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XVII domenica tempo ordinario – anno B – 2021

2Re 4,42-44; Ef 4,1-6; Gv 6,1-15

Il profeta Eliseo di fronte  ad una offerta di primizie recate a lui come uomo di Dio invita a compiere una distribuzione nel dare pani alla gente. «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». I venti pani d’orzo e grano novello, cibo dei poveri, sono distribuiti ad un gran numero di persone e per tutti ce n’è a sufficienza: non solo tutti poterono mangiare ma i pani distribuiti sono sovrabbondanti e ne avanzano, secondo la promessa del Signore. La parola del profeta lascia spazio al compiersi di quello che vuole il Signore: pochi pani sono poca cosa eppure il dono, il metterli a disposizione sfama tanta gente. Quel poco rivela nell’essere distribuito una sorprendente abbondanza.

L’intero capitolo 6 del IV vangelo si svolge attorno al segno dei pani. Gesù compie segni sugli infermi, segni che indicano un mondo nuovo, la cura perché chi soffre abbia vita. E c’è una gran folla. Gesù è preoccupato di dare da mangiare: è attenzione concreta, immediata, risonde ad una attea e ad una fame che sa leggere in quei volti davanti a lui. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» Filippo si fa portavoce del dubbio di poter sfamare tante persone anche andando a comprare il pane:  la folla è immensa – sono indicate cinquemila persone – e il denaro non basta. Ma c’è un piccolo gesto che interrompe una situazione senza speranza. E’ la disponibilità di un ragazzo: cinque pani e due peci che vengono messi a disposizione. “Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Andrea scorge l’insignificanza e la pochezza di quei pani e dei pesci. Ma quel gesto di donoè accolto e continuato da Gesù che apre spazio ad una distribuzione senza limiti. “Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano”. Lui stesso comincia a distribuirli. Attorno ai tre gesti del prendere, ringraziare, dare si genera l’impossibile, l’inatteso. Quel poco diviene corrente inestinguibile che viene incontro alla fame di tutti. Dall’accoglienza, nel ringraziamento, nella condivisione di un dare senza riserve e senza trattenere sorge una realtà nuova. 

Il racconto di questa distribuzione porta a scorgere quell’esperienza così presente nella vita di Gesù, il mangiare insieme con gli altri: un pasto comune diviene oggetto di una lettura che lo rende un racconto di segno con riferimenti rilevanti alla cena eucaristica, e ai gesti di Elia e di Eliseo.

Il IV vangelo presenta infatti l’episodio dei pani in un luogo distante dai centri abitati e lo colloca temporalmente in riferimento alla Pasqua vicina.  Sono allusioni all’episodio della manna e delle quaglie nel deserto (Es 16; Num 11) e alla figura del profeta atteso come Mosé che avrebbe rinnovato il miracolo della manna.

Gesù stesso distribuisce il pane ed invita a raccogliere quanto è avanzato perché nulla vada perduto. I canestri in cui vengono raccolti i pani avanzati sono dodici, un numero che si riferisce alle dodici tribù del popolo d’Israele orientato a comprendere  l’intera umanità.

Di fronte al segno dei pani però da parte della folla sorge un’incomprensione: riconoscono in Gesù un profeta e vogliono prenderlo per farlo re: “Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò sulla montagna tutto solo”. Gesù prende le distanze da una ricerca di un messia che corrisponde ai bisogni ed è visto come soluzione ai problemi immediati.

Il segno dei pani è richiamo esigente ad un modo nuovo di vivere nella linea della condivisone della distribuzione. Gesù stesso nel gesto di distribuire i pani manifesta il suo volto. E’ lui stesso pane della vita (Gv 6,35): “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”.

Alessandro Cortesi op

Pane e fame

Un recente rapporto di Oxfam riporta i dati sulla fame nel mondo in questo nostro tempo. A distanza di un anno mezzo dall’inizio della pandemia emerge da questo dossier come si sia verificata una crescita sorprendente del numero di persone che nel mondo vivono nel rischio di una carestia. Sono 155 milioni di persone sulla terra che non hanno una situazione alimentare sicura. Il loro numero è cresciuto di 20 milioni rispetto al 2020.

Il rapporto indica come “il virus della fame” si stia moltiplicando perché le persone che rischiano di morire per la fame sono quasi il doppio di quelle che sono vittime del contagio della pandemia Covid.

Le cause della condizione di fame nel mondo sono sintetizzate in tre ‘C’. La prima è infatti quella dei conflitti. Quasi 100 milioni di persone in 23 paesi della terra si trovano a vivere in regioni in cui sono in atto  conflitti armati e violenza.

Le guerre non sono solo causa della fame ma tra guerra e fame è presente un rapporto di relazione, perché in molti paesi in cui sono presenti conflitti la mancanza di cibo viene utilizzata come un’arma: vengono lasciate popolazioni senza accesso all’acqua e a beni di prima necessità e vengono impediti gli accessi degli aiuti umanitari. 

La seconda causa è la diffusione del Covid-19 e la crisi economica aggravata dalla situazione della pandemia. In molti paesi del mondo è stato interrotto il ciclo della produzione di alimenti tra il 2020 e gli inizi del 2021 e contemporaneamente si è verificato un aumento della disoccupazione a livello globale. Ma anche le disuguaglianze nel poter accedere ai vaccini a causa degli interessi economici delle aziende farmaceutiche e delle politiche egoiste dei Paesi ricchi, sono un fattore che impedisce i processi di uscita dalla miseria per moltissimi.

Una terza causa è la situazione di emergenza climatica in atto alle varie latitudini, che costituisce una tra le principali ragioni che spinge le persone a lasciare la propria terra e la propria casa, costringendole nella condizione di sfollati interni o di rifugiati. Le situazioni di conflitto e di crisi climatiche hanno costretto 48 milioni di persone a fine 2020 a trovarsi nella condizione di sfollati interni. Nel rapporto si legge: “I disastri climatici sono stati i principali responsabili del fatto che quasi 16 milioni di persone in 15 Paesi hanno raggiunto livelli critici di fame” (p.8). Nel cosiddetto “corridoio arido” centroamericano (Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua) è registrato un rapporto tra aumento delle vittime per fame e delle situazioni di emergenza alimentare e disastri climatici. Nel 2020 vi sono stati 30 uragani climatici, con un incremento di circa il doppio di fenomeni rispetto all’anno precedente.

Ciononostante le spese militari sono aumentate e a livello globale ha registro un incremento di 51 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra esorbitante, che grida scandalo al solo pensiero che equivale a sei volte e mezzo rispetto a quanto richiesto dalle Nazioni Unite per la lotta alla fame a livello globale.

Nel rapporto sono tristemente evidenziate ed elencate le regini della fame più terribile: sono innanzitutto lo Yemen, in cui è in atto da sei anni  un conflitto che ha conseguenze devastanti soprattutto sui bambini che muoiono per  malnutrizione e malattie. Nel Paese oltre 4 milioni di persone sono sfollati interni e vivono nella insicurezza alimentare. Una condizione aggravata da inondazioni e disastri climatici.

In Afghanistan vi è stato un aumento della fame estrema: “Non vi è esempio migliore di un Paese colpito dalle tre C letali: Covid-19, conflitto e crisi climatica. In Afghanistan la seconda ondata del virus, aggravata da un’impennata di violenza a seguito del ritiro delle truppe statunitensi, ha provocato forti perdite economiche, occupazione irregolare, massicci movimenti di sfollati e un forte calo delle rimesse” (p.11).

Vi è poi il Sud Sudan, un paese con età media della popolazione giovanissima, dove l’82 % degli abitanti vive tuttavia in una condizione di estrema povertà e circa 7,2 milioni di persone a rischio di fame. “Nella regione del Sahel Occidentale, comprendente Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, la curva della fame evidenzia un’impressionante impennata del 67%” (p.12).

In America del Sud è il Venezuela il paese in cui più del 90 % della popolazione non può accedere ad una alimentazione sufficiente. La situazione di crisi economica e l’inflazione crescente hanno generato nel Paese una crisi umanitaria.

Ma accanto a questi Paesi in cui sono in atto situazioni e sofferenze drammatiche di uomini donne e bambini che muoiono per fame, altre regioni si affacciano nella condizione di crisi alimentare: tra di esse il Brasile in cui la pandemia ha avuto diffusione devastante anche per le responsabilità del governo che non ha posto in atto strumenti per fronteggiarla. Da qui la interruzione di attività economiche ed altre disastrose conseguenze per la popolazione.

Anche l’India ha visto milioni di persone dover fronteggiare una drammatica mancanza di cibo e si è registrata la necessità di ridurre l’apporto di cibo per la maggior parte della popolazione. Anche la chiusura delle scuole  in cui milioni di bambini potevano ricevere un pasto quotidiano ha avuto come conseguenza il non poter sfamare questi piccoli.

Così pure il Sudafrica, benché fosse un Paese considerato sicuro inizia ad essere una regione in cui più di 24 milioni di persone soffrono l’insufficienza di cibo.

Lo sguardo a questa realtà nel mondo non può non richiamare ad un’impostazione diversa nelle politiche di produzione e distribuzione del cibo e soprattutto è un richiamo per un radicale cambiamento di stili di vita. In un mondo dove vi sarebbe il cibo per tutti, il fatto che innumerevoli persone soffrono per fame suscita una domanda che dovrebbe condurre ad una lotta innanzitutto contro l’industria e il commercio delle armi che alimentano i conflitti, ad un impegno per promuovere rapporti di solidarietà con i paesi vittime di politiche inique e ingiuste – con abolizione dei brevetti dei vaccini mentre la pandemia continua a diffondersi – e per contrastare i cambiamenti climatici che sono una delle cause di tale situazione. 

Alessandro Cortesi op

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