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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXVIII domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1300Sap 7,7-11; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30

“Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. E’ domanda che esprime una ricerca e racchiude una attesa. La vita ha un significato che la renda capace di oltrepassare il tempo, di rimanere. Avere la vita eterna è immagine che rinvia ad una vita che non passa, che si pone nella comunione con Dio. Cosa si deve fare allora sin da ora? La domanda tocca la questione dell’agire, non solo la sfera delle idee delle convinzioni, ma il da farsi… Cosa fare perché nella vita sia aperta ad un ‘per sempre’?

‘Un tale’, dice Marco, rivolge questa domanda a Gesù. E’ un personaggio senza nome del vangelo. Forse un profilo che può racchiuderne molti. Nascosto dietro il suo profilo sta una persona impegnata in un cammino religioso, formato ad intendere la vita non limitata da un orizzonte solo finito, ma aperta all’oltre, teso a dare un significato al suo impegno. O forse un uomo capace di interrogarsi e che si era sentito provocato dallo stile di Gesù. La sua può essere paradigma di tutte l domande proprie di chi è mosso dal desiderio di un senso autentico della propria vita, anche se si cerca spesso a tentoni, anche se si vive un tempo in cui l’orizzonte è difficile da cogliere.

Nel prosieguo del dialogo si scopre che questo tale è un ebreo credente, educato nell’osservanza dei comandamenti, un osservante della legge. Ed è anche un uomo aperto, impegnato, disponibile per darsi da fare, per vivere la vita in modo significativo. E’ un uomo buono che da sempre ha osservato le parole della legge. Gesù, di fronte a questo uomo prova sentimenti di ammirazione, simpatia e amore: il suo sguardo è sguardo sintonia e di amore: “Fissatolo lo amò…”. Forse proprio il suo impegno, la sua dirittura, la sua tensione lo rendono un uomo troppo pieno di quanto ha, non solo in termini di beni materiali, ma di quelle sicurezze che rendono la vita stabilizzata e chiusa.

Alla questione che gli è posta Gesù risponde: “una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La ‘cosa che manca’ ha a che fare con il fare spazio. Far venir meno il troppo pieno, per lasciare spazio ad un vuoto. E’ anche appello alla condivisione, cioè ad una apertura agli altri come depositari di qualcosa che non sia più proprio, ma messo in comune. Sono le ricchezze materiali ma anche le ‘ricchezze di vita’ a dover essere messe insieme. Gesù indica così la via dell’avere di meno, del liberarsi da tutto ciò che costituisce motivo di sicurezza e di appoggio, ma che diviene poi una gabbia che impedisce di vivere: indica la via di una povertà che ha i caratteri della sobrietà e della condivisione. E’ un discorso difficile, perché l’avere è una dimensione dell’umano che tocca corde profonde e difficilmente si espone a discussione. La povertà è lo stile di Gesù, colui che si è fatto povero per noi perché noi potessimo divenire ricchi della sua povertà.

“Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio… è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Se questo ‘cammello’ alludesse ad una ‘corda’ utilizzata dai marinai oppure ad una porta stretta della città di Gerusalemme – detta ‘cruna d’ago’ e dalla quale si passava quando tutte le altre porte erano chiuse – forse poco importa. Il messaggio racchiuso in quest’immagine sta nella chiamata a seguire Gesù. Ma questo non è opera della capacità umana, della volontà.

I discepoli sono smarriti e impauriti: “e chi mai si può salvare?” Gesù propone ancora un affidamento senza riserve a Dio, la via di cercare e trovare solo in lui la forza per vivere uno stile nuovo sin d’ora. La pretesa di salvarsi con le proprie forze – cioè di dare un senso alla vita con lo sguardo ripiegato su di sé – è fallimentare.

Tuttavia Gesù non chiede di vivere ciò che è possibile, ma provoca a quell’impossibile che diventa spazio di un rapporto: “Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! perché tutto è possibile presso Dio”: è questo il grande annuncio della salvezza come opera del Dio che viene e per primo ci ha amati (cfr Lc 1,37).

Se la salvezza, cioè trovare una vita autentica e compiuta è possibile solamente a Dio, allora il senso autentico della nostra vita non è esito e ricompensa di sforzi e meriti umani, non viene dall’osservanza dei comandamenti, ma è radicalmente dono, è agire gratuito di Dio che ci coinvolge e trasforma la nostra vita suscitando la nostra libertà. Per questo richiede il fare spazio, il rendersi disponibili a ricevere, come chi è povero dentro. Non è orizzonte da attendere nel futuro ma è da scoprire nelle relazioni nuove nella vita quotidiana luogo in cui Dio viene ad incontrarci: “non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

DSCF6293Alcune riflessioni per noi oggi

La chiamata rivolta a quel tale è anche per chiunque si lascia inquietare per seguirlo. Quel tale “se ne andò via afflitto perché aveva molti beni”. Non viene detto se in seguito iniziò a seguire Gesù: si può solo sperare. Forse anche lui ha compreso, non senza fatica e dopo passaggi graduali nella vita. Come noi. Questa scena rimane come sospesa, una provocazione per noi. E’ indicazione per la comunità dei discepoli a scoprire un rapporto nuovo con le ricchezze e cosa significhi la salvezza che non è frutto della nostra ricchezza.

Ci sono ricchezze che impediscono di accogliere la chiamata del Signore costituite dai beni, o meglio dalla preoccupazione di perdere e di accumulare beni, e dall’energia investita nel preoccuparsi per tutto ciò che appartiene all’esteriorità. Ma ci sono anche ricchezze costituite da convinzioni, certezze, costruzioni ideologiche e di dottrina assimilate e che rendono arroccati, inamovibili, incapaci di scorgere quella chiamata a condividere che è appello a riconoscere la vita degli altri, a lasciarsi smuovere dalla vita dei poveri. In questo tempo di sinodo si rendono evidenti certi arroccamenti e chiusure sulla base di certezze acquisite, di visioni, idee, dottrina, espressioni di una mentalità incapace di ascoltare la vita, le sofferenze di tante persone. C’è un modo di essere ricchi magari non di beni preziosi, ma di sicurezze, che fa venire meno la capacità di guardare alle sofferenze degli altri, dei poveri soprattutto, poveri di aiuto, di affetto, di stima, di comprensione. L’attitudine di misericordia è possibile solamente se non ci lascia occupare il cuore da tutto ciò che lo rende incapace di compassione e di consapevolezza di qualcosa che manca: ‘una cosa sola ti manca’. Solamente nel riconoscere un essere vuoto, un ‘mancare’ può farsi strada una parola che suscita il senso della vita non come pienezza, ma come vuoto da lasciar riempire da altro e da altrove, come vuoto in cui lasciare spazio alla sofferenza dell’altro, sapendo che la misericordia ha sempre la meglio nel giudizio.

arvanitakis2-k1TE-U10601605779195DOB-700x394@LaStampa.itDyonisis Arvanitakis è il nome del panettiere di Kos che ogni giorno porta ai rifugiati che sbarcano nell’isola greca, del pane. Anche lui ha vissuto la migrazione e la fame tanti anni fa nel 1957, emigrante in Australia: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perché non parlavo inglese – racconta – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro». Rientrato in Grecia negli anni ’70 riesce ad aprire una bottega. Brandon Stanton, fotografo americano, ha riportato la sua foto, ripresa nel negozio tra ritratti del progetto Humans of New York. Un uomo capace di trovare occasione nel suo quotidiano di rispondere alla chiamata a condividere. Una parola di vangelo che dice come ciascuno può scoprire che la vita eterna inizia nel presente vivendo ciò che ci rende più umani e reca vita agli altri. 

Povertà è poter fare uso delle cose, accontentarsi del necessario, ma pensare che quanto si ha è per la condivisione. Non essere preoccupati di accumulare, non essere legati ad una ricchezza che fa grandi e superiori e diversi da chi ha meno. E poi c’è una povertà interiore che è l’atteggiamento di chi non si pensa senza gli atri, ma intende la sua vita nel rapporto, nella capacità di aprire ponti e vie di comunicazione e di aver bisogno degli altri. E allora sceglie la via della condivisione. Farsi solidali con i poveri è via per fare come ha fatto Gesù, e per poter entrare in un più profondo rapporto con lui. Lasciarsi liberare da quanto appesantisce e ingombra la vita permette di ‘seguirlo’.

“La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di una spada a doppio taglio” (seconda lettura) E’ indicazione dell’importanza della Parola di Dio nella vita dei credenti. La parola è viva e opera nella nostra vita: è come pioggia, come seme caduto nel campo della nostra esistenza che non può non portare frutto. E’ come spada che penetra nel profondo e genera una ferita.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario anno B – 2015

DSCF6026Es 16,2-15; Ef 4,17.20-24; Gv 6,24-35

“Man hu: che cos’è?” è la domanda rivolta a Mosè di fronte allo strano fenomeno della manna, – una forma di essudazione di un arbusto del deserto – nutrimento che permise al popolo d’Israele di proseguire il cammino. “Mosè disse loro ‘E’ il pane che il Signore vi ha dato in cibo’”. Mosè riconosce in questo segno un intervento del Signore e se ne fa interprete. E’ la risposta da parte di Dio alla ribellione del popolo, stanco e logorato del cammino nel deserto.. “In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!’…” (Es 16,2-3).

Il bisogno di cibo e di sicurezze immediate rende impazienti e sospettosi e fa rimpiangere addirittura la situazione della schiavitù, là dove il cibo era assicurato. Il verbo ‘mormorare’ indica un atteggiamento profondo di ribellione e di sospetto che dubita della presenza vicina di Dio. Il dono della manna è anche una sfida che apre ad un incontro: ‘io sono il Signore vostro Dio’. La mormorazione degli israeliti è primo passo dell’idolatria che conduce a sostituire nella vita la signoria di Dio con qualcos’altro: nella Bibbia è questo il grande peccato. E’ l’atteggiamento contrario alla fiducia nell’alleanza; anziché riconoscere il Dio vicino e affidarsi alla sua promessa si ricercano sicurezze immediate. La nostalgia di cibo sicuro anche perdendo la condizione di libertà è nutrita dal dubbio che Dio sia vicino.

La manna e le quaglie sono segni offerti di fronte alla ribellione ed al sospetto.: “Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no.” (Es 16,4). Ma la manna potrà essere raccolta solamente per quanto è sufficiente per una giornata, è rinvio a mantenersi nell’attesa: quello che è sufficiente senza accumulo per il domani. Per comprendere che la vita del popolo in cammino trova la sua stabilità ed il suo futuro unicamente nell’affidamento a Jahwè, oltre ogni altra sicurezza. E’ proposta di un percorso di apertura alla provvidenza di Dio.

Il segno dei pani narrato dal IV vangelo al cap. 6 ha come sfondo il dono della manna nel deserto. Ad esso seguono le parole di Gesù alla folla che lo seguiva, in un discorso nella sinagoga di Cafarnao (cfr. Gv 6,59). Emerge evidente una incomprensione di fondo tra le parole e l’agire di Gesù e le attese della folla: la folla cerca Gesù perché ha trovato sazietà, ma il pane stesso è segno di un vita condivisa. “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,26-27).

Gesù critica una ricerca che si pone secondo la logica dell’idolatria, per assecondare i propri bisogni dove anche il suo agire è strumentalizzato. La ricerca della folla non è nella disponibilità all’annuncio ma è ripiegata nella propria attesa di sicurezza. Gesù conduce gli interlocutori a compiere una traversata, da un livello di attese immediate ad un altro livello più profondo: il pane che Gesù dà, presente nel segno dei pani distribuiti, è la sua stessa vita, è il dono dell’incontro con lui, della sua amicizia per poter intendere in modo nuovo il senso della propria esistenza.

Compiere tale traversata è passaggio arduo, implica l’affidamento a lui, l’aprirsi al credere, che per il IV vangelo è lasciarsi coinvolgere in un incontro personale. I segni costituiscono occasione iniziale di un cammino a lasciarsi cambiare, fino a quell’unico segno che è la sua morte dove si manifesta la gloria/presenza di Dio. Incontrare Gesù è cammino che conduce a riconoscere che la sua presenza è al centro delle attese più radicali del cuore umano.

La questione fondamentale infatti verte sul credere: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’ Gesù rispose: ‘Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato’” (Gv 6,28-29). Il segno che Gesù dà per credere è il segno del pane, rinviando coloro che lo ascoltavano al segno della manna nel deserto. “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,2-33)

Ricorre con insistenza il verbo ‘dare’ Gesù intende la sua vita nel ‘darsi’. L’itinerario del credere viene suggerito come accoglienza di colui che Dio ha mandato, nel riconoscere in Gesù l’inviato del Padre. La manna costituiva un invito a concepire il cammino nel deserto come percorso di fede. Ora Gesù presenta se stesso: “Io sono il pane della vita”. La sua vita è nutrimento per far camminare nel percorso della vita. E’ pane che può dare senso alla nostra vita e che la apre ad un orizzonte nuovo di rapporto con il Padre.

DSCF6012Alcune riflessioni per noi oggi

Una prima riflessione può riferirsi al passaggio, alla traversata a cui Gesù conduce, dalle opere all’opera del credere: l’opera di Dio è entrare nell’incontro con Gesù che si presenta pane vero, disceso dal cielo. Il cuore del credere sta in un incontro difficile a cui lasciarsi spingere e verso cui orientare il cammino. Riconoscere Gesù nel segno dei pani è entrare nel significato della sua vita come presenza che dà da vivere, e offre nutrimento. L’incontro con Gesù è scoperta che la sua vita data, condivisa è luogo di incontro con Dio e scoperta del senso più profondo della stessa vita umana.

Sono trascorsi due anni dal rapimento di Paolo Dall’Oglio gesuita fondatore del monastero di Deir Mar Musa al-Habashio in Siria avvenuto tra il 28 e 29 luglio 2013. Il suo impegno contro il regime di Assad sin dall’inizio del conflitto siriano, fu interrotto dal rapimento nei dintorni di Raqqa. Il monastero di San Mosè l’Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco, era un segno di come diversi percorsi fede, nelle diversità, potessero incontrarsi e condividere ciò che sta al fondo dell’esperienza del credere piuttosto che dividere. Così ne ha parlato Domenico Quirico che ha sperimentato rapimento e prigionia nella sua esperienza di giornalista: “Mi interessano questi uomini come me, con la morte sotto i piedi, e la paura che, inevitabilmente, sale nel petto. Il momento in cui una vita con Gesù sembra non servire a niente, parabole, vangeli, preghiere… e ora tocca a ciascuno farsi strozzare dalla propria morte. Il silenzio apparente di dio, un dio addormentato, indifferente che assomiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non c’è. Non vogliono morire questi uomini. Forse anche loro chiedono il miracolo: la porta della prigione che si apre, gli aguzzini che scompaiono… Anche a loro per un attimo quella sembra la condizione necessaria per credere. Uomini, solo uomini… Due anni… La lezione più importante e inascoltata di tutto il Libro: la religione senza miracoli” (Il Papa: liberate Dall’Oglio ostaggio dove Dio non c’è, in “La Stampa”, 27 luglio 2015). Il dramma di Paolo Dall’Oglio è un frammento del dramma più vasto della Siria e del suo popolo che sta vivendo da anni la sofferenza della guerra, della migrazione, della vita da profughi.

‘Idoli della Chiesa’ è il titolo di uno dei volumetti della collana “Lampi”, scritto da Severino Dianich. La tentazione dell’idolatria non è lontana ma fa parte del quotidiano della chiesa: C’è un mormorare che implica incomprensione del cammino a cui Dio ha condotto, e sospetto sulla sua presenza: «sono i nostri idoli. Dovremmo andare a scovarli nel cuore, negli atteggiamenti e nelle azioni del singolo cristiano, delle famiglie, di ogni aggregazione sedicente cristiana» nella tensione a riscoprire il senso del «comandamento dell’unico Dio, dell’unico Signore».

C’è una ricerca di sicurezze, un rifiuto a vivere del nutrimento donato e nella fiducia, che impedisce di scorgere il pane offerto e da non trattenere, perché sia condiviso. La chiesa deve ricordare che essa non è il regno di Dio, ma a servizio del regno per cui Gesù è venuto, perché uomini e donne abbiano la vita in abbondanza. C’è da chiedersi se non stia qui la testimonianza attesa oggi dai cristiani, quale eco del vangelo: essere capaci di nutrire le attese di vita, di condividere il pane e l’esistenza, di scegliere uno stile di semplicità, non preoccupato dell’accumulo, ma attento al presente e capace di ascolto dell’altro. La testimonianza cristiana attorno al segno del pane è chiamata a guardarsi dai sottili richiami delle varie idolatrie che si nascondono anche in una vita fatta di tanti bisogni, di tanti mezzi e così occupata al punto da dimenticare il senso stesso del cammino dell’umanità.

Alessandro Cortesi op

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