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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_1077Is 45,1.4-6; 1Tess 1,1-5; Mt 22,15-21

Al tempo di Gesù la Palestina era sotto l’occupazione e il controllo politico della potenza dell’impero romano. Tra le molte tasse che la popolazione subiva oltre alla tassa per il tempio e le varie gabelle che rendevano la vita difficile, c’era anche una tassa dovuta all’imperatore. Era l’odiosa tassa che ricordava il peso della potenza occupante romana e andava pagata con monete particolari. Nelle monete era infatti scolpita l’effigie dell’imperatore. Da qui il rinvio alla questione dell’immagine del Cesare, l’imperatore, che al tempo di Gesù era Tiberio Cesare, nella moneta del tributo.

A Gesù viene posta una questione per metterlo alla prova: è una questione sul dovere di pagare le tasse all’imperatore. Una questione delicata perché dietro a questo gesto poteva esserci il riconoscimento del dominio dei pagani. Ma anche era questione delicata perché ogni affermazione che fosse stata diretta a non riconoscere l’autorità romana poteva generare l’accusa di ribellione.

E’ interessante notare che Gesù non possiede con sé la moneta er pagare il tributo, e chiedendola a color che stanno sfidando mostra già la loro ipocrisia. La fa infatti mostrare da loro stessi. “Mostratemi la moneta del tributo! Ed essi gli presentarono un denaro.

Le sue parole poi presentano poi una tensione: “Egli domandò loro: Di chi è quest’immagine e l’iscrizione? Gli risposero: di Cesare! Allora disse loro: rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

In primo luogo queste parole indicano una distinzione tra ciò che appartiene a Cesare, la sfera della politica, e ciò che compete a Dio. A Cesare vanno pagate le tasse perché la moneta reca la sua immagine. Le monete portano l’effigie dell’autorità imperiale e a tale autorità si deve rispondere nel riconoscimento delle competenze proprie. E’ affermazione di una separazione. C’è una sfera del potere distinta e distante da quella specificamente religiosa. Gesù è ben distante dal riconoscere Cesare come un potere a cui inchinarsi, ma rinvia a restituire ciò che compete.

C’è poi nella risposta di Gesù c’è un altro aspetto su cui riflettere: che cosa intendeva dicendo che c’è qualcosa che compete a Dio nel dare a lui ciò che è di Dio? Che cosa è da riferire a Lui?

Se le monete portano l’effigie di Cesare e al potere statale va riconosciuta autorità per quel che riguarda ambiti particolari della vita umana questo non è tuttavia un riferimento assoluto, non copre né può pretendere di assorbire tutta la vita umana senza riserve e critica.

C’è un luogo in cui è posta l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio? Se nelle monete imperiali appare l’effigie di Cesare vi è un luogo dove è presente l’effigie di Dio?

Nel volto di ogni persona vivente sta il luogo dell’immagine di Dio. A Dio allora compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma è da dare a Dio la totalità dell’esistenza, pur riconoscendo che vi sono dimensioni della vita in cui si attua una responsabilità e competenze proprie. Non è tuttavia un riferimento assoluta che possa escludere il riferimento fondamentale a Dio.

Immagine è la categoria al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. E’ rinvio a Gen 1,26: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine somigliante…’, espressione che indica la creazione stessa dell’uomo come evento di un rapporto unico. ‘Dio creò l’umano a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò’ (Gen 1,27)

Uomo e donna nella loro diversità, e nell’unità che costituisce l’umano, sono costituiti ad immagine del Dio che nella creazione si apre nel dono di sé, comunica vita lasciando spazio all’altro.

I discepoli di Gesù allora sono invitati a due attenzioni: in primo luogo non dovranno mai confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare. La presenza di Dio, sempre più grande non si lascia identificare o rinchiudere in una forza politica o in un dominio umano e culturale. La sua signoria sta oltre ogni realizzazione umana e non viene esaurito da un potere umano.

In secondo luogo discepoli sono chiamati a riconoscere l’immagine di Dio presente in ogni persona. Questo esige un riferimento totale della vita. Ciò apre ad una libertà di coscienza di fronte ad ogni potere politico di cui riconoscere ambiti precisi di competenza ma che non potrà mai porsi come assoluto. Ci sono ambiti della vita che prevedono riferimenti penultimi. L’autorità politica non potrà mai pretendere di esaurire tutta l’intera esistenza delle persone.

Le parole di Gesù sono una sfida a riconoscere che gli ambiti propri della politica, dell’economia, della società non escludono il riferimento a Dio. Ma anche Gesù indica che Dio non può essere ridotto ad un potere che si sostituisce a Cesare o si si pone sul medesimo piano del dominio politico.

Le questioni della politica sono ricondotte ad essere spazio dell’umano, spazio ‘penultimo’.

Alessandro Cortesi op

IMG_1192Catalogna

E’ una giornata di grande incertezza per la Catalogna. Oggi se Carles Puigdemont non proclamerà una dichiarazione di indipendenza potrà evitare che il governo centrale spagnolo intraprenda il procedimento per la sospensione dell’autonomia. Si presentano giorni di grande inquietudine.

Dalla Catalogna giungono in questi ultimi tempi notizie che rendono compartecipi di una grande tensione che attraversa questo paese. La regione è una tra le più vivaci della penisola iberica da tanti punti di vista. Barcellona, la sua capitale, è centro che testimonia una particolare vivacità culturale ed economica, e vive le contraddizioni di ogni grande città affacciata sul Mediterraneo in questo tempo. Città cosmopolita, di arte e cultura, incrocio di commerci, popolata di giovani universitari, snodo di turismo internazionale. E’ città che vede una coloritura multiculturale pur con sacche di povertà, forte immigrazione e situazioni di difficoltà nell’ambito del lavoro. A seguito dell’attentato alle Ramblas a fine agosto vi è stata nella popolazione una risposta di netto rifiuto della violenza e della logica dello scontro tra le religioni e ciò ha costituito un esempio.

In questi ultimi tempi la Catalogna ha vissuto alcuni passaggi che hanno estremizzato una tensione da tempo è maturata con irrigidimenti delle diverse parti e forzature.

Un sentimento forte di identità culturale autonoma legata alla propria tradizione linguistica, il catalano, unito alla consapevolezza di eredità culturali e storiche ha nel tempo condotto ad una richiesta di maggiore autonomia politica rispetto allo Stato centrale che ha anche visto parziali riconoscimenti. Ciononostante è cresciuta non solo una richiesta di ulteriore autonomia ma si è fatta strada la rivendicazione di indipendenza rispetto alla Spagna. Alcune scelte operate dall’attuale governo della regione sono state condotte in violazione dell’ordinamento costituzionale, sulla base del principio di autodeterminazione politica dei popoli.

La popolazione della Catalogna è però profondamente divisa al suo interno e tale frattura attraversa le famiglie, i gruppi sociali e la chiesa. Parte della popolazione pur essendo favorevole all’autonomia non condivide la prospettiva indipendentista: voci di costituzionalisti e intellettuali hanno manifestato preoccupazione a fronte di scelte che si sono poste al di fuori della legalità costituzionale e ordinaria. La richiesta legittima di autonomia ed il suo perseguimento per via democratica ha caratteri diversi dalla rivendicazione di un diritto all’indipendenza ed alla secessione. La convocazione e le modalità di svolgimento del referendum del 1 ottobre sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte.

Le violenze perpetrate dalla Guardia civil per impedirne lo svolgimento sono state d’altra parte una violenza indebita e sproporzionata. Un’espressione di violenza che ha portato una ferita profonda, ha esacerbato gli animi e ha polarizzato le posizioni. Dopo la dichiarazione di indipendenza, poi sospesa, a seguito dei risultati del referendum molte imprese e banche hanno annunciato il loro trasferimento in sedi al di fuori della regione. Madrid, secondo quanto previsto dall’articolo 155 della Costituzione democratica del 1978, potrebbe sospendere l’autonomia regionale.

La situazione è complessa e come in tutte le situazioni complesse la cosa più urgente e necessaria sta nel rifuggire ogni soluzione di tipo semplicistico e che non tiene conto delle gravi questioni in gioco.

Anche le comunità cristiane sono divise a loro interno con una radicalizzazione di scelte. La fede richiede per sua intrinseca dinamica un impegno nella società ed una presa di posizione nelle questioni della vita civile e politica, tuttavia la sfida sempre presente sta nel mantenere uno sguardo capace di distinguere pur nell’impegno ineludibile a prendere posizione. Identificare tout court un orientamento di fede con una precisa opzione politica necessariamente derivante dalla fede sfocia in forme di integrismo: vi sono state nella storia e possono presentarsi anche oggi in modi nuovi.

Il teologo Salvador Pié Ninot in un articolo apparso sul quotidiano catalano “La Vanguardia”, facendo riferimento a vari manifesti apparsi in questo tempo, di tenore indipendentista, ha messo in guardia di fronte a tale rischio (S. Pié Ninot, Signos de integralismo catolico en Catalunia, “La Vanguardia” 29 settembre 2017): “Si deve tener presente che l’insegnamento della chiesa ha funzione di affermare i principi etici di riferimento lasciando ad ogni persona le decisioni possibili nelle loro concretizzazioni. Tali concretizzazioni necessariamente plurali sono il frutto ragionato di una opzione prudenziale e politica. (…) Come si è giustamente criticato l’avallo ecclesiastico maggioritario al nazional-cattolicesimo di un momento storico del nostro paese, è importante tener presente che il Vaticano II ha sottolineato ‘la giusta autonomia del mondo’. Per questo appoggiare una o l’altra opzione politica concreta, per quanto uno possa avere simpatie personali per essa, sta fuori da tale novità decisiva della autonomia del mondo”.

L’affermazione che non sta alla chiesa in quanto tale essere protagonista pubblica, attuando in tal modo una confusione con la comunità politica, è indicazione di un difficile cammino. C’è una distinzione da mantenere tra orientamenti di fondo che provengono dalla fede e le opzioni politiche che vanno poste non in modo assoluto e soprattutto non identificate come direttamente e necessariamente derivanti dalla fede stessa. Se una scelta è doverosa come impegno è peraltro importante coglierne i limiti. Di fronte alla complessità del vivere insieme, che è la questione della politica, sempre più è richiesto uno sguardo capace di distinguere e non confondere i piani. Si ripete la questione posta a Gesù sulla moneta da dare a Cesare quale sfida aperta per noi oggi.

Simone Morandini richiama l’istanza di riscoprire proprio in questi passaggi una prospettiva di etica civile: “Una prospettiva che tenacemente ricorda che anche nelle situazioni di tensione c’è un orizzonte di convivenza da salvaguardare. Che richiama all’esigenza di tutelare quel fondo comune che è l’esserci della civitas, anche laddove si fatichi a concordare sulle forme che essa potrà assumere. Che, d’altra parte, invita all’incontro e la valorizzazione delle differenze, come condizione perché la convivenza sia davvero buona”. (S.Morandini, Catalogna, oltre il paradigma gordiano, in Moralia Blog 9.10.2017)

Per il popolo catalano è l’augurio che questo momento estremamente difficile e di profonda divisione possa portare a maturare una chiara scelta nella linea del dialogo, di una trattativa nella giustizia e nell’ascolto di legittime aspirazioni, mantenendo riferimento alla Costituzione ed alle istituzioni democratiche. Carattere delle scelte politiche è individuare e perseguire il bene concreto e possibile, talvolta il male minore, rifuggendo da forzature e logiche di violenza da ogni parte. Forse questo doloroso momento può essere occasione per scorgere l’importanza di scegliere la via della mediazione – affrontando le reali questioni poste sul piano politico – difficile opera dell’agire di costruzione della convivenza. Anche quando tutto sembra essere senza soluzione.

Alessandro Cortesi op

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XXVII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0920(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Is 5,1-7; Fil 4,6-9; Mt 21,33-43

“Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e vi aveva piantato scelte viti… Egli aspettò che producesse uva ma essa fece uva selvatica… Ebbene la vigna del Signore è la casa di Israele”.

Come nel Cantico dei cantici anche Isaia vede nella vigna un simbolo: la ‘vigna in fiore’ del Cantico evoca la bellezza affascinante della donna amata e così Isaia legge la vigna come la casa d’Israele. La vigna è quindi simbolo in cui si rispecchia la vicenda del popolo di Dio.

La vigna del diletto è situata su di un fertile colle e oggetto del lavoro di cura e coltivazione che l’amato ha svolto. Nonostante questa attenzione la vigna ha prodotto uva selvatica. Da qui la delusione e il fallimento delle attese. Anziché attuazione del diritto (mishpat) vi è spargimento di sangue innocente (mispah), al posto della giustizia (sedaqah) c’è il grido degli oppressi (se’aqah). Con giochi di parole Isaia propone nel simbolo della vigna infeconda il dramma dell’infedeltà d’Israele nei riguardi di Dio che ha avuto cura di lui.

L’attesa paziente di Dio che ha cura del popolo viene delusa. Il motivo della vigna ritorna nella letteratura profetica (cfr. Os 10,1). Geremia riprende il motivo dell’infedeltà d’Israele ma anche il desiderio di Dio di racimolare un resto disponibile ad ascoltarlo nonostante l’irresponsabilità dei cattivi pastori (Ger 2,21; 6,9; 12,10). Ezechiele usa tale metafora per parlare di Israele nell’esilio (Ez 17,1-10; 19,10-14) e richiama l’esigenza della fedeltà a JHWH (17,24).

Isaia presenta anche una prospettiva nuova in cui il Signore stesso richiama ad un ritorno e dice che la sua fedeltà non viene meno: “Io il Signore, ne sono il guardiano, a ogni istante la irrigo; per timore che venga danneggiata, io ne ho cura notte e giorno. Io non sono in collera. Vi fossero rovi e pruni, io muoverei loro guerra, li brucerei tutti insieme. O, meglio, si stringa alla mia protezione, faccia la pace con me, con me faccia la pace!” (Is 27,2-5)

La prospettiva finale è di pace, di riconciliazione e di speranza: un ritorno in cui sarà il Signore a raccogliere tutti i suoi figli dispersi e questi ‘si prostreranno al Signore, sul monte santo, in Gerusalemme’ (Is 27,13).

La parabola dei vignaioli omicidi – che è piuttosto una allegoria in cui ad ogni elemento corriponde un riferimento ‘altro’ – è posta da Matteo nei giorni ultimi di Gesù a Gerusalemme prima dell’arresto e della passione. In essa è ripreso chiaramente il riferimento alla vigna di isaia cap. 5. Ma essa è narrata come una storia di ostilità e rifiuto in cui si affaccia la violenza ripetuta prima sui servi inviati e fino all’eliminazione del figlio del padrone. La parabola si fa aspra denuncia del rifiuto dei capi del popolo che si ripete come infedeltà a Dio e all’alleanza. Ma in questa drammatica storia che in filigrana presenta la vicenda stessa di Gesù come giusto perseguitato e eliminato, c’è una fedeltà che si ripropone, la fedeltà del figlio.

Nella comunità di Matteo la parabola acquista un ulteriore significato: non è solo messaggio a quei capi religiosi di Israele che condannarono Gesù, ma è esempio di ogni rifiuto condotto da chi pretende di essere padrone, di chi non accoglie e rifiuta gli inviati da Dio con la violenza giungendo sino ad uccidere. La vigna sarà data ad altri vignaioli, eppure essa rimarrà sempre quella vigna di Israele, la vigna delle promesse senza pentimento da parte di Dio.

Il messaggio centrale della parabola sta nella riaffermazione della fedeltà di amore di Dio: nonostante il rifiuto non viene meno la cura e l’amore di Dio. Gesù è pietra scartata dai costruttori ma sarà pietra iniziale di una nuova costruzione. Matteo nella parabola descrive così il dramma di una storia della salvezza che vede in Gesù colui che è scartato, ma porta nuova vita e apre ad un futuro nuovo.

“Dio…, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato, il germoglio che ti sei coltivato” (Sal 80,9-16)

Alessandro Cortesi op

IMG_0921.JPG(Lando Landini, Uscì per assumere operai per la sua vigna…, Pistoia 1985, part.)

Vigna

La vigna è nome che tiene insieme l’uno e i molti. E’ composizione di elementi diversi. Le radici delle viti, i loro fusti, ed insieme le ampie ramificazioni, i tralci, e le grandi foglie a forma di cuore. La vigna è insieme uno e molteplicità. E’ coltivazione di un campo in cui s’intreccia fecondità della terra e lavoro umano. La vigna richiede particolare cura e attenzione: senza una attenta potatura le viti non producono i grappoli dell’uva. Le varie fasi della coltivazione, dalla coltratura del terreno alla legatura dei tralci alla ramatura sono opera che impegna nello scorrere delle diverse stagioni, nel tempo.

La vigna diviene così metafora di un grande processo di vita che unisce insieme la terra e l’uomo. Lo sguardo e la capacità umana incontrano la terra se ne fanno custodia e accompagnamento per una fecondità di vita. La vigna può essere vista come immagine che racconta dell’ambiente in cui viviamo, dei luoghi in cui insieme sulla terra si costruisce relazione. E’ una relazione che vede tante presenze: l’ambiente naturale, le persone che operano, tutti gli elementi che compongono un noi formato di elementi della terra e di presenze umane. E’ relazione anche con la creatività e la capacità di progettare e di creare.

La vigna insomma dice ‘noi’, un noi plurale e in relazione e dove la relazione coinvolge la vita stessa della terra. Racconta di storie in cui non c’è solo riuscita ma tanta fatica e attesa. Talvolta anche fallimento: una improvvisa grandinata, una stagione di siccità, una errata valutazione dei tempi di maturazione dell’uva può condurre a perdere parte o tutto il raccolto. La vigna parla di terra che restituisce con la sua generosità e di un operare umano che deve stare in ascolto dei ritmi della terra.

La vigna evoca anche la fiducia che nonostante il mancato frutto e stagioni andate male la cura e la continuità di coltivazione porteranno esito. La vigna parla di attaccamento e di speranza, di sguardo lungo su quanto può maturare nonostante la mancanza di risultato evidente e la delusione.

La vigna è anche luogo di lotta contro tutto ciò che costituisce minaccia alla sua vita: i parassiti, le malattie che attecchiscono e si diffondono. Nessuna parte di essa può considerarsi preservata e la malattia di una parte rischia di avere diffusione e di portare alla morte. Nella vigna l’attenzione a che ogni processo di corruzione non attecchisca e si diffonda dev’essere continua, quotidiana.

La vigna è metafora di un vivere in cui tutto è interrelato, come la città, ma con la sua collocazione in campo aperto, esposta alla luce del sole e ai venti che smuovono le foglie, in questo essere insieme di respiro della terra e sguardi di volti umani. E’ organismo vivente in cui c’è una linfa che attraverso le radici giunge fino ai pampini più esili, ed anche organismo vivente perché il lavoro che ruota attorno alla vigna è operare di molti che si incontrano e sono invitati a collaborare mettendo ognuno il suo tassello in un’opera comune e per un esito condiviso. Attenzione nel lavoro della vigna è non far restare nessuna parte trascurata o senza respiro, è far sì che l’acqua giunga e possa fecondare la linfa che scorre nei rami. E’ collaborazione infine nella vendemmia che è raccolta insieme di un dono da accogliere con gratitudine e del frutto di una fatica e di una attesa da vivere con gioia.

La vigna è metafora di un vivere non da isolati ma insieme…

Alessandro Cortesi op

XXV domenica tempo ordinario – anno A – 2017

IMG_0620.JPGIs 55,6-9; Fil 1,20c-27a; Mt 20,1-16a

“Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”. Il cielo è lontano dalla terra: è una distanza incolmabile che diviene segno di una differenza irriducibile. Dio non è a misura dell’uomo. La sua presenza non è riconducibile ai pensieri umani. C’è una ricerca da condurre e un silenzio di rispetto e stupore da mantenere: i suoi pensieri non sono i nostri pensieri. Il pensare umano non può pretendere di trattenere e avere in mano i disegni di Dio.

Ricordare questa distanza è il primo passo della fede, la condizione per non ridurre Dio entro i piccoli schemi e le pretese umane. Le vie di Dio non sono le nostre vie. La parola del profeta invita quindi a cercare il Signore, ad invocarlo mentre è vicino. Se c’è da un lato distanza e alterità, d’altro lato Dio è il vicinissimo: il Dio signore della creazione e della storia è anche nello stesso tempo il Dio che si dà ad incontrare, che si fa trovare da chi lo cerca. E’ questa una ricerca da condurre là dove ci sono gesti di bene, nel far crescere il bene. Nel libro di Amos si legge: “Cercate il bene e non il male, se volete vivere e solo così il Signore… sarà con voi” (Am 5,14)

La ricerca di Dio esige una disponibilità ad accogliere i suoi pensieri e camminare nelle sue vie. Il Dio a cui ritornare è Dio della misericordia e del perdono, è il Dio della parola che come pioggia scende ad irrigare, a portare vita ed energia per far germogliare tutti i semi buoni dell’esistenza.

La parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna non è da leggere come insegnamento sui rapporti di lavoro. Invece, come tutte le parabole, è parola che narra il regno di Dio e fa scorgere alcuni tratti del volto del Padre.

Un padrone di casa esce di casa a diverse ore della giornata per trovare lavoratori per la sua vigna: più operai sono chiamati a lavorare nei diversi momenti. Al termine della giornata tutti sono pagati con la medesima ricompensa e i primi si lamentano per essere stati pagati come gli ultimi. Essi ‘mormorano’ dice Matteo: è evocazione del mormorare di Israele nel deserto, quando si levò la protesta contro Dio perché non assecondava le esigenze e i progetti del popolo.

La questione allora non è sui rapporti di lavoro, ma sul modo di vivere la relazione con Dio stesso. Alle lamentele il padrone della parabola risponde dicendo: ‘Amico’. Sta forse qui il centro di tutta la parabola: l’incontro con Dio è essere coinvolti in una condivisione di vita, è amicizia donata, chiamata per un affidamento sincero. Chi lavora nella vigna è reso partecipe dell’amore di Dio per la sua vigna (simbolo del popolo d’Israele e della cura di Dio nell’alleanza: cfr Is 5)

La mormorazione è segno di non comprendere i pensieri di Dio, la sua bontà. Di qui nasce l’invidia nei confronti degli altri. L’agire del Padre che Gesù delinea nelle parole e scelte del padrone della vigna è agire di grazia e di perdono. ‘Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?’ Non ha limiti la sua bontà: per i primi come per gli ultimi la cosa importante è il rapporto nuovo l’incontro con lui. Il padrone della vigna dà a ciascuno quanto pattuito, è quindi giusto. Ma non si ferma qui: supera la giustizia sconfinando oltre. Il suo sguardo è di misericordia verso tutti. E’ preoccupato non di altro se non della relazione con lui: di far entrare nella sua amicizia. Oltre ogni merito. Il regno di Dio è dono per tutti, è scoperta di rapporti nuovi possibili, di accoglienza e di fraternità. La parabola capovolge modi di pensare Dio secondo misure umane, anche di tipo religioso, nella logica del dare-avere, del merito e della ricompensa. Dio che perdona è il Dio del cuore largo, in cui c’è spazio e non vi è esclusione.

Questo stile della misericordia dovrebbe generare una ricerca e un cambiamento. Dovrebbe essere lo stile da cercare sempre nella vita della comunità che segue Gesù: in questo sta – ce lo suggerisce la seconda lettura – il comportarsi ‘da cittadini degni del vangelo’.

Alessandro Cortesi op

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Vigna

E’ periodo di vendemmia. Una vendemmia che quest’anno per le temperature alte dell’estate e per la siccità giunge anticipata. E’ tempo di  raccolta del generoso frutto della vigna albero forte e nodoso. La vigna piange a primavera nell’aprirsi delle gemme, si veste di un abito di foglie e verde nell’estate e vive l’inverno nel ridursi ad essere tronco con esili rami piegati e, dopo la potatura, legati in attesa di nuova vita.

La vendemmia è festa: è accorrere di tante mani, di voci che si rincorrono tra i filari nel gettare i grappoli d’uva nei secchi pronti per la spremitura. Per molti è lavoro. Duro e sfruttato. E’ spesso riunione di famiglia che ritorna ai campi, eredità di un mondo di nonni e avi che dalla terra traevano di che vivere. E’ festa di ricordi, forse anche occasione di riscoperta di quel rapporto con la terra che oggi è venuto meno, ma che non rinvia ad un passato lontano, piuttosto ad un futuro di nuovo rapporto da ripensare e ricostruire, nel rispetto e nella cura di chi sa che il patto con la terra giunge da lontano e non può venir meno.

Le vendemmia è anche un segno dell’autunno, di questo momento in cui si raccoglie ciò che la terra dona. Ricordo di una generosità che possiamo guardare con stupore. L’autunno è il tempo della maturità e del tramonto che si avvicina preparando il buio che attraversa l’inverno. Ma ancora lo splendore di mattinate fresche con l’aria che pizzica nel risplendere di colori che prolungano l’estate si fa invito a sperare. L’autunno è tempo di raccolta: dopo lunga preparazione, ma anche di nuovo inizio. Nella fine sta l’inizio. L’autunno rinvia ad una esigenza di riposo dopo l’agitazione e gli estremi dell’estate con i picchi della calura e le giornate lunghe a non finire mai. In questo desiderio di riposo, nel progressivo anticiparsi dell’ora del tramonto, sta anche un inizio nuovo. E’ tempo che porta a maturità ma non è fine. E’ fragile promessa come dai frutti maturi i semi divengono annuncio di nuovi inizi. La vendemmia è segno di una speranza che parla di momenti di festa e di ritrovo: il vino è quel sovrappiù che racconta della gioia di uno stare insieme nella pace.

Leggo in questi giorni una bella riflessione che è preghiera di Francesco, nell’udienza generale di mercoledì 20 settembre sulla speranza. La riporto con l’invito ad aprirsi alla speranza nel tempo della vendemmia, nel tempo dell’autunno.

“Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che attende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì.

Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da raccontare. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità.

Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita.

E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini.

Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici.

Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto.

Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico.

Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore.

Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai” (Francesco)

Alessandro Cortesi op

 

S. Trinità – anno A – 2017

IMG_3793.JPGEs 34,4b-6.8-9; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-28

“Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”.

‘Mostrami la tua gloria’ è la preghiera di Mosè. Il desiderio di vedere il volto di Dio sta al cuore di ogni esistenza credente. E’ tensione di conoscenza ma non solo: è apertura sull’inafferrabile. E’ inquietudine presente in ogni persona che ha percepito la sua vita toccata da una presenza più grande e indicibile. ‘mostrami’ è invocazione a togliere un velo che impedisce di vedere e fa rimanere nel rischio e nell’incertezza dell’affidamento.

Nella pagina dell’Esodo il Signore risponde alla richiesta di Mosè dandogli un appuntamento: la sua gloria passerà, mentre Mosè è sulla montagna. Gli chiede di rimanere tra le fenditura della roccia e di attendere lì: “ti coprirò con la mano fino a quando sarò passato, poi ritirerò la mano e mi vedrai di spalle” (Es 33,22-23). Bellissima immagine, questa, della mano che Dio pone avanti a sé per proteggere Mosè e per coprire il suo passaggio. E’ una mano che custodisce una presenza e nel contempo nasconde e fa scorgere il suo passare solo di spalle. Come la parola di Dio è sempre appello ad un cammino, così il suo volto – la sua gloria – è custodito in una lontananza che apre al desiderio e al ricercare. Non è a disposizione. Dio è più grande e lo si può incontrare solamente nel seguirlo. La gloria di Dio, la sua presenza se pur passa accanto potrà essere intravista da Mosè solamente di spalle. Rinvia sempre oltre.

Così in questa pagina viene suggerito il cammino del credente nel cercare il volto di Dio, nel lasciarsi incontrare dal Dio vicino che non può essere racchiuso in definizioni e in immagini. Mosè scopre il nome di Dio non pronunciabile, che non può essere trattenuto ma chiede di consegnarsi nelle sue mani, e rimane nascosto nei percorsi di amore, di misericordia, di fedeltà. Questa è la radice della legge dono di una alleanza che si fa cammino nell’esistenza quotidiana, nelle opere e nei giorni per incontrare il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà.

“Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna… non ha mandato il Figlio per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”.

Nicodemo maestro di Israele indagatore e curioso si reca a Gesù di notte e Gesù gli parla di una nascita da acqua e Spirito. Gesù presenta il credere come relazione con il ‘Figlio innalzato’: accenna così alla croce. Croce è luogo dell’umiliazione, ma per il IV vangelo è lì, nell’innalzamento il luogo dove si manifesta la ‘gloria di Dio’: lì il Figlio mostra il volto del Padre. La gloria di Dio è la fedeltà all’amore fino alla fine, la consegna di sé. Nicodemo è così provocato ad uscire da un approccio intellettuale e a lasciare spazio alla sua ricerca di incontro: può aprirsi ad esso nel lasciare spazio allo Spirito. Per questo deve rinascere di nuovo e dall’alto: non con i suoi ragionamenti ma accogliendo un soffio di vita nuova. E’ richiamato ad un respiro nuovo, ad inseguire il movimento dello Spirito che soffia dove vuole, a rincorrere i richiami della sua voce percepita.

“Vivete nella gioia, correggetevi, incoraggiatevi, andate d’accordo, vivete in pace. E Dio che dà amore e pace sarà con voi. Salutatevi tra di voi con un fraterno abbraccio. … La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con voi tutti” (2Cor 13,11-13)”.

Ci sono atteggiamenti semplici che costruiscono comunità. Sono l’attenzione e la cura quotidiana di chi intende la vita non per sé ma con gli altri, e cerca di tessere nell’ordito della vita reti di incontro e di comprensione. In questi luoghi, in questi percorsi si rende visibile una traccia del volto di Dio comunione. Sono esperienze che raccontano e aprono strade ad incontrare il volto di Dio.

Alessandro Cortesi op

IMG_3759.JPGDio di tutti i nomi

Può darsi che la preghiera ci divida?

O che combattiamo perché Tu non sei il loro Tu?

E’ possibile pregare insieme in solo silenzio?

E’ proibito godere della sinfonia?

O vogliamo che sia il nostro Dio a dirigere l’orchestra?

Conosciamo così bene il nostro Dio?

E’ meglio allora non pregare?

(…)

Dire che Tu hai Tutti-i-Nomi

è affermare che Tu non possiedi Nessun-Nome,

che Tu sei anonimo

che la preghiera non può avere nomi, né concetti, né idee

(…)

Una preghiera posso ancora recitare.

Una preghiera rivolta anzitutto ai miei simili.

E’ un gemito di compassione,

e un grido di speranza:

che ci sia pace e armonia

fra la gente che prega.

(Raimon Panikkar, Preghiera in Mistica pienezza di vita, Opera omnia vol. I, 355-356)

Volto di Dio, Tu che non si pone contro altri Tu. Il Tu che non può essere racchiuso in un nome ma che continuamente può essere incontrato nel pronunciare tanti nomi. Dio di Tutti-i-Nomi. Così la preghiera si fa silenzio. E’ contestazione della preghiera ma nel momento stesso è preghiera che si domanda: “Tu il mio vero Io, e io il tuo vero tu?”

Raimon Panikkar ha riflettuto nella sua ricerca esistenziale sulla presenza della Trinità al fondo e alla radice della vita dell’umanità e del cosmo stesso. Per lui Trinità è dimensione che sta all’origine e alle radici di tutto il reale. Parla infatti di ‘Trinità radicale’ quale dimensione originaria dell’esistenza umana e cosmica. Immagine nascosta e presente al fondo di ogni vita.

Tutta la realtà vive in un unico respiro che tiene insieme in reciproco scambio, cosmo divinità e uomo: Panikkar esprime questa intuizione con la parola cosmoteandrismo. Il cosmo, l’umano e il divino non stanno uno accanto all’altro, ma sono uno dentro l’altro, si interpenetrano in una danza (pericoresi) trinitaria.

A partire da questa ‘esperienza umana primordiale’ il suo cammino è stato un tentativo mai concluso di accostare l’esperienza spirituale nelle diverse e molteplici forme, nell’accogliere l’esperienza della comunione nel respiro del creato, nei percorsi delle culture e delle religioni, nella nascosta presenza del divino al cuore dell’esistenza umana.

Il Dio di tutti i nomi non ha tuttavia il nome della violenza e della morte, con cui viene invocato nei gesti del terrorismo e con cui viene portato a giustificazione dell’uso delle armi e del dominio della terra. Nel tempo in cui il nome di Dio trova nuove forme di essere pronunciato invano, lo stare in silenzio, purificando le parole, facendo proprie le parole autentiche della vita e dell’umanità è impegno urgente. Può essere strada per scorgere la struttura trinitaria al fondo della vita umana e cosmica, relazione che reca con sé il sogno e la promessa di godere di sinfonia, di convivialità di diversi nella pace. Ma per tutto questo si pone urgente una limitazione della pretesa di possedere parole risolutive, il disarmo dalla propria arroganza, l’uscita dalla mentalità di esclusione e di supremazia, l’abbandono di mentalità religiose di conquista e di disprezzo, e la condivisione delle parole miti degli altri.

“Sì, posso pregare in molte lingue.

nessuna di loro dice la stessa cosa,

perché la fede non ha oggetto.

Ma tutte dicono, cantano, soffrono, gioiscono…

Tutte queste preghiere sono mie,

e delle mie sorelle e dei miei fratelli.

Forse posso solo pregare con le loro preghiere.

E di questo sono immensamente grato”. (Raimon Panikkar, ibid.)

Alessandro Cortesi op

 

XXII domenica tempo ordinario – anno C – 2016

IMG_1241Sir 3,17-29; Eb 12,18-24; Lc 14,1.7-14

“Figlio nella tua attività sii modesto, sarai amato dall’uomo gradito a Dio. Quanto più sei grande tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore; perché grande è la potenza del Signore e dagli umili egli è glorificato”.

Dio è glorificato dagli umili. Umili sono coloro che si sanno legati alla terra (humus). Vivono l’ascolto della terra che parla di limite, di relazioni, di fatica e di pazienza, di cose quotidiane e piccole, di vita e di morte. Essere umile è essere fedele alla terra. La terra parla di concretezza e di quotidiano, è grembo di aria, acqua che precede e supera. Manifesta realtà da conoscere, rispettare, coltivare, di cui aver cura. La terra indica un quaggiù in cui esercitare responsabilità. Maturare consapevolezza del proprio limite è grandezza, ed è cammino di umanizzazione. Anche azioni che rendono ‘grandi’ di fronte agli uomini, hanno radici nella terra di un dono: tutto quello che abbiamo, facciamo o siamo non può essere ridotto a proprietà esclusiva: fiorisce infatti sul terreno di una gratuità originaria. Il vanto dei presuntuosi rivela una profonda insipienza di fronte alla terra. E’ invece l’atteggiamento degli umili che glorifica Dio: la sua grandezza capovolge i criteri della potenza umana. La sua presenza è nascosta e sta dentro la terra: il suo manifestarsi è nel farsi piccolo.

Gesù è uomo fedele alla terra: legge nei fatti della vita la traccia di Dio. Mentre gli invitati sceglievano i primi posti nella casa di uno dei capi dei farisei dice: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ti ha invitato venga a dirti: cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto”.

E’ una questione di posti: la ricerca dei primi posti prende tutte le energie della vita. Chi sta ai primi posti è personalità da riverire perché ha un qualche potere, dai più è visto come persona realizzata dotata di privilegi o di superiorità. I primi posti sono per i notabili e per chi esercita un dominio. Per tutti gli altri può non esserci posto secondo una visione esclusiva dell’esistenza.

Gesù capovolge questo modo di intendere la vita: la sua proposta scardina la mentalità della competizione e dell’esclusione. Non solo per qualcuno ma per tutti c’è un posto. Il suo invito è nella linea di vigilare per non pensare di essere superiori e di vantarsi rispetto agli altri. Gesù pone al centro lo sguardo ai rapporti e richiama ad uno sguardo solidale. Ognuno si ritrova ad avere un dono particolare e può svolgere compiti e servizi diversi. Ma ciò va fatto con semplicità. Il posto che ciascuna e ciascuno ha nella vita è punto di connessione tra tanti altri posti.

Gesù non solo smaschera l’arrivismo, la pretesa di essersi fatti da sé, il vanto. Nelle sue parole traspare il volto di Dio. Il Padre è infatti ‘colui che ti ha invitato’ l’unico che può dire ‘Amico, passa più avanti!’. Al centro della parabola sta una proposta sul volto di Dio come ‘colui che invita’. E’ lui che chiama ‘amici’ i suoi commensali e invita ciascuno ad un posto in una festa dove i posti sono tanti e dove ai primi posti sono invitati non i grandi ma gli umili. Da qui deriva un modo nuovo di vivere: “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’. Con queste parole Gesù smaschera la logica della corruzione dei rapporti, basata sullo scambio di favori, e capovolge le gerarchie; propone ai suoi di prendere le parti di chi sta all’ultimo posto, di chi viene escluso e non considerato perché non ha potere e non può contraccambiare. Avere un posto diviene così chiamata a condividere: aver cura di chi è lasciato all’ultimo posto, dare sapendo di aver ricevuto, con semplicità. La gratuità è il volto di Dio. Per questo ‘amici’ possono essere tutti coloro da cui non si può avere contraccambio.

Alessandro Cortesi op

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Invito

Terra Madre è il nome di una rete mondiale che associa insieme le comunità locali del cibo. A fondamento di tale rete sta un modo di pensare la vita nel senso della relazione e con al centro l’attenzione il cibo. Le idee ispiratrici di Terra Madre si sono tradotte in un progetto che coinvolge pescatori, contadini, pastori e agricoltori. Tutti produttori di cibo a piccole dimensioni attivi in diverse parti del mondo. Al cuore del progetto è porre attenzione alla dimensione locale e valorizzare il proprio lavoro, che proviene da saperi ereditati dalla tradizione. Connettersi in una rete offre un’occasione per dare al proprio lavoro una valenza di costruzione di relazione, una dimensione autenticamente politica. Un progetto che si pone in modo alternativo alle modalità di produrre consumare cibo nel mondo globale. Ancora oggi in un mondo che ha possibilità di produrre cibo per sfamare tutti, esistono intere regioni colpite dalla scarsità di cibo e un miliardo circa di persone soffrono la fame. Questo dato sconvolgente denuncia il fallimento di un sistema di produzione consumo del cibo che genera da un lato lo spreco e la sovrabbondanza e dall’altro la miseria.

Mangiare è il gesto che lega l’umanità alla terra in modo speciale, ma oggi il cibo per lo più è prodotto per essere venduto e non per saziare la fame di persone e popoli. “mangiare è un atto politico” è affermazione di Carlo Petrini, fondatore di Terra madre e autore del libro in cui offre una sintesi della sua visione Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, ed.Giunti-Slow Food, 2010 e del più recente: Buono, pulito e giusto, ed. Slow Food 2016. Una alleanza nuova va oggi stabilita tra chi produce il cibo e chi si sfama con quel cibo. Al centro sta l’attenzione al principio della sovranità alimentare che consiste nel “garantire a tutti i popoli il diritto a una produzione alimentare sana, abbondante e accessibile”.

Al cuore del progetto di Terra madre sta la provocazione a far crescere la consapevolezza dell’importanza di ogni scelta anche piccola legata all’alimentazione, al cibo, dalla sua qualità, ai luoghi di acquisto ai modi di mangiare, al contrastare la logica dello spreco.

Come non farsi mangiare dal cibo è l’interrogativo che Petrini apre nella sua riflessione. Mangiare è possibile anche da soli ma è sempre un gesto che lega insieme perché quel cibo che sta sulla tavola proviene da una lunga serie di attività umane e di passaggi che tengono insieme lavoro di persone e la terra.Il cibo lega insieme esseri umani e terra nella scoperta di essere insieme partecipi e soggetti di un medesimo respiro e di una casa comune.

Tanto più quando si offre un pranzo o quando si accoglie un invito a mangiare insieme. Mangiare insieme è esperienza quotidiana ricca di una profondità spesso non considerata: è luogo possibile di un sistema diverso di intendere i rapporti tra le persone, i popoli, le tradizioni e le culture: mangiare è veramente un gesto che costruisce un modo di vivere insieme diverso e alternativo rispetto alle modalità dell’esclusione e del privilegio. “Quando dai un pranzo o una cena… invita poveri, storpi, zoppi, ciechi e sarai fortunato perché non hanno da contraccambiarti’.

Alessandro Cortesi op

IV domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2133.JPGGs 5,9-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Luca nel suo vangelo sottolinea come Gesù nel suo agire testimonia il volto del Padre suo come volto di misericordia. Gesù si è fatto vicino alle persone sofferenti, ha operato per liberare dall’oppressione, ha accolto gli esclusi mangiando insieme con loro.

All’inizio del capitolo 15 Luca presenta la reazione di scribi e farisei di fronte allo stile di Gesù: ‘costui riceve i peccatori e mangia con loro’. A questo punto Luca pone tre parabole che rinviano all’agire di Dio stesso e che sono presentate come ragione di un agire di convivialità ospitale. Sono le parabole della ricerca del perduto e della cura: espressione del volto di Dio come misericordia. Misericordia è un cuore capace di prendere su di sé la sofferenza di chi è misero.

La vicenda dei due figli è narrazione di una storia di affetto e di cura. Al centro sta lo sguardo di un padre appassionato di creare relazione con i suoi figli. Egli mostra in modi diversi il suo desiderio che lo stare nella sua casa sia esperienza di gioia e di incontro. I figli sono amati e accolti e non sono né servi né estranei. Il suo abbraccio sorge dalla compassione, è segno di un’accoglienza senza riserve. E suscita scoperta nuova di una possibilità di stare in relazione, da figli e da fratelli.

Il sentire di quel padre è assimilato a quello di una donna capace di tenerezza e accoglienza. È affetto che lo prende nelle viscere. ). E’ amore dai tratti femminili e materni: “Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,14-15). I tratti di quel padre evocano un volto di Dio amante e vicino che lascia liberi, attende, va incontro. Così lascia che il primo figlio si allontani in ricerca di una emancipazione senza legami.

Per quel figlio si commuove nel profondo mentre lo attende e Luca richiama il modo con cui Geremia parlava dell’amore di Dio verso il suo popolo: “Fammi ritornare e io ritornerò, perché tu sei il Signore Dio mio… Non è forse Efraim un figlio caro per me, un mio fanciullo prediletto? Infatti, dopo averlo minacciato me ne ricordo più vivamente. Per questo le mie viscere si commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza” (Ger 31,18-20; cfr. Os 11,8)

Il Padre sta al centro di questa vicenda di abbandono della casa da parte del figlio minore nella ricerca di una propria autonomia: lo attende, lo scorge da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. Anticipa ogni richiesta; pone gesti di gratuità che rivelano la qualità del suo amore: la misericordia. Per il figlio che torna si fa festa. E’ una festa non per un pentito, carica di esigenza e di rimprovero, ma una festa di gioia autentica per chi è accolto come persona libera, come uno sposo: il padre stesso pronto si mette al suo servizio e lo fa sedere al centro della festa (cfr. Lc 12,37). Non è un padre giudice, ma un padre preoccupato della libertà dei suoi figli, rispettoso dei loro percorsi, volto di misericordia.

Poi esce fuori a cercare l’altro figlio. Era quest’ultimo l’uomo integerrimo, colui che aveva vissuto nella casa con dedizione e impegno ma in modo freddo, come un estraneo. Con lo sguardo di giudice impietoso, con la convinzione di esser giusto al punto da poter disprezzare gli altri, simile a quel fariseo che pregava: ‘Ti ringrazio Dio perché non sono come tutti gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri…’ (Lc 18,11-12). Ma il padre anche per lui ha comprensione. Il suo sguardo mite assume anche la sua sofferenza. Anche quel figlio ha bisogno di scoprirsi amato, perdonato nella sua chiusura e nella sua incapacità ad amare. Ha bisogno di compiere un percorso per poter guardare l’altro in modo nuovo. L’altro è da lui visto con disprezzo come il ‘tuo figlio’. Ma il padre si rivolge anche a lui con i modi di un affetto senza limiti: ‘figlioletto’. ‘Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato’..

La misericordia spiazza e disorienta: è volto di Dio che rivela le dimensioni più profonde e le nostalgie dell’essere umano, di essere compreso, di essere accolto nel proprio limite e nell’errore, di essere cambiato nella benevolenza di un abbraccio.

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Riconciliazione

In my country è il titolo di un film uscito nel 2004 (regista John Boorman) che riprende le testimonianze di Antjie Krog, poetessa e giornalista membro della Commissione per la verità e riconciliazione in Sudafrica, nel libro Terra del mio sangue (trad. ital. ed. Nutrimenti 2006). E’ un film che riporta ad una vicenda che ha segnato la storia del Sudafrica negli anni successivi al superamento delle leggi dell’apartheid. A conclusione della prima scena del film è riportata la sintesi degli eventi: “Nel 1994 in Sudafrica il brutale sistema dell’apartheid è finalmente terminato. Nello spirito di una piena riconciliazione il Presidente Nelson Mandela e i leader del suo partito, l’African National Congress, hanno offerto la possibilità di avere l’amnistia a coloro i quali si erano macchiati di abusi dei diritti umani a condizione che raccontassero la verità e potessero provare di aver obbedito a degli ordini di superiori. Le vittime avrebbero avuto così la possibilità di raccontare le loro storie e di avere un confronto con le persone di cui erano state vittime. 21.800 persone hanno testimoniato di fronte alle Commissioni di Verità e Riconciliazione e alcune di queste sono state fedelmente riportate nel film”.

Il film narra così l’attività di un giornalista americano nero del Washington Post, Langston Whitfield (interpretato da Samuel L. Jackson) mandato in Sud Africa per eseguire un reportage sulla Commissione per la verità e la riconciliazione, istituita dal governo presieduto da Nelson Mandela nel 1996. Durante il suo lavoro conosce la giornalista Anna Malan (interpretata da Juliette Binoche), una afrikaan appartenente alla popolazione dei bianchi del Sudafrica, sensibile ai diritti della popolazione nera e interessata alla ricerca di giustizia anch’ella impegnata in reportage per la radio di Stato.

Il film conduce a ripercorrere lo svolgimento delle attività della Commissione per la verità e la riconciliazione in cui si dava possibilità alle vittime di rendere pubbliche le violazioni dei diritti umani che avevano subito, le varie forme di oppressione di tortura e vessazione. La funzione di tali tribunali non era intesa secondo una finalità punitiva, ma potevano concedere l’amnistia ai colpevoli di crimini a patto che vi fosse un riconoscimento dei crimini commessi nell’orizzonte di verità, con una dichiarazione di pentimento da parte dei colpevoli e fosse data una possibilità pubblica delle vittime di raccontare le violazioni subite.

Tutto questo nell’ottica di suscitare la percezione dell’ingiustizia attuata nei crimini commessi e di evitare lo svilupparsi di risposte di violenza e di vendetta in un spirale che non avrebbe avuto fine. Soprattutto la giornalista Anna che proveniva dalla parte della popolazione bianca che aveva oppresso i neri partecipa con coinvolgimento schierandosi decisamente dalla parte delle vittime. Ma nel corso della ricerca che le apre consapevolezza sul dolore procurato dall’ingiustizia e su lati sconosciuti della vita condotta senza attenzione alle vittime, è condotta a ricostruire anche una storia del suo ambiente e di rileggere in modo nuovo la vicenda sua personale e della sua famiglia. Giunge così a scoprire che il suo fratello ha perpetrato crimini di tortura allo scopo di far sì che la famiglia potesse vivere sicura. Scopre in modo drammatico il coinvolgimento pur indiretto nella realtà dell’ingiustizia e della violenza, ed è condotta ad una nuova lettura della sua stessa vita scorgendo una responsabilità nell’ingiustizia.

Nelson Mandela ebbe a dire di questo film “Interessante non solo per gli abitanti del Sudafrica, ma anche per le persone di tutto il mondo, che saranno coinvolte dai grandi interrogativi dell’umanità quali la riconciliazione, il perdono e la tolleranza”.

Quella del Sudafrica è stata un’esperienza storica nell’accogliere la sfida a costruire giustizia non secondo la logica della punizione e della vendetta, ma secondo l’affermazione della verità e la possibilità del perdono.

Alla base di tale processo è stato l’atteggiamento di legame e relazione reciproca verso l’altro che in lingua bantu è espresso dal termine ubuntu. Esso esprime la un attitudine di legame e benevolenza verso il prossimo perché ciò che riguarda uno riguarda anche l’altro. Ubuntu esprime la convinzione di un legame che tiene insieme perché una persona è tale solamente nel rapporto con gli altri e perché gli altri esistono. Il teologo Robert J. Schreiter nella sua opera The ministry of reconciliation: spirituality and strategies ha indicato ‘le tre dimensioni centrali del processo sociale della riconciliazione’: far emergere la verità, non fare concessioni sulla giustizia, dare valore al concetto di perdono. Sono questi i tre elementi specifici che hanno reso possibile il lavoro della Commissione.

Così ha scritto Desmond Tutu, vescovo anglicano premio Nobel per la pace nel 1984, nel suo libro Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli 2001): “noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restitutiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la giustizia o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu, fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare le vittime quanto i criminali, ai quali va data la possibilità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso. (…) Perdonare e riconciliarsi non significa far finta che le cose sono diverse da quelle che sono. Non significa battersi reciprocamente la mano sulla spalla e chiudere gli occhi di fronte a quello che non va. Una vera riconciliazione può avvenire soltanto mettendo allo scoperto i propri sentimenti: la meschinità, la violenza, il dolore, la degradazione…la verità. ”

Sono parole che ci rinviano ad un passato che apre ad uno sguardo crtico sul presente sugli apartheid in atto, sull’indifferenza e incapacità di vivere secondo lo spirito dell’ubuntu nell’Europa frantumata dagli egoismi oggi e nel mondo.

Riconciliazione è il nome del disegno di Dio nella creazione e nella storia, un disegno di pace e di dialogo, che significa fare pace nella giustizia. “se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,17-21).

Alessandro Cortesi op

III domenica di Quaresima – anno C – 2016

DSCN2069.JPGEs 3,1-8a.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9

Mosè di fronte al roveto che arde senza consumarsi scopre che quella terra – proprio il luogo dove stava pascolando il gregge – è terra santa, terra in cui togliersi i sandali perché luogo in cui Jahwè si rende vicino. Chi è Dio? qual è il suo nome? E’ la grande domanda della ricerca religiosa. Nel libro dell’Esodo Dio non è definito da un nome, piuttosto la sua presenza si manifesta, e si nasconde, nei segni, in un agire a fianco di, per liberare le vittime: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire…”.

Nel deserto, attirato dal fuoco che avvolge il roveto senza consumarlo Mosè desidera vedere. E incontra l’angelo del Signore, segno della presenza di Dio. E’ momento di rivelazione. La presenza di un angelo è rinvio ad un momento di comunicazione tra Dio e l’uomo. Mosè vive l’esperienza di un incontro come scoperta che quel luogo, la terra del deserto, la terra del suo camminare è terra santa, in cui togliersi i sandali. La presenza di Dio è inafferrabile come il fuoco, e vicina. L’incontro è anche scoperta del Dio dei viventi, di Abramo di Isacco, di Giacobbe, il Dio dei padri, coinvolto nella storia di uomini e donne. Nel gesto di velarsi il viso Mosè esprime l’attitudine religiosa della meraviglia di stare davanti a colui che non si può vedere. Quel momento è per lui chiamata: invio a farsi solidale con il popolo in schiavitù, a farsi guida verso cammini di liberazione. “Mosè disse a Dio. ‘Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?’. Dio disse a Mosè: ‘Io sono colui che sono’. Poi disse: ‘dirai agli israeliti Io sono mi ha mandato a voi’”.

‘Io sono colui che sono’ è un nome ce non definisce ma apre cammino: un modo per sottrarsi alla pretesa umana di poter avere Dio stesso alla propria misura e in suo potere. Il nome è rinvio all’intimo di una persona. Il nome di Dio rimane inafferrabile alle capacità umane anche di pronunciarlo. Il Dio dei padri che Mosè incontra nel deserto non è alla portata, non sta nella misura umana. Questo nome dice che Dio è il lontano, l’altro, eppure, e nel contempo, il vicinissimo. Vicino perché entra nella vita di Mosè incontrandolo in quella terra, ma anche perché si comunica come promessa di vicinanza in una storia, nel suo agire: ‘sarò colui che sarò, sarò il fedele accanto’. Dio così chiama Mosè ad un cammino verso un incontro che mai sarà concluso; si presenta a lui come ‘Dio del futuro’: ‘ti sarò fedele’.

Mosè è così rinviato ad una storia in cui potrà fare esperienza di Dio scorgendolo nel cammino della libertà. Il Dio dell’esodo di cui cogliere il nome nel cammino di liberazione perché è lui che scende a liberare. il suo nome esprime fedeltà e vicinanza: ascolta e scende per fare uscire il popolo che grida dalla schiavitù. “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso”.

Per Mosè quel momento diviene conversione: mutamento del modo di concepire la sua esistenza e risposta ad un invio nell’apertura al Dio dei padri e della promessa. Cambia orientamento della sua vita nel lasciarsi cambiare da Dio stesso, il Dio che agisce e si fa vicino. Convertirsi è movimento di vita che sorge dal riconoscere l’iniziativa di liberazione e di dono come agire di Dio. Il nome di Dio rimane impronunciabile si offre nel suo agire di fedeltà, è il nome di chi osserva la miseria, ascolta il grido che sale da ogni sofferenza umana, di chi scende per liberare.

L’invito alla conversione è al cuore anche della pagina del vangelo. Un atto di repressione delle milizie romane all’interno del tempio con l’uccisione di molte persone, un crollo improvviso di una torre di difesa, la torre di Siloe, che aveva provocato diciotto vittime: due episodi accaduti in quel periodo sono occasione per una parola di Gesù sull’urgenza di conversione: “Se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. C’era chi offriva un’interpretazione religiosa individuando in quelle vittime nel tempio dei peccatori, e per questo pensava che Dio li avesse puniti. Gesù prende le distanze da un modo di ragionare di questo tipo: non vede questi eventi di malvagità e di dolore come segno di una punizione per un peccato. Si distanzia da una lettura religiosa o magica dei fatti. Piuttosto richiama all’urgenza – nel presente – della conversione, di un cambiamento di modo di pensare Dio e di intendere la vita. Gesù non condivide la lettura di questi eventi come segni di un giudizio di Dio. Le vittime non sono tali per qualche colpa né l’agire di Dio intervento che punisce: ‘Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per avere subito tale sorte? O quei diciotto… credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No vi dico’. Chi è morto in quei due tragici eventi è nella medesima condizione di altri. Gesù invece invita a scorgere l’urgenza di un cambiamento, questo sì, per tutti.

Non offre facili risposte a coloro che gli chiedono cosa è giusto e cosa sbagliato. Non è per nulla preoccupato di portare le persone a dipendere. La sua passione sta piuttosto nel rendere le persone libere di seguire la propria coscienza. Saper discernere cosa è bene e cosa è male è allora sfida come quella di comprende a partire dai segni il tempo che verrà domani.

Convertirsi indica cambiare strada perché ci si accorge di aver preso una direzione sbagliata. Convertirsi esprime l’atto di ‘cambiare mente’, il modo di pensare la vita, di vedere le cose.

La chiamata di Dio ad ascoltare i profeti è appello da accogliere nel presente. Gesù richiama ad un tempo breve, tema caro a Luca, attento a sottolineare l’importanza della quotidianità e chiede di stare svegli, vigilare, nel presente. Luca pone così una parola esigente sulla conversione, movimento da intraprendere con urgenza.

A questo punto aggiunge tuttavia un’altra parola di Gesù sul fico che non porta frutto. Nella Bibbia il fico è assimilato ad Israele (Os 9,10; Mi 7,1; Ger 8,13). Il contadino chiede al padrone di attendere ancora, di non abbatterlo e lasciarlo ancora un anno anche se da tre anni non porta frutto. Accanto alle parole che pongono l’esigenza della conversione qui il registro cambia: non viene meno l’urgenza ma si accosta un richiamo alla pazienza di Dio, alla sua capacità di attesa, oltre ogni previsione. Lascia il tempo perché anche il fico che appare sterile possa portare frutto. Gesù parla della pazienza di Dio che attende: non come tiranno, ma come chi dà un anno di grazia.

Nella Bibbia il convertirsi non è solamente e primariamente un cambiamento che interessa i comportamenti; certamente ci sono frutti visibili della conversione che costituiscono un nuovo stile di vita e di rapporti. Ma tutto ciò è conseguenza di una linfa che proviene da profondità nascoste: il cambiamento a cui siamo invitati ha radici che toccano il modo di rapportarsi con Dio stesso. Convertirsi significa innanzitutto accogliere il volto di un Dio che non sta nelle nostre mani.

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Pazienza

C’è un mistero di pazienza nascosto nella vita. Nella vita in cui è possibile e aperto il cambiamento, la conversione.

Pazienza non è attitudine al rinvio senza interesse e senza impegno, non è nemmeno attitudine rassegnata e sconsolata nell’impotenza di cambiare ciò che appare immutabile. E’ piuttosto capacità di rimanere dentro le situazioni, è uno ‘stare sotto’, accettando la fatica di un cammino nel tempo. E’ attitudine a mantenere attenzione, a creare ambiente perché un cambiamento avvenga. E’ impresa di fiducia, è scelta coraggiosa di custodia perché nel tempo quanto vi è di bene possa svilupparsi e le potenzialità nascoste trovino spazio di espressione, e di germoglio.

La natura con i suoi ritmi è maestra per scorgere un’importanza del tempo: la vita degli alberi e delle piante conduce a cogliere l’esigenza propria dei tempi del maturare poco alla volta, nella vulnerabilità a fronte di tanti imprevisti. Ogni germogliare richiede ritmi da rispettare. Così nella vita umana: la custodia di sentimenti, il portare a compimento progetti, il lavoro nel dare forma a qualcosa. Tutto esige tempo, e insieme al tempo quella pazienza che è attenzione nel mettere in atto ad ogni passaggio il gesto richiesto, la scelta che apre orizzonti.

L’accompagnamento dei bambini nel loro crescere è la più forte provocazione a maturare il senso della pazienza, a rivedere profondamente ogni programma e previsione, ad avere uno sguardo lungo capace di scorgere oltre. Pazienza non è immobilismo e attendismo inerte, ma diviene attesa creativa e impegno a porre in atto tutto ciò che è richiesto ad ogni passo per far sì che qualcun altro possa crescere. Vivere coltivando un attitudine paziente non consente di fare e soprattutto di vedere con immediatezza i frutti del proprio impegno. Attitudine propria di chi è paziente non è quella di esigere risultati, di muoversi sul piano dell’efficienza e del guadagno per sè, ma quella di innescare processi, di gettare semi, di lavorare in perdita, di pensare ad altri, quelli che ci sono e coloro che verranno.

Pazienza non è allora virtù propria del privato, talvolta espressa nel detto popolare ‘porta pazienza’ e che rinchiude in una solitudine rassegnata. E’ piuttosto attitudine che cerca di porre in atto tutto ciò che rende possibile la crescita di altri e insieme. E’ l’esperienza di Mosè che egli faticosamente apprende nel corso della sua vita non senza contraddizioni, dubbi, interruzioni. “Si parla sempre della pazienza di Giobbe, ma quella di Mosè non è da meno. Ed è una pazienza tutta legata all’amore per l’altro, alla sorte della sua gente. (…) Non è per sé che Mosè spera, ma per gli altri: forse la più bella immagine di cura che sia stata tramandata” (Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino 2014)

La pazienza di Mosè sorge forse da quella promessa che segna la sua vita, rinvio a scorgere il nome di Dio, ma a scorgere insieme il senso del proprio nome nel percorso di una storia in cui mettere le sue energie al servizio di un cammino comune di libertà. C’è una dimensione politica della pazienza, che contrasta la fretta e l’inseguire il ritmo del ‘tutto e subito’ illudendo gli altri con promesse sempre nuove. Nel cuore di chi è paziente sta racchiusa la preziosità del prendersi cura, l’apertura generosa di coltivare di quanto può venir fuori, quanto è possibile, momento per momento, come sguardo capace di scorgere semi capaci di vita nonostante le contraddizioni e la sterilità della situazione presente. La pazienza è come un respiro che può tener vivo l’impegno, la dedizione e alimenta la cura e la custodia aperta ad altri.

Alessandro Cortesi op

 

XXXII domenica tempo ordinario – anno B – 2015

elia-e-la-vedova(mosaico – Ivan Rupnik)

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

“La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia”. C’è un non venir meno del poco condiviso. E’ questo il miracolo quotidiano, fatto di due pezzi di legna, farina, pane, focacce, olio. Sono le cose della vita, il necessario per cuocere, il cibo essenziale, senza orpelli e sofisticazioni. Nel poco condiviso, al di dentro di tale pochezza, in una terra lontana e dimenticata, sta un segreto di fecondità e di presenza di Dio: la farina non diminuisce, e l’olio rimane sufficiente. In quel poco, sorto dall’ascolto di una richiesta di aiuto che racchiudeva la parola di Dio, sta la forza di vita presente nelle mani dei poveri. Quella donna, vedova, aveva riconosciuto nello straniero inatteso una chiamata di Dio. L’aveva accolto affidandosi ad una richiesta che racchiudeva la parola di Dio. Aveva così spartito non solo ciò che aveva ma il tempo della sua vita, la sua speranza, il suo domani. Pur senza conoscerlo, lei donna straniera, di un popolo diverso da Israele, vedova, aveva riconosciuto il volto di Dio che non toglie ma dà la vita. Ella stessa ha agito ascoltando, condividendo.

Il luogo della vicenda è una terra di confine nei pressi di Sidone, al Nord d’Israele, territorio di margine, al confine con quello degli ‘altri’, i pagani, considerati i lontani dalla salvezza, reietti da Dio. Una vedova è protagonista di un gesto delicato e drammatico di ospitalità, Delicato, perché di fronte alla richiesta del profeta, subito si affretta per andare a prendere dell’acqua. E’ premura di chi ascolta una richiesta lasciando ogni altra occupazione. Ma è anche un gesto drammatico perché nel tempo di carestia la scelta di condividere apre una questione di vita e di morte. Alla richiesta di un pezzo di pane risponde di avere solamente “un pugno di farina e un po’ d’olio per me e per mio figlio… andrò a cuocerla, la mangeremo e poi moriremo”. E’ il tempo carestia e di miseria (cfr. 2Re 6,25-29). Elia si fa portavoce della parola di Dio: “Non temere, perché dice il Signore: la farina della tua giara non si esaurirà e l’olio dell’orcio non si svuoterà”.

Protagonista silenzioso, tra le righe del racconto è così Dio stesso, che si comunica e viene accolto nella parola del profeta vittima della carestia e nell’ascolto della vedova che spartisce ciò che ha. E’ volto di chi dà la vita e non la toglie e la fa sorgere dalle cose e dai gesti della quotidianità. Dalla scoperta di tale volto può sorgere un modo nuovo di intendere la vita. Come luogo di condivisione. In modi diversi Elia e la vedova stanno sotto la Parola di Dio. Elia si rivolge ad una donna che stava raccogliendo la legna perché il Signore l‘aveva spinto lì, e chiede alla vedova di portargli da mangiare perché così il Signore aveva parlato (1Re 17,8).

Tra le righe di questa pagina si presenta l’intuizione che ‘il Signore parla’ nella vita, è presente e guida anche nelle situazioni in cui sembra che egli sia lontano. Elia è uomo della parola (profeta) disponibile a questo ascolto. La vedova, senza nome, è presentata come una donna che compie la Parola del Signore: è una straniera, non appartenente al popolo d’Israele, una pagana. Tuttavia nel suo gesto di ospitalità compie la Parola di Dio. Nei gesti di dare da bere e da mangiare, nella farina e nell’olio, sta l’agire di Dio. Elia il, profeta scopre una donna che gli pone davanti la Parola di Dio nei gesti della quotidianità. Può così incontrare il volto di Dio vicino nei gesti della straniera.

Ci si può anche chiedere: perché la vedova è stata capace di accoglienza. Solamente perché lei stessa era vulnerabile, provava sula sua pelle la sete e la fame e questo le dava la possibilità di avvertire la vulnerabilità dello straniero giunto presso di lei. Ma questo è un tratto del volto di Dio. Un Dio vulnerabile che porta vita perché capace di compassione. Non il Dio che chiede sacrifici e toglie la vita, ma un Dio debole che condivide. Il gesto dell’ospitalità è epifania del Dio vicino che accoglie e si prende cura. Gesù nel discorso iniziale del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret, fa riferimento a questo gesto della vedova di Zarepta (Lc 4,25-26).

Un’altra vedova è descritta nel vangelo di Marco. Gesù deve richiamare i discepoli a scorgere quel gesto nascosto, invisibile a chi poteva essere distratto dal rumore e dalla importanza di altre offerte più sostanziose. Indica una vedova povera che getta nel tesoro del tempio la più piccola moneta in corso a quell’epoca: ne aveva due rimaste e le getta tutte non trattenendo nulla. Non ricerca come tanti un riconoscimento e non vive l’offerta al tempio come offerta del superfluo, ma dà “tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Nel suo gesto sta il suo futuro e il suo presente. Come la vedova di Zarepta affida la sua vita, ciò che aveva per vivere. Con questo gesto dice la fiducia nel Dio della vita e l’affidamento totale della fede. Gesù vede in questo gesto, che poteva passare inosservato, qualcosa di grande.

Ma nel contesto del vangelo di Marco questo gesto è posto accanto a parole di critica dura da parte di Gesù contro coloro che ‘divorano le case delle vedove’. E’ la religione del tempio, una religione costruita come sistema di potere che mantiene le persone schiave e sottomesse ad un Dio a cui si deve pagare, a cui si deve dare qualcosa per riceverne in cambio la protezione. E’ la religione di un sacro che impoverisce e toglie a quella donna tutto, anche ciò che aveva per vivere, mentre altri sfruttano la struttura del tempio e del suo sistema di offerte per ‘farsi vedere’, per affermare la propria grandezza.

La parola di Gesù è critica radicale ad un sistema religioso che anziché aprire al Dio della vita, propugna una divinità che genera devastazione e oppressione nelle vite e le priva di tutto. In tal modo denuncia non solo il narcisismo e la ricerca di visibilità di coloro che offrivano con grande fragore le loro offerte nel tempio per farsi vedere, ma smaschera il medesimo sistema costruito da un mondo sacerdotale per mantenere le persone in condizione di minorità, di paura e nel senso di colpa di fronte a un Dio che richiede e che toglie tutto. Il volto di Dio si manifesta invece nello sguardo di Gesù che scorge il gesto della vedova. E’ volto di un Dio che veglia, dona e desidera la vita dei suoi poveri, non certo colui che spoglia le case delle vedove esigendo prezzi per prestazioni religiose o per la sua grandezza.

DSCN1525Alcune riflessioni per noi oggi

Accogliendo uno straniero la vedova di Sarepta scopre di aver accolto una chiamata di Dio giuntale attraverso le parole del profeta. C’è una profezia da scorgere oggi nelle richieste che provengono dai profeti nascosti, sconosciuti. Nel chiedere acqua e pane c’è un mistero di fecondità possibile di vita, di apertura ad un ‘non venir meno’ di ciò che rende la vita possibile e bella (il pane e l’olio). La vedova condivide pane e olio: dietro a questi segni c’è la concretezza del cibo della mezzaluna del grano e dell’olivo, il Mediterraneo. Nel Mediterraneo oggi ancora si rende presente negli incontri dei popoli, nelle migrazioni, una chiamata di Dio.

L’autentica fede è nascosta nel cuore dei poveri. Gesù sa leggere i gesti della quotidianità come cose grandi a cui prestare attenzione. Spesso cerchiamo il di più, il superfluo, ma c’è un segreto nascosto nelle cose, da scoprire, che svela una traccia di Dio nascosta. Un non venir meno, nel poco, di ciò che è semplice, in quanto è essenziale per vivere… E’ il poco che non viene meno.

“così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9, 28). C’è un segreto di attesa presente nella vita dei credenti in Cristo: attendere non qualcos’altro ma lui. Lui solo. Fa impressione leggere queste parole che parlano di una attesa di Cristo mentre le cronache riportano notizie di utilizzo del denaro per scopi superflui e per il sollazzo di uomini che hanno scambiato la religione come mezzo per la ricerca di glorie mondane, in Vaticano e negli ambienti della Curia romana. Tutto ciò mentre è in atto un’opera di riforma fortemente perseguita da Francesco. Marcello Sorgi in un suo commento (in ‘La Stampa’ 4 novembre 2015) ha richiamato una scena de film ‘Roma’ di Fellini, la sfilata dei monsignori, una scena considerata al tempo sacrilega e forse invece, per certi aspetti, profetica. “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere…

La pagina di Marco che riporta le parole di Gesù di critica verso coloro che divorano le case delle vedove e il suo sguardo capace di cogliere la grandezza di un gesto in cui la vita appare come libertà profonda, coraggio di spogliarsi e di scelgiere una povertà radicale nell’affidamento a Dio, è forte provocazione oggi. Siamo invitati a coltivare un modo alternativo di guardare le cose e di attuare scelte: per apprendere una capacità inedita di vedere. Imparare così a scorgere come una storia di fede profonda presente nelle pieghe e nei margini, non appariscente, è realtà grande agli occhi di Dio ed importante da seguire. In contrasto con sistemi, anche religiosi, costruiti su di un potere sacro che sfrutta l’immagine di un dio falso, che toglie la vita e non la dà, in cui la dimensione della fede è soffocata da tanti altri obiettivi, perduta ed anche dimenticata.

Alessandro Cortesi op

XXX domenica – tempo ordinario anno A – 2014

DSCN0535“Uno di loro lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il grande precetto della legge?”. Gesù è ancora interrogato da chi si avvicina a lui non per ascoltarlo, ma per metterlo alla prova. Se si confronta il brano di Matteo con il parallelo del vangelo di Marco (Mc 12,28-34) si potrebbero notare un serie di differenze importanti. In Marco il dialogo tra uno degli scribi e Gesù si svolge in un clima di simpatia, che offre il senso di una ricerca da parte dello scriba e di condivisione. Gesù riconosce questa attitudine dello scriba con parole di apertura e di speranza: “Non sei lontano dal regno di Dio”.

In Matteo nulla di tutto questo. Matteo con probabilità riprende l’atmosfera polemica che dopo il 70 segnava i rapporti tra il fariseismo e la comunità giudeo-cristiana e colloca questo dialogo di Gesù in un quadro in cui la domanda gli è posta dai farisei convenuti insieme per metterlo alla prova, come sfida.

Il dialogo è infatti introdotto all’indicazione del radunarsi insieme dei farisei, e uno tra di loro pone la domanda che verte sul ‘grande comandamento’. Il grande comandamento è riferimento alla questione dell’orientamento di fondo che dà senso a tutta la vita umana e si inserisce nella questione relativa alla moltreplicità dei precetti in cui ritrovare un filo centrale e più importante. Una corrente dell’ebraismo farisaico, quella di Hillel, prevedeva la articolazione di precetti più pesanti e più leggeri, e vedeva anche la possibilità di riassumere tutta la Torah in un unico principio. E’ la linea che Matteo riprende indicando la regola d’oro (Mt 7,12), che si ritrova anche nella tradizione rabbinica. Ma in modo generale era viva la ricerca di unificare i molteplici precetti della Torah e l’intera precettistica che si era formata nell’insegnamento orale attorno ad un nucleo fondamentale sintetico.

Ma ora la domanda posta a Gesù si connota come una sfida perché prenda posizione a favore o contro nel dibattito tra scuole religiose, nelle quali la questione è divenuta un problema fonte di discussioni raffinate fine a se stesse che non cambiano la vita.

Gesù non si sottrae, ma anziché parlare di un comandamento ne indica due; pone insieme due comandamenti che già erano presenti nella tradizione ebraica. Il riferimento è al comandamento dello Shemà (ascolta Israele) presentato nel Deuteronomio: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua vita e con tutta la tua mente” (Dt 6,4-5). E aggiunge: “Questo è il grande e primo comandamento”. E’ il comandamento centrato sull’amore verso Dio. Ma Gesù accosta immediatamente a questo comandamento il comando di amore verso il prossimo che egli riprende dal testo del Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18). Amare Dio con tutto il cuore è il primo comandamento, ma ce n’è un secondo ‘simile al primo’. Il secondo viene ad avere un’importanza pari al primo. E’ come specchio nel quale si riflette e verifica l’ascolto del primo comandamento.

Con questa affermazione Gesù pone una novità e apre una forte provocazione: non c’è amore di Dio laddove non si attua un amore concreto verso coloro che sono prossimi. A questi due comandamenti sono appesi la Legge e i profeti, quasi come due cardini su cui la porta dell’intera Scrittura e della vita sta sospesa. La parola di Gesù riporta la questione dai dibattiti di scuola alla dimensione della vita e inserisce una novità nell’accostare i due comandamenti parlando di un primo e di un secondo come specchio del primo, simile.

Forse si può anche intravedere tra le righe come egli indichi anche un ‘terzo’ comandamento, perché per amare il prossimo è necessario passare attraverso un rapporto di amore con se stessi e una comprensione di cosa significhi ‘amare se stessi’: “amerai il prossimo come te stesso”. C’è un ‘come’ che porta a guardare dentro se stessi, scoprendo che la propria identità e scoprendo lì la radice di una apertura all’incontro e alla relazione. Amando gli altri si fiorisce nelle dimensioni più profonde del proprio essere e l’attenzione alle dimensioni più profonde di se stessi apre al dono e al servizio. Nell’amore del prossimo c’è una via per trovare se stessi.
Al primo posto sta il rivolgersi a Dio con una attitudine particolare: c’è una totalità di coinvolgimento che è richiesta: ‘con tutto il tuo cuore’. Non solo alcuni settori marginali della vita. Incontrare Dio significa metterlo al centro della vita, riferimento delle scelte in tutti i momenti. Negli aspetti quotidiani e ordinari della vita. E’ un cammino, un orientamento della vita che non è mai compiuto e sempre si apre alla scoperta di nuove esigenze.

Ma il problema è anche: quale Dio amare con tutto il cuore? Il rischio di fondo è inseguire un volto di Dio che corrisponde ad una costruzione umana, a propria immagine e somiglianza, che giustifica egoismi, ripiegamenti, indiffeenza all’altro: è il grande rischio dell’idolatria. Non si può pensare di amare Dio e disprezzare i volti che recano ins e stessi l’immagine del Dio creatore e amante dell’uomo. Amare Dio che non si vede si attua nell’amare il prossimo che si vede. La verifica dell’incontro con il Dio invisibile sta nella cura e nell’attenzione concreta e situata per qualcuno, con il suo volto, con la sua storia. Amare Dio non è cosa lontana ed evanescente, ma incontra la quotidianità, si fa orientamento di vita sulla terra: non c’è amore di Dio che non passa per un amore che ha tratti non emozionali e indefiniti connessi alla voglia del momento, ma si precisa nell’orientamento scelto di cura e dedizione verso l’altro, nella decisione di farsi prossimi. Gesù smaschera in tal modo un tipo di religione in cui si possa affermare di amare Dio e contemporaneamente maltrattare l’altro o vivere rapporti di sopraffazione e violenza con gli altri. Porta a considerare che il volto di Dio da amare è il Padre che ha cura e compassione delle persone nella loro individualità e concretezza.

DSCN0552Alcune osservazioni per noi oggi

La cura per l’altro assume oggi il nome di maturare il senso dell’ospitalità. “Non maltratterai il forestiero… perché anche voi siete ststi stranieri nella terra d’Egitto”. L’attenzione al forestiero e l’accoglienza si pone come esigenza  non di benevolenza paternalistica e di elargizione di qualcosa da una condizione di sicurezza e superiorità. Piuttosto il rapporto con lo straniero è indicato quale opportunità preziosa per scoprire gli aspetti più profondi della propria identità, delle proprie radici e del senso della vita: ognuno infatti vive nella condizione di essere straniero a se stesso, di percorrere la vita come un viandante bisognoso di riparo, di riconoscimento, di pane e dignità. E’ quindi occasione per aprirsi alla memoria della condizione di spaesamento presente nella propria esperienza, di difficoltà e necessità di trovare patria e accoglienza, della tensioen insita a porsi in relazione da bisognosi e portatori di doni nello stesso tempo. E’ la condizione che accomuna tutti gli esseri umani, chiamati ad una custodia reciproca nel cammino che li vede intrecciati insieme nella vita. La questione del rapporto con gli stranieri è oggi un luogo di scoperta del senso dela prorpia esistenza: proprio per questo scatena le paure più ataviche e genera reazioni di esclusione. E’ faticoso scoprire le profondità del proprio essere. Ma proprio l’appello e la presenza stessa dello straniero povero, provoca a guardare in profondità a se stessi. Conduce a scoprre di essere stranieri e bisognosi di quel mantello donato, che è l’unica copertura contro il freddo, per sopravvivere nelle notti dell’esistenza.

Si potrebbe allargare oggi la considerazione del duplice comandamento ‘ama Dio ama il prossimo’ fino a ritrovarvi l’indicazione di ‘amare la terra come se stessi’: la terra (adamah) da cui l’umanità (adam) è tratta. Oggi siamo di fronte all’appello a maturare uno sguardo ad un rapporto con Dio che passa attraverso l’attenzione e la cura alla terra come realtà vivente di cui l’umanità partecipa e che è matrice e grembo che custodisce le creature, ma che richiede anche custodia e salvaguardia. Ama Dio e il prossimo si collega ad un amore alla terra.

Paolo indica alla comunità di Tessalonica uno stile di vita: “voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito santo”. La vita cristiana si connota come accoglienza della Parola, nella forza dello Spirito, e nella gioia di fondo che solo dallo Spirito deriva. Può essere anche racchiusa nell’espressione ‘seguire l’esempio del Signore’ e di tutti coloro che hanno ritradotto nella loro esperienza lo stile di Gesù. Un richiamo ad una concretezza dell’esempio che genera la domanda e il coinvolgimento. Uno stile di comunicazione del vangelo in questo tempo, non basato su discorsi persuasivi di sapienza, non esaurito in parole vuote che non cambiano la vita, ma sulla potenza dello Spirito accolto in scelte concrete e in orientamenti di impegno e di coinvolgimento personale.

Alessandro Cortesi op

XXIX domenica tempo ordinario – anno A – 2014

Aureus_à_l'effigie_de_TibèreIs 45,1.4-6; Sal 95; 1Tess 1,1-5b; Mt 22,15-21
Matteo introduce la questione sulle tasse ai romani, la prima di tre dispute presentate al cap. 22 (il tributo a Cesare nei vv. 15-22; la risurrezione nei vv. 23-33; il grande precetto della Legge nei vv. 34-40) descrivendo l’atteggiamento dei farisei: “i farisei, essendo partiti, tennero consiglio…” Tener consiglio è l’attività del sinedrio presieduto dal sommo sacerdote, quella attività che segna il racconto della passione (Mt 27,1.7; 28,12). Qui è una azione anticipata e attribuita ai farisei che si recano da Gesù per metterlo alla prova, insieme agli erodiani, un partito che attendeva il sorgere di un regno teocratico in Israele, sostenitori del re Erode Antipa, in attitudine di collaborazione con i romani. Il clima dell’incontro è quello di una precomprensione ostile e di falsità, mascherata da parole di adulazione e di riconoscimento del valore dell’insegnamento di Gesù. La domanda posta ha di mira di metterlo in difficoltà. E’ una questione delicata che tocca i rapporti con la politica del tempo. Verte sulla tassa imposta dai romani su ogni persona, dopo che occuparono la Palestina nel 6 d.C.: una tassa odiosa che doveva essere pagata da tutti uomini donne e schiavi, dall’età dell’adolecenza fino a sessantacinque anni. Una tassa diversa da quella, di tipo religioso, richiesta per il tempio. Il tributo del census era equivalente alla paga di un giorno (un denaro di argento) e per pagarlo era utilizzata una moneta speciale che recava l’effigie di Tiberio Cesare (imperatore dal 14 al 37 d.C.) accompagnata da un’iscrizione in latino: Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote). La raffigurazione dell’imperatore come divinità secondo la legge ebraica (cfr. Es 20,4) era una immagine idolatrica e già l’uso di questa moneta di per sé stessa poteva costituire problema.

Gesù viene posto davanti alla domanda se sia lecito o no pagare questa tassa all’imperatore. Se risponde sì viene meno alle attese della folla che riponeva in lui l’attesa di un messia liberatore anche politico dall’oppressione dei romani. Se dice no la sua risposta può costituire accusa di opposizione al potere romano e lesa maestà nei confronti dell’imperatore. A chi si deve dare la moneta? Qualsiasi risposta lo avrebbe posto in difficoltà.

La reazione di Gesù esprime la sua libertà. Non si lascia prendere nel tranello: non risponde ma spiazza i suoi interlocutori con la sua libertà. “Ipocriti perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo… Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?”. Nel farsi mostrare una moneta dai farisei svela la loro ipocrisia: benché religiosi osservanti e preoccupati di rimanere puri, essi hanno questo tipo di denaro che reca l’immagine dell’imperatore, incisa sulla moneta benché la legge lo vietasse (Dt 4,16). Potrebbero essere allora accusati di accogliere la pretesa dell’imperatore di essere venerato come divinità e quindi di essere idolatri. Nonostante il loro presentarsi come religiosi riconoscono di fatto l’imperatore come signore, e sono così sottomessi al potere politico come a un ‘dio’ (cfr. Gv 19,12-15).

Tuttavia Gesù non si ferma a questo punto. Poiché questo era il mezzo ordinario per pagare le tasse all’imperatore romano, mostra che per lui l’uso di tale moneta non è cosa da cui stare lontani per non sporcarsi le mani. Per questo dice: ‘Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare…’ Usatela per l’uso a cui questa moneta è destinata… Ammette in tal modo che sia lecito pagare le tasse senza affrontare la questione se questa imposizione sia o meno giusta o se il potere dell’imperatore sia legittimo o meno. E’ il riconoscimento realistico della presenza dell’autorità nella vita umana, di un ambito, quello politico, che attiene alla responsabilità della vita sociale e dei popoli.

Ma la sua affermazione continua. Gesù pone un deciso limite a questo ‘rendere a Cesare’: se a Cesare, il potere politico, va riconosciuto il pagamento delle tasse con quella moneta, non si deve fare di esso come assoluto. Sta qui un’importante soglia a cui Gesù richiama, c’è un limite da porre. Tra la sfera di Cesare e ciò che compete a Dio c’è una differenza. Sono piani diversi. A Cesare vanno rese le monete perché la sfera economica è di sua competenza: le monete portano infatti la sua effigie. Certamente a Cesare, il potere umano, va riconosciuta autorità per quel che riguarda alcuni ambiti della vita. Ma questo non può essere un riferimento assoluto.

Gesù porta ad interrogarsi su che cosa compete a Dio. Da un lato afferma che c’è un ambito di competenza proprio delle realtà umane. Sta qui implicito un richiamo al racconto della creazione: ad Adamo è affidata la creazione; all’umanità è data la responsabilità del mondo nella sua autonomia e nella ricerca delle leggi, e nella costruzione di istituzioni umanizzanti. Quello che tuttavia sta a cuore a Gesù è che a nessun Cesare si deve rendere il cuore, la vita nella sua totalità. Se nelle monete è presente l’effigie di Cesare, su ogni volto di uomo e di donna è presente un’altra immagine da riconoscere: nei volti umani è presente l’immagine di Dio stesso, il Dio della creazione che ha detto: “Facciamo l’umano a nostra immagine e somiglianza”. Sono i volti dei viventi il luogo in cui si riflette e traluce l’immagine di Dio (Gen 1,26-27).

Gesù mette in guardia e propone di guardare alla dignità unica di ogni persona che non può piegarsi di fronte a nessun imperatore o potere umano sia politico sia religioso. Conduce a considerare dov’è l’immagine di Dio per poter dare a Dio quello che è di Dio. A Dio compete non solo una sfera tra altre della vita umana ma a Lui solo è da ricondurre la totalità dell’esistenza, la sua dimensione più profonda, riconoscendo nei volti umani e non più su monete senza vita l’immagine di Dio stesso. Pur riconoscendo la competenza di Cesare su varie dimensioni, mai la sfera di competenza di Cesare potrà coprire tutta la vita. E così Dio mai potrà e dovrà essere confuso con un potere umano o con una forma religiosa di potere.

Immagine è la parola al centro di questo confronto tra Gesù e i discepoli dei farisei. Gesù a partire da tale spunto rinvia ad un significato più profondo dell’immagine. Uomo e donna sono creati ad immagine di Dio secondo Genesi (1,26-27): lo sono nella loro diversità e nell’unità che costituisce l’umano. I discepoli di Gesù sono chiamati innanzitutto a non confondere l’immagine di Dio con l’immagine di Cesare, a non identificare in una forza politica o in un governo umano la presenza di Dio, l’unico signore che sta oltre ogni progetto umano. Sono chiamati a restituire a Dio ciò che gli compete cioè la sua creatura. A Dio non è da restituire qualche cosa, o un settore parziale e delimitato della vita, ma l’intera esistenza. Al centro di queste parole c’è il rinvio allo stile di libertà di Gesù. A tale libertà anche i suoi discepoli sono chiamati: chiamati a riconoscere le esigenze che derivano dalle realtà dello stato. E tuttavia riconoscere ciò che è di Dio e scoprire che l’immagine di Dio è la vita umana. Ogni autorità, ogni istituzione potrà essere riconosciuta ma non senza limiti e riserve, considerando che c’è un’immagine più importante da riconoscere sempre, l’immagine di Dio impressa nel volto umano e nessuna istituzione umana può deturpare tale immagine.

Queste parole indicano il superamento di una concezione teocratica del potere così presente nel mondo in cui Gesù viveva, ma anche sono cariche di potenzialità per concepire una attitudine laica di fronte alle istituzioni umane. Nessuna istituzione umana può prendere il posto di Dio e d’altra parte va riconosciuta nell’ambito delle proprie competenze. Riconoscere il volto di Dio nel volto dell’uomo è rimanere nella capacità critica e nella tensione a rifuggire ogni compromesso comodo con il potere e con ogni forma di idolatria. A Dio non è da restituire qualche cosa, ma l’intera esistenza. Non è la soluzione delle questioni relative al rapporto tra religione e politica, tra Stato e Chiesa ma rinvio allo stile di libertà dei discepoli di Gesù, chiamati ad essere responsabili nella storia, a non essere rinchiusi nella soggezione ad un potere che si pone come assoluto, attenti a scorgere nel volto dell’altro l’immagine di Dio. E soprattutto persone che rifuggono l’ipocrisia.

DSCN0474Alcune osservazioni per noi oggi

Due modi si contrappongono: da un lato i farisei che usano malizia e ambiguità, sottomessi alla paura dell’autorità politica, nel tentativo di cogliere in fallo Gesù. Dall’altro Gesù, presentato come ‘veritiero’, ‘che insegna secondo verità’, che ‘non ha soggezione’, che ‘non guarda in faccia nessuno’. E’ il ritratto di un uomo libero, ‘diritto’, che non finge e non trae in inganno, l’esatto opposto dell’ipocrisia. Il suo tratto è decisamente diverso dal profilo di una vita in cui tutto è apparenza, recita esteriore di un copione che non corrisponde alle vere scelte, scissione tra ciò che appare all’esterno e l’interiorità: è questa la ‘malizia’ che Gesù denuncia, cercando di smascherare il cuore dei suoi interlocutori. ‘Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?’ Possiamo chiederci come vivere oggi tale dirittura nella libertà, una sfida per noi…

L’ambito del politico è penultimo – così come ogni ambito della attività umana – ma non significa che sia senza importanza e senza esigenza di impegno: va riconosciuto in quello spessore proprio da mantenere in continua tensione, in una ricerca mai conclusa con le esigenza di ciò che ultimo. Ciò che è ultimo non annulla né conduce a fuggire o disprezzare il penultimo, ma lo orienta, lo espone a critica, lo aiuta ad indirizzarsi verso ciò che è più importante. Tendere a ciò che è ultimo mantiene aperta la questione di non sacralizzare il penultimo. Ma in questo modo è anche la più grande valorizzazione dell’impegno nella ricerca delle vie penutlime nei vari ambiti della vita umana.

Trasferendo la questione della moneta di Cesare in tutt’altro contesto sociale e situazione storica si potrebbe aprire considerazione di come è vissuto il rapporto con le tasse oggi. Su questo proprongo alcune riflessioni di Giannino Piana (da “Cristianosociali news” n.12 del 12 settembre 2007) che offrono alcuni criteri di riferimento rispetto ad una modalità oggi diffusa di pensare le tasse solamente come un attentato all proprietà personale. Ripercorrendo gli sviluppi della concezione dello Stato nel corso dei secoli Piana osserva come nell’età moderna progressivamente “La dimensione sociale non è più concepita quale fattore costitutivo della soggettività umana – come dato “naturale” secondo l’accezione della filosofia classica e medioevale – ma è ridotta a realtà del tutto accessoria che va forzatamente accettata per non mettere a repentaglio l’ordine della convivenza. Da questa concezione ha preso avvio, da un lato, l’economia capitalista, la cui molla essenziale è l’interesse individuale, e, dall’altro, una interpretazione della politica come espressione di un ‘contratto’ sociale esclusivamente finalizzato alla tutela delle libertà individuali. Lo Stato è, di conseguenza, considerato come una realtà che si impone dall’esterno e che ha un compito prevalentemente negativo, quello di far rispettare le “regole” del contratto assicurando la pace sociale; si tratta dello Stato ‘carabiniere’, dotato di un potere essenzialmente coercitivo, e non interessato invece alla promozione positiva del ‘bene comune’.” Un passaggio nel quale anche la chiesa cattolica ha precise e profonde responsabilità. Nell’attuale condizione – continua Piana – “In regimi democratici come quello in cui viviamo, in cui lo Stato è espressione diretta dei cittadini, il dovere di pagare le tasse è dunque un dovere di stretta giustizia. L’evasione costituisce una grave violazione del patto che sta alla base della vita della comunità cui si appartiene, e va pertanto condannata tanto sul piano morale che civile”. Maturare tale visione “…implica il superamento da parte dei cittadini della tentazione di indulgere in posizioni qualunquiste e il riconoscimento del ruolo decisivo della politica; e da parte dei governanti la promozione di una rigorosa conduzione della ‘cosa pubblica’ tale da renderne credibile il valore. L’evasione fiscale è la ‘cifra’ dello scarso ‘senso civico’ esistente nel nostro Paese: la lotta nei suoi confronti esige pertanto l’adozione di misure severe, fondate su criteri di giustizia ed equità. Ma è bene ricordare che questa lotta, per quanto necessaria, non basterà da sola a sconfiggere un costume profondamente radicato, se non si accompagnerà a un’opera di grande risanamento morale”.

Alessandro Cortesi op

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