la parola cresceva

commenti alla Parola della domenica e riflessioni

Archivio per il tag “discorso della montagna”

VI domenica tempo ordinario anno A – 2020

IMG_6820Sir 15,16-21; Sal 118 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37 

Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno…

Se vuoi… la Parola di Dio è appello ad una libertà che risponde. Al primo posto sta il ‘se vuoi…’ una porta socchiusa, della libertà. E, immediatamente legata sta la fiducia del rapporto personale: “se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”. Da questo ‘se vuoi’ e dalla fiducia inizia un possibile cammino in cui la scoperta inattesa e sorprendente è quella di ‘essere custoditi’ dalle sue parole e il poter assaporare le profondità della vita. Entrare nel coinvolgimento di un sì libero: in questo passo di accogliere e consentire si attua l’abbandono della fede, e da qui trae origine un movimento nuovo.

Non la pretesa di una vita di cui già si sa tutto, proprietà e dominio rinserrato tra le mani, ma la disponibilità ad essere custoditi dalle parole dell’alleanza. Un sorprendente esproprio vissuto nella responsabilità: quello dell’essere accompagnati a vivere il senso profondo di ogni parola, che declina l’unica parola dell’alleanza e dell’incontro: ‘Io sono il Signore Dio tuo’.

Vivere la libertà del ‘se vuoi’ apre allora a scoprirsi guardati da occhi ‘che stanno su coloro che lo temono’ ed incontrare le parole del Signore come via per crescere, con fatica, accompagnati da una pazienza amica, in umanità autentica, in un cammino sempre aperto al futuro… vivrai.

Ma è anche cammino esigente, segnato dall’impegno del prendere parte e dello schierarsi di fronte al bene e al male. Non un esser custoditi perché svincolati dalla responsabilità piuttosto un esser custoditi nella responsabilità e gettati in essa. Resi capaci di camminare verso una vita che esprima le sue dimensioni più profonde proprio nella libertà e in scelte di responsabilità.

Paolo parla di una sapienza che non è di chi domina. I dominatori vengono ridotti al nulla e ogni loro sapere si rivela vano. Ma lo Spirito è presenza dono che comunica una sapienza che non viene meno. “lo Spirito infatti conosce ogni cosa, anche le profondità di Dio”. La sapienza di Dio si è resa vicina in Gesù, il crocifisso: ciò appare stoltezza e follia. Come pensare che da un condannato a morte provenga una parola di sapienza? Sta qui la pretesa del vangelo: è bella notizia che la vita donata e la morte di Gesù manifestano la sapienza di Dio.

Il crocifisso è il Signore della gloria, il medesimo, non un altro: in lui si può scorgere la sapienza di Dio, la sapienza dell’amore che secondo i criteri umani è stoltezza. Solo lo Spirito può far accogliere questo ‘vangelo’. Un vita spirituale è appunto vita nello Spirito, aperta al suo soffio. Lo Spirito conosce anche le profondità di Dio, solo Lui può far sì che siamo custoditi dalla parola della croce, stoltezza e debolezza, ma sapienza e potenza di Dio, in modo paradossale, perché è comunicazione dell’amore che salva.

Nel discorso della montagna si trovano una serie di affermazioni poste in parallelo: ‘avete inteso che fu detto, ma io vi dico…’. Gesù presenta un modo più radicale di vivere la fedeltà a Dio. ‘Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e farisei’. Gesù chiede ai suoi ‘giustizia’, da tradursi nei termini di una fedeltà sovrabbondante. Dio è giusto perché rimane fedele alle sue promesse così il giusto è colui che compie la parola di Dio.

Gesù chiede di superare la logica del dovuto, di chi pretende di essere a posto perché compie alcune norme o pratiche della legge. Gesù non richiede infatti l’attuazione di una misura stabilita ma indica un modo di vivere la fede con un coinvolgimento pieno, chiede di ‘portare a pienezza’. Le sue parole aprono una strada e sono sfida alla libertà. Toccano il cuore e chiedono radicalità. ‘ma io vi dico’.

C’è una pretesa che risuona in queste parola: deriva da una autorevolezza della vita stessa di Gesù. Gesù per primo ha seguto questa strada e il suo è appello perché la vita di coloro che lo seguono sia secondo le beatitudini non da schiavi sotto la legge ma da liberi fiduciosi nella grazia. Gesù pone una domanda alla coscienza, chiede un movimento del ‘cuore’ della persona. Non è esigenza di una perfezione lonatna dalla vita e impossibile, ma è invito ad orientare lo sguardare al Padre che è nei cieli e camminare in una consegna di sé senza riserve, lasciandosi guidare dalla sua parola.

Alessandro Cortesi op

IMG_6861

Radicalità

Spesso si pensa che la radicalità sia atteggiamento di chi compie scelte particolari e fuori dall’ordinario, di chi si impone con forte visibilità suscitando stupore, di chi vive in modo eccezionale esperienze non possibili ai più.

Cinquant’anni fa, il 12 febbraio 1980 Vittorio Bachelet vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, insigne giurista, docente dell’Università La Sapienza di Roma e cattolico impegnato presidente della Azione Cattolica Italiana, venne ucciso in un agguato delle Brigate Rosse proprio sulla scalinata dell’Università dopo aver concluso una lezione nella facoltà di scienze politiche.

Apparteneva ad una generazione particolare di giuristi; non era tra coloro che nel dopoguerra avevano scritto la Costituzione, ma faceva parte di coloro che avevano assunto il compito di far sì che la Costituzione venisse tradotta in modo coerente negli ordinamenti e nelle scelte ordinarie, diventasse la guida ispiratrice dello strutturarsi di una società italiana ancora profondamente segnata dalla pesante eredità del fascismo e da tante divisioni.

Vittorio Bachelet era profondamente radicato nella Costituzione e nel vangelo. Il suo atteggiamento, in anni di contestazione radicale e di inquietudini profonde che agitavano la società italiana era quello di mantenere ferma l’attitudine di dialogare, di accompagnare, di includere. Compito arduo e difficile in un tempo in cui veniva teorizzata l’eliminazione di chi non pensava in modo uguale e si diffondeva il mito della lotta armata.

vittorio-bachelet-1

La radicalità di vita da lui testimoniata non era qualcosa di eccezionale: era piuttosto il suo impegno sereno nella vita della famiglia attento alle piccole cose di ogni giorno, la cura nell’organizzare da giurista le forme dell’organizzazione militare e della pubblica amministrazione secondo l’art 11 della Costituzione secondo cui ‘l’Italia ripudia la guerra’ (fu professore di diritto amministrativo a Pavia, Trieste e poi Roma), il rigore con cui da professore preparava le sue lezioni con sguardo fiducioso e attento ai suoi studenti, l’impegno ad assumere responsabilità nella chiesa per attuare il Concilio Vaticano II,  la pazienza nel dialogare con i figli che portavano a casa le obiezioni e i malesseri di una generazione che viveva i rivolgimenti profondi dell’epoca delle rivolte studentesche.

Nella celebrazione del suo funerale le parole di preghiera del figlio Giovanni, tornato dagli Stati Uniti dov’era a studiare, diedero espressione ai sentimenti che in quel momento erano presenti in una famiglia unita: «Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà, perché senza togliere nulla alla giustizia, che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri».

Furono parole che diedero a pensare, che suscitarono stupore e lasciarono interdetti anche tanti del mondo laico. Furono parole che esprimevano la radicalità e la serenità del vangelo a fronte della logica disumana del terrorismo, svelandone la sua inconsistenza e indicando altresì la possibilità di un modo nuovo di concepire l’esistenza, secondo vie di giustizia e nella ricerca della vita e non della morte degli altri.

Così ricorda quel momento lo stesso Giovanni «Con mamma, mia sorella, gli zii decidemmo di provare a dire quello che avrebbe detto mio padre di fronte a persone non troppo abituate ad ascoltare il messaggio del Vangelo, per lui così importante. Purtroppo di funerali di Stato ce n’erano tanti in quel periodo e una volta, con il suo tono un po’ burlone, riferendosi a un paio di politici notoriamente non cattolici mi disse: ‘Certo sono situazioni tragiche, ma chissà che tutte ’ste messe non gli facciano bene…’. Noi tentammo di fargli fare una buona figura, riaffermando i valori della democrazia e della Costituzione a cui papà aveva dedicato la vita”. («Vi racconto papà Vittorio Bachelet» intervista a Giovanni Bachelet a cura di Giovanni Bianconi, “Corriere della Sera” 10 febbraio 2020).

Giovanni, ricordando la tensione di quegli anni – era il tempo dell’omicidio Moro avvenuto due anni prima, dice: “Proprio sotto l’attacco del terrorismo era necessario spegnere le strumentalizzazioni antidemocratiche, sebbene ci fosse la sensazione di trovarsi sul ciglio del burrone”.

E richiesto di un suo parere sul fatto che a distanza di molti anni gli assassini di Vittorio Bachelet, dopo aver scontato le pene previste sono tornati liberi, osserva: «Hanno fatto il percorso rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, e ritengo che mio padre come Aldo Moro, due persone che hanno dato la vita per la Repubblica e lo Stato di diritto, non possano che rallegrarsi di ciò. L’incontro con i terroristi non l’ho mai cercato; l’ha fatto mio zio Adolfo, fratello di papà, che era un gesuita. A me è capitato casualmente, anni dopo, di stringere la mano alla donna che sparò a mio padre, e non ricordo particolari sensazioni. Nella legislatura in cui sono stato deputato, assieme a Sabina Rossa e Olga D’Antona (figlia e moglie di altre due vittime delle Br, ndr ) presentammo un disegno di legge per interrompere la prassi di pretendere dagli ex terroristi un contatto con i familiari delle persone colpite, a riprova del loro “sicuro ravvedimento”; proponemmo che ad accertare “il completamento del percorso rieducativo” fossero solo giudici e operatori penitenziari, senza mettere in mezzo i parenti delle vittime. Ma la proposta non venne nemmeno posta in discussione”. (ibid.)

Intervenendo a Palazzo dei Marescialli nel ricordo di Vittorio Bachelet come giurista il presidente Sergio Mattarella ha offerto importanti elementi per scorgere la testimonianza di radicalità nell’ordinario propria della testimonianza di Vittorio Bachelet (U.Magri, Vittorio Bachelet giurista mite assassinato perché dialogava, “La Stampa” 12.02.2020). Le Brigate Rosse lo individuarono come un nemico e quale bersaglio simbolico nella loro lotta. Per chi praticava la eversione armata Bachelet costituiva un grande pericolo, l’antitesi della teorizzazione dello scontro in cui l’avversario politico diviene nemico senza volto, privato della sua dignità e indicato come obiettivo da eliminare. Bachelet con il suo fare mite, con la sua cultura giuridica, con il suo profondo rispetto per l’altro, con il suo impegno e testimonianza era una denuncia dell’inconsistenza di una visione della vita umana nei termini di conflittualità e di guerra. “Dimostrava con la sua azione che è possibile realizzare una società più giusta senza mai ricorrere alla contrapposizione aspra e pregiudiziale. Era convinto che nell’impegno sociale, in quello politico, in quello istituzionale, proprio attraverso il dialogo fosse possibile ricomporre le divisioni, interpretando così il senso più alto della convivenza”. Proprio il suo essere uomo di dialogo costituiva la radicalità del suo vivere il riferimento al vangelo e nel contempo la fedeltà all’architettura di uno stato democratico e pluralistico.

La sua visione della politica era riassunta in questa espressione: la politica come “corresponsabile costruzione della città, in cui ognuno deve portare il contributo delle sue capacità in vista della costruzione di quel bene comune che rappresenta il fine relativamente ultimo della politica. Vi è infatti un modo diffuso di fare politica che non si limita alla partecipazione nei partiti e nelle istituzioni, ma che riguarda ad esempio il competente esercizio di un mestiere e di una professione, che rappresenta in sé un alto valore politico. L’impegno politico non è altro che una dimensione del più generale e essenziale impegno a servizio dell’uomo” (testimonianza di Giovanni Bachelet – Cesena 2011)

La radicalità del vangelo, che si esprime nella mitezza nonviolenta che offre possibilità di parola e di riconoscimento dell’altro fino alla fine, la radicalità di fedeltà alla Costituzione che pone tra i principi fondamentali la dignità della persona umana e la struttura democratica del convivere è una radicalità vissuta da Vittorio Bachelet non in gesti eccesionali, ma nella ordinario di un impegno quotidiano di semina che mantiene anche nel tempo del lutto e della tempesta la serenità e la semplicità di sguardo nutrito del vangelo e della Costituzione.

Così egli scriveva nel 1976: “non vi è forza politica che sempre – ma specialmente in un momento come questo – possa proporsi come orientamento e guida del paese se non ritrova i valori morali profondi della sua forza ispiratrice. Non si tratta solo degli scandali che turbano l’opinione pubblica: anche gli sbagli più gravi possono essere occasione di una ripresa morale quando l’ispirazione etica che guida e sostiene l’azione politica ha una forza capace di vincere nel bene il male. Si tratta di sapere se nella intricata e mutevole vicenda della nostra storia, e in particolare in quella del nostro paese, v’è un ideale di uomo e società capace d’incidere in questa storia e di orientarla a servizio dell’uomo; capace di costituire un punto di riferimento e una forza traente al di là di vittorie e sconfitte, di successi e di soluzioni subite: capace di confrontarsi su altre proposte e altri valori senza intolleranze ma senza lasciarsi intimidire; capace di affrontare non con operazioni di piccolo cabotaggio, ma con animo grande i temi essenziali della vita dell’uomo, della difesa della sua dignità, della sua famiglia, del suo lavoro, della sua cultura, della sua responsabilità, della sua libertà nella giustizia e nella pace”. (Vittorio Bachelet, Ritrovare una profonda ispirazione, “Coscienza”, 2/1976, 28 (in V. Bachelet, La responsabilità della politica. Scritti politici, a cura di Rosy Bindi e Paolo Nepi, Roma, AVE, 1992, 104-105).

Alessandro Cortesi op

VIII domenica tempo ordinario – anno A – 2017

img_2622(Beato Angelico, Discorso della montagna – Firenze san Marco)

Is 49.14-15; 1Cor 4.1-5; Mt 6,24-34

“Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”. All’origine della fede biblica sta la percezione di una presenza vicina. Il Dio dei profeti non idolo muto, non si confonde con un’entità impersonale, lontana, né ha il profilo di un dominatore assetato di pagamenti e sacrifici. Non è il ricattatore che minaccia terrore in cambio di sottomissione e per garantire tranquillità e pace. Per parlare di Dio i profeti riprendono esperienze umane. Così il volto di Dio ha un profilo femminile: come di donna che tiene in braccio un bambino, come di chi si prende cura delle piccole cose della vita. Se anche una donna potesse dimenticarsi del proprio figlio… “io non ti dimenticherò mai”. Dio ha volto umano, è qualcuno che non si dimentica. Il volto di Dio reca i tratti di un’umanità bella, di tenerezza e rispetto, dove non c’è traccia di possessività, dominio, violenza. E’ questa forse proiezione della nostalgia di bene presente nel cuore umano? O è accoglienza di un venire, di un manifestarsi che sta prima e da cui proviene anche ogni nostra nostalgia? Di gratuita comunicazione dell’origine che non è invenzione di ingegno umano ma scoperta da accogliere e custodire con stupore? Per l’esperienza dei profeti, uomini di fede, l’incontro con Dio apre a scoprire orizzonti nuovi della propria vita. La sua presenza non genera paura ma a Lui ci si può affidare, senza riserve. Nel suo sguardo di cura si può trovare un senso che non è un ideale, pur alto e nobile, ma è relazione di vita, incontro vivente. Dio si prende cura e non dimentica le sue creature.

E’ questa l’esperienza di Dio che traspare dalla vita di Gesù, uomo radicato nella fede dei suoi padri. Nei suoi gesti e nelle sue scelte traspare un’umanità serena, matura. Gesù non si lascia sommergere dalle cose. Non si lascia schiacciare da angustie e pesi. Il centro della sua vita non sta nelle cose, nell’inseguimento di ricchezze. E’ uomo che sa godere delle cose, sa provare stupore di fronte al bello, lo sa scovare tra le pieghe del quotidiano, nei volti di persone senza grandezza. Sa gioire insieme di tutto ciò che riempie la vita ma non se ne rende servo. Non ha posto il senso della sua esistenza nel possesso, e neppure nella ricerca di una fama e di un’affermazione di sè. Non ha interesse a farsi vedere grande, anzi la sua preoccupazione è per altro, è davanti ad un Altro. Tutta la sua vita è spossessata – in questo senso è povero – nel divenire disponibile a stare in ascolto di quanto il Padre chiede a Lui e nel dare ospitalità. Non ha abitazione propria ma il suo cuore è abitato e vi è spazio per gli altri dimenticati, esclusi e senza futuro. Il suo stare davanti al Padre è sereno, di chi sa cos’è l’affidarsi e la sicurezza di essere accolto. Sa di essere ospitato, pienamene nelle sue mani. A partire da questi suoi atteggiamenti la prima comunità parla di lui come del ‘figlio’. Al cuore della sua vita sta una fiducia radicale che comunica nei gesti di far sentire fratelli e sorelle quelli che incontra. Nei tratti della sua vita si scorge l’ineffabile di una comunione unica con Dio, il Padre.

Nelle sue parole egli comunica questa esperienza. Ne parla facendo scorgere come essa sia nostalgia dell’esistenza umana: non preoccupatevi di cose che per quanto appariscenti, grandi e importanti non possono riempire tutta la vita… C’è qualcosa di più grande e più profondo. Non si può mettersi al servizio di un padrone umano per quanto grande importante esso sia. E’ annuncio di una libertà faticosa. Tanto meno ci si può asservire ad inseguire cose che limitano il senso della vita ad illusioni di grandezza, a qualcosa che passa e non costruisce dono, condivisione.

Nel discorso della montagna Gesù chiede ai suoi di non preoccuparsi, di non angustiarsi. Certo ci sono cose che possono avere importanza ma non possono divenire il senso totale e pieno dell’esistenza. C’è una passione da coltivare, questa sì: l’autentica preoccupazione di orientare la vita a costruire rapporti di ospitalità data e ricevuta, di parola condivisa, di accoglienza della creazione, di prendersi cura. Tutto il resto è da porre in funzione di questo orizzonte. E questo libera e allarga mente e cuore. Allarga soprattutto a riconoscere gli altri, a scorgere la vita della natura, ad aprirsi a dimensioni profonde dell’essere che fanno toccare un infinito presente in noi: “non preoccupatevi per la vostra vita…Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. (…) Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Un invito proviene dalle parole di Paolo ai Corinti: “ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele”. Anche questo è un invito liberante: si può scoprire di essere chiamati ad una consegna, amministratori, non padroni. La vita stessa è dono affidato e ci interpella non da possessori da chiamati, a rispondere a… a rispondere di…. La vita viene sciolta quale percorso di restituzione nel custodire. E’ luogo in cui comunicare il volto materno di un Dio che si prende cura. E’ spazio per scorger come Dio si comunica nella fragilità.

img_2650(Beato Angelico, Pala di Annalena – dopo il restauro 2017 – part. – Firenze san Marco)

Bellezza e parola

Gesù nel discorso della montagna usa parole che danno voce alla bellezza. In questo si manifesta poeta. Jean-Louis Chrétien è filosofo e poeta. Particolarmente sensibile al valore della parola. Da filosofo riflette sulla bellezza e sulla parola che proviene dal silenzio e si fa espressione di lode e di gratuità. In un suo libro dal titolo L’arca della parola, rinvia all’immagine dell’arca di Noè che al tempo del diluvio ha ospitato uomini animali e cose facendoli giungere oltre la distruzione delle acque.

L’arca della parola presenta un duplice significato: nella parola come arca si possono radunare tutti gli esseri del mondo e si può attuare una custodia premurosa di ogni realtà. Ma anche nella parola coma arca anche noi stessi siamo ospitati e custoditi: “La parola è l’unica arca perché è l’unico memoriale e la sola promessa… Non possiamo far entrare ogni cosa nell’arca della parola se non perché essa stessa ci ha già custodito” (L’arca della parola, Cittadella Assisi 2011,28).

Ritroverei qui spunti per sondare la parola di Gesù, parola che accoglie e sa custodire e nel medesimo tempo parola che sgorga da una custodia. Gesù è poeta innanzitutto perché con la sua parola sa scorgere e far parlare il segreto delle cose. Le sa sfiorare con il suo sguardo. Non ne prende possesso, non le sciupa calpestandole. Di fronte a cose piccole e ordinarie, guardando i gesti della vita ne scorge un senso, una profondità inattesa. Gesù sa parlare di Dio parlando delle cose. Il suo è un parlare laico, aperto a tutti, non fatto di retorica religiosa. Lascia la porta aperta senza esigere condizioni di appartenenza per ascoltarlo: nella realtà scorge orizzonti che la bellezza apre. Sa scorgere la presenza di Dio racchiusa nella piccolezza della vita ordinaria.

“Che la parola umana sia un’arca mette incessantemente in gioco e in opera la sua possibilità di accogliere, offrire riparo, proteggere ogni luminoso ricominciare del mondo, riprendendo, traducendo, rilanciando i suoi appelli mormorati, i silenzi che reclamano il verbo, il suo urgente alludere (…) perché la cose possano essere convocate dalla nostra parola occorre che abbiano già in qualche modo provocato il nostro sguardo e la nostra voce, e occorre anche che abbiano fatto una sorta di irruzione davanti a noi inquietandoci. La bellezza non è la sola di queste provocazioni sicuramente è però la più autorevole. Che cosa dice? E può dire addio, ossia inviare a Dio, convocare una risposta in cui la riconoscenza e il grazie intimo non abbiano più fine?” (L’arca della parola, 127-128)

Di fronte alla bellezza la parola di Gesù si pone come gesto di meraviglia, di risposta ad una chiamata, di stupore che si ferma e raccoglie.

“Il bello, la bellezza racchiudono un appello. Un appello è più di una chiamata. E’ invito ad un coinvolgimento, ad una risposta che si fa rispondere di qualcosa e rispondere a qualcuno: Il bello ‘chiama manifestandosi e si manifesta chiamando. Che il bello ci attiri, ci metta in movimento verso di sé, ci muova, venga a cercarci là dove siamo affinché possiamo ancora cercarlo, questo è il suo appello e la nostra chiamata (vocation)’ (J.-L. Chrétien, L’appel et la réponse, Minuit 1992, 19)

Gesù si è lasciato toccare e smuovere dalla bellezza racchiusa nelle cose e questa chiamata ha suscitato una sua parola. Gesù è poeta anche perché sa lasciarsi toccare dalla bellezza. Si lascia interrogare dalla bellezza, la accoglie, ne fa spazio dentro di sè: la bellezza di una natura i cui i gigli fioriscono con i vestiti più belli di ogni tessitura e in cui gli uccelli del cielo tracciano i loro voli, sono per lo sguardo di Gesù luogo per il germinare di una parola sulla vita. Gesù sa scorgere la gratuità come il respiro profondo delle cose.

“Ciascuno di noi, nel corso della sua vita, ha fatto esperienza della bellezza, in molti modi e tante volte. Un uomo è qualcuno la cui quiete è stata minacciata dalla bellezza, sebbene avrebbe potuto mettersi al riparo da questa minaccia e sottrarsi ad essa. Intensa o discreta, dolce o violenta, il più delle volte tale da avere entrambi i tratti, questa esperienza non ci lascia come prima e talvolta ha deciso totalmente della nostra vita (…) Non consumiamo la bellezza ma ne siamo consumati, siamo bruciati dal suo fuoco che solleva, rende leggeri, portandoci alla nostra pienezza e al compimento della nostra umanità (…) Un mondo privo di bellezza non sarebbe più che ciò che i greci chiamavano kosmos, il quale risplende. Una ricca tradizione di pensiero, che ha avuto molti e diversi sviluppi, ha visto nella bellezza un appello e fatto derivare kalos, ‘bello’, da kalein, ‘chiamare’. Ma che cosa nella bellezza chiama, e a che cosa chiama? Chiamandoci la bellezza ci com-muove, ovvero ci tocca, viene a toccarci là dove siamo mettendoci in cammino e sulla strada affinché non restiamo là dove siamo, e affinché non restiamo ciò che siamo. Ma dove conduce questo cammino? (L’arca della parola, 129-130)

Gesù ha saputo pronunciare parole rispettose del mondo e nel contempo parole che hanno fatto risuonare un significato profondo. La sua parola può essere letta come arca che raccoglie e sa ospitare. Ed egli è anche poeta perché la sua parola non solo si lascia concepire dall’accoglienza delle cose, ma è feconda di qualcosa di nuovo. Sa infatti generare qualcosa in chi lo ascolta: è appello e in questo si fa azione: è un fare ‘poiein’ che non si misura nei termini dell’efficienza, ma nel generare ascolto e cambiamento del cuore. Le parole di Gesù sono così anche appello alle nostre parole, che siano capaci di rispondere a… e di rispondere di…:

“Che nella nostra parola abbiamo il compito di rispondere alla bellezza del mondo e di rispondere di essa, non lo afferma soltanto la fede biblica e non si tratta soltanto di un compito religioso. Gerusalemme esprime la propria gratitudine, ma anche Atene ha un suo modo di lodare, la filosofia. La risposta che la filosofia dona al mondo è il pensarne l’ordine e la bellezza (come indica il termine kosmos). Non ogni gratitudine svolge, certo, opera di pensiero filosofico, ma ogni opera di pensiero autentico è gratitudine. (…) Pensare e ringraziare (denken und Danken) scrive tra gli altri Paul Celan, nella lingua tedesca sono parole che hanno la medesima radice (…)” (L’arca della parola, 182).

Nelle parole di Gesù come parole che custodiscono gratitudine, sta una traccia per poter dire parole che sappiano liberare la parola muta del mondo.

“Il mondo stesso è carico di parola, convoca la parola e la nostra parola perché risponda, ma non chiama se non rispondendo esso stesso già alla Parola che lo ha creato. Come potrebbe essere estraneo al verbo ciò che sussiste, secondo la fede, soltanto per il Verbo? Non si tratta di sapere se la natura ‘provi’ o ‘non provi’ l’esistenza di Dio ma di ascoltare il suo silenzio come voce visibile (…) La parola che pronunciamo sul mondo non viene da un altro mondo né gli è estranea, almeno non più di quanto lo siamo noi. Essa non si propone di imporgli dall’esterno, per nostra iniziativa, un significato arbitrario: essa vuol far risuonare il significato di cui è portatore e che, senza di noi, non può portare compimento. Cantare il mondo è tentare di concentrare il suo coro profuso e confuso nella chiarezza tremante della nostra voce umana” (L’arca della parola, 200)

Alessandro Cortesi op

Navigazione articolo