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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXIII domenica – tempo ordinario A – 2014

DSCN0617Prov 31,10-13.19-20.30-31; 1Tess 5,1-6; Mt 25,14-30

Le letture di questa domenica, la penultima dell’anno liturgico, guidano ad un interrogarsi sulla vita, su quanto è veramente importante, sul senso dell’esistenza. Sono invito a scorgere la vicenda umana come fedeltà alla terra tesa all’incontro definitivo con Dio che ci ha affidato il dono del tempo e si è affidato a noi. E’ uno sguardo a quanto sta alla fine, che richiama tuttavia al presente come occasione per compiere il nome ricevuto, per accogliere le molteplici chiamate della quotidianità e il senso profondo della storia umana.

Avverrà come a un uomo che chiamò e consegnò… Chiamare e consegnare sono le due coordinate entro cui è posta la vicenda dei servi della parabola. Chiamati a custodire non solo e non tanto dei beni, ma più profondamente a custodire un rapporto, anche nell’assenza. Il padrone di casa affida loro qualcosa ma in realtà si affida a loro. I servi sono depositari di una consegna che racchiude un affidamento originario. Il loro rimanere in quella casa li pone in una condizione non di possessori, ma di affidatari. I beni sono loro dati non in proprietà, ma per una custodia attenta e li provocano a riconoscere il valore di quanto hanno ricevuto, a divenirne responsabili. Sono chiamati da quel momento a vivere l’assunzione di un peso e l’opportunità di una risposta: posti in una situazione di responsabilità di fronte al loro padrone. Chiamò e consegnò: questi due verbi indicano un dinamismo che è una storia di relazione fatta di attesa e di un compito offerto.

E’ questa la condizione della comunità che segue Gesù: il cammino inizia da una chiamata, si radica in una relazione che attraversa la storia. Anche se il tempo dell’attesa si prolunga non viene meno la chiamata, piuttosto essa si rinnova in modi sempre nuovi nelle differenti stagioni della vita nel quotidiano. Da qui il sorgere della responsabilità. Le cose prestate non sono da custodire gelosamente bloccati dalla paura, ma da coltivare come doni che possono portare frutto abbondante. E’ posta in gioco la capacità di essere creativi e inventivi. La parabola sottolinea così un tratto della vita dei discepoli di Gesù chiamati a vivere la risposta ad una consegna: tanto o poco non importa, ciò che è importante è scoprire la responsabilità nell’incontro.

La parabola dei talenti è divenuta sinonimo di un modo di concepire la vita dando il primato all’esigenza di porre a frutto capacità e competenze umane. Tale linea interpretativa rischia di perdere di vista il messaggio centrale e di piegare la parabola ad una logica di efficienza e di produttività propria del mondo capitalistico. Lo sviluppo del racconto conduce in altre direzioni: il suo vertice non sta nell’esigenza di produrre e di moltiplicare le ricchezze. Sta piuttosto nel dialogo tra il padrone e l’ultimo servo: i primi due ricevono un elogio per la loro immaginazione nell’aver reso fecondo quanto avevano ricevuto. Il terzo servo invece viene rigettato non perché ha compiuto qualcosa di sbagliato ma perché ha vissuto prigioniero della paura e si è chiuso ad orizzonti di libertà. Talmente impaurito da avere nascosto, mettendolo sotto terra il talento ricevuto. Il rapporto con il padrone è stato da lui concepito non come uno spazio di responsabilità e di creatività, ma un’esperienza di oppressione, di blocco, di morte. Il seppellimento del talento è metafora di una scelta di morte e non di vita.

Gesù introduce con questa parabola un appello ad intendere la vita scoprendo il volto di Dio della consegna e dell’affidamento: è una parola sul volto di Dio. ‘Entra nella gioia del tuo padrone’ è l’invito rivolto ai servi. Tale parola va ben oltre la possibilità umana di relazione tra un padrone e i suoi servi: Gesù introduce qui un insegnamento sul regno e conduce così ad intendere in modo nuovo il rapporto con Dio stesso. I talenti costituiscono una realtà donata: un talento indicava decine di chili d’oro, una ricchezza spropositata. Racchiudono quindi l’affidamento di un dono senza misura che diviene appello ad una risposta e ad una responsabilità. Il servo che non ha compreso la ricchezza del rapporto con quel padrone non comprende nulla del volto di Dio Padre. Vive nella paura e si lascia rinchiudere in un’idea preconcetta (un volto di Dio pensato ad immagine dei padroni terreni) che lo rende incapace di agire: “So che sei un uomo esigente, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”. Ha considerato il talento come ricchezza da conservare, non carica di una attesa e di un affidamento di speranza. Non comprende che il talento affidatogli è segno di una relazione a cui rispondere con tutta la sua vita. Con riconoscenza e creatività. E’ questa la gioia a cui Gesù intende aprire i cuori di chi lo ascolta.

300px-FusiAlcune osservazioni per noi oggi

La paura è uno dei tratti del nostro tempo. La paura che blocca, intristisce, rende incapaci di immaginazione creativa. E’ la paura di perdere qualcosa, ed è la paura di sottostare alle regole di un sistema economico che si pone come nuovo impero. La creatività si oppone alla paura. Come vincere le paure diverse che impediscono oggi di accogliere il presente con senso di responsabilità di fronte agli altri, come dare spazio alla creatività per individuare soluzioni nuove di fronte ai problemi e difficoltà della vita? Come passare dalla mentalità di possessori impauriti alla logica di chi deve custodire in modo creativo una realtà preziosa ricevuta, anche nel cammino della chiesa?

“Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero”. I gesti della tessitura, segno dell’attenzione al quotidiano di un lavoro paziente e respira della vita della casa, e i gesti di attenzione al povero, che costruiscono la relazione con gli altri. Sono i movimenti di una vita fatta di operosità concreta, di lavoro, di costruzione di rapporti nella consapevolezza che siamo tutti legati. Sono queste le immagini della quotidianità, segni di una fedeltà alla terra, all’attenzione rivolta alle piccole cose. Nel profilo di una donna – forse anche simbolo della sapienza, ma anche rinvio alle attività quotidiane di tante donne conrete – sono indicati i gesti di custodia e di costruzione di rapporti. Come una casa fatta di presenze e di volti. E’ l’indicazione di una spiritualità delle cose, dove nell’uso delle mani, nei gesti di ogni giorno si incontra lì vicino, non in luoghi lontani, la presenza di Dio e della sua chiamata. Questa attenzione al quotidiano, la scelta di dare spazio alle cose, a tutto ciò che possiamo fare con le mani è via di una spiritualità che dà spessore all’umano come luogo di fedeltà a Dio.

Paolo alla comunità di Tessalonica indica un tempo che si conclude. Le doglie giungono improvvise. Il Signore tornerà. Il suo giorno sarà incontro e compimento di una lunga attesa. E così richiama a vivere il presente mantenere desta l’attesa, orientando le proprie scelte in ciò che rimane, che umanizza la vita ed è più importante. E’ un invito a recuperare il senso di una fede orientata al futuro e non solo ripiegata sulle costruzioni del presente: è la prospettiva liberante che relativizza le cose e pone al giusto posto ogni costruzione umana. E’ richiamo ad uno sguardo di speranza.

Alessandro Cortesi op

XXIII Domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0262Ez 33,1.7-9; Rom 13,8-10; Mt 18,15-20

La comunità di Matteo è vicina per tanti aspetti al mondo ebraico e nel porsi la questione di come comportarsi di fronte a chi nella comunità vive in contraddizione con le esigenze del vangelo e come attuare una correzione poteva riferirsi ad una ampia riflessione sviluppata e già presente nella tradizione ebraica. Era infatti considerata una ampia casistica di fronte alle situazioni dei peccatori. Ad esempio la legislazione di Levitico raccomandava: “Non odierai il tuo fratello nel tuo cuore, ma correggerai apertamente il tuo prossimo così non ti caricherai di un peccato contro di lui” (Lv 19,17). In Deuteronomio si suggeriva il passaggio davanti ai testimoni: “ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni” (Dt 19,15). Così pure Ezechiele richiamava alla responsabilità di fronte all’altro: “Se tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta io domanderò conto a te” (Ez 33,8). Alla base di tale invito sta la consapevolezza he Dio non vuole la morte del peccatore ma mira alla sua salvezza, a guadagnarlo, non a perderlo: il progetto di Dio non è per la condanna e la morte, ma per la vita (Ez 33,11).

La comunità di Gesù si connota per essere un discepolato di uguali, di fratelli e sorelle senza distinzioni gerarchiche ma chiamati a stare nella sequela di Gesù: un cammino di fraternità in cui nessuno è il più grande, ma tutti sono raggiunti dall’appello ad accogliere la volontà del Padre che nessuno si perda dei suoi piccoli.

Matteo raccoglie al cap. 18 alcune indicazioni fondamentali sulla vita della comunità in cui al centro stanno i piccoli. E’ richiamata la logica del perdono come attitudine fondamentale: un perdono che viene da Dio innanzitutto e che va accolto e condiviso in un cammino di cambiamento. Il brano inizia con le parole “se tuo fratello commetterà una colpa contro di te”. L’espressione ‘contro di te’ appare una aggiunta che richiama il versetto in cui Pietro domanda a Gesù: “Signore se il mio fratello pecca contro di me quante volto dovrò perdonargli?” (Mt 18,21). La questione non è sta tanto nei termini di un’offesa personale ma concerne uno stile di comportamento in opposizione all’orizzonte di fondo della comunità. Tuttavia è accentuato il termine fratello: anche chi sbaglia rimane fratello di cui farsi carico.

La pagina sul rapporto con chi viene meno alle esigenze del vangelo è una parola innanzitutto contro l’indifferenza nei confronti dell’altro. E’ indicazione di uno stile di attenzione, che non ignora né sorvola con superficialità quanto ferisce il legame e tutto ciò che mina l’esistenza stessa della vita di una comunità. Il problema di fondo è quello di non rimanere indifferenti di fronte al male, e poter correggere senza assumere l’attitudine di superiorità, mantenendo la consapevolezza del limite e della condizione di peccato che tutti accomuna. Correggere è percorso complesso, che non può essere attuato senza profonda compassione e senza percepire l’importanza dell’altro nella propria esistenza. Il volere del Padre e è che nessuno vada perduto (Mt 18,14).

L’indicazione di fondo del brano sta nel mantenere il riconoscimento dell’altro anche quando la sua prassi è inconciliabile con il vangelo: concretamente ciò si traduce in una attitudine di responsabilità attiva nel superamento di una situazione di fatica, di dissidio, di incomprensione.

Porsi davanti all’altro nei termini del dialogo implica una scelta di tenere a cuore la vita dell’altro. I tre passaggi indicati – il dialogo da solo a solo con il fratello, il colloquio con più testimoni, la presentazione della questione davanti alla comunità – non sono da considerare una sorta di normativa definita. Piuttosto sono suggerimenti che indicano l’urgenza di trovare occasioni in modo creativo per ricercare una via di colloquio in rapporto alle circostanze concrete. Sono invito a cogliere le opportunità concrete possibili per esprimere la cura per l’altro, per accostarsi a lui, e non cadere nell’atteggiamento del disinteresse, dell’ indifferenza, o della rassegnazione. L’esito eventualmente positivo di questi avvicinamenti è espresso nei termini dell’aver guadagnato il fratello: è così indicata una ‘abbondanza’ che non si identifica con dei beni, ma è fecondità di relazione e di vita.

Tuttavia viene anche considerata la possibilità di una durezza e di un rifiuto mantenuto ad oltranza. Se qualcuno rifiuta qualsiasi correzione “sia per te come il pagano o l’esattore”. Essere come un pagano significa la presa d’atto di una condizione di lontananza dalla comunità. Ma questo non implica una lontananza rispetto all’attitudine di cura e custodia che mai deve venire meno. Questa dovrà trovare modo di esprimersi in forme diverse. Queste parole tagliano alla radice l’attitudine settaria presente laddove la scomunica è inflitta come condanna alla persona e motivo di disprezzo ed esclusione. E pongono accento sull’unico grande potere dato alla comunità che è quello di percorrere le vie del perdono e dell’apertura alla possibilità di cambiamento in ordine al vangelo. La comunità che Matteo desidera è una comunità in cui al centro vi sia il perdono e un amore fatto di concretezza; non indifferente rispetto al male e pronto ad accettare anche il rifiuto di dialogo, ma sempre aperto a considerare l’altro come qualcuno da non perdere. La ragione sta nello stile di Dio testimoniato da Gesù: che nessuno vada perduto.

Si instaura così un rapporto nuovo ma che implica ancora una custodia, di tipo diverso, di vicinanza e di attesa. Matteo attribuisce a tutta la comunità il potere di legare e di sciogliere. Legare è sinonimo di proibire, sciogliere sta per permettere. Questi due verbi indicano così l’azione di escludere dalla comunità o di aprire la possibilità ad un condivisione. Legare e sciogliere hanno a che fare ancora con una attitudine che non coltivi indifferenza rispetto al male, ma si ponga in una attenzione alla persona. Sciogliere come offrire possibilità di una porta sempre aperta è la grande chiamata a testimoniare un perdono che non viene da capacità umane ma è lo stile di Dio, senza limite ‘fino a settanta volte sette’ (Mt 18,22).

Anche chi non ascolta e non rivede il suo comportamento va considerato come qualcuno per cui pregare, qualcuno da amare perché Gesù era amico dei pubblicano e dei peccatori (Mt 11,19) e il suo comando è quello di amare anche coloro che si pongono come nemici (Mt 5,44). “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19-20). Questa espressione che segue immediatamente il passo sulla correzione fraterna può essere letta come riferita all’accordarsi per chiedere a Dio nella preghiera la possibilità di non perdere chi si ostina in un percorso di incoerenza rispetto al vangelo e rifiuta di cambiare.

L’autentico potere affidato alla comunità sta proprio nella capacità di custodire, nella vita, nella preghiera: una custodia senza limiti che deve cercare con creatività e fedeltà al presente le modalità possibili e concrete per attuarsi. Una custodia da attuare fino alla fine e che non viene mai meno, anche di fronte al rifiuto.

DSCN0285Alcuni pensieri per noi oggi

E’ questa una pagina che parla della difficoltà della vita comune. Soprattutto evidenzia le difficoltà del prendersi cura dell’altro in un contesto in cui spesso prevale il ripiegamento su di sé e la disattenzione per chi vive accanto. Porta a riflettere sulla responsabilità, sulla scelta di evitare compromessi, o l’incoerenza sottile e permanente. Ci fa scoprire quanto ciascuno debba ancora camminare per accogliere l’esigenza del vangelo di ritenere l’altro un fratello, una sorella da custodire.

La comunità di fronte al male e alle deviazioni non può porsi in atteggiamento indifferente. Deve avere il coraggio della non assuefazione, di saper chiamare per nome e denunciare il male. Nello stesso tempo può offrire fiducia e spazio che consenta opportunità per un effettivo cambiamento ed per orientarsi in modo diverso. La correzione fraterna non è un atto che si risolve in un momento puntuale: si connota piuttosto come un percorso fatto di pazienza, di gradualità, ed anche di accompagnamento e di cura. Non si identifica con forme di esclusione che non eliminano il male e per di più tolgono la speranza, ma può essere cammino per aprire alla opportunità di cambiare.

Le indicazioni sulla correzione fraterna talvolta sono state visto come una sorta di codificazione da eseguire, quasi un manuale di risoluzione dei problemi di convivenza pronto all’uso. Ma il vivere la fatica delle relazioni non può essere ridotto a facili procedimenti. Ogni rapporto esige delicatezza, attenzione alle situazioni e alle persone, nella loro reale condizione e originalità. Soprattutto le esperienze di vita comune sono esposte alla difficoltà, alla fatica e anche al fallimento di sogni e tentativi concreti di dialogo. La sollecitazione al cuore di questa pagina sta nel prendersi carico dell’altro e nell’invito ad una custodia nonostante il rifiuto, accettando la fatica dell’incontro.

“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”: questa parola può essere importante per cogliere l’importanza oggi di creare momenti e occasioni di un ritrovarsi attorno al nome di Gesù. Il ritrovarsi non necessita di ufficialità o di riti particolari, può essere attuato nel quotidiano. Passare dalla dispersione alla riunione, passare dall’inimicizia allo stare insieme in ascolto delle sue parole e della sua chiamata. Non è importante essere tanti o pochi, né il numero né l’efficacia o la visibilità del gruppo che si ritrova. E’ la presenza di Gesù ad essere guida e riferimento del ritrovarci e dell’azione. L’importante è mettere al centro la presenza di Gesù nel riunirsi ‘nel suo nome’.

Alessandro Cortesi op

XXVI domenica del tempo ordinario – anno C – 2013

410px-Meister_des_Codex_Aureus_Epternacensis_001Codex aureus Echternach
Am 6,1-7; Sal 145; 1Tim 6,11-16; Lc 16,19-31

Un ricco e un povero sono le due figure al centro della parabola di Luca. ‘Un tale’ ricco e un povero indicato, lui solo, con un nome, Lazzaro (El ‘azar, Dio ha aiutato). La prima parte della parabola è una provocazione forte a cogliere l’abisso tra la condizione del ricco che si dava a lauti banchetti e quella del povero, che, alla sua porta, aveva fame ed era desideroso di sfamarsi di quello che cadeva dalla tavola del ricco. Una contrapposizione che si capovolge nella condizione dopo la morte quando il ricco è raffigurato agli inferi tra i tormenti e il povero invece nel seno di Abramo. Un primo messaggio riguarda così il volto di Dio: Dio non tollera questa ingiustizia, per lui il povero, di cui nessuno si accorge e che soffre a causa dell’indifferenza è qualcuno che ha un nome. Il suo nome parla di Dio e dice la vicinanza di Dio che guarda al povero e si china su di lui.

Un muro di vetro separa il ricco dal povero, una barriera che non viene valicata: è questo il primo abisso indicato. Ma Dio non tollera tale abisso e l’abisso è raffigurato capovolto quando la distanza tra il ricco assetato e che pretende ancora di essere servito è rappresentata come incolmabile. La prima parte della parabola diviene così provocazione a rendersi conto delle situazioni scandalose che si danno per scontate. E’ una parola che non intende raffigurare l’aldilà, ma è rivolta al presente e provoca a rompere queste distanze. E’ parola forte che mira innanzitutto ad aprire gli occhi per rendersi conto dell’ingiustizia che nel presente viviamo. La grande colpa del ricco non è tanto ciò che fa, ma proprio il suo essere spensierato, il suo vivere in una condizione di indifferenza, preso dalla abbondanza di quanto ha e insensibile a chi non ha pur vicino a lui. La sua spensieratezza lo fa passare oltre senza guardare addirittura a chi sta soffrendo alla sua porta. E’ incapace di vedere, di accorgersi del povero davanti alla sua casa, e non gli fa problema la vicinanza scandalosa tra una sovrabbondanza di benessere che convive fianco a fianco con la miseria e il degrado.

Non sembra forse questa una sorta di fotografia della nostra società? La disuguaglianza che separa il Nord ricco dal Sud del mondo ma anche la separazione che fa convivere l’uno accanto all’altro diversi mondi nelle nostre città nei nostri quartieri, laddove diversi Sud si intersecano con diversi Nord, una disuguaglianza accettata come fatalità o non considerata perchè lo sguardo viene diretto altrove o perché nei cuori si innalzano muri di insensibilità. L’indifferenza e la paura sono le attitudini contagios e diffuse che spingono ad elevare barriere sempre più alte per non farsi provocare dalla presenza e dalla vicinanza di chi ci ricorda la povertà e la sofferenza. E’ presenza di persone, di sofferenze, di percorsi umani che esigono di essere innanzitutto guardati in faccia e farsi consapevolezza per superare l’abisso. Per avere il coraggio di valicare quell’abisso ed non vivere come quei “farisei che erano attaccati al denaro e si burlavano di lui”. Con le immagini popolari del ‘regno dei morti’ e del ‘seno di Abramo’ Gesù ricorda Dio che guarda ai suoi poveri e non li lascia abbandonati, ma anche pone in luce che il grande peccato è l’indifferenza, quella spensieratezza che impedisce di guardare all’altro, come Amos diceva: “guai agli spensierati di Sion, a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria”.

Ma c’è una seconda parte della parabola che ne costituisce il centro a cui tutto converge: un dialogo tra il ricco e Abramo e la ripetuta risposta al ricco che chiede di avvisare suoi fratelli: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”. Nella vivacità del dialogo tra gli inferi e Abramo, tutto converge su questo invito che riguarda il presente. Già ci sono le Scritture, Mosè e i profeti, già nel presente ci sono indicazioni per impostare la vita in modo da renderla una vita realizzata, già, senza bisogno di miracoli o di vicende eccezionali ci sono voci da ascoltare. Solamente tale ascolto fa uscire dalla bolla che chiude e separa e rende lontani. Può condurre ad una apertura degli occhi, ad accorgersi dell’altro, a non dimenticare i poveri. C’è una circolarità tra ascolto e vedere. Ascoltare Mosè e i profeti è indicazione che Dio sta parlando e indica la via di una vita riuscita in rapporti di giustizia e di accoglienza. Si può anche estendere questo riferimento a Mosè e ai profeti: in queste parole c’è un rinvio alla Scrittura ma è profezia anche il lamento di Lazzaro alle porte del ricco, è profezia la sofferenza dei poveri che non trovano risposta alla loro fame, è grido il lamento di una creazione sfruttata solamente per arricchire i più ricchi e che non viene vissuta come luogo di condivisione. L’ascolto dei profeti che non sono riconosciuti come tali perché non hanno un nome dovrebbe trovare spazio di accoglienza in chi cerca di far proprio il modo di guardare di Dio, di Dio che conosce i nomi dei suoi poveri. E’ quindi provocazione a camminare insieme, a rompere barriere di divisione tra le persone, ed è anche provocazione ad ascoltare quella Parola di Dio presente nelle parole umane di tutti coloro che sono in ricerca del senso della propria esistenza, di tutti coloro che non pretendono di essere giusti e che non vivono prigionieri della potenza o spensierati e indifferenti, ma sono affamati e bisognosi degli altri. L’ascolto che è capacità di accoglienza e custodia di parole diviene luogo in cui imparare a custodire gli altri, i loro desideri e speranze, la loro fame e sete, e a custodire la stessa creazione in tutti i suoi aspetti.

Due parole ascoltate recentemente mi hanno colpito e vorrei accostarle a questa lettura della pagina di Luca. Sono parole che ci parlano della nostra indifferenza di mondo ricco di fronte ai drammi di popoli segnati dalla povertà, e sono anche parole che ci ricordano di non rimanere indifferenti, indifferenti come ad Auschwitz e ignavi di fronte alle tragedie del nostro presente.

La prima è una parola di Francesco, vescovo di Roma, a Lampedusa nello scorso luglio, che ha richiamato all’indifferenza di fronte al dramma dei migranti poveri: “La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro. Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
La seconda è da un articolo di questi giorni di Francesca Paci (La Stampa 24.09.13) che invita a non dimenticare la sofferenza dei bambini della Siria – ma a questo si potrebbe aggiungere l’invito a non distogliere lo sguardo dalle guerre come quella nel Congo, o dalle oppressioni dei palestinesi nei territori occupati da Israele -: “Intrappolata in una guerra civile che si consuma davanti ai nostri occhi sempre più cinicamente abituati all’orrore, la Siria sta morendo. Muoiono gli uomini e le donne nelle città sotto assedio, muoiono quelli che attraversano la frontiera gonfiando un esodo senza precedenti che ha già oltrepassato quota due milioni di profughi, muoiono i bambini e con loro, con le migliaia di bare in miniatura, con le oltre 3900 scuole distrutte, con il pallone da gioco sostituito dal caricatore del kalashnikov, muore il futuro. Secondo l’ultimissimo rapporto di Save the Children, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, almeno due milioni di piccoli siriani combattono ogni giorno un corpo a corpo invisibile con la fame. Solo nelle campagne alla periferia di Damasco uno su venti soffre di malnutrizione e il 14% è in condizioni gravi. (…) Nei suoi interventi in Siria e nei paesi confinanti, Libano, Giordania e Iraq, Save the Children ha finora raggiunto più di 600.000 persone, tra cui oltre 360.000 bambini, fornendo cibo, alloggio, vestiti, istruzione. Ma sembra un pozzo senza fondo. E l’emergenza corre più veloce degli aiuti che la tamponano appena. C’è un vecchio detto siriano, ricorda Desmond Tutu, che recita più o meno così “Anche un luogo angusto può contenere mille anime”. Il buco nero che è diventata la Siria ne contiene molte di più, grandi e piccolissime, e la difficoltà di accendere la luce non è una buona scusa per pretendere di non vederle”. Ancor oggi la grande omissione è quella di non vedere e siamo rinviati ad ascoltare Mosè e i profeti…

Alessandro Cortesi op

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