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Corpo e Sangue del Signore – 2015

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Es 24,3-8; Eb 9,11-15; Mc 14,12-16.22-26

“… Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole”. Il sangue è segno della vita: Mosè versa il sangue di alcuni animali in parte sull’altare, il trono di Dio, in parte sul popolo d’Israele. E’ un gesto che segue l’ascolto del libro dell’alleanza. Il primato è della parola del Signore che ha parlato e continua a parlare. Quanto ha detto il Signore è inizio e fonte di ogni movimento di risposta e di accoglienza della sua presenza nella fede.

Il gesto di Mosè vuole indicare che un’unica corrente di vita lega l’esistenza dell’intero popolo e la presenza di Jahwè stesso. La vita di Dio quindi e quella di tutto un popolo, Israele, sono legate in modo profondo nell’alleanza quale dono di relazione: il rito esprime così la consapevolezza di una vita che proviene da Dio come dono. La parola ricevuta può trasformare e dare forza nel cammino, diviene criterio dei passi per la vita del popolo. Di fronte ad essa nasce un impegno e una scelta: ‘quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo’. Per Israele ascoltare è possibile solamente nella misura in cui si entra in un coinvolgimento concreto di azione e di lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio.

Gesù visse la sua ultima cena con i discepoli in un contesto pasquale, nell’approssimarsi della festa della pasqua. Al tempio avveniva l’uccisione degli agnelli poi la sera nell’ambito familiare la cena domestica. Pasqua: memoria dell’uscita dall’Egitto, della liberazione con i segni dell’agnello pasquale e degli azzimi.

La notte di pasqua celebrava il passaggio dell’angelo di Dio che aveva salvato gli israeliti in Egitto, passando sopra alle case segnate dal sangue dell’agnello: l’agnello divenne così uno dei segni centrali del rito della Pasqua ebraica. Il suo sangue aveva permesso l’uscita dalla schiavitù e l’inizio del cammino verso la libertà. Quella cena ripetuta ogni anno nel plenilunio della primavera, divenne memoriale: gli eventi dell’esodo erano rivissuti: : “in ogni generazione ognuno deve considerarsi come se lui fosse stato tratto dall’Egitto”. Chi celebra quel rito si scopre coinvolto in una storia di alleanza e di promessa.

Gesù riprende i gesti e le parole che costituivano il rito della cena pasquale ebraica, ma presenta il pane e il vino con alcune parole che sono state custodite nel ricordo delle prime comunità. Di queste parole ci sono giunte quattro versioni non identiche (Mc 14,22-25; Mt 26, 26-29; Lc 22,18-20; 1Cor 11, 23-25), con variazioni significative che indicano come esse fossero custodite come spiegazioni dei gesti e di tutta la vita di Gesù.

Il primo gesto di Gesù in quella sera è indicato nello spezzare il pane, un gesto carico di significato e che riportava ai gesti dei profeti nel venir incontro alle necessità dei poveri, ma anche ai gesti della condivisione attuati da Gesù in tutta la sua vita. La frazione del pane divenne indicazione nelle prime comunità di questo momento, e questo gesto da allora è stato ripetuto.

Gesù indica il pane come simbolo dell’intera sua esistenza, della sua persona: ‘prendete, questo è il mio corpo’. E’ consegna che anticipa il significato di quanto a breve si compirà, la sua morte sulla croce: tutta la sua esistenza viene indicata nei segni prima del pane spezzato e poi del vino distribuito.

‘Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza che è versato per le moltitudini’. Nel sangue sta il segno dell’intera vita. Gesù riprende il riferimento al gesto di Mosè sul monte Sinai, quando versò il sangue come segno di alleanza sull’altare e sul popolo (Es 24, 6-8). Gesù ha inteso la sua vita come servizio e dono libero di sé, uomo per gli altri fino alla fine. La sua vita, vissuta nel farsi servo (Mc 10,45), è luogo di comunione nuova nella sua stessa persona.

L’annuncio del regno quale vicinanza di Dio ai poveri ha provocato nei suoi confronti il sospetto ed il rifiuto da parte del potere religioso e politico. Le parole dell’ultima cena esplicitano che la sua vita è donata al Padre ed è alleanza, vita donata in uno sguardo che va oltre ogni appartenenza di popolo e di lingua: ‘per le moltitudini’, cioè per tutti senza distinzioni (Is 53,11-12): è dono di alleanza. La sua morte è rivelazione dell’amore di Dio il Padre.

Gesù alla vigilia della sua morte conferma la sua speranza e il suo affidamento alla causa del regno. Nelle parole: “Amen, io vi dico che non berrò più del frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”, indica un orizzonte al di là della morte. La sua fiducia apre all’annuncio di un banchetto nuovo dove il vino sarà nuovo, e dove si compirà il regno di Dio, incontro con il Padre che dà vita, si pone accanto e vicino ai piccoli e raduna. Gesù rinvia i suoi a seguirlo sulla sua strada e ad intendere la vita come esistenza eucaristica, pane spezzato per gli altri.

DSCF5771Alcune riflessioni per noi oggi

“Una stanza arredata… lì preparate la cena per noi”. E’ questa l’indicazione di un luogo in cui celebrare la pasqua: Gesù rinvia i suoi ad individuare questo luogo. Una stanza arredata, una tavola apparecchiata è luogo in cui si vive lo stare insieme nella dimensione domestica. E’ luogo ordinario delle case, una stanza che con i suoi arredi consente di sostare, di mangiare insieme, di condividere. Così pure il gesto di apparecchiare la tavola è gesto quotidiano. I gesti semplici del preparare sono l’ambito in cui si può fare esperienza, senza enfasi, di quell’eucaristia dei giorni feriali in cui si spezza il pane che segna l’esistenza nel quotidiano. Abbiamo bisogno di luoghi dove sperimentare condivisione, in cui scoprire nell’incontro i percorsi di liberazione da tutto ciò che ci chiude e rende poco attenti. Attorno a tavole preparate non per escludere ma per lasciare posto possiamo scoprire la dimensione profonda del vivere come pane condiviso, segno della vita di Gesù data per le moltitudini.

“Non con il sangue di animali…” Cristo non ha compiuto un sacrificio con animali nel recinto sacro del tempio, ma ha compiuto nella sua obbedienza il dono di sé totale al Padre e ai suoi fratelli. E’ entrato nel santuario del cielo non per via di riti religiosi, ma offrendo se stesso, una volta per tutte. Nel rito dei ‘sacrifici’ secondo la tradizione di Israele si attuava non tanto un movimento dell’uomo verso Dio, ma l’esperienza di un rapporto nuovo, reso possibile da Dio stesso, suo dono. La lettera agli Ebrei riprende questo riferimento e afferma che Cristo non ha compiuto sacrifici di animali, ma autentico sacrificio è stato la sua vita donata, il suo ascolto radicale del Padre, la sua solidarietà nella compassione. Di qui il luogo in cui si celebra la liturgia più autentica per i credenti, è la vita. Unirsi a Gesù è possibile nel fare del proprio tempo, delle proprie energie e competenze un dono e un servizio, in rapporto al Padre e per la vita degli altri. Vi è qui l’indicazione preziosa di un superamento di un modo di intendere la spiritualità: il culto a Dio non è racchiuso in gesti estranei alla vita, nella sfera di un sacro separato dal vivere ordinario. L’incontro con Dio, che Gesù ci ha raccontato nel suo percorrere i sentieri della quotidianità, il rendere a lui culto è possibile nei luoghi ordinari e ‘profani’ dell’esistenza, nei gesti dell’umanità.

“Prendete questo è il mio corpo”: accosterei queste parole dell’ultima cena alle parole del Dario di Etty Hillesum nel campo di concentramento di Westerbork nel 1942-43: “Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo… Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite” (Diario, 238-239). Il corpo è dimora, luogo di ospitalità nella consegna di sé ad altri. L’ospitalità è la condizione per aprire non ad un ‘essere per la morte’ ma ad un ‘essere per la nascita’, a cui il corpo stesso rinvia come dimora. La scoperta della propria corporeità è scoperta di una vocazione, chiamata ad essere dimora per la custodia e la consegna di vita. E’ scoperta della chiamata radicale ad una consegna al lasciar spazio all’altro, dove l’altro possa trovare dimora. E’ dono di una terra in cui scorgere la presenza di Dio nel profondo. Ancora Etty Hillesum: ‘la parte più profonda di me che per comodità io chiamo Dio’ (Diario, 176).

Un pane indicato come ‘corpo’ parla di Dio che si fa vicino nelle cose di terra, nella semplicità e nella povertà delle cose quotidiane. Parla di un Dio che si offre liberamente facendosi terra ospitale. Ed è invito a vivere la corporeità come chiamata del nostro vivere, parole, gesti, stare in mezzo a luoghi situazioni, incontri, nella piccolezza, nella scoperta di un dono da accogliere e condividere.

Alessandro Cortesi op

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II domenica dopo Natale – anno B – 2015

DSCF5506Sir 24,1-4.8-12; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18

“Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora…”

“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…”

“Casa. L’ho già detto e lo ripeto: una casa per ogni famiglia. Non bisogna mai dimenticare che Gesù nacque in una stalla perché negli alloggi non c’era posto, che la sua famiglia dovette abbandonare la propria casa e fuggire in Egitto, perseguitata da Erode. Oggi ci sono tante famiglie senza casa, o perché non l’hanno mai avuta o perché l’hanno persa per diversi motivi. Famiglia e casa vanno di pari passo! Ma un tetto, perché sia una casa, deve anche avere una dimensione comunitaria: il quartiere ed è proprio nel quartiere che s’inizia a costruire questa grande famiglia dell’umanità, a partire da ciò che è più immediato, dalla convivenza col vicinato. Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgogliose e addirittura vanitose. Città che offrono innumerevoli piaceri e benessere per una minoranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fratelli, persino bambini, e li si chiama, elegantemente, “persone senza fissa dimora”. È curioso come nel mondo delle ingiustizie abbondino gli eufemismi. Non si dicono le parole con precisione, e la realtà si cerca nell’eufemismo. Una persona, una persona segregata, una persona accantonata, una persona che sta soffrendo per la miseria, per la fame, è una persona senza fissa dimora; espressione elegante, no? Voi cercate sempre; potrei sbagliarmi in qualche caso, ma in generale dietro un eufemismo c’è un delitto.

Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie. Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra. E questo si vede oggi.

Sapete che nei quartieri popolari dove molti di voi vivono sussistono valori ormai dimenticati nei centri arricchiti. Questi insediamenti sono benedetti da una ricca cultura popolare, lì lo spazio pubblico non è un mero luogo di transito ma un’estensione della propria casa, un luogo dove generare vincoli con il vicinato. Quanto sono belle le città che superano la sfiducia malsana e che integrano i diversi e fanno di questa integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Quanto sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che uniscono, relazionano, favoriscono il riconoscimento dell’altro! Perciò né sradicamento né emarginazione: bisogna seguire la linea dell’integrazione urbana! Questa parola deve sostituire completamente la parola sradicamento, ora, ma anche quei progetti che intendono riverniciare i quartieri poveri, abbellire le periferie e “truccare” le ferite sociali invece di curarle promuovendo un’integrazione autentica e rispettosa. È una sorta di architettura di facciata, no? E va in questa direzione. Continuiamo a lavorare affinché tutte le famiglie abbiano una casa e affinché tutti i quartieri abbiano un’infrastruttura adeguata (fognature, luce, gas, asfalto, e continuo: scuole, ospedali, pronto soccorso, circoli sportivi e tutte le cose che creano vincoli e uniscono, accesso alla salute — l’ho già detto — all’educazione e alla sicurezza della proprietà”.

Due versetti delle letture di questa domenica accostati ad un brano del discorso di Francesco, vescovo di Roma, ai rappresentanti dei movimenti popolari riuniti a Roma il 28 ottobre 2014. In tale accostamento sta una provocazione ad intendere le pagine della Scrittura di questa domenica quale chiamata a scorgere come possiamo oggi fare casa insieme e accogliere la presenza di Dio che prende dimora e apre ad una storia in cui le case siano luoghi di condivisione: come possiamo rendere le nostre case luoghi di ospitalità viva e apert?

“Venne ad abitare… ha posto la sua tenda in mezzo a noi”: questa parola evoca il il segno della presenza nascosta di Dio, la dimora, l’arca dell’alleanza, segno di quella vicinanza del Dio incontrato vicino nel cammino dell’esodo.

Il dimorare in mezzo a noi di Gesù come parola e comunicazione del Padre, è l’annuncio al centro di queste letture.C’è infatti al centro un messaggio sulla dimora, e la dimora è la casa. Casa di Dio e case di uomini e donne: l’umanità di Gesù è dimora di chi si è reso solidale fino in fondo con la nostra storia umana.

Nella realtà delle case umane, nella diversità delle forme in cui l’abitare insieme prende concretezza alle diverse latitudini, dalle capanne agli appartamenti, dalle case di campagna a quelle delle città, dalle costruzioni di fango e pietra alle abitazioni di cemento e mattoni, dai ripari dei luoghi caldi a quelli di regioni segnate dal gelo, la casa è luogo della vita, dello stare insieme, delle relazioni: del mangiare insieme, del lavoro domestico, dell’amore, del riposo, del tempo quotidiano, del riparo da pericoli e intemperie, della parola scambiata e della condivisione del tempo e delle cose.

Viviamo oggi l’ingiustizia di non procurare una dimora dignitosa a tanti e di essere indifferenti verso chi non ha casa. Essere senza casa non è solamente essere privi di un tetto, ma significa molto di più: reca con sé l’essere relegati in un isolamento senza attenzione e senza cura. Mentre il vangelo ci parla di un Dio che si mette in relazione e vuole che tutti si sentano a casa come figli attesi e accolti. Come vivere una umanità che sia casa per altri?

Natale è scoperta che la presenza di Dio in mezzo a noi prende casa in una umanità fragile. Il bambino di Nazaret è appello a vivere l’incontro con Dio nell’incontro con l’umanità ferita e senza sostegno. E’ una via di sapienza da accogliere per cambiare le nostre vite. Per scoprire la bellezza di una casa e come nel quotidiano si apre la possibilità d’incontro con Dio. Non è un Dio lontano e inavvicinabile ma si è fatto vicino prendendo casa nella nostra umanità, e sta dentro la nostra vita. Questo significa una spiritualità dell’incarnazione: la carne, cioè la vita concreta di uomini e donne è luogo dell’incontro con Dio che ha preso casa tra di noi nella vita di Gesù.

Alessandro Cortesi op

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VI domenica di Pasqua – anno C – 2013

DSCF3753At 15,1-29; Sal 66; Ap 21,10-23; Gv 14,23-29

Il capitolo 14 del IV vangelo inizia con una parola di dolcissima consolazione: “Non sia turbato il vostro cuore . Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto?’ Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado voi conoscete la via”.

Molte sono le dimore: questo è la promessa di Gesù, e questo è il sogno di Dio, dimorare insieme. Molte dimore dove c’è spazio per un rapporto non di individui soli davanti a Dio, ma di comunione al plurale, di chi ha amato, insieme, con Dio e tra di noi. Questa è la comunione di tante dimore, e di tanti posti. Per scoprire che sono innumerevolmente di più dei posti limitati di chi pretende di avere domini esclusivi o di chi non si è lasciato cambiare dall’ampiezza di orizzonti di Gesù. Così il credere in Gesù ha come promessa l’essere presi insieme: “vi prenderò con me”. Il lasciarsi prendere, afferrare da lui. Non una azione che viene da noi, ma un lasciarsi prendere per una vita insieme. Non è forse il sogno di ogni amicizia e amore per chi ha avuto la fortuna di scoprire almeno una volta nella vita l’esperienza dell’essere pensati, presi e voluti su questa terra?

Segue la domanda di Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. E’ particolarmente bella questa dichiarazione di non sapere e l’interrogativo che segue sulla via da seguire per poter accogliere la promessa di Gesù. Ci dice in fondo che solo vivendo la debolezza e la fragilità del non sapere è possibile aprirsi ad un percorso di vita autentica nell’esistenza di una chiesa preoccupata non di altro se non di una relazione con il Signore Gesù. Gesù indica a Tommaso una via che non è una teoria o un metodo: la via è una persona, lui stesso è la via. La fede è incontro. Ed è via rivolta ad un incontro più profondo, ad una comunione con il Padre. Condivisione è un altro nome del credere: condividere una medesima vita che inizia laddove c’è condivisione sin da ora. Gesù si manifesta come uomo tutto dedito a Dio e la sua stessa vita è luogo in cui è narrato il volto del Padre. “Signore mostraci il Padre e ci basta” dice Filippo. “Chi ha visto me ha visto il Padre”. Credere diviene un cammino, un percorrere una via di incontro, una apertura del cuore ad ascoltare Gesù e la sua parola, a lasciare che la sua vita abbia spazio di accoglienza ed entri nella nostra. Il dialogo con Tommaso e Filippo si conclude ponendo la questione del credere come movimento di incontro con Gesù che trasforma la vita: “Chi crede in me anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Il credere apre una vita trasformata, non più la stessa. Cambiata non in aspetti esteriori e superficiali, ma cambiata dentro, profondamente, nel modo di vedere le cose, gli altri, di intendere ciò che è più importante.

A questo punto è posto l’annuncio del dono dello Spirito. Gesù parla dello Spirito come di presenza che non fa rimanere soli e vince la solitudine di un distacco e di una tristezza che prende i discepoli. “Se mi amate osserverete i miei comandamenti e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito, perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”.

Lo Spirito sta in rapporto con la ‘verità’, che, per il IV vangelo, non è notizia, conoscenza, qualcosa da sapere, ma è qualcuno da incontrare: verità è Gesù che offre con la sua vita il senso dell’esistenza come dono e servizio. Lo Spirito è il dono che vince la paura e l’esperienza più dolorosa, la solitudine, la sensazione di non essere importanti per gli altri, di non contare per nessuno. Lo Spirito è qualcuno che prende con sé, difende, che abita dentro, che non lascia orfani, ma apre alla scoperta di essere amati come figli voluti e desiderati.

A questo punto l’altro Giuda domanda a Gesù come mai si è manifestato solamente ai discepoli e non al mondo? La pagina del vangelo di oggi è la risposta a tale domanda. Giuda manifesta la posizione di chi è preoccupato di un’affermazione di fama e di espansione, di grandi realizzazioni di consensi e di adesioni.

Le parole di Gesù riportano l’accento su una relazione che si realizza nel segreto dei cuori. C’è un dimorare di presenza nel quadro dell’amore ricevuto e donato: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Gesù delinea così il profilo di chi crede, richiamando ad alcuni atteggiamenti fondamentali: essi sono l’amore per Gesù, l’ascolto della sua parola e una vita che lascia abitare e dimorare la presenza di Dio. E’ un profilo che accentua aspetti interiori e profondi e che dicono riferimento ad una comunione che inizia ad attuarsi sin d’ora nella vita. L’atmosfera del discorso è quella di una partenza e di un saluto ultimo che Gesù lascia ai suoi. Dimorare è vivere insieme in un ascolto della Parola e nella relazione che apre a vedere il Padre incontrando Gesù. E’ lui la via: nel modo in cui lui ha vissuto sta il segreto di un rapporto con il Padre che non si esaurisce in una appartenenza esteriore, ma chiede di coinvolgere l’interiorità. Il percorso del credere non può essere misurato su dimensioni esteriori, non può essere ridotto ad appartenenze di tipo ideologico. E’ ben più profondo, è nascosto nei segreti dei cuori. Questa relazione con Gesù e con il Padre è resa possibile dalla presenza dello Spirito, il soffio, presente nella creazione e presente nella Parola, come di chi ‘rimane presso’, rende possibile l’amore e apre ad una comunione.

Gesù parla ancora dello Spirito come avvocato, Paraclito,  e indica due azioni proprie e tipiche dello Spirito: “egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che io vi ho detto”. In questo testo il IV vangelo indica lo Spirito come una presenza personale, ‘egli’. E’ un ‘tu’, presenza interiore e soffio di vita che apre a respirare. A lui sta il ricordare e insegnare. Ricordare è ritornare in modo sempre nuovo a quello che Gesù ha fatto  e detto, è un movimento che fa volgere al passato. Il credere sorge nel ricordare Gesù. Ma c’è anche un insegnare, rivolto al presente e al futuro: lo Spirito insegna perché guida a scoprire come il ricordo di Gesù apre a traduzioni nuove. Lo Spirito accompagna silenziosamente così a vivere nella storia scoprendo come il seguire Gesù si può attuare in ogni tempo in modi nuovi e diversi. Lo Spirito come presenza interiore trasforma i cuori e rende possibile l’amore: e va riconosciuto e inseguito nei segni del suo agire nelle sue visite improvvise e nel suo dimorare. C’è una chiesa dei cuori che va oltre le chiese visibili, che talvolta si riducono ad aggregazioni in cui non si lascia spazio alla linfa di comunione, di amore, di affidamento e di speranza. Ma il dono dello Spirito è esperienza della gratuità di Dio che vince il male e ci sorprende sempre con la sua novità.

Mentre scrivevo queste note ho avuto modo di leggere una intervista redatta iul mese scorso a Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, di cui, ormai da molti giorni non si hanno notizie – da quando agli inizi di aprile si è recato in Siria per documentare con i suoi reportage la tragedia che lì si sta consumando nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale- e si teme per la sua vita, sperando in un suo ritorno. In questa intervista egli parla della sua esperienza di giornalista appassionato e convinto. Racconta esperienze in cui si è scontrato con il male del mondo, ma anche di momenti che l’hanno cambiato, di visite della grazia nel buio di situazioni di violenza, di malvagità e di guerra. Sono momenti inattesi che possono essere letti come la presenza dello Spirito che avvengono e irrompono proprio lì dove sembra non ci sia più nulla, dove tutto sembra distrutto e devastato dalla malvagità. I gesti di gratuità sono ricordo di Gesù, sono i segni della presenza dello Spirito che soffia nei cuori anche se non è esplicitato il suo nome, sono segni dell’ascolto della sua parola. (http://www.lastampa.it/2013/05/03/esteri/quirico-il-dolore-dell-uomo-va-condiviso-per-raccontarlo-Y01p7HwoLYIqhXe4HVXTwO/pagina.html)

“Se il suo lavoro l’ha messa di fronte al problema del peccato e della grazia, vorrei capire perché.

«Perché gli avvenimenti che ho attraversato mi hanno costretto a pormi delle domande, a fare certi ragionamenti. Mi hanno cambiato. Rimettendomi davanti alla domanda che l’uomo si fa da sempre: Dio esiste o no? La presenza della grazia e del peccato per me è la risposta a questa domanda. Così nell’atto totalmente gratuito di quei due ragazzi, che hanno salvato me e altre tre persone senza guadagnarci nulla, io ho visto la manifestazione della grazia. La prova dell’esistenza di Dio. Lì, così, in un giorno qualsiasi di un Paese africano, in una guerra tremenda, in un massacro senza luce, semplicemente, si è manifestata la grazia».

Come c’entra questo fatto con il suo cambiamento?  

«Credo che nel destino di ognuno ci sia uno strappo. C’è qualcosa che ci disarticola da ciò che eravamo e ci fa approdare a qualcosa di nuovo. Ecco – se posso dirlo – io in quella vicenda, ma non solo in quella, ho vissuto il mio personale strappo. Qualcosa è cambiato. Il mio rapporto con la vita, gli uomini, la quotidianità è completamente diverso».

In che senso?  

«È difficile da dire. Ma io ritrovo, o meglio cerco di ritrovare, in ogni posto in cui sono, il segno di quell’esistenza. La cerco negli uomini».

E ora che è tornato a casa, alla vita quotidiana?  «Non posso nasconderle un certo disagio. È una mancanza. Ma non dell’adrenalina. È piuttosto il non sentirmi al mio posto. Ognuno ha il suo compito: c’è chi racconta altro, come le vicende della società italiana. Io, per la conoscenza – se pur modesta – di quei posti, mi sento chiamato là. Dove, tra l’altro, mi è più facile riconoscere la grazia. Io non ho mai avvertito così concretamente presente Dio come in un luogo da cui sembra essere stato cacciato con violenza e furia».

Dove?

«Nella cattedrale distrutta di Mogadiscio. È un deposito di immondizia, polvere e letame. Là non ci sono più cristiani, o sono stati uccisi o sono scappati. E i poveri somali vivono in quello che resta della chiesa, tra i detriti. Ma in alto, nella navata scoperchiata, c’è un Cristo decapitato. Con le braccia spalancate. Accoglie tutto quel dolore. Mi sono detto: “Lui è ancora qui”. Ho pensato che in quel posto non c’era più niente, ma c’era tutto». (intervista di Alessandra Stoppa, “La Stampa” 3 maggio 2013)

 

V domenica di Pasqua – anno B – 2012

At 9,26-31; 1Gv 3,18-24; Gv 15,1-8

A fine ottobre 2011, tra il 22 e il 23, una volontaria italiana, Rossella Urru, insieme a due collaboratori spagnoli, è stata rapita in un campo profughi Saharawi nel Sud dell’Algeria. Era lì per dire con la sua presenza solidarietà al popolo Sahrawi come coordinatrice di attività di una ONG per lo sviluppo dei popoli. Dopo più di sei mesi è ancora nelle mani dei suoi rapitori, una formazione di guerriglieri del Mali che si ispirano a Al Qaeda (Aqmi).

E’ una vicenda che colpisce per la situazione di angoscia che quella giovane sta provando in questo tempo così prolungato, per la violenza che si accanisce contro i più vulnerabili, contro chi vive concretamente solidarietà e vicinanza verso popoli segnati dalla privazione di diritti. Ma colpisce anche perché Rossella, come tanti volontari nel mondo, si era recata nel deserto del Sahara algerino nei campi profughi Saharawi, perché aveva scoperto una patria, una ‘casa’ più ampia della sua patria di origine. Aveva scoperto che poteva portare quanto aveva maturato nella sua casa per far sì che altri potessero ‘dimorare’ nella loro terra facendo esperienza di relazioni di solidarietà. Una donna uscita dalla sua casa per portare speranza di dimorare in pace ad un popolo in esilio, è stata privata della rete dei suoi affetti e costretta in condizione di prigionia. Una donna che ha deciso di ‘rimanere’ al fianco di un popolo tenuto lontano dalla sua ‘casa’, per costruire legami di speranza.

‘Rimanete in me…’ Dietro a queste parole di Gesù sta l’indicazione di una relazione profonda personale. Il rapporto con lui ha a che fare con il ‘dimorare’, con lo ‘stare a casa’. E la casa è luogo che ripara, difende, ma anche luogo in cui si cresce maturando giorno dopo giorno l’apertura a relazioni, diverse, ognuna originale e unica e da comporre insieme nella difficoltà di uscire continuamente da relazioni di possesso o univoche per vivere la bellezza e la fatica di rapporti plurali. E per uscire dalla casa e scoprire la fioritura della vita nel costruire dimore di relazioni.

Il dimorare non è solamente poter vivere sotto un tetto, ma è costruzione di rapporti in cui si impara a riconoscere e ad essere riconosciuti. Così si parla di una casa ‘calda’, non solo perché ha sistemi di riscaldamento efficienti, ma perché le parole pronunciate, i gesti compiuti, i pensieri, il tempo vissuto stanno sotto il segno del riconoscimento dell’altro. Ciò avviene non per generazione spontanea, ma accade quando si lascia spazio alle sorgenti più profonde della propria vita. Ognuno infatti è nato venendo fuori da una casa, da una dimora di relazione in cui è potuto crescere in un rapporto vivente. Così tutta la vita reca in sé una spinta ad uscire e farsi accoglienza e germogliare in incontri nuovi. Ciò avviene quando la presenza dell’altro viene riconosciuto e diviene importante.

Chi ha imparato a vivere vincendo le paure di fronte all’altro si apre a scoprire che si può essere ‘a casa’, e  sentirsi a casa custodendo quella dimora interiore anche sulle strade, anche quando si varcano soglie delle case degli altri, o quando altri giungono a bussare alla nostra porta. Maturare la consapevolezza e il senso del dimorare apre anche a scoprire che la dimora è chiamata ad essere luogo dell’ospitalità e il cuore, l’interiorità, può divenire casa di relazioni aperte e molteplici. Anche fuori della propria casa, sentendosi a casa là dove c’è la relazione, o dove essa non c’è e si deve costruire con fatica.

‘Rimanete in me’ è la parola al cuore del vangelo di oggi. Leggo in questo ‘rimanete’ innanzitutto la apertura di ospitalità della persona di Gesù. Aveva capacità, pur non avendo casa, di offrire casa a chi incontrava, ai suoi che si sapevano riconosciuti da lui, a coloro che da lui si recavano sapendo di poter trovare accoglienza e sostare con lui come chi sa che trova
dimora.  Entrare in questa relazione è scoprire quella casa in cui ci sono molti posti: “nella casa del Padre mio ci sono molti posti… Io vado a  preparavi un posto”. C’è posto per la nostra vita nel cuore di Dio. C’è accoglienza e non esclusione. Il venire di Gesù per tutti – e la sua vita è stata una testimonianza della sua condivisione aperta a coloro che erano tenuti fuori delle case e delle città, emarginati e da evitare – esprime questi orizzonti nuovi in cui scoprire un volto di Dio che fa dimorare, che costruisce dimora. Ma è così anche delle nostre comunità o proprio questo tesoro è del ‘rimanere’ come smarrito?

Gesù chiede ai suoi di ‘rimanere in lui’ perché nella sua vita c’è una dimensione profonda che offre come dono: il suo dimorare nel Padre. La sua esperienza umana è segnata dal suo rapporto unico e particolare di legame con il Padre che chiama Abba’. Per questo Gesù chiede ai discepoli di rimanere in lui. E’ un rimanere che si comunica. Ed è in vista di un fiorire, di un germogliare alla vita.

Nel Primo testamento nel segno della vigna sono posti insieme diversi elementi: da un lato la cura appassionata, la fedeltà amorosa e la vicinanza di Jahwè, il Dio della promessa e della benevolenza che ha cura e coltiva la vigna metafora del popolo d’Israele; d’altro lato questa immagine porta con sé il rinvio all’infedeltà, alla dimenticanza ed alla durezza di cuore di coloro a cui Dio offre la sua alleanza.

Dio degli eserciti, volgiti,  guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato (Sal 80,9-10.15-16).

Gesù dice: ‘Io sono la vera vite’. La vite passa da essere rinvio ad Israele ad indicare la presenza stessa di Gesù. Gesù è pienamente inserito nella vicenda di Israele, fa propria la vicenda di tutto un popolo e si pone come termine di riferimento di tutte le promesse di Dio.  La vera vite è lui e nella metafora si coglie la sua vicenda personale ma anche la dimensione comunitaria, di comunicazione di vita che da lui trae origine.

Seguire Gesù implica entrare in un rapporto, in un ‘dimorare’ che è coinvolgimento dell’esistenza. Non chiude ma apre orizzonti ancora inesplorati. In fondo l’importante nella vita è la tessitura di relazioni in cui altri possano scoprire di essere a casa. E’ questo il germogliare dell’esistenza e la sua possibilità di portare frutti.

La testimonianza di Cristo e del vangelo oggi ci giunge da tanti che hanno lasciato germogliare nella loro vita parole di Gesù che non sono proprietà esclusiva di nessuno, ma portano frutto lì dove trovano accoglienza e divengono vita: “se le mie parole rimangono in voi porterete molto frutto…”. Ed anche le comunità cristiane che altro dovrebbero vivere oggi se non questa serena apertura ad aprire spazi perché le parole di Gesù rimangano, a creare luoghi in cui chi è escluso e senza patria e senza riconoscimento possa sentirsi accolto? E tutto ciò senza tante altre preoccupazioni?

Alessandro Cortesi op

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