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Gesù Cristo re dell’universo – anno B – 2018

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(Ermete Lancini, Gesù e Pilato, 1948 collezione privata)

Dn 7,13-14; Ap 1,5-8; Gv 18,33b-37

Il dialogo di Gesù con Pilato è una disputa drammatica. Si parla del regno innanzitutto e a Gesù è chiesto: ‘Tu sei il re dei Giudei?’

Il potere politico manifesta inquietudine e ansia di fronte a gesti e parole che possono minacciarlo. Gesù nel suo agire aveva risvegliato attese di liberazione e di riscatto. Il suo messaggio e la sua pratica di vita presentava aspetti di critica radicale all’ordine costituito: toccava le attese di spiritualità della gente e la sua testimonianza di vita chiedeva un nuovo modo di pensare i rapporti e la vita sociale. Gesù risponde alla domanda di Pilato indicando i tratti del suo regno: ‘il mio regno non è di questo mondo, se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei’.

Accetta di essere indicato come re ma precisa che il suo regno viene da altrove, non può essere interpretato con le categorie proprie dei regni umani. E’ re diverso, non ha spada per difendersi non cerca un qualche dominio. Il suo regnare si compie nel darsi. Si è liberamente consegnato a chi è venuto per arrestarlo nella notte nell’orto degli Ulivi. L’assenza di spada, la sua inermità sono i segni del suo essere re: accetta di essere ‘consegnato’. Il regno di Gesù racchiude un messaggio nuovo di pace e di nonviolenza.

“Dunque tu sei re? Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La questione si sposta dall’essere re all’essere testimone della verità. La testimonianza della verità propria dei profeti in Israele è qui riproposta da Gesù. La verità connessa alla fedeltà dell’amore è tratto del volto di Dio amore fedele e saldo, su cui potersi appoggiare. Fede è trovare appiglio nela verità di Dio appoggio sicuro.

Gesù indica così la sua vita. Il regno è offerta di un nuovo rapporto con Dio: se Dio è il fedele ed è lui la verità, allora i rapporti con gli altri devono essere intesi in modo nuovo. Non nel dominio, nel potere, nella disuguaglianza, ma nella responsabilità nella pace e nella giustizia. Rapporti in cui ogni volto è da incontrare come fratello, sorella.

Nel racconto sembra che Pilato il rappresentante dell’imperatore, stia giudicando Gesù: di fatto il IV evangelista presenta un giudizio che si sta compiendo. Ma è Gesù che giudica, o meglio è di fronte a lui che si chiamati a prendere posizione.

“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: ‘Ecco l’uomo!’. Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!'”. Gesù è un re che ha inteso la sua vita come servizio fino alla fine. Chiede ai suoi di entrare nel regno facendo della propria vita un cammino di servizio e di attenzione solidale agli altri. ‘Ecco l’uomo’: Nei tratti di quest’uomo umiliato e offeso sta il volto autentico di ogni uomo e donna. Gesù si manifesta re proprio quando è il giudicato e il condannato. Il suo regno è dono di speranza e di pace per tutti coloro che sono vittime e schiacciati dalla storia. D’ora in poi sarà possibile incontrarlo tra i volti delle vittime e dei condannati della storia, perché lì si manifesta la vicinanza del Padre che prende le loro difese per inaugurare una nuova storia. Lo sguardo a Cristo re significa anche pensare alla responsabilità per lasciare spazio e far crescere il regno da lui iniziato nella nostra storia nelle concrete relazioni di ogni giorno.

Alessandro Cortesi op

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Quale regno oggi?

Festa di Gesù Cristo re dell’universo… Quale tipo di regno? Cosa significa oggi universo? Per rispondere a queste domande faccio riferimento ad alcune riflessioni raccolte in questi ultimi giorni.

Ernesto Olivero fondatore dell’Arsenale della Pace a Torino, si interroga sul tempo che stiamo vivendo abitato da aggressività, dalla rabbia, dall’odio che si diffonde dai social ai gesti della violenza (La pace è fragile ed è nelle nostre mani, Avvenire 15 novembre 2018).

“C’è tanta rabbia in giro, non siamo capaci di cogliere le sfumature della realtà, puntiamo il dito, cerchiamo un nemico facile. In fondo tutto questo ci rassicura, ci fa stare tranquilli nelle nostre certezze, ma alla fine ci blocca. Mai come oggi, ho capito che il male che vive dentro e fuori di noi può vincere. Il male che passa per bene, che può andare in prima pagina e affascinare. Il male che ti fa credere che ci siano condottieri capaci di risolvere ogni problema. Ma il male, cari amici, resta male e resta sulla coscienza di chi lo causa e di chi lo alimenta. E questo riguarda ognuno di noi. Mi chiedo in momenti così particolari che ruolo possiamo svolgere noi che, senza sentirci migliori degli altri, da tanto tempo stiamo provando a vivere la bontà come scelta del cuore e dell’intelligenza. Abbiamo scelto, anche tra le lacrime, di essere una porta aperta, per poter fasciare le mille situazioni di fatica, di disagio, di solitudine che ci hanno interpellato”.

(…) L’accoglienza non può essere improvvisata. Ha senso solo se amata, pensata, costruita insieme, governata. Ma è ciò che deve continuare a contraddistinguerci. Un Paese che costruisce muri è un Paese che soffoca, che non ha respiro, che chiude mente e cuore. Questa è una responsabilità di tutti. Chi non l’accetta si mette fuori da solo e rischia di creare i presupposti per un futuro terribile, di odio, di conflitto”.

Parlare di regno può significare allora guardare a questo tipo di rapporti nuovi in cui alla chiusura e al male si contrappone una ostinata testimonianza di uno stile alternativo, come ancora Olivero lo descrive: “Vorrei in modo semplice che ognuno di noi potesse testimoniare questo stile, per portare dialogo dove c’è contrapposizione, pacatezza dove c’è rabbia, braccia aperte dove ci sono pugni chiusi, disponibilità dove c’è insofferenza”.

In un’intervista la sociologa Danièele Hervieu-Léger (intervista di Olivier Pascal-Moussellard Pédophilie dans l’Eglise : “C’est tout le système clérical qu’il faut déconstruire” pleinjour.wordpress.com; traduzione http://www.finesettimana.org) partendo dalla considerazioen dello scandalo pedofilia nella chiesa parla della sfida che la chiesa si trova ad affrontare in una crisi, quella del tempo presente, paragonabile a passaggi epocali di secoli passati. Così la descrive:

“È gravissima. Di un’ampiezza paragonabile secondo me a quella che ha dato luogo alla Riforma nel XVI secolo o a quella che è stata indotta dalla Costituzione civile del clero nel 1790. Per comprenderla, bisogna riconsiderare la sua evoluzione nel tempo: risalire al XIX secolo, alla Rivoluzione, e allo scontro della Chiesa con lo sconvolgimento costituito dall’affermazione del diritto degli individui all’autonomia, che è il cuore della nostra modernità. Quest’ultima si è imposta prima di tutto sul terreno politico. La modernità con cui si scontrava la Chiesa allora era il riconoscimento dell’autonomia dei cittadini che faceva sì che la società sfuggisse alla regìa della religione. Questa rivendicazione di autonomia non ha mai smesso di ampliarsi e abbraccia oggi tanto la sfera intima che la vita morale e spirituale degli uomini e delle donne che, senza tuttavia necessariamente smettere di essere credenti, rifiutano la legittimità della Chiesa a dare norme in registri che ritengono debbano essere di competenza solo della loro coscienza personale”.


La sociologa individua due questioni fondamentali che richiedono una attenta revisione a fronte della crisi in atto:

“Il XIX secolo è il secolo in cui si inventa il modello familiare che conosciamo: quello della famiglia borghese centrata sulla coppia e sulla sua progenitura. È su questa cellula familiare eretta a “cellula di Chiesa”, che la Chiesa concentrerà al massimo i suoi sforzi di controllo. In che modo lo fa? Attraverso il controllo del corpo delle donne da un lato e l’esaltazione della figura del prete come uomo del sacro dall’altro”.

Danièle Hervieu-Léger delinea gli ambiti di un cambiamento avvertito con sempre più urgenza soprattutto nel superamento del sistema clericale e affrontando la questione femminile. In gioco è un modo nuovo di essere chiesa basato sul sacerdozio comune di tutti i fedeli:

“Il sistema clericale, a cui si imputano ormai le gravissime derive che esplodono oggi, non è riformabile. È questo stesso sistema che bisogna smantellare se si vuole inventare, se possibile, un’altra maniera di fare Chiesa. Quest’ultima non può più separare la ridefinizione radicale del sacerdozio come servizio della comunità e il riconoscimento pieno dell’uguaglianza delle donne in tutte le dimensioni, della vita della Chiesa, comprese quelle sacramentali. L’invito fatto ai preti di essere vicini ai loro fedeli, la nomina di qualche donna negli organismi del potere e perfino l’apertura dell’ordinazione ad alcuni uomini sposati debitamente selezionati non scongiureranno il disastro. Il problema che è sul tavolo è quello del sacerdozio di tutti i laici, uomini e donne, sposati o celibi a loro scelta. Una sola cosa è certa: la rivoluziona sarà globale o non sarà, e deve passare da una rifondazione completa del regime del potere nell’istituzione”.

Parlare di regno implica così anche affrontare la questione della riforma della chiesa che la situazione del presente sollecita in modo pressante.

Infine parlare di regno di Gesù Cristo oggi implica un riflettere sull’universo. In questi giorni si sta svolgendo a Milano un convegno nazionale promosso dall’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso sul tema «Un creato da custodire, da credenti responsabili, in risposta alla parola di Dio». L’orizzonte del regno è quello di un creato di cui scoprirsi parte e in cui scorgere che il grido dei poveri è indissolubilmente legato al grido della terra. Jürgen Moltmann in un suo messaggio al convegno ha scritto: «abbiamo bisogno di una nuova teologia della terra… la terra è nostra madre » e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo ha ricordato «il manipolare e il controllare le limitate risorse umane del pianeta e la nostra avidità ci hanno alienato dal proposito iniziale della creazione».

Sono queste alcune implicazioni per riflettere oggi su come intendere che Gesù Cristo è re, non del dominio, ma che ha donato la sua vita nel servizio sino alla fine e chiama discepoli e discepole a scorgere come essere nel tempo responsabili del vangelo del regno.

Alessandro Cortesi op

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