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XXIV domenica tempo ordinario – anno B -2021

Is 50,5-9a; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8,27-35

La prima lettura raccoglie una testimonianza di sofferenza e di speranza. Il servo di Jahwè, figura di un perseguitato, costretto a subire disprezzo e condanna per la sua fedeltà al Signore apre il suo cuore nel momento della prova e richiama quanto sta al centro della sua esistenza: l’ascolto della parola di Dio che ha orientato e dato un senso nuovo a tutto. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”. Anche nella sofferenza e nella solitudine rimane saldo questo riferimento di fiducia “il Signore Dio mi assiste… è vicino chi mi rende giustizia”. La presenza di Dio accanto come difensore anche nell’abbandono è avvertita quale unico rifugio e motivo di resistenza al male. L’unica forza per sostenere ogni opposizione e il dolore del rifiuto è ritrovata nel senso di una presenza del Dio che parla aprendo una relazione nuova in modo personale e unico e con la sua parola ha spalancato le orecchie e la stessa vita.

A metà del vangelo di Marco emerge la domanda fondamentale: chi è Gesù? Nell’itinerario del discepolo presentato nello scritto questo interrogativo si colloca dopo un primo momento di accoglienza dei gesti di Gesù ma anche mentre cresce un’attitudine di sospetto e rifiuto perché il suo profilo non corrisponde ad attese e interessi. Non asseconda infatti le attese di un guaritore a disposizione, non offre soluzioni immediate a problemi, non garantisce gloria e possesso, soprattutto si distanzia da una mentalità religiosa del sacrificio e del potere che non coinvolge la vita. In disparte Gesù interroga i discepoli. Pietro risponde “Tu sei il Cristo” e ciò significa il messia, l’Unto, il consacrato di Dio, colui che è atteso come re d’Israele. Ma il problema che si apre è quale tipo di messia? Non può essere una questione teorica. E’ domanda che investe la vita e la inserisce in un cammino. Solo in quelal via si potrà scoprire un volto di messia che pone in crisi e contesta le attese di primeggiare. E’ questo il cuore dell’intero racconto di Marco: “E cominciò ad insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare”.

Sono queste parole elaborate dopo la passione di Gesù, ma racchiudono in sintesi il percorso di una vita. La proposta che Gesù fa ai suoi – e in questo racconta e non definisce la sua stessa identità – è di condividere la sua via. E’ un cammino non di successi e gratificazioni, ma invito a fare della vita un dono nella fedeltà all’amore, nella relazione, nel farsi poveri non assecondando la logica dell’accumulare per sè ma scegliendo la logica del perdersi e dell’accogliere, assumendo tutte le conseguenze. Pietro reagisce a tale prospettiva e rifiuta un messia impotente e sofferente. E a questo punto il rimprovero di Gesù è chiaro: ‘tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini’. Lo richiama a stare dietro di lui, a mettersi a seguirlo: “Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… chi perderà la sua vita per causa mia e del vangelo, la salverà”. L’identità di Gesù può essere incontrata solamente in un coimvolgimento personale, nel seguirlo. Il racconto della sua vita diviene racconto dela vita dei discepoli. La croce non è luogo del dolore come certa religiosità del sacrificio ha portato ad intendere, ma luogo di manifestazione di una solidarietà senza confini, di una vita vissuta sino alla fine come dono e servizio nell’amore.

Alessandro Cortesi op

Scegli dunque la vita…

“Per oltre un anno abbiamo tutti sperimentato gli effetti devastanti di una pandemia globale: tutti, poveri o ricchi, deboli o forti. Alcuni sono stati più protetti o più vulnerabili di altri, ma la rapida diffusione dell’infezione ha comportato che dipendessimo gli uni dagli altri nei nostri sforzi per stare al sicuro. Abbiamo compreso che, nell’affrontare questa calamità mondiale, nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti, che le nostre azioni davvero influiscono sugli altri e che ciò che facciamo oggi influenza quello che accadrà domani”. Con queste parole inizia una dichiarazione congiunta di papa Francesco, del patriarca Bartolomeo e dell’arcivescovo di Westminster Justin Welby, un importante documento ecumenico, sulla cura del creato.

E’ un fatto di grande portata l’accordo di tre voci in rappresentanza delle grandi tradizioni cristiane, cattolica ortodossa, anglicana, che si uniscono per richiamare alla condizione di crisi che coinvolge il rapporto tra umanità e ambiente e i rapporti sociali e rivolgono alle chiese e a tutta l’umanità un accorato appello al cambiamento.

Essi ricordano il concetto di custodia quale responsabilità individuale e collettiva per la realtà che Dio ci ha  affidato, ma a tale richiamo si accompagna anche una denuncia: “Però abbiamo preso la direzione opposta. Abbiamo massimizzato il nostro proprio interesse a scapito delle generazioni future”. 

L’analisi pone in luce come la crisi ambientale, esito di scelte umane, abbia un impatto soprattutto sui più deboli generando profonde ingiustizie. “L’attuale crisi climatica dice molto su chi siamo e su come vediamo e trattiamo il creato di Dio. Ci troviamo dinanzi a una giustizia severa: perdita di biodiversità, degrado ambientale e cambiamento climatico sono le conseguenze inevitabili delle nostre azioni… Ma ci troviamo anche di fronte a una profonda ingiustizia: le persone che subiscono le conseguenze più catastrofiche di tali abusi sono quelle più povere del pianeta e che hanno avuto meno responsabilità nel causarle”.

Si fa riferimento ai catastrofici eventi degli ultimi mesi che hanno manifestato ancora un volta una emergenza ambientale che non è da leggere come una realtà lontana, ma quale situazione che pone la questione di una sopravvivenza dell’umanità nel presente richiedendo scelte e risposte immediate. 

La lettura della situazione si apre così ad una indicazione di impegno e di cambiamento nell’orizzonte di pensare l’umanità come un insieme e non in termini di interessi particolari e di esclusione dei più poveri. “Se pensiamo all’umanità come a una famiglia e lavoriamo insieme per un futuro basato sul bene comune, potremo ritrovarci a vivere in un mondo molto diverso…. Insieme possiamo camminare verso una società più giusta e appagante, con al centro coloro che sono più vulnerabili. Ma questo comporta fare dei cambiamenti. Ognuno di noi, individualmente, deve assumersi la responsabilità di come vengono usate le nostre risorse”.

Il documento presenta una chiara chiamata alla responsabilità per coloro che hanno ruoli di governo per orientare direzioni in campo economico e sociale: “A quanti hanno responsabilità più grandi — a capo di amministrazioni, gestendo aziende, impiegando persone o investendo fondi — noi diciamo: scegliete profitti incentrati sulle persone; fate sacrifici a breve termine per salvaguardare il futuro di tutti noi; diventate leader nella transizione verso economie giuste e sostenibili. «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto» (Lc 12, 48)”.

A Glasgow si riunirà a breve, dal 31 ottobre al 12 novembre la prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26). Si tratta di un evento che riunisce i responsabili non solo dei governi centrali ma anche di governi locali e di altri enti che  possono offrire il loro contributo al cambiamento ecologico. La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (UNFCCC) ha visto i suoi inizi a Rio de Janeiro nel 1992, nel quadro del vertice della Terra in considerazione dei cambiamenti climatici causati dalle azioni dell’uomo e chiede ai Paesi di porre in atto scelte per contrastare i cambiamenti climatici che hanno esiti devastanti per l’umanità e l’ambiente. Il protocollo di Kyoto del 1997 è stato il primo accordo impegnativo per contrastare il cambiamento climatico, poi alla Cop21 di Parigi sono proseguiti accordi sul clima che tuttavia hanno visto nel 2020 l’uscita degli USA con Trump.

Alla vigilia di questo importante e decisivo appuntamento che deciderà le sorti della terra l’appello che viene lanciato è esigente: “Ancora una volta ricordiamo la Scrittura: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 19). Scegliere la vita significa fare sacrifici ed esercitare autocontrollo. Tutti noi — chiunque e ovunque siamo — possiamo avere un ruolo nel modificare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Prendersi cura del creato di Dio è un mandato spirituale che esige una risposta d’impegno. Questo è un momento critico. Ne va del futuro dei nostri figli e della nostra casa comune”.

Alessandro Cortesi op

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