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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0414.JPG1Re 19,9.11-13; Rom 9,1-5; Mt 14,22-33

Sul monte Oreb Elia sta vivendo un passaggio drammatico della sua vita: la sua critica agli adoratori degli idoli in nome della fede in Jahwè l’aveva condotto a scontrarsi contro i sacerdoti di Baal. Per questo si era trovato solo, visto come presenza scomoda anche dal popolo e dal suo re. Il profeta è così rifiutato e costretto a fuggire.

Solo, nel deserto, vive l’esperienza di un Dio che si fa vicino. Avverte la presenza di Dio là dove nessuno può pensarlo, nel deserto, nella sua desolazione e solitudine, nel silenzio delle cose e del cuore. Non nel terremoto, non nel fuoco, non nel vento impetuoso. Elia scorge la presenza di Dio nella ‘voce di un leggero silenzio’. Da quel silenzio, da quel soffio giunge a lui la promessa di futuro e l’invito a riprendere il cammino.

Il Signore non era né nel terremoto, né nel fuoco, né in tutte le manifestazioni eclatanti che corrispondono al bisogno di una divinità potente e capace di prodigi, proiezione delle aspirazioni umane di forza, potere e violenza.

Dio si fa a lui vicino in modo impercettibile, in punta di piedi. Non è il Dio del meraviglioso e di ciò che sconvolge. Incontrarlo esige di ascoltare la voce del silenzio. Non è là dove si pensa che egli sia, ma si comunica lontano dai luoghi del potere religioso, nella vita di chi è desolato e solo.

Anche il racconto di Matteo parla di una tempesta di una traversata, di fede. E’ un racconto carico di simboli. Il mare infuriato, segno del male nella vita umana. La barca segno di una comunità. La navigazione segno della vicenda faticosa della comunità nella storia. Nella tempesta che infuria (dove il male rinvia al male nelle sue diverse forme) la paura prende tutti coloro che stanno sulla barca. Gesù stesso si fa vicino ai cuoi e dice loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura’. Chiede di ricordarsi di lui e della sua promessa di vicinanza . Il suo nome è Emmanuele ‘Dio con noi’ e la sua promessa ‘Sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo’.

In questa pagina Matteo racconta così l’esperienza pasquale, l’incontro con Gesù. Pietro, il primo dei dodici, figura a cui Matteo dà particolare attenzione nel suo vangelo in rapporto a tutta la comunità, si getta incontro e sta per affogare nelle acque. Gesù lo afferra e richiama proprio lui alla fede: ‘Uomo di poca fede perché hai dubitato?’. Pietro è uomo di poca fede chiamato ad essere riferimento della comunità perché scopre che non le sue forze contano ma il suo affidarsi unicamente in Gesù, alla sua parola che vince violenza e morte con la mitezza.

Sulla barca la paura è vinta da una parola di coraggio rivolta da Gesù. Si fa incontro per primo per accompagnare i suoi, mentre vivono disorientamento e paura. La sua presenza mite ha autorità sul mare: ‘Taci, calmati’ sono le sue parole. E’ invito ad un silenzio nuovo… Come nell’esodo Israele aveva visto aprirsi il mare fuggendo dalla violenza del faraone così ora Gesù fa vivere l’esperienza di una liberazione nell’incontro con lui.

La sua risurrezione ha sconfitto ogni male, e porta la pace. Al cuore di questo racconto sta l’invito ad avere fiducia: non la paura ma la fiducia è il tratto di una comunità che nella tempesta e nella notte sa di essere tra le mani di un Dio buono, che libera e rende responsabili di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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Silenzio

Erling Kagge è norvegese, originario di una terra dove gli spazi e la natura aiutano ad apprezzare le forme del silenzio. Kagge è anche desideroso di avventure e di esplorazioni. E’ stato il primo uomo a raggiungere il Polo sud in solitaria. A questa meta ha anche aggiunto altri due approdi simbolici raggiunti nelle sue esplorazioni: il Polo Nord e la vetta dell’Everest. Quasi un percorso che ha toccato le estermità della terra.

La cosa interessante è che da queste avventure ha ricavato una riflessione sul silenzio quale esperienza fondamentale per la vita umana e tanto più importante in un tempo in cui gli spazi del silenzio sono ridotti al minimo e quasi annullati.

Nel suo agile libro Il silenzio (Einaudi, 2017) strutturato in trentatre brevi capitoli a forma di risposte a domande, si sofferma sui vari significati del silenzio e su quanto esso comporti per la vita a partire dalle impressioni vissute in situazioni particolari. Sono esperienze spesso estreme vissute in solitudine in luoghi dove il silenzio è stato assaporato e sperimentato nel contatto unico con la natura e nella distanza rispetto ai rumori della civiltà umana.

E’ un libro che parla di silenzio come esperienza per comprendere se stessi ma anche per capire il mondo, momento di liberazione rispetto ad un prevalere del rumore, della pervasività di immagini, parole e musica che occupano l’intera vita delle persone, nell’illusione mantenere collegati ma spesso con l’esito di favorire un’incapacità a relazionarsi alle cose e agli altri proprio per l’impossibilità di avere spazi di silenzio e di ascolto. Ascoltare il silenzio è anche contrasto con il frastuono che impedisce di pensare. Il far venir meno i rumori apre spazi sconfinati e possibilità nuove per l’interiorità e per il rapporto con le cose e con gli altri.

“Cercare il silenzio, non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante, ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito.”

Kagge descrive così le sue esperienze di silenzio di un esploratore e giramondo. Si potrebbe derivare un’impressione dalla lettura del suo breve libro: che il silenzio risulti quasi quale un prezioso tesoro  e scoperta riservata a ricche élite che hanno la possibilità di dedicarsi per mesi o anni ad avventure di esplorazione verso il Polo o nelle salite alle vette estreme dell’Himalaya. Per fortuna nel libro si trovano qua e là annotazioni che rinviano alla possibilità – purtroppo così spesso trascurata e negletta – di ricercare e trovare il silenzio nelle pieghe della vita ordinarie e nelle ore del quotidiano. Per tutti. Non quale privilegio di pochi ma ricchezza nascosta nelle esistenze ordinarie. “Io ho dovuto camminare per moltissimi chilometri, ma so che è possibile trovare il silenzio ovunque”.

Non mancano luoghi per ricuperare il senso dei rumori che ci raggiungono, talvolta per liberarsene e per evitarli, per accogliere lo spessore delle parole che sono scambiate, per non accettare la schiavitù di una vita costretta in un frastuono disseminato che non lascia occasioni per ascoltare.

Ho trovato queste conclusioni in sintonia con un’osservazione espressa in una recente intervista da Timothy Radcliffe ex maestro generale dell’Ordine domenicano rispondendo alla domanda se il cristianesimo aspira alla pace interiore: «È un punto cruciale. Abbiamo vite complesse, attraversiamo crisi e conflitti e delusioni, la pace interiore è fondamentale. Gesù dice: “Vi do la pace, vi porto la mia pace”. Che è quella che dobbiamo tenere al centro delle nostre vite. Servono postura, respirazione, e silenzio. Il silenzio è molto importante. In Israele abbiamo fondato una comunità, un luogo di pace a metà fra un kibbutz, un villaggio musulmano e un centro cristiano. Accadeva attorno al 1968 quando ero studente. Era una casa del silenzio: tutte e tre le religioni erano riunite lì per osservare il silenzio. Il nostro stile di vita richiederebbe almeno un’ora al giorno di silenzio» (A.Elkann, Timothy Radcliffe, Nella vita moderna ci vorrebbe un’ora di silenzio al giorno, “La Stampa” 23 luglio 2017).

Ascoltare la voce del silenzio è sfida importante in un tempo occupato di rumori, chiacchiere e infinite sollecitazioni che non lasciano più il tempo per ritrovare i ritmi e la direzione di un cammino umano che ha bisogno di lentezza al posto di velocità, di profondità al posto di superficiale apparire, di mitezza rispetto all’arroganza del potere.

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

Coraggio

 

Silenzio

 

 

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III domenica di Avvento – anno A – 2016

img_2152Is 35,1-6.8.10; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11

“Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa”. Il deserto è invitato a gioire e la steppa a fiorire per la felicità. E’ una visione di gioia, di coraggio, un quadro di speranza per una novità che sta irrompendo nella storia: ‘Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi’. Il venire di Dio che salva attua così un rovesciamento inatteso: ‘lo zoppo salterà come il cervo, griderà di gioia la lingua del muto’. L’immagine della strada nel deserto è annuncio di un tempo in cui non vi saranno più tristezza e pianto: nel deserto scorre una via appianata, e su di essa cammina un popolo liberato verso un orizzonte di pace.

La pagina del vangelo presenta il dialogo tra i discepoli di Giovanni Battista e Gesù. Giovanni in carcere per la sua critica del potente Erode invia i suoi a domandare a Gesù: ‘sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?’. Sta qui racchiuso il dubbio di Giovanni, il suo interrogarsi sul messia. La venuta di Gesù non sta compiendo un rivolgimento della storia: non è un messia che realizza quel giudizio che pure era elemento forte della predicazione del Battista. Anzi si presenta come presenza che non s’impone, non compie giudizi eclatanti e non manifesta minacce.

Gesù invita a guardare i suoi gesti. Nel suo agire c’è un annuncio da leggere. Lì si sta rendendo presente la promessa dei profeti: “andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la bella notizia”. Gesù nella sua vita è bella notizia per i poveri perché dice loro che Dio prende le loro parti. Non è portatore di castigo e giudizio ma vive la sua stessa vita nel segno del dono, della vicinanza, della tenerezza.

I suoi gesti sono segni di quel mondo rovesciato che Isaia aveva indicato. Dice infine: ‘beato colui che non si scandalizza di me’. Seguirlo è una sfida difficile. Disorienta chi sogna un messia secondo la misura del potere, dell’affermazione umana.

E’ necessario cambiare il punto di vista: solo chi vive in una situazione di povertà, può aprirsi a questa bella notizia. Gesù si presenta con il volto di chi si prende cura e accoglie attese di liberazione e vita. I suoi gesti sono i segni di un mondo nuovo già iniziato. Esso cresce là dove qualcuno li continua nonostante le smentite e le contraddizioni.

Possiamo tenere insieme nella nostra vita il sogno di Isaia e il dubbio di Giovanni. La domanda e l’inquietudine di Giovanni aiuta a vivere in profondità una domanda su Gesù, la sfida di una fede difficile incarnata nella storia. Il sogno di Isaia ci aiuta a guardare alla speranza fondata sulla promessa di Dio che illumina la vita.

Alessandro Cortesi op

 

DSCF0014.JPGAspettare con costanza

Mount Palomar è nome di un osservatorio astronomico in California negli Stati Uniti, dove è situato uno dei più grandi telescopi della terra, luogo di osservazione di uno spazio di stelle e pianeti lontani. Palomar è anche il nome che Italo Calvino ha dato al personaggio di un suo libro proprio pensando a quel luogo di osservazione.

Il signor Palomar desideroso di liberarsi dall’eccesso di parole vuote e senza senso del suo presente, cerca di farsi osservatore di cose minime e vicine, nel silenzio. Conduce così la sua osservazione con una attenzione meticolosa e precisa. “…il signor Palomar ha deciso che la sua principale attività sarà guardare le cose dal di fuori. Un po’ miope e distratto egli non sembra di solito rientrare per temperamento in quel tipo umano che viene di solito definito un osservatore. Eppure gli è sempre successo che certe cose – un muro di pietra, un guscio di conchiglia, una foglia, una teiera – gli si presentino come chiedendogli un’attenzione minuziosa e prolungata…”.

Un prato, l’onda del mare, il volo degli uccelli, un seno nudo, la luna, i cibi in vendita, una pantofola sono elementi di una osservazione minima e scrupolosa. Palomar guarda le cose vicine come se fossero lontane e le cose lontane come se fossero vicine.

Cerca di liberarsi da parole vane e astratte per ridare senso alle parole, passando per il silenzio, evitando le parole scontate: “Anche il silenzio può essere considerato un discorso, in quanto rifiuto dell’uso che altri fanno della parola; ma il senso di questo silenzio-discorso sta nelle sue interruzioni, cioè in ciò che di tanto in tanto si dice e che dà un senso a ciò che si tace”.

Ma nessuna cosa si lascia afferrare completamente e comprendere. Per vincere instabilità e incertezza Palomar cerca di affidarsi ad un metodo di osservazione e descrizione, ma si accorge quanto sia difficile una osservazione di tutto ciò che è attorno e si scontra con l’impossibilità di compiere il desiderio di afferrare e classificare. Pretende di controllare e comprender la realtà, ma si ritrova a non riuscirvi. Sperimenta il fallimento e un rapido sprofondare nella solitudine. Le cose più vicine e familiari gli divengono inconoscibili. Ogni cosa può essere scomposta e ricomposta ma non si giunge a conoscerla. Vive così inquietudine e ricerca perenne, rimettendo continuamente in discussione i risultati raggiunti. Giunge così a volgersi in direzione diversa verso l’interiorità. Matura la convinzione di non poter conoscere nulla di esterno scavalcando se stesso: l’universo si manifesta a lui come lo specchio in cui poter contemplare solo ciò che deriva da una conoscenza rivolta a se stessi.

“Palomar, non amandosi, ha sempre fatto in modo di non incontrarsi con se stesso faccia a faccia; è per questo che ha preferito rifugiarsi tra le galassie; ora capisce che è col trovare una pace interiore che doveva cominciare. L’universo forse può andare tranquillo per i fatti suoi; lui certamente no. La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d’ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la sua geografia interiore, traccerà i diagrammi dei moti del suo animo, ne trarrà formule e teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita, anziché su quelle delle costellazioni”. Ma proprio nel momento in cui intraprende tale nuova direzione della sua osservazione e ricerca Palomar muore.

Così ebbe a dire o stesso Italo Calvino che in Palomar delineò un profilo del suo percorso personale e una riflessione sul percorso della società contemporanea “Rileggendo il tutto, m’accorgo che  la storia di Palomar si può riassumere in due frasi: Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.

“Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra”.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento – anno A – 2016

img_4694(Giuliano Vangi, Giovanni Battista – scultura, Firenze)

Is 11,1-10; Rom 15,4-9; Mt 3,1-12

“In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea”. Inizia dal deserto il cammino di Gesù. Inizia da un seguire, dall’essere discepolo, il cammino del maestro. Una ‘voce nel deserto’ è immagine che esprime la testimonianza di Giovanni: una voce nel deserto si disperde; una voce nel deserto sembra inutile. Ma è segno della radicalità e della fragilità del suo agire. Perché Giovanni richiama al cammino dell’esodo, alla fedeltà all’alleanza, a recuperare l’essenziale laddove non ci sono altri orpelli e sicurezze: deserto è stato per israele il tempo del fidanzamento. Nel deserto, dove anche poca acqua giunge, può fiorire un giardino.

Il deserto della Giudea è pietroso e inospitale ma le acque del Giordano lo attraversano e dove arriva l’acqua il deserto si trasmuta. Giovanni aveva scelto di recarsi nel deserto. Era un segno profetico. Proprio lì richiama ad un cammino di fede che si pone in discussione e si apre al cambiamento: richiama ad una tronare indietro, a cambiare strada, perché il ‘regno dei cieli è vicino’. Chiede conversione: un mettersi movimento dando spazio di attenzione non ad altro, ma al venire di Dio nella storia. Giovanni è profeta di Dio e richiama ad un rapporto nuovo con Lui.

E’ un profeta, afferrato dalla Parola di Dio e per questo si scontra con il potere. Vive in prima persona il messaggio che annunciava: il suo stile di vita è quello di un uomo esigente con se stesso. E’ uomo dell’attesa, prende sul serio la presenza di un Dio che ha scelto di entrare in relazione e attende ascolto. La sua parola è orientata verso qualcun altro, ‘colui che viene dopo’. Tutta la sua vita è decentrata, aperta a comunicare ad altri e orientata verso un altro, che Giovanni sente più grande, più forte.

Nel deserto Giovanni è testimone di radicalità di esigenza con toni di minaccia. Chi si reca da lui è spinto a cambiare vita,a non pensare che tutto possa continuare nei termini di una religiosità che va a braccetto col potere o che non si pone l’esigenza di scelte concrete, di frutti. Dice che immergersi nelle acque del Giordano è per la conversione. E’ gesto che esprime la scelta di cambiare per nuovi inizi. Il deserto è luogo di un incontro autentico con Dio, nella essenzialità, nella nudità priva di sicurezze. Deserto è anche lo spazio del cammino faticoso verso la libertà, luogo della prova. Giovanni scorge un giudizio imminente, in cui ciò che vale sarà tenuto e quanto è superfluo viene consumato.

C’è chi dice ‘abbiamo Abramo per padre’ ed è chiuso nella pretesa di essere a posto, detentore di privilegi. Giovanni pone in crisi tale modo di vivere la religione ed offre prospettive nuove: figli di Abramo, cioè i veri credenti non sono alcuni garantiti, o chi si vanta di appartenenze di bandiera, ma coloro che vivono scelte di giustizia e di pace e sanno portare benedizione: sono questi i frutti della conversione. E’ questo il senso del regnare di Dio: ‘libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto… in lui siano benedette tutte le stirpi della terra’ (Sal 71). Il Dio di Abramo è il Dio vicino ai poveri e agli oppressi, colui che chiama ad un cammino, a fidarsi delle sue promesse, anche nella smentita.

Giovanni con la coerenza della sua vita, con il suo stile sobrio, è voce che nel deserto richiama a preparare le vie del Signore con scelte di sobrietà, di essenzialità, di effettivo cambiamento.

Alessandro Cortesi op

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Nazareth e il deserto

Cento anni fa il 1° dicembre moriva Charles de Foucauld, una delle figura più significative di un modo di intendere la fede e il cammino cristiano in un tempo nuovo. Era un uomo che aveva colto le sfide di un futuro che appena si affacciava perché era andato in profondità, alle radici della sua vita e alle radici dell’esperienza cristiana. Era andato a cercare le tracce di Gesù laddove c’era solo silenzio, a Nazareth.

Era nato a Strasburgo il 15 settembre 1858, nella sua adolescenza visse una profonda crisi di fede fino a maturare un rifiuto e posizioni di scetticismo. Divenne militare e fu ufficiale in Algeria. Ma matura una profonda inquietudine e nel 1882 lascia l’esercito e parte per un viaggio di esplorazione attraverso il Marocco, poi nel deserto tra Algeria e Tunisia. E’ un viaggio in cui si fa accompagnare da un ebreo, e registra le sue scoperte e le sue rilevazioni geografiche. Successivamente a Parigi, nel 1866, vive un momento di interrogativi e così egli stesso testimonia i suoi pensieri: “Mio Dio, se esisti, fa che io Ti conosca!”. Visse così un percorso di conversione interiore accompagnato dall’incontro con un prete, l’abbé Henry Huvelin: “Non appena credetti che c’era un Dio, compresi che non potevo far altro che vivere per Lui”. Subito dopo quell’ottobre 1866 parte per la Terra santa e si reca a Nazareth per percorrere le strade in cui Gesù artigiano, nel nascondimento della vita quotidiana, aveva posto i suoi piedi.

Tornato in Francia entra nella Trappa di Notre-Dame des Neiges, successivamente poi nella Trappa di Akbès, in Siria. Ma matura la convinzione che nella Trappa non è possibile vivere l’umiltà di Nazareth. Nazareth per lui significa la vicinanza e l’assunzione di una vita di semplicità, di povertà. Si fa chiaro in lui una direzione fondamentale: seguire e imitare Gesù nella dimensione di Nazareth, nell’esistenza umile, nascosta, fatta di lavoro e di quotidianità, nello stare davanti a Dio. Gli si fa chiara anche l’idea di radunare altri con cui condividere questo ideale in una comunità: “lo scopo sarebbe condurre quanto più esattamente possibile la stessa vita di Nostro Signore, vivendo unicamente del lavoro delle mani, senz’accettare nessun dono spontaneo né alcuna questua, e seguendo alla lettera tutti i suoi consigli, non possedendo niente, privandosi del più possibile, anzitutto per essere più conforme a Nostro Signore e poi per dargli il più possibile nella persona dei poveri. Aggiungere a questo lavoro molte preghiere”. Nazareth per Charles non è solo la preparazione alla vita successiva di Gesù, ma il cuore della sua stessa esperienza.

Nel 1897 Charles si stabilisce a Nazareth e lì vive per tre anni in una piccola casa vicina al monastero delle clarisse, lavorando, a imitazione di Gesù operaio e leggendo i vangeli (cfr. Antonella Fraccaro, Charles de Foucauld e i Vangeli, Glossa). Così egli dice il senso di tale concentrarsi sui vangeli: “Leggo: 1°) per darvi una prova d’amore, per imitarvi, per obbedirvi; 2°) per imparare ad amarvi meglio, per imparare a imitarvi meglio, per imparare a obbedirvi meglio; 3°) per poter farvi amare dagli altri, per poter farvi imitare dagli altri, per poter farvi obbedire dagli altri””

Viene ordinato nel 1901 e si stabilisce poi a Beni Abbès nel Sahara algerino poi qualche anno dopo tra i tuareg a Tamanrasset. Vive in un contesto di povertà, cercando di essere semplicemente fratello e di vivere una testimonianza del vangelo in modo gratuito. Suo desiderio era solamente quello di far conoscere, attraverso la sua amicizia, la bontà di Gesù. Al cuore della sua vita il conversare e stare di fronte all’eucaristia in un rapporto con il Signore a cui affida color che sono suoi anche se non lo conoscono.

A Tamanrasset viene ucciso il 1 dicembre 1916 mentre era in corso uno scontro tra truppe ribelli del Sahara. “Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore porta molto frutto” (Gv 12,24). Charles De Foucauld è stato testimone di una vita a seguito di Gesù spoglia e capace di concentrarsi sull’essenziale, vivendo il vangelo come condivisione e offerta inerme di fraternità. . “Vorrei essere buono perché si possa dire: se tale è il servo, come sarà il Maestro?”. Ha scorto nel deserto un luogo di testimonianza spoglia e libera, che ritorna all’essenziale. Una profezia che corre ancora ed è sussurro che chiama nel silenzio di Nazareth, da accogliere da parte della chiesa…

Alessandro Cortesi op

2 domenica tempo di Avvento – anno C – 2015

DSCN1658.JPGBar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

I due primi capitoli di Luca presentano in un dittico la vicenda di Giovanni Battista e quella di Gesù, sulla base del fatto storico del contatto tra Gesù e il Battista, decisivo nel cammino storico di Gesù: il suo recarsi da Giovanni e il battesimo sono momenti iniziali di un nuova fase della sua vita segnata dall’annuncio del regno di Dio.

Luca si dimostra attento ad indicare date e circostanze su tempi e luoghi: nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. E’ un tempo storico preciso: un anno tra il 26 e il 28. Al tempo del governatore romano Pilato (in carica dal 26 al 36), e dei vari re della Giudea, Erode Antipa, il suo fratellastro Filippo, che governava due province del Nord della Palestina e Lisania, un re di una regione a Nord l’Abilene. Poi presenta le due più alte cariche della comunità giudaica, il sommo sacerdote Anna (deposto dai romani nel 15 d.C.) e il sommo sacerdote in carica dal 15 al 36, Caifa, che avrà un ruolo nella condanna di Gesù.

In questa storia compare Giovanni e – dice Luca – “la Parola di Dio venne” su di lui: su questo profeta, asceta del deserto, dei margini, non della potenza viene la Parola. Luca legge l’agire di Dio che sceglie i piccoli. Così Gesù è comprensibile a partire dal profeta del deserto. Luca suggerisce di accostarlo a partire dalla sua esperienza storica, da quello che lui ha fatto e detto. Nella vita di Gesù sta un segreto nascosto, da scorgere a partire dalla sua umanità: Dio ha preso su di sé, con sè tutta la nostra condizione umana e si manifesta nei luoghi marginali, nel deserto.

Del Battista si parla riprendendo le parole del Secondo-Isaia alla fine dell’esilio: “Una voce grida: ‘Nel deserto preparate la via al Signore…’” (Is 40,3-4). Il ritorno dall’esilio è tratteggiato come cammino in cui i monti sono abbassati e le valli colmate per fare spazio ad una via sulla quale possa camminare il popolo del Signore: “Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria” (Bar 5). Così il salmo 125 canta il ritorno invocando la guida del Signore su questo cammino: “Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare… Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmato di gioia. Riconduci, Signore, i nostri prigionieri! Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo” (Sal 125)

La voce del Battista si presenta nel deserto ed è invito a preparare una strada nuova del venire di Dio stesso: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato”. Il Battista è annunciatore di una via diritta, come le ‘vie sacre’ dell’antichità dove si svolgevano processioni verso i grandi templi, ma è ora percorso del popolo che cammina ad incontrare Dio. Il Battista propone anche un rito di immersione, un battesimo nelle acque del fiume Giordano, per la remissione dei peccati: al cuore del suo annuncio è l’indicazione di un tempo nuovo, imminente, che sta per giungere ed esige cambiamento. Con le sue parole e la sua testimonianza si fa annunciatore di una trasformazione, urgente, senza indugio, che tutti coinvolge senza eccezioni. E’ movimento di preparazione verso un imminente intervento di Dio nella storia. Una nuova via di liberazione e di uscita dall’esilio.

Subito dopo è introdotta la genealogia di Gesù: una serie di nomi risalenti fino ad Adamo (e non solo fino ad Abramo come in Matteo) che racchiudono un interesse teologico di Luca: Gesù entra nella vicenda della storia umana che coinvolge non solo il popolo d’Israele – con capostipite Abramo – ma l’umanità intera. Collegando Gesù ad Adamo intende comunicare alla sua comunità in cui erano presenti molti provenienti dal paganesimo, che la vicenda di Gesù si pone in rapporto alla vita di ogni uomo e donna di ogni tempo e provenienza, anche lontana. La vicenda di Gesù è una storia: non è un mito, ma si situa nella storia di Adamo. Adamo è uomo tratto dalla terra; Gesù è partecipe della medesima terra. E su quella terra ha posto i suoi passi, percorrendo le vie dell’umanità, rendendole vie in cui si fa vicina la salvezza.

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(opera di Nizar Ali Badr, artista siriano profugo)

Una strada nel deserto

Una strada nel deserto: è immagine che rinvia ad un’esperienza drammaticamente presente al nostro tempo. Le piste attraverso il deserto sono i luoghi testimoni delle migrazioni che segnano la vita del mondo nel tempo della iniquità e della globalizzazione. Sono le strade percorse da milioni di persone, uomini e donne in fuga dalla fame, dalla miseria, dalle minaccia di morte quotidiana, dai cambiamenti del clima, dalla mancanza di libertà, verso un sogno di liberazione, di pane e di serenità. Sono percorse da uomini e donne caricati su camion, a piedi, con lunghe soste dovute a periodi di prigionia, di sfruttamento, di percosse, con ritorni e abbandoni. In attesa di pagare i trafficanti e nella speranza di giungere ad una meta che diviene ideale e sogno. E nel rincorrere questo sogno di vita moltissimi incontrano la morte. Un sogno che si scontra con la realtà dei rischi, delle innumerevoli difficoltà e prove, delle prigioni, della sete, della fame e della violenza sperimentata nelle forme più brutali. Fino a scoprire la durezza di attraversare confini oltre i quali non c’è accoglienza e tranquillità, ma nuova oppressione, schiavitù, sospetto ed esclusione.

Nel deserto ci sono voci che oggi gridano desideri di libertà, che richiamano al risveglio l’indifferenza del mondo occidentale, segnato dall’ipocrisia, , che proclama libertà, ma si fa complice dell’oppressione. E rimane cieco e sordo di fronte all’ingiustizia che ha complicità in un sistema di vita basato sulla rincorsa al profitto, sullo sfruttamento dei più deboli e sull’indifferenza.

Voci del deserto sono oggi quelle dei poeti, come quella del nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura del 1986 nella sua poesia ‘migrazioni’.

Migrazioni*

Ci sarà il sole? O la pioggia ? O nevischio?

madido  come il sorriso posticcio del doganiere?

Dove mi vomiterà l’ultimo tunnel

Anfibio ? Nessuno sa il mio nome.

Tante mani attendono la prima

rimessa, a casa. Ci sarà?

 

Il domani viene e va, giorni da relitti di spiaggia.

Forse mi indosserai alghe cucite

su falsi di stilisti , con marche invisibili:

fabbriche in nero. O souvenir sgargianti, distanti

ma che ci legano, manufatti migranti, rolex

contraffatti , l’uno con l’altro, su marciapiedi

senza volto. I tappeti invogliano ma

nessuna scritta dice: BENVENUTI.

 

Conchiglie  di ciprea, coralli, scogliere di gesso

Tutti una cosa sola al margine degli elementi.

Banchi di sabbia seguono i miei passi. Banchi di sabbia

di deserto, di sindoni incise dal fondo marino,

poiché alcuni se ne sono andati così, prima di ricevere

una risposta – Ci sarà il sole?

O la pioggia? Siamo approdati alla baia dei sogni.

(*poesia inedita di Wole Soyinka, Black Heritage Festival Lagos 2012, “Il Sole 24 Ore” – 8 aprile 2012, traduzione Alessandra Di Maio)

Ci sono voci nel deserto oggi che ricordano le attese e parlano dei confini che dividono mondi intrecciati ma incomunicabili. Voci dai margini e che si sono scontrate con sordità e indifferenza, e che divengono voci di liberazione.

Isoke Aikpitanyi, è nata a Benin City, in Nigeria, nel 1979. Nel 2000 è giunta in Italia fuggendo dalle condizioni di vita di uno tra i paesi più ricchi di materie prime e più sfruttati dell’Africa, la Nigeria, con la prospettiva di lavorare. Il suo viaggio non ha attraversato i deserti geografici, ma si è immediatamente scontrato con il deserto dell’inumanità: Isoke è ingannata e resa schiava dalle mafie nigeriana e italiana e costretta a prostituirsi. Dopo essere stata vittima della schiavitù sulle strade, riesce a liberarsi a rischio della vita. Dal 2003, dedica il suo impegno per aiutare le giovani donne vittime della tratta grazie all’associazione “Le ragazze di Benin City”. Nel 2007 ha pubblicato il libro “Le ragazze di Benin City”, scritto insieme alla giornalista Laura Maragnani, edito dalla casa editrice Melampo e seguito poi da 500 storie vere sulla tratta delle ragazze africane in Italia. La sua voce risuona nei deserti del nostro vivere e richiama il profilo di chi ha sperimentato il deserto come strada di liberazione. La sua voce è eco del grande

Strade nel deserto, strade di migranti, di uomini e donne che coltivano un’attesa, strade di oppressione e di liberazione, monito a scoprire la condizione umana comune come esperienza di nomadi: “il nomade ha per coperta il cielo disseminato di stelle, il suo cuscino è lo spazio aperto, vaga come le gazzelle e non si inginocchia davanti a nessun luogo. È libero come un uccello, e non un prigioniero che attende il sopraggiungere della stagione della mietitura, chiuso dentro la sua capanna” (Ibrahim al-Koni, La patria delle visioni celesti, ed e/o 2007).

“Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore”.

Il confine

Sono in attesa

immobile al confine

oltre il quale non so

 

E questa nebbia di sabbia rossa

e questo soffio di morte calda

si ferma con me

oltre non può

 

Altri giungono

in corsa

o arrancando

 

e guardano me

per capire se son io

che dirò loro

vai.

 

Vai oltre il confine.

 

Ma anche io sono in attesa

e ho più paura di altri

di questo confine

oltre a tutti i miei infiniti confini

 

A un gesto improvviso

di una donna in rosso

tutti alzano al cielo

il loro foglio bianco

alcuni lo hanno sgualcito

altri lo hanno serbato integro

 

Lasciate quel foglio

 

Oltre il confine

nessun foglio è richiesto.

 

Lasciate i vostri fogli

e passate il confine

di qua sarete uomini e donne

di là resteranno selvaggi.

 

E cosa se ne potranno mai fare

di tutti i vostri permessi di soggiorno

che il vento agita al cielo

coriandoli di un carnevale

nel quale tutti indossiamo l’abito del

clandestino

che è in noi.

 

E oltre il confine

l’unica domanda

chi sei

presuppone

una sola risposta

un uomo una donna.

 

Ma il bimbo nato sul confine

a quale mondo appartiene?

Da quale tribù sarà cresciuto?

 

Io come lui appartengo al mondo

e non ho fogli, non servono

oltre il mio ultimo confine.

(Isoke Aikpitanyi, Spada sangue, pane e seme, ed. Lavinia Dickinson)

Alessandro Cortesi op

 

 

 

 

 

I domenica di Quaresima – anno B – 2015

Pencils-circle-660x493-e1423498044298Gen 9,8-15; 1Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Tre immagini possono essere raccolte dalle letture quali indicazioni di un cammino nel tempo della Quaresima, in preparazione alla Pasqua.

La prima immagine è quella dell’arcobaleno: “Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà distrutto nessun vivente dalle acque del diluvio né più il diluvio devasterà la terra… Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.

L’arco è arma di guerra, di opposizione: Dio lo ripone, appendendolo tra le nubi, per sempre. E’ forte immagine poetica. Da segno di guerra l’arco viene trasformato nella sua funzione e reso promessa di una pace che unisce cielo e terra. Ancor prima del patto offerto ad Abramo, c’è un legame, un patto per sempre che coinvolge non solo un popolo ma tutte le genti e l’intera creazione. E’ un disgno di pace come orientamento dell’esistenza che unisce umanità alla terra e al cielo, disegno di Dio e desiderio umano. Tutta l’umanità reca in sé una promessa di pace: uomini e donne di ogni lingua popolo, razza e religione… Ed anche le piante, le creature della terra e gli animali sono coinvolti in questo orizzonte di vita, di pace, di sintonia che unisce cielo e terra. Appare qui un volto di Dio che reca pace alla terra e il volto di una umanità e di una creazione destinate ad un compimento di pace. L’alleanza con Noè ci parla di un disegno di incontro che coinvolge ogni persona e tutta la ‘realtà bella’ uscita dalle mani di Dio nell’evento della creazione.

La seconda immagine è quella di una discesa. La prima lettera di Pietro legge la vicenda di Noè e il diluvio come figura del battesimo, segno di inserimento della nostra vita nella vita di Cristo e della chiesa. Il battesimo, segno della Pasqua unisce inizio e fine. E nel battesimo una immersione in quella discesa vissuta da Gesù. “e nello spirito (Cristo) andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere…”. E’ un’immagine che racconta la Pasqua. Proprio all’inizio di Quaresima è suggerito uno sguardo al punto finale. Nella tradizione occidentale la Pasqua è vista come una salita: la risurrezione (‘rialzamento’) vede Gesù che sale ed è innalzato come signore alla destra del Padre. Ma c’è un altro modo di pensare alla Pasqua, proprio della tradizione dell’Oriente. È quello della discesa: Gesù risorto, passato attraverso il buio della morte scende agli inferi per prendere per mano e per liberare una umanità in attesa. Adamo ed Eva sono le figure che simboleggiano in affreschi, mosaici e dipinti, l’umanità che attende liberazione. Così la Pasqua assume i caratteri di una discesa fin negli abissi più profondi, fin nelle prigioni più nascoste, fin nelle oscurità più impenetrabili, per liberare.

Una terza immagine: il deserto. Nel deserto, luogo inospitale, Gesù vive l’esperienza di un’armonia nuova. E’ la vicinanza di Dio. Anche nel luogo della prova ci sono presenze di Dio vicine: gli animali del deserto, gli angeli lo servivano. Il deserto, luogo dell’aridità e della prova, è anche luogo della solitudine davanti a Dio, dell’alleanza, nuovo giardino della creazione. Gesù è così presentato come nuovo Adamo che vive in una sintonia nuova con la natura e il mondo animale: le fiere e gli angeli. Qualcosa di nuovo sta iniziando con la sua vita e coinvolge tutto il cosmo. Marco descrive una breve scena ma tutta la vicenda di Gesù è cammino nella prova. In tutta la sua vita egli si è dovuto confrontare con la prova, tentazione, fondamentale: come intendere la chiamata ricevuta e accolta nel battesimo? essere il messia in ascolto del Padre o seguire i progetti di dominio, di prepotenza e di successo? Essere il Figlio che risponde alle attese di miracoli, di dominio, di affermazione religiosa come potere, o vivere come il ‘servo’ che dona la sua vita?

Il primo annuncio di Gesù è la bella notizia del regno di Dio che si è fatto vicino. E’ una parola che dice la solidarietà di Dio con noi, con la storia. Da qui il richiamo, l’imperativo a convertirsi e a credere. La bella notizia si fa appello per essere accolta e per un affidamento. L’irrompere del regno è espressione che va tradotta nel modo di intendere non una nuova signoria, non la sottomissione ad un nuovo padrone, ma la vicinanza di un Tu amante, dal profilo di padre materno, che desidera vita e liberazione per ogni figlia e figlio, che apre ad un mondo in cui nessuno sia scartato o tenuto fuori, nessuno sia escluso.

CruciscoptiAlcune riflessioni per noi oggi

Un’alleanza che coinvolge cielo e terra diviene oggi una questione radicale per la vita presente e per le generazioni che verranno. “Il problema climatico è piuttosto semplice. Nel momento in cui l’attività umana produce la maggior quantità di gas a effetto serra, vengono distrutti (…) gli spazi naturali di assorbimento di tali gas: le foreste e gli oceani. Il risultato è che il pianeta ha perso la capacità di rigenerarsi e che ora avremmo bisogno di un pianeta e mezzo per ripristinare l’equilibrio della natura” (François Houtart, Un grido d’allarme, Adista 14 febbraio 2015,13). Le tre grandi aree mondiali di riserve forestali sono state o quasi interamente impoverite come la Malesia e Indonesia, o sono in pieno processo di devastazione come le aree del Congo e dell’Amazzonia. Si pone davanti a noi la questione di una trasformazione del modello di civlità passando dall’ideologia della crescita ad una ‘conversione ecologica’. E’ un tema che investe responsabilità dei governi e a livelli macro, ma anche richiede cambiamenti di stili di vita nel quotidiano. La terra è partecipe di un’alleanza e di un disegno di salvezza di Dio sulla creazione.

Viviamo un tempo in cui la barbarie avanza: le immagini di esecuzioni sommarie di persone innocenti hanno generato in questi giorni orrore e reazione. Segno di barbarie è anche il commercio delle armi, e l’uso di armi sofisticate che sta dietro all’affermarsi di forze che usano violenza. E ancora, la logica che si sta inoculando ancora è quella della guerra pensata come via di risoluzione dei conflitti e unica via per fermare gli assassini. Non scendere a compromessi con la violenza, rimanere forti contro la barbarie non implica necessariamente l’uso dello strumento della guerra. Al contrario la consapevolezza che ogni violenza genera altra violenza e che solo rompendo questa catena si può invertire l’aumento della barbarie può essere criterio guida per scoprire oggi una promessa di pace affidata alla nostra responsabilità. L’ultima relazione sull’export di armi italiane nel mondo afferma “che il conflitto, finché non bussa alle porte, fa bene all’Italia. Per quanto opaco e approssimativo, il documento certifica che nel 2013 non c’è stato alcun crollo nelle esportazioni di sistemi militari italiani come sovente sostenuto dalle imprese e da ambienti della Difesa: sono stati infatti spediti nel mondo armamenti made in Italy per oltre 2,7 miliardi di euro (€ 2.751.006.957) (…). E dunque l’Italia che vuole imporre la pace nel mondo continua ad armarlo alla guerra” (Thomas Mackinson, Libia, l’Italia fa affari su export armi. Ma il Parlamento non ne parla da 8 anni, “Il Fatto quotidiano” 18 febbraio 2015)

Come ha ricordato un documento elaborato da Rete della Pace, Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana per il Disarmo: ” riteniamo che sia necessario dispiegare una molteplicità di azioni, tra le quali: (…) Bloccare le fonti di finanziamento del terrorismo, la vendita delle armi e di petrolio, le complicità con i diversi gruppi di miliziani armati che imperversano nella regione. Un modo per non diventare complici in un conflitto che ci vede già molto responsabili, e per non essere “imprenditori di morte pronti a fornire armi a tutti” come ha ricordato oggi lo stesso Papa Francesco. (cfr. Reti Pacifiste e disarmiste: “Guerra e intervento militare non sono soluzione per la martoriata Libia”, “Il Manifesto” 19 febbraio 2015).

Gesù nel suo discendere fino alla morte si fa vicino a tutte le vittime e scende fin negli abissi più profondi del male per liberare ad una vita nuova. Chi lo accompagna nel suo discendere è oggi testimone martire, come i ventuno operai egiziani copti, uccisi in Libia solamente in ragione del loro essere cristiani: mentre venivano uccisi si affidavano al Signore Gesù pronunciando il suo nome. Insieme a loro Lui stesso discendeva per aprire, nella loro prigionia, la speranza di una vita oltre la morte. Il loro sangue testimonia la speranza di una pace nell’accoglienza e nella cura per l’altro.

Alessandro Cortesi op

II domenica di Avvento anno B – 2014

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(Pergamonmuseum -Berlino – porta di Ishtar)

Is 40,1-5.9-11; 2Pt 3,8-14; Mc 1,1-8

‘Consolate’ è parola iniziale e termine chiave del messaggio di un profeta del tempo della fine dell’esilio. In una condizione di crisi, di buio e schiavitù, il profeta, uomo capace di ‘visione’ perché sa leggere il presente alla luce della storia di alleanza con Dio, intravede un cammino nuovo che si apre. Accoglie la spinta interiore ad alzare la voce e richiama alla fedeltà di Dio, se ne fa portavoce ed invita a partecipare alla chiamata a ‘consolare’. Sorge così una parola di consolazione rivolta ai deportati perché si sollevino guardino oltre il presente e si preparino ad un cammino.

Il ritorno e la liberazione dall’esilio sono così descritti con i tratti di un secondo esodo. Come nell’uscita dall’Egitto nel deserto così, in un tempo nuovo e diverso, il Dio d’Israele sarà ancora guida e il popolo incontrerà ancora il suo volto di Dio dell’alleanza. La questione fondamentale riguarda ancora il volto di Dio, la sua presenza vicina. E’ il signore della storia e di fronte a lui gli dèi delle potenze straniere sono nulla: “Ecco tutti costoro sono niente, nulla sono le loro opere; vento e vuoto sono gli idoli degli dèi” (Is 41,29). In questo si concentra la parola del profeta, nel richiamo alla fede nell’unico Dio signore del creato e della storia: “Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore delle schiere: Io sono il primo, io sono l’ultimo, oltre a me non c’è nessun altro Dio” (Is 44,6).

Viene così presentato il grido, a voce alta, di un messaggero: annuncia che Dio sta per intervenire e torna a camminare con il suo popolo così come aveva fatto all’uscita dall’Egitto: “Dio guidò il suo popolo per la strada del deserto verso il mare Rosso… Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (Es 13,18.21).

E mentre i deportati erano costretti a costruire la via lunga e diritta che portava ai templi delle divinità babilonesi, dove si sarebbero svolte le processioni in onore del dio Marduk, la visione nella fede apre un diverso orizzonte: quella strada sarà percorsa come ‘via sacra’, per uscire dalla schiavitù e sarà percorsa a ritroso da un popolo liberato, attraversando ancora il deserto. E’ questa una strada sulla quale Dio viene e su cui il popolo dovrà camminare con gioia per tornare alla terra, segno della promessa ad Abramo. E’ ritorno dall’esilio che riporterà Israele alla condizione dello scoprirsi ancora pellegrino, del vivere la provvisorietà, trovando appoggio e stabilità solo nella promessa e nella presenza del Dio vicino che continua a venire. ‘Il Signore Dio viene con potenza’. La visione del profeta è così una scena di trionfo paradossale, e sfocia in un quadro di dolcezza: Dio che detiene il dominio, il Dio della potenza che viene e opera i proidigi dell’esodo ha i tratti del pastore che si china sulle pecore madri e sugli agnellini e li prende con sè.

Marco, all’inizio del suo vangelo riprende il messaggio del secondo Isaia e la accosta alla voce di un altro profeta (Malachia, della prima metà del V secolo) in un tempo di crisi: si parla del giorno del Signore, preceduto dalla presenza di un messaggero che prepara la via a Dio stesso: (Mal 3,1-4). Ancora si rinvia al cammino dell’esodo e alla presenza di Dio che guida il suo popolo (Es 23,20; cfr 14,19; 33,2,). In questo quadro Marco introduce la figura del Battista. A differenza di Matteo che presenta il Battista come profeta dell’annuncio dell’ira imminente e del giudizio (cfr Mt 3,7-10) Marco insiste su un tratto del profeta battezzatore: egli è solamente ‘voce’, messaggero del giorno del Signore, dell’intervento definitivo di Dio. La sua voce è rinvio ad un altro, a Gesù, presentato come ‘il più forte’ (cfr. Mc 3,22; Lc 11,22): può vincere le opere di ‘colui che divide’, Satana, e battezzerà con Spirito Santo. Gesù è così presentato come l’atteso, colui che viene a sconfiggere il male e a donare lo spirito, il dono degli ultimi tempi (Gl 3,28-29; Is 44,3; Ez 36,26). Il presente ‘viene’ sta ad indicare l’imminenza del venire di Gesù. E’ Gesù il centro della nostra attesa.

Il deserto è il luogo in cui Marco, nella prima pagina del suo vangelo, introduce la figura di Giovanni Battista. Deserto è condizione di aridità, lo spazio in cui la voce del profeta si disperde: “voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore”. C’è una leggera variazione nella citazione: ora il deserto è luogo della voce, di un annuncio. E si compone acon l’invito del profeta che invitava a segnare una strada nel deserto.

Il deserto è lontano dal tempio, è simbolo dell’aridità della vita e di una condizione di mancanza. E nel deserto una strada… Deserto e strada sono forse le coordinate in cui intendere in modi nuovi la nostra esistenza credente oggi. La strada nel deserto è il cammino dell’esodo. Ma proprio sulla strada Gesù incontra le persone: Gesù è stato uomo che ha conosciuto la bellezza e la fatica del camminare, del percorrere strade di umanità. Sulla via indica come la fede non è né dottrina, né codice etico, ma un’esperienza d’incontro. Ha i tratti di un cammino che investe tutta la vita.

Nel deserto la voce di Dio è parola di consolazione: ‘Consolate il mio popolo’. Consolazione è bella notizia per la nostra esistenza, non atteggiamento che distoglie e rende indifferenti a trasformare quanto è ingiusto e malvagio. Nel deserto e nelle aridità del presente siamo spinti a portar quanto non è grandezza nostra, ma viene da Dio: “ Dio…ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-5).

DSCF2440Alcune osservazioni per oggi, in riferimento al deserto:

il deserto e la città.

Zygmunt Bauman ha definito le città contemporanee un ‘deserto sovraffollato’: la sensazione è quella di vivere da stranieri e perduti, nell’impossibilità di riconoscere vicini e lontani, amici e nemici e nella percezione dell’essere stranieri. Le città sono come laboratori in cui si sta attuando un enorme esperimento di convivenza globale.

“Il deserto, ha detto Edmond Jabés, … è uno spazio dove un passo dà vita ad un altro che lo cancella, e l’orizzonte significa speranza per un domani che parla. Non si va nel deserto per cercare un’identità, ma per perderla, per perdere la propria personalità, per diventare anonimi (…) In una terra natale, comunemente chiamata società moderna, il pellegrinaggio non è più una scelta del modo di vivere; sempre meno si tratta di una scelta eroica o santa. Vivere la propria vita come un pellegrinaggio non è più quel tipo di saggezza etica rivelata a, o intuita dagli eletti o dai giusti. Il pellegrinaggio è ciò che uno fa per necessità, per evitare di perdersi in un deserto; per dare al cammino significato mentre vagabonda senza meta. (…) il mondo-deserto obbliga a vivere la vita come un pellegrinaggio. Ma dal momento che la vita è un pellegrinaggio, il mondo sulla soglia è come il deserto, senza tratti specifici, dal momento che il significato deve ancora essergli conferito dal vagabondare, che lo trasforma in traccia che conduce alla fine del cammino, dove il significato attende. Questo «dare» significato è stato chiamato «costruzione dell’identità» il pellegrino e il mondo-deserto in cui egli cammina acquistano significato insieme, e l’uno attraverso l’altro. (Da Z.Bauman, La società dell’incertezza, Da pellegrino a turista, ed. Il Mulino 31-32)

il deserto: luogo della vita.

Sul deserto alcune parole di Arturo Paoli che in questi giorni ha compiuto 102 anni: “Prima del deserto la mia vita era stata piena e interessante, naturalmente con qualche stanchezza e con l’amarezza degli ultimi eventi che ci avevano costretti ad abbandonare Roma e tutti gli impegni ai vertici della Gioventù cattolica (…) Il deserto è stato un passaggio fondamentale nella mia vita, nell’aver capito di non vivere più per me e che negli anni precedenti avevo vissuto con egoismo, anche se non me ne rendevo conto e magari venivo elogiato per il mio altruismo, ma dentro di me sentivo che agivo egoisticamente. La grande virtù del deserto è quella di spogliarti, di farti morire al passato e farti rinascere, come Gesù dice a Nicodemo: devi rinascere in spirito e verità. La vita cristiana è morire a te stesso e rinascere per l’altro. Abbandonare la fede astratta verso un Essere invisibile e orientarla verso l’amicizia con Gesù e il suo progetto di pacificare il mondo. Penso spesso che il deserto non è solo un luogo. C’è il deserto del cuore. Ma affermo che non esiste altro mezzo per liberare il nostro cuore, per farne l’abitazione dell’”ospite sacro”. (da A.Paoli, Rinascere dal deserto, “Ore undici”, gennaio 2011)

il deserto: luogo dell’attesa

Sul senso dell’attesa nel deserto, una poesia di Clemente Rebora (1885-1957) che si chiude con il bisbiglio di una voce attesa:

Dall’immagine tesa / vigilo l’istante / con imminenza di attesa – / e non aspetto nessuno: / nell’ombra accesa / spio il campanello / che impercettibile spande / un polline di suono –
e non aspetto nessuno: / fra quattro mura / stupefatte di spazio / più che un deserto / non aspetto nessuno. / Ma deve venire, / verrà, se resisto / a sbocciare non visto, / verrà d’improvviso, / quando meno l’avverto. / Verrà quasi perdono / di quanto fa morire, / verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro, / verrà come ristoro / delle mie e sue pene, / verrà, forse già viene / il suo bisbiglio.

il deserto: luogo dello spogliamento.

René Voillaume, Pregare per vivere, ed. san Paolo: “Anche noi, come Gesù durante la sua vita terrena, abbiamo bisogno di periodi di ritiro e di deserto, che’ non devono sembrarci periodi sottratti agli uomini. (…) Il periodo di deserto è una prova, un test come un tentativo pieno di fiducia per sollecitare Dio a venire verso di noi, nella nostra impotenza, per condurci a lui. Ciò che, dunque, è essenziale, in un periodo di deserto, è lo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio in una certa inattività delle nostre capacità. Questa attesa passiva, senza una risposta di Dio sarebbe nociva se si prolungasse molto, ma è piena di vantaggi se è breve, come un grido di aiuto lanciato verso Dio e di cui noi abbiamo bisogno, di tanto in tanto, per sostenere la nostra preghiera”.

il deserto: luogo dell’incontro e dello scambio che genera cambiamento.

“Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre in tutti i bazar dentro e fuori l’impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stesse stuoie gialle, all’ombra della stessa tenda scacciamosche, offerti con gli stessi ribassi di prezzo menzonieri. Non solo a vendere e a comprare si viene ad Eufemia, ma anche perchè la notte accanto ai fuochi tutt’intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice – come “lupo”, “sorella”, “tesoro nascosto”, “battaglia”, “scabbia”, “amanti”- gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restere sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio”. (da Italo Calvino, Le città invisibili, ed.Einaudi)

Alessandro Cortesi op

I domenica di Quaresima – anno C – 2013

DSCF3333Dt 26,4-10; Sal 90; Rom 10,8-13; Lc 4,1-13

“…pieno di Spirito Santo si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto”

Un particolare è sottolineato da Luca in questa pagina delle tentazioni di Gesù: è l’insistenza sulla presenza dello Spirito nella sua vita. Lo Spirito discende su di lui al momento del battesimo al Giordano. Lo Spirito lo guida nel deserto. Le tentazioni sono da leggere come sottili tentativi di distoglierlo dal suo cammino e dalla sua scelta fondamentale.

Luca organizza le tentazioni in tre scene, nel deserto. La prima è la sfida : “di’ a questa pietra che diventi pane”. Si tratta della richiesta di trasformare tutto in pane, di inseguire solamente il soddisfacimento dei desideri di un benessere materiale chiuso ad ogni altra dimensione, di pensare la sua stessa missione, il suo essere messia nei termini di un risposta a richieste materiali.

La seconda è la sfida presentata ‘in alto’, guardando tutti i regni della terra: “se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me tutto sarà tuo”. E’ la tentazione di un potere inteso come ottenimento di gloria sottomettendosi alle logiche dell’ingiustizia, della menzogna e dell’oppressione, le logiche ‘diaboliche’ che dividono l’uomo dall’uomo e da Dio stesso.

La terza è situata sul punto più alto del tempio: “se tu sei figlio di Dio gettati giù di qui”. E’ sfida sottile: indica la pretesa di evidenze, di prodigi manifestati che esigano subito il riconoscimento e il prestigio con l’ostentazione di un potere sovrumano. E’ la via di un messia che s’impone con il prodigio e non vive la debolezza e il rifiuto.

Sono tre prove che risultano essere quasi una sintesi della prova continua vissuta da Gesù nella sua esistenza. Era infatti provocato ad offrire segni spettacolari, a rispondere a bisogni che corrispondevano ai desideri di soluzione di problemi e di potere. Ma nei vangeli Gesù si sottrae quando vede che i suoi gesti possono essere male intesi: come il suo gesto di distribuire e condividere pane, se esso non apre ad una sete e ad una fame ulteriori. Si sottrae anche quando i suoi stessi discepoli cercano di chiedere per loro posti di potere e prestigio. Gesù sfugge anche quando i farisei gli chiedono segni spettacolari, un segno dal cielo. Le tentazioni ci parlano del cammino di Gesù, sottoposto alla prova nel cuore della sua missione.

C’è un versetto di Luca importante, che riprende, verso la fine della narrazione l’episodio delle tentazioni o prove di Gesù (Lc 22,28) “voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. La prova è esperienza di Gesù nel deserto, nel cammino della sua vita, ma è anche prova della sua comunità, di coloro che sono chiamati a stare sotto la prova e a non cedere. E non cedere alla prova significa, nel deserto, rimanere fedeli allo Spirito, accogliere lo spirito. All’inizio del suo cammino Luca presenta Gesù lucido, e libero di fronte alle prove.

Forse anche noi dovremmo chiederci quali sono gli ambiti della prova oggi, per essere lucidi di fronte a diversi generi di prove. Provo ad indicarne alcune.

Non di solo pane vive l’uomo. La prima tentazione è quella di ridurre tutto a pane da consumare. Attenzione! Non il pane da condividere, non il pane che è frutto di fatica e lavoro e reca in sé il segno della convivialità e della accoglienza. Ma il pane da consumare. La ricerca di una soddisfazione che tutto prende, ingloba e consuma, che tutto riduce a guadagno nella ricerca di beni materiali. E’ il modo di concepire un’esistenza in cui tutto è riducibile alle forme del desiderio e del desiderio materiale. Il soddisfacimento dei propri bisogni, il perseguimento dei propri interessi senza curarsi degli altri, l’accaparramento per cui si accumula senza pensare ad altro. L’avidità che svuota la solidarietà. Le radici di tanta aggressività, violenza, incapacità di relazioni sorgono proprio dalla pretesa di avere felicità in un consumo che permea tutto il vivere: si consumano beni, risorse, mezzi, sino le persone. Essere spinti nel deserto dallo Spirito è occasione per divenire lucidi e saper riconoscere questa tentazione che svuota la vita e la rende schiava di una tensione a consumare senza rapporto con l’altro. Di fronte alla richiesta che la pietra diventi pane Gesù risponde che l’uomo ha bisogno non solo di pane e quel pane di cui pure ha bisogno deve recare con sé apertura ad altro, alla condivisione ad un incontro più profondo.

La seconda tentazione riguarda il potere. Viviamo un tempo in cui la perdita del ruolo sociale porta la chiesa a cercare nuove forme per poter incidere sulla vita politica e sociale. Ma non è forse questa una vera e propria tentazione da riconoscere? Gesù rifugge la via del potere che per affermarsi accetta il compromesso con l’ingiustizia, con la corruzione, con  l’adorazione di ciò che non è dio  e separa (diavolo è il separatore, colui che divide) l’uomo da Dio stesso. Gesù riprende qui la critica profonda dei profeti ai Baal: Baal è quel padrone che tutto compra. Viviamo anche oggi forme di potere in cui tutto è ridotto a merce da comprare e scambiare, il lavoro stesso viene ridotto a merce, la vita delle persone, le donne sono ridotte merce, e tutto viene sottoposto alle regole di un padrone che compra a suo piacimento. Nel deserto lo Spirito può guidare a sottrarsi a queste logiche pervasive e riconoscere solamente il Dio dei poveri, dei sottomessi degli offesi.

La terza tentazione è il rifiuto del miracolismo, della ostentazione, dei segni prodigiosi. Gesù rifiuta di prendere questa via di un messianismo del prodigio, della manifestazione e sceglie invece la via del servizio del nascondimento, del farsi prossimo, che non cerca di guadagnare ma perde la propria vita, la consegna al Padre e agli altri, fino alla fine. E’ la via di un ascolto del Padre e di chi gli si fa incontro, è la sua obbedienza fondamentale ed è anche la via della fraternità vissuta come un rimanere solidale fino alla fine. Non è forse questa via dell’ascolto, della solidarietà e della fraternità la strada da riscoprire oggi per le chiese?

Il deserto che Gesù vive è il deserto biblico: è un luogo ma è anche un simbolo. E’ simbolo dello spazio in cui si riscopre l’essenziale, è lo spazio dell’inermità e della debolezza. Nel deserto si sperimenta la propria piccolezza e gli spazi sconfinati, la paura dei pericoli, la necessità delle cose essenziali. Nel deserto si viene spogliati da tutto ciò che è appesantimento, sovrappiù, non necessario. Deserto nella bibbia è luogo di prova: c’è la sete, la mancanza di cibo, c’è la prova più radicale rappresentata dalla nostalgia di quando si era schiavi: almeno in Egitto – è la mormorazione del popolo – avevamo le pentole piene di cipolle per poter mangiare, nel deserto neppure quello. Ma il deserto è il luogo dell’incontro con Dio che guida, con lo Spirito che apre alla libertà, anche dalle proprie angustie ricerche. Il deserto è tempo di rinnovamento e di fidanzamento, tempo dell’incontro nella novità e dell’intimità di ascolto di una parola che raggiunge l’interiorità, che tocca e cambia la vita. “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,17). Vieni con me nel deserto. Questo è l’invito di questa Quaresima.

E’ da riflettere sul fatto che le recenti dimissioni del papa sono situate all’inizio di un tempo di deserto, la quaresima di quest’anno, tempo importante per recuperare l’essenziale, per fissare lo sguardo su Gesù, per vivere cambiamenti di rinnovamento. In questa scelta leggerei innanzitutto l’indicazione di una debolezza, di una sincera e umana espressione di ‘non farcela’ di fronte non solo alle fatiche dell’età, ma anche ad una situazione di lotte di potere e di perdita di orizzonti di vangelo all’interno della stessa chiesa. Questo gesto potrebbe portare all’irruzione di un senso di umanità che desacralizza la figura stessa del Papa chiamato ad un servizio da vivere con umiltà finché è possibile. Penso che indichi anche la necessità di ripensare in visione ecumenica il ruolo del papato, del ‘presiedere nella carità’ come un servizio che può essere assunto e continuato da altri – un servizio da vivere nella condivisione reale di peso e di ricerca – nel riconoscere la debolezza umana e la possibilità di scelte diverse, secondo coscienza, in situazioni diverse (in modo diverso dal suo predecessore). E’ un gesto che parla di silenzio, di distacco da una posizione di potere per una ricerca più essenziale e profonda che dovrebbe stare al cuore di ogni ruolo e posizione nella chiesa.

E’ anche un gesto che reca in sè l’apertura ad un ripensamento, ad una conversione ecclesiale: la chiesa dovrebbe ritrovarsi in modo diverso oggi attuando un cambiamento radicale in rapporto al vangelo, ponendo la fraternità al centro, rinnovando forme  di governo nella direzione di un servizio condiviso e plurale, aprendo ad un domani in cui non si parli più solamente di cardinali o di ‘uomini di chiesa’ ma anche di… donne… e di ‘poveri cristiani’ (il gesto del papa ha riportato al gesto di Celestino V narrata da Ignazio Silone come l’avventura di un povero cristiano), e di poveri da mettere al centro al seguito di Gesù che si è fatto povero per noi perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà (2Cor 8,9).

Alessandro Cortesi op

 

II domenica di Avvento – anno C – 2012

DSCF2666Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare… Luca è attento ad indicare date e nomi, luoghi e indicazioni geografiche. Ricostruisce così un quadro di tempo e di spazio in cui la vicenda di Gesù si inserisce. E la sua attenzione si concentra su Giovanni il Battista e il messaggio al centro della sua vita.

Si potrebbero cogliere alcuni aspetti propri di questa pagina che divengono motivo di riflessione per il nostro cammino di fede oggi.

Luca colloca Gesù in una storia: non è preoccupato di costruire una biografia di Gesù – i vangeli non sorgono come opera di cronaca e con intenti biografici – ma è molto attento nell’indicare che la vicenda di Gesù è quella di un uomo, membro del popolo d’Israele che s’inserisce in una storia ed in un tempo. Parlare di Gesù, per Luca, implica riferirsi ad una vicenda storica, concreta di un uomo che ha incrociato altre persone: in particolare per lui è stato importante un incontro che ha segnato una svolta nella sua vita, con Giovanni Battista.

In questa storia Luca evidenzia il peso dei grandi imperi e delle vicende politiche e di spartizione di territori e di aree di potere. Legge anche la presenza di una autorità religiosa indicata nei capi del sinedrio, punto di riferimento del sistema religioso del tempo.

Ma in questa storia, segnata da capi e da autorità che rappresentano i sistemi del potere, politico e religioso, Luca improvvisamente fa scorgere uno squarcio che apre questa storia ad un’altra dimensione. Non solo apre a considerare che in questa storia è da ricercare la presenza dell’agire di Dio, ma l’attenzione alla parola di Dio smaschera una storia fatta dai dominatori come storia di grandezze fatue e instabili. La presenza di ciò che rimane, della Parola va cercata altrove.

Dopo aver parlato dei poteri politici e religiosi infatti Luca improvvisamente conclude: “la parola di Dio venne su Giovanni”. Giovanni il Battista si fa accogliente della parola di Dio che scende. In questa storia, in cui sembra che gli attori principali e unici siano i potentati umani, v’è una dimensione presente e nascosta: è l’agire della parola che non segue le logiche del potere umano, ma segue altre vie ed emerge altrove. Non nel dominio dell’imperatore o nel potere dei sacerdoti nel tempio, ma nella vicenda di un profeta che si allontana da Gerusalemme, che lascia la sua famiglia di origine sacerdotale per dedicarsi totalmente ad un annuncio di preparazione ad un intervento imminente di Dio nella storia. La parola di Dio scende nel deserto. E il deserto si contrappone alle sedi delle coorti imperiali presiedute dal prefetto, dai palazzi ellenistici costruiti da Erode, vassallo dei romani, e dal Tempio di Gerusalemme, sede dei sommi sacerdoti e della classe sacerdotale.

Mi sembra che Luca suggerisca così due atteggiamenti da coltivare: il primo è l’attenzione alla vicenda di Gesù stesso radicata in una storia. E’ stato veramente uomo e va ascoltata  e letta la storia in cui egli ha vissuto. Ma la storia va letta non lasciandosi prendere dalla visibilità dei dominatori, ma alla ricerca dello scendere della Parola di Dio. Questa storia va letta anche per comprendere quale via Gesù ha seguito, che tipo di umanità ha indicato con il suo cammino umano. In particolare il fatto che Gesù sia stato affascinato dalla presenza del Battista – un dato indiscusso del suo percorso storico – costituisce una domanda che Luca apre. Come mai Gesù vide in Giovanni qualcuno di importante per  il suo cammino? Perché proprio il Battista, questo profeta che lasciò la sua famiglia di stirpe sacerdotale – figlio di Zaccaria – per recarsi nel deserto, lontano da Geruslaemme, dal sistema religioso e lontano dai centri del potere politico? E poi in quale modo Gesù si distaccò anche da Giovanni presentando un annuncio ed un volto di Dio diverso da quello del Battista?

In secondo luogo Luca suggerisce di sostare sulla dimensione del deserto, dove Giovanni si reca e dove la Parola si rende presente. E’ il percorso scelto da Gesù quando si recò dal Battista nel deserto. E’ anche il passaggio richiesto ad ognuno che desideri seguire Gesù. Il deserto è luogo che  rinvia all’esodo e all’esilio, luogo in cui scoprire una dimensione di pellegrinaggio e di cammino come aspetto costitutivo dela fede stessa: il deserto è luogo di conversione alla parola, al modo di agire di Dio, luogo di incontro con Dio senza appoggi umani. Una fede in cammino, sciolta, libera, capace di cambiamento e di mettersi in discussione. Spoglia di certezze che derivano da costruzioni culturali, di potere e racchiuse in sistemi religiosi, ma alla ricerca del soffio della Parola. Un invito ad un fede povera, ma per questo più autentica, nel seguire il cammino di Gesù e nel riscoprire il suo cammino umano…

Alessandro Cortesi op

 

 

Marocco è… (2)

“Eterna scia verso il tempo, ardente passione silenziosa, la spiritualità è il ricorso e il rifugio delle persone semplici, spesso analfabete ma profondamente religiose, nel senso di una comunione con lo Spirito che continua a restare anche quando non esiste più niente. In questo sta la distinzione fra i popoli che non sanno a chi votarsi e gli altri, quelli che hanno ripudiato tutto ciò che non possono capire e toccare con mano. Così accade nei paesi in cui la spiritualità è presente nella vita quotidiana, presente ovunque e celebrata con il rituale dell’amore. Potremmo dire che questa relazione con la santità è in un certo senso un palliativo di fronte alle mancanze e le ingiustizie che si accaniscono sugli indigenti. Ma c’è anche un mistero, un legame indefettibile con esseri morti la cui memoria diviene fonte di Bene” (Tahar Ben Jalloun, Maroccco romanzo, 183).

Marocco è … la presenza dei luoghi dei marabutti. Persone buone che hanno avuto una presenza positiva nella comunità, la cui vita è riconosciuta come luogo di presenza dello Spirito e del Bene.

“In arabo, nel termine muràbit c’è la nozione di legame e, per estensione, quella di attaccamento, fissità.  (…) A ben guardare la santificazione degli esseri eccezionali è un pratica estranea allo spirito dell’islam. Semplicemente perché questa religione , a differenza delle altre due che l’hanno preceduta, non ammette intermediari fra il credente e il suo creatore, rifiuta la gerarchia e semplifica la relazione fra il temporale e lo spirituale. (…) Il casod el Marcco è diverso. Di rito sunnita malikita, il Marocco è il paese della moderazione. L’islam vi ha vissuto in modo tranquillo e aperto. Da sempre questo paese è stato il luogo in cui hanno prosperato confraternite e associazioni che discutono sulle diverse interpretazioni dell’islam senza mai rimettere in discussione il titolo di Comandante dei credenti, che fa parte delle funzioni del re, né voler applicare sul territorio marocchino la sharia come ai tempi della nascita e del consolidamento del messaggio di Dio” (Maroccco romanzo, 184).

“Il dizionario ci dice che ‘il marabutto è una sorta di eremita musulmano che ha avuto una vita contemplativa’. In realtà è più semplice: il ‘santo’ non è né un prete né un monaco, e la sua vita non è contemplativa, ma dedita all’azione. Si preoccupa di agire per compiere il bene e di essere utile a chi lo circonda. Innanzitutto è un uomo fra gli altri uomini e si distingue per la conoscenza del Corano e dell’islam, per la sua forte relazione con la spiritualità. Non fa miracoli e soprattutto non fa profezie, è un uomo di qualità la cui vita è stata integralmente consacrata allo Spirito e al Bene. Alcuni hanno qualche dote, non ultima quella di saper parlare alle persone in difficoltà, di insegnare agli altri la pazienza e di metterli sul cammino della virtù. Non sono mai persone che agiscono per interesse o per calcolo; predicano la semplicità, l’umiltà, la solidarietà e illustrano i benefici della fede. Non sono né veggenti né ciarlatani” (Maroccco romanzo, 185).

Marocco è… scoprire, accanto alla tomba del marabutto, il cimitero contrassegnato da pietre poste in modo disordinato. Senza nome, senza costruzioni, senza lapidi, date e frasi di ricordo. Anche nel cammino il credente ha l’essenziale per poter essere sepolto: il turbante bianco – lungo undici metri – diviene il lenzuolo per la sepoltura, anche nel deserto. Due pietre, una alla testa e una ai piedi, per gli uomini. Tre pietre, una in corrispondenza del ventre, fonte della vita, per le donne. Un basso muretto a circondare e custodire questa terra santa. Nessuno ha un segno particolare perché accostandosi al cimitero tutti i defunti possano essere ricordati  insieme e senza differenze, nella misericordia del Dio fedele e misericordioso…

“La santità non si limita alla consacrazione di una persona che ha dedicato la vita al bene e alla virtù, è anche l’elogio della scienza e del sapere. Questo vale per la mèdersa di Ben Youssef, un istituto superiore per l’insegnamento religioso e giuridico, che risale al XVI secolo. Scuol,a università, città universitaria, la mèdersaè un luogo che coniuga la ricerca spirituale e quella conoscitiva. sull’architrave di legno c’è scritto: ‘Sono stato edificato per le scienze e la preghiera dal Principe delle scienze, il discendente che porta l’impronta dei profeti, Abdallah, il più glorioso dei creatori. Prega per lui, o tu che varchi questa porta, affinché le sue più alte speranze siano realizzate” (Marocco romanzo, 195)

Marocco è… il contrasto di colori e profumi. Il color terra, la monocromia che regna nel deserto – tra l’ocra della terra e l’azzurro del cielo – e in certi paesaggi di montagna…

ed improvvisamente la varietà di colori e odori che scoppia negli angoli dei suk… colori di vesti, di veli, colori di cibi e di prodotti delle mani dell’uomo…

Marocco è anche varietà di colori laddove un artista contemporaneo con la sua vernice ha mutato aspetto alle pietre erose dal vento…

Marocco è il segreto di porte chiuse che nascondono l’intimità di una vita che cerca di proteggersi dal caldo ma anche da una invasione che non permette più di custodire le semplici cose della casa e i sussurri comprensibili solamente a chi vi entra non da colonizzatore e sfruttatore, ma da ospite e mendicante…

Marocco è… occasione di formulare nuove domande, di uscire dal consueto, di lasciarsi sorprendere dalla profondità di una vita che rivela culture tanto diverse.

Marocco è anche provocazione a sospendere formulazioni e giudizi affrettati, stereotipi antichi, è sfida a non farsi trascinare da quella forza che conduce sempre a catalogare il diverso e a ricondurlo a parametri già noti e definiti.

“Essere marocchino oggi significa appartenere a questo quadro in cui il Marocco e la sua immagine sono stati rovinati. Che fare adesso per pulire la Casa Marocco? (…) Certo il marocchino è ospitale, anch’io ho iniziato il mio libro parlando dell’ospitalità, ma non bisogna esagerare. spesso persegue i suoi interessi immediati. Introdurre uan dose di serietà in tutto ciò che intraprendiamo. In questo, le cose sono semplici e difficili insieme: non si diventa seri dall’oggi al domani: è un fatto di cultura, di pedagogia quotidiana. solo la serietà paga. Avevo un professore algerino – che Dio l’abbia in gloria! che ci diceva : ‘C’è un’espressione che deve sparire dal vostro vocabolario: kde haja! Il giorno in cui i marocchini non accetteranno più il kde haja – il lavoro raffazzonato -, il Marocco progredirà!” (Marocco romanzo, 212)

Marocco… è la lentezza e la grazia dei cammelli, ed è anche la fatica e la povertà di chi trascina carretti in mezzo a vie affollate…

“Malika è una piccola berbera di undici anni che ama la scuola. E’ felice quando la mattina si mette la cartella in spalla e segue il fratello in direzione della scuola del villaggio. si sistema il foulard appena prima di entrare nel cortile, raggiunge il gruppo delle ragazze e chiacchera ridendo. (…) Ha solo un timore, una paura che la tormenta da quando ha dieci anni: che il padre la ritiri da scuola. In effetti, non appena una bambina si avvicina alla pubertà, i genitori la tengono in casa nell’attesa di darla in sposa” (Marocco romanzo, 166)

Marocco è… la domanda che sorge osservando giovani generazioni così diverse dai loro padri. E’ l’interrogativo su un cammino di popoli che risente anche qui di vento di libertà. Un tassista nel viaggio di poche ore nel suo incerto francese faceva risuonare con insistenza questa parola ‘libertà’: le libertà concesse dal re venerato come colui che ha inaugurato uno stile di maggiore onestà nella vita pubblica e ha aperto novità soprattutto per le donne nella vita famigliare. Ma dietro alle concessioni del re conosciamo il soffio del vento che ha soffiato a partire dalla Tunisia dal dicembre 2010 e poi nel gennaio 2011 in Egitto… e poi le fatiche di passaggi i cui esiti non sono decifrabili. Ma un movimento profondo è in atto…

Marocco è il tagjine dove intingere insieme le mani prendendo la propria porzione con il pane rotondo spezzato dal padrone di casa che dice ospitalità nel distribuire il pane e i cibi più prelibati agli ospiti…

Marocco è … tradizione di tribù e villaggi, di orgoglio di abilità a cavalcare tenendo tra le mani il fucile per sparare all’unisono in omaggio al pascià. Tradizione interrogata da un presente in cui ripensare il senso dell’orgoglio e la sottomissione al signore – il Sid (Sidi è un toponimo assai diffuso a dire l’appartenenza di un territorio ad un signore). Si potranno trasformare le armi in strumenti di pace?

Marocco è… scoprire dimensioni inedite del tempo e dei volti, chiamati ad incontrarsi in una varietà che possa divenire riconoscimento reciproco e scambio di doni in un mondo in cui ai popoli che si mescolano sta la responsabilità di costruire percorsi di una pace multicolore.

(a.c.)

XIX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

1Re 19,4-8; Efes 4,30-5,2; Gv 6,41-51

C’è una incredibile forza nel racconto del percorso di Elia, il profeta del fuoco. Aveva ascoltato la Parola del Signore, Elia. Se n’era fatto testimone davanti al re, e aveva denunciato il potere politico che aveva perso il riferimento al senso della sua funzione. Aveva vissuto l’affidamento al Dio dei padri e aveva fatto della Parola la sua forza nella sfida ai sacerdoti di Baal. Aveva vissuto così la fedeltà al Dio dell’esodo ma si trova ora ad essere isolato e braccato.

La scena di Elia nel deserto è così una immagine che si fissa nella memoria e fa ritrovare nel volto di quest’uomo distrutto la vicenda di tanti, che avvertono il peso della fatica e il fallimento della loro missione fino al punto di pensare di aver sbagliato tutto e di chiedere di mettere la parola fine ad un percorso percepito come inutile.

“Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”.
 In queste parole non c’è più la forza del profeta che con la sua testimonianza aveva osato sfidare il potere politico e quello religioso: c’è invece tutta la delusione di chi avverte la fatica di un cammino più pesante di ogni previsione. E c’è anche la percezione della propria inadeguatezza e insufficienza, e l’emergere di una comprensione nuova di se stesso. Spogliata delle illusioni, e degli entusiasmi di chi affronta a fronte alta le difficoltà. Elia, in fuga da chi voleva ucciderlo vive ora senza più alcuna sicurezza. Il deserto è il luogo di una autenticità scoperta oltre ogni illusione religiosa. Elia è solo con la sua incapacità. Gli si fa chiaro che non sa reggere alle situazioni, percepisce il suo limite e viene meno ogni pretesa.

Appare così nel suo essere semplice uomo, senza qualità particolari, non migliore dei suoi padri, non eroe, non capace di forza di fronte alle avversità, ma impaurito e fragile. Preso da paure e debole anche nella fede: non profeta del fuoco, ma profeta senza difese né certezze di cui farsi forte. Forse anche preso dal dubbio: quella lotta e tutto il suo agire avevano un senso? Eppure proprio in questo momento in cui egli diviene il volto del povero, senza più nulla per sè, Dio non lo lascia solo. Lo spogliamento da tutto ciò che poteva prendere il posto di Dio lo apre alla possibilità di un incontro che lo raggiunge come dono, inatteso. Il deserto è luogo della prova ma anche luogo di scoperta di una presenza non porgrammabile e non oggettivabile. Un angelo, messaggero di gratuità, gli accosta del cibo, una focaccia cotta e un orcio d’acqua, cibo essenziale per andare avanti, per procedere nel cammino.

E, con il cibo, l’invito ad alzarsi: ‘Alzati e mangia’. Elia è avvvicinato e toccato, una prima e una seconda volta, e ascolta una parola che lo invita ad alzarsi: è ancora lungo il cammino. La vicinanza di Dio in un messaggero che gli porge un pezzo di pane e in un orcio d’acqua, per prendere forza e per continuare a camminare. E’ cammino reso possibile solo da quel gesto: lo aprirà ad andare fino al monte di Dio l’Oreb, a vivere un incontro con Dio nel deserto, scoprendo il Dio delle piccole cose, non del fuoco, non del terrenoto, ma della voce di un leggero silenzio. Fino all’Oreb, il monte di Dio. Fin là dovrà camminare, Elia, con la forza datagli da quel cibo. Il cibo è per andare avanti, non tanto per aver risolte le paure e le difficoltà, ma per procedere, certo però di una incapacità e di una vicinanza: l’incapacità propria, la vicinanza di Dio.

Ma questo lo libera dalle paure che gli facevano ritenere la sua vita ormai inutile e lo liberano anche dalle false immagini di Dio per spingerlo a camminare. Dio sta oltre la sfida con i profeti di Baal. Quando Elia rimane nudo, come Adamo nel giardino, spogliato delle sue attese e pretese, allora si apre lo spazio per un cammino nuovo e per scoprire che Dio si nasconde facendosi vicino in un messaggero che porge un pezzo di pane, in una focaccia e un orcio d’acqua, in una parola che fa alzare e camminare. E questa presenza di messaggero ricorda a noi che Dio si rende presente laddove c’è chi porge una focaccia di pane e un po’ d’acqua, nella gratuità.

Gesù nella lunga pagina del cap. 6 del IV vangelo parla di se stesso come pane disceso dal cielo. Cibo per camminare, per andare avanti, per alzarsi, come Elia e per scoprire che Dio non è lontano e assente dal nostro quotidiano. Un cibo disceso, un cibo donato: Io sono il pane disceso dal cielo… il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo…

Pane è nutrimento per poter vivere. Gesù vive tutta la sua esistenza come dono: cibo donato. E in questo suo vivere racconta il volto di Dio che scende e si fa vicino. “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

La presenza di Dio Padre sta al cuore e all’origine della vita di Gesù, e sta così al cuore dell’esistenza di ogni credente: “Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato” (Gv 6,44).

E Gesù riprende la parola dei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. “Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui viene a me”. C’è un ascolto del Padre che avviene nei modi che solo il Padre sa. E’ un ascolto possibile a tutti. E è aperto a chiunque si lascia toccare da una presenza che è dono. E’ ascolto anche da prestare ad ogni gesto che è pane spezzato. Chi nella sua vita agisce nella gratuità e nel dono già esprime il senso profondo dell’esistenza. Solo l’amore fa partecipare alla comunione con Dio, Amore che vince la morte. Tutto questo non è questione di strategie, o di organizzazione, ma di un lasciarsi attirare nella corrente del dono: Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre mio…

E ci dovrebbe rendere spogli come Elia, che accoglie inaspettatamente un po’ di cibo per camminare ancora, e ci dovrebbe rendere attenti a scoprire la possibilità di vivere i gesti del dono, dello scendere e del servire, i gesti di Gesù che sono ciò che rimane e fa vivere noi stessi e gli altri.

 

Alessandro Cortesi op

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