuncio profetico della morte di Gesù. Ad esso seguono i preparativi e lo svolgimento della cena pasquale, seconda scena, in cui Gesù, consegnato da Giuda (Mt 26,16.20), si offre e si dà liberamente: la sua vita è il ‘sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati’ (Mt 26,28). Matteo qui suggerisce che nella partecipazione alla vita di Gesù (il sangue nela mentalità semitica è simbolo della vita) si attua il perdono dei peccati e quindi il superamento di tuta la ritualità dei sacrifici che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme.

Il terzo momento è al Getsemani: Gesù raffigurato come il giusto che subisce la prova è presentato nel suo stare in rapporto con la sua comunità: ‘andò con loro… presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo… disse loro: … vegliate con me’ (Mt 26,26-38). Con i suoi e in preghiera: Matteo insiste sulla preghiera di Gesù in questo momento ma i suoi non lo seguono e non gli stanno vicini nel suo pregare: l’hanno seguito ma non giungono a stare con lui fino alla fine: è fallimento della loro sequela. Proprio prima di essere arrestato Gesù parla di se stesso come pastore e annuncia la dispersione del gregge (Mt 26,31) riprendendo un testo di Zaccaria; ma indica anche un nuvo raduno, dopo la Pasqua, in Galilea. Sarà un inizio nuovo, un seguirlo che sarà diverso e nuovo.

Segue la scena dell’arresto: al centro è ancora Gesù nella sua attitudine di rifiuto radicale della violenza che ha contagiato anche i discepoli (Mt 26,51-54): contrapponendosi alla logica della spada invita a leggere le sue scelte come ‘compimento delle Scritture’, realizzazione di quel disegno di Dio di salvezza e di liberazione che in tutto il Primo Testamento si era svolto.

Matteo presenta poi il processo giudaico (Mt 26,57-68) mentre Pietro vive il rinnegamento di Gesù (Mt 26,69-75): è una sezione in cui compaiono una serie di titoli, segno della rivelazione di Gesù quale messia: ‘d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio e venire sulle nubi dell’altissimo’ (Mt 26,64). E’ questa una parola che rinvia al testo di Daniele in cui si parla del messia come di una figura che verrà negli ultimi tempi, con funzione di giudice della storia e con una signoria nuova (Dan 7,13).

La sesta scena è il processo romano, davanti a Pilato, momento in cui si evidenzia la strumentalizzazione della folla di Gerusalemme, l’indifferenza di Pilato che si lava le mani e l’espressione di simpatia anche da parte pagana nell’intervento della moglie di Pilato (Mt 27,19) che presenta Gesù come ‘quel giusto’. A conclusione del processo ancora un nuovo passaggio di consegna: Pilato ‘lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso’ (Mt 27,26)

Al vertice della narrazione sta la crocifissione: Gesù è presentato nel suo essere vulnerabile: lo schernivano ‘ha salvato gli altri, non può salvare se stesso’ (Mt 27,42). Accetta la morte senza salvare se stesso: è lui qui che si consegna. Ma proprio il momento della morte è presentato come una rivelazione di Dio, una grandiosa teofania. L’utilizzo del linguaggio simbolico apocalittico sta ad indicare che quella morte è evento che segna e cambia la storia, coinvolge il cosmo e tutta l’umanità. C’è chi rifiuta Gesù, c’è chi si apre ad una nuova fede come il centurione pagano e tutta l’umanità è liberata: i morti escono dai sepolcri. Il salmo 22 pronunciato da Gesù sulla croce è la preghiera di un giusto sofferente, inerme che chiede di essere risparmiato dalla violenza e che abbandona la sua sorte a Dio, lascia a lui l’ultima parola e si apre alla lode dell’azione potente di Dio: ‘il regno è del Signore… e io vivrò per lui…’. La rivelazione della morte compie la teofania del momento del battesimo (cfr. Mt 3,13-17) e ‘accade la pasqua’. I capitoli della passione si chiudono con la sepoltura e la doppia ‘vigilanza’ di carattere diverso, davanti al sepolcro, quella delle donne (Mt 27,61) e quella – imposta dal potere – delle guardie (Mt 27,64-65).

Matteo presenta Gesù come il giusto che affida la sua vita al Padre e la dona a tutti: è messia che compie le Scritture nel ‘fare la pasqua con i suoi’.

DSCF3201Suggerisco solamente alcuni punti su cui riflettere oggi.

Nella vicenda di di Gesù e nella sua passione giocano un ruolo decisivo i diversi rappresentanti di poteri, quello civile e quello religioso che in modi diversi, con preoccupazioni e paure diverse convergono nel determinare la sua condanna. Il potere dei sacerdoti vedeva nella predicazione di Gesù una critica fondamentale al proprio sistema religioso, incapace ormai di lasciarsi mettere in crisi per la pretesa di avere le chiavi della Legge, la figura di Pilato evidenzia una politica preoccupata solamente di preservare il controllo e pronta ad inseguire in modo demagogico l’esigenza di sottomissione. Anche oggi forme diverse di potere, politico, economico e finanziario generano vittime e mantengono nella sottomissione. Ed ogni sistema religioso tende a costruirsi come potere che non apre a cammini di liberazione e non dà vita. Ascoltare la passione di Gesù è motivo per maturare scelte per resistere e liberarsi da tali poteri. E’ motivo per indirizzare la vita sulla via di colui che con il suo silenzio e la sua inermità si oppose a chi rifiutava la sua parola e la sua testimonianza di una vita donata sino alla fine.

I segni e le parole di Francesco vescovo di Roma offrono un nuovo respiro di semplicità, di lucidità nell’attenzione ai poveri, nell’essere solidali con loro. La sua durissima critica ad un sistema economico che genera iniquità ed è profondamente violento nel promuovere una cultura dello scarto, il suo sguardo a chi è escluso dal punto di vista sociale e culturale, la sua attenzione all’ambiente nell’ottica della giustizia hanno posto in primo piano le autentiche domande su cui l’umanità oggi decide il suo futuro. Le sue parole richiamano la priorità del vangelo come annuncio di liberazione per i poveri. Di qui tante lodi e segni di ammirazione per la sua dirittura e coerenza. Eppure di fronte a tante lodi c’è da chiedersi dov’erano questi elogiatori mentre tanti nel silenzio di un impegno quotidiano vivevano con fatica questi gesti e questa linea di impegno, cercando di costruire comunità capaci di confrontarsi con il vangelo e di vivere testimonianze controcorrente, tacciati di cedere al relativismo perché attenti alle persone e non alle strategie di influenza politica. Riascoltare la passione di Gesù è motivo per riflettere su come seguire Gesù che ha dato la sua vita, vissuta nel segno dell’ospitalità, della vicinanza ai poveri, di una condivisione aperta, della nonviolenza.

Il racconto della passione di Matteo ha una sottolineatura propria che sta nell’attenzione alla vita della comunità ecclesiale. E’ una comunità dove è compreso Isaraele, e che si allarga a comprendere tutti coloro che vivono una sequela nuova nei confronti di Gesù perché partecipano alla sua vita. C’è un versetto che genera difficotà laddove Matteo presenta una affermazione che egli attirbuisce a tutto il popolo di Gerusalemme: ‘il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli’ (Mt 27,25). Nel quadro della narrazione questo grido è l’esito dell’azione di Pilato che ha voluto lasciare ad altri ogni responsabilità per la morte di Gesù. Forse Matteo inserisce questa espressione a sottolineare una distanza che si fa progressiva a fine del I secolo tra la comunità cristiana e quella ebraica. Ma per essere letta in profondità questa affermazione va collegata alle parole dell’ultima cena: quel sangue, cioè la vita stessa di Gesù, non è versato per compiere del male, ma è versato solamente per un perdono da cui nessuno è tenuto fuori. L’unico Giusto diviene sorgente di vita per tutti, rivelazione del volto di Dio dono di amicizia per tutti. Veramente è Gesù l’unico giusto che genera la vita di una comunità nuova dove tutti sono accolti. Ne è segno la cena che è assemblea di peccatori, dove sono presenti coloro che abbandoneranno Gesù e colui che lo tradisce. Ma a tutti, alle moltitudini, Gesù offre la sua vita per aprire una storia nuova. Come far sì che l’eucaristia non sia assemblea che esclude e separa ma luogo della memoria pericolosa di Gesù che si offre e perdona nonostante il rifiuto? La testimonianza credente, la vita delle nostre comunità oggi dovrebbe scoprire e comunicare queste dimensioni di apertura, di dono e di speranza per tutti.

Di fronte alla violenza che penetra anche all’interno della comunità Matteo presenta il volto di Gesù che si oppone all’uso delle armi e della violenza. «Gesù disse: Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52). E’ proposta sconvolgente di un amore mite che non può far uso di armi. La croce è uccisione di colui che fino alla fine rimane fedele nel dare la sua vita per gli altri, rifiutando ogni violenza. Il Dio di Gesù è il Dio che salva gli altri non salva se stesso. Matteo contrappone nella scena finale della passione una vigilanza armata delle guardie, colma di paura, e una vigilanza delle donne, carica di trepidazione, disarmata: ‘lì sedute di fronte alla tomba c’erano Maria di Magdala e l’altra Maria’ (Mt 27,61). Come entrare nel cammino delle donne che hanno saputo seguirlo sin dalla Galilea e sono già indicazione di uno stile di seguire Gesù che condurrà ad incontrarlo vivente, oltre la morte?

Nei giorni scorsi a Homs in Siria è stato ucciso da un gruppo armato il gesuita Frans Van der Gut di 76 anni, olandese psicoterapeuta, che da quando era iniziata la guerra non aveva mai pensato di lasciare il popolo con cui aveva condiviso cinquant’anni della sua vita: “Il popolo siriano mi ha dato così tanto, con tanta gentilezza – diceva – se adesso il popolo siriano soffre voglio condividere con loro il dolore e le difficoltà”. Di fronte alla violenza che imperversa anche oggi testimoni del crocifisso risorto sono piccole luci che con la loro capacità di gratitudine, vissuta nella vicinanza al capezzale di popoli che soffrono, continuano il racconto della passione e tengono viva la speranza della risurrezione.

Alessandro Cortesi op

27 Giotto - L'ingresso a Gerusalemme part(Giotto, affresco ingresso di Gesù a Gerusalemme (part.) Padova – Cappella degli Scrovegni)

V domenica tempo ordinario – anno A – 2014


DSCF3841Is 58,7-10; Sal 112; 1Cor 2,1-5 Mt 5,13-16

“Ai poveri, ai sofferenti, agli affamati egli lancia, in mezzo alla miseria del presente, il suo ‘salvezza a voi!’ ‘beati, felici voi’. Una felicità dei poveri, una felicità degli infelici? Non si deve intendere la beatitudine come una regola generale a tutti comprensibile, dvunque e sempre valida: quasi che ogni povertà, ogni sofferenza, ogni miseria fosse automatica garanzia del cielo, se non addirittura del cielo sulla terra. la beatitudine dev’essere intesa come una promessa: una promessa che si avvera per chi, invece di ascoltarla impassibilmente, la fa fiduciosamente propria. Già irrompe, nella vita di costui, il futuro di Dio, portando con sé subito consolazione, eredità, appagamento. Ovunque egli vada, Dio lo precede, Dio è là. Nella fiducia in questo Dio precedente si trasforma già ora la sua situazione; già ora si può vivere diversamente , diventa capace di una nuova prassi, di un’illuminata dispnibilità all’aiuto, senz’ansia di prestigio e senza invidia per chi ha di più. L’amore non si risolve in un’attesa meramente passiva. Proprio perché sa che il suo Dio lo precede; il credente può impegnarsi in maniera concreta, dando prova, in ogni attività e impegno, di una sorprendente, superiore serenità: una serenità che – simile agli uccelli del cielo e ai gigli del campo – confida nel Dio provvidente e guarda al lieto futuro, senza angustiarsi per il cibo e per il vestito, senza darsi pena per il domani” (Hans Küng, Tornare a Gesù, Rizzoli 2013, 184-185).

Subito dopo le beatitudini Matteo presenta la parola di Gesù: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo…” E’ una parola che dice l’identità profonda dei discepoli: chiamati ad accogliere la possibilità di una felicità sin da ora vivendo de-centrati, rivolti verso… a Dio che precede e promette. Essere e sale ed essere luce non è dato acquisito una volta per tutte. E’ piuttosto condizione di chi sa di dover rimane nell’ascolto della parola di Gesù, sospeso ad essa. E proprio questo impedisce ogni pretesa di autosufficienza, di grandezza e di vanto. Essere sale ed essere luce è dono continuamente da ricevere che mantiene nella condizione di chi è medicante e povero. E’ coinvolgimento nella via delle beatitudini, ed è accoglienza fiduciosa del futuro di Dio che già si fa vicino.

‘Voi siete sale’ è parola non da pronunciare per se stessi, ma promessa da accogliere da Gesù solo. C’è possibilità di perdere il sapore. L’indicativo è anche invito e provocazione ad essere rivolti al farsi incontro di Gesù. L’incontro con lui dà nuovo sapore all’esistenza: c’è una gioia possibile che da lì nasce. ‘Voi siete luce’ è parola unita ad un richiamo di attenzione: non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro. L’invito è ad una comunicazione aperta, che come la luce illumina tutta la casa. C’è uno sguardo che si allarga a prospettive ampie, e connota i discepoli come chi spalanca porte e finestre, come chi si rende responsabile della casa di tutti: la loro vita in relazione a Gesù non può essere compresa se non nella relazione con ‘tutti quelli che sono nella casa’.

Si può cogliere una profonda consonanza tra l’identità del discepolo espressa nei termini di luce da comunicare e le indicazioni sull’attitudine dell’autentico credente nella pagina di Isaia (prima lettura): “Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio” (Is 58,10).

Essere luce non è una condizione di privilegio che allontana dagli altri e situa in una separatezza di superiorità e di distanza (si pensi alle varie forme di gnosi diffuse e alle forme dei clericalismi) ma è immagine per indicare una vita in cui sono posti gesti concreti di liberazione. Aprire il cuore all’affamato e soccorrere l’afflitto: di fronte alle tenebre dell’ingiustizia e del’oppressione la vita di chi si affida a Dio può divenire luce anche piccola, che non elimina la tenebra ma che annuncia il senso profondo della storia e si pone nella promessa di Dio. Essere sale e luce rinvia non tanto all’esecuzione di un qualche gesto particolare e delimitato, ma ad intendere tutta la vita nell’orizzonte del dono e del servizio. Nulla ha a che fare una religiosità cultuale, delle osservanze, ma attua il digiuno autentico, quella capacità di riconoscere il limite, di aver bisogno di poco, di saper essere solidali, che è dividere il pane con l’affamato, accogliere e vestire: ‘allora la tua luce come sorgerà come l’aurora’. Ed è accoglienza che apre a riconoscere il sapore proveniente dall’esperienza umana e la luce da riconoscere in tutti coloro che anche senza saperlo esprimono nella loro vita un riflesso del vangelo, da saper valorizzare e custodire.

Il rapporto con Gesù, la fede dei discepoli, non si esaurisce in una dimensione etica, ma certo implica una trasformazione, sempre provvisoria e da rivedere, della vita. Non può non trovare espressione nella concretezza di scelte e di un agire secondo una logica nuova: provoca a frutti di cambiamento, indicati in questo testo di Matteo come le ‘opere belle’. Opere belle sono gesti capaci di esprimere la bellezza che contagia la serenità di confidare nella vicinanza di Dio, il suo regno. Sono opere che non pongono pretese ma si offrono come traccia di una felicità da condividere, nella linea delle beatitudini: la capacità di una nuova prassi segnata dalla serenità di Dio che precede.

Opere belle sono l’emergenza di un agire di libertà di chi non cerca un dominio, o intende strumentalizzare gli altri. In esse vi è bellezza come un offrirsi gratuitamente: sono tracce di libertà come l’offrirsi di tutte le esperienze di bellezza che non sono racchiudibili in un possesso ma rimangono aperte e non comprabili. In esse sta la gioia contagiosa di chi pone al primo posto attenzione all’altro, la ricerca di beni comuni, la crescita di tutti e non la competizione, la ricerca della collaborazione al posto dell’esclusione. E’ la gioia di chi sa scorgere la vicenda umana da vivere insieme come un’unica storia di salvezza. C’è quindi un messaggio sullo stile della comunità: chi ha ascoltato il discorso della montagna deve essere solidale con il cammino umano, immerso in esso. Questa comunità composta di presenze diverse (‘voi’, al plurale) è chiamata ad essere portatrice di un ‘sapore’, a rendersi responsabile di una luce, per ‘far vedere’ non se stessa – anzi dovrebbe essere sospettosa di ogni visibilità che dà gloria – ma il Padre che è nei cieli: una vita orientata non ad una ricerca di autoaffermazione, di un riconoscimento ma tesa nel lasciar spazio ad altro: far scorgere la presenza del Padre. E’ proposta di centrarsi sull’essenziale.
Centrarsi sull’essenziale, tornare a Gesù: Paolo ai Corinzi parla della sua predicazione non fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. L’unica cosa che ritiene di sapere è Cristo crocifisso. E’ forse questo il perocrso di ogni credente che deve tornare sempre lì al cuore della fede: tornare a Gesù.

Penso così ad alcuni spunti di riflessione per oggi. Vorrei riprendere alcuni richiami di questa parola collegandoli ad una lettura di alcuni passi della Evangelii Gaudium di Francesco, vescovo di Roma.

“Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca di per se stessa la sau espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa. per questo chi desidera vivere con dignità e pienezza non ha altra starda che riconoscere l’altro e cercare il suo bene. Non dovrebbero meravigliarci allora alcune espressioni di san Paolo: ‘L’amore di Cristo ci possiede’ (2Cor 5,14); ‘Guai a me se non annuncio il vangelo’” (1Cor 9,16) (EG 9)
Oggi siamo chiamati ad accogliere e sperimentare l’incontro co Geù, il tornare a Lui come esperienza di gioia e di liberazione della vita, imparando a liberarci anche da tante immagini che hanno reso Gesù lontano dal vita e non lasciando spazio alla gioia del vangelo.

“La gioia del vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. (…) Questa gioia è un segno che il vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre” (EG 21).
Ci possiamo chiedere in qual misura la nostra vita si apre all’uscire, come singoli e comunità, e non rimane prigioniera di modalità di vita già date, di un linguaggio magari completamente ortodosso ma che non corrisponde al vangelo di Cristo (cfr. EG 41). Accogliamo la sfida ad andare oltre, a vivere concretamente l’apertura del cammino, lasciando spazio alla luce da non chiudere ma da lasciar illuminare?

“In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spige ad evangelizzare. Il popolo è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile ‘in credendo’. Questo significa che quando crede nonsi sbalgia anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida alla verità e lo condduce alla salvezza (EG 119) …nessuno rinunci al proprio al proprio impegno di evangelizzazion, dal omenot ch se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è misisonario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepolimissionari’ (EG 120).
Come vivere questa spinta a comunicare non nell’atteggiamento della conquista e dell’imposizione ma nella debolezza, con timore e trepidazione, nell’atteggiamento di chi accoglie la parola di Gesù, la parola della croce, nel dialogo che è testimonianza di vangelo e nello spossessamento da se stessi ‘perché rendano gloria al Padre’?

Alessandro Cortesi op

P.S. aggiornamenti in http://espacespistoia.wordpress.com/ su:
– Olimpiadi: sport ma non solo
– Egitto e Costituzione
– Ucraina lontana e vicina

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