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XXVII domenica tempo ordinario – anno B – 2018

IMG_1254Gn 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16

Il capitolo 2 di Genesi è racconto che non intende ricostruire un passato primordiale, ma pone la domanda sul senso della vita umana e del cosmo. Nella vicenda della creazione in filigrana si deve cogliere il senso di un cammino che è il cammino umano. L’essere uomo è presentato nella sua condizione di solitudine e di desiderio di vivere in relazione con altre creature. E’ posto in un giardino, un mondo di creature belle che stanno attorno a lui e a cui è chiamato a dare un nome entrando in relazione. Nel racconto di Genesi l’uomo ha ricevuto il compito di dare un nome alle altre creature: “il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”. Dare il nome è azione di chi è custode e si prende cura con attenzione. Ma emerge una apertura costitutiva del cuore a rapportarsi a qualcuno di ‘simile a lui’. “Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse”. C’è una sete di incontro che va oltre la presenza delle creature e della presenza di Dio stesso.

Nel cuore umano è presente il bisgono di un tu, qualcuno capace di pronunciare il suo nome: ‘l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile’. Sperimenta la mancanza di qualcuno che ‘gli stia di fronte’ capace di dialogo, di reciprocità. “E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Viene così descritto il dono di un altro a lui simile, una presenza che ‘sta di fronte’. E’ dono di Dio, e Dio agisce nel sonno di Adamo. “Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo”. Al suo risveglio si trova di fronte una presenza nuova, segno di gratuità. E’ presenza inattesa e insperata: è parte di lui e nello stesso tempo è diversa: gli sta di fronte. ‘carne della mia carne, osso dalle mie ossa’: così canta Adamo.

Questo dono è accolto con gioia e meraviglia: “…la si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta”. I nomi che indicano uomo (ish) e donna (isha) sono uguali e nello stesso tempo diversi. La medesima radice che indica una comunanza nella medesima vita e nel contempo una differenza che indica l’impossibilità di pensare l’altro come uguale a se stesso ed apre all’avventura del riconoscimento dell’alterità e delle diversità per vivere un incontro nello starsi di fronte.

Da questo dono al principio sorge la chiamata a percorrere la storia dell’incontro. “Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola”. La ‘carne’ che l’uomo e la donna sono chiamati a compiere è una vita, non è una teoria. E’ unità sempre da ricercare nella differenza e nel dialogo.

Dall’essere simili e diversi sorge la bellezza e la fatica della comunicazione. Bellezza perché da lì inizia l’avventura dell’inconro che porta ad uscire dalla terra, dalla casa di origine, da se stessi. Come nel cammino di Abramo è cammino di uscita e di fede. Fatica perché lo stare di fronte all’altro implica un cambiamento, l’apprendimento a non voler riddurre l’altro a sè. Il riconoscimento di essere simili carne della mia carne, può divenire incomprensione della diversità e della libertà dell’altro.

“E’ lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie?” Gesù è posto di fronte alla provocazione di chi vuole metterlo di fronte alla legge e alle sue determinazioni che non considerano la vita e peraltro si pongono in un’ottica di discriminazione per cui l’uomo solo può ripudiare la moglie. La sua risposta è rinvio al progetto di Dio, che rinvia a quel principio dei racconti di Genesi, in cui è offerto non tanto la fissazione di una legge ma è delineato l’orizzonte ultimo a cui tendere. Richiama alla responsabilità del cuore. Dio ha un progetto di amore per ogni uomo e donna e Gesù invita a vivere la fedeltà verso ciò che Dio ha congiunto nello scoprire la propria responsabilità in questo incontro con Dio e con gli altri. Richiama così il disegno originario di Dio quale orizzonte di fondo che nessuna esperienza compie in pienezza ma a cui è chiamata a tendere in fedeltà alle sue chiamate.

Alessandro Cortesi op

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Incontro e chiusure

In un puntuale commento ai primi libri di Genesi sui racconti della creazione Lidia Maggi (Maschio e femmina Dio lo creò, “Esodo” 3,2018) sottolinea come la parola di Genesi ‘Facciamo l’essere umano a nostra immagine e somiglianza…” (Gen 1,26) possa essere interpretata nel senso di scorgere nel ‘noi’ plurale, soggetto del ‘facciamo’, come comprendente l’opera di Dio creatore e generatore di vita e l’opera stessa dell’essere umano chiamato a farsi in un divenire continuo. Quindi un riferimento a Dio e all’umanità contemporaneamente. Non si nasce umani, ma lo si diventa scoprendo la relazione che è chiamata nella vita. Il capitolo 2 di Genesi parla così dell’umanità impastata di terra (Adam da adamah/terra), in relazione con la terra, e situata in un legame con l’altro. L’impatto con la differenza e il cammino dell’incontro si attuano nella vita di coppia, nello stare di fronte all’altro, riconoscendone la diversità: “La creatura umana ha bisogno di un tu orizzontale, qualcuno che possa incontrare, in una relazione di riconoscimento e differenza” (ibid.).

Nell’incontro è presente una apertura ma anche l’ombra della crisi, quando il rapporto è inteso nel senso del dominio, dell’esclusività, del non riconoscimento dell’altro, della pretesa di ridurre l’altro/a a se stessi. L’esperienza di coppia come pure di ogni relazione può essere luogo di scoperta di un progetto di Dio del divenire umani, nell’incontro che cambia, che fa uscire da sé, in un esodo di liberazione, oppure può divenire il luogo di una chiusura che erige muri, esclude presenze e disumanizza:

“Nell’esperienza di coppia si può sperimentare una sterilità ben più tragica di quella biologica, quando l’io rimane ancorato a se stesso, quando l’in-contro avviene senza un’uscita dal sé originario (padre e madre). La coppia, come esperienza di eccedenza del sé, più che immagine radicale di tutte le altre alterità e del dinamismo della relazione, può deformarsi in esperienza difensiva di chiusura. La coppia, dogmatizzata, moralizzata, rischia di non rimandare più a quel laboratorio di passioni che si espandono, a quel giardino dove si impara un alfabeto che l’umanità è chiamata a parlare anche altrove. Se viene meno la dialettica dell’in-contro – e può venir meno persino in nome di Dio! – la coppia torna a vivere l’esperienza del bastare a se stessa. (…) Non è proprio questo un nodo del nostro presente? Dove l’esperienza di coppia perde il mondo, ripiegandosi in un’intimità, (…) incapace di scommettere sulla condizione relazionale dell’umanità intera, sulla sua irriducibile pluralità. La coppia funziona se c’è differenziazione, ma non solo al proprio interno; se non pretende di avere l’esclusiva sull’esperienza di alterità” (ibid.).

Intendere i rapporti nell’egoismo che chiude e impedisce l’incontro è la malattia mortale che contagia i nostri giorni. Esperienze di incontro, di novità di vita condivisa sorgono nelle periferie a ricordarci che l’avventura dell’incontro è possibile in termini nuovi quando vi è ascolto del grido dei poveri nella storia.

L’esperienza di Riace, un paese disabitato e abbandonato che negli ultimi vent’anni è tornato a vivere in virtù dell’incontro con gli immigrati è stato esempio di questa ‘possibilità dell’impossibile’. Ma in questi giorni il suo sindaco Mimmo Lucano è stato posto agli arresti domiciliari per la sua opera di accoglienza.

La Rete dei 164 Comuni Solidali italiani (Re.Co.Sol.) ha manifestato sconcerto a fronte di tale decisione del Gip: «Che nella Locride in cui la ‘ndrangheta spadroneggia si arresti Domenico Lucano è paradossale. Quando il sindaco di Riace fu accusato di molteplici reati non esitammo a schierarci dalla parte del sindaco certi della sua innocenza. Oggi nelle parole del Gip ne troviamo la conferma, Lucano non avrebbe colpe. Ma nel corso delle indagini sarebbero emerse altre irregolarità che oggi hanno portato all’arresto del sindaco di Riace» (da http://viedifuga.org/)

«Lucano – continua il comunicato della Rete – viene accusato di avere cercato di impedire, senza nessun vantaggio personale o economico ma per un senso morale di giustizia che degli esseri umani finissero nel limbo della clandestinità. Invece di un premio per la sua umanità, in una Italia in cui cresce l’intolleranza e si restringono gli spazi di libertà, riceve le manette. Noi continuiamo a stare con l’Italia che si oppone alle leggi razziali e all’odio. Con i tanti amministratori che sul territorio combattono una pericolosa deriva xenofoba e razzista. Domenico Lucano è colpevole del reato di integrazione. A lui, a Riace e all’Italia che non si arrende la nostra incondizionata vicinanza e solidarietà» (ibid.).

Riace è simbolo di una possibilità di intendere la vita umana non nella chiusura di riduzione dell’altro a se stessi, ma nell’apertura alla novità che sorge dall’incontro laddove c’è accoglienza. Per questo la solidarietà a Mimmo Lucano e a tutti coloro che collaborano alla sua esperienza oggi è scelta irrinunciabile per chi pensa che il futuro dell’umanità sia possibile se si costruisce convivenza solidale nel farsi carico delle sofferenze degli altri.

Alessandro Cortesi op

Incroci di voci

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Un re un giorno, rese visita al grande mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un paio di forbici di rara bellezza, tempestate di diamanti. Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì al suo visitatore dicendo: ‘Grazie, sire, per questo dono prezioso: l’oggetto è magnifico; ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un ago’. ‘Non capisco’ disse il re. ‘Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le forbici!’. ‘No’, spiegò Farid. ‘Le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere’.
(J.Vernette, Parabole d’Oriente e d’Occidente, ed. Messaggero Padova 1995)

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«Il tempo ci obbliga oggi a vivere le differenze come ponti per l’incontro. Vivere le divergenze come altrettante occasioni per il dibattito e il dialogo fraterni, sereni, obiettivi e rispettosi. Vivere la pluralità come una ricchezza incomparabile. Dobbiamo anche stupirci della parte di mistero che ciascuno cela in sé. Dobbiamo poi aprirci per scoprirci e offrirci al fine di accogliere»
(Dahmane Belaid, musulmano algerino, amico dei monaci cristiani di Notre Dame de l’Atlas)

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Tempo verrà
in cui con esultanza
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti, è festa: la tua vita è in tavola.
(Derek Walcott, Amore dopo amore, in Mappa del nuovo mondo, Adelphi MIlano 1987,99)

testi citati in B.Salvarani, Vocabolario minimo del dialogo interreligioso, ed. Dehoniane Bologna, 2003, 2 ed.

III domenica di Pasqua – anno C – 2013

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At 5,27-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21,1-19

Il ritorno alla vita di prima, la delusione e la ripresa della quotidianità. Questo è il contesto in cui l’ultima pagina del IV vangelo – una aggiunta dopo una prima conclusione (GV 20,30-31) – colloca un incontro dei discepoli con il risorto. E’ il quadro di una quotidianità senza prospettive, ripiegata e centrata su di un lavoro ritrovato come rifugio per distrarsi e non pensare più. Un lavoro che non si apre ad un senso più profondo ma che si esaurisce in una fatica per stordirsi. E’ un quadro di sconforto e di rassegnazione, in cui sembra quasi che si chiuda una bella parentesi, forse troppo bella – quella dell’incontro con Gesù, del cammino insieme a lui, della speranza maturata a partire dalla sua chiamata – ma ora da archiviare e da dimenticare. Questa terra, sembra dire Pietro, non  potrà mai divenire luogo di quella speranza che aveano avvertito nel cuore quando camminavano insieme a lui. ‘Vado a pescare’ è la sconsolata conclusione di Pietro che ripropone i gesti di prima, ormai senza futuro. Cercando di raccogliere attorno a quell’impegno una vita fatta ormai di cocci che non possono più esssere messi insieme.

E’ questa esperienza vicina a ciò che si vive dopo la perdita di una persona cara, nel finire di  percorsi di vita significativi, quando rapporti d’amore s’interrompono e finiscono, o alla fine di un percorso di lavoro. I diversi passaggi della vita, il partire dei figli da casa giunti all’età adulta, la conclusione di un’esperienza di lavoro, l’abbandono di persone amate, la morte di qualcuno fanno ritornare sui propri passi, lasciano vuoto e portano senso di fallimento. E conducono a maturare il sentimento del non-senso di tutto quanto è finito, giunto a conclusione, senza più futuro.

L’iniziativa di Pietro di andare a pescare racchiude anche un rinvio simbolico ad un percorso di chiesa. Delusa, chiusa nella dimensione del fallimento, ripiegata su di sè, incapace di comprendere ciò che è essenziale. La pesca senza esito è segno di questa aridità e di una infecondità profonda.

In questa situazione Gesù si fa incontro. Proprio lì. Con la libertà di chi ama. Silenziosamente, in punta di piedi, senza eventi eclatanti, sulla riva del mare. Si fa presente con una domanda e una richiesta: ‘Non avete nulla da mangiare?’ Quella riva era stato il luogo del primo incontro.  E Gesù si fa incontro ancora,  inatteso, ripete quelle parole che aveva già pronunciato invitandoli a gettare le reti. Non è un caso se il IV vangelo riprende le parole di Gesù e l’invito che i sinottici presentano nel contesto della prima chiamata (cfr. Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11). Forse è da cogliere qui un messaggio importante: la speranza che anima la nostra esistenza non sta nella conquista o nella prospettiva di ‘magnifiche sorti e progressive’. Anche quando il senso del vuoto è grande – e sta qui il cuore del messaggio della pasqua – Gesù si fa presente nella vita come un Tu che non viene meno, non fa mancare la sua chiamata. Ha vinto la morte. La sua parola è feconda, la sua vita è feconda, non è rimasta chiusa nel buio della morte. Rovescia le situazioni di aridità e fa germogliare la terra arida… La radice dello sperare sta nella gratuità del farsi presente di Gesù, e del suo farsi vicino nella quotidianità talvolta plumbea della nostra esistenza. Si fa vicino in modo imprevedibile e difficile da riconoscere. Si fa vicino non con rimproveri, non con discorsi e neppure in modo eclatante, ma nella provocazione di una domanda e di un invito a gettare le reti. E si fa vicino nei gesti della vita: il mangiare insieme, la condivisione, la gioia del riconoscimento.

Gesù ricomincia da capo con i suoi. C’è un percorso che è ancora un inizio, ma nuovo. E’ anche un modo per dire che tutto il percorso del passato non è una parentesi da dimenticare ma è un cammino di cui ricomprendere il significato profondo. E la fede è cammino. E’ così che si può parlare di due inizi della comunità: il primo inizio sta nella luce solare di quei giorni segnati dalla prima chiamata di Gesù, nella sua iniziativa libera e gratuita di chiamare a sé quelli che volle, nell’aprir loro allo stupore di una fecondità nuova e inattesa della loro vita. Un secondo inizio si colloca dopo lo scandalo dell’abbandono e della morte – ed anche per noi un inizio nuovo della fede si genera nei momenti che sono toccati dalla prova e dalla pesantezza della vita. E’ un inizio che non avviene nonostante la morte, ma scoprendo il suo venire per primo, la sua presenza, in modo nuovo, entrando nella morte e rendendola luogo dell’amore sino alla fine. Gesù è il medesimo e non lo riconoscono. E’ il discepolo amato a dire per primo a Pietro: ‘è il Signore’. In quel sussurro sta anche l’indicazione di ciò che sta veramente al centro della vita delle chiese. Non l’organizzazione, non le strategie, nemmeno le risorse psicologiche per affrontare il futuro, ma qualcuno, la presenza di Gesù, il riconoscerlo come ‘Signore’, colui che non è rimasto prigioniero della morte. Il discepolo che Gesù amava sa leggere i segni: il riconoscimento di lui come ‘Signore’, il Kyrios, deriva dal guardare alla abbondanza di una pesca oltre ogni attesa, sproporzionata. Fecondità che la sua parola e l’accoglienza del suo invito portano a vite ormai rassegnate.

Tanti pesci: 153 e grossi. Un numero enigmatico che ha avuto vari tentativi di interpretazione: 153 è numero indicativo di tutte le genti della terra. Si tratta allora di una fecondità senza confini, senza esclusioni, per tutti, in modo nuovo, oltre lebarriere di templi, di religioni e di caste clericali. La presenza di Gesù non è solo per qualcuno ma per tutti. E 153 è anche il riferimento ad un nome (En-Eglaim) che ritorna al cap. 47 di Ezechiele: “Sulle sue rive vi saranno pescatori, da Engaddi a En Eglaim vi sarà una distesa di reti. I pesci secondo le loro specie vi saranno abbondanti come i pesci del Mare Grande” (Ez 47,10-11). In una visione il profeta vede sgorgare una corrente d’acqua sempre più abbondante dal lato destro del tempio (così come sul lato destro della barca era stata l’indicazione di Gesù di gettare le reti). E dal tempio sgorgano acque che portano vita a tutte le piante e gli animali. E viene così ripreso un tema caro al IV vangelo: il nuovo tempio, il luogo dell’incontro di Dio con l’umanità non può essere limitato al tempio di Gerusalemme. Nè aad alcun altro tempio dove Dio verrebbe rinchiuso. Il tempio è ora la presenza di Gesù, il suo corpo ricostruito dopo tre giorni (cfr. Gv 2,21-22) che diviene tempio vivente e aperto all’incontro con tutte le genti. La sua vita spesa e ogni vita spesa è tempio dell’incontro con Dio. E l’acqua porta vita: sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).

C’è una corrente di sorpresa, di apertura, e di generosità che attraversa questa pagina. Il discepolo amato dice ‘è il Signore’. Pietro si cinge i fianchi e si getta. Si cinge i fianchi: è il gesto della pasqua. I fianchi cinti, i sandali ai piedi (Es 12). Un gesto di generosità e di impulso quello di Pietro che riflette il suo carattere. E un gesto che si affianca con quello del discepolo amato che per primo riconosce il Signore.

Pane e pesce aveva preparato Gesù sulla riva su di un fuoco di brace. Eppure Gesù chiede loro: ‘portate un po’ del pesce che avete preso ora…’.   E la rete non si spezza benché fossero tanti i pesci: e il ricordo va alla tunica di Gesù, simbolo della chiesa, che sotto la croce non è stata lacerata ma era tessuta di un solo pezzo e non viene scissa (Gv 19,23-24).

C’è quest’altro motivo al cuore di questa narrazione: il tema della chiesa e del rapproto tra chiese diverse espresso nel rapporto tra il discepolo e Pietro. Forse questa pagina, scritta quando i due erano già morti (come viene evocato in Gv 21,18) vuol essere una risposta alle tensioni tra le comunità che si rifacevano alla predicazione e alla tradizione giovannea e le comunità che si riconducevano alla presenza di Pietro. Le due comunità vivono tradizioni diverse, sottolineano aspetti diversi della fede, eppure come il discepolo e Pietro possono vivere, da diversi, nella condivisione della medesima fede nel Risorto. Perché ciò che conta è l’amore che risponde al dono di presenza di Gesù.

Proprio sull’amore Pietro viene interrogato. Gesù lo chiama Simone, con il nome prima di essere stato chiamato a seguirlo. Perché tutto ora si rinnova e ricomincia: ‘Simone di Giovanni, mi ami tu?’ Pietro risponde ma usa un altro verbo, più debole, e dice: ‘Signore ti voglio bene’. Per tre volte, quasi ripercorrendo i tre momenti del suo tradimento quando non aveva riconosciuto Gesù. Quasi a capovolgere tutti quei momenti che avevano costituito nella sua vita incomprensione e allontanamento da lui che aveva rappresentato  l’incontro decisivo della sua vita. ‘Ti voglio bene’, è un ridurre le pretese, quasi un rifugiarsi in un amore a misura del possibile. E Gesù si piega: la terza volta gli chiede egli stesso ‘mi vuoi bene?’ ‘Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene’: Pietro è addolorato e dimostra di riconoscere le ferite del tradimento, e si affida: ‘tu sai tutto’. Gesù sa leggere questa apertura del suo cuore. Si accontenta e accoglie tutto quello a cui Pietro giunge e può dare, come genitore o insegnante che rinunciando ad ogni pretesa giunge ad accettare ciò che un figlio o un allievo riesce a dare. E nulla di più.  Tutto il dialogo è sull’amore, sul voler bene, su di un rapporto in cui Pietro e la sua comunità, così come Giovanni e la sua comunità, sono confrontati. Su nient’altro se non sul riconoscimento di una presenza che si fa vicina nella quotidianità delusa e stanca.

E Pietro è chiamato, ma solo dopo aver preso coscienza della sua debolezza e del suo fondarsi solo su Gesù, ad essere guida ad essere colui che pasce, aprendosi a scoprire un percorso tra comunità diverse. E tutta la sua vita trova il suo senso più profondo nella parola ‘seguimi’.

Alcune sollecitazioni a pensare per noi oggi.

La risurrezione è annuncio che l’amore, è più forte della morte. Ogni amore, anche quando è vissuto senza un esplicito riferimento a Gesù, è segno di una fecondità che va oltre l’ultimo nemico della vita umana. Gesù si fa vicino ai suoi nel buio di un’alba in cui ancora non è sorta la luce. Si fa vicino in un’esperienza di chiesa che non ha ancora colto come è lui e solo lui da mettere al centro della propria vita, senza esclusioni e aperta all’incontro con tutti. Una chiesa che scopre la fecondità dell’amore è una chiesa che si apre a riconoscere Gesù laddove ci sono i gesti della condivisione e di una vita che si fa pane. Tra le righe della pagina il riferimento va al gesto del pane e al discorso sul pane di vita di Gesù (al capitolo 6 del IV vangelo). E’ Gesù che si fa pane e tuttavia è lui che chiede i nostri pesci. Risurrezione è anche un cammino, sempre da ricominciare, che investe la fede dei discepoli. Ma il credere non riguarda solo una sfera intellettuale, è percorso di vita che implica riconoscimento di una presenza, apertura all’incontro, implica un movimento, rompere equilibri, gettarsi: un rischiare che coinvolge tutte le dimensioni dell’esistenza.

Portatemi del pesce. Gesù chiede qualcosa a noi: sono quei pochi pesci che divengono luogo di una fecondità inattesa: la fecondità dell’amore. Nessuno è così povero da non poter portare i pochi pesci, il frutto di un gettare le reti sulla sua parola, su quel fuoco di brace…

Questa pagina ci dice che la risurrezione, come  incontro con il Risorto riguarda la storia delle comunità diverse, che possono vivere insieme, ma riguarda anche tutta l’umanità: è liberazione dal male ed è possibilità di speranza per tutti e del bene per l’umanità e per il creato. Tutto è coinvolto: il mare, luogo simbolo del male, diviene luogo di una fecondità senza limiti di vita, di bene. I pesci rinvio a tutte le genti della terra, le comunità di Pietro e di Giovanni… E tutto è decentrato rispetto alla centralità di una presenza che si fa incontro e viene riconosciuto poco alla volta, leggendo i segni e buttandosi. Gesù si presenta in modi inattesi. Forse a noi non sta giudicare dove egli è: siamo però provocati a leggerne i segni della sua presenza. E a vivere innanzitutto lo stupore e la gioia di accoglierli e di scoprire la fecondità del suo agire, anche oggi, anche nel nostro mondo, anche laddove non c’è speranza. Lì dove c’è la fecondità dell’amore, lì dove c’è pane e pesce condiviso, attorno ad un fuoco di brace, lì oggi i credenti dovrebbero saper inchinarsi e gettarsi a riconoscere la presenza di Gesù e vivere la gratitudine e vivere l’eucaristia. Portando un po’ di quel pesce che viene dalle reti e che rimane dono. E lì iniziare a scoprire ed  incontrare quell’amore che accetta e valorizza tutte le nostre capacità ed anche le incapacità di amare. Così come Gesù davanti a Pietro si china a raccogliere quello che Pietro riesce a dargli, il suo abbandono o forse solo il suo desiderio e la sua nostalgia di abbandono, nonostante ogni percorso incompiuto o interrotto che solo lui sa mettere insieme riconducendo il nostro sguardo e le nostre vite a ciò che è essenziale.

Alessandro Cortesi op

Domenica di Pentecoste anno B – 2012

At 2,1-11; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27;16,12-15

Pentecoste. Festa che apre il cuore perché ci parla del soffio dello Spirito. E’ lo Spirito che dà la vita, presente nel respiro delle cose del creato. E’ lo Spirito che suscita la parola, che spinge i profeti. E’ lo Spirito grembo delle diversità chiamate alla relazione. E’ lo Spirito soffio dono della Pasqua che apre a scoprire la vita non da trattenere per se stessi ma come pro-esistenza da vivere per gli altri, da condividere.

Nella tradizione ebraica Pentecoste è festa della mietitura e memoria del dono della Torah, Parola e comunicazione. Luca, negli Atti degli apostoli vede come la vicenda della comunità di Gesù inizi con un dono dall’alto: lo Spirito come forza di trasformazione (fuoco) e di invio (vento che scuote). Inizia proprio come era iniziato il cammino di Gesù nel suo battesimo – e prima ancora al suo concepimento: ‘Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra’ (Lc 1,35). La comunità di Gesù è legata a lui, la sua vita si ricalca sulla vita di lui. Luca sottolinea che la chiesa nasce a pentecoste, cioè nasce da un dono dall’alto, nasce nel segno della diversità e della pluralità di doni. Nasce come orientata alla comunione che accoglie la chiamata di Israele ad essere comunità convocata da Dio. Chiesa di chiese. E nasce con una apertura a tutta l’umanità su cui è presente lo Spirito che soffia oltre i limiti e muri di divisione.

“A quel rumore la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua”. Il ‘miracolo’ delle lingue è il miracolo della comunicazione e della traduzione. La Pentecoste ci dice che la diversità non è un male, ma sta nel progetto di Dio: la diversità delle lingue, delle culture, dei cammini umani. Ci dice anche che le diversità non devono rimanere separate, senza rapporto, ma sono chiamate a comunicare, possono fiorire solo nell’incontro, e recano in se stesse l’ apertura a crescere, a scoprire il proprio limite, la provvisorietà e la ricchezza dello scambio. La vita è luogo della lotta amorosa di Dio che ci scardina dai nostri particolarismi e dalle nostre chiusure per aprirci a scoprire un dono più grande attraverso i doni dell’altro. Pentecoste è promessa di un’umanità capace di comunicare mettendo in rapporto lingue diverse. Il tempo della chiesa è tempo per aprire canali in cui la voce dell’altro possa essere compresa e accolta come familiare. Anche se questo implica fatica e si scontra con contraddizioni e rifiuti.

Pentecoste è una provocazione per il nostro tempo: un tempo in cui viviamo l’esperienza della diversità, delle lingue, delle culture, delle religioni e spesso avvertiamo tale situazione come problema e come fonte di paura. Pentecoste ci dice che in questa diversità sta un dono di Dio, una chiamata. Lo Spirito apre a nuovi percorsi di fede, a scoprire la chiesa non come appartenenza esclusiva ma come seme di una umanità in relazione. Pentecoste ci dice che lo spirito va inseguito là dove ci precede perchè dello Spirito è piena la terra e lo Spirito è presente in ogni uomo e donna. Le crisi che avvertiamo nel tempo presente sono una grande opportunità di scoperta del vangelo. Sappiamo farci cercatori di tracce dello Spirito, inseguitori di un andare oltre, verso una verità sempre più grande?

“Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito e vi annuncerà le cose future”. Nel vangelo verità non è una nozione intellettuale da possedere e definire. Verità indica la persona stessa di Gesù. la verità allora non è qualcosa ma qualcuno. Per questo il IV vangelo parla dello Spirito come colui che guida nella verità. Nella verità si può solo essere accolti. Ciò significa  godere dell’ospitalità della presenza di Gesù. Il suo volto ed il suo amore per noi, ci fanno vedere il volto del Padre. Nonostante tutte le nostre pretese in questo cammino siamo ancora agli inizi. Possiamo essere guidati verso una verità ancora da scoprire nella sua interezza. Lo Spirito, presenza interiore, dono del Padre e del Figlio, è il grande suggeritore, la guida, la presenza che sorregge in questo incontro. Lo Spirito apre orizzonti nuovi di comprensione del volto di Dio e di accoglienza del suo amore.

Di qui si apre un camminare: “Camminate secondo lo Spirito…” è indicazione per vivere una vita che si lascia toccare dallo Spirito che fa uscire verso l’altro, guida ad ascoltare il suo soffio nella creazione, nella sete di giustizia, nel silenzio di chi prega, negli impegni per la libertà, nei gesti del servizio, nel riconoscere la dignità di ogni volto. C’è spazio per la speranza nella nostra vita è lo spazio che lo Spirito spalanca non come ingenua spensieratezza nelle difficoltà, ma come spinta a vivere nel buio della crisi e nel gelo di inverni civili ed ecclesiali sapendo che la forza della risurrezione è più forte di ogni morte ed apre porte  di liberazione.

Alessandro Cortesi op

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