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XXVI domenica del tempo ordinario – anno A – 2014

DSCN0427Ez 18,25-28; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

Matteo colloca nel suo vangelo, tra il capitolo 21 e 22, subito dopo la domanda rivolta a Gesù sulla sua autorità – “con quale autorità fai tali queste cose? (Mt 21,23) – tre brevi parabole. La prima è la parabola dell’uomo che chiede ai due figli di andare a lavorare nella vigna; la seconda è quella dei vignaioli che maltrattano i servi inviati dal padrone e uccidono il figlio; la terza è la parabola del re che fece un banchetto di nozze ma gli invitati non vollero andare. Matteo riprende qui materiale già presente in Marco (la parabola dei vignaioli al cap. 12) e con paralleli in Luca (Lc 14,15-24 la parabola degli invitati in un diverso contesto). La collocazione di queste parabole accostate insieme conduce a cogliere un messaggio di fondo: la storia della salvezza è un dono di relazione. C’è un protagonista al centro che chiama, che invita, che si offre. Al cuore dell’esistenza credente sta una chiamata, un invito da parte di Dio, ed è un invito aperto che si fa appello e invio. Tuttavia questa offerta di incontro e di vita si scontra drammaticamente con la possibilità del rifiuto, con la non accoglienza, con la durezza di chi non si lascia smuovere, cambiare, convertire e con l’ipocrisia di chi si limita a parole vuote, a proclamazioni di discorsi che non toccano la vita e non cambia il suo agire.

Di fronte agli inviati, i profeti di Israele, Giovanni Battista infine Gesù e gli inviati del messia si può cogliere una storia di accoglienza da parte di chi si rende disponibile ad un cambiamento ma anche il dramma del rifiuto. Matteo sintetizza tutto questo in una breve parabola, quella del padre e dei due figli.

(E’ da notare In alcune traduzioni l’ordine delle risposte dei figli appare diverso. Nelle versioni che si rifanno alla lezione del codice Vaticano si riporta per primo il figlio che dice sì alla chiamata ad andare lavorare nella vigna e poi non ci va. Altre traduzioni riportano invece la sequenza di altri codici importanti che pongono prima il figlio che risponde di no e poi si pente e va a lavorare. La prima versione sembra essere influenzata dall’interpretazione che vedeva nelle figure dei figli un riferimento ad Israele, il popolo che per primo è stato chiamato, e ai pagani che per ultimi hanno accolto e risposto all’invito della salvezza).

Il riferimento della parabola non è tanto al popolo d’Israele contrapposto ai pagani, ma va piuttosto alla predicazione del Battista: “Venne infatti a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto: i pubblicani e le prostitute gli hanno creduto. Ma voi, vedendo ciò non vi siete pentiti, neppure alla fine, per credere in lui”. C’è uno sguardo a quella che era stata la proposta del Battista vicina e collegata a quella di Gesù.

Il rimprovero è rivolto ai sommi sacerdoti e ai capi del popolo ed è quello di non essersi pentiti, di non aver lasciato spazio ad un cambiamento capace di coinvolgere la concretezza dello stile di vita neppure ‘alla fine’.

La parabola è racchiusa tra due domande: ‘Che ve ne pare?’ all’inizio e, alla fine, “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. E’ provocazione a lasciarsi coinvolgere e a prendere orientamenti pratici.

La prima sottolineatura del dialogo tra il padre e i due figli riguarda la distanza tra il dire e il fare. C’è una contrapposizione tra il figlio che ha detto no e poi è andato a lavorare, e l’altro che ha risposto sì ma poi non ha compiuto la volontà del Padre.

E’ questa una sottolineatura cara a Matteo. Il discorso della montagna era stato concluso proprio nella contrapposizione tra chi dice “Signore, Signore!” (Mt 7,21.22) e non compie la volontà del Padre e chi invece fa la volontà del Padre che è nei cieli. A ben guardare nessuno dei due figli ha risposto pienamente, nessuno ha vissuto un ascolto pieno. E tuttavia questo non è importante. Ciò che conta è la disponibilità a lasciarsi mettere in discussione, a ripensare anche in un secondo momento, e cambiare la propria vita in modo operativo e concreto. Anche ‘alla fine’. Non solo dire ma fare la volontà del Padre. Seguire quella via della giustizia che Giovanni aveva indicato come fedeltà a Dio che chiede un cambiamento, un nuovo orientamento della vita con conseguenze concrete e pratiche.

Questa parabola denuncia in secondo luogo l’ipocrisia di coloro che dicono e non fanno (Mt 23,3): è l’attitudine tipica di chi religioso si limita ad una esteriorità o a discorsi che non hanno poi riscontro nella prassi. E’ questo l’atteggiamento di chi nasconde dietro l’apparenza del ‘dire’, una vita in cui non vi è attuazione del vangelo. E’ il dramma di persone religiose, di uomini del culto, di tutti coloro che chiusi all’interno di un mondo costruito su sicurezze non si lasciano interrogare e provocare dai profeti e non si lasciano cambiare. Nemmeno di fronte a testimoni come Giovanni, che con il suo annuncio destabilizzava ogni ricerca di potere.

“I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. C’è invece chi, pur vivendo in situazioni morali lontane dal vangelo, ha un cuore disponibile. Si sono lasciati toccare dalla via della giustizia annunciata da Giovanni battista. Si lasciano commuovere da un annuncio che li interroga e questo diviene forza di cambiamento e di nuovo cammino.

E’ una situazione ben diversa da chi nasconde la propria infedeltà al vangelo dietro una facciata di perbenismo e di espressioni religiose. E’ questa la sottile ipocrisia che risolve la fede in una apparenza per essere lodati e non ricerca un cambiamento profondo del vissuto interiore in scelte e atti concreti.

Gesù coglie un’apertura sincera e disarmata, senza ipocrisia, in chi pur avendo vissuto situazioni di disonestà, e di immoralità si apre al cambiamento, si espone a manifestare le sue ferite, inadempienze, errrori, ripensa le sue vie e non pretende di giustificarsi nascondendo il proprio comportamento lontano dalla via della giustizia.

Gesù si faceva vicino a chi era tenuto lontano manifestando l’ospitalità del Padre che ha a cuore la vita di ognuno e apre al perdono e al cambiamento. Se ne stava lontano dal mondo religioso chiuso alla inquietudine e alla ricerca, si stupiva invece nello scoprire che qualcuno non aveva paura di perdere la faccia nel cambiare e nell’intraprendere sentieri di autenticità della vita e di incontro con lui.

DSCN0388Alcune osservazioni per noi oggi

Siamo soliti leggere questa pagina pensando ai due figli come a soggetti distinti. Forse dovremmo cogliere come nella nostra vita e nel nostro cuore sono compresenti le attitudini dei due figli, di chi risponde no e poi fa e di chi risponde sì e poi non si muove. Matteo insiste sulla verifica che non si ferma alle enunciazioni verbali ma va alle azioni, alle scelte di vita: non chi dice Signore Signore entrerà nel regno dei cieli…

La vita al seguito di Gesù si pone come ascolto di una chiamata che è invio e conduce ad un lavorare nella vigna. Nella parabola si sottolinea l’atteggiamento del ripensare, del riflettere del ricredersi. E’ l’attitudine di chi si mantiene aperto, capace di mettersi in discussione, libero nel considerare i propri errori e le proprie valutazioni e prese di posizioni errate. La disponibilità a non considerarsi a posto è base per scoprire orizzonti nuovi nella vita. Il cammino in cui vi sia spazio per pentirsi è un cammino di libertà, che apre oltre le nostre acquisizioni. Apre all’importanza di ascoltare e di lasciarsi cambiare nel rapporto con gli altri e con le situazioni per vivere la via della fedeltà al Signore. Il riconoscee di aver sbagliato costituisce non un segno di debolezza e di incoerenza, ma un passaggio di libertà e di consapevolezza del limite. L’autentico credente sa che tutta la vita è ascolto e cammino sempre nuovo.

Oggi siamo a conoscenza di tante situazioni di povertà, di bisogno, di ingiustizia che richiamerebbero un impegno e una dedizione in tanti modi. E accogliere questo porta a cambiamenti nella nostra vita. Eppure l’atmosfera prevalente è quella dell’indifferenza, della pigrizia che blocca di fronte all’urgenza di smuoversi da una condizione di sicurezza e tranquillità. Si vive così nella conoscenza, nel’informazione di autentici drammi vicini e lontani che toccano persone, ma non ci si commuove. E’ un sapere che non conduce a prendere decisioni per azioni concrete e che talvolta si accompagna a discorsi che non conducono all’impegno. La parola di Gesù è una provocazione ad ascoltare le chiamate di Dio nel quotidiano, soprattutto nella storia delle vittime dell’iniquità del nostro tempo, e accogliere l’invito a lavorare in questa vigna.

Alessandro Cortesi op

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XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

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