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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0068.JPG1Re 3,5.7-12; Rom 8,28-30; Mt 13,44-52

“Concedi al tuo servo un cuore docile perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male…”

Salomone nella tradizione di Israele è il re sapiente, esempio di equità nel giudizio e nell’arte del governo. Nel suo profilo si riflettono i tratti di una profonda consapevolezza: il ruolo di guida del popolo è incarico ricevuto da Dio. Va condotto ponendosi di fronte a Lui. La concezione della regalità in Israele si basa sulla convinzione che il re è portavoce e luogotenente di Dio stesso. Per questo Salomone nello svolgimento di tale responsabilità non chiede potenza, ricchezze né gloria personale. E’ consapevole del limite e chiede solamente saggezza nel distinguere il bene dal male, chiede di farsi operatore di giustizia. La sua azione è in rapporto ad altri.

Al cuore della sua preghiera sta perciò la richiesta a Dio di un cuore docile. Il cuore è sede delle scelte in cui vengono soppesati bene e male per determinare gli orientamenti dell’esistenza. In questa richiesta è racchiusa la chiarezza del suo stare davanti al Signore e del suo impegno nei confronti di tutto un popolo: Salomone si affida a colui che conosce i cuori e si rende disponibile ad assumere su su di sé un compito ingente. La fedeltà a Dio stesso si attuerà per lui nel governare il suo popolo: ad esso dovrà rispondere. Il suo regnare non dovrà essere secondo le logiche del dominio, dello sfruttamento, della corruzione ma sarà chiamata a testimoniare la cura di Dio per il suo popolo.

Gesù parla del regno dei cieli e indica innanzitutto l’atteggiamento fondamentale per accoglierlo. Invita chi lo ascolta a mettersi in stato di ricerca. Senza soluzioni in mano, senza presunzioni vuote. Il regno dei cieli è scoperta di un dono e chi lo trova gioisce perché è realtà bella e preziosa che coinvolge la vita. E’ come un tesoro scoperto nel campo per cui vale la pena di vendere i propri beni per poter acquisirlo. Lasciare tutto il resto è scelta nell’orizzonte di una conquista più grande. E’ come la scoperta di un mercante che ha rincorso il sogno di trovare una perla di grande valore. Non smette di cercarla finché la trova. La perla, oggetto della sua attesa, è anche motivo della sua dedizione.

Cercare il regno di Dio innanzitutto: è quanto Matteo vede come essenziale della predicazione di Gesù. E parla dello stile con cui accogliere il regno: ‘con gioia’. E’ la gioia dell’uomo che “va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. In questo passaggio di gioia sta il segreto di una vita che ha scoperto la proposta di Gesù.

Matteo raccoglie anche un’altra parabola di Gesù, quella della rete gettata: è un altro tratto del ‘regno dei cieli’ che va composto raccogliendone i tratti che le parabole ognuna a suo modo, offrono. Qui il regno è paragonato ad una rete gettata. Quanto si sta realizzando è raccolta e raduno. E’ impegno che esige pazienza, attesa: la selezione di pesci buoni e cattivi nella pesca si compie al ritorno a riva. Così la scelta di quanto è buono sarà alla fine e non spetta a noi. Nel presente l’impegno non è per eliminare ma per raccogliere, per radunare. Gettare la rete nel mare per raccogliere è gesto di affidamento e attesa.

Gesù vede in atto il processo di crescita del regno. Solo nel futuro, nelle mani di Dio si potrà vederlo compiuto. E propone a suoi di lasciarsi prendere da tale fiducia, per vivere ricerca, gioia, e impegno di chi sa resistere, nel presente.

Alessandro Cortesi op

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Governare

E’ di questi giorni un accorato appello di Alex Zanotelli, missionario comboniano, già direttore della rivista ‘Nigrizia’, tra i fondatori del movimento “Beati i costruttori di pace“, e missionario a Korogocho, la baraccopoli alla periferia di Nairobi capitale del Kenya. E’ un appello a rompere la coltre di silenzio che non permette che le sofferenze del continente africano giungano a conoscenza di un’opinione pubblica italiana distratta e indifferente, incapace di scorgere nella questione delle migrazioni l’esito di problemi da affrontare con lungimiranza e chiarezza delle cause. Così si legge nell’appello ‘Rompiamo il silenzio sull’Africa’:

“È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa), ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga. È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni. È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa. È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai. È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi. È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi. È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’Onu.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile. È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi (lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia dell’ ‘invasione’, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi”.

L’appello si conclude con parole dure che richiamano alla tragedia della Shoah non lontana nel tempo e che ha visto la superficialità, l’assuefazione ad ignoranza e a forme di discriminazione, l’indifferenza, l’assenza di indignazione quali elementi che hanno lasciato spazio e alimentato il sorgere e svilupparsi della malvagità e della disumanizzazione. Non rimanere indifferenti e in silenzio è un primo passo:    

“Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio (i nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?). Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un’altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi».

A questa lettura può essere accostata l’analisi e la proposta di un grande progetto di sviluppo per il continente africano, che si fa urgente a fronte dei fenomeni in atto. Ne parla in un recente articolo Romano Prodi, ex commissario ONU per l’Africa (Senza un progetto europeo per l’Africa la tragedia sarà inevitabile, “Il Messaggero” 16 luglio 2017):

“L’emergenza si chiama Libia e, purtroppo, tale emergenza si può gestire solo con la pace in  questa nazione e con un’azione europea solidale. Entrambe sono ben lontane non solo dall’essere raggiunte ma anche dall’essere avvicinate. (…) In questi giorni è stato tuttavia messo in evidenza da tutti i media il fatto che l’Africa subsahariana aumenterà di oltre un miliardo di abitanti in poco più di una generazione,  mentre l’Europa ne perderà parecchie decine di milioni.

Al problema dell’immigrazione si deve perciò aggiungere la necessità di preparare un grande progetto di sviluppo per l’intero continente africano: è chiaro infatti che non siamo in ogni caso in grado di gestire le centinaia di milioni di potenziali immigranti.

L’attuale modello degli aiuti non riesce a rispondere allo scopo (…) La cancelliera tedesca ha recentemente posto sul tavolo questo problema ma non sono seguite ancora azioni concrete per mettere insieme, in una comune strategia, i fondi dell’Unione Europea con quelli delle strutture di cooperazione internazionale dei diversi paesi. È questo il solo modo per dar vita a un piano di intervento con i mezzi e le capacità sufficienti per promuovere il decollo di un continente che possiede tutte le risorse naturali ma non le capacità tecniche e politiche per provvedere al proprio sviluppo.

La necessità di un intervento unitario emerge dal fatto che nel continente africano esistono ben 54 diverse nazioni e che, senza un coordinamento delle loro politiche e senza la creazione di un mercato di vaste dimensioni, non si può nemmeno parlare di sviluppo. Il piano europeo deve prima di tutto apprestare le infrastrutture necessarie a costruire una moderna economia. Non solo strade e ferrovie ma nuove reti di telecomunicazione, di produzione e distribuzione dell’energia oltre a moderni e capillari sistemi scolastici e sanitari. (…) Stiamo andando in modo incosciente di fronte ad una tragedia che inevitabilmente renderà più insicuro e drammatico il futuro del nostro continente”.

Un cuore docile è proprio di chi si pone in ascolto, non inseguendo facili slogan e risposte precostituite, ma nella pazienza di affrontare con competenza le domande difficili e complesse che la vita presenta. Scegliere è difficile; implica ricerca, conoscenza delle situazioni, comprensione, capacità di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, giungere a decisioni e poi attuarle. Non è facile attuare questo percorso.

Oggi nella complessità che caratterizza questo tempo più che mai si preferiscono le scorciatoie. Abbiamo tanti strumenti ma siamo incapaci di distinguere bene e male. Tanti mezzi non bastano per saper scegliere. Fare scelte di giustizia è difficile e faticoso. Alcune voci ci ricordano l’orizzonte e le scelte possibili che implicano anche a ripensare e modificare stili di vita quotidiani.

Alessandro Cortesi op

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V domenica di Quaresima – anno C – 2016

Tiziano Cristo e  l'adultera 1512:1515Tiziano, Cristo e l’adultera 1512-1515

Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11

Il secondo Isaia, mentre l’esilio stava per finire, indica qualcosa che sta per nascere, una realtà piccola visibile solo da occhi attenti … come un germoglio, silenzioso e fragile che annuncia la bella stagione, come una pianta nel deserto segno di vita nascente che contrasta il caldo e la mancanza d’acqua che fanno appassire.

“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia e non ve ne accorgete?”: il profeta richiama ad accorgersi di quanto sta fiorendo, proprio nel momento buio, segnato dalla disillusione. E’ annuncio di realtà nuova e invito a smettere di rimanere rivolti al passato. La tragica esperienza dell’esilio, la schiavitù, l’oppressione va lasciata alle spalle. Non si può rimanere imprigionati da cose passate, dalla sofferenza, dalla tristezza mentre qualcosa sta per nascere nuovo. Lo sguardo va diretto al futuro.

Viene rinnovata in queste parole la memoria dell’esodo: era stato quello un cammino di uscita e di liberazione. Era stata esperienza di apertura alla fede in un Dio vicino e liberatore. Ora quel cammino si rinnova. Le promesse di Dio di libertà e di un percorso nuovo sono parola sul presente: ‘Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa… il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi’.

Anche Paolo nella lettera alla comunità d Filippi parla di futuro: richiama al distacco da ogni costrizione e paura. Evoca la corsa nello stadio, esperienza sportiva così diffusa nelle città greche. Confessa il suo percorso così simile ad una corsa: spera di correre per raggiungere Gesù, che ha preso la sua vita, per ‘conoscere la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti’.

Paolo non si sente come un ‘arrivato’, non ha già raggiunto il premio. Parla così dell’esistenza cristiana: non è uno star fermi, né una stanca ripetizione di modelli già dati. E’ piuttosto movimento, un andare avanti con passione e impegno, fissare lo sguardo verso una meta di incontro. Ancora ritorna il rinvio ad un futuro da cercare: sarà comunione con Cristo e nella vita in Dio. La terra che sta davanti è la terra di un esodo nuovo. E’ uscita per rispondere ad una chiamata: “Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù”

La pagina del IV vangelo forse riprende un frammento scritto proprio della teologia di Luca che insiste sulla misericordia fondandosi sull’esperienza di Gesù. Una donna è condotta a Gesù da un gruppo di uomini religiosi. Hanno intenzione di lapidarla secondo le norme della legge perché sorpresa in adulterio. E’ decisione secondo la legge di Mosè, applicazione della norma. Ma conducono la donna a Gesù per accusare lui, per sottoporlo a un giudizio.

La domanda riguarda la giustizia di Dio. Lo mettono alla prova perché hanno compreso che Gesù propone una giustizia diversa dalle loro convinzioni. Per loro che avevano la pretesa di interpretare il pensiero di Dio, giustizia doveva essere un rigido calcolo di pena in rapporto alla colpa, rigorosa contabilità dell’ ‘a ciascuno il suo’. Nei suoi gesti Gesù annunciava la giustizia di Dio in termini che facevano scandalo, ed aprivano domande nuove. Per lui giustizia è fedeltà di Dio ad ogni uomo e donna, è la promessa, che non viene mai meno, di non abbandonare nessuno, ma di raccoglierlo nella sua fatica e nel suo cammino, per scorgervi la nostalgia di bene e di vita piena ed aprirlo al senso più profondo e autentico della sua esistenza.

La reazione di Gesù a questi uomini religiosi è enigmatica e fatta di silenzio. Scrive per terra. Forse rinvia ad un testo di Geremia: ‘Sulla terra verrà scritto chi ti abbandona, perché hai abbandonato il Signore sorgente di acqua viva’ (Ger 17,13). Il luogo dove si svolge la scena è il cortile del tempio dove grandi pietre costituivano il pavimento. Lì si riuniva il sinedrio, sede del giudizio religioso.

Gesù si mette a scrivere: in quel gesto forse è richiamato il dito che secondo la tradizione aveva scolpito la legge su tavole di pietra. Gesù evoca allora il dono della legge ma ricorda anche, con il suo silenzio, le promessa dei profeti. Avevano infatti indicato un tempo in cui la legge sarebbe stata scritta non su tavole di pietra ma sulle tavole dei cuori viventi (Ez 36,26). Gesù allora non risponde ma con il suo silenzio apre uno spazio, a ciascuno, per ritrovarsi solo davanti alla propria coscienza, al proprio cuore, per scorgere la parola di Dio racchiusa nel cuore.

Non è preoccupato della legge ma lascia emergere una domanda nascosta nell’intimo di chi gli sta di fronte: il suo silenzio apre una fessura in cuori divenuti duri come pietra. Rompe anche il condizionamento generato dalla psicologia della massa: in gruppo, tutti insieme, gli avevano portato la donna: frantuma così l’anonimato della massa dietro alla quale ciascuno poteva nascondersi e rendersi giudice di un giudizio collettivo senza responsabilità personale. Ognuno è chiamato a prendere posizione davanti alla sua coscienza. Gesù conduce ad una presa di posizione in prima persona. “Chi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei…”

La critica di Gesù è radicale di fronte a chi si pone come paladino della moralità, giudice implacabile e negatore di ogni possibilità di cambiamento e di perdono. Risponde anche al tranello nel quale i suoi accusatori volevano coglierlo in fallo: era lecito o no lapidarla? Una questione di scuola che lo poneva o contro la legge o contro le norme della potenza occupante (solo ai romani spettava la condanna a morte). Talvolta solo il silenzio è via per aprire possibilità per pensare, per una consapevolezza dell’ipocrisia.

Il lento andarsene di tutti viene descritto mettendo in risalto il distaccarsi ‘uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi’. I più anziani se ne vanno per primi. ‘Presbiteri’ era il nome nelle prime comunità che indicava i responsabili – richiamo agli anziani che presiedevano le comunità di Israele – e dietro a questo andarsene sta un messaggio anche per le comunità cristiane. E’ indicazione a scorgere che l’esigenza di cambiamento radicale interessa chi ha compiti di guida e su questi fonda pretese, autorità e dominio sugli altri.

‘Rimase solo Gesù con la donna là nel mezzo’: nel mezzo della sua vita, nel profondo del suo cuore quella donna, si trova di fronte a Gesù, sola, non disprezzata. Può riconoscerlo come ‘Signore’ e accogliere la parola della misericordia. Questa sola fa rinascere e rende nuovi: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? Ed essa rispose: Nessuno Signore. E Gesù le disse ‘Neanch’io ti condanno….’. Gesù legge nel volto di questa donna una identità calpestata dal giudizio ipocrita di maschi che esercitano su di lei il dominio. Apre un futuro nuovo a questa donna, segnata da una storia di sofferenza e di sfruttamento. La sua parola la fa uscire e guardare al futuro: ‘Và e d’ora in poi non farti più del male’.

L’ultima parola di questa pagina scandalosa è un parola di non condanna: è rivelazione del volto di Dio come colui che non condanna, ma rende responsabili degli altri. “Dio nessuno lo ha mai visto, il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18): nell’agire di Gesù si rivela il volto di Dio stesso. La domanda è solo: dove sono? Quasi un’eco di quel ‘dov’è tuo fratello?’ che continua a risuonare nella storia.

L’invito finale è apertura di un storia nuova: non peccare più non è una esortazione moralistica. E’ indicazione a non orientare a propria esistenza verso ciò che conduce a farsi del male, a non vivere in pienezza l’amore, a non trovare la giusta direzione e per questo fallire il bersaglio (è questo il senso del termine peccato: come una freccia che non va verso il centro o come un tiro che non entra in rete).

Lo sguardo di fiducia e di bene coinvolge in una storia nuova. Gesù ha a cuore la vita delle persone non l’affermazione di una legge che non tiene conto della vita delle persone. Quella donna nel IV vangelo diviene simbolo di tutta l’umanità. E’ una umanità fragile, che può prendere direzioni che conducono a farsi del male. Davanti a Gesù questa donna assume il profilo dell’umanità amata, luogo di una speranza. Gesù non fa ricadere condanne ma chiede di andare verso una storia nuova.

Alessandro Cortesi op

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Donne

La data dell’8 marzo festa delle donne è giorno che conduce a riflettere sulla condizione di sofferenza di tantissime donne. Secondo le statistiche del rapporto Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione risulta che su un miliardo di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà tre quinti sono donne. Così pure due terzi del quasi un milione di analfabeti nel mondo sono donne.

Nel 2014 sono state 152 le donne uccise in Italia, di cui 117 nell’ambito familiare. Le statistiche del 2015 parlano di 35 % di donne nel mondo che hanno subito violenza e la dichiarazione dell’ Assemblea Generale Onu parla di violenza contro le donne come di “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

Questi pochi dati fanno emergere come la disparità più presente nel mondo che persiste è quella di genere. Nonostante progressi e acquisizione di diritti e consapevolezza i diritti delle donne sono fragili e a rischio. Benché nella vita sociale di molti paesi sviluppati la presenza delle donne nei vari ambiti della vita sociale sia aumentata tuttavia permangono discriminazioni nella retribuzione nel lavoro, come anche il cosiddetto glass ceiling, il soffitto di cristallo che costituisce impedimento all’accesso a ruoli di lavoro e di responsabilità nella vita sociale impossibile da superare perché alle donne è richiesto un impegno e uno sforzo superiore a quello degli uomini.

Ma soprattutto oggi viviamo la discriminazione nelle forme della violenza, delle nuove forme di schiavitù e della tratta degli esseri umani, in particolare delle donne.

Vorrei richiamare voci di donne che parlano dello sfruttamento, aprono domande per maturare consapevolezza delle situazioni, e richiamano ad una responsabilità in questo tempo in cui il nemico da combattere è l’indifferenza.

Berta Caceres attivista non solo per ambiente ma per la sopravvivenza delle popolazioni indigene in Honduras. Insieme ad altri suoi compagni era stata la fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari dell’Honduras con l’obiettivo di organizzare e aiutare le comunità indigene nella resistenza di fronte allo sfruttamento dei latifondisti e nel valorizzare la propria cultura. La reazione a tale opera è stata violenta. Le modalità dell’oppressione sono condotte attraverso l’estrazione dei minerali e la costruzione di impianti idroelettrici con grandi dighe che vengono propagandate come destinate ad un’ utilità pubblica. Di fatto sono modi per espropriare terre, per sfruttare e annullare la vita delle comunità. Tra queste la diga di Agua Zarca che aveva portato la protesta all’attenzione internazionale. Berta Caceres è stata uccisa il 3 marzo u.s. in Honduras.

La seconda è la testimonianza drammatica di una donna migrante etiope, Selam, rifugiata accolta dal Centro Astalli di Roma:

“Sono stata un anno in Libia, quel paese schifoso, non mi vengono in mente altre parole per definirlo. È un vergogna per tutta l’Africa. Ho conosciuto le carceri di Kufra e Misratah dove sono stata reclusa per mesi. Sono posti allucinanti, luoghi di tortura e violenza, dove non hai scampo. Non voglio parlarne, non so raccontare, non conosco le parole italiane per descrivere e anche in amarico faccio fatica. (…) grazie a una cugina che vive in America ho potuto avere i soldi per corrompere quelle maledette guardie e lasciare Kufra. Sono salita su un gommone con altre trenta persone che non conoscevo, non so nuotare e non avevo mai visto il mare prima di allora. Dopo l’esperienza del carcere in Libia la morte non mi faceva paura, almeno a qualcosa era servito l’orrore, mi ripetevo cercando di darmi coraggio durante la traversata. Arrivai a Lampedusa e riaprii gli occhi. Li avevo chiusi all’inizio della traversata due giorni prima. Vidi una donna che mi porgeva una coperta. Avevo una profonda ferita alla gamba che mi ero procurata in carcere, mi medicavano, mi disinfettavano, mi davano da bere, mi parlavano dolcemente e anche se non capivo nulla di ciò che mi dicevano, pensai: questo è il paradiso”.

Una toccante testimonianza è stata quella di Nawal Soufi, attivista originaria del Marocco. Su di lei Daniele Biella ha scritto il libro Nawal l’angelo dei profughi, (ed. Paoline ). Lo scorso 3 marzo è un intervenuta davanti alla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo: la sua provocazione è stata forte. Ha dichiarato la sua preoccupazione e la sua domanda rivolta all’Europa, a partire dalla sofferenza delle donne:

“È da dieci anni che vedo il mare Mediterraneo rosso, ho smesso di vederlo di colore blu, lo vedo rosso e vedo la mia generazione che vive il secondo olocausto. Quando lo chiamo olocausto non parlo dei numeri, parlo di tutto quello che significa guardare e tacere. Il mar Mediterraneo è quel campo di concentramento dove le persone muoiono ogni giorno, dove le persone soffrono… e la caratteristiche che ci unisce all’epoca del nazifascismo è che vediamo tutte queste cose e facciamo finta di nulla, continuiamo in qualche modo a lasciar morire le persone nel mar Mediterraneo. (…) Io non temo per i migranti, io temo per l’Europa. Io non temo per loro, temo per l’Europa. Siamo tutti qui perché penso che crediamo nei valori per cui è nata l’Europa unita. Ecco io non temo per i rifugiati perché un giorno torneranno nella loro terra, perché amano la loro terra come noi amiamo la terra dove siamo nati… io amo l’Italia perché sono cresciuta in Italia, amo anche il Marocco perché sono nata in Marocco. Queste persone amano la Siria, amano l’Afghanistan, amano l’Iraq, un giorno torneranno. La domanda fondamentale: noi dove andremo? Le nostre coscienze quando ci guarderemo davanti allo specchio un giorno, quando dovremo raccontare ai nostri figli che non abbiamo fatto quando tutti potevamo fare”.

Infine quattro donne sconosciute, di cui sappiamo a mala pena i nomi Anselm, Marguerite, Judit, Reginette. Le conoscevano le persone a cui si dedicavano – disabili e anziani di famiglie troppo povere che non si potevano prendere carico di loro – nello Yemen dove avevano deciso di rimanere nonostante la situazione di guerra e disordini. Erano suore missionarie della carità di madre Teresa e sono state uccise ad Aden insieme a dodici volontari musulmani che collaboravano con loro: di costoro, uomini e donne, non sono noti nemmeno i nomi.

Di fronte al dramma della violenza, ascoltando queste testimonianze di donne che hanno vinto la violenza secondo una via altra e diversa, il silenzio di Gesù che scrive per terra è appello a cambiare, a scoprire quello che solo un cuore nuovo, di carne e non di pietra, può suggerire.

Una poesia di una bambina di 13 anni , Maria Goretti, rifugiata del Kenia è parola di profezia:

Gioisco nel celebrare il presente,

Ricordo il passato ed imparo da esso.

Immagino il futuro.

Uso i miei ricordi, ma non permetto ai ricordi di usare me.

Voglio diventare quello per cui Dio mi ha creato.

In Dio mi muovo, respiro, ed è in Lui che è la mia essenza.

Sono figlia del mondo.

Chiedo a voi di aiutarmi a non essere più vittima ma vincitrice.

(da https://servironline.wordpress.com/)

Alessandro Cortesi op

XXII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1050Dt 4,1-8; Gc 1,17-27; Mc 7,1-23)

Mettere in pratica i comandi del Signore: è questa la via indicata come saggezza nella pagina del Deuteronomio ‘perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore Dio dei vostri padri sta per darvi’. La terra è dono di Dio. Può divenire terra di libertà nel corrispondere ad una responsabilità etica, ma può trasformarsi in terra di esilio.

Il Deuteronomio – testo fondamentale nella riforma religiosa di Giosia del 622 a.C. – riporta lo sguardo ad un tempo precedente e pone insieme tre grandi omelie di Mosè prima dell’ingresso nella Terra promessa. L’esperienza del vivere nella terra promessa ha infatti generato una riflessione sul senso dell’esperienza del popolo liberato dall’Egitto: abitare la terra ricevuta in dono non può essere solo godere di una stabilità ormai raggiunta e non deve ridursi a ricerca di sicurezze e di potere dimenticando il cammino compiuto. Abitare la terra è invece rinvio al ricordo, a ritornare a quella Parola del Dio che ha guidato e rimane vicino ad Israele. E chiede una fedeltà concreta di risposta all’alleanza accolta. La terra rimane sempre un dono di cui rendere grazie. E’ da vivere nella responsabilità di un incontro da custodire. Chiede una fedeltà non di ripetizione ma di creatività. Mantenersi in tale apertura è scoprire come la Parola sta sempre davanti, chiede di essere accolta e compresa in situazioni nuove, genera futuro e non può rimanere bloccata in prescrizioni umane.

Il problema posto a Gesù dai farisei e scribi giunti da Gerusalemme riguarda la questione delle tradizioni: “…Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”. La presentazione dei farisei in opposizione a Gesù e rappresentanti di una religiosità fatta di sola esteriorità non rende ragione della reale situazione al tempo di Gesù: il suo stesso insegnamento per tanti aspetti si avvicinava a quello dei farisei. Ma diviene mezzo, nel racconto di Marco, per esprimere una critica di fondo all’ipocrisia religiosa. Un atteggiamento che attraversa i tempi e pervade il modo di vivere la religione. Una religione ridotta a osservanza di norme e pratiche dettate da una tradizione chiusa perde di vista la fedeltà alla Parola di Dio nei termini di responsabilità e diviene ipocrisia.

La polemica verte prima sull’osservanza di pratiche rituali dei pasti, poi sull’investimento dei beni nel sostegno dei genitori anziani. Gesù affronta il cuore della questione evidenziando il rapporto tra quello che Dio vuole da noi e le tradizioni frutto di elaborazione umana. Si schiera contro l’ipocrisia, un modo di vivere che porta a scambiare i fini con i mezzi. Al posto della fedeltà a Dio, la preoccupazione scrupolosa di una osservanza che non pone in relazione.

Nella sua critica Gesù riprende la predicazione dei profeti che non si stancavano di richiamare ad un culto non delle formalità esteriori, ma capace di impegnare la vita: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto insegnando dottrine che sono precetti di uomini (Is 29,13).

Le parole di Gesù pongono la domanda che investe il cuore, il centro delle decisioni. Se il cuore sta presso Dio da lì sgorga un modo di vivere in cui al primo posto stanno le persone. Non ci può essere contrasto o dissociazione tra il riferimento a Dio e lo sguardo agli altri, soprattutto a coloro che non hanno sostegni e difese, ai poveri: “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,13-17)

Gesù smaschera la pretesa presente in ogni tipo di ipocrisia religiosa, che coincide con il clericalismo: vivere una religiosità lontana dalla cura nell’ascoltare la Parola di Dio, dalla ricerca . La fede non può essere ridotta a norma da eseguire ma richiede un coinvolgimento esistenziale di fronte alle situazioni e alle persone. E’ tradita in radice quando le tradizioni degli uomini vengono ad avere il primato sulla Parola di Dio: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.

C’è anche una seconda osservazione: la sede del bene e del male non sta nelle cose in se stesse, ma è il cuore dell’uomo lo spazio di decisione per il bene o per il male. Gesù presenta così il suo sguardo di bene e di fiducia per tutto ciò che appartiene al cosmo, alla vita: tutto viene da Dio, non può esser cattivo o impuro in sè. Nello contempo pone davanti ad una radicale esigenza di responsabilità: “Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo”.

Puro e impuro derivano da un orientamento che ha sede nel ‘cuore’, e si esprime in comportamenti. Gesù riporta all’interiorità, e pone ogni persona davanti alla sua vita nella situazione di responsabilità, di dover rispondere a se stessa e agli altri, davanti alla Parola di Dio, che si fa ascoltare nel cuore.

La lettera di Giacomo insiste sull’esigenza di una concretezza di scelte e di orientamenti che esprimano la fede nell’agire. La presenza della Parola nella vita dei credenti, piantata nel cuore, esige uno spazio di accoglienza per potersi esprimere in una prassi, per non rimanere una sorta di sapere che non intacca la vita: “Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi”. La lettera rinvia alla centralità nell’esperienza cristiana della visita e della vicinanza a chi è senza sostegni umani: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle loro sofferenze…”.

DSCN1034Alcune riflessioni per noi oggi

Viviamo giorni in cui le condizioni drammatiche di chi vive la migrazione a causa della guerra e della povertà assume proporzioni sempre più rilevanti. E di fronte a tale fenomeno la reazione scomposta, volgare, colma di cattiveria, di quanti non vedono il dramma esistenziale di persone, e manifestano indifferenza verso sofferenze di uomini e donne come noi. Con uno sguardo che divide in due categorie: chi ha diritto ad una vita dignitosa e chi non è considerato essere umano. Il guardare ai flussi dei migranti con indifferenza e crudeltà, senza fissare i volti, che pure ci sono posti davanti nelle immagini, nelle interviste, nei resoconti riportati da bravi giornalisti, porta a riflettere proprio sulla distanza tra la proclamazione di essere ‘persone religiose’ e la traduzione concreta in atteggiamenti nella vita. La lettera di Giacomo è sferzante: ‘Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi’. In Europa sta crescendo un clima di odio, di esclusione, di costruzione di muri. A tutto ciò penso sia da contrapporre non tanto una critica generica alla politica – anche in tale ambito vi sono persone, gruppi, comunità sociali – ma la testimonianza di credenti e di chiese che, scegliendo con chiarezza la via della povertà, nella rinuncia a privilegi di vario tipo, sanno rimanere fedeli al vangelo che chiede di porre in pratica la Parola di Dio oggi nella solidarietà con chi soffre e nell’accoglienza. Ciò non toglie la fatica di trovare soluzioni concrete e praticabili, ma determina un atteggiamento di fondo, si potrebbe dire un’anima, che sembra oggi venir meno: un’anima di umanità per tutti e di riferimento al cuore del vangelo e della fede per chi crede. Come essere fedeli oggi alla Parola di Dio come via di saggezza – in cui scoprire il senso profondo della vita nostra e di tutti – nella terra da abitare insieme?

La domanda su come attuare oggi la Parola di Dio di fronte alle situazioni delle vita e alle condizioni storiche in cui viviamo è questione che ripropone i termini della sfida posta a Gesù. Cosa vuol dire oggi ascoltare la Parola di Dio e non fermarsi a ripetere tradizioni che sono prodotto di uomini? Come distinguere tra la consegna della Parola di Dio che è tradizione da ricevere e accogliere e ciò che è possibile e doveroso mutare in rapporto ad una comprensione più profonda del vangelo che avviene nel cammino della chiesa, nell’ascolto del tempo? Il Sinodo dei vescovi tra poche settimane si troverà a discutere su questi temi in relazione all’esperienza delle famiglie.

Trovo ricca di motivi di riflessione la suggestione di Michael Davide Semeraro, benedettino biblista (Temi del Sinodo: le chiavi della casa di Dio sono per tutti, in http://www.viandanti.org): “La mia proposta, in vista del Sinodo sulla famiglia, è di sostituire al termine “famiglia” il termine “casa”. Se infatti il termine “famiglia” rischia non solo di dividere ma soprattutto di ferire, il termine “casa” non può che accomunare. Se preferissimo il termine “casa” (cfr Lc 9, 24) a quello di “famiglia”, forse sarebbe più facile porci in un atteggiamento di umile accoglienza di tutte le realtà in cui uomini e donne vivono la loro avventura umana, soprattutto quando si fa alleanza per affrontare insieme la vita, spesso segnata da complessità non cercate, ma che vanno comunque patite, sofferte insieme e, possibilmente, accompagnate e sostenute con spirito fraterno e umana solidarietà. Ormai molte delle nostre case non assomigliano più tanto a quella di Nazaret, né forse neppure a quella di Betania o a quella di Cana di Galilea (…) La famiglia non può essere ridotta alla circolazione di cura e di affetto all’interno della coppia che si apre all’accoglienza, talora iperprotettiva, di uno o più figli. Nella logica che ritroviamo nelle Scritture, siamo messi di fronte ad un lungo cammino di umanizzazione non ancora compiuto e ancora in divenire. Ogni umana convivenza – necessariamente imperfetta e abitata da aspetti positivi e da inevitabili ambiguità – è chiamata a diventare ‘famiglia di Dio’ che si riveli come casa in cui tutti possano trovare il sostegno e il conforto per la propria vita reale.” (cfr. Michael Davide Semeraro, Le chiavi di casa. Appunti tra un sinodo e l’altro, La Meridiana, Molfetta 2015).

La sua riflessione si conclude con l’immagine di una casa in cui nessuno sia tenuto fuori e le cui chiavi possano essere consegnate alla responsabilità di chi desidera farvi parte: “Lo stesso servizio pastorale dovrebbe assomigliare meno ad un blocco dottrinale e di più all’atteggiamento di un padre che parla a suo figlio e non dice esattamente cosa deve fare o non fare, ma consegna finalmente le chiavi di casa, non senza ricordare alcune regole di comportamento, alcune delle quali – sa già in partenza – saranno trasgredite”.

Suggerirei tuttavia un ulteriore passaggio: le chiavi di casa sono del Signore, di nessun altro ‘padrone’ e solo del Padre che ha fatto della sua casa il luogo dell’attesa e dell’accoglienza e se le chiavi sono affidate è per una consegna reciproca. E tutti, senza distinzioni, sono chiamati a consapevolezza di essere ospiti accolti, figlie e figli attesi, segnati dal limite dall’infedeltà e dall’inadempienza, o per lo meno dal non aver fatto abbastanza.

L’ascolto della Parola di Dio non è mai chiuso e apre ad un cammino in cui cogliere come la sua chiamata sta dentro le situazioni e i volti delle persone da accogliere nella nostra vita così come Gesù ha vissuto ospitalità in un cuore che aveva spazio di bene per tutti.

Alessandro Cortesi op

Ascensione del Signore – anno A – 2014

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Gesù ‘fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi’. La morte e risurrezione di Gesù è letta da Luca come un passaggio, una salita, dalla dimensione della terra all’alto, al cielo l’ambito della vita di Dio. Il ‘cielo’ in alto è distinto e lontana dalla terra, in basso: per la Bibbia il cielo è il luogo di Dio mentre la terra, il basso è luogo degli uomini. Nella risurrezione Gesù è ‘innalzato’: vive una condizione nuova, uno stare presso il Padre rialzato dalla morte nello Spirito, ma è innalzamento di colui che è sceso e si è fatto servo. La croce manifesta un volto di Dio che unisce terra e cielo, un Dio comunione: il Padre, la sorgente dell’amore, il Figlio l’amato che tutto riceve e si consegna totalmente a Dio e a noi, e lo Spirito, il dono vincolo dell’amore e estasi di Dio che apre ad una comunione sempre nuova. La ‘nube’ che ‘lo sottrasse’ allo sguardo dei discepoli è segno che dice il manifestarsi di Dio, la sua presenza vicina ma inafferabile che rimane altra e sempre da ricercare (cfr. Es 13,21-22; 24,15-18; Lc 21,27; 1Ts 4,17).

L’intera umanità di Gesù vive in questa comunione. Nella sua vita ha mostrato l’amore fino alla fine. Nella morte il Padre è presente come colui che consegna il Figlio, nella risurrezione conferma la vita di Gesù come rivelazione dell’amore e dona a Gesù il nome di ‘signore’, colui che ha vinto la morte con la forza dell’amore. L’ascesa al trono del re evocata nei salmi diventa il riferimento per parlare del movimento di salita, innalzamento di Gesù: ‘applaudite popoli tutti… ascende Dio tra le acclamazioni…Dio è re di tutta la terra… Dio siede sul suo trono santo’ (Sal 46). Il salire di Gesù sta in rapporto con il movimento di discesa: nel suo scendere e servire ha reso visibile il volto di Dio come amore che si dona. Per questo ‘Dio l’ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome’ (Fil 2,9); “… lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,20).

Gesù richiama i suoi a non lasciarsi prendere da vane curiosità sui tempi e sui momenti in cui si costituirà il regno. Chiede loro ‘di non allontanarsi da Gerusalemme’, ma di attendere il compimento della promessa del Padre, quella di essere battezzati, cioè immersi, investiti della forza dello Spirito Santo. Richiama Gerusalemme, luogo della sua passione della croce. Apre loro il cammino dei testimoni, chiamati a ricordare il crocifisso risorto: ‘mi sarete testimoni, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra’. Essi fissano il cielo ma sono rinviati alla terra a percorrere le sue vie oltre i confini fino agli estremi.

L’ascensione rinvia al tempo della storia della comunità, chiamata ad incontrare in modo nuovo d’ora in avanti il suo Signore: è sottratto a noi ma si apre il tempo in cui la sua vicinanza rimane. La promessa è una vicinanza nuova: ‘ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Rimane la presenza dello Spirito che sta accanto, investe come dono l’ordinarietà della vita dei discepoli: è lo Spirito la ‘promessa del Padre’ e la ‘forza che li investe dall’alto’.

Essi d’ora in avanti sono chiamati a vivere la predicazione nella conversione e nell’annuncio del perdono per tutte le genti. Conversione e perdono sono due momenti che vanno tenuti insieme, ed entrambi sono dono proveniente dalla risurrezione di Gesù. L’impegno storico a costruire percorsi di conversione alla via seguita da Gesù è invio che apre la comunità ad una responsabilità del quaggiù: ‘perché state a guardare in alto?’. Insieme sono inviati: c’è una dimensione comunitaria che segna ogni percorso del credere.

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Queste letture hanno una particolare risonanza per noi oggi.

“Ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme…”. A Gerusalemme nei giorni scorsi alcuni gesti hanno aperto speranze e ci hanno ricondotto alle parole di Gesù. Sono segni della presenza dello Spirito. Il segno di un abbraccio tra Francesco e Bartolomeo ha parlato di un cammino di comunione possibile tra le chiese che diviene segno di una testimonianza comune di Gesù oggi. Il dialogo e l’abbraccio tra le figure del vescovo di Roma, cristiano, di un rabbino, ebreo e di un mufti islamico ha indicato la via delle religioni chiamate a spogliarsi oggi di tutto quello che le rende sistemi di potere e di negazione dell’altro, per percorrere le vie della comunione della costruzione di una umanità capace di accoglienza reciproca. E così pure il gesto di un invito ai presidenti dei due popoli e dei due Stati in conflitto nella terra di Israele a pregare insieme, nella dimensione della casa, invito che ha trovato accoglienza, apre alla speranza che non in virtù di diplomazie o di alleanze di poteri ma nello scoprirsi uomini  e donne di diverse fedi e culture accomunati dall’unico desiderio della pace, si possa intraprendere una strada di pace non basata sull’uso delle armi, ma sul riconoscimento della propria umanità e radicata nella diversità delle fedi che possono incontrarsi. Nella conversione all’altro e nel superamento della spirale della violenza e della rivendicazione scegliendo la via dell’incontro e del perdono.

“Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo… illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati…”. La speranza è dono dello Spirito. Sorge dall’espreienza dello Spirito come respiro della vita che apre ad un vedere nuovo. In un tempo in cui sperimentiamo il peso della preoccupazione e della crisi a vari livelli queste parole sulla speranza acquistano un rilievo particolare. Sperare è questione di sguardo trasformato.  Gli occhi del cuore sono occhi dell’interiorità: non solo occhi dell’emozione e neppure solo occhi di una ragione che tutto vuole comprendere e tenere in mano, ma sguardo che risiede laddove sta la radice delle scelte e degli orientamenti della vita, il cuore, centro dei pensieri e dei sentimenti, della memoria e dell’esperienza. La preghiera di Paolo che il Padre illumini gli occhi del cuore è invito a coltivare una interiorità che troppo spesso viene soffocata e non lascia spazio ad una vita autentica. C’è una speranza racchiusa per ciascuno a cui guardare.

“Quando lo videro si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò… andate fate discepoli… insegnando loro…”. Ai discepoli carichi del dubbio e appesantiti dalla fatica del loro abbandono Gesù si avvicina e affida un invio a coinvolgere e insegnare. La risurrezione è movimento di vicinanza e di invio: non lascia tempo per ripiegarsi. Non pone rimproveri per il dubbio, ma impegna coloro che si incontrano ancora insieme nonostante tutto. Ed apre ad un invio, che sta nei termini di un coinvolgimento (immergere) e nel divenire segno (insegnare). Insegnare rinvia al porre segni e all’accogliere segni che accompagnano nel cammino che conducono a realizzare la propria umanità. Insegnare rinvia non tanto a portare una dottrina ma a custodire lo stile di Gesù (è questa una traduzione possibile dell’osservare i comandamenti), a fare della propria vita un segno credibile dell’incontro con lui che non chiude ad altri incontri, al bene e alla verità ovunque si trovino.

Alessandro Cortesi op

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