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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1505.JPGGer 31,7-9; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Nel ‘libro della consolazione’ il profeta Geremia invita alla speranza e parla di un raduno opera del Signore (Ger 30-31). Come nell’esodo Israele ha sperimentato la presenza di Dio vicino e liberatore, ora vive un nuovo cammino, un nuovo esodo guidato dalla mano potente di Dio verso il futuro della promessa. Ora si apre una strada diritta dove non s’inciampa, verso fiumi d’acqua.

Nel lasciarsi riportare da Jahwè nella terra dopo l’esilio tutti trovano possibilità di sostegno: “fra di essi sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente”. Il pianto lascia lo spazio al canto di gioia e alla consolazione. In quest’esperienza Israele scopre ancora la vicinanza di Dio come presenza materna, tenera capace di accompagnare chi più fa fatica.

Nel suo vangelo Marco racconta la guarigione di un cieco al termine di una lunga sezione iniziata con la domanda di Gesù ‘la gente chi dice che io sia?’ e ‘voi, chi dite che io sia?’. Da allora Gesù sulla strada parla ai suoi discepoli della ‘via’ che egli sta percorrendo. E’ la via di un messia che incontra sempre più l’opposizione alla sua testimonianza, e incontra il rifiuto e l’ostilità. Sulla strada Gesù guida i suoi per renderli discepoli, ma loro non comprendono. La guarigione di un cieco apre al capitolo 11 in cui Gesù entra a Gerusalemme, come messia umile, che cavalca un asino. entra nella città santa non come un guerriero ma disarmato messaggero di pace.

Alla vigilia dei giorni di Gerusalemme Marco fa capire che c’è bisogno di una luce diversa per vedere con occhi rinnovati quanto lì sta per accadere. Il volto del messia che si consegna nelle mani degli uomini è il volto di chi percorre via del dono e del servizio.

Il cieco di Gerico diviene l’autentico discepolo: incapace di vedere, deve essere aperto ad un nuovo modo di vedere. Il cieco sta lungo la strada a mendicare, il suo grido è una invocazione ed una indicazione: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me’. ‘Figlio di Davide’ è un titolo con valenza politica: il regno di Dio è regno di giustizia e di pace, cioè una realtà nuova di rapporti in cui si rende presente lo stile di Dio che guarda all’umile e al povero e si attua un rapporto nuovo tra le persone non più di discriminazione ed esclusione ma di pace.

Nella sua cecità il povero lungo la strada riconosce in Gesù il re diverso dai dominatori. La folla lo ostacola ma lo sguardo di Gesù lo raggiunge. “Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù”. Cieco, vive l’esperienza di un affidamento a Gesù che sta passando. A lui grida appoggiando in lui le sua attese di salvezza e quando lo incontra lascia il suo mantello, simbolo della sua unica sicurezza, e si mette a seguirlo. Sulla via verso Gerusalemme.

Il cieco è discepolo che invoca ‘che io riabbia la vista’. “Và la tua fede ti ha salvato” gli dice Gesù. Nel suo grido e nel suo desiderio è già in atto la salvezza. Il cieco ritrova la capacità di vedere e diviene discepolo, cioè colui che segue.

Il discepolo per Marco è colui che si mette a seguire Gesù lungo la strada. Ma per percorrerla è necessaria una forza ed una luce, uno sguardo capace di cogliere nei cammino di Gesù la vicinanza di Dio che libera. Il cieco diviene così uno dei discepoli irregolari del vangelo, di quelli che in modo inatteso seguono Gesù mentre i suoi non comprendono ancora e lo abbandonano.

Alessandro Cortesi op

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Li raduno dalle estremità della terra…

“Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla”.

Leggendo queste parole non si può non pensare a tutti coloro che hanno lasciato la loro terra e sono in condizione di esilio oggi. In particolare tutti coloro che hanno dovuto fuggire per lasciare case e territori dove è impossibile restare a causa della presenza di violenza e guerra. Nel mondo secondo i dati dell’Alto Commissariato per i rifugiati (UNHCR) sono 68,5 milioni le persone che sono in fuga da guerre e persecuzioni.

Sono fughe di cui non si ha percezione nella chiusura che caratterizza lo sguardo di chi vive nelle aree più ricche del mondo, il mondo occidentale. La migrazione di coloro che cercano rifugio per lo più rimane all’interno del paese o si dirige verso paesi vicini, ai confini, dai quali chi è coinvolto spera quanto prima di far ritorno, appena la situazione offra segni di tranquillità e di possibilità di lavoro. Ma spesso questo non si realizza e il permanere lontano e nella condizione di profugo diventa esperienza che segna tutta la vita. Dovremmo prendere consapvolezza che l’85% di coloro che fuggono da guerre e persecuzioni risiede in paesi poveri nel Sud della terra. Solamente una minima percentuale raggiunge i paesi ricchi dell’occidente.

In particolare i luoghi di particolare emergenza e crisi sono in Africa – oltre che in Myanmar dove è in atto e continua la persecuzione verso la minoranza musulmana dei popoli rohyngia – soprattutto nella Repubblica democratica del Congo e  in Sud Sudan, per la situazione di conflitto che continua nonostante la fragile pace e dove 6 milioni di persone secondo la FAO hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria nella carestia che si sta diffondendo nel Paese.

Tra i cinque paesi in cui è più alta la percentuale dei rifugiati vi sono infatti due Stati africani: il Sud Sudan (con 2,4 milioni rifugiati) al terzo posto dietro Siria e Afghanistan, e la Somalia (con 986.400 rifugiati) dopo il Myanmar.

Nella Repubblica Democratica del Congo la situazione è drammatica: devastata da anni di guerra e instabilità politica, è questo uno dei paesi più poveri del mondo. C’è un contrasto impressionante tra questa povertà e l’immensa ricchezza di materie prime e di colture presenti nel Paese. Sono risorse minerarie come il coltan, diamanti, oro, rame, cobalto, zinco e manganese, e risorse forestali, con una biodiversità di animali (i gorilla e okapis tra altri) e  vegetali e terre agricole fertili per colture come caffè, olio di palma e tè. Ma sono risorse che vengono sfruttate e su cui si giocano gli interessi economici dei Paesi occidentali, con l’utilizzo di gruppi locali nei conflitti.

Durante il 2017 c’è stato un estendersi del conflitto che devasta il paese. La popolazione civile che risiedeva soprattutto nelle regioni Nord e Sud Kivu, in Tanganica, nell’Alto-Katanga e nella zona di Kasai, è stata costretti ad abbandonare le case e cercare rifugio altrove. Tra 2016 e 2017 c’è stato un raddoppio degli sfollati interni al Paese (da 2,2 milioni a 4,4 milioni) con un numero drammatico nel Nord Kivu, circa un milione di persone. Molti si sono recati oltre il confine del Paese negli Stati vicini. E’ da notare che la popolazione della Repubblica Democratica del Congo nella condizione di rifugiati è per tre quarti composta da donne e bambini.

Nel documentario Sea Sorrow – Il Dolore del Mare Vanessa Redgrave ha presentato una denuncia delle cause di tanta sofferenza e di tanto male: «I nostri paesi occidentali puntano soprattutto a vendere armi ed è per questo che continuiamo ad assistere a così tante guerre e a così tanta distruzione».

L’Ordine domenicano a livello mondiale ha indicato la situazione della Repubblica Democratica del Congo come un motivo di attenzione per un popolo segnato da decenni da guerre devastanti e da violazioni di diritti in cui sia forze armate governative sia gruppi armati sono in conflitto per il controllo dei ricchi giacimenti di risorse naturali del Paese. Il periodo di avvento 2018 sarà un tempo dedicato alla preghiera per questo popolo, alla sensibilizzazione per conoscere la condizione di ingiustiza presente in queste regioni e per atttuare opere di solidarietà verso coloro che sono oppressi nel Paese.

Alessandro Cortesi op

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V domenica del tempo ordinario – anno B – 2018

guarigione suocera di Pietro - Mistra Grecia.jpg(Guarigione della suocera di Pietro – Mistra – Grecia)

Gb 7,1-7; Sal 146; 1Cor 9,16-23; Mc 1,29-39

La protesta di Giobbe é una inquietante domanda al cuore della Bibbia, sulla condizione umana e sul volto di Dio stesso. E’ provocazione che guarda in faccia la negatività della sofferenza, l’assurdità del dolore dell’innocente e la fatica di vivere: ‘Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non solo come quelli d’un mercenario?… I miei giorni… sono finiti senza speranza’.

Giobbe richiama il dramma dei sofferenti che contesta ogni facile risposta e rimane domanda aperta. Ogni teologia che pretenda di avere spiegazioni esaustive e tranquillizzanti è sfidata e provocata. La radicale contraddizione del vivere non può essere facilmente risolta in un semplice ragionamento consolatorio. C’è un paradosso del credere che si esprime nei termini del grido, della domanda rivolta a Dio e che rimane sospesa, della preghiera che rimane nell’attesa e non ottiene risposta.

Gesù, nella sua vicenda storica, è venuto a contatto in modo drammatico con il male e il dolore. Marco nel suo vangelo riporta vari incontri di Gesù con persone segnate dal male nelle sue diverse forme. Gesù è presentato in uno dei tratti propri della sua vita: si fa vicino e va incontro a persone malate e sofferenti, ed anche a chi è oppresso dal male in tanti modi: ‘Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demoni”.

Tre scene compongono la pagina del vangelo, e sono situate nell’arco della giornata di Gesù a Cafarnao narrata nel primo capitolo, in tre luoghi diversi: la prima nella casa di Simone e di Andrea, la seconda davanti alla porta, all’esterno dopo il tramonto del sole, la terza al mattino quando era ancor buio, in un luogo deserto.

La prima scena è nella casa ed è  il racconto di una guarigione: la suocera di Simone è ammalata, a letto con la febbre. La descrizione è presentata in modo asciutto, con poche parole. Da un lato esse sono cariche di quel ricordo vivo di Gesù che si faceva incontro ai malati, al suo non aver paura, al suo sguardo che scorgeva in loro prima di tutto volti e persone da incontrare e accogliere. Gesù non aveva paura del contatto: il suo prendere per mano è gesto quotidiano e dice tenerezza e vicinanza.

Se queste parole delineano il riferimento alla memoria storica di Gesù nel contempo sono anche cariche di una lettura compiuta dopo la Pasqua nel ritornare a quello che Gesù faceva. Marco vede nell’incontro con Gesù della suocera di Pietro, nella quotidianità dei rapporti familiari, quasi un riassunto del percorso di ogni discepolo: ‘Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli’. I verbi utilizzati sono significativi. Così pure l’insistenza sull’avverbio ‘subito’ ripetuto con insistenza nel vangelo. Gesù si fa vicino alla suocera di Simone malata: l’incontro avviene perché gli parlarono di lei, si compie nel tessuto del quotidiano dei rapporti umani. Gesù si accosta e la rialza: è questo il verbo della risurrezione (‘risorgere’ si può anche dire ‘rialzarsi’) e si apre qui una fessura di luce.

Nel gesto del rialzare è visto ciò che si compie nella vita del discepolo che incontra Gesù. La forza di Gesù lo fa guarire e gli comunica vita, aprendolo ad un cammino. E’ il risorto che solleva tutti coloro che sono oppressi dal male e dalla morte. Gesù non è presentato come un guaritore o un taumaturgo che opera in modo sorprendente e fascinoso. Piuttosto la semplicità dei suoi gesti fa trasparire una comunicazione di vita, una corrente di partecipazione che ‘solleva’ la vita di chi lo incontra.

Marco conclude questa scena dicendo ‘la febbre la lascio ed ella li serviva’. Ed ancora qui può esserci il ricordo di chi serviva Gesù, quelle donne che lo seguirono tra i discepoli fino a Gerusalemme, fino al momento della croce (Mc 15,41). ma è anche una indicazione del profilo di tutti  coloro che hanno incontrato Gesù: chiamati ad attuare un servizio che si prolunga nel tempo che si fa storia. Porre la propria vita al servizio di tutti è il percorso del figlio dell’uomo (Mc 10,45): la suocera di Pietro, liberata dalla febbre nell’essere stata sollevata dal gesto di Gesù accostatosi a lei diviene paradigma, all’inizio del vangelo, del cammino che ogni discepolo sarà chiamato a compiere: essere liberato, dalla cecità, dal male, dalla morte per mettersi a servire, non solo per un momento, per lo spazio di un entusiasmo, ma come attitudine fondamentale della sua esistenza: ‘ella si mise a servirli’.

La seconda scena è ‘davanti alla porta’ dopo il tramonto del sole: ‘gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era davanti alla porta’. La vita di Gesù non fu estranea al contatto doloroso e confuso con i volti, le invocazioni, le storie di tanti segnati dal male, esponendosi alle piaghe presenti nella città. Cafarnao è luogo di incroci e di incontri, città del passaggio e delle diversità. Gesù si immerge e non fugge in questa umanità che si raccoglie. Entra e si fa resposnabile della città.

Di fronte alla ricerca di lui come guaritore e taumaturgo, Gesù ‘non permetteva ai demoni di parlare’. Chiede il silenzio sulla sua identità nel momento in cui più forte è la ricerca e l’esaltazione di lui da parte di una folla desiderosa di risposte immediate ai propri bisogni. E’ proprio di Marco accentuare in qual modo Gesù rifugga da una ricerca di utilità. Il suo silenzio rinvia ad una proposta, è segno di un percorso che Gesù esige per i suoi ma anche per chi legge il vangelo per liberarlo da false idee circa il Messia: solamente sotto la croce sarà un pagano, il centurione romano che dirà, senza essere zittito: ‘Veramente quest’uomo era figlio di Dio’ (Mc 15,39). Solo a conclusione della sua strada Gesù potrà essere riconosciuto da una voce umana nella sua identità di messia non della gloria ma che percorre la via del dono di sé e del servizio, il Figlio (cfr. Mc 1,9-11; 9,28).

Può essere riconosciuto solo da chi si mette a seguirlo sulla stessa via della croce. Egli ha preso su di sè la sofferenza rendendola luogo di rivelazione dell’amore del Padre e di salvezza per tutti. Sulla croce Gesù fa propria la sofferenza e la domanda lacerante di Giobbe e manifesta la solidarietà dell’amore fino alla fine.

La terza scena è posta in un luogo deserto: è la preghiera di Gesù, presentata come momento del rapporto intimo, unico con il Padre, ricerca di solitudine per non farsi prendere da tutto ciò che rischia d far dimenticare l’essenziale, per accogliere la missione affidatagli del Padre: ‘per questo sono venuto’. Il suo ‘venire’ ha origine nell’invio del Padre. Per questo nonostante tutti lo cerchino Gesù risponde ‘Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là’. Gesù è venuto per andare oltre e per farci passare oltre scoprendo che il suo annuncio va oltre ogni possibile chiusura e ogni irrigidimento entro i ristretti confini.

Alessandro Cortesi op

Pierre Claverie(Pierre Claverie)

Tenere la mano…

Il 26 gennaio u.s. papa Francesco ha autorizzato la beatificazione di 19 cristiani, uomini e donne, che hanno speso la loro vita in Algeria e sono stati uccisi negli anni della guerra civile che ha attraversato quel paese nel periodo tra il 1994 e il 1996.

Tra di essi ci sono i monaci della comunità di Tibhirine e Pierre Claverie, domenicano, vescovo di Orano. Sono essi le figure più conosciute di questi 19. Con loro vi sono altri uomini che hanno vissuto con umiltà nella preghiera e nel servizio e donne che hanno vissuto il loro darsi nella discrezione dell’impegno quotidiano. Ma la testimonianza è stata la medesima.

Sia dei monaci di Tibhirine sia di Pierre si conoscono gli scritti che hanno lasciato. Testimonianze che parlano della loro scelta, dell’interrogarsi su quanto stava accadendo, della scelta di rimanere accanto al popolo algerino nel tempo della violenza e del disorientamento come accanto ad un amico malato tenendogli la mano rimanendo vicino nel tempo della sofferenza.

Pierre Claverie ha speso la sua vita orientando tutte le sue forze all’incontro con l’altro. Lui stesso parla della sua giovinezza come di un periodo in cui aveva vissuto come in una bolla. Figlio di francesi che da generazioni risiedevano in terra d’Algeria così ricorda: “non eravamo razzisti, ma solamente indifferenti, ignorando la maggioranza degli abitanti di questa regione… Vissi circa vent’anni in quella che ora chiamo la ‘bolla coloniale’, senza vedere l’altro”. La sua analisi è lucida e così sintetizza l’atteggiamento suo e della comunità francese in terra algerina.

Da quando uscì dalla ‘bolla coloniale’ intese tutta la sua vita come via per approfondire il senso dell’incontro, abitato da una autentica ‘passione per l’altro’: entrato nell’Ordine domenicano e tornato in Algeria apprese la lingua araba per poter comunicare. Desiderava ‘imparare l’Algeria’.

Partecipò attivamente al camino della chiesa in Algeria, una chiesa in terra di Islam, che visse un profondo cambiamento di attitudine nel periodo che seguì alla indipendenza politica nel 1962. Una chiesa che aveva un numero esiguo di fedeli ma che intese la sua missione nel porsi al servizio del popolo algerino, nell’essere ‘una chiesa per i musulmani’.

“La parola chiave della mia fede oggi è dialogo; non per tattica né per opportunismo, ma perché il dialogo è costituivo della relazione di Dio con l’umanità e delle persone tra di loro”. Pierre non apprezzava un dialogo superficiale per interesse o convenienza, ma s’impegnò in un dialogo profondo e sincero. Autentico dialogo richiede il riconoscimento della singolarità dell’altro e disponibilità a lasciarsi arricchire dalla differenza, senza facili unanimismi. La sua passione stava nell’apprendere ciò che il suo prossimo, le persone algerine, i ricercatori, gli intellettuali e le persone indotte, quelle semplici e tutti  coloro che incontrava nel quotidiano, potevano insegnargli. Il calore del suo temperamento mediterraneo lo rendeva sensibile all’amicizia e desideroso di creare luoghi di incontro e di uno scambio che giungeva fino ad affrontare il dialogo sulla ricerca di Dio.

La passione della sua vita è stata quella dell’incontro. Mise i suoi doni al servizio dello sviluppo che seguì gli anni dell’indipendenza del Paese, ma rimase fedele anche negli anni in cui si fece strada la violenza e le forze di coloro che si opponevano a quella che egli definiva una ‘umanità plurale e non esclusiva’.

Oggi viviamo il diffondersi della paura in particolare nei confronti dei musulmani. Sono varie le ragioni talvolta anche comprensibili per questo timore, alimentato dalla violenza perpetrata dall’Islam politico, dal fondamentalismo che ha visto l’espandersi di Daesh ma oggi si vive anche l’intolleranza volgare ed il sospetto senza ragione.

La beatificazione di questi testimoni non ha il senso di affermare la presenza dei cristiani in una vicenda tragica di violenza che ha segnato la storia dell’Algeria negli anni ’90 ed ha visto decine di migliaia di morti. E’ piuttosto un segno per riconoscere la fedeltà di una chiesa che ha inteso la sua presenza anche nel tempo della violenza, come testimonianza di amicizia e fedeltà al popolo algerino.

Questi uomini e queste donne hanno cercato di scorgere la chiamata di Dio nella terra dell’altro. Una scelta di solidarietà sino alla fine in nome del vangelo. Hanno orientato la loro vita nella ricerca di un’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello.

L’importanza  del riconoscimento che è la beatificazione in questo momento storico non sta tanto nel fatto che questi cristiani furono uccisi, ma sta nel sottolineare l’orientamento che li ha guidati: essi decisero, nel tempo della prova, di rimanere solidali con il popolo algerino, partecipi delle sofferenze. Si sono spesi per il dialogo e per l’incontro anche nel buio e tra le difficoltà per non lsciare soli quei musulmani loro fratelli e sorelle nel tempo della prova, per camminare con essi nell’attesa di Dio.  Come accanto ad un amico malato “tenendogli la mano, e asciugando la sua fronte con un panno”: con queste parole Pierre parlò dopo l’uccisione dei monaci di Tibhirine. In un tempo di paura dell’altro la loro testimonianza è benedizione.

Alessandro Cortesi op

 

II domenica – tempo ordinario anno A – 2017

img_1465Is 49,3.5-6; 1Cor 1,1-3; Gv 1,29-34

‘Rendere testimonianza’ è il verbo del discepolo. Tutta la sua vita sta appesa sul filo di un incontro. Giovanni Battista è così presentato paradossalmente come il discepolo: colui che rende testimonianza, che ‘vede’ e indica la presenza di Gesù anche se non lo conosce. Il suo annuncio è rivolto verso un altro: ‘in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete’ (Gv 1,26). Invita ad un incontro, a conoscere Gesù: ‘sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere ad Israele’ (Gv 1,31). La sua prima testimonianza è l’annuncio di qualcuno che viene dopo di lui. Il gesto dell’immersione nel Giordano esprime un’attesa: ‘Ecco colui del quale io dissi: dopo di me viene un uomo che mi è passato davanti, perché era prima di me. Io non lo conoscevo…’ (1,30). Giovanni Battista è testimone che sta sulla soglia, indica una presenza da scoprire. Non la possiede, non ricerca la sua grandezza ma è rivolto ad altro.

Gesù viene dopo il Battista, ma era da prima. E’ lui la Parola di Dio, il Verbo, che si è fatto carne ed è venuto ad abitare nella storia. Giovanni non lo conosceva ma accoglie nella sua vita la chiamata e l’invio di Dio ad essere testimone: “Io non lo conoscevo, ma colui che mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito santo” (Gv 1,33)

La sua azione è risposta e come i profeti scopre che nella sua vita c’è un invio: ancora per dono del Padre può riconoscere Gesù.

Gesù è presentato come uomo su cui lo Spirito si ferma e rimane: la sua vita è pervasa da questo soffio di vita. Risuonano in queste righe pagine del Primo testamento: ‘Su di lui si poserà lo Spirito del Signore, Spirito di sapienza e di intelligenza…’ (Is 11,2) ‘Ecco il mio servo… ho posto il mio spirito su di lui’ (Is 42,1).

Gesù viene così riconosciuto come uomo che vive nello Spirito: la sua vita affonda le sue radici nella comunione, con il Padre e con lo Spirito. Per questo comunica la forza del soffio di Dio a noi: con lui inizia un nuovo battesimo, una nuova creazione. Agli inizi lo Spirito aleggiava sulle acque (Gen 1,2) dopo il diluvio una colomba aveva annunciato ancora sopra le acque un mondo nuovo. Ora una colomba, vista da Giovanni sopra Gesù, indica l’inizio di una storia nuova.

La testimonianza di Giovanni è tutta centrata in questo incontro e rivolta al volto di Gesù: ‘E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio’ (Gv 1,34).

Il verbo ‘vedere’ ha una particolare importanza nel IV vangelo il discepolo è chiamato a ‘vedere’: ‘Dio nessuno l’ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato’ (Gv 1,18). Gesù nel suo essere figlio spiega il Padre, lo racconta nella sua vita umana nei suoi gesti. Il suo agire è via per incontrare Dio stesso. E il discepolo è colui, colei che rende testimonianza e sperimenta questo vedere.

Giovanni Battista vede Gesù come l’agnello: ‘Ecco l‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’. Il secondo Isaia aveva parlato del ‘servo di Jahwè’ come di un agnello: “Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca: era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori e non aprì la sua bocca” (Is 53,7). Il ‘servo’ ha dato la sua vita in libertà per essere solidale fino in fondo con gli altri e per portarne i pesi, si è reso solidale con tutto un popolo e il tratto primo della sua vita è la nonviolenza. Il quarto vangelo narra che Gesù morì mentre nel tempio venivano sacrificati gli agnelli della Pasqua, (Gv 19,36). Agnello rinvia quindi al suo essere lui stesso il servo, alla antica Pasqua, la partenza dall’Egitto con il segno dell’agnello (Es 12).

Gesù è visto come agnello che si fa solidale: prende su di sé il peso del peccato, ciò che tiene lontani dall’accogliere il farsi vicino di Dio. Lo porta via, vivendo la sua vita come solidarietà e consegna fino alla fine come il ‘servo’ che non s’impone ma offre la sua vita in riscatto per molti (cfr Is 52,13-53,12). L’agnello è immagine che rinvia alla pasqua. La via del discepolo sarà seguire Gesù fino alla pasqua di morte e risurrezione.

Alessandro Cortesi op

7minuti_14-15-1

Prender su di sè

Sette minuti è un tempo breve, quasi insignificante. Ma dietro a sette minuti può celarsi un universo di pesi, sofferenze, fatiche. Può nascondersi lo sfruttamento e la lotta per la dignità. Il film “7 minuti” di Michele Placido e Stefano Massini (2016), girato su di una sceneggiatura scritta originariamente per il teatro da Stefano Massini, è ispirato ad una storia reale avvenuta a Yssingeaux in Francia nel 2012: ma è anche specchio tante storie che segnano il mondo del lavoro nel tempo della globalizzazione e della crisi.

Il film ambienta la scena in una fabbrica del centro Italia, nei giorni vicini alla festa del Natale. Tutto attorno, una città ingrigita dal freddo e dalla crisi economica che morde fa da contorno, un po’ distratta, un po’ partecipe nel seguire gli aggiornamenti dei servizi televisivi, in un intrecciarsi nervoso di vite diverse, specchio di tempi in cui la vita delle operaie esprime la vicenda di un mondo fatto di diversità, di conflitti, di paure.

Tra di loro infatti ci sono le immigrate, albanesi e africane, ci sono le anziane operaie che hanno trascorso una vita in quella fabbrica – tra di esse una è interpretata da Fiorella Mannoia al suo esordio cinematografico – vi sono donne giovani e mature con i loro drammi di povertà, di lotta per la vita, di violenza e ingiustizia subita magari in silenzio per non perdere lavoro e pane. La fabbrica in crisi, a rischio di chiusura, sta vivendo giornate decisive nella prospettiva di essere acquisita da parte di una compagnia straniera.

La manager francese, figura inquietante nella suo fare sbrigativo, nell’affettata cortesia dei modi, non riesce a nascondere il senso di superiorità e la sua indifferenza nel suo giungere in Italia per un affare da disbrigare il più velocemente possibile. La sua unica preoccupazione è concludere in tempi brevi e senza complicazioni la trattativa secondo modalità già sperimentate per non suscitare reazioni, per tornare in serata nel suo mondo familiare dorato, un mondo altro rispetto al mondo delle lavoratrici che sostano ai cancelli.

Il film ripercorre la lunga giornata che deve segnare la conclusione dell’accordo con i proprietari italiani desiderosi anch’essi di chiudere secondo il loro stile di gestione familistica italiana che ha unito paternalismo, mire di solo profitto e sottile sfruttamento contrabbandato per assistenzialismo. Un tempo colmo di tensione quello dell’attesa, che raccoglie attorno alla fabbrica tessile le paure e le speranze dei dipendenti, quasi tutte donne, e fa emergere tensioni e drammi, dubbi talvolta insolvibili tra necessità di lavorare e desiderio di lotta per la dignità propria e altrui.

La riunione tra la dirigenza e la manager francese si prolunga per tutta la mattinata fin oltre l’ora di pranzo, sfidando la resistenza delle delegate del consiglio di fabbrica che attendono in locali spogliatotio, squallidi e freddi, la loro portavoce, esasperate dall’attesa. Anche all’esterno i picchetti delle centinaia di dipendenti attendono notizie che possono determinare non solo i loro posti ma la vita delle loro famiglie, il loro futuro. Anche lì la preoccupazione appare solo quella di poter continuare a lavorare.

Il ritorno della portavoce Bianca, interpretata magistralmente da Ottavia Piccolo, tra le delegate con la richiesta di una decisione da prendere insieme nel tempo di due ore, segna l’inizio di un confronto drammatico. Le richieste dei nuovi acquirenti appaiono innocue, addirittura vantaggiose: la fabbrica non chiude, non vi saranno licenziamenti, né sono previste delocalizzazioni. L’unica richiesta posta in calce ad una lettera indirizzata ad una per una delle delegate sindacali è di approvare la riduzione della pausa pranzo di sette minuti. Un’inezia. Una riduzione che sui quindici minuti previsti potrebbe non fare alcun problema.

Ma dietro a quei sette minuti può celarsi un ricatto molto più profondo: quella pausa che decenni prima era di quarantacinque minuti si è venuta nel tempo restringendo sempre più. Può sembrare nulla e molte voci di queste donne che appaiono come immerse nell’acqua nel tentativo di non affogare nella lotta quotidiana per sostenere figli e casa, dove spesso mariti sono assenti o anch’essi senza lavoro e in cassa integrazione, fanno presenti le ragioni del perché non si possa rinunciare a tale offerta. Ne va della possibilità di lavorare, ne va del pane subito per le proprie famiglie. Ne va del superamento della grande paura di perdere il lavoro, di una chiusura immediata. Tutto nel quadro di considerazioni esistenziali, umane, legate al proprio presente e alle proprie situazioni personali. Eppure nel dialogare difficile, teso, in cui emergono invidie, spaccature, ferite ma in cui anche si rende vivo il dramma di violazioni sopportate e di ingiustizie patite in silenzio, si fa strada piano piano la consapevolezza che quei sette minuti sono un sorta di prova: un primo passo per saggiare quanto sono disposte a cedere pur di lavorare, quale dose di ingiustizia sono disposte a sopportare. Sono un modo per metterle l’una contro l’altra togliendo ogni ragione di solidarietà comune. Sembra nulla, ma tocca la dignità; reca in sé il boccone avvelenato di un lavoro inteso come concessione ed elemosina che non si può rifiutare ma solo accettare senza regole, ognuna per conto suo, e senza condizioni perché non c’è alternativa.

Le parole di queste donne sono talvolta disarticolate povere, preda di emozioni senza filtro, sono parole urlate insieme ad insulti tra scatti di rabbia e aggressività che trova via di sfogo nel pianto e nell’offesa, sono grida di oppressi. Sono espressione della sensibilità di chi da immigrata ricorda come prima cosa è salvarsi e poi pensare ai diritti e a tutto il resto, sono la disperata invocazione di chi sa che senza quello stipendio precipita nella marginalità con i figli, sono sconsolata confessione di ingiustizie patite e di umiliazioni sopportate pur di portare il pane a casa. La discussione spacca quella piccola assemblea di undici donne, ne provoca l’affiorare dei sentimenti più ostili e la sfiducia che giunge ad opporre le une alle altre.

Fino a minare la forza pacata della portavoce, Bianca, donna che dalla sua età matura sa vedere lungo e porta la sofferenza per la scelta drammatica in cui vede costretta lei stessa e le sue compagne, porta il peso della loro immaturità e della mancanza di consapevolezza, ed esprime una saldezza intensa e interiore, vissuta in un silenzio più forte di una protesta gridata.

Alla fine la decisione esprime una resistenza, ma lascia aperta la domanda sulle condizioni del lavoro oggi. Quelle donne sono state caricate di un peso insopportabile: hanno preso su di sé non solo la preoccupazione per la loro vita ma nel loro faticoso confronto hanno assunto la vita di tante altre. … L’agnello ha preso su di sé il peccato del mondo. ‘Prendere su di sé’ è anche la storia di tanti che si fanno carico di altri nella loro vita…

Alessandro Cortesi op

 

XXX domenica del tempo ordinario – anno B – 2012

Ger 31,7-9; Sal 125; Eb 5,1-6; Mc 10,46-52

Un racconto di miracolo: un cieco che giunge a vedere. Con la sensibilità di moderni siamo perplessi ed anche scettici di fronte ai racconti di miracoli. Tante domande si fanno strada. Certamente anche nei vangeli questi racconti chiedono di essere interpretati e di non essere lasciati nell’ambito del meraviglioso. Certamente recano una memoria ed una traccia di gesti e di incontri di Gesù. Nel suo andare Gesù era capace di cura e di restituire energie sopite, aperture di vita alle persone, ai malati, a sofferenti nel cuore e nel corpo. La guarigione di un cieco racchiude il ricordo di gesti di cura verso chi come il cieco è immerso nel buio, ma anche è fessura che lascia intravedere un itinerario di fede: fede come una modalità di vedere, di aprire gli occhi ad una luce che non cambia le cose ma le fa scorgere in modo nuovo e trasforma invece i cuori.

Marco racconta che a Betsaida, Gesù aveva guarito un cieco. E subito dopo la domanda di Gesù ai suoi:  “Voi chi dite che io sia?” (Mc 8,27-30). Sono capaci di vedere il suo volto? La strada è lunga e faticosa per questo. Al cap. 10 un altro cieco. Questa volta è chiamato per nome Bartimeo, figlio di Timeo, ripetutamente. Egli grida a Gesù come figlio di Davide: è voce che sulla strada, evoca  l’acclamazione delle folle a Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme ormai imminente. Lì Gesù è acclamato come re atteso, figlio di Davide, ma ancora si gioca una forte incomprensione che condurrà all’abbandono e all’ostilità delle folle nei momenti drammatici della passione.

A Gerico l’incontro si svolge sulla strada. Sulla strada il cieco stava seduto a mendicare; sulla strada Gesù passa; sulla strada, al termine di questo incontro, Bartimeo si mette a seguire Gesù. Al centro il grido: “Gesù, figlio di Davide abbi pietà di me!”. Al re Davide Dio aveva donato la promessa di una discendenza che avrebbe portato la benedizione di Dio stesso. E il messia avrebbe compiuto segni di liberazione come l’aprire gli occhi ai ciechi (2Sam 7,8-17; Is 11,1-9).

Nel grido di Bartimeo, c’è in qualche modo questa attesa. Si rivolge a Gesù, mentre la folla è di ostacolo. Paradossalmente è il cieco ad avvertire la presenza di Gesù come messia. Tuttavia anch’egli è cieco, incapace di vedere quale tipo di messia è Gesù. Lo invoca pensando a Davide che aveva riunito un regno con la forza. E ciononostante sta nell’attitudine del chiedere con insistenza, con caparbietà oltre la folla, come  mendicante. E la folla lo tiene lontano: c’è un ruolo sempre negativo delle folle indistinte.  Gesù lo fa chiamare. Fa sì che coloro che volevano tenerlo distante lo chiamino. Il cieco abbandona il mantello, proprietà indispensabile e propria del povero, e – dice Marco – si alzò, evocando così il movimento di una risurrezione già iniziata. Senza vista e senza il mantello, sua unica ricchezza, Bartimeo si pone davanti a Gesù. La domanda che lo raggiunge è un’eco del dialogo con i due fratelli Giacomo e Giovanni che – ciechi – non avevano compreso la via di Gesù come via di servizio. “Che cosa volete che io faccia per voi?” (Mc 10,36); “Che cosa vuoi che ti faccia?”. Essi avevano chiesto i posti nella gloria, il cieco invece si rivolge a Gesù con un termine nuovo Rabbunì, riconosce un maestro grande, intravede forse un volto diverso di messia a cui affidarsi: ‘Rabbunì che io riabbia la vista’. Gesù parla così a lui come si era rivolto alla donna malata che lo aveva toccato, in mezzo alla folla (Mc 5,34). Gli dice: ‘Va’ la tua fede ti ha salvato’. Come quella donna anche il cieco cerca di accostarsi a Gesù con un atteggiamento di abbandono e di povertà radicale. Gesù gli risponde solamente riconoscendo la sua fede. Il grande segno è questo. Qui sta l’autentico miracolo. La vista riavuta è indicazione del vedere nuovo che la fede porta nella sua esistenza. “E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo sulla sua strada”. Dal cap. 8 Gesù aveva iniziato ad insegnare ai suoi discepoli lungo la strada ciò che significava il suo percorso. Sulla strada, in cammino: non si tratta di un insegnamento da imparare ma di una relazione con lui da vivere insieme. Sulla strada Gesù si era scontrato con l’incomprensione e la durezza del cuore dei discepoli, chiusi nella ricerca dei primi posti o di un’affermazione umana. Solamente l’affidarsi pienamente a Gesù e solo un suo intervento può aprire gli occhi per seguirlo verso Gerusalemme. La strada verso Gerusalemme: la via della passione e della croce. Marco tratteggia nelle parole e nei movimenti del cieco Bartimeo un esempio del discepolo. Discepolo è colui che si lascia cambiare da Gesù, che si apre a vedere in modo nuovo. Discepolo è colui che si apre al miracolo della fede che fa vedere. La tua fede ti ha salvato. E lo seguiva infine: non un entusiasmo momentaneo ma il continuare a seguirlo sulla via di un messia che vive la sua vita come servizio fino alla fine.

Penso a quelle che possono oggi essere le cecità del nostro tempo, l’incapacità di sguardo che tiene chiusi e bloccati, incapaci di alzarsi e di mettersi a seguire quella strada del servizio che è la strada di Gesù. C’è una cecità diffusa come soddisfazione delle cose e sicurezza o paura di perdita delle sicurezze nel benessere materiale. C’è quella cecità che è incapacità di riconoscersi poveri in una società in cui il posto è assicurato solo per i primi. Incapaci di chiedere, di mendicare. C’è la cecità fatta di pretesa di onnipotenza sulla vita propria e altrui, con il fastidio per i mendicanti che passano, al punto da volerli cancellare con ordinanze comunali. C’è la cecità che diviene gelosia per quanto si ha senza guardare le fatiche di chi non ce la fa. Cecità che chiudono all’incontro con gli altri, ma anche con l’Altro che passa…

Sulla strada di Gerico Gesù incontra Bartimeo. Oggi le strade divengono sempre più invivibili, per il traffico, per l’inquinamento, per la delinquenza, per la spersonalizzazione di masse senza nome e senza volto che s’incrociano di fretta senza salutarsi. E sulla strada tanti giovani si perdono, e i più fragili divengono preda di chi sfrutta. Come riscoprire le vie, le strade, i luoghi fisici delle città dei paesi, come luoghi dove incontrare persone, in cui scoprire nomi e volti, dove superare la cecità che impedisce di vedere e dove superare l’indifferenza e l’esclusivismo della folla che emargina e allontana?

La tua fede ti ha salvato… è parola sconvolgente. Gesù parla di qualcosa che è tutto in Bartimeo. Bartimeo vive questa fede nel suo mendicare e invocare, mentre le folle lo allontanano e zittiscono. C’è una drammatica contrapposizione. Come poter scoprire la parola di Gesù che riconosce la fede al di là delle  appartenenze, fuori dalle cerchie religiose, in chi è tenuto a distanza o fatto tacere, e conduce a riavere la vista? Come ascoltare e portare questa parola rivolta a tutti coloro che nella vita sono aperti a chiedere, a cercare, si lasciano chiamare e alzare?

Alessandro Cortesi

 

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