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commenti alla Parola della domenica e riflessioni

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XV domenica tempo ordinario – anno B – 2021

Am 7,12-15; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

“Ed essi partiti … ungevano di olio molti infermi e li guarivano”

I dodici sono convocati insieme innanzitutto per ‘stare con Gesù’: “ne costituì dodici che stessero con lui”. Marco nel suo vangelo indica così il primo ed essenziale momento di un’esistenza di chi è inviato: è scoperta che tutto nasce dalla sua chiamata, da un incontro. Stare con lui è la prima missione a cui Gesù chiama i dodici, un passaggio non del fare ma del lasciarsi prendere da un dono di presenza e di comunità. Nello stare con lui i suoi amici scoprono poi quale è la strada su cui Gesù li precede e sono provocati a cambiare il loro modo di pensare. I dodici rinviano al numero delle tribù del popolo d’Israele. E’ il numero simbolo di una comunità che si allarga a comprendere un popolo vasto, il popolo di Dio aperto a tutti i popoli della terra. Soprattutto rinvia a scorgere la continuità con la vicenda del popolo d’Israele. Gesù non costituisce un gruppo che sostituisce il popolo d’Israele, popolo della chiamata e della promessa di Dio che permangono. Il grande raduno, sognato dai profeti, di cui il popolo d’Israele è primizia, è aperto a coinvolgere tutti i popoli della terra.

C’è poi un secondo movimento della vita degli apostoli: ‘chiamati per stare con Gesù’ ma anche “prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri”. La parola e l’operare per portare vita, liberazione, per vincere il male sono i due ambiti di azione degli inviati.

‘Stare per andare’. Tale invio è per tutti nella comunità che Gesù voleva: non ha un termine, non trova conclusione e lo stile della missione è la povertà. “ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”. Non è solo richiamo a comportamenti sobri, più in radice esprime la scelta di seguire Cristo che si è fatto povero per noi.  Gesù richiama ad affidarsi al Padre che non fa mancare ai suoi figli la sua cura.

Al cuore dell’esistenza nel seguire Gesù sta non un progetto di dominio, ma un movimento di lasciare spazio all’altro, di spogliarsi di tutto ciò che appesantisce e non apre ad accogliere la cura del Padre. L’invio di Gesù non è per una conquista ma per una testimonianza del suo vangelo, bella notizia che libera e guarisce l’esistenza per ogni uomo e donna.

Alessandro Cortesi op

Direzioni della missione

Un breve testo tratto dall’opera di David Bosch, Transforming mission:

“La proclamazione del regno di Dio è il centro di tutto il ministero di Gesù. Nel suo tempo, periodo di dominazione straniera, prevaleva la concezione del Regno di Dio come una realtà totalmente futura, che avrebbe capovolto la situazione e dato il dominio a Israele. Gesù, invece, sottolinea due elementi. Primo, il Regno di Dio riguardava non solo il futuro, ma anche già il presente, si era reso vicino; qualcosa di totalmente nuovo stava avvenendo; la speranza di liberazione si faceva vicina, il futuro era già entrato nel presente. Secondo, il Regno di Dio giungeva dovunque Gesù vinceva il potere del male. Siccome il male assume forme diverse – malattia, morte, possesso del demonio, peccato, privilegi dei gruppi, emarginazioni, vendette – anche il potere di Dio assume forme diverse.

Non si comprende l’azione di Gesù verso gli emarginati se non si coglie ciò che per Gesù è il Regno di Dio. È soprattutto a quanti sono messi ai margini della società che Gesù offre la possibilità di una nuova vita, basata sulla realtà dell’amore di Dio: possono stare a testa alta, sono figli del suo Regno, Dio si prende cura di loro. Agli occhi dei contemporanei di Gesù, Satana mostrava sugli impossessati la sua capacità di spadroneggiare. L’attacco del Regno di Dio contro il male si manifesta, allora, particolarmente con le guarigioni e la cacciata dei demoni: se Gesù caccia i demoni “con il dito di Dio”, “è segno che il Regno di Dio vi ha raggiunti” (Lc 11,20).

Va notata la natura inglobante del Regno di Dio: Gesù tocca tutte le forme di alienazione e tutti i muri dell’inimicizia e dell’esclusione. Per lui non c’è opposizione tra salvare dal peccato e salvare da una malattia fisica: per noi salvare è diventato un termine esclusivamente religioso, mentre nei Vangeli è usato almeno 18 volte nel caso di guarigione delle malattie. Anche il termine perdono comporta significati che vanno dalla liberazione degli schiavi al condono dei debiti, alla liberazione escatologica e alla remissione dei peccati.

La manifestazione del Regno di Dio nell’azione di Gesù è politica, anche se non nel senso moderno del termine. Dichiarare “figli del Regno di Dio” i poveri, era esprimere un profondo scontento della situazione e un forte desiderio di cambiamento. Per le vittime della società, la fede nella realtà del Regno di Dio risultava come un movimento di resistenza al fatalismo e all’emarginazione. Il venga il tuo Regno doveva suonare alle autorità come un proclama chiaramente politico. Hanno, infatti, ritenuto sovversiva l’azione di Gesù e l’hanno eliminato”.

XXIX domenica – tempo ordinario B – 2015

DSCN1360Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45

La figura del ‘servo di JHWH’ sta al centro della pagina di un profeta della fine dell’esilio, il Secondo Isaia. Servo: una figura forse in riferimento a tutto il popolo d’Israele: Israele è servo. Ma forse anche il profilo di un individuo, con richiamo all’esistenza di un profeta. Il servo vive la sua esistenza nella fedeltà a JHWH e per questo subisce il rifiuto, l’esclusione, la persecuzione: “Disprezzato e reietto dagli uomini, che ben conosce il patire”. Ma la sua vita così segnata dal male è ricca di energia nuova, è come una radice in terra arida. Nel deserto luogo di morte, la sua esistenza è radice che reca vita, trae forza dal riferirsi alla presenza di JHWH che l’ha chiamato e da cui ha ricevuto l’invio ad essere testimone.

La vita del servo compie il progetto di salvezza di Dio, attraverso il suo offrirsi per gli altri. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori”. Il suo soffrire è vissuto in legame con le moltitudini. Con la sua vita manifesta che il disegno di Dio non è nella linea della esclusione dell’oppressione ma offerta di salvezza per tutti. Nella sofferenza del ‘servo’, per mezzo suo, si compie il disegno di Jahwè. La fedeltà di qualcuno, di un piccolo ‘resto’ fedele apre un dono di vita per tutti. “Il giusto mio servo giustificherà molti egli si addosserà la loro iniquità”. Questa vita che agli occhi degli uomini è fallita è invece una vita che si apre alla luce: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… il giusto mio servo giustificherà molti”. Non solo è vita che apre alla luce di Dio ma è feconda perché in rapporto con la vicenda dei molti, capace di dare vita per le moltitudini.

La figura del servo di JHWH è presa come richiamo nella prima comunità e nei vangeli nel loro rileggere la vicenda di Gesù. Il IV vangelo presenta Gesù come ‘agnello di Dio che toglie il peccato del mondo’ (Gv 1,29): è usato il termine agnello (uno dei significati del termine aramaico ‘talja’ usato da Is 53,7: “era come agnello /servo – talja – condotto al macello”). Marco, da parte sua, presenta Gesù come ‘figlio dell’uomo’ consapevole di andare incontro ad un destino di sofferenza e passione in fedeltà alla proclamazione del regno di Dio: venuto per servire e non per essere servito. Il suo stile manifesta una coerenza sorprendente con la presentazione del servo di JHWH, ed appare compimento di quella figura.

Sulla via Gesù riceve una richiesta da due discepoli: Giacomo e Giovanni erano tra coloro che seguivano, chiamati e radunati insieme nel gruppo che per Gesù costituisce il nucleo di quel raduno di Israele al cuore della sua preoccupazione, i dodici. Lo seguivano sulla strada e Marco riporta una loro richiesta: “Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo… concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

La domanda è sorprendente per l’incomprensione che rivela. Si tratta di una sorta di preghiera al rovescio. A Gesù che propone di affidarsi alla volontà del Padre i due pongono davanti la loro volontà e la loro richiesta. Ed emerge qui uno dei tratti di insistenza che attraversano l’intero vangelo di Marco: c’è una incomprensione di coloro che sono stati chiamati, i più vicini: proprio tra i dodici si manifesta una durezza di cuore inconcepibile. E’ la loro incapacità di vedere, di comprendere e di porsi in un seguire autentico. Tutti i dodici sono infatti coinvolti in questa incomprensione anche quando manifestano il loro sdegno per la richiesta di Giacomo e Giovanni.

Gesù tuttavia si rende accogliente di fronte a questa domanda che pure racchiude un desiderio: ‘Che cosa volete?’. All’interno di tale richiesta accompagna a compiere un cammino a scorgere orizzonti nuovi che li conducono in altra direzione rispetto a quella attesa.

Nella risposta si rinvia ai simboli del calice e del battesimo: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo che io ricevo”. Il calice nei Salmi è riferimento alla sorte degli empi (cfr. Sal. 75,9): “nella mano del Signore è un calice ricolmo di vino drogato, fino alla feccia ne dovranno sorbire ne berranno tutti gli empi della terra”. Calice indica anche la collera e la condanna di Dio nei confronti di coloro che non lo riconoscono. In questo senso Gesù indica se stesso come colui che fa propria la condizione di chi è più lontano, dell’empio: la sua vita si pone nel farsi lui l’escluso, l’empio, nel prendere su di sé la condizione di lontananza da Dio. La sua vita è solidarietà con coloro che vivono la sofferenza del peccato e del male, si pone dalla parte di tutti coloro che sono rinchiusi nel male e incapaci di liberarsi.

Il battesimo indica l’immersione in una situazione di morte e di prova come ad esempio è descritto Salmo 69,3: “affondo nel fango e non ho sostegno, sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge; sono sfinito dal gridare e riarse sono le mie fauci: i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio”. E’ una allusione ad un abbandono e ad un’immersione che è discesa nella condizione di chi è perseguitato e senza più aiuto: una condizione di sofferenza che richiama gli ‘annunci della passione’ (Mc 8,31; 9,32; 10,33).

Ai suoi Gesù ricorda l’orizzonte del ‘regno di Dio’. Non è un dominio terreno, né si tratta di un potere politico o di struttura umana. Non sta quindi a lui concedere i posti nel regno in cui non vi è questione di spartizione di un potere. Il ‘regno’ è dono di vicinanza del Padre, è realtà nuova di relazioni che inizia a manifestarsi nei gesti di Gesù che libera e apre ad una fraternità nuova: i ciechi vedono, gli zoppi camminano… ai poveri è annunciata la bella notizia, una liberazione in cui sperimentare la vicinanza e l’amore di Dio che perdona. Sedere alla destra e alla sinistra non è esito di un giudizio di un potente ma diviene allora condividere il cammino di chi intende la propria vita come servizio, di Gesù che si è fatto povero e che in tutto dipende dal Padre.

I due discepoli provocati da queste parole sono particolarmente sicuri nel dire ‘lo possiamo’. Gesù li accompagna a leggere la loro stessa ricerca in orizzonti nuovi, nella logica non del conquistare e primeggiarema del servire: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi si farà servo di tutti”. E’ un modo di vivere secondo altre logiche rispetto alle attese umane di essere i primi, di sopraffare gli altri e di servirsi degli altri per i propri scopi. E’ indicazione di un modo di vivere una relazione comunitaria in modo nuovo, alternativo. Sentirsi parte di una comunità di discepoli e discepole chiamati a rapporti di uguaglianza apre a concepire la vita in modo nuovo, non per la supremazia ma nello scambio di doni.

La strada di Gesù è racchiusa in queste parole: è via del servizio e del dono di sè per tutti. Nella sua prassi egli attua la missione del ‘servo’: “Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

‘Figlio dell’uomo’ è un termine usato da Marco con riferimento a Gesù. Indica il suo essere uomo. Riprende un’espressione presente nei profeti: figlio dell’uomo in Ezechiele è termine rivolto al profeta colmo di Spirito inviato a un popolo che ha occhi per vedere e non vede e orecchi per udire e non ode (Ez 2,1)

Nel libro di Daniele figlio dell’uomo è immagine collettiva: rinvia ai santi dell’Altissimo, il popolo d’Israele che alla fine dei giorni è investito di un potere affidatogli da Dio dopo che Dio abbia compiuto il grande giudizio sulla storia (Dan 7,13). Figlio dell’uomo era figura conosciuta in testi diffusi al tempo di Gesù che lo identificavano con un individuo. Nel Libro dei Sogni (del 160 a.C. circa) – appartenente alla letteratura enochica che si rifà alla figura del patriarca Enoc come rivelatore attestata nei testi scoperti a Qumran e conosciuti nel giudaismo del tempo di Gesù – è figura di un essere angelico a cui è affidato il governo nel mondo futuro, un mondo in cui il male non ha più posto e viene eliminato. Un re universale quindi di tempi ultimi, diverso dalla figura presentata nel libro di Daniele. Oppure anche, come è espresso nel Libro delle parabole – redatto attorno al 30 a.C. appartenente alla medesima letteratura enochica – ‘figlio dell’uomo’ era indicato come ‘bastone dei giusti’, figura che avrebbe compiuto un giudizio, con una funzione quindi di giudice universale: una figura intermedia tra Dio e uomo nel tempo della storia. Marco riprende tale riferimento: “Ora perché sappiate che il figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra dico a te – disse al paralitico – : alzati prendi la tu barella e và a casa tua” (Mc 2,10-11)

Nell’indicare Gesù con l’espressione ‘figlio dell’uomo’ nel vangelo di Marco si affianca questo titolo figlio dell’uomo che poteva essere compreso come figura di giudizio e relativa ai temi ultimi con un riferimento scandaloso, alla sofferenza e al suo destino non di potere ma di servizio.

La potenza di Dio è una forza diversa rispetto alle attese umane: si manifesta nella debolezza del crocifisso e si rende presente nel servire.

Di qui un discorso che coinvolge anche coloro che seguono Gesù e ne esprime lo stile. E’ una comunità chiamata a scoprire l’attitudine del servizio: ‘fra voi non è così…’. In contrasto con la ricerca dei primi posti Gesù invita ad una libertà nuova che si attua nel servire (la diakonia).

La via che Gesù ha seguito, la via del servizio, diviene inizio di un percorso di liberazione dalla schiavitù e dalla morte per tutti. La vita nel servire non è perdita e fallimento. Gesù manifesta la consapevolezza che anche il suo morire, vissuto nella linea del servizio, diviene luogo di dono e di luce per le moltitudini: è lui il servo che giustificherà molti.

DSCF6252Alcune riflessioni per noi oggi

Cosa significa oggi vivere lo stile di una comunità che pone l’indicazione del servizio al centro della sua vita? Un aiuto per trovare orientamento a rispondere può venire dalle esperienze delle comunità che sperimentano la scelta dell’essenziale, della povertà e della testimonianza. In questi giorni è passato in Italia mons. Claude Rault, 75 anni, dei Padri bianchi (vive in Algeria dal 1971 e da undici anni è vescovo di Laghouat-Ghardaïa) autore del libro “Il deserto è la mia cattedrale. Il vescovo del Sahara racconta” (intervista di Luca Rolandi “La Stampa-Vatican Insider” 12 ottobre 2015: Mons. Claude Rault, dal Sahara algerino un appello alla convivenza). Ad una domanda sulla difficoltà del dialogo interreligioso oggi e sull’ esperienza della chiesa in Algeria ha risposto:

“Certamente la situazione nella quale avvenne l’assassinio dei 19 Servi di Dio in Algeria tra il 1994 e il 1996 presenta delle analogie – unitamente ad alcune differenze di contesto – con la drammatica attualità del Medio Oriente. Se non si attua una politica di riconciliazione e convivenza e non si condanna con fermezza ogni violenza in nome di Dio, la deriva potrebbe contagiare nuovamente il Paese. Intanto i cristiani locali continuano a offrire le proprie preghiere e il proprio contributo fattivo per aiutare a superare le lacerazioni che stanno distruggendo la secolare convivenza tra i diversi gruppi radicati nella regione e soprattutto per le tragedie che si consumano nelle altre regioni e aree del continente mediterraneo. Per questo noi piangiamo con le famiglie che hanno perduto i propri cari. Soffriamo delle loro ferite. Siamo inquieti insieme a quelli che vedono l’uno o l’altro dei loro seminare la violenza e l’odio. Abbiamo paura di questo futuro incerto. Ma crediamo nelle risorse d’umanità e di saggezza che Dio ha seminato in questa popolazione che ci accoglie… La nostra preghiera, (…), è che la Valle di M’Zab possa sempre essere una valle felice e ciò possa estendersi in tutto il mondo che oggi soffre”.

L’invito al servizio al cuore del vangelo è domanda a come poter vivere concretamente nella chiesa i vari aspetti della diakonia. Al Sinodo vi è stato in questi giorni l’intervento di mons. Durocher, in cui sono stati esplicitati alcuni problemi presenti nella vita della chiesa ed è stata presentata richiesta di prevedere l’accesso delle donne al diaconato permanente: ha anche posto attenzione alle violenze subite dalle donne nel corso della loro vita coniugale anche nella sfera familiare, che coinvolgono il 30% delle donne nel mondo (dati OMS): “In quanto sinodo dovremmo dichiarare con chiarezza che non possiamo appoggiare l’idea secondo cui la donna può essere dominata dall’uomo e soggetta alla sua violenza, tanto meno richiamandoci al testo biblico”.

Mons. Durocher è vescovo canadese di una città del Québec Gatineau, attraversata da un grande fiume. All’altra sponda del fiume vive una popolazione anglofona e anglicana. Anne Soupa, del ‘Comité de la jupe’ ha scritto un bel commento su questo intervento dal titolo ‘Lo zattiere del Gatineau’ (in “alpha.comitedelajupe.fr” 7 ottobre 2015 – trad. it. http://www.finesettimana.org):

“Monsignor Durocher, uomo del suo tempo, aperto alla differenza, è senza dubbio l’ultimo “zattiere” del fiume Gatineau, quell’attività ancestrale degli uomini dei boschi, ora quasi scomparsa. Agili e intrepidi, gli “zattieri” trasportavano sui fiumi i tronchi d’albero dalle foreste gelide del nord del Canada fino al sud, fino agli Stati Uniti. Talvolta i tronchi superavano le barriere, talvolta si perdevano sulle rive e bisognava andare a rimetterli in acqua. «Sautons chutes et rapides, nageons adroitement, courons sur la lisère qui suit le grand courant» [Saltiamo cascate e rapide, nuotiamo con abilità, corriamo sulle rive che seguono la grande corrente], dice la canzone degli zattieri del Gatineau (“Les draveurs du Gatineau”)… Da ieri sera, sulla barca di Pietro, c’è anche Monsignor Durocher. Per adesso ha lanciato i tronchi nel luogo migliore possibile, il grande letto del Sinodo. Occorre ora mantenerli nel corso del fiume affinché arrivino fino a sud, lontano dalle imboscate assassine di certi prelati..”

Alessandro Cortesi op

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