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II domenica di Pasqua – anno C – 2016

1O21644a.jpgMaestro della vita di Cristo – Bergamo – sec. XIII-XIV

At 5,12-16; Ap 1,9-11.12-13.17-19; Gv 20,19-31

“Io sono il primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi”

Apocalisse è libro non di catastrofi ma di rivelazione: in un’epoca di violenza e di persecuzione è riflessione di speranza e di coraggio. Le comunità cristiane dell’Asia minore si sentono schiacciate dal sovrastare dell’impero di Roma. Lo scritto le invita a scorgere un disegno di Dio nella storia che vince il male che si presenta in forme diverse e sembra avere il predominio.

E’ quindi lettura della storia nella fede e in questo assume la vicenda di Gesù Cristo come chiave di lettura. Gesù è il vivente, il risorto: il primo e l’ultimo. Non è stato tenuto prigioniero dalla condizione della morte. Vi è stato immerso, e vi è passato. Ha ora potere su ogni potenza di morte e di male.

‘Io sono il vivente’ è una presentazione di Cristo stesso e racchiude una professione di fede. Tale presenza offre un orizzonte di speranza per tutta la storia. Se lui è il vivente il futuro dell’umanità non sta nella morte ma in una vita che sconfigge tutte le forze che si oppongono, di morte e di male.

Gli Atti degli apostoli presentano quadri della vita delle comunità dopo la Pasqua. Sono riassunti che indicano un ideale più che descrivere una realtà. Le comunità/chiese sono convocate dalla parola del Signore. Al centro vi è lo stare insieme: la loro vita genera gioia e ammirazione.

Si continua lo stile di Gesù di attenzione e cura: ‘portavano gli ammalati nelle piazze… tutti venivano guariti’. I malati, che solitamente erano nascosti allo sguardo, sono posti al centro. La sofferenza non è l’ultima parola della vita umana, la salvezza si rende già presente in gesti di cura e di attenzione. Salvezza si sperimenta come salute quando si ristabiliscono relazioni, nei gesti della benevolenza. Il farsi carico delle sofferenze è un tratto della comunità di Gesù. Luca vede nella guarigione un segno della salvezza che Cristo ha donato con la sua morte e la sua risurrezione per tutti.

Gesù aveva detto ‘ se non vedete segni e prodigi, voi proprio non credete’ (Gv 4,48) e Tommaso vive l’attitudine di chi dice ‘ Se non vedo e non metto la mia mano… non crederò’.

Il IV vangelo offre così il racconto di un cammino del credere. Tommaso è figura di ogni discepolo che vive la fatica di aprirsi ad un nuovo modo di incontrare Gesù dopo la pasqua. Non è facile il percorso della fede e la crisi stessa è passaggio per aprirsi a nuove e più autentiche dimensioni del credere stesso.

Nella comunità c’è posto per tutti coloro che sono alla ricerca di segni, ad un credere ‘senza avere visto’. In questa pagina c’è una insistenza sul vedere: ‘ i discepoli gioirono al vedere il Signore’ (v.20). Gli dissero allora gli altri discepoli ‘abbiamo visto il Signore’ (v.25) ma egli disse loro ‘ se non vedo…’.

Tommaso vive in un crescendo di difficoltà riguardo al ‘vedere’ Gesù e questo è in rapporto al credere: ‘se non vedo… non crederò’. Le parole del risorto sono tutte concentrate su questo nesso: ‘guarda le mie mani…e non essere più incredulo ma credente… perché hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno’.

Tommaso si arrende infine ma ciò avviene di fronte ai segni delle ferite della passione, le mani, il costato. Credere è faticosa ricerca, ha bisogno di essere condotto da Gesù stesso e da lui solo. Conduce a superare l’attesa di segni. Gesù non rifiuta di offrire a vedere dei segni: ma questi sono i segni dei chiodi, i segni della sofferenza e della croce. I segni da rintracciare che a lui rinviano sono i segni della sofferenza di tutti i crocifissi della storia. E’ il crocifisso colui che è risorto, il medesimo.

Tommaso si apre ad una novità in quell’incontro – ‘Mio Signore e mio Dio’ -. C’è una beatitudine del credere senza vedere che è felicità possibile. Si può incontrare Cristo risorto ‘vedendo’ in modo nuovo: è un ‘vedere’ che va oltre i segni, nell’accogliere la testimonianza. Così termina il IV vangelo e si dice perché il vangelo stesso è stato scritto: ‘molti altri segni fece Gesù… ma non sono stati scritti: Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché credendo, abbiate la vita nel suo nome’. Il vangelo è tutto orientato ad un percorso in cui incontrare Gesù. In questo incontro si può vivere un affidarsi a Dio per avere la vita. Credere non è qualcosa al di fuori dell’esistenza ma è cammino al cuore della vita, ha a che fare con la ricerca del senso profondo della stessa vita.

Alessandro Cortesi op

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I segni della tortura

La mamma di Giulio Regeni, ucciso dopo essere stato barbaramente torturato a fine gennaio in Egitto al Cairo, ha ricordato in questi giorni la sete di verità per la vicenda di questo giovane che ha subito una violenza ingiustificata e inaudita. Un cittadino italiano ma anche un cittadino del mondo e come tale vicino alla sorte di tanti altri: “Su mio figlio si è scaricato tanto male, tutto il male del mondo… Non possiamo dire, come ha detto il governo egiziano, che è un caso isolato… Non questo. Giulio, cittadino italiano, è un cittadino del mondo. Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato rispetto ad altri egiziani, e non solo. Per questo continuerò a dire per sempre verità per Giulio”.

Parole che sfidano l’ipocrisia delle relazioni diplomatiche e chiedono risposte di onestà ad un governo: sono eco delle richieste di verità delle madri di plaza de Mayo in Argentina, di quelle dei 43 studenti  fatti sparire a Iguala in Messico nel settembre 2014 perché protestavano contro la corruzione, delle madri e sorelle di Ilaria Alpi, giornalista italiana uccisa in Somalia nel 1994, di Stefano Cucchi, ucciso dopo aver subito violenze e privazioni subito dopo l’arresto a Roma nel 2009, di Berta Caceres assassinata in Honduras per il suo impegno per i diritti dei popoli indigeni (a cui era stato assegnato il Nobel alternativo per l’ambiente nel 2015 Goldman Prize).

Ancora tanti altri, come il giovane ricercatore Giulio Regeni, in Egitto sotto la dittatura di Al-Sisi e altrove nel mondo, vengono arrestati senza motivo, fatti sparire, violentati, uccisi. Nel corpo torturato delle vittime di sistemi oppressivi, di governi che schiacciano le persone, di squadracce che usano metodi di annullamento del fisico e della psiche di innocenti, o di persone arrestate solamente per le loro idee e il loro impegno, continua oggi il mistero della croce e della risurrezione. In quei corpi martoriati c’è il volto di Cristo passato attraverso la tortura e la morte.

Credere nel risorto è  continuare nell’impegno quotidiano, fattivo, contro ogni ingiustizia, nella vicinanza a chi ha subito violenza, nella denuncia e nella richiesta di riconoscimento di diritti. In tutto questo c’è una questione di fede nel risorto.E’ credere nel sogno di Dio. Helder Camara, vescovo di Recife, così la esprimeva in un suo ‘credo’:

Io credo in Dio Padre di tutti gli uomini e che ad essi ha affidato la terra.

Io credo in Gesù Cristo venuto a darci coraggio,

a guarirci, a liberarci e annunciarci la pace di Dio con l’umanità

Io credo nello Spirito di Dio che lavora in ogni uomo di buona volontà

e credo che l’uomo vivrà della vita di Dio per sempre.

Io non credo al diritto del più forte, al linguaggio delle armi, alla potenza dei potenti.

Io voglio credere ai diritti dell’uomo, alle mani aperte,

alla potenza dei non-violenti.

Io non credo alla razza o alla ricchezza , ai privilegi, all’ordine stabilito.

Io voglio credere che il mondo intero sia la mia casa.

Io voglio credere che il diritto è uno, qui e là,

e che io non sono libero finché un solo uomo è schiavo

Io non credo che guerra e fame siano inevitabili e la pace impossibile.

Io voglio credere all’azione modesta,

all’amore a mani nude e alla pace sulla terra.

Io non credo che ogni sofferenza sia vana e che la morte sarà la fine.

Ma io oso credere sempre e malgrado tutto all’uomo nuovo.

Io non credo che il sogno dell’uomo resterà un sogno.

Io oso credere al sogno di Dio: un cielo nuovo una terra nuova dove la giustizia abiterà.

Amen.

Alessandro Cortesi op

L’immagine del crocifisso

La raffigurazione del crocifisso e la croce di Giotto 

(in rapporto ad una visita a santa Maria Novella a Firenze) 

La prima immagine della croce e del crocifisso che possediamo è una caricatura che proviene da qualcuno che intendeva irridere i cristiani, un graffito del II secolo, ritrovato sul Palatino a Roma, raffigurante un crocifisso con la testa d’asino.

Eppure anche nella sua irrisione questa immagine ci parla di qualcosa di importante e di vero perché i cristiani sono essenzialmente comunità in cammino chiamata a vivere la pasqua: come gli ebrei nell’esodo uscendo dalla terra di schiavitù d’Egitto si trovarono a seguire gli asini selvatici, così i cristiani erano visti come coloro che stavano al seguito di un condannato al supplizio. Cercare il volto di Gesù è mettersi in cammino in un peregrinare talvolta senza esito.

A confronto con il Cristo rappresentato senza barba e con i tratti di un giovane, seduto su di una roccia ed appoggiato ad una croce in forma di scettro, nel mosaico di una lunetta del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna (della prima metà del V sec.), il contrasto era stridente.

Ripercorrere questa ricerca è affascinante perché si scopre innanzitutto che ci vollero alcuni secoli prima che il volto di Gesù trovasse modo di esser raffigurato. Le più antiche immagini presentano Gesù come maestro, come colui che consegna la legge (nel famoso sarcofago di Giunio Basso), o guaritore (nell’immagine il sarcofago di Giunio Basso)

Ma bisogna attendere il V secolo per ritrovare la prima raffigurazione del Cristo sulla croce, in una tavoletta della porta lignea di s.Sabina a Roma, in atteggiamento di preghiera con le mani aperte a croce, vestito come un lottatore, in mezzo a due crocifissi e sullo sfondo delle edicole

L’annuncio cristiano si fonda su un paradosso e proclama la salvezza come dono proveniente da un crocifisso. Questo fece difficoltà sin dagli inizi nelle comunità cristiane e le prime forme di eresie si sviluppano attorno al rifiuto della morte di Cristo. Al momento della croce Gesù sarebbe stato sostituito e sarebbe salito al cielo.

Nei primi secoli la croce era per lo più raffigurata come simbolo che già racchiudeva il riferimento alla risurrezione, e per questo presentata come attorniata da una corona di alloro in alcuni antichi sarcofagi cristiani o tempestata di gemme ad esempio nel mosaico dell’abside di s.Apollinare in Classe a Ravenna (VI sec.): la croce è allora simbolo del Cristo risorto e segno della gloria.

Da qui si svilupperà l’iconografia del Cristo signore del cosmo (pantocratore), seduto in trono come nei grandi catini absidali, spesso con un gesto della mano destra che benedice, come nella Pala d’oro della basilica di san Marco a Venezia, e addirittura gravido di tutti coloro che saranno nella storia la schiera dei credenti nella sua risurrezione, come nel grande mosaico di san Miniato al Monte a Firenze (siamo già alla fine del XIII sec.).

Nell’affresco della crocifissione di s.Maria antiqua a Roma Cristo appare in croce ma vestito, con il colobium e con gli occhi aperti nel momento in cui un soldato lo trafigge con la lancia. E’ preminente il riferimento alla vita che vince la morte. C’è un profondo rapporto con l’interpretazione dei vangeli: è il crocifisso che è risorto, è il medesimo. Il risorto reca le piaghe del crocifisso ed esprime come la risurrezione sia in rapporto con tutta la sua vita.

L’arte bizantina intende la raffigurazione di Cristo come finestra visibile che rinvia all’invisibile volto glorioso del Risorto, ed è protesa, soprattutto attraverso lo splendore dei mosaici d’oro a rappresentare l’apertura sulla città celeste e sul mondo dischiuso dalla risurrezione. Ma l’Oriente è anche segnato dalla terribile lotta per le immagini che attraversa i secoli VII e VIII: se da un lato è presente una tradizione delle icone come opere per la devozione e la preghiera, è anche forte la sollecitazione a non raffigurare ciò che non può essere rappresentato secondo i modelli umani, per non ridurre il divino alla misura umana.

In Occidente in epoca medioevale inizia a svilupparsi la rappresentazione del Cristo in croce: in Italia, nell’area toscana e in Umbria tra XI e XII secolo trovano diffusione la cosiddette croci dipinte: immagini del crocifisso con a fianco le storie della sua vita narrate per via di raffigurazioni sulle tavole di queste croci lignee.  Al centro sta l’immagine del Cristo con gli occhi aperti, il Cristo vittorioso della morte: la sua umanità è raffigurata nei tratti di un corpo crocifisso (nell’immagine la croce di maestro Guglielmo di Sarzana del 1138).

Oppure, secondo un secondo tipo, il Cristo sofferente sempre più uomo anche nella raffigurazione che ne delinea i tratti del corpo umano e i segni della sofferenza, con gli occhi chiusi: Cimabue e Giotto sono i protagonisti principali di questo momento di svolta nell’arte, ispirato anche dalla predicazione degli ordini mendicanti.

Alcune di queste rappresentazioni, come ad es. Cimabue (nella chiesa di san Domenico a Arezzo e a santa Croce a Firenze) riprendono l’interpretazione del Nuovo Testamento della croce di Cristo: come il serpente innalzato da Mosè nel deserto era causa di salvezza per coloro che lo guardavano così il crocifisso innalzato è fonte di vita e di salvezza (cfr. Gv 3,14-15). Di qui l’usanza di costruire croci enormi da vedere da lontano.

Ma si sviluppa anche una ripresa dell’interpretazione eucaristica che rinvia alle parole dell’ultima cena. Nell’ultima cena Gesù aveva dato una interpretazione di salvezza alla sua morte, al suo sangue versato. Esso è ‘per voi’. Questa interpretazione fa riferimento alla liturgia ebraica del sacrificio e in particolare ai riti dello Yom Kippur, quando il sommo sacerdote dopo l’uccisione di animali con il loro sangue entrava nel Santo dei santi e aspergeva il coperchio dell’arca dell’alleanza. Con questo rito si realizzava l’espiazione come movimento di Dio verso il popolo peccatore, il ristabilimento della comunione come dono da parte di Dio.

Nella croce di Giotto Cristo è quasi disteso su di un tappeto, con la presenza a fianco dei dolenti.

La sottolineatura propria del crocifisso di Giotto sulla corporeità di Gesù, sulla sua umanità reale è un elemento che riporta alla dimensione della sua esistenza come motivo della sua morte, provocata dall’ostilità dei poteri religiosi e politici del tempo. Ma la raffigurazione di Giotto rinvia anche all’interpretazione che Gesù diede della sua morte e che il Nuovo Testamento ha ripreso. La salvezza non proviene dal successo, dal potere, dal denaro, ma viene da una esistenza vissuta nel dono e nel servizio, fino alla fine, dall’amore che serve. Gesù è quindi accostato al coperchio dell’arca coperto di sangue. Ma con la notazione della lettera agli ebrei ‘è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri’. Cristo è il luogo in cui si rende possibile la comunione con Dio che proviene dal dono della sua vita come solidarietà e servizio.

Ma c’è anche una seconda grande interpretazione della morte di Gesù che si riflette nella croce di Giotto. Il angue che scende dal costato di Gesù, va a toccare le rocce sottostanti fino a raggiungere il teschio di Adamo. La raffigurazione del teschio di Adamo si ricollega ala leggenda che voleva che il Calvario sorgesse sul luogo della sepoltura di Adamo. Ma a questa raffigurazione sottosta l’interpretazione che nel Nuovo Testamento lega insieme Cristo e Adamo. Adamo rappresenta il primo uomo, che ha nutrito la pretesa di farsi come Dio, di prendere per sé la condizione divina e ha così vissuto la disobbedienza il non ascolto. Gesù costituisce invece il nuovo Adamo. Porta a compimento il nuovo uomo che vive nell’obbedienza fino alla fine al Padre e per questo riconduce l’uomo alla sua autentica immagine. Queste tematiche sono svolte nella prima lettera ai Corinzi al cap. 15 e nella lettera ai Romani al cap. 5. La risurrezione di Cristo è presentata da Paolo come primizia di nuova umanità.

La figura dell’uomo è in tal modo posta al centro: si tratta di una sottolineatura che dà valore e importanza a tutte le componenti dell’umanità, in contrasto con le visioni di separazione che disprezzano la dimensione corporea e la vita terrena. L’umanità di Cristo è una umanità bella, compiuta che fa scorgere la bellezza della immagine voluta da Dio nella creazione. Il crocifisso inchiodato al legno, vive la sofferenza ma la sua è una sofferenza trasfigurata: egli regna perché la sua morte è stato passaggio alla risurrezione, ad una vita nuova.

La sua è una bellezza che dice anche la dignità di tutti i crocifissi della storia, e richiama alla dignità di ogni persona, sia essa dotata e di alto livello sociale sia essa senza capacità e di condizioni umili. Ogni volto umano è portatore di una dignità unica, che proviene dall’essere ad immagine di Dio.

La croce di Giotto diventa così manifesto di quella predicazione dei domenicani che a santa Maria Novella si trovavano ad annunciare il vangelo della grazia e dell’incarnazione del Figlio di Dio che ha preso su di sé la natura umana, senza alcun tipo di disprezzo per tutto ciò che è umano, senza annullare l’umanità, ma portandola ad una comunione nuova, trasfigurandola nell’incontro con l’amore di Dio.

Alessandro Cortesi op

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