la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

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VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2014

DSCF4068Is 49,14-15; Sal 61; 1Cor 4,1-5; Mt 6,24-34

Una donna che si commuove per il proprio figlio è immagine che parla di Dio: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. Per parlare di Dio nei testi biblici ritroviamo rinvii alle dimensioni umane più profonde. Così il volto di Dio non definibile, nemmeno pronunciabile da parola umana è descritto nel gesto del commuoversi di una donna e nella relazione che la lega al suo bambino. Una immagine che racchiude non solo il grande messaggio che Dio non si dimentica dei suoi figli, ma che ci riporta anche ad una fede liberata dalle complicazioni e centrata sulla dimensione profondamente umana che tocca il cuore. Una fede ridonata alla semplicità di scoprire la presenza di Dio vicina alla vita, dentro ad essa.

Nella vita umana sta nascosta la sua presenza. Il cammino verso Dio non è solo cammino di uscita ma a anche di sguardo alla realtà, al profondo dell’esperienza umana: non lontano ma al cuore di essa sta racchiuso un rinvio a Dio e si dona la stessa comunicazione di Lui che si rende vicino. Nel cuore della propria esperienza stanno le tracce del suo volto.

Dio non dimentica. Il Dio della Bibbia, dei profeti è un Dio capace di commuoversi, di sentire l’attaccamento dell’affetto e della passione. Questo annuncio di Isaia è uno squarcio sul volto di Dio appassionato che rimane fedele. Fedele nonostante ogni contraddizione e capace di riproporre la sua fedeltà nonostante il rifiuto e l’infedeltà. E’ la gratuità dell’amore che non ricerca un contraccambio, ma si offre nella gratuità del regalare sempre il suo ricordo e pensiero. Il volto di Dio ha i tratti di chi dona e attende e rimane fermo, paziente, e si commuove nonostante ogni distanza.

In un tempo che dimentica non solo la propria storia, ma dimentica l’altro, perché non lo vuole guardare e lo allontana da sé, il Dio annunciato da Isaia ha i tratti di un Dio che ricorda, personalmente, rivolto ad un tu, e non viene meno nel ricordare: ‘non ti dimenticherò mai’ è promessa per una fede che diviene allora legame personale, affidamento, accoglienza della speranza che proviene da chi non si dimentica di noi.

In un tempo in cui si sperimenta la distanza presa da tanti nei cofnronti di una fede che è diventata costruzione di un sitema lontano dalla vita queste paorle richiamano ad un ritrovare la semplicità di un credere testimoniato e proposto in modo umano, vivo, ricco di quell’amore che segna i rapporti.

Gesù nel discorso della montagna pone i discepoli di fronte ad una alternativa: “Non potete servire Dio e il denaro”. Presenta una signoria in cui un padrone indicato con il termine aramaico ‘mammona’, si pone in alternativa a Dio stesso nella vita dei discepoli. ‘Mammona’ può essere indicato come il denaro, la ricchezza, il possesso, la rincorsa all’accumulo. E’ da tener presente che Gesù non denuncia il denaro in se stesso come un male: non condivide le concezioni dualistiche di coloro che ritengono che vi siano cose malvage in se stesse, eppure scorge nella dinamica dell’attaccamento che il denaro genera una via di infedeltà a Dio stesso. Pone così in guardia dal servire il denaro. Vi sono realtà quali il denaro, il possesso, la ricchezza che nella vita sono elevate al ruolo di padroni assolute, idoli da seguire, a cui orientare ogni sforzo, a cui lasciare assoggettare l’esistenza. Questa dipendenza dal denaro e dalla ricerca di accaparrarsi beni rende la vita soggiogata e la pone sotto un altro padrone che non è Dio. Mammona è così un padrone che soffoca la vita, la rende inacpace di respiro, asservita. In questa alternativa Gesù coglie la grande sfida presente nell’esistenza dei discepoli. E’ questione di riferimento all’unico Signore che genera uno sguardo critico su ogni realtà che si pone come ‘padrone assoluto della vita’.

Una vita piena di cose, spesa nella tensione all’accumulo di beni ha i contorni di una vita affannata. Nel brano viene ripetuto sei volte un verbo che indica l’affannarsi (greco merimnao). Nel vangelo di Matteo ritorna il riferimento a questo nella spiegazione della parabola del seminatore, con riferimento alla situazione del seme seminato tra i rovi: “Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto” (Mt 13,22). Affannarsi è cadere in preda alla ‘preoccupazione del mondo’ che toglie aria e respiro alla possibilità della Parola di crescere. Non solo. Una vita alla rincorsa di cose da possedere non sta nella pace ma sperimenta l’aggressività verso l’altro, l’invidia per superare chi è più ricco o la paura per difendere i possessi acquisiti. Gesù denuncia non solo la condizione di schiavitù dell’essere sottomesi all’idolatria delle cose da trattenere per sè, ma anche quell’idolatria che pone in uno stato di guerra e di ostilità permanente. Prima di divenire conflitto di popoli, quest’affanno che genera ostilità si annida nei cuori e mantiene schiavi. Gesù provoca a scegliere e ad intendere diversamente la vita: la sottomissione alla ricchezza rende ciechi di fronte ad ogni altra cosa, soprattutto rispetto alla sollecitudine per l’altro e per il Signore.

Gesù insiste tanto su questo sguardo liberato dall’affanno delle ricchezze per aprire strade di umanità e di pace. La logica del consumare e dell’avere è pervasiva: non si arresta mai, giunge a considerare merce tutte le cose, poi il lavoro e le stesse persone. E’ una logica che separa e costruisce barriere sempre più alte tra le persone, i popoli, tra chi ha e chi non ha, tra chi mantiene il potere e chi deve soggiacere.

L’invito di Gesù è: Non preoccupatevi. “Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardategli uccelli del cielo…”. E’ indicata la prospettiva di non lascirsi rinchiudere l’esistenza in un’ansia che la impoverisce e la rinchiude.

Gesù propone un cammino di liberazione dall’affanno che tarpa l’esistenza. A partire dalla sua esperienza di povero, Gesù parla di una vita liberata. E una vita liberata è capace di respiro, diviene capace di godere del dono inatteso, delle cose semplici, di essere ricchi non perché si possedono molte cose ma perché si ha bisogno di poco e si vive la dimensione più profonda dell’essere umano, l’affidamento. Una vita liberata dalla sudditanza e dalla schiavitù è una vita in cui si apre al possibilità di spazio per l’altro. “Da ricco che era si è fatto povero per voi povero, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà – dirà Paolo tratteggiando l’intero percorso di vita di Gesù e indicando in questo ‘la grazia del Signore nostro Gesù Cristo’ (2Cor 8,9).

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E’ questa libertà che conduce a guardare le cose, gli altri, la vita in modo nuovo. Fa passare da uno sguardo in cui tutto è solo funzionale ad una utilità o ad un guadagno, in cui tutto è quantificabile con un prezzo, ad uno sguardo che respira di gratuità. C’è un rapporto con le cose, con la natura, con la realtà attorno a noi da riscoprire e recuperare in modi nuovi, liberandosi dall’idolatria di mammona. Viviamo in una realtà non da usare ma da in primo luogo da accolgiere e contemplare: Gesù guardando i fiori del campo vi legge un segno che parla di Dio. Vi ritrova lì dentro una parola che orienta l’esistenza. Suggerisce così un nuovo rapporto con le cose che sorge da un cuore liberato.

C’ è un rapporto con gli altri come via dell’incontro con il volto di Dio: “cercate invece innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il regno di Dio e la sua giustizia si concretizza nel vivere una fiducia che si appoggia nella misericordia del Padre. Giustizia e misericordia sono due nozioni che si ricoprono e quasi di identificano, come ricordano le due beatitudini del discorso dela montagna: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno sazieti. Beati i miserirocordiosi perché troveranno misericordia (Mt 5,6-7). Sta qui il paradosso dell’annuncio di Gesù: una vita capace di scrollarsi di dosso l’affanno, che imprigiona e ripiega, si ritrova in modo nuovo e inatteso, sorprendentemente ricca, capace di vivere l’affidamento nell’oggi: ‘dacci oggi il nostro pane di questo giorno’ (Mt 6,11; con riferimento a Es 16,4: “Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno”) .

E’ l’apertura alla grande bellezza che è presente eppur nascosta nella nostra vita, nelle cose semplici, di ogni giorno, da scoprire come segno di un dono e invito alla libertà. Sono magari le medesime cose di chi ha poco, ma osservate con uno sguardo capace di gioire. C’è un profondo messaggio di superamento della lotta e del dominio verso una via diversa di pace in queste parole. Accogliere l’invito di Gesù ‘non affannatevi’ è percorso di liberazione da tutto ciò che fa stare nella logica del conflitto, della competizione, per aprirsi alla possibilità di una vita liberata da pesi inutili e da sudditanze che le impediscono di volare, come gli uccelli del cielo – simbolo di libertà dall’affanno – e di fiorire come i gigli del campo – segno della bellezza semplice che attrae e sa condividere -.

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno C – 2013

3-4-da-marinus-van-reymerswaele gli usurai 1540(Marinus van Reymersvaele, Gli usurai, 1540)
Am 8,4-7 Sal 112; 1Tm 2,1-8; Lc 16,1-13

“Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”

Chissà per quale disattenzione nel brano di vangelo di questa domenica sono rimaste tagliate queste parole conclusive, che peraltro offrono la chiave di lettura secondo la quale leggere una tra le parabole di Gesù che Luca riporta al cap. 16. Il testo poi continua così: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: ‘Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole” (Lc 16,14-15).

La questione si fondo sta nell’orientamento di fondo della vita, e si pone nell’alternativa tra servire Dio e servire la ricchezza. L’inseguimento ad avere di più, quel culto del denaro e dell’avere che rende insensibili agli altri, incapaci di indirizzare la vita verso ciò che vale veramente anche se non è valutato con un prezzo è in netta contrapposizione all’accogliere e servire il volto di Dio. E’ una vera e propria fede che si sostituisce alla fede in Dio: la contrapposizione è quindi tra Dio e una realtà come il denaro che assume il profilo di una divinità.

Nel mondo di Gesù solamente a Gerusalemme le famiglie dell’aristocrazia potevano avere un tesoro in monete d’oro. In Galilea questo era possibile ai grandi proprietari terrieri, persone ricche in una popolazione per lo più di contadini. Questi ultimi potevano possedere al massimo qualche moneta di rame e di bronzo, ma gli scambi avvenivano in natura. Negli anni in cui visse Gesù abbiamo la notizia che Erode Antipa introdusse la circolazione di monete coniate a Tiberiade, la città fatta erigere in onore dell’imperatore Tiberio. L’uso della moneta anziché favorire una maggiore giustizia sociale generò la possibilità di accumulare ancor maggiore ricchezza da parte dei proprietari terrieri e dei più ricchi e ciò diveniva per loro un ulteriore motivo di sicurezza. Il denaro diventava così ‘mammona’, un’espressione di radice aramaica (aman significa aver solidità, appoggio, stabilità, sicurezza) che indica sicurezza e che si avvicina alla definizione della fede come appoggio sicuro, roccia su cui avere stabilità. Il progresso anziché offrire possibilità di condivisione generava un arricchimento dei più ricchi e una condizione più misera dei poveri.

“Un uomo ricco aveva un amministratore…”. Al cuore della parabola il protagonista è un amministratore disonesto. E’ disonesto non solo perché gestisce i beni di cui è responsabile in modo improprio al punto di essere accusato presso il padrone, ma è disonesto anche nel gesto di falsificare ricevute di consegna dimostrando così un modo di agire che mira al fine di perseguire con lucidità solo i propri interessi e di assicurarsi il futuro. Quando infatti viene smascherato nella sua cattiva amministrazione reagisce trovando con prontezza e capacità di decisione una via di fuga per non trovarsi senza appoggi dopo il prevedibile e imminente licenziamento. La conclusione della parabola è sconcertante e lascia perplessi: il padrone lodò quel servo per la sua ‘scaltrezza’ dice la traduzione italiana nel trovare soluzione con mezzi disonesti in quel frangente. Il termine usato da Luca potrebbe essere meglio tradotto con prudenza, accortezza, capacità di valutazione e decisione. Oggetto dell’elogio non è la disonestà, piuttosto la capacità pronta di far fronte a situazioni difficili e la decisione in ordine ad una precisa finalità.

Gesù riprende in questo racconto una vicenda ordinaria del suo tempo in cui la disonestà, la spregiudicatezza, la falsità sembrano avere la meglio. Il suo è innanzitutto uno sguardo che osserva la realtà nei suoi aspetti ordinari. La parabola non intende offrire un esempio di comportamento: quell’amministratore è infatti un disonesto. Ma lo spaesamento viene dal fatto che alla fine il padrone lo elogia. Gesù coglie in questo comportamento l’attitudine di un ‘figlio di questo mondo’, di chi ragiona secondo il criterio di mammona dell’ingiustizia e coglie come questo amministratore ha saputo velocemente e con intelligenza pur in modo disonesto trovare soluzione per il suo futuro. Non lo elogia perché è disonesto, ma legge in questa capacità di approfittare del momento presente ed individuare vie di soluzione, un coraggio e una capacità di decisione di chi sa e vuole mettere tutte le sue energie in una direzione: è certo una direzione di male ma quell’amministratore è una persona capace di leggere la realtà, consapevole delle sue capacità e del mondo in cui vive – “cosa farò ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare non ne ho la forza, mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua… – L’effetto del racconto è straniante: ci si aspetterebbe una condanna chiara di questo comportamento che è definito sin dal principio l’agire di un disonesto. Invece Gesù conduce nel racconto a cogliere la prontezza, la capacità di individuare, pur nel male, strade per aprirsi vie di sopravvivenza e soprattutto la prontezza nella decisione.

Il problema che Gesù pone sta nel contrasto tra i ‘figli di questo mondo’ e i ‘figli della luce’, tra coloro che hanno come criterio della loro esistenza solo la ricchezza e coloro che seguono Gesù che ha fatto della sua vita uno spazio di ospitalità e condivisione. Perché i figli della luce non sanno leggere con chiarezza le situazioni e perché non sanno vivere scelte coerenti nel rapporto con le cose e con le ricchezze? Perché quella prontezza e chiarezza nel decidersi in una direzione non è praticata da chi intende vivere secondo il regno di Dio?

Il termine ‘Mammona’ ritorna più volte nella bocca di Gesù: Gesù parla di denaro e contrappone Dio e Mammona. E parla di ricchezza: essa è ‘ricchezza disonesta’. È disonesta perché accumulata senza condivisione. E’ disonesta quando è ricchezza di cui possono godere solo alcuni e non viene motivo di vita per chi vive nella povertà e nell’esclusione. Gesù coglie nella ricchezza un luogo di possibile contrapposizione radicale a Dio. Quando si entra nella logica del tesaurizzare, quando si dà più importanza al denaro che alle persone, si scivola lentamente in un piano inclinato che conduce a vivere ciò che Amos il profeta della giustizia rimproverava nel VIII secolo a.C.: “Quando finirà il sabato, perché possiamo aprire i granai, diminuire l’efa, aumentare il siclo e usare bilance false per frodare, per comprare con denaro i poveri, e l’indigente se deve un paio di sandali?”. Amos denuncia il comportamento di uomini religiosi o sedicenti tali che osservano le regole del culto, ma senza porre connessione tra il culto al Dio di Israele di cui il sabato è il segno e la solidarietà con i poveri. La parola di Gesù è chiara nel contrapporre l’accoglienza di Dio ad una vita tutta centrata sulla ricchezza che diviene unica fonte di sicurezza e genera indifferenza verso chi è escluso e vive nell’indigenza. Quando la ricchezza diviene unico orizzonte della vita occupa tutto l’orizzonte si fa assoluto e il riferimento a Dio è svuotato del tutto fino a scomparire.

La parabola di Gesù ha un’attualità sconcertante: siamo ben a conoscenza di personaggi pubblici, arrampicatori, politici, che hanno costruito immense ricchezze con la frode, con la corruzione, con un agire di furbizia senza scrupoli, con l’ipocrisia, usando il potere politico per introdurre leggi unicamente a proprio vantaggio, e addirittura vantando una facciata di ossequio di fronte ai poteri religiosi e facendosi paladini di valori cristiani. E’ ancora peggiore notare come questo modo di agire è divenuto stile diffuso, e viene lodato chi è più furbo e scaltro nel fare i propri interessi. Siamo anche a conoscenza di una certa modalità diffusa dentro ambienti ecclesiali di giustificare il compimento di opere di bene con i mezzi dell’illegalità, per cui si giustifica l’utilizzo di mezzi spregiudicati con il perseguimento di fini buoni.

La parabola dell’amministratore è appello a vivere quell’orientamento totale e la sua capacità di decisione ma nel prendere le distanze dall’ossequio alla ricchezza che genera ingiustizia e nel vivere la coerenza di condividere ciò che si possiede a tutti i livelli: ci sono ricchezze culturali, sociali, umane oltre a quelle dei beni materiali che esigono di essere condivise e partecipate.

Gesù denuncia la servitù che il denaro e la ricchezza genera nella vita delle persone: ‘non potete servire Dio e la ricchezza’. C’è una questione che riguarda il servizio. Si pensa di usare la ricchezza per servirsi del denaro, ma si genera invece un processo complesso e avvolgente per cui si è asserviti e si diviene schiavi del denaro. L’accumulo delle ricchezze sorge dall’insicurezza, dalla ricerca di protezione e di garanzia, forse anche da una pretesa di occupare tanto vuoti esistenziali con qualcosa di cui rivendicare la proprietà. Gesù apre a considerare questa incapacità di decisione di fronte al regno di Dio, questo compromesso che rende incapaci di scelte coraggiose e di entrare nella vera ricchezza. “Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta chi vi darà quella vera?”. C’è una ricchezza vera da scoprire e si può scoprire solamente con la condivisione. Gesù è venuto a liberare da tutto ciò che rende schiavi e scorge che una delle più pericolose schiavitù è quella della ricchezza, dello sguardo centrato sull’avere sempre di più non accontentandosi di ciò che basta per vivere bene.

Oggi viviamo un dominio del potere finanziario e di una mentalità dell’homo oeconomicus che fa dipendere la felicità dalla ricchezza e tutto riduce, anche le persone e il loro lavoro, a merce di cui disporre: siamo immersi nel ‘mammona dell’ingiustizia’ in un mondo ricco che ha fatto delle diverse forme di potere una via per assoggettare e per escludere i poveri. Le parole di Gesù hanno una forza dirompente nell’impegno a ripensare i modelli economici e sociali di vita.

E’ l’esperienza di ogni ricco di andare sempre più alla ricerca di aumentare il suo possesso senza vivere quella felicità che è la libertà del condividere e del non far dipendere la vita dall’accumulo. Nell’incapacità di godere di quello che la vita già offre, nelle cose semplici, nella sobrietà come occasione di felicità vera: è la ricchezza dell’incontro, è la ricchezza dei volti, è la ricchezza dello spezzare il pane.

Nella situazione attuale una negazione radicale di Dio può essere individuata nella idolatria del denaro e dell’accumulo egoistico di ricchezza ritenuta fonte di sicurezza e di felicità per se stessi, nell’indifferenza per gli altri (mammona dell’iniquità). In tale contesto in cui la negazione di Dio si esprime nella negazione della dignità dei poveri e nella logica dell’esclusione perseguire decisamente percorsi di solidarietà e condivisione costituisce una testimonianza del volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

XVIII domenica tempo ordinario – anno C – 2013

DSCF4036Qoh 1,2; 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-11; Lc 12,13-21

“Maestro di’ a mio fratello che divida con me l’eredità… O uomo chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi”. Gesù è tirato in ballo in una questione di eredità familiare. La sua reazione riportata da Luca, nella sua brevità apre uno squarcio importante sul modo di pensare di Gesù. Egli non intende essere un ‘deus ex machina’ che risolve le situazioni della vita in modo miracolistico togliendo la fatica della ricerca. La sua preoccupazione è l’annuncio del regno di Dio, la vicinanza di un Dio che accoglie, dona compassione e porta liberazione agli esclusi e ai poveri. Ritraendosi dal coinvolgimento nel conflitto sull’eredità Gesù dice di non essere giudice o mediatore. In questo caso – una disputa su questioni di beni – come nelle differenti situazioni in cui sono in gioco scelte e orientamenti su piccoli o grandi problemi della vita, ci sono regole proprie di ogni ambito e persone competenti a cui rivolgersi, qui giudici e mediatori presenti nella società. C’è un affidamento ai percorsi umani da mantenere. Gesù dice così che l’incontro con lui non è risoluzione magica di tutti i conflitti su base di un intervento che tolga la fatica umana della scelta.  Le questioni della vita umana e sociale vanno affrontate e risolte usando il buonsenso, la ragione, le competenze, secondo le leggi proprie di ogni ambito.

E’ una parola accostabile all’affermazione ‘Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio’. Un’affermazione di riconoscimento di laicità. I vari ambiti della vita richiedono di essere gestiti secondo le regole e le leggi umane, percorrendo le vie della prudenza come capacità di esame e decisione, cercando con fatica soluzioni, rivolgendosi a chi ha competenze, riconoscendo le autorità, osservando la legalità, lottando perché vi siano criteri di giustizia, e non pensando che la fede di per sé risolva tutti i problemi quotidiani ed elimini la fatica del discernimento.

Dicendo ‘date a Cesare e date a Dio’ Gesù però richiama a qualcosa di fondamentale che non può essere dato a Cesare. Se nelle monete c’è l’effigie di Tiberio, l’imperatore, e a lui vanno restituite (così le monete, che lo stesso Gesù non aveva, e per questo se le fa mostrare), nel volto dell’uomo c’è l’immagine di Dio e questa immagine solo a Dio fa riferimento. Nessun dominatore può pretendere di avere la sottomissione della vita delle persone. Nessun leader o capo politico o religioso può nutrire la pretesa di essere ‘signore’ della vita e della morte, di condizionare, con il suo potere l’esistenza di uomini e donne e di togliere la responsabilità di scelte secondo coscienza. C’è una dimensione di fondo dell’esistenza delle persone che non può avere altri signori ma si riferisce a Dio solo. Nella consapevolezza di questa libertà di fondo è possibile allora affrontare le scelte nel presente.

Gesù rispondendo al fratello preoccupato dell’eredità non si ferma all’indicazione di uno spazio di laicità da riconoscere nella vita. Conosceva i problemi della crisi economica che ai suoi tempi segnava la Palestina. Conosceva le ingiustizie palesi nella ricchezza ostentata nella costruzione di grandi città imperiali come Sefforis e Tiberiade a confronto con la miseria e l’impoverimento di tanti che perdevano anche i loro terreni e non avevano nemmeno possibilità di usare denaro ma scambiavano pochi beni in natura. Gesù richiama ad una attitudine di fondo che non risolve il caso ma che offre una direzione globale e profonda: ‘Fate attenzione, guardatevi da ogni cupidigia’. La questione dell’eredità potrà essere risolta in vari modi secondo le linee dell’approfittarsi, dell’ingiustizia, oppure secondo quelle della giustizia, o ancora con generosità e amore. Gesù però va alla radice: richiama a non vivere nella preoccupazione che l’accumulo dei beni costituisca il senso della vita, cerca di distogliere dal desiderio insaziabile che si chiama cupidigia.  Vi sono varie forme di cupidigia: cupidigia dell’avere ma anche la cupidigia di essere proni ai poteri di turno per ricavarne il massimo profitto.

Richiama così un atteggiamento di fondo: non è soluzione di una disputa, ma è indicazione che ha a che fare con il regno di Dio. Se il regno è il tesoro, la cosa preziosa, la perla che viene scoperta nella vita, allora tutto il resto acquista uno spessore diverso. Soprattutto la scoperta del regno di Dio apre a cogliere che la vita non può essere ristretta negli orizzonti angusti di aumentare le proprie ricchezze di ogni genere.

Gesù fa aprire così gli occhi sulle ‘dipendenze stolte’ della vita: la vita non dipende da ciò che uno possiede. Così Luca introduce a questo punto la parabola del ricco proprietario terriero che di fronte ad un abbondante raccolto pensa di abbattere tutti i suoi magazzini e di costruirne di nuovi, più ampi. Per Gesù quest’uomo preso totalmente dal pensiero della ‘roba’ diviene il ritratto dello stolto. La stoltezza sta nel suo sguardo miope, incapace di guardare al percorso della sua vita, incapace di considerare il limite e di aprirsi alla responsabilità nel presente. “Stolto questa stessa notte ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”

La falsa sicurezza dei magazzini è smascherata da un modo di guardare alla vita che apre un orizzonte nuovo: la parola di Gesù è nella linea di una liberazione. Le sue parole intendono strappare alla stoltezza, liberare la vita da false sicurezze, fare uscire dalla ristrettezza di una vita angustiata da progetti di magazzini dove ammassare.

Ma c’è un secondo avvertimento importante e sta nelle parole: ‘Così è di chi accumula tesori per sé’. Accumulare per sé stessi è la miopia di chi non riesce più a guardare all’altro. Nella vita di quest’uomo ricco non c’è attenzione a nessun altro. Né poveri, né diseredati, né propri paesani, neppure la propria famiglia, moglie, figli. Solamente la preoccupazione per ‘i miei beni’. E’ l’indicazione che l’ottusità nella ricerca di accumulare, nel non essere mai soddisfatti, conduce ad una ristrettezza di orizzonti impensabili: l’insensata brama di accumulo per sé, nell’indifferenza. E’ la bramosia della ‘roba’ che genera una condizione di schiavitù rispetto alle cose, e una paura che fa divenire i magazzini stessi il luogo in cui si seppellisce la speranza e la possibilità di una vita nella relazione.

La parabola del ricco stolto può essere letta come forte provocazione alla società opulenta, preoccupata di mantenere i sui privilegi, incapace di cambiare, ma anche non interessata ad alcun cambiamento perché assorbita totalmente in una attitudine di accumulo senza sguardo all’altro.  E’ il mito del capitalismo: la tensione al massimo beneficio, prodotto per lo più da grandi capitali finanziari e svincolato dall’esperienza del lavoro, e la rincorsa al profitto in una attenzione egoistica al proprio benessere con la sopravvalutazione del potere del denaro e della proprietà. Recentemente nel suo viaggio in Brasile papa Francesco ha detto: “Vedete, io penso che questa civiltà mondiale sia andata oltre i limiti, perché ha creato un tale culto del dio denaro, che siamo in presenza di una filosofia e di una prassi di esclusione dei due poli della vita (gli anziani, i giovani), che sono le promesse dei popoli”.

“Riposati, mangia bevi e divertiti”: è questa la logica del consumo e dell’induzione di bisogni artificiali con la pubblicità e la moda. Divertiti e insegui solo un benessere che è star bene e cercare appagamento. Questa insensatezza incontra prima o poi situazioni di crisi sia a livello personale, sia a livello sociale. L’attuale crisi economica che perdura nel mondo occidentale, nonostante le continue promesse dei detentori del potere, potrebbe essere colta e vissuta come opportunità di un cambiamento radicale. Cambiamento non significa ritorno e ristabilimento di una situazione da riprendere: la sfida oggi non è rilanciare una crescita basata sulle forme del neoliberismo economico che ha dimostrato la sua insostenibilità ed ha creato sempre più diseguaglianze, ma l’autentica sfida sta nell’attuare politiche mondiali di solidarietà. Potrebbe essere occasione propizia per scegliere stili diversi nell’uso dei beni, non perseguendo i privilegi di pochi, ma coltivando i beni comuni, scegliendo stili di sobrietà che sono ben diversi dall’austerità imposta dai grandi potentati politici e finanziari per mantenere il sistema dei profitti e del dominio della finanza.

Una società che genera possibilità di vita buona non è da demonizzare, ma la logica dell’accumulo è logica che perde di vista il senso della vita delle persone, il valore del lavoro, la dignità dei poveri. Se il senso stesso della vita si esaurisce nella ricerca di un godimento – che risulta poi essere privilegio di pochi – questa è insensatezza. La parabola del ricco senza intelligenza denuncia la stoltezza come incapacità di comprendere le profonde dimensioni della ricerca umana. Questa non può essere ridotta all’appagamento di godimenti fisici, materiali o di ricchezze umane e culturali che non siano condivise. Non può essere coperta solo da cose che si consumano.

Ma c’è anche una provocazione profonda per un modo di intendere la chiesa. Una chiesa che non sa riconoscere gli spazi della laicità e cerca di avere il privilegio di poter risolvere tutti i problemi e le questioni della vita umana e sociale è una chiesa presuntuosa e ricca. Una chiesa preoccupata di beni, di accumulo, desiderosa di stare dalla parte di chi ha potere – la cupidigia dell’apparire e del dominare – è una chiesa stolta. La scelta di non accumulo e della condivisione dei diversi generi di ricchezze impegna non tanto in una attività di tipo assistenziale ma in un percorso di vita e di incontro. Non si limita a qualcosa da fare ma è uno stile nutrito anche di scelte di mezzi poveri e spogliato della cupidigia di potere per lasciar spazio a guardare l’altro.

Vivere accumulando o vivere arricchendo davanti al Dio che condivide e accoglie: Gesù presenta oggi questa forte provocazione a noi.

Alessandro Cortesi op

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